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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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India, Cina, Germania non saranno presenti al vertice ONU sul clima

Il vertice ONU di New York sul Clima indetto direttamente da Ban Ki Moon (al quale parteciperà anche il Premier Renzi) non vedrà la presenza di Germania, India e Cina.

In realtà è come giocare un mondiale di calcio senza 3 delle migliori 5 squadre….

Il problema del clima, del cambiamento climatico e della CO2, a parte l’impatto mediatico ed i grandi ed in genere infruttuosi consessi di cui è protagonista, sembra un problema sacrificato dai più diretti interessati sull’altare della crescita senza vincoli né ostacoli neppur quando si parla di sostenibilità ed ambiente.

In nodi comunque prima o poi verranno al pettine.

Il 2013 è stato uno degli anni più caldi in assoluto, ma è anche vero che lo strato di Ozono si è ispessito a dimostrare che non esistono soluzioni semplici o tendenze scontate per un problema così complesso che va necessariamente affrontato, gestito e monitorato.

Link Clima:
Alla conferenza sul clima di Varsavia negoziati dominati dai particolarismi 24/11/13
Conferenza ONU sul cambiamento climatico 13/11/13
Industriali italiani avversi alla riduzione di CO2. Imposizioni rappresentano un fardello o un driver alla competitività? 17/01/14
Piano Energetico 2030: punti da discutere e sviluppare 8/12/13

21/09/2014
Valentino Angeletti
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La crisi ucraina a tre settimane (troppe) dal giro di boa delle elezioni

La crisi ucraina continua ad aggravarsi, purtroppo anche in termine di perdite umane.

Negli scorsi giorni si è tenuto il vertice bilaterale tra USA e Germania. Il Presidente ed il Cancelliere convengono sulle sanzioni da applicare alla Russi, ma al di là dell’ufficiale linea comune sussiste almeno una differenza: la Germania, così come la parte dell’Europa che orbita commercialmente ed energeticamente attorno al Cremlino, vorrebbe sanzioni  meno pensanti nei confronti di Putin di quanto non vorrebbero gli USA. Altamente probabile che la motivazione sia appunto da attribuirsi agli importanti scambi commerciali ed energetici che vi sono tra Russia e Germania, ma anche Italia e tutti  i paesi nordici e dell’ex blocco sovietico.

Obama, dando corpo alla propensione statunitense, non pare orientato ad intervenire militarmente, limitandosi piuttosto a seppur pesanti sanzioni. Come abbiamo ricordato più volte, il fatto di essere al sicuro dal punto di vista energetico ha orientato la Casa Bianca e l’opinione pubblica statunitense a propendere per il ritiro graduale delle truppe da zone storicamente calde e strategiche per produzione ed approvvigionamento di idrocarburi (come il medio oriente) potendo così risparmiare dal punto di vista militare e non rischiando di invischiarsi in situazioni costose e dal dubbio esito, memori di conflitti passati.

La minor convinzione dell’EU nel proporre sanzioni è testimoniata dall’assenza della lista “nera” di aziende ed oligarchi (tra l’altro demandata ai singoli stati cosicché una azienda bandita in uno stato membro potrebbe non esserlo in quello confinante) già stilata invece dagli USA. Al contempo però si nota l’impossibilità di alcune multinazionali nel tagliare nettamente i ponti con certe realtà Russe che dominano il settore dell’ Oil&Gas, con in prima linea i colossi parastatali Rosneft e Gazprom.

Nel frattempo gli scontri nell’est dell’Ucraina proseguono con violenza. Putin, che come Obama non è ufficialmente intervenuto nel conflitto, asserisce che il patto di Ginevra ottenuto con tante difficoltà sia stato violato dagli interventi (utilizzando anche elicotteri da combattimento) di Kiev contro gli occupanti filorussi che, ed è l’unica buona notizia, hanno rilasciato gli osservatori OSCE precedentemente trattenuti.

L’IFM che si era detta disponibile ad avviare il piano di aiuto economico in favore di Kiev,  alla luce della perdita ufficiale del controllo dei territori dell’est attualmente in mano ai filorussi, ha rimesso in discussione l’intervento. Il piano biennale varrebbe 17 miliardi di $ complessivi a sostegno dell’Ucraina, dei quali 3.2 disponibili immediatamente, che avrebbero consentito di pagare i debiti sulle forniture di gas contratti da Kiev con Gazprom e quindi Mosca.

Il debito dell’Ucraina con la Russia, in particolare relativo al Gas, è un altro punto fondamentale. Mosca ha dato un ultimatum all’Ucraina, qualora non venisse pagato entro maggio il Cremlino avrà il diritto di bloccare gli approvvigionamenti, considerando anche l’esistenza di una clausola negli accordi tra Russia ed Ucraina che vincola i secondi a pagare le forniture anticipatamente. Incontri di mediazione tra il ministro dell’energia Russo Novak ed il commissario europeo Oettinger si sono tenuti senza risultati di rilievo e si terranno anche nel mese in corso, ma la situazione resta comunque delicata ed il tempo è poco.

Un giro di boa fondamentale per comprendere l’evoluzione della vicenda saranno le elezioni ucraine del 25 maggio, se esse non dovessero svolgersi in trasparenza e se sorgessero sospetti di brogli in favore della Russia potremmo essere di fronte alla fatidica goccia che farà traboccare il vaso e che costringerà gli Stati Uniti ad intervenire al di là delle pesanti sanzioni economiche che fino ad ora sembrano aver poco scalfito Mosca la quale punta a rafforzare i ruoli di egemonia nel capo energetico, forse messo in discussione da nuovi scenari e nuovi players (shale gas in USA e non solo, il TTIP, le potenze asiatiche) ed in quello dell’immagine, andata via via deteriorandosi, agli occhi del suo orgoglioso popolo e del mondo che ha con le Olimpiadi invernali di Sochi ha visto l’inizio di un processo propagandistico decisamente ascendente. A quel punto l’intervento militare USA, pur rappresentando l’ultimo e sgradito provvedimento, potrebbe divenire realtà così come le controffensive della Russia. Ci sarà da capire che decisioni vorrà prendere l’Unione, ufficialmente schierata con Obama e Kiev, ma restia a rompere definitivamente con Putin.

Gli scenari possibili sono vari, certo è che la soluzione diplomatica ed il patto di Ginevra sono subito apparsi d’argilla e che di qui al 25 maggio intercorrono oltre 3 settimane di possibili rappresaglie e guerriglie che potrebbero aggravare ulteriormente un bilancio già a tinte molto fosche.

Link Russia e Crisi ucraina
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Verdetto S&P, vivacità USA, forza Russa confermano le difficoltà Europee 21/12/2013

03/05/2014
Valentino Angeletti
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Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi

Da Adu Dhabi è giunta la lettera di Etihad in cui sarebbero poste le condizioni affinché possa essere conclusa la trattativa con Alitalia. Il contenuto della lettera è ancora top secret, la compagnia italiana lo presenterà ai sindacati il 2 maggio, al Governo ed agli azionisti. I dettagli non sono noti, ma probabilmente riguardano la ristrutturazione del debito, la liberalizzazione di Linate, l’alta velocità a Fiumicino e l’abbattimento del costo del lavoro tramite taglio di stipendi oltre i 40’000€, di altri benefit e tramite un piano di esuberi che, a seconda delle fonti, si attesterebbe tra le 2’000 e le 3’000 unità (alcuni dettagli su richieste Etihad in una analisi su Lucchini e grande industria in Italia: Link).

Le condizioni imposte da Etihad, una delle migliori compagnie al mondo secondo tutti gli standard di qualità e dove piloti e dipendenti di terra sono letteralmente trattati con i guanti, sarebbero molto stringenti. Del resto ciò non deve stupire, la gestione di Alitalia è stata sempre quasi fallimentare e la privatizzazione un cattivissimo esempio dove si rifiutò l’ingresso di Air France con una proposta in linea col mercato e che prevedeva anche l’acquisizione dei debiti della compagnia in favore della scissione del vettore in due compagnie, una bad company a carico del pubblico, quindi del contribuente, ed una good company in capo ad una cordata di capitani coraggiosi (che di coraggio ne avrebbero dovuto avere ben poco visto che i debiti erano stati convogliati nella parte bad); il tutto per difendere una italianità poco comprensibile in un mondo globale e tanto più in un contesto europeo in cui le joint venture tra vettori aerei sono prassi comune ed unica via di sopravvivenza per molte compagnie, e che comunque andrà a breve persa.

La good company, CAI, ha continuato ad accumulare debiti e perdere centinaia di migliaia di Euro al giorno, tanto da richiedere alla fine dello scorso anno interventi patrimoniali esterni.

Alla luce di ciò è palese che Etihad non possa accollarsi gli oneri che fino ad ora si è accollato il pubblico e quindi che vorrà adeguare gli standard di efficienza di Alitalia ai propri, il che vuol anche dire ottimizzazione del “work force management” e della logistica degli Hub, così come vorrà epurare i bilanci del vettore italiano dai debiti dovuti sostanzialmente ad una gestione non ottima. Del resto i risultati della compagnia araba sono prova evidente della loro capacità organizzativa così come del loro potenziale economico pressoché illimitato.

Etihad ha inoltre ben chiaro di essere l’unica acquirente dopo il no che è stato detto ad Air France (che rimane importante azionista) ad una seconda manifestazione di interesse nel 2013 (ben peggiore della prima quando avrebbero rilevato anche i debiti) e quindi di avere un potere contrattuale enorme che gli consente di avanzare richieste stringenti.

Etihad, che ricordiamo essere un’azienda che lo scorso anno ha adeguato la propria flotta di aerei acquistando mezzi per decine di miliardi di $ (un acquisto complessivo di circa 140 miliardi di $ operato da Etihad e Fly Emirates da Airbus e Boing), praticamente 5 finanziarie italiane cadauno, sa anche che il Governo italiano non può permettersi di tergiversare e prolungare la trattativa in attesa di proposte concorrenti, proprio perché in questo momento le risorse sono limitatissime ed Alitalia poco appetibile.

Alla fine quindi è probabile che Etihad spunterà gran parte delle condizioni richiese, anche perché alcune di esse, come l’alta velocità a Fiumicino, sono di interesse per il paese.

Facendo un paragone con un’acquisizione di questi giorni, cioè la trattativa di Alstom con GE e Siemens si è visto come il Governo francese, evidentemente con una politica industriale più chiara e definita, abbia chiaramente detto che avrebbe avuto voce in capitolo nell’affare nonostante non sia azionista di Alstom. Sia Alstom che Alitalia sono aziende che operano in settori strategici per i rispettivi governi.

Alstom avrebbe voluto vendere il ramo Energy, nel quale il suo settore idroelettrico è in crisi, e mantenere quello dei trasporti che fornisce al Governo il treno TGV (ed NTV di Italo). La prima proposta è stata di GE, poi ha rilanciato Siemens con una offerta più alta ma che probabilmente avrebbe interessato anche il ramo trasporti. In tal caso la Francia sta giocando un ruolo fondamentale nella trattativa che sembra indirizzata verso la conclusione con GE (la Board ha accettato l’offerta dall’azienda statunitense ed Alstom ha guadagnato più del 9% in borsa), anche se Siemens, gradita al Governo, rimane in gioco. Questo negoziato a quattro metterà probabilmente Alstom nelle condizioni di spuntare buone condizioni di vendita, cosa che con tutta probabilità non accadrà nella vicenda Alitalia anche a causa della differente situazione di bilancio tra le due aziende.

Questo breve paragone fa pensare a quanto un piano industriale ben chiaro e di lungo termine con obiettivi definiti e settori ritenuti chiave identificati, consenta ai Governi di intervenire a protezione dei propri campioni industriali, anche se privati, quando vengono toccati interessi strategici. La Francia ha agito consentendo la creazione di opportunità per Alstom, l’Italia ha agito senza piani industriali, vincolata da problemi di bilancio, privatizzando in malo modo e distruggendo opportunità facendo si che alla fine forse l’ingresso di Etihad porterà meno benefici ad Alitalia di quanto avrebbe potuto accadere se l’affare fosse stato trattato in modo differente già 5 anni fa.

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30/04/2014
Valentino Angeletti
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Lucchini, Alitalia e la grande industria

Con la firma dell’accordo di programma siglato tra Governo e regione Toscana che prevede lo stanziamento complessivo di 250 milioni di € per la riqualificazione del polo siderurgico ha inizio il processo di spegnimento dell’altoforno della Lucchini di Piombino. L’intesa, finanziata per 100 milioni di € dal Governo e per i restanti 150 dalla Ragione, comprende l’inizio il primo maggio degli ammortizzatori sociali per un ammontare complessivo di 4000 lavoratori che si ripartiscono in contratti di solidarietà per i lavoratori dell’acciaieria e cassa integrazione, ordinaria o in deroga, per quelli dell’indotto; il Ministero della Difesa avrebbe inoltre assicurato l’utilizzo della struttura per lo smantellamento di 30 navi da guerra in una prima fase, per poi ampliarsi includendo anche imbarcazioni civili.

Questa situazione che si protrae da anni si inserisce nel contesto di crisi industriale italiano, certificato dai dati Unioncamere sulle imprese fallite nel primo trimestre 2014 che crescono del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente attestandosi alla drammatica cifra di 40 al giorno (3600 nell’intero trimestre), e ne rappresenta al contempo una differente sfaccettatura.

Mentre per le imprese tipicamente artigiane ed a conduzione famigliare le più grandi difficoltà sono rappresentate dalla difficoltà di accesso al credito, dalla burocrazia, dai debiti contratti dalle PA nei loro confronti, dal prezzo dell’energia e dall’eccessivo livello di tassazione, assieme al drastico calo dei consumi, per il colosso siderurgico uno dei problemi principali è stata una gestione non lungimirante e che non ha saputo cogliere i segnali di un settore, quello siderurgico, nel quale i paesi industrializzati non possono più competere sul costo del prodotto. I paesi emergenti, dove la manodopera costa oltre un ordine di grandezza in meno rispetto ai paesi industrializzati sono competitivamente avvantaggiati, non dovendo oltretutto sottostare a vincoli ambientali e di sicurezza sul lavoro (elementi di grandi impatto nella siderurgia, settore industriale ad alto rischio).

Il risultato nel perseguire questa competizione impari è quasi scontato, ossia le aziende dei paesi maturi, come appunto la Lucchini, tentano di abbassare i prezzi agendo sul costo del lavoro, attingendo a contratti di solidarietà, risparmiando su adeguamenti tecnologici per la salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori, tagliando totalmente la ricerca e l’innovazione, ma nonostante tutto ciò non riuscendo ugualmente a produrre un prodotto in competizione con quello dei paesi emergenti ed alimentando per giunta un meccanismo che porta al calo dei consumi ed in ultima istanza alla deflazione.

Se, come ha sostenuto il Governatore Enrico Rossi, a Piombino si tornerà a produrre acciaio e fare siderurgia sostenibile, allora è imprescindibile puntare a differenti modelli produttivi cercando di orientarsi verso la qualità ed il valore aggiunto, investendo in ricerca ed innovazione e creando prodotti di nicchia e costosi. Ad esempio il passaggio dagli altoforni a coke ai forni elettrici consentirebbe di produrre acciai speciali utilizzati ad esempio nei settore dell’avio spazio, della difesa, dell’automotive e della cantieristica navale ed edilizia rivolgendosi ad una clientela disposta a pagare l’altissima qualità di cui a bisogno. Questo processo di rinnovamento implica un maggior utilizzo della tecnologia e probabilmente un minor uso di manodopera che dovrà essere più specializzata e qualificata quindi non è oggettivamente pensabile il totale reimpiego dell’indotto che comunque nella fase di riqualificazione dei siti potrebbe trovare nuova occupazione.

Quella del rinnovo dei processi e dei metodi e modelli lavorativi è un argomento che tocca un’altra annosa crisi: l’Alitalia. Al momento l’unico serio acquirente interessato risulta Etihad, un partner forte e che consentirebbe il potenziamento di promettenti rotte verso il medio ed estremo oriente. Ovviamente però, alla luce della situazione della compagnia aerea di bandiera, e poiché Etihad sa di essere l’unico ad avere serie intenzioni nell’affare, le condizioni avanzate per portare a termine l’acquisto sono stringenti. Del resto non è pensabile che un investitore totalmente privato come Etihad si accolli anche tutti gli sprechi e le inefficienze gestionali, di processo, finanziarie e tecniche che nel caso Alitalia, pur essendo divenuta la compagnia un soggetto privato, sono rimaste a carico del pubblico rappresentando un pessimo case sudy di privatizzazione. Etihad cercherà fin dall’inizio di adeguare il più possibile Alitalia ai propri standard che fino a prova contraria il mercato ed i risultati della compagnia araba hanno comprovato. Se linee paragonabili a quelli coperte da Alitalia con un certo numero di dipendenti sono coperte da Etihad con un numero di dipendenti inferiore senza lesinare su stipendi e diritti dei lavoratori, qualità del servizio e standard di sicurezza è lampante che cercherà di includere nell’affare solo quel numero di dipendenti.

Analogamente per gli oneri finanziari e per l’organizzazione degli hub internazionali, di norma uno in ogni paese e raggiungibile con collegamenti ad alta velocità, tranne che in italia (ed in Germania, ma il paragone al momento non regge) dove gli hub sono due, non serviti da alta velocità ed uno dei quali, Malpensa, per giunta non facilmente raggiungibile dai principali centri industriali  finanziari italiani neppure con mezzi “standard”. Alla fine quindi pur cercando di mediare fino in fondo, a spuntarla, qualora la trattativa non venisse sospesa, sarà probabilmente Etihad.

Questi due esempi sono la testimonianza di come la grande industria italiana (contrariamente a tante realtà piccole e PMI) non sia all’altezza di paesi paragonabili, come la Francia, la Germania o la Spagna (senza volerci spingere troppo lontano) e come l’annosa assenza di piani e politiche industriali chiare, cattivi esempi di finte privatizzazioni, inadeguati investimenti in innovazione e tecnologia necessari per mantenere la competitività e la qualità dei prodotti e servizi abbiano portato alcuni campioni industriali ad un punto tale da non riuscire più a sostenersi autonomamente, non poter contare in toto sullo Stato preso da limitatissime possibilità di spesa e quindi doversi affidare ad investitori stranieri, che se ben intenzionati nel lungo termine possono risolvere situazioni quasi compromesse, ma quando c’è una preda alle stretta possono essere estremamente ed incolpevolmente violenti.

Il rilancio dell’industria, dei campioni nazionali rimasti, siano essi privati, pubblici o misti, della sostenibilità e della qualità, la conversione a modelli innovativi e tecnologici che creano indotto e filiere produttive ad alto valore aggiunto, sono elementi fondamentali per la ripresa di un modello produttivo virtuoso e competitivo nel lungo termine, che Governo ed il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) in particolare, devono affrontare nell’immediato con grande rapidità.

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25/04/2014
Valentino Angeletti
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La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Non serve approfondire ulteriormente la desolazione che i dati sul lavoro in Italia conferiscono al lettore, bastano i crudi numeri, 13% di senza lavoro che salgono al 42,3% nella fascia di età tra 15 e 24 anni, 3,3 milioni di persone in cerca di occupazione ed incapaci di trovarla, il dato è il peggiore dal 1977, ma solo perché da quell’anno iniziano le rilevazioni ISTAT, in realtà è stato stimato che per avere un valore simile si debba tornare agli anni 50.
Da Londra Renzi, dove è in visita presso istituzioni ed investitori e dove ha raccolto anche la stima di Cameron, non ha potuto soprassedere la notizia tanto da spostare il discorso ed i contenuti delle interviste dal piano di riforme proprio verso il lavoro ed il Jobs Act.
Il provvedimento “Jumpstart Our Business Startup” si propone di rendere il mondo del lavoro più flessibile, meno soggetto alla burocrazia, le assunzioni più semplici e meno onerose tramite sgravi per le imprese, di eliminare i vincoli per il rinnovo dei contratti in modo da avere continuità nella permanenza in azienda, di inserire nuove forme di apprendistato, il tutto per far fronte ad un ormai innegabile cambiamento che si è consolidato e che richiede ai lavoratori di adattarsi, di essere propensi alla riqualificazione ed al reimpiego, di essere sempre pronti ad imparare ed a cambiare attività assecondando un mondo in inarrestabile evoluzione; stessa flessibilità andrà richiesta alle aziende, alle associazioni datoriali e sindacali in modo che più della difesa degli interessi si impegnino per una collaborazione produttiva. Lavoratori (e sindacati) ed aziende non dovrebbero essere nemici, ma parte di un medesimo ingranaggio dal cui funzionamento dipende il benessere ed il prosperare di entrambi.

La flessibilità è il modello seguito nella dinamica Gran Bretagna, dove il problema dell’occupazione non sussiste, anzi spesso vi è carenza di personale, perché però la flessibilità non si trasformi in elemento ricattatorio o abusato è necessario, come accade in UK ove sono stati fatti tagli importanti nel settore pubblico impattando minimamente sui lavoratori, che l’economia sia dinamica, crei costantemente nuove opportunità di impiego, offra adeguati strumenti formativi e di riqualificazione supportati dal contributo dello Stato e rispondenti alle reali esigenze di mercato abbandonando il concetto di ammortizzatore sociale statico e neutrale, offra adeguate retribuzioni, corretti avanzamenti di carriera e prospettive e sia necessariamente basato sul merito e sulle capacità.

La dinamicità economica e quindi la creazione di posti di lavoro, come abbiamo ripetuto più volte in questa sede, non si possono creare per decreto, che pure può essere un acceleratore, ma necessitano di condizioni specifiche. Nel caso italiano ad ostacolare il nascite di opportunità lavorative è la scarsissima domanda ed il calo dei consumi che hanno ridotto le produzioni e quindi la necessità di manodopera (senza differenze particolari tra per operai, impiegati e quadri).
Le azioni volte a sostenere il mercato del lavoro devono essere concentrate sulla ripartenza dei consumi e delle produzioni.
Si deve cercare di incrementare la quota dell’export, grazie al quale molte aziende sono sopravvissute o neppure hanno sentito la crisi, ampliandola a quei settori ancora chiusi, con una filiera distributiva ridotta e bassa visibilità oltre confine, che indubbiamente sono molti nel nostro paese; si deve cercare di incrementare il potere d’acquisto agendo sulla riduzione delle tasse, sul cuneo fiscale e sgravando, come detto precedentemente le imprese, ma questo punto è estremamente complesso poiché servirebbe un incremento netto dei salari di almeno un 15% affinché si possano avere effetti realmente benefici sui consumi e come sappiamo il reperimento di risorse nelle condizioni in cui si trova l’Italia e con i vincoli europei in essere è estremamente complesso, inoltre i tagli della spesa dovranno essere concentrati principalmente sulla riduzione del debito piuttosto che su quella delle tasse; devono essere destinate risorse agli investimenti produttivi, ad infrastrutture grandi e piccole, principalmente cantierabili nell’immediato, allo sviluppo di poli e distretti tecnologici nei campi più innovativi ed attrattivi anche per i capitali esteri (energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, efficienza e risparmio energetico, energia, riqualificazione di territori e scuole, turismo, edilizia eco-compatibile, tecnologie industriali avanzate, tecnologie anti inquinamento, telecomunicazioni ed ICT, internet ed e-commerce/business), a tal scopo la possibilità di avere più tempo per rispettare in vincoli europei, che rimarrebbero immutati, (eventualità sostenuta da tempo in questa sede) avanzata velatamente all’Econfin dal Ministro Padoan, è un’ipotesi da far valutare all’EU che continua a rammentarci di proseguire con il risanamento e con la disciplina di bilancio; si deve incrementare l‘apertura a partnership ed investimenti stranieri, anche in settori totalmente o parzialmente pubblici qualora per assenza di risorse lo Stato non sia capace investire e di ingrandire i propri campioni industriali; infine, assecondando quanto già sottolineato più volte nei precedenti pezzi in questo blog, sufficienti risorse devono essere destinate ad innovazione, R&D, utilizzo intelligente in azienda delle nuove tecnologie, perché non è affatto vero che le nuove tecnologie sostituiscono il lavoratore, ma semplicemente creano la necessità di persone con competenze differenti per un loro ottimale utilizzo ed ancor prima per il loro sviluppo e produzione.
Le aziende che hanno saputo mantenere alto i livelli di innovazione e spesa in R&D sono quelle che hanno anche resistito alla crisi e questo è stato un punto che al convegno “Il Capitale Umano” di Bari ha messo d’accordo il Governatore di Bankitalia Visco, i Sindacati e Confindustria.

Oltre alle indispensabili modifiche normative che devono essere apportate al mondo del lavoro è dunque assolutamente necessario intervenire rapidamente a sostegno dell’economia in modo che, già a partire dal breve termine ma con prospettiva più lungimirante, vi sia un contesto di dinamicità ove poter applicare, valutare ed eventualmente revisionare la nuova regolamentazione; in caso contrario l’obiettivo del 10% di disoccupazione fissato dal Premier Renzi per il 2018 sarà difficilmente raggiungibile.

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01/04/2014
Valentino Angeletti
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Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero

Oggi e domani a Bari il Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel promuovono il convegno: “Il capitale sociale: la forza del Paese” incentrato sullo sviluppo dei talenti come driver di innovazione e di sviluppo del sistema Italia.

Secondo il CSC puntare sull’istruzione potrebbe far incrementare il reddito pro capite in media del 15%, inclusi bambini ed anziani, in totale circa 320 miliardi di € all’anno. I Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non si stanno formando costano circa 32 miliardi di € all’anno, senza considerare che più istruzione vorrebbe dire una società più equa, con più opportunità, più flessibile, più aperta e recettiva. In sostanza più capace di cogliere gli elementi positivi della globalizzazione.

Quanto emerge dallo studio di CSC è totalmente condivisibile, ma presuppone, secondo una mia personalissima opinione, alcuni elementi imprescindibili.

Il primo punto, del quale si deve fare carico principalmente il Governo, è che il sistema di istruzione deve essere riformato profondamente in modo che riesca a sfornare laureati e dottori, ma anche tecnici e professionisti, validi ed eccellenti, che sappiano rispondere alle esigenze dell’azienda. Serve dunque un sistema scolastico-universitario di qualità e che agisca in stretto rapporto con le imprese, i distretti industriali, i territori e le multinazionali e ne assecondi le richieste.

Il secondo punto, da affrontarsi in collaborazione tra pubblico e privato, è che il substrato economico-sociale deve essere in grado di assorbire queste risorse e nel farlo deve dare importanza alla meritocrazia. In media ciò al momento non accade neppure per le figure a più alto profilo, le quali tendono ad andare all’estero ove solitamente possono realizzarsi con più facilità. Il dilemma di una famiglia se risparmiare per dare un piccolo capitale al figlio o se investire nella sua istruzione deve trovare risposta nella seconda opzione. Per semplificare, in questo momento capire se sia meglio dare un pesce o insegnare a pescare non ha risposta chiara, perché il pesce si consuma in un solo pasto ed al contempo manca il fiume in cui pescare. Si deve quindi creare, non senza sforzi, un bacino artificiale e riempirlo di salmonidi.

Infine il terzo punto è principalmente in carico alle aziende private. Il meccanismo di formazione interno alle aziende è anch’esso sovente lacunoso. Non vi è trasparenza e formazione adeguata e non si da la possibilità alle risorse meritevoli ed ispirate di intraprendere percorsi di approfondimento che magari singolarmente o col solo supporto della famiglia non hanno potuto affrontare principalmente per ragioni economiche (si fa riferimento a master, MBA, dottorati, ecc).
Le aziende inoltre denotano una sostanziale incapacità nel riuscire a valorizzare al meglio le risorse (di ogni età) che impiega, di comprenderne potenzialità ed inclinazioni, aspettative ed ambizioni, preferendo percorsi, quando esistono, standard e lineari che potrebbero portare le persone ad annichilirsi, sentirsi non realizzate ed a contribuire in maniera infinitesimale rispetto a quanto potrebbero, finanche, nel caso di persone particolarmente determinate, a cercare l’uscita dall’azienda.

Agendo su questi tre fattori a mio avviso si potrebbero ottenere davvero ottimi risultati in termini di riequilibro sociale, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro ad altissimo profilo, inclinazione all’innovazione ed all’ottimizzazione nell’uso delle nuove tecnologie, crescita dei talenti e del sistema paese nel suo insieme, reimpostazione di una logica meritocratica, felicità dei singoli, benessere generalizzato, benefici per le persone, per il paese e per le aziende.
I lacci ed i lacciuli che Ignazio Visco durante un seminario alla Luiss ha accusato di bloccare lo sviluppo del paese con complicità di associazioni datoriali e sindacali, devono essere sciolti anche nel sistema dell’istruzione, dell’università, della formazione, della scuola e della ricerca.
In caso contrario la laurea, il prestigioso master o dottorato rimarranno un vessillo da appendere alla parete della camera da letto…. neppure in quella dell’ufficio che presuppone la chimera dell’impiego.

Il lavoro, le aziende, la società sono costituite in primis da persone, che ne costituiscono gli atomi. Se esse si trovano bene, se sono realizzate, se sono stimolate, anche attraverso il miglioramene ed il cambiamento continuo (e non il balletto tra contratti precari e part time al limite dello sfruttamento), se sono ascoltate e gratificate, fortificano l’insieme di cui fanno parte e contagiano con la loro voglia, curiosità, spinta innovativa e proattività ogni età e livello gerarchico.

28/03/2014
Valentino Angeletti
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Quote Bankitalia e privatizzazione Enav e Poste. A cosa si potrebbe andare in contro?

È ormai avviata e durerà circa due anni la fase di nuove privatizzazioni di cui si è parlato nei mesi scorsi ed ufficializzata dal Ministro Saccomanni al World Economic Forum di Davos. Le intenzioni del governo sarebbero quelle di raccogliere tra i 15 ed i 20 miliardi di € mettendo sul mercato alcuni gioielli dello Stato, nella fattispecie, una quota di controllo di Sace e Grandi Stazioni, poi quote non di maggioranza di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti, il gasdotto Tag, Poste ed un 3% di Eni.

Parallelamente a queste avverrà anche il rafforzamento del capitale di Bankitalia (o Banca d’Italia). Il capitale sociale dell’istituto di via Nazionale passerà dagli attuali 156’000 € ai 7.5 miliardi di €. Le quote Bankitalia sono detenute per il 95% da banche ed assicurazioni (principalmente Intesa 30.3, Unicredit 21.1, Generali 6.3, CdR Bologna 6.2, e poi Unipol Sai, MPS) e per il 5% dallo Stato.
I possessori delle quote beneficiano annualmente della distribuzione degli utili, fino ad un massimo del 10% del capitale sociale (attualmente 15’600 €), più fino ad un massimo del 4% delle riserve statutaria che ammontano complessivamente a 23 miliardi, benché negli anni scorsi la percentuale distribuita sia stata decisamente inferiore, attorno allo 0.5%.
Oltre a ciò verrebbe fissato al 3% la quota massima per ciascun istituto, l’eccedenza dovrà essere venduta entro 36 mesi alla Banca d’Italia stessa, in quanto unico acquirente per statuto possibile, che potrà a sua volta rivenderle ad altri istituti andando ad ampliare il panorama degli azionisti, oppure mantenerle.
Questa operazione porterà una plusvalenza pura per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa tra 900 mln e 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici, fino ad un massimo del 6% del capitale sociale, più cospicui (il pareggio avverrebbe circa dopo 2 anni), ma soprattutto incasseranno denaro fresco (e pubblico) dalla cessione delle quote rivalutate eccedenti il 3%. Tal provvedimento, decisamente migliore della prima versione dove non era previsto il tetto massimo del 3% e dove la rivalutazione costituiva puramente un artificio contabile, sembra comunque un palliativo di brevissimo termine per lo Stato, ed un tocca sana per istituti bancari ed assicurazioni, proprio nell’anno degli stress test e dell’asset quality review.

Tornando alle privatizzazioni, la prima tranche vedrà coinvolte Enav e Poste per le quali si prevede una cessione di quote di minoranza pari rispettivamente al 49% e 40%.
Premettendo che, a patto di uno stretto controllo sui piani industriali, giudico positivamente le privatizzazioni quando un soggetto pubblico, a causa di conti dissestati o priorità strategiche differenti, non è più in grado di investire e potenziare una propria azienda non consentendole dunque di essere competitiva e di affrontare le nuove sfide dei mercati o di erogare un servizio sufficientemente di qualità e capillare e quando i proventi delle privatizzazioni sono utilizzati in modo produttivo e non finiscono nel gigantesco oceano di spesa pubblica, magari andando a sovvenzionare eventi e manifestazioni di dubbio interesse o ancor peggio la pletora di aziende partecipate da enti statali e locali con i loro organici apicali e manageriali lautamente retribuiti a fronte di bilanci disastrati, l’operazione in essere lascia qualche perplessità, nonostante il recente caso della britannica Royal Mail che rappresenta un esempio di grande successo.

Il gettito previsto ammonta a circa 1.8 miliardi per l’ Ente Nazionale Assistenti di Volo ed a 4 miliardi per le Poste. Esso andrà a cercare di scalfire il debito pubblico di oltre 2’100 miliardi di €, evidentemente una goccia nel mare poiché con i 6 miliardi scarsi si arriva malapena a pagare tra 1/15 ed 1/13 degli interessi che l’Italia deve corrispondere annualmente ai propri creditori.

Un altro punto che dovrebbe essere approfondito riguarda, nel caso delle Poste, la volontà di avvicinarsi al modello tedesco ed americano, dove i lavoratori azionisti hanno propri rappresentanti nelle assemblee. Idea di per se buona quella di riservare azioni ai propri dipendenti, ma, a fronte di una percentuale che potrà arrivare ottimisticamente al 10-15%, difficilmente essi, come ogni altro azionista, avranno voce in capitolo contro uno Stato detentore del 60%.

Infine, ma aspetto più importante, riguarda il mutamento della mission di una azienda che da totale controllo pubblico si appresta ad aprirsi, benché parzialmente, al mercato.
In ogni mission di qualsiasi azienda quotata, e non potrà fare diversamente Poste se vorrà attrarre investitori importanti, è presente, più o meno esplicitamente, la frase che il fine ultimo dell’azienda è quello di creare valore per i propri azionisti, mentre per un soggetto pubblico l’obiettivo è quello di garantire un servizio eccellente ai cittadini. Servizio contro profitto dunque, elementi che non necessariamente sono in contrapposizione. Nelle economie sane ed oneste infatti a servizio di qualità ed al giusto prezzo corrisponde spesso il profitto dovuto ad un’ampia e fedele clientela. Le Poste però in Italia, caso non unico, ma raro, agiscono, per quel che riguarda il business della corrispondenza, in regime di monopolio e non hanno concorrenza con il quale competere, non c’è vero libero mercato e si corre il rischio che per perseguire il profitto il privato possa ridurre il servizio, forte del fatto che la clientela è per forza di cose certa. Inoltre vanno presi in considerazione i ragionamenti ed i meccanismi che regolano le aziende private, benché partecipate.
Gli investitori vorranno dei piani industriali che puntino a razionalizzare ed ottimizzare i costi, le spese e gli organici, quindi non è difficile pensare che possa essere messa in discussione la reale utilità e l’efficienza operativa dei 145’000 dipendenti e dei quasi 50’000 uffici postali, situati a volte in zone decisamente periferiche e con pochi clienti a settimana, che avevano rischiato la chiusura già qualche mese fa.
Potrebbero essere proposti piani di esodo anticipato o accompagnamento alla pensione, chiusura di uffici secondari o accorpamento con centri maggiori e relativo spostamento dei dipendenti.
Per quanto riguarda i servizi potrebbe essere considerata una loro esternalizzazione, magari proprio a cominciare dai porta lettere, dai servizi informatici e dalla gestione degli immobili.
Potrebbe poi essere valutato di concentrarsi sul core business, che se per le Poste pubbliche poteva essere la poco redditizia attività di consegna della corrispondenza, per i privati saranno sicuramente le attività BancoPosta, i prodotti finanziari ed assicurativi, come Poste Vita, che offrono buoni profitti, perché va saputo che ormai le Poste guadagnano solo con le loro attività di servizio bancario.Di qui il passo che porta a depotenziare le attività non core dandole in gestione a terzi oppure dismettendole, il passo è estremamente breve.

Esempi ne abbiamo fin troppi, a cominciare da Ferrovia che hanno deciso di puntare sui collegamenti ad alta velocità, disinvestendo sulle tratte secondarie (in usa dai pendolari) e cedendole a regioni, province o trasporti locali; Alitalia con la cassa integrazione e gli esuberi dei suoi dipendenti; ENI, con la cessione ad HP di tutti i suoi servizi ICT e non mi voglio dilungare oltre.

Questi ragionamenti devono essere fatti a priori, non sono meccanismi nuovi, anzi si ripetono costantemente sia in Italia che all’estero. Deve essere deciso preventivamente come agire perché attendendo, come è stato sempre fatto finora, che i problemi si presentino saremo nella costante situazione di correre ai ripari e mettere pezze provvidenziali che avrebbero potuto essere evitata gestendo diversamente una situazione prevedibile.

Considerando poi che le Poste, dopo il riassetto di Passera, sono una realtà pubblica funzionante, fatti salvi i disguidi che possono presentarsi ovunque, c’è da fare un ulteriore ragionamento a monte: conviene davvero cedere, probabilmente a prezzi inferiori al reale valore di mercato, il 40% di Poste per ricavarne 4 miliardi, quando volendo avere un impatto importante sul debito servirebbe mobilitare, tra privatizzazioni di aziende, vendita e gestione del patrimonio immobiliare, una somma orientativamente di 100 miliardi di € (a cifre simili ammontarono le prime privatizzazioni)?
Ed ancora, si è in grado di garantire che i già esigui proventi della vendita degli assets pubblici non vengano fagocitati per alimentare la spesa corrente? In altri termini, si ha un’idea più precisa della semplice frase “andranno a ridurre il debito”?
Si è in grado di garantire che dei 145’000 dipendenti delle Poste, il più grande datore di lavoro nostrano, nessuno vada a gravare sugli ammortizzatori sociali e sul sistema di welfare pubblico?
Almeno a queste domande si deve essere in grado di rispondere prima di lanciarsi in operazioni simili.

24/01/2014
Valentino Angeletti
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Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni

Con la vittoria alle primarie PD di Matteo Renzi e con la sua fermezza nell’interfacciarsi con il governo sì è tornati con decisione e giustamente a parlare di lavoro, pilastro cardine della ripresa ultimamente sacrificato sull’altare dell’IMU, della Mini IMU, della Tasi, della IUC, delle unioni di fatto e dei diritti delle coppie omosessuali, della legge elettorale di certo fondamentale, ma che non può e non deve oscurare altre necessità, come appunto il lavoro, da affrontarsi con estrema rapidità.

Il segretario PD ha da pochi giorni lanciato il proprio piano sull’occupazione, il JOBS Act (Jumpstart Our Business Startup Act) che ha causato discussioni interne al governo ed interesse da parte dell’Europa intenzionata ad approfondirlo e studiarlo dettagliatamente.
Il rilancio del lavoro in Italia ed in Europa è una priorità palesata pubblicamente, ma purtroppo è difficile pensare che nella situazione italiana la modifica dei rapporti sindacali e delle rappresentanze, la modifica delle agenzie di collocamento, la rivisitazione dell’articolo 18, la riduzione dei contratti di lavoro, finanche la riduzione del costo del lavoro e l’introduzione di sgravi per le aziende, possano da soli creare immediatamente offerta di lavoro.
La sburocratizzazione, pur necessaria, può attrarre aziende estere e nostrane ad assumere nuova forza lavoro solo se esiste un “business case” solido, vale a dire una prospettiva di profitto.
Al momento i dati Istat ricordano che anche nell’ultimo mese, nonostante le festività, i consumi sono calati dell’ 1.5% raggiungendo i livelli più bassi da quando ci sono le serie storiche, così come il potere di acquisto dell’ex classe media è arretrato di una decina di anni. Il circolo virtuoso da innescare è quello di dare potere d’acquisto, creare domanda e quindi posti di lavoro poiché le aziende, incrementando ordinativi e richieste, inizieranno ad avere una graduale prospettiva di profitto. Chiaro è che il ruolo dell’export per il nostro paese sarà sempre più dominante e dovremo essere in grado di puntare su quei settori strategici in cui siamo competenti e possiamo offrire prodotti e servizi davvero unici (Link lavoro e modello economico, Link futuro e cambiamento, Link cambiamento CEO Microsoft).
Una volta innescato questo meccanismo, che non può prescindere da una riduzione della tassazione e del cuneo fiscale, non solo per incentivare nuova assunzioni, ma per consentire immediatamente più spesa che inevitabilmente si concentrerà da subito sui beni di prima necessità, anch’essi in drastico calo, allora la sburocratizzazione consentirà davvero di facilitare l’impiego.
Il problema sussiste nel fatto che questo meccanismo non è immediato, necessita di tempo tecnico (tanto in un paese pachidermico come l’Italia) per la messa in atto delle modifiche legislative e normative, ma soprattutto è conseguenza di una crescita di PIL non banale, stimata attorno all’ 1.5%, per tali ragioni il 2014 vedrà ancora un acuirsi della disoccupazione ed anche sul 2015 non vi sono certezze.

Per tentare di arginare immediatamente il problema occupazionale si deve cercare dunque di creare posti di lavoro in un ambiente, quello attuale, stagnante, senza domanda e dove le aziende difficilmente sono disposte ad investire o ad assumere in modo incisivo e sistematico. Ciò richiede investimenti pubblici (o anche privati) in settori di utilità, che in ogni caso avrebbero dovuto essere oggetto di interventi, come la riduzione del rischio idrogeologico, la riqualificazione e l’efficienza energetica degli edifici e delle aziende, la messa in sicurezza di scuole ed edifici pubblici, la conclusione di opere ferme o bloccate da tempo, il miglioramento dei trasporti e delle vie di comunicazione, molti interventi infrastrutturali ecc. Una sorta di “new deal” ripreso da Obama in USA (Link USA 1, Link USA 2) e da Abe in Giappone senza curarsi, in questa fase economica particolare, dello sforamento del deficit. Le coperture per gli investimenti potrebbero provenire da tagli alla spesa, riallocamenti da altre attività meno prioritarie, razionalizzazione delle risorse, ma anche dalla trattativa con Bruxelles per far entrare in vigore la Golden Rule, condizionata ad un rigido controllo di spesa e di risultato, per le attività a reale supporto dell’economia.

Riassumendo, si può concludere che oltre alla sburocratizzazione ed alle agevolazioni in tema di assunzioni, più opportune in una seconda fase, serve necessariamente:

  • creare un buon numero di posti di lavoro nel breve termine con interventi infrastrutturali; il che contribuirà parzialmente a supportare i consumi, inizialmente di prima necessità, in depressione continua.
  • Lavorare sull’aumento del potere d’acquisto innescando, nel medio periodo, la spirale virtuosa: maggior disponibilità economica – incremento consumi – aumento della produzione e quindi probabile necessità di ulteriori posti di lavoro.

Al contempo sarebbe bene che le aziende in utile, anche decrescente rispetto al passato, non decidano di ricorrere a cassa integrazione o contratti di solidarietà, ma stringano stoicamente i denti, lampante è che per accondiscendere a ciò la serietà dello stato ed i propri piani devono essere chiari e determinati.

Una società forte non può essere trainata solo da pochi ricchissimi che inevitabilmente non riescono ad attivare tutti i meccanismi di creazione di valore e benessere, ma necessita di una forte classe media con sufficiente disponibilità economica mossa dall’ambizione, dalla prospettiva e dalla speranza, alimentate da una disuguaglianza non castale o settaria, di poter accedere a livelli sociali superiori, raggiungendo dinamicamente un miglior standard di vita, che è ciò che hanno da sempre perseguito e cercato di assicurare alle generazioni future i nostri padri ed i nostri nonni. La disuguaglianza presente in italia (Link Indice GINI), seconda solo agli USA ed UK, è quanto di più negativo possa esserci perché sta eliminando la classe media sia sotto il profilo prettamente economico che per quel che riguarda la speranza, la prospettiva e l’ambizione; una volta perso ciò si è perso tutto.

09/01/2014
Valentino Angeletti
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2013-2023: decennio, forse l’ultimo, a stelle e strisce?

In questo momento di congiunture macroeconomiche complesse e di grande difficoltà per il vecchio continente, stando ai dati pare che ad arrancare senza aver agganciato la ripresa in maniera incisiva siano solamente alcune realtà europee, cominciando dall’Italia, la cui situazione è ben nota.

Considerando invece gli USA, che rimarranno la prima economia mondiale almeno fino al 2028 anno in cui le previsioni indicano il sorpasso cinese ai danni degli Stati Uniti immediatamente seguiti dall’India, si notano evidenze di una tendente ripresa e crescita economica le quali, nonostante oggettive difficoltà persistenti, faranno sì che anche il prossimo decennio potrà essere made in USA.

Gli Stati Uniti, partendo dalla crisi dei mutui subprime, hanno dovuto realizzare immediatamente la gravità della situazione, si sono potuti muovere, benché già in ritardo, ben prima del vecchio continente ed hanno potuto usufruire di quell’esperienza della “seconda volta” che le ha consentito di reagire e mettere in atto in modo relativamente tempestivo politiche e piani atti a fronteggiare questo secondo acuirsi della crisi ben più penetrante ed estesa di quella del 2007/2008 e che coinvolge non solo la finanza, ma tutta la società in modo ben più pervasivo e trasversale.

I fattori che hanno dato agli Stati Uniti questa possibilità sono da ricondurre in parte a situazioni parzialmente fortuite (rivoluzione energetica) ed in parte a politiche, monetarie e di investimenti, che finora stanno dando ragione alla nazione di Obama.

Partendo dalla politica monetaria della FED di Ben Bernanke, essa è stata fin da subito molto accomodate e non ha assolutamente lesinato nell’iniettare enormi quantità di denaro principalmente facendo leva sulla possibilità di coniare e stampare e su acquisti massicci di titoli di stato pari a circa 85 miliardi di dollari al mese. Questi titanici acquisti stanno gradualmente cessando, si può dire che il tapering sia iniziato e proseguirà anche quando, a partire dal prossimo anno, ai vertici della FED si insedierà Jenet Yellen. Considerando la ritrosia nell’avviare il tapering, giustificata dai possibili impatti che questo provvedimento avrebbe potuto avere sui mercati, è plausibile che i segnali di ripresa USA siano più concreti di quelli che vengono resi pubblici o che il tepring sia già stato scontato. Parallelamente ai provvedimenti monetari, che hanno avuto il merito, cosa non accaduta in Europa e per la quale probabilmente abbiamo e stiamo tuttora pagando, di alimentare non il sistema finanziario e delle banche, ma direttamente l’economia reale, forse frutto della precedente esperienza del 2007/08, sono stati avviati importanti piani di sviluppo ed investimento in grandi opere, infrastrutture pubbliche, ricerca, telecomunicazioni e viabilità in grado di creare lavoro ed al contempo garantire profitto al paese nel lungo termine. Questa “fase 2” è partita non curandosi troppo del deficit e dei parametri che invece in Europa sono considerati il sancta sanctorum, il dogma ultimo e che tengono in scacco, condannandole definitivamente qualora non venissero rivisti, economie importanti e trainanti come l’Italia. Gli USA hanno un debito di oltre 17’000 miliardi di dollari (detenuto per circa il 1’100 miliardi dalla Cina), superiore al 100% del PIL, tetto che democratici e repubblicani, dopo trattative e negoziati estenuanti ma testimoni di come quando siano le sorti dell’intero paese ed essere messe in gioco in ultima istanza gli accordi volgano a conclusione (non come in Italia), hanno deciso di innalzare onde evitare il fiscal cliff. Il rapporto deficit/PIL è di circa il 4%, oltre lo storico 3% europeo ed il PIL USA è cresciuto, battendo tutte le previsioni, del 4.1% nel Q3 2013, gli indici borsistici, sostanzialmente ai massimi storici, nell’ultimo anno sono cresciuti di circa il 38% il Nasdaq, del 26% il Dow Jones, del 29% lo S&P500 (contro un circa +16% del FTSE-MIB). Che questa politica, adottata anche dal Giappone di Abe (indice Nikkei +55% circa dal 1 gennaio 2013), avrà solo ripercussioni positive ed eviterà il ripetersi ciclico delle crisi e delle bolle, che hanno fin qui caratterizzato lo sviluppo economico mondiale, è presto per capirlo, di certo tale approccio ha sbloccato l’economia ed ha dato una scossa decisiva in un momento cruciale.

Un secondo settore in cui gli USA stanno vivendo una violenta rivoluzione è quello dell’energia, indispensabile per una economia florida e produttiva, e fattore determinante delle scelte di business development delle multinazionali (lo sappiamo bene in Italia). La possibilità di estrarre shale-gas, presente in abbondanza, in modo relativamente economico grazie alle infrastrutture estrattive già presenti ed ai giacimenti petroliferi esausti, ha consentito agli Stati Uniti di raggiungere l’autonomia energetica garantendo alle imprese locali un costo della bolletta decisamente più basso (circa 1/3) che in Europa. Al contempo l’estrazione di petrolio ed i grandi investimenti in tecnologie verdi, energie rinnovabili, tecniche di abbattimento degli inquinati (come la CCS), efficienza energetica e delle reti di trasmissione/distribuzione elettrica, che a dispetto della completa liberalizzazione e del regime concorrenziale presente, sono ancora molto deficitarie rispetto agli standard italiani, sono proseguite consentendo agli USA di diventare un paese esportatore di petrolio, meno dipendente dal carbone rispetto al passato ed emettere meno gas serra. Tutte queste circostanza da un lato danno la possibilità di perseguire in modo più concreto politiche di riduzione delle emissioni e lotta ai cambiamenti climatici (vero cavallo di battagli delle propagande di Obama, più difficoltoso da attuarsi nei fatti), dall’altro consentono di allentare, al limite rescindere, quel legame, fino a poco tempo fa inesorabile, con le economie arabe e del Medio Oriente, caratterizzate da situazioni geo-politiche complesse, ad alto rischio e che hanno assorbito negli anni grosse risorse economiche, militari e del comparto difesa statunitensi. A ciò potrebbe seguire, benché non nell’immediato, un minor dispiego militare ed un conseguente risparmio in dollari.

Ulteriori fattori non di secondo piano si possono ricercare negli accordi commerciali con l’Europa, che diventano sempre più stretti, e, dal punto di vista statunitense, favoriti da un Dollaro molto debole nei confronti dell’Euro, rispetto al quale è deprezzato del 30% circa, che agevola le loro esportazioni. Il rafforzamento di tale legame può essere anche letto come un tentativo di allontanare l’Europa dall’orbita russa, sempre più vicina, e che potrebbe raggiungere la completa indipendenza in ogni settore confidando nella collaborazione con un partner leale ed affidabile come l’Europa.
La flessibilità introdotta nel mondo del lavoro e l’abbassamento del costo della manodopera potrebbero essere viste come una sorta di precarizzazione e peggioramento, ed in parte è vero, ma, se mantenuta solamente per consentire l’uscita definitiva dalla crisi, potrebbe esser stata determinante per combattere la disoccupazione, attualmente al 6% ma che ha come obiettivo prossimo il 5%, e dare un minimo sostentamento e potere d’acquisto ad una fascia sociale altrimenti totalmente a carico della collettività.
Infine le politiche sull’immigrazione hanno consentito di attirare manovalanza poco qualificata ed a basso costo, ma anche e soprattutto i talenti e l’elite studentesca, inclusa la futura classe dirigente cinese che si forma nelle più prestigiose università americane per poi tornare in patria, testimoniando un processo organizzato e funzionale di creazione di manager e di successione alla leadership ignoto in Italia, avendo padronanza delle due lingue mondiali (cinese ed inglese) e soprattutto con una nuova prospettiva del mondo, che grazie al connubio degli approcci orientali d occidentali, intesi dalla cultura, scienza e tecnologia, alla gestione ed amministrazione aziendale, risulta davvero arricchita e pronta alla globalizzazione.
Questa elite, benché in parte destinata a tornare in patria, contribuisce in ogni caso a fare innovazione e ricerca di altissimo livello nei migliori istituti dal MIT a Stanford, Yale ed Harvard o aziende (IBM, Google, realtà della Silicon Valley) potendo confidare su un sistema meritocratico relativamente premiante, dove il tentativo è valorizzato anche in caso di un primo fallimento, e su ingenti investimenti pubblici e privati come i venture capital in sostegno alle start up. Importanti risorse sono anche destinate all’High Tech ed alla copertura totale del suolo americano con internet super veloce, Google ha iniziato il cablaggio in fibra di diverse aree, consentendo velocità di 100 volte superiori rispetto alle migliori velocità medie odierne.

Se a quanto detto si associa un regime fiscale favorevole è facile capire perché molte aziende, che delocalizzarono, stiano rientrando negli USA dando vita ad un processo inverso rispetto a quello di desertificazione industriale che sta colpendo il nostro paese, in particolar modo il sud.

Permangono tuttavia situazioni alle quali gli USA dovranno porre rimedio e che sono costate figure magre all’amministrazione Obama. La riforma sanitaria “Obama Care”, minata ulteriormente nell’immagine dalle complicanze occorse nel sito internet, è motivo di scontro sia tra repubblicani e democratici sia con le grandi compagnie assicurative e le associazioni delle multinazionali farmaceutiche; la vicenda dell’ NSA, del datagate ed in generale della sicurezza, molto sentito dai cittadini disposti a cedere parte della loro privacy per standard migliori, alla quale gli USA destineranno miliardi e miliardi di dollari, negli anni venturi incanalati in buona parte verso quello che è il controllo ed il monitoraggio di internet e della rete (cybersecurity, cyberwarfare, cyber-espionage) ed alle nuovissime tecnologie applicate in ambito militare; altro punto scottante è il rapporto con la Russia che sta vedendo l’acuirsi di tensioni forti sia a livello mediatico e propagandistico (ad esempio la rappresentante USA alle Olimpiadi invernali di Sochi sarà la ex Tennista, ma anche icona dei movimenti Gay, Billie Jean King; contemporaneamente però Putin da segni di clemenza concedendo alcune grazie e mostrando segni di apertura all’omosessualità ed all’opposizione politica) sia in termini di spiegamenti di forze belliche; l’ultimo elemento, già menzionato, sono gli accordi per evitare a febbraio il fiscal cliff che, nonostante sia impensabile non vengano raggiunti, possono creare squilibri e comportare incertezze e ripercussioni economiche.

Se gli USA sapranno affrontare intelligentemente queste “minacce” ci sono buoni presupposti affinché il prossimo decennio sia caratterizzato, assieme alla continua ascesa di potenze come Cina ed India, da un importante dominio economico a stelle e strisce.

29/12/2013
Valentino Angeletti
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