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I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie

Infastidisce quasi dover riscontrare che un’altra voce importante, di peso, autorevole, ribadisce la linea politico economica sostenuta umilmente in questa sede (ovviamente non solo, la schiera è foltissima). In audizione alla Camera il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato importanti messaggi e tratto conclusioni che dovrebbero lasciare il segno. Quindi dopo FMI per bocca della Lagarde, FED parlando con i suoi vertici Bernanke prima e Yellen poi e BCE con Draghi, si unisce anche l’omologo italiano (forse addirittura papabile inquilino del Quirinale) del Presidente della BundesBank Weidmann, totalmente in disaccordo rispetto ai suoi colleghi economisti.

Riprendono quanto in questa sede viene proposto ormai da mesi (forse anche di più) e constatando il permanere del cronico ritardo e, in quanto riteniamo che simili idee non possano essere state partorite solo adesso da luminari (senza ironia) come coloro sopra menzionati, la costante supremazia dell’impostazione rigorista tedesca, molto in sintesi i punti focali toccati da Visco sono stati i seguenti:

  • i prestiti del settore bancario sono ancora deboli e le banche dovrebbero impegnarsi a fornire risorse all’economia reale cosa che, nonostante TLTRO ed ABS, non è ancora avvenuta, sia per carenza di domanda che per carenza di offerta. Analogo discorso vale per i prestiti alle famiglie che dovrebbero invertire leggermente il trend nella prima parte del 2015 anticipando quelli alle imprese.
  • Gli stress test sulle banche italiane non danno risultati invidiabili e ciò è parzialmente dovuto ad una sorta di distorsione nel metodo di valutazione europeo che non ha considerato le specificità nazionali ed ha ritenuto più penalizzante il credito (attività preminente negli istituti italiani) rispetto alla speculazione finanziaria ad alta leva (tipica delle banche nordiche, britanniche e tedesche).
  • La crescita nella zona euro è molto più lenta del previsto e non si può negare la dinamica deflattiva che non è dovuta solo (contrariamente a quanto sostiene Weidmann) ai prezzi energetici, bensì anche alle dinamiche salariali e dei prezzi in generale che nel breve saranno acuite ulteriormente dal calo del prezzo del greggio (nota: i paesi del MO hanno apertamente dichiarato di potersi spingere a 40$/bar; da capire quanto possano stare al gioco una Russia ormai ai limiti della sostenibilità finanziaria per Rublo e Bond ed un Iran sotto embargo, che pure continuano a spingere al ribasso il petrolio in un gioco che per loro potrebbe risultare mortale). Ciò rende necessario l’utilizzo di ulteriori armi monetarie non convenzionali come i QE diretti acquistando titoli di stato su larga scala. Il rischio sottoscritto dalla BCE da questa sorta di condivisione del debito (peraltro avanzata esplicitamente da Draghi riprendendo una filosofia Prodiana e Tremontiana) sarebbe bilanciato da una maggiore stabilità e minor rischio per la zona euro nella sua interezza e per i singoli stati membri.
  • Il debito italiano è in crescita ad ottobre di 23.5 mld € (+ 25 mld Amministrazione centrale, – 1.5 mld Amministrazioni locali) arrivando a 2’157.5 mld e previsto a 2’200 mld a fine anno. Evidentemente con le condizioni congiunturali in essere è impossibile per l’Italia rispettare i piani di rientro del rapporto Debito-PIL secondo quanto sottoscritto nei patti europei che anche la commissione Juncker sembra voler mantenere inalterati.

Tutti questi punti sono stati da tempo affrontati in precedenti analisi delle quali riportiamo di seguito solo le ultime:

Un altro presagio, stavolta afferente alla sfera politica più che economica, che si sta vedendo realizzato è il rallentamento, quasi il blocco, dei lavori parlamentari dovuti alle imminenti dimissioni del Presidente della Repubblica. Ufficialmente non si conosce la data precisa, qualche indizio potrebbe essere dato proprio oggi dallo stesso Napolitano in occasione del saluto alle alte cariche dello stato oppure in occasione del discorso alla nazione di fine anno. A rallentare l’azione di Governo vi sono già le miriadi di emendamenti presentati sulla legge elettorale, su quella di stabilità e su ogni provvedimento proposto e non sembra il caso aggiungervene altri dovuti alle manovre in corso per la scelta di un nuovo Presidente, giochi di palazzo evidentemente già in atto da tempo. Il Presidente del Senato Grasso aveva auspicato un accordo preventivo su un nome condiviso da più parti politiche, idealmente tutte, in modo da essere rapidi al momento debito: non sembra che l’auspicio possa vedersi realizzato e del resto vi erano pochissimi dubbi. A far salire il tema della successione a Napolitano ufficialmente sugli scudi sono stati: l’incontro tra Renzi e Prodi tenutosi da poche ore a palazzo Chigi che sarebbe stato incentrato sulla politica estera, la Libia, il medio oriente, la crisi russa ed ucraina, forse la Grecia, di certo l’Africa ed il Sahel, ma è difficile pensare che nei 120 minuti di dialogo non sia stata proferita parola sulla successione, alla luce di chi è il Professor Prodi e della sua storia trascorsa e recente; e le risposte piccate di Berlusconi secondo cui il patto del Nazareno contiene anche indicazioni sul Quirinale, contrariamente a quanto precedentemente affermato dal PD.

Berlusconi, qualora Renzi agisse da solista nella elezione del Presidente, è intenzionato a dare battaglia sulle riforme. Clima da ultimatum, due patti del Nazareno ed un PD in cui regna non proprio l’armonia dunque: tutti gli ingredienti per una azione di governo rapida e snella.

Inutile ricordare quanto l’Italia e l’UE non possano concedersi di rallentare ulteriormente  in una situazione già abbondantemente in stallo. Per quel che riguarda il nostro paese ciò non è consentito sia perché dopo tanto immobilismo sarebbe giusto iniziare a spingere davvero sull’acceleratore, sia perché non è possibile dare il fianco a Bruxelles sempre pronta a ricordarci che dobbiamo portare avanti le riforme. Monito sacrosanto che però dovrebbe essere accompagnato da una visione politico-economica europea meno burocratica, più lungimirante e davvero incentivante crescita, investimenti e lavoro.

Lungi dal voler essere un gufo, dicono ve ne siano anche troppi, ma sembra proprio che le previsioni meno confortanti si stiano almeno parzialmente verificando.

15/12/2014
Valentino Angeletti
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Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS

La politica monetaria è solo parte degli strumenti da adottarsi in un contesto di crisi come quello in essere. Essa dovrebbe fornire uno shock immediato che vada in parallelo ad un profondo processo riformatore a livello nazionale ed europeo volto a rilanciare investimenti e crescita strutturale ma che necessita di tempo (orizzonte dal medio a lungo periodo per sentirne effetti tangibili) e di risorse economiche attualmente imbrigliate dal perseverare delle politiche di austerità, da un contesto di credit crunch, da bassi consumi e potere d’acquisto, da bassa inflazione e sfiducia. Proprio dare una reazione immediata e risorse economiche nel breve e brevissimo termine al servizio delle misure con effetti strutturali dovrebbe essere il compito delle politiche monetarie in momenti di emergenza. Premesso (ripetendolo per l’ennesima, volta) ciò, che le linee di pensiero di Draghi e Schaeuble non fossero convergenti è da tempo evidente, ma nelle ultime settime l’asperità quasi ancestrale tra i due capi economici sta assumendo toni preoccupanti. Preoccupanti perché la salvezza dell’Europa e la sua capacità di agire rapida, cosa che fin qui non è stata  in grado di fare né negli ambiti di competenza delle Commissione né in quelli della BCE tanto da arrivare a dati di occupazione ed inflazione, solo per citarne due, frutto di un processo di deterioramento di lunga durata, è strettamente vincolata alla volontà ed alla determinazione nel perseguire una strategia e degli obiettivi di interesse comune.

Draghi da Vilnus dove stava augurando un buon ingresso nell’Euro alla Lituania ha ribadito per l’ennesima volta l’intenzione della BCE di utilizzare se necessario misure non convenzionali di stimolo monetario a supporto dell’economia. Simili intenti sono stati proferiti più e più volte negli ultimi anni e pur non essendo mai accolti con piacere dal Ministro delle Finanze tedesco e dal Governatore della BuBa, mai si era arrivati ad un simile livello di tensione. Tale escalation probabilmente è dovuta al fatto che Draghi dopo le parole ha dato prova di reale azione con più determinazione del solito avviando la prima tranche di T-LTRO dei giorni scorsi e con la prosecuzione dei bassi tassi che hanno portato il cambio Euro -Dollaro ai minimi da due anni a circa 1.27 (benché sarebbe ragionevole puntare ad un rapporto circa 1). Questo passaggio dall’effetto annuncio a fatti concreti sta intimorendo la Germania che è l’unico stato che ha giovato di alcuni elementi caratterizzanti la crisi, come una moneta molto forte, benché adesso, ma pare che a Berlino non vogliano ancora digerirlo, anche per loro il vento stia cambiando. La paura aumenta davanti alle ipotesi di mettere in atto gli ABS, discussi nella prossima riunione del Board BCE a Napoli, di utilizzare 80 miliardi del fondo salva stati per favorire crescita ed occupazione (proposta Juncker) e di QE con acquisto da parte della Banca Centrale di titoli di stato.

Gli ABS sono prestiti impacchettati e cartolarizzati dalle banche che la BCE potrà acquistare consentendo così un alleggerimento del bilancio dell’istituto e quindi una sua maggior propensione (teorica) all’erogazione di credito ad imprese e famiglie. I derivati acquistati dalla BCE dovranno avere rating senior o al limite mezzanino, i più sicuri e garantiti in caso di problemi di rimborso.

L’affermazione del Governatore BCE che l’Europa non è né in recessione né in deflazione ha voluto forse stemperare un po’ le parole seguenti, dove narra di uno stato di deterioramento preoccupante, di ripresa meno tonica del previsto, di inaccettabile livello di disoccupazione, di inflazione bassa ancora a lungo, e del credit crunch. In aggiunta a ciò, soprattutto per quel che concerne il credit crunch, va detto che la prima tornata di T-LTRO ha avuto meno successo del previsto per due ragioni fondamentali, la minor richiesta di credito (a mio avviso dovuta proprio al credit crunch stesso che spinge hp non richiedere prestiti poiché non erogati) ed il timore degli stress test operati dall’Europa sulle banche.

I dati economici peggiori, il vincolo dell’intermediario bancario che sia nella prima fase di aiuti che in questa seconda non riesce a convogliare efficacemente ed in misura sufficiente liquidità alle imprese ed alle famiglie e la necessità comprovata di investimenti pubblici e privati sono elementi che possono far propende la BCE ad agire con ulteriori strumenti, quindi ABS, che pur non eliminerebbe le banche come vincolo, e l’acquisto diretto di titoli di stato.

L’acquisto di bond nazionali dal mio punto di vista risulta importante, come poi lo sarà un percorso di convergenza verso bond-europei a meno che non si vogliano riscrive la missione e gli obiettivi dell’UE, non per mantenere lo spread basso come poteva essere per il 2011, ma per fornire in modo diretto ai singoli stati liquidità che potrebbe così essere utilizzata per gli investimenti pubblici di cui ad oggi molti stati necessitano senza essere in grado di affrontare per i vincoli di bilancio che anche in questo inizio di Commissione Juncker rimangono un tabù che non si vuole mettere minimamente in discussione.

Il Ministro Schaeuble ed il Governatore della BuBa, ma anche il Cancelliere Merkel, avanzano una ipotesi di conflitto di interessi della BCE poiché in caso di ABS  l’istituto andrebbe ad acquistare titoli derivati da banche che sarebbero soggette al controllo implementato all’interno dell’unione bancaria fatto dalla BCE stessa, non è condivisa inoltre l’idea di utilizzare 80 miliardi del fondo salva stati ESM per occupazione e crescita sostenendo che il fondo serve per garantire stabilità in momenti di crisi ed un suo indebolimenti indebolirebbe anche la capacità dell’UE di rispondere ad eventi avversi. Questa tendenza è evidentemente finalizzata da un lato a proteggere le proprie banche dagli stess test e dal processo di unificazione e controllo tanto osteggiato da Berlino e dall’altro a mantenere uno status quo di vantaggio competitivo dovuto a tassi sui titoli di stato tedeschi più volte in territorio negativo e moneta forte associata ad esportazioni comunque sostenute, il tutto in un contesto di sistema paese funzionale, rapido, competitivo, creatore di valore aggiunto e terreno fertile per gli investimenti. La Merkel ha ribadito di prediligere il rispetto dei conti, la disciplina di bilancio (leggi rigore ed austerità edulcorati da termini più diplomatici) e le riforme rispetto a piani di investimento, soprattutto pubblico, che gli 80 miliardi prelevato dell’ESM dovrebbero supportare, come dovrebbero essere utilizzati parzialmente in questa direzione anche i 300 miliardi menzionati da Juncker per dare una accelerata a crescita ed occupazione.

Non si comprende però, a parte la scusa dell’inflazione e della Repubblica di Weimar, come la Germania non si sia ancora accorta che il suo atteggiamento ed il suo peso in Europa che la rendono ago della bilancia in ogni decisione hanno danneggiato gravemente il tessuto europeo, direttamente dal punto di vista economico e del protrarsi della crisi, ed indirettamente contribuendo alla fortificazione di un sentimento anti Europa che ha dato natali ad importanti movimenti di estrema destra e xenofobi che facendo leva sul disagio sociale e la povertà (perché in molti casi di povertà si tratta) hanno gioco facile nella creazione populistica di consenso spesso scagliandosi contro il diverso o il debole. In Germania l’estrema destra risulta essere uno dei primi partiti con un consenso mai raggiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. La stessa Berlino però è bene che analizzi la situazione ed arrivi alla lapalissiana conclusione che un tessuto europeo così povero ed un contesto mondiale in cambiamento con rapporti di forza drammaticamente mutati, un’asse Russia-Cina, le sanzioni a Mosca, le tensioni in medio oriente ed in Ucraina, un mercato energetico europeo ancora poco integrato e molto dipendente dalle importazioni dai colossi di Putin, stanno peggiorando la situazione anche della stessa Germania, e lo si può notare da un calo delle esportazioni ad esempio; inoltre anche in terra tedesca vi sarebbe necessità di qualche investimento pubblico infrastrutturale, principalmente lato TLC, viabilità, trasporti che se affrontato ridurrebbe il surplus sotto il limite europeo del 6% e potrebbe apportare benefici anche all’intera Europa.

La terra bruciata europea che si sta creando attorno alla Germania ed i nuovi assetti geopolitici metteranno senza alcun dubbio anche Berlino alle corde, solo che quando vi arriverà per il resto d’Europa, meno virtuosa e già alle strette, sarà troppo tardi. La Germania fino ad ora si è comportata da Boss al limite della tirannia invece che da Leader locomotiva capace di sacrificarsi e rinunciare a parte dei suoi vantaggi immediati per un ritorno collettivo nel medio-lungo periodo. Si tratta della solita lotta, che possiamo vedere anche in Italia nella partita delle riforme o delle ristrutturazioni organizzative, tra coloro che vogliono mantenere una situazione privilegiata a dispetto di un cambiamento benefico per la società e chi invece lotta affinché si possa raggiungere un benessere collettivo distribuito. Inutile dire chi siano i buoni e chi i cattivi come inutile ribadite la necessità della Commissione di tagliare quel cordone ombelicale che la limita nella penombra dell’egemonia tedesca.

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25/09/2014
Valentino Angeletti
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Le misure di Draghi ci sono, con un ma….

ECB Il 4 aprile scorso in merito alle misure non convenzionali avanzate più e più volte  dal Governatore Draghi con una maestria geniale (e non mi stancherò mai di  dirlo) nel gestire l’effetto annuncio, ci si chiedeva quando l’ ECB sarebbe passata  da ipotesi a fatti:
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti
Ora il momento sembra arrivato grazie all’implementazione di un “piano Draghi”  molto interessante e che sarà sicuramente apprezzato. Esso in realtà non non è  assolutamente innovativo, anzi ricalca quanto più volte espresso anche in questo  spazio; va ben oltre il taglio del costo del denaro dallo 0.25% allo 0.15% il quale  rimarrà basso a lungo, va oltre la virata in negativo per i tassi di interesse  overnight presso la ECB portato a -0.10% e principalmente punta favorire il credito per le imprese, per gli investimenti in innovazione, per le PMI ed anche per le famiglie (esclusi i prestiti per l’acquisto di immobili che rimane un mercato a medio rischio di bolla). Le misure messe in campo sono varie, vanno dai prestiti alle banche (TLTRO) a lungo termine con controllo che il denaro venga convogliato effettivamente nell’economia reale fino agli ABS ossia strumenti collaterali di garanzia emessi dalle imprese ed acquistati dalla ECB in cui sarà consentito cartolarizzare riserve immobiliari ed altri beni garanti a patto che il derivato finale sia semplice comprensibile (bisogna capire da chi) e trasparente. L’unico strumento non convenzionale non ancora messo in campo dalla ECB a ben vedere è il QE cioè acquisto diretto di titoli di stato oppure stampaggio di moneta.
Personalmente credo però che la ECB e Draghi avrebbero dovuto agire ben prima, le condizioni attuali sono gravi a cominciare da consumi, potere d’acquisto, credito, investimenti; inoltre il target d’inflazione inferiore ma prossimo al 2% è lontanissimo, siamo allo 0,5% con stime previsionali dello 0,7% per il 2014, dell’ 1,1% per il 2015 e dell’1,4% per il 2016
Di sicuro qualche buon risultato verrà (oltre al bell’inglese tanto caro al Barisoni di Focus Economia, Radio 24, ora Draghi vanta anche un bel piano concreto a sostegno dell’economia), rimane solo da verificare e sperare che non sia già troppo tardi.

05/06/2014
Valentino Angeletti
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