Referendum abrogativo e confermativo: le vittorie in tasca di Renzi

Nella giornata di ieri, la notizia che più ha allietato il pomeriggio del Premier, è senza dubbio stato l’ok parlamentare alla riforma costituzionale. L’approvazione è stata a larga maggioranza, non tanto per una condivisione comune e traversale all’interno dell’Emiciclo, quanto perché ad esprimere il loro voto sono state soltanto la maggioranza ed il partito di Verdini, dichiaratamente “filo-renziano”, Ala. Tutte le opposizioni, dopo aver espresso la loro dichiarazione di voto, hanno abbandonato l’aula. C’è chi ha letto in questo comportamento, quasi aventiniano, tenuto anche dal M5S, un segno di rispetto ed ultimo saluto ad una delle anime del movimento, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso.

Giunti a questo punto, dopo aver metabolizzando i proclami di giubilo per aver “abolito il Senato” e snellito le pastosità per l’approvazione di leggi e decreti, l’attesa è per il referendum confermativo dei ottobre, ove il popolo sovrano (più per storicità che per dato di fatto) è tenuto ad esprimere un proprio parere sulla nuova costituzione, decidendo, con il mezzo democratico del voto, se confermare o meno quanto proposto dal Governo per la nuova carta costituzionale.

Considerando le divergenze tra coloro che, nelle file del Parlamento, si schierano a favore o meno della riforma, esistono due scuole di pensiero: la prima, degli entusiasti, che affermano che in tal modo sarà molto più semplice e meno dispendioso tutto il processo legislativo, con l’ulteriore risparmio economico dato dall’aver diminuito il numero di Senatori che ora svolgono gratuitamente la loro mansione (essendo esponenti regionali); la seconda, quella dei detrattori, la quale sostiene che aver ridotto il Senato ad un centro di competenza per un limitato numero di argomenti, farà esplodere i ricorsi e di conseguenza i ritardi, avendo creato 12 differenti modi di possibilità di blocco, a ciò si aggiunge la diatriba sulla “fittizia” elettività dei della seconda camera.

I tecnicismi però, incomprensibili alla maggior parte degli elettori medi come avviene per la stragrande maggioranza dei referendum, non saranno gli elementi decisivi per l’esito della tornata. Ad essere l’ago della bilancia saranno principalmente due fattori: l’astensionismo imperante nel nostro paese; e l’accezione di voto pro o contro il Premier Renzi, il quale, ha affermato, che sarebbe disposto ad abbandonare qualora vincessero i “NO” alla modifica costituzionale.

In realtà, contrariamente a quanto accade per i referendum abrogativi, dove è necessario il quorum per validare la tornata, nel caso di un referendum costituzionale il quorum non è necessario, quindi si andrà incontro alla situazione in cui saranno solo gli elettori effettivi a dare il via libera o meno alla modifica della Carta che regolerà ed influenzerà la vita di ogni cittadino. Motivo in più per esercitare il proprio diritto-dovere di voto. L’italia però, come si sa, è un paese di astensionisti, soprattutto in questa fase di disaffezione politica.

Tale connotazione, unita alla natura differenziata delle due tipologie di referendum, fa si che nel caso di referendum abrogativo (con necessità di quorum dunque) ad essere avvantaggiato è il “NO” che equivale al mantenimento dello status quo, come accadrà per il referendum del 17 aprile, dove, ne sono certo, non verrà raggiunto il 50%+1 degli aventi diritto, consegnando facili argomentazioni vittoriose al Premier, quand’anche l’astensione è legata e alla difficoltà della materia e soprattutto alla disaffezione che il popolo ha nei confronti della politica, quindi proprio il contrario che il perseguimento delle indicazioni di voto (o meglio di non voto) governative.

Nel caso invece di referendum costituzionale, senza necessità di quorum, ad essere avvantaggiati, soprattutto in questa fase politica con l’elettorato sempre più lontano dalla partecipazione attiva della gestione della “res publica”, sono i “SI'” , vale a dire i voti di coloro che sono motivati e conoscitori delle modifiche in essere. Il fatto grave è che con pochi voti si agisce su questioni che regolano la vita di tutti i cittadini e di un sistema paese intero. Nella fattispecie del referendum confermativo di ottobre, con tutta probabilità, Renzi vedrà confermate le modifiche, ed avrà altri elementi per dichiararsi nuovamente vincitore. L’unico elemento imprevisto che può occorrere è il voto proprio contro il Premier, con l’obiettivo di far cadere il Governo ed andare a nuove elezioni, piano, quest’ultimo, sul quale è stato posto il referendum autunnale dalle forze di opposizione.

La strada è lunga, ed al momento non sembra che le opposizioni, M5S, Lega ed FI in primis, abbiano la forza per indirizzare l’esito del referendum, ma il tempo è tanto e se riuscissero ad organizzarsi convogliando tutto il malessere del paese, potrebbe anche verificarsi quell’esito profetizzato dal “fu Casaleggio”, di elezioni un anno in anticipo, nel 2017.

13/04/2016
Valentino Angeletti
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Bertolaso VS Giachetti: surreale (per ora) confronto alla “Messi VS Maradona”

Messe alle spalle le primarie romane del PD, non senza polemiche e strascichi che avranno bisogno di tempo per estinguersi completamente, con le quali Roberto Giachetti è stato eletto a candidato democratico, sostenuto da Renzi, per la corsa al Campidoglio, è stata, sabato e domenica scorsi, la volta delle “gazzebarie”, nome con il quale il centrodestra ha identificato le proprie primarie, conformate più come un referendum su Bertolaso, candidato sostenuto da FI e Berlusconi, che si è personalmente speso a sostegno del “City Manager”.

Facendo un  rapido calcolo ed ingaggiando un duello virtuale molto interessante, benché, parlando a livello scientifico, poco significativo (una sorta di Maradona VS Messi), possiamo dire che le primarie del PD hanno portato al voto circa 42’000 persone, su un target sperato di 70-100 mila elettori (non un trionfo dunque), mentre, a fronte di una prospettiva di 10 mila votanti, le gazzebarie, secondo dati ufficiali, un range tra le 45 e le 48 mila persone (facendo, stavolta a ragione, gridare al successo gli organizzatori). Supponiamo che in ambedue i casi, ragionando per difetto, i votanti siano stati circa 40 mila: nel CDX il 90% ha sostenuto Bertolaso, mentre, per il CSX, è stato il 60% a sostenere Giachetti il restante 40% principalmente ha messo la crocetta sul nome di Morassut. Parlando quindi in termini assoluti la situazione vede circa 36 mila voti in favore di Bertolaso e 24 – 25 mila in sostegno di Giachetti.

Da notare che i partecipanti alle primarie del CDX sosterranno tutti Bertolaso, mentre dei 40 mila votanti alle primarie del PD non tutti coloro che non hanno votato Giachetti ripiegheranno sul candidato renziano, poiché, viste le forze disgregatrici interne al PD e l’avversione che molti elettori hanno nei confronti delle larghe intese renziane, del patto del nazareno e del supporto verdiniano, potrebbero decidere di astenersi o di schierarsi per il M5S.

Ciò detto, parrebbe che Bertolaso parta già in pole position, ma lo strappo di Salvini e la possibile discesa in campo della Meloni spariglierebbero senza dubbio le carte, compromettendo definitivamente l’eventuale vittoria di Bertolaso.

Considerando lo scenario a valle di questa breve analisi ed alla luce del seguito che il M5S si prevede che abbia nel capoluogo, non abbiamo difficoltà nell’affermare che le elezioni amministrative capitoline saranno oltremodo succulente, non avare di sorprese e significati decisamente estendibili su scala nazionale.

14/03/2016
Valentino Angeletti
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D’Alema e l’ormai incolmabile divergenza del PD

Sono giunte come un colpo di sciabola e come tale hanno un peso notevole, non tanto per il messaggio che trasmettono, il quale non è nuovo dall’essere proferito, quanto per lo spessore di colui che le ha emesse. Il riferimento è, ancora una volta, alle forze disgregatrici che ormai risiedono, come inquilini stabili, all’interno del PD e che in questa circostanza sono state esplicitate niente poco di meno che da Massimo D’Alema, di ritorno da un viaggio in medio oriente.

In estrema sintesi D’Alema ha affermato perentoriamente che Renzi, la sua entourage ed il modello che ha adottato per la gestione del PD, lo sta “distruggendo”  e rendendo estraneo rispetto a quelli che erano gli ideali dei fondatori; ormai il partito della nazione, almeno dal Nazareno in poi, è cosa fatta ed assodata, grazie, indubbiamente, al supporto di Verdini. Secondo D’Alema, questo agire non può essere accettato dalla vecchia guardia del PD, dicendo ciò cita esplicitamente il professor Romano Prodi. Nell’idea di D’Alema esiste un notevole spazio a sinistra del PD, rappresentato dal vecchio elettorato storico, che è il momento di colmare, ed al “Leader Massimo” fa eco, a distanza di poche ore, l’ex segretario generale CGICL, Cofferati, dichiarando che è il momento di creare un partito vero e proprio che ritrovi le origini e persegua i primordiali ideali del Partito Democratico. Prende invece le distanze dalla copia di “dissidenti” Pierluigi Bersani, che smentisce ogni ipotesi di divicreato benché sostenga che Renzi ha perso la misura e che deve nutrire rispetto per quelli che il PD lo hanno creato.

Ovviamente la risposta di Renzi non ha tardato ad arrivare, ed è stata, come da par suo, tosta, respingendo al mittente le accuse di aver distrutto il PD. Il declino del partito, per il Premier, sarebbe iniziato quando la vecchia dirigenza avrebbe consegnato l’Italia nelle mani di Berlusconi.

Quanto detto da D’Alema non è nuovo, ci avevano provato Speranza, D’Attorre, Cofferati, Fassina, Civati, ma, complice anche la loro totale divisione e divergenza di vedute sul se e come creare una nuova entità politica di sinistra una volta fuori dal partito, l’esperienza, che pure continua, pare non esser altro che l’ennesimo fallimento. Adesso però a parlare è una delle voci più autorevoli del centro sinistra, una figura che, con le sue passate politiche all’insegna del liberismo, le sue azioni in politica estera, la sua apertura al dialogo con altre fazioni, non può certo dirsi estremista, anzi tutt’altro: ciò senza dubbio è un elemento da valutarsi con attenzione e non privo di significati, tra i quali, il più lampante, è che la “misura” tra vecchia e nuova dirigenza, è ormai colma e la faglia non più saldabile, con buona pace dei Bersani e Cuperlo di turno.

Probabilmente lo spazio a sinistra del PD teoricamente esiste, lo dimostrano le interviste nelle periferie romane durante le primarie, tutti, dei pochi votanti, a sostegno di Morassut, ma allo stato attuale questo spazio è difficilmente colmabile da una nuova formazione sinistrorsa, che tra l’altro si affiancherebbe a SEL. Questa frangia di delusi dai democratici si è ormai schierata tra le file degli astensionisti oppure dei sostenitori del M5S, talvolta per condivisione dei programmi, propositi di etica e morale (spesso con le vicende dei candidati con pendenze legali  disdetti dal recente PD), talvolta identificando il movimento come minore dei mali e colui che mai è stato messo realmente alla prova e per tanto vergine dal peccato originale. D’Alema, con le mosse che ora dovranno necessariamente seguire le sue forti dichiarazioni, deve stare attento, perché potrebbe rischiare di indebolire il PD di Renzi quel tanto che basta per consegnare, ad esempio Roma, nelle mani di un centro destra estremamente disorganizzato e con Berlusconi che ha voltato le spalle a Salvini e Meloni, o, cosa più probabile, al M5S, nonostante le ragioni di Massimo D’Alema siano più che comprensibili.

Vedremo a breve cosa accadrà e dovremo stare attenti a come verrà affrontato il referendum sulle riforme costituzionali, che potrebbe essere realmente, ancora più che le elezioni romane, un viatico cruciale per l’esecutivo, nel quale viene testata la fiducia che a livello nazionale è riposta nel Governo e soprattutto nel suo operato.

Quello che al momento è certo, è che il centro sinistra, per come storicamente lo conosciamo, non esiste più, da tempo, e finalmente lo hanno realizzato anche i vecchi dirigenti.  Sarà interessante seguire come verrà gestito e che conseguenze avrà questo sempre più evidente bivio. Il pronostico più facile è che se una scissione si verificherà, allora Renzi, per poter avere numeri adeguati, non potrà far altro che avvicinarsi sempre più a Verdini ed al suo elettorato democristiano e di centro destra andando, grazie alla sinistra fuoriuscita, a realizzare sempre più compiutamente quel partito della nazione così poco sopportato da D’Alema.

12/03/2016
Valentino Angeletti
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Primarie PD: una sconfitta mascherata da vittoria?

Il primo importante passo del PD verso le elezioni amministrative di primavera si è concluso ed ovviamente è rappresentato dalle primarie che si sono tenute nel weekend scorso in alcuni importanti comuni. Contemporaneamente si apre il lungo cammino della compagna elettorale che ci accompagnerà fino all’election day.

Sfogliando i risultati si direbbe che la vittoria della frangia governativa del PD, in altri termini dell’ “apparato” renziano, sia lampante: a Roma Giachetti ha vinto su Morassut con circa il 60% di preferenze, a Napoli si è imposta la giovane Valente battendo la vecchia guardia rappresentata da Bassolino, a Trieste l’uscente PD, il filogovernativo Cosolini, ha confermato la sua candidatura anche per la prossima tornata del capoluogo friulano. Ed infatti sono questi i dati che fanno cantare vittoria ad Orfini benché tale affermazione sia in palese contraddizione con quelli che erano gli obiettivi dichiarati prima delle primarie, ossia puntare ad una grande partecipazione e poi, qualunque fosse il vincitore, fare gruppo per sostenerlo unitamente.

Considerando Roma, che sarà la vera prova del nove per Renzi, sia per Morassut che per Giachetti, sia per Orfini che per il Premier stesso, la soglia minima da raggiungere per non considerare queste primarie un fallimento (testuali parole) era 70’000 votanti, con l’auspicio di superare i 100’000 che parteciparono all’elezione di Marino; la scorsa domenica invece, il conteggio si è fermato a poco meno di 50’000. I 25 – 30 mila voti incassati da Giachetti sono praticamente un quarto di quelli (80’000) ottenuti da (il fu) Marino.

A rincarare la dose c’è stato anche testa a testa a Napoli, dove l’affluenza non ha rappresentato un problema, ma che non sottolinea una dominanza renziana in terra partenopea, alla luce anche del seguito grillino, e soprattutto, come ogni primaria degna di tale nome, all’ombra di brogli che qualche ora fa si è abbattuta sulle primarie sotto il Vesuvio: alcuni filmati (resi pubblici da fanpage.it) proverebbero che persone sono state indirizzate al voto alla Valente, fornendo loro anche l’Euro di contributo al partito.

Tornando alla capitale, la bassissima affluenza denota in primis una disaffezione per la politica, e già ne avevamo contezza, ma anche per il PD. Le periferie, quelle che una volta rappresentavano la base dei democratici e la sede dei principali circoli, non hanno votato, o se lo hanno fatto si sono apertamente (non mancano interviste in merito) schierate per Morassut, l’unico, a detta loro, rappresentante della vera sinistra, non quella “invisa” con patto del Nazareno, con Verdini, col partito della Nazione. La borghesia bene, già di stampo democratico, ma anche quella più centrista e democristiana non disprezzante le posizioni filo centriste e destrorse più volte assunte ufficialmente dal Premier, ha probabilmente sostenuto il candidato indicato da Renzi, il radicale Giachetti.

Dai sondaggi è possibile estrapolare la conclusione che molti degli storici elettori del PD andranno a rimpinguare le file degli astensionisti o dei delusi che si rivolgeranno, come ultima ratio, al M5S. Di questo fatto, al momento verificabile per la città capitolina, ma facilmente ampliabile su scala nazionale, il PD, e Renzi primo tra tutti, dovrà tenere conto in vista di un sempre più probabile ballottaggio col movimento ispirato da ispirato da Grillo, ma anche con lo sfasciato CDX, che se si unisse in una coalizione, ipotesi decisamente rara, sarebbe il primo partito di Roma e, con tutta probabilità, d’Italia.

Ad alzare ulteriormente il livello di complessità della vittoria all’eventuale ballottaggio tra PD e M5S, contribuisce anche la situazione economica che vede una Europa nuovamente, anche se con piglio più amichevole e meno nordico, alle nostre calcagna, ricordandoci come la flessibilità che richiediamo sia già stata usata e che i parametri di deficit e debito non sono migliorati come invece avrebbero dovuto, benché vengano riconosciuti alcuni passi avanti sul fronte di riforme e lavoro. Questo fatto, unito alle irrisolta crisi migratoria, si rispecchia nel nostro paese con un pericoloso incrementare del degrado di alcune periferie cittadine e con la situazione economica di molte famiglie che non riescono a fronteggiare le spese giornaliere, incluse quelle sanitarie, spingendo così molte persona a trascurare la propria salute.
Oltre che a lavorare su riforme economiche che possano portare benefici immediati all’ex ceto medio che ha perso la vocazione democratica, il Governo Renzi deve necessariamente lavorare ad una chiara idea di partito e puntare o al ritorno alle origini cercando di recuperare consensi a sinistra, oppure, con l’obiettivo di ampliare il bacino elettorale di centro e di centro destra (i cui elettori sono sempre più spaesati) guardando al partito della nazione, come conseguenza del patto della nazione e degli accordi con ALA di Verdini. Analogamente anche la frangia del PD più orientata a sinistra dovrà decidere “cosa fare da grande”.

L’attuale situazione del Partito Democratico di “né carne né pesce” è molto probabilmente di grande vantaggio per il M5S e, cosa assai peggiore, d’incentivo all’astensione.

08/03/2016
Valentino Angeletti
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Accordo UE – UK: la disgregazione europea si avvicina?

Oltre 24 ore è durato l’ultimo consiglio europeo. Doveva concludersi durante il “Breakfast”, poi è stato necessario il “Brunch”, poi il “Lunch”, la “Dinner” e solo a digestione ormai avvenuta è stato raggiunto l’accordo. Le facce degli uscenti, a notte fonda, erano stralunate, inclusa quella del Premier Renzi, desideroso di tornare a casa, entro i confini e le mura domestiche, perché del resto è nella propria dimora e con i propri intimi che ci si sente più a proprio agio. Medesimo pensiero riteniamo che abbia mosso le richieste di Cameron ai membri del consiglio.

I temi in programma a Bruxelles erano sostanzialmente due e riguardavano il Regno Unito e l’Austria. L’impasse ha riguardato il paese guidato da David Cameron, ed il tema dei migranti, messo sul piatto dall’Austria, è stato affrontato solo marginalmente e rimandato ad un vertice speciale che avrà luogo di qui ad un mese circa.

L’obiettivo degli stati membri dell’UE era quello di convincere il Premier Britannico a schierarsi a favore della permanenza nell’UE del paese da lui guidato, in vista del referendum che dovrà tenersi e che poi, lo stesso Cameron, ha fissato il 23 giugno,  proprio per accelerare i tempi di questa importante decisione nelle mani del popolo di sua Maestà.

Ovviamente si è trattato di un negoziato estenuante, ove le richieste di Cameron sono state nette e chiare: più restrizioni al libero flusso dei migranti ed all’accesso al welfare; concessioni nel settore bancario e finanziario che esulino dal contesto della regolamentazione vigente per gli altri stati UE; non appartenenza al maxi stato europeo che si vorrebbe creare.

Tra quelli citati, il nodo affrontato più approfonditamente e sul quale vi sono state aspre divergenze, è risultato, prevedibilmente, il primo. A quanto e dato sapersi, David Cameron chiedeva una sospensione, per 7 anni prorogabili fino a 20 anni e con benefici introdotti in modo graduale, all’accesso al welfare inglese per i migranti, anche appartenenti a paesi membri, tra i quali, ricordiamo, vige il trattato di Schenghen, in discussione proprio in questi giorni, che consente libera circolazione di persone e merci tra gli aderenti (non aderiscono, seppur all’interno dell’UE, Irlanda e Gran Bretagna) ed una maggior libertà di espulsione. Dopo la maratona notturna che ha portato all’accordo UNANIME, sono state accordate al Regno Unito molte libertà non previste per altri paesi europei. Cameron ha ottenuto più autonomia nel settore bancario e finanziario, ma soprattutto la possibilità di espellere, dopo 6 mesi, i migranti, anche europei, che non avessero trovato un lavoro, ma soprattutto, e questa è stata la sua grande vittoria, la sospensione dei diritti al welfare inglese per tutti i migranti UE (ed extra UE ovviamente), per un periodo di 4 anni prorogabili ed una loro gradualità. Da notare che queste concessioni a partire dal 2020, potranno essere utilizzate anche da altri stati, ed immaginiamo già la coda di rappresentati governativi in attesa di poter sottoscriverli per il proprio paese.

Come di consueto in queste circostanze le dichiarazioni conclusive sono state positive, anche se il reale vincitore, leggendo criticamente i fatti, è esclusivamente il primo ministro britannico. Il Cancelliere tedesco Merkel ha dichiarato che è stata usata la flessibilità dovuta e richiesta, il tutto per il bene dell’Europa. Viene però da chiedersi se, per lo stesso bene dell’Unione, non fosse stato meglio usare questo tipo di flessibilità per risolvere le problematiche economiche che coinvolgono il vecchio continente, a cominciare da una maggior propensione agli investimenti, ed un minor legame a parametri come il rapporto deficit/pil, salvando, ad esempio, con costi molto minori, la Grecia, e che avrebbe potuto essere applicata anche, ma non solo, all’Italia stessa.

Le concessioni ottenute da Cameron, e di conseguenza il suo appoggio alla permanenza della GB in UE al referendum di giugno, vero obiettivo degli altri paesi membri, non trova consenso unanime in patria e neppure all’interno del suo stesso partito, in cui 6 esponenti di governo hanno continuato a schierasi per l’uscita britannica. I sondaggi del resto danno uno scarto minimo, probabilmente inferiore alla deviazione standard: incertezza assoluta quindi.

Mettendo da parte gli elogi all’accordo raggiunto degli stati membri, l’esito della trattativa rappresenta un precedente rischioso. Una falla probabilmente incolmabile all’interno dell’equilibrio e dei meccanismi di “do ut des” europei, un venir meno alle ispirazioni iniziali, agli obiettivi, alle speranze dei padri fondatori di una Europa transnazionale, coesa, solidale, in contrapposizione a quella dominata da logiche ed interessi particolari e nazionali (in questa circostanza vincenti), tanto più che la tematica fondamentale è di tipo strettamente sociale, come accesso al welfare ed occupazione.

Evidentemente il timore di perdere la seconda economia europea ed il primo mercato finanziari mondiale, ha spinto gli altri capi di governo alle corde e li ha costretti ad accettare condizioni molto pericolose. Evidente che anche l’uscita del Regno Unito dall’Europa non sarebbe stato un precedente positivo.

A questo punto verrebbe da chiedersi quale sia il male peggiore, che si inserisce peraltro in un contesto economico mondiale, ed europeo in particolare, pericolosamente in rallentamento: l’uscita della GB oppure la sua permanenza ma che darebbe il “la” ad una serie di richieste di maggiore libertà da parte di molti altri paesi?

Ricordiamo che solo pochi mesi fa, sia per la BCE che per i palazzi di Bruxelles, la linea era quella di una cessione di sovranità statale a vantaggio di una governance che per certi aspetti avrebbe dovuto essere centralizzata (con indubbi vantaggi se si pensa alla tassazione, al fisco, agli stipendi ecc), ora questa tappa viene drasticamente meno.

Sinceramente non saprei se convenga schierarsi con il sì o con il no al referendum del 23 di Giugno, certo è che la nottata tra il 19 ed il 20 febbraio 2016 rappresenta una pagina nera per l’Europa dei popoli e probabilmente il vero inizio della disgregazione del progetto di unione del vecchio continente.

21/02/2016
Valentino Angeletti
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L’irrisolto problema greco si ripropone: prosegue la recessione ad Atene e per l’FMI è allarme

Variegati ed importanti sono gli argomenti che tengono banco tra i media cartacei, televisivi ed in generale tra tutti i canali multimediali. Spaziano dalla politica allo spettacolo fino alla finanza. In particolare, l’informazione è focalizzata sulle unioni civili e le controversie politiche dovute al meccanismo della “Stepchild Adoption” del DDL Cirinnà, la ricerca dei candidati delle varie coalizioni in vista delle elezioni amministrative che si terranno a primavera in numerosi importanti comuni, il festival di Sanremo, la riforma delle banche sia a livello europeo, con l’introduzione del Bail In per la gestione delle insolvenze, che, internamente, delle banche di Credito Cooperativo ed infine, ma di grande importanza, la visita a Cuba e la seguente visita in Messico, del Papa e del Patriarca Krill che si sono incontrati proprio all’aeroporto di L’Avana, dando indubbiamente vita ad un evento di portata storica.

Oltre a quanto scritto sopra però, un allarme che coinvolge tutta l’Europa, è stato lanciato proprio poche ore fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Invero, che questa piaga, lasciata irrisolta ad imputridirsi per troppo tempo, si sarebbe riaperta senza ombra di dubbio, lo avevamo scritto a più riprese in questa sede, ed ora la facile profezia si sta avverando non inaspettatamente, seppur non dotati noi di poteri chiromantici. L’istituto guidato da Christine Lagarde, ha riportato l’attenzione sulla Grecia, intimando il concreto pericolo di una sua uscita dall’Europa Unita.

La Grecia di Tsipras è prepotentemente ricaduta in recessione, del resto il governo Tsipras risulta essere una anatra molto più zoppa di quanto avvenga negli Usa quando il presidente ed il congresso risultano appartenenti a fazioni contrapposte. Quando è salito a palazzo, presso Syntagma, Alexis Tsipras ha dovuto accettare un piano di riforme ed  un programma di austerità dettato dall’Europa, la quale, solo sottostando al detto programma, ben lontano dalle idee della coppia Tsipras-Varoufakis caduta a Bruxelles, avrebbe sbloccato le tranche di aiuti concordati e necessari per i pagamenti e gli impieghi dello Stato verso i creditori ed anche per stipendi e pensioni. Il piano prevedeva tagli a stipendi e pensioni, nonché alle agevolazioni statali; gli stipendi e le pensioni, così come i tagli ai ministeri, sono già stati praticati e non possono colpire ulteriormente la popolazione che ancora non ha visto i lumi della tanto agoniata e promessa ripresa, anzi si è rivista la recessione, quindi è ora la volta dei tagli alle agevolazioni, in particolare a quelle agli agricoltori, pescatori ed allevatori, particolarmente importanti visto il peso che agricoltura, allevamento e pesca hanno nell’economia ellenica ed il numero di lavoratori che impiega, soprattutto appena ci allontaniamo dalle città e dalle zone turistiche per recarci nei luoghi più periferici o dell’entroterra. Gli impiegati del settore primario si sono mobilitati e stanno bloccando le strade ed intavolando proteste in piazza, inclusa piazza Syntagma, sede del Governo ellenico.

Era scontato che, appena la situazione economica Europea avesse subito un rallentamento, che include anche numerosi problemi, ora emergenti ma noti da tempo, al settore bancario, la vicenda greca si sarebbe ripresentata, e così, con una ricaduta in recessione, puntualmente è stato. Chiaro che la ricetta europea a base di austerità e tagli non è ciò che serve alla Grecia ed all’Europa per risolvere il grosso problema economico che ci sta travolgendo in modo differenziato da regione a regione, ma che ora sta colpendo anche la Germania, mostrando i primi problemi ad alcuni settori industriali ed ai consumi.

Alla recessione economica ed alle mobilitazioni degli agricoltori, Tsipras deve aggiungere la gestione del tema dei migranti, e gli adempimenti, 50 in tutto da eseguire in pochi mesi, che l’UE ha imposto per consentirle di permanere all’interno di Shenghen. Evidentemente in queste condizioni la Grecia non può riuscirci e sarebbe l’ulteriore, forse decisivo, passo verso la sua uscita dall’Europa ed alla conseguente disgregazione europea, che allora sarebbe solo questione di tempo.

Avevamo già detto, facendo eco a molte altre voci autorevoli e ben più illuminate, che la strategia europea era inconsistente ed inadatta a risolvere la situazione di permanente stagnazione economica quando non addirittura recessione, così come quella dei migranti, che si ripresenta immancabilmente ad ogni nuova primavera. Ribadiamo il concetto e ribadiamo come sarebbe ora di un definitivo cambio di rotta, sebbene crediamo che neppure questa sarà la volta buona, come il recente passato insegna.

 

14/02/2016
Valentino Angeletti
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Politica nazionale intrigata e rotture europee

Negli ultimi mesi non sono certo mancati gli argomenti che hanno tenuto in scacco la scena politica italiana. In gran parte si tratta di nodi tutt’ora irrisolti e che rappresentano uno scoglio per l’Esecutivo Renzi, anche se al contempo possono essere una riprova ulteriore, se mai ve ne fosse stato bisogno, di quanto la debolezza degli avversari sia conclamata. Soprattutto se si volge lo sguardo verso il centro destra, che, dopo l’uscita di Berlusconi, non ha ancora trovato una linea chiara e manifesta difficoltà nel proporre un leader serio e carismatico, tanto che Berlusconi si sta lentamente riavvicinando alla politica, così come, parimenti, non è in grado di portare candidati per le elezioni amministrative di primavera in grado di battagliare ad armi pari (quasi) con i vari Sala a Milano e Giachetti a Roma, in pole per rappresentare il PD nonostante le venture primarie che li vedono vincitori quasi scontati.

Nei giorni scorsi si sono susseguite le vicende della 4 banche ed in particolare nell’occhio del ciclone permangono le indagini su Banca Etruria che vede coinvolti personaggi molto legati, anche con vincoli di sangue, al PD di Renzi. Altra questione importante è stata la scelta, ancora in fieri, per i candidati alle primarie in vista delle amministrative primaverili; poi vi sono i voti mafiosi presso il comune di Quarto, che hanno messo il M5S di fronte ai problemi della politica vera (che ahimè è prassi in Italia) con le conguenti connivenze territoriali e nazionali, la scelta del Movimento di espellere il sindaco, la grillina Capuozzo, e di richiederne le dimissioni per non aver saputo controllare possibili legami con la camorra di un membro pentastellato della sua giunta, è stata una mossa coerente rispetto al comportamento tenuto in casi analoghi del passato, quindi caso Cancellieri,  Lupi, Marino, Boschi (caso su cui il M5S ha preteso il voto di fiducia all’Esecutivo) ecc, la richiesta non poteva non avvenire; altro tema caldo sono le unioni civili, divisive soprattutto internamente al PD, e le riforme istituzionali/costituzionali, che non dovrebbero aver difficoltà nei prossimi passaggi in Senato e Camera e non dovrebbero averne di particolari, a meno di improbabili coalizioni iper-trasversali, da Lega a Sel passando per il M5S, neppure al referendum confermativo di ottobre, referendum che Renzi, spostando l’attenzione dalle amministrative ove la forza del M5S è concreta, ha incentrato su se stesso e che in caso di bocciatura comporterebbe il suo abbandono, stando alle parole del Premier, dalla politica.

In questo contesto, tanto intrigato quanto per noi comune, non si sentiva la mancanza dei battibecchi a livello europeo. Invece ne sussistono di molto cruenti, forse perché ormai in prossimità del vaglio della nostra legge di stabilità a Bruxelles, legge totalmente in deficit che sicuramente non passerà, priva di critiche, moniti o richieste di revisioni, senza una ulteriore richiesta di chiarimenti in merito al reperimento, preciso e puntuale delle risorse. Lo scontro stavolta è avvenuto non coll’austero presidente dell’Euroguppo, Jeroen Dijsselbloem, bensì col più diplomatico presidente della Commissione, Jean Claud Juncker. La scintilla che ha innescato il tenzone, è stata la flessibilità concessa all’Italia; il Premier attribuisce i margini ottenuti alle sue richieste, mentre per il presidente lussemburghese i margini non sono altro che concessioni europee che lui stesso ha, in ultimo, acconsentito. Juncker ha risposto a Renzi, a seguito delle pungenti e violente critiche che il Premier ha rivolto, parlando entro i confini nazionali, verso il comportamento della Commissione decisamente più penalizzante nei confronti dell’Italia rispetto ad altri paesi membri (Banche ed immigrati in primis), Renzi ha anche affermato, contraddicendo le sue precedenti parole, che in Europa non vanno cambiati i trattati (cosa che qualche mese fa voleva fare) bensì la politica economica (decisamente una bella virata). Il litigio, che sta proseguendo anche in queste ore, potrebbe essere molto controproducente per il nostro paese, visto che, come scritto sopra, la legge di stabilità passerà a marzo al controllo di Bruxelles, essa è decisamente protratta verso il deficit e presenta una ulteriore richiesta di flessibilità nel rapporto deficit/pil (circa 0.2%).

Sia l’accusa di Renzi, decisamente più violenta che in passato, che la risposta di Juncker, anch’essa sopra le sue solite righe, possono far pensare a due scenari. Da un lato Renzi che alza i toni con argomentazioni che possano attecchire sulla popolazione e sugli elettori in vista di elezioni più vicine rispetto alla scadenza naturale del 2018; dall’altro lato Juncker che vuole ribadire come sia la commissione ad approvare le manovre economiche italiane e le sue richieste di flessibilità, cercando quindi di ridimensionare le pretese nostrane.

Forse non sapremo mai quale interpretazione sia vera e neppure se ve ne sia una, di certo una rottura simile è quanto di meno utile vi sia, e per l’Europa e per l’Italia, in un momento di altissime tensioni economico sociali a livello globale.

 

16/01/2016
Valentino Angeletti
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Il Bail-In incombe e non è colpa dell’UE

Indubbiamente, benché le attività parlamentari abbiano potuto concedersi il lusso di un ponte natalizio di quasi un mese, la notizia, poi ovviamente relegata, da molti media, in secondo piano, vittima sull’altare dei sondaggi fai da te in merito ad acquisti, viaggi, cenoni e menù vari, ha orbitato attorno alle banche ed in particolare a Banca Etruria.

Sull’argomento, che può avere notevoli risvolti politici e rappresentare uno scoglio di non facile superamento per l’inverno di Renzi, abbiamo già scritto tempo addietro, appena emerso “l’affair” (Link articolo Banca Etruria), inoltre, rimanendo in tema bancario, su questo blog è possibile trovare analisi anche su MPS e, quasi in tempi non sospetti, Banca Marche.

Il tema centrale, oltre alla bagarre politica scatenata dalla vicinanza dell’istituto aretino con la famiglia del Ministro Boschi (il padre Pierluigi ne divenne vicepresidente appena qualche settimana dopo l’ascesa di Maria Elena al dicastero per le riforme), ha riguardato la decurtazione, fino al quasi azzeramento, delle obbligazioni subordinate emesse dell’Etruria e vendute principalmente alla propria clientela. Il dissesto finanziario della banca infatti, è tale da dover richiedere un intervento esterno, oppure il ricorso all’odioso stato di insolvibilità verso alcuni (o tutti) i propri creditori.  Tra i creditori, i cui crediti non avrebbero dovuto essere restituiti in toto, vi sono anche gli obbligazionisti subordinati, vale a dire detentori di obbligazioni con al loro interno capitale di rischio. Fin qui tutto normale, o quasi, se non fosse che tali obbligazionisti non avessero chiara la natura dei titoli da loro stessi detenuti, né ne conoscessero la reale percentuale di rischio (in alcuni casi superiore al 60%). Come scritto nell’articolo menzionato e “linkato” sopra, ciò è stato dovuto ad una condotta non trasparente delle stesse banche, ma anche da una educazione finanziaria degli italiani, definibile ignoranza, tanto che il popolo italico si colloca agli ultimi posti per conoscenza della materia. Ciò detto il danno è ormai fatto ed il governo, anche per non perdere consensi, sì è imposto di trovare una soluzione. La via più semplice e quella fino ad ora praticata a livello europeo, sarebbe stato l’intervento statale di concerto con la BCE, ed infatti l’Esecutivo avrebbe voluto poterlo applicare anche in tal caso, forte del dato di fatto di aver erogato, in periodo di crisi, a favore del sistema bancario italiano, risorse pubbliche decisamente inferiori rispetto alla virtuosa Germania (qualche mld contro alcune centinaia). La richiesta di poter intervenire con risorse pubbliche, sfruttando il fondo interbancario di garanzia europeo , è stata respinta con una lettera, datata 19/11/15, della Commissione, con la motivazione che si tratterebbe di aiuto di stato e che sarebbe una distorsione nei meccanismi di concorrenza.

Il Governo deve quindi trovare, a meno di non voler lasciare in balia del bail in, ed il gioco di parole non è casuale, gli obbligazionisti, loro discapito, subordinati. Ad oggi una soluzione definitiva ancora non è stata trovata, ma l’unica certezza che si ha, è stato il collocamento a vigilanza del sistema bancario del commissario anticorruzione Raffaele Cantone, che è diventato una sorta di factotum di Renzi. La mossa non è stata digerita senza colpo ferire da due altre importanti istituzioni: Bankitalia e Consob, i cui vertici Visco e Vegas, sono stati ricevuti al Quirinale chiedendo se dovessero dare le dimissioni. Evidentemente le tensioni tra governo ed istituzioni di vigilanza su banche e borsa, che pure avrebbero dovuto avere un ruolo nell’evitare l’epilogo delle banche in questione, sono notevoli e l’incrinatura, benché sottaciuta dalle frenesie natalizie, non è trascurabile.

In questa circostanza, differentemente rispetto al passato, non si può attribuire all’Europa un comportamento imprevedibile o incoerente al contesto. Le regole sul Bail-In e la risoluzione bancaria, entrate in vigore il primo gennaio scorso, sono state firmate all’unanimità dai paesi membri, inclusa l’Italia. Esse prevedono che al salvataggio delle banche in difficoltà, per evitare i precedenti diffusi in tutta Europa, debbano compartecipare non più stati e banche centrali, bensì i privati, in ordine crescente proporzionalmente al rischio del sottostante: azioni e altri strumenti finanziari di capitale (azioni, azioni di risparmio, obbligazioni convertibili in azioni emesse dall’istituto bancario in crisi); quando si sarà azzerato il loro valore e questo non sarà sufficiente, si passerà ai titoli subordinati senza garanzia (obbligazioni junior, subordinate e strutturate); esaurita questa categoria di titoli, si passa ai crediti non garantiti (obbligazioni bancarie che pur non essendo né subordinate né strutturate non sono garantite, come le obbligazioni senior). Se il capitale reperito attraverso l’azzeramento degli strumenti finanziari di cui sopra non fosse sufficiente, si passa ad aggredire i conti correnti per la quota eccedente i 100’000 €. Entro i 100’000 € (200’000 € se il conto è cointestato) i conti sono protetti dal fondo di garanzia interbancario, proprio quello a cui avrebbe voluto ricorrere il Governo italiano. Oltre ai conti entro 100’000 €, possono ritenersi sicuri anche le obbligazioni emesse dalla banca ma coperte da una garanzia, ad esempio i covered bond che rientrano nelle obbligazioni senior. Garantite anche le cassette di sicurezza o i titoli detenuti nel deposito titoli (ovviamente se non emessi dalla banca in crisi).

Spiegato ciò, è facilmente compresnibile il rifiuto della Commissione di acconsentire ad attingere al Fondo di garanzia, si sarebbe creato un precedente ancor prima dell’entrata in vigore della nuova norma sul Bail In. Differente invece il discorso per quel che concerne la strategia della banca portoghese, Banif, che ha convertito alcune obbligazioni in azioni potendo così, durante la sua procedura di fallimento, azzerarne il valore. Come detto, questa tecnica, per certi tipi di obbligazioni è consentita (il vero nocciolo della questione sta nell’informativa che si da al cliente, la quale deve essere chiara e trasparente).

Concludendo, in questa situazione non si più puntare il dito contro l’Europa, che ha solo applicato quanto sottoscritto dall’Italia, ma in futuro, per evitare il replicarsi di situazioni simili e tutelare maggiormente i piccoli risparmiatori confidenti nella buona fede delle proprie banche territoriali, si deve assicurare un maggior e tempestivo controllo da parte degli organi preposti (Consob, Bankitalia, ABI), rendere più trasparenti e semplici le comunicazioni bancarie evitando che per la redazione di un profilo di rischio siano i cassieri a rispondere alle domande in base al prodotto che vogliono vendere, ma anche il cliente non è esente da colpe poiché deve premurarsi, nel gestire i propri risparmi, di aver compreso bene pro e contro dello strumento che ha intenzione di sottoscrivere e non fidarsi più ciecamente del bancario di turno.

Il novo bail-in non perdona e, ancor più della legge, sembra proprio non ammettere ignoranza. Uomo avvisato…

03/01/2016
Valentino Angeletti
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Banca Etruria, caso Boschi e l’abilità comunicativa di Renzi

crack-bancheSiamo in un periodo politicamente convulso sia a livello europeo che nazionale. Le elezioni francesi hanno riaperto una ferita, solo in parte curata dalla vittoria ai ballottaggi dell’asse repubblicani e socialisti opposti alla destra estrema lepenista di Front Nationalle; la Spagna si appresta ad andare alle urne per rinnovare la legislatura, tra l’incertezza generale, è già appurato che sono ben 4 le forze in gioco e pertanto si tratterà comunque dell’ennesima sconfitta del tentativo di ricondurre l’EU, e con essa ogni stato membro, ad un bipartitismo PSE-PPE, già evidentemente non rispecchiante i rapporti di forza del nostro paese.

A notte inoltrata, 3:15 del mattino (di domenica 20/12), a larga maggioranza, è stata approvata dalla Camera la legge di stabilità che è intenzione varare entro il 23 dicembre. Essa, molto dispendiosa e per la maggior parte in deficit, tanto da richiedere l’innalzamento del rapporto deficit-PIL di un valore compreso tra 0.2 e 0.4% a seconda dell’andamento del prodotto interno lordo, contenine anche il decreto salva banche per risolvere il recente caso che sta meritando gli onori dei media.

Una frase che riecheggia, e non è cosa nuova, molto spesso in questi giorni è “i colpevoli pagheranno”. Simile frase sarebbe scontata in ogni altro paese, superflua, se non fossimo in Italia, dove molte volte si sono sentite uguali parole e molto poche invece quelle in cui le si è viste realizzate. Generalmente, tirando le somme, a pagare sono sempre stati i soliti cittadini o contribuenti, insomma hanno pagato coloro che, in molti casi, già prima avevano subito il maltolto.

Entro i confini nazionali la questione che più ha tenuto banco è senza dubbio il crack delle quattro banche territoriali: Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti. Se la più grande delle quattro è Banca Marche, le cui vicissitudini sono evidenti e note almeno da 4 anni, quella più nell’occhio del ciclone è Banca Etruria, essendo direttamente collegata alla famiglia del renziano Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Oltre ad incarichi secondari di altri componenti della famiglia Boschi, cosa peraltro diffusa che esponenti della politica locale abbiano posizioni in fondazioni legate per governance e comando a banche territoriali (molto abbiamo scritto di MPS), è la Vicepresidenza del padre Pier Luigi Boschi. Tale vicepresidenza ha inizio quando Maria Elena era già Ministro ed immediatamente prima della riforma per la trasformazione da istituti bancari con voto capitario, come le banche territoriali o di credito cooperativo, in SPA, quindi con voto proporzionale alle azioni detenute ed una più complessa ed approfondita governance di controllo sui bilanci. La riforma in questione, che ovviamente il ministro per le riforme doveva conoscere a puntino, ha consentito una repentina salita dei titoli interessati, e nella fattispecie ha fatto segnare una crescita di oltre il 60% a Banca Etruria. Ovviamente ciò non vuol dire che la famiglia Boschi abbia fatto guadagni, ma sicuramente disponeva di informazioni privilegiate, che avrebbe potuto sfruttare. Pur rimanendo ancorati al principio d’innocenza fino a prova contraria, ancora una volta siamo di fronte al solito concetto, che non dovrebbe verificarsi in politica, di “opportunità”, quello, ad esempio, secondo cui la Cancellieri avrebbe dovuto, a detta della stessa Boschi, dimettersi, e per il quale sono caduti Iosefa Idem e Maurizio Lupi. Altro elemento che fa pensare, è che recentemente sia stato inserito un emendamento secondo cui, in seguito ad un crack bancario, i vertici degli istituti godono di immunità che li rende non legalmente punibili.

Date queste evidenze, più fatti oggettivi che opinioni come alcuni vorrebbero far pensare, va detto che gli italiani, investitori sottoscrittori e vittime delle obbligazioni subordinate di emissione Banca Etruria, sono stati tratti in inganno da un sistema, quello finanziario, tutt’altro che trasparente, che suole compilare i questionari per la redazione dei profili di rischio dei clienti, indirizzando le risposte, quando non compilandoli totalmente loro, operatori con MBO sulle vendite di prodotti quali obbligazioni ed ostaggi delle difficoltà della banca, datrice di lavoro che solo vendendo simili prodotti può, ad esempio, non incorrere in contratti di solidarietà o licenziamenti. Il cliente, va detto, non essere del tutto incolpevole. L’italia è, tra i paese OCSE, l’ultimo come preparazione finanziaria e se, come di fatto è stato, entreranno a pieno regime le regole del Bail-In europee per la risoluzione bancaria, sarebbe bene che l’investitore avesse contezza di ciò in cui sta collocando i propri risparmi e del rischio che corre. Sapendo che il rischio di perdita sottoscrivendo obbligazioni subordinate dell’emittente Banca Etruria, si collocava nell’intorno del 60%, quanti avrebbero aderito? Eppure, sebbene tra cavillose righe scritte in burocratese, ciò poteva essere evinto ed era dovere dell’operatore spiegarlo chiaramente. O ancora, in quanti avevano letto i report europei pubblici che intimavano a Bankitalia di controllare le banche in questione poiché gli interessi conferiti non erano sostenibili in relazione al costo del denaro, in quel periodo ridotto ai minimi? Una duplice colpa dal mio punti di vista.

Lato opposizione di governo è parsa subito lapalissiana una disorganizzazione totale nel mettere in difficoltà l’esecutivo, sfruttando tutto ciò che questa vicende offriva su un piatto d’argento, e visto il calo dei consensi dell’esecutivo in favore del M5S, non sarebbe stato troppo complesso se, almeno in questa occasione, le opposizioni si fossero fortemente coalizzate. Invece l’incedere è stato differito, prima la sfiducia al Ministro Boschi avanzata dal M5S , Lega e pochi altri elementi (bocciata), poi sarà la volta della sfiducia a tutto il governo, incalzata da FI ed il centro destra. Una divisione che ha reso gioco facile a Renzi, che da ottimo comunicatore ha cercato di spostare l’attenzione sul fatto che il decreto salva banche appena inserito in stabilità avrebbe salvato dipendenti (probabilmente vero) e correntisti. Il termine correntisti è generico ed impreciso, infatti è probabile che i correntisti e gli obbligazionisti, per le norme di protezione e di solvenza nei confronti dei creditori, non siano coloro che avrebbero dovuto concorrere al salvataggio della banca, contrariamente a detentori di obbligazioni subordinate ed azionisti. Ricordiamo che i conti correnti sino a 100’000 euro sono protetti dal fondo interbancario. Indubbio però è che il termine correntisti fa molto più effetto che obbligazionista.

Altra mossa da maestro di Renzi, è stato l’attacco, giustissimo, ma sospetto per ritardo e tempistiche, alla Merkel ed alla Germania, alla quale veniva ricordato di “non stare versanod sangue per l’Europa”. Il Premier ha voluto porre attenzione su temi come immigrazione, economia, energia-petrolio, Russia, ed anche Banche. Le tempistiche sono sospette percè questi problemi sono noti da anni ormai e mai il Presidente Renzi aveva alzato la voce come in questa occasione. Il monito che Renzi ha sottolineato con più vigore è stato quello economico, ed in particolare legato al salvataggio delle banche, ed alla necessità che, se esistono regole comuni, anche i rischi devono essere condivisi tra tutti i paesi membri, cosa che la Germania ha sempre rifiutato (la condivisione dei rischi ed anche di bond europei sono soluzioni che da molto proponiamo in questa sede, ed anche Prodi prima e Tremonti poi se ne fecero promotori). Renzi ancora ha ricordato, e dice il vero, che la Germania utilizzò alcune centinaia di miliardi per salvare le sue banche (Deutsche Bank e Commerzbank le più note), mentre l’Italia solo uno (per MPS), omette però di ricordare che ciò è dovuto al fatto che a causa del rapporto deficit-PIL italiano, dal valore del debito e dal PIL stagnante, non ci fu consentito da Bruxelles.

Il risultato di un simile attacco è stato nullo in Europa, liquidato dalla Merkel con un: “non è la prima volta che abbiamo qualche divergenza con Renzi” (ricordiamo che quest’anno non riusciremo a rispettare il percorso di rientro deficit-PIL e che l’Europa per tale ragione potrebbe richiederci ulteriori sacrifici a primavera del 2016). In Italia invece gli attacchi di Renzi hanno avuto un successo incredibile nello spostare l’attenzione dal caso Boschi al suo coraggio nel battere i pugni in Europa…. Ma con quale ritardo ha iniziato a battere i pugni, e con che convinzione? Pressoché nulla.

Le regole da rivedere per convergere verso una unione reale, d’interessi e valori comuni, senza gli slanci particolaristici delle singole nazioni, attente alle proprie zone di confort, sono innumerevoli e l’italia, oggettivamente in molte circostanze penalizzata dalle normative comunitarie, dovrebbe con più convinzione, determinazione e competenza, lottare per una loro revisione, non lanciare qualche accusa solo quando la comunicazione ed il consenso lo richiedono.

20/12/2015
Valentino Angeletti
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Risultato delle politiche UE: trionfo di Le Pen alle regionali in Francia. Anche se il secondo turno è molto più complesso

Le ultime settimane sono state ricche di vicende politiche di rilevanza non trascurabile. Sì è partiti, come in un climax ascendente, dai rapporti interni al PD, che sono andati via via risanandosi, seppur con alle porte la scelta dei candidati per le primarie in vista delle amministrative del 2016. Questa aura di pace, da molto tempo assente tra i democratici, non ha fatto in tempo a sedimentarsi, almeno all’apparenza, che dati economici diramati dall’ISTAT, peggiorativi rispetto a quanto ipotizzato dal Governo (0.7% contro 0.9% di PIL), hanno risvegliato la divergenza di vedute tra ampie parti del PD ed il suo Segretario-Premier, in particolare riguardo alle misure votate all’economia ed al lavoro, rispetto alle quali anche i sindacati e le organizzazioni datoriali hanno espresso, con modalità e vigore differenti, numerose perplessità. Ma il vero catalizzatore politico dell’ultimo periodo sono state le elezioni amministrative regionali francesi.

L’esito, senza precedenti, è stato eclatante ed assolutamente inconfutabile: vittoria schiacciante, al primo turno del partito di estrema destra “Front Nationalle” guidato dalle eredi di Jean Marie: Marine Le Pen e la cugina Marion Maréchal Le Pen. La vittoria è stata netta in 6 delle 13 regioni d’oltralpe (vedere immagine) ed ha raggiunto a livello nazionale un dato attorno al 30%. Le 6 regioni sono state spartite tra le due cugine Le Pen: quelle del Nord hanno visto candidata direttamente Marine, mentre quelle più a Sud la nipote Marion, ben più estrema nelle sue ideologie rispetto alla zia. Mentre Marine ha posizioni, sì radicali, ma più aperte nei confronti di immigrazione ed islamismo, che rimangono un pilastro dell’economia francese, e sui diritti omosessuali, la più giovane Le Pen risulta quasi “nazista” in taluni aspetti dei suoi programmi, ove spicca il totale ripudio degli immigrati, degli islamici e la pressoché totale preclusione nei confronti dei diritti omosessuali. Ambedue sono accomunate dallo spiccato spirito anti europeo. Ricordiamo che Marine, quando il leghista Salvini si proclamava Lepenista e professava certe politiche di estrema restrizione nei confronti degli immigrati e degli islamici, la Marine, navigata conoscitrice delle dinamiche economiche e politiche francesi, se ne è prontamente discostata.

Esito 13 regioni elezioni regionali francesi 2015

Esito 13 regioni elezioni regionali francesi 2015

Queste votazioni sono state le prime dopo gli attentati di stampo islamico presso la redazione Charlie Hebdo e quella identificata come “strage del Bataclan”, ma collegare idealmente la vittoria della estrema destra a questi tragici episodi è o totalmente strumentale oppure denota cecità tipica di sinistri (inteso da aggettivo qualificativo) personaggi, come ad esempio lo statunitense Donald Trump. Possono aver infervorato gli animi degli indecisi o di coloro già elettori dell’estrema destra, ma che abbiano ampliato l’assenso nei confronti di FN tanto da spostare l’ago della bilancia, è impensabile.

Già da tempo la vittoria della Le Pen era nell’aria, sia in francia che a Bruxelles. Questa ha le radici nella crisi economica e soprattutto in come è stata affrontata dall’Unione Europea. La stessa Marine ha dichiarato che la sua vittoria, preludio, nei suoi piani, alla scalata all’Eliseo nel 2017, è il risultato nella popolazione francese delle politiche e delle imposizioni dei burocrati di Bruxelles. Medesime parole, senza troppa originalità d’analisi, sono state usate dal Premier Renzi per descrivere la vittoria Lepenista e la debacle di Hollande e del partito socialista, alleato del PD presso il Partito Socialista Europeo. Non sfugge a questa analisi anche il presidente della Commissione UE Junker, il quale ha aggiunto che, continuando nella direzione dei nazionalismi, entro 10 anni l’Unione rischia di essere cancellata.

A ben vedere la preoccupazione di J. C. Junker non è affatto remota. I nazionalismi imperversano in molti paesi europei, principalmente dell’est, ma non solo. In Italia siamo relativamente immuni a questa deriva, non esiste una destra, nè di centro nè estrema, in grado di mirare allo scranno nazionale. La Lega, movimento indubbiamente che più ha tratto vantaggio dalle derive destrorse anti europee, non ha ancora saputo elaborare una politica nazionale che richiederebbe o un totale assoggettamento di partiti quali FI al leader Salvini oppure un alleggerimento delle proprie posizioni, in contrasto con quelle che sono le caratteristiche di “originalità” leghista 2.0. Coloro che più possono assurgere al ruolo di partito di protesta sono i militanti ed i politici a 5 Stelle, che, stando ai sondaggi, potrebbero togliersi soddisfazioni nella prossima tornata amministrativa di primavera, ma che di certo poco hanno a che spartire coi programmi lepenisti.

Ciò che però Juncker dimentica di aggiungere, è che la situazione attuale altro non è che l’esito di una prolungata insistenza europea verso certe direttrici politico-economiche sicuramente errate almeno per taluni contesti, tra i quali annoveriamo Francia ed Italia, senza peraltro cogliere l’esempio di quanto attuato in USA per far ripartire con vigore (ovviamente non senza problemi) l’economia, il PIL e soprattutto il lavoro. L’agire austero di Bruxelles altro non ha fatto che allontanare sempre di più la popolazione del vecchio continente dai valori fondanti l’unione, rendendola apatica e diffidente nei confronti della politica, alla quale è stata posta come controreazione un ritorno ai nazionalismi, alle chiusure nazionalistiche ed alla paura del diverso, in opposizione alla necessaria contaminazione ed arricchimento culturale del mondo globalizzato.

Ora in Francia vi sarà il secondo turno, dove l’incognita principale è l’astensionismo. La vittoria della Le Pen, percentualmente eclatante, si sminuisce se letta con l’aritmetica dei numeri assoluti. Solo il 50% degli aventi diritto si è recata alla urne, ne risulta che FN ha vinto con il 30% del 50% degli elettori, quindi il 15% degli aventi diritto (chiaro è che il ragionamento si estende, amplificandosi, anche alle altre forze politiche i cui risultati sono quasi risibili, principalmente per Hollande).

Per Le Pen il secondo turno di domenica prossima sarà durissimo perché si prospetta una coalizione Socialisti – Repubblicani (pur non richiesta dal furbo Sarkozy, che ben sa che, anche senza suo esplicito messaggio, Hollande chiederà ai suoi di sostenere l’UMP dell’ex presidente Sarkò) in chiave anti FN e perché gli astensionisti, “partito” vincente come in Italia, non sono votanti di FN, che come ogni movimento di protesta ha mobilitato alle urne, con la speranza di un cambiamento radicale, la quasi totalità dei suoi elettori, ma principalmente delusi ed ex votanti tipicamente di Hollande, che di certo tutto vorrebbero meno che vedere un partito di estrema destra al governo.

Il messaggio all’Europa è stato lanciato, sicuramente sarà colto da partiti simili a FN in altri paesi europei (in Italia dalla Lega), ma soprattutto, per non incappare in una cocente sconfitta istituzionale, dovrà essere recepito nei palazzi di Bruxelles, per reindirizzare una politica che da tempo diciamo essere inappropriata al contesto economico, sociale e politico che stiamo vivendo.

08/12/2015
Valentino Angeletti
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