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Tsipras dimissionario, la Grecia verso le elezioni. Difficile pensare a ripudio delle condizione UE

Giovedì 20 agosto (giorno del mio compleanno) alle ore 19, tramite un discorso di 7 minuti alla TV pubblica greca da poco riaperta, il Premier Ellenico Tsipras ha rassegnato le dimissioni, rimettendosi al Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos. Questa decisione è arrivata come un fulmine, non a ciel sereno, perché l’opzione era già nell’aere da qualche tempo, ma sicuramente come un baleno in un cielo parzialmente nuvoloso. Ciò che intimorisce di più, in particolar modo le istituzioni europee, preoccupate per l’instabilità che questa vicenda può creare in Europa e non solo, è legata alla rapidità della decisione ed ai tempi strettissimi per andare a nuove elezioni. La data ipotizzata, che se comunque non fosse confermata non dovrebbe essere troppo in là con le settimane, è il 20 settembre, appena un mese esatto dalle dimissioni. Tra l’altro questa nuova tornata elettorale si inserisce proprio nel periodo in cui l’Europa dovrà fare attenzioni alle elezioni in Irlanda, in Spagna, dove il movimento ostile alle politiche Europee di Podemos ha fatto proseliti, ha vinto elezioni locali in importanti comuni tra cui Madrid e Barcellona ed ha saputo con abilità instaurare significative alleanze municipali con le forze socialiste, ed in Germania, dove la riconferma del Cancelliere Merkel sembra facile pronostico, ma dove in ogni caso gli imprevisti possono essere dietro l’angolo, visto come i dissidenti, nei confronti di Angela e del suo Esecutivo, siano aumentati in occasione del voto parlamentare sul terzo piano di salvataggio della Grecia da 86 miliardi in tre anni, a favore del quale parteggiava il Cancelliere. Inoltre il Premier ellenico continua a godere di un buon seguito e della fiducia della maggioranza del popolo ellenico, che evidentemente punta, non tanto sulle politiche e sui programmi, all’atto pratico disattesi, ma sulla persona, ritenuta in grado di portare benefici al paese. In questa fase tra l’altro, in vista delle elezioni, Tsipras si trova, per la prima volta nella sua vita, a non essere l’esponente della sinistra più radicale.

Le parole con cui Tsipras si è congedato sono state:

«Il mandato che ho ricevuto il 25 gennaio si è esaurito, ora i greci devono decidere se li ho rappresentati con coraggio davanti ai creditori e se questo accordo è sufficiente per una ripresa. Ho l’obbligo morale di sottoporre quello che ho fatto al vostro giudizio, chiederò un mandato forte per governare e proseguire il nostro programma di governo».

Tsipras non ha più la maggioranza di Governo, le defezioni e gli spaccamenti in Syriza sono stati numerosi, ed è già in preparazione una forza più radicale alla sua sinistra. Il memorandum con le istituzioni europee, che ha sbloccato il terzo piano di aiuti, è passato al Parlamento di Atene grazie ai voti delle formazioni centriste di opposizione, molte invece sono stati i voti sfavorevoli nelle file di Syriza, partito del Premier.

Il Premier ha così ritenuto, dopo aver incassato la prima trance di aiuti da 13 mld, pagato i 3.2 mld alla BCE con decorrenza 20/08 ed avviato la concessione di 14 aeroporti turistici alla tedesca FraPort (che, pur avendo vinto regolare gara, sembra essere stata il destinatario già da tempo prescelto per lo sfruttamento dei 14 trafficati aeroporti ellenici per 40 anni), di andare alle elezioni. Il momento pare propizio per cercare una riconferma popolare alla luce del consenso ancora alto di cui gode tra i cittadini greci. Col tempo e con l’attuazione delle misure restrittive, imposte dall’Europa, su agevolazioni, pensioni, salari e stipendi, privatizzazioni, questo bonus potrebbe scemare e rendere la vitoria di Alexis sempre più complessa.

Il programma che Tsipras, in corsa alle venture elezioni, presenterà è ancora ignoto e sarà interessante verificare se esso sarà accondiscendente nei confronti delle richieste europee, oppure se chiederà al popolo di esprimere la propria volontà di non recepire le volontà delle istituzioni. Molto più probabile sembra la prima ipotesi (anche la Germania si è detta tranquilla sull’attuazione delle riforme) vale a dire un referendum che, se vinto, rafforzerebbe il partito Syriza, epurandolo dalle frange più dissidenti, e la posizione, ad ora fragile, di Tsipras come Premier.  Darebbe poi mandato popolare al leader greco di agire nella via richiesta dall’Europa. I soldi del piano di salvataggio da 86 miliardi servono alla Grecia, senza quei soldi incorrerebbe nel default e non sarebbe più in grado di far fronte ai propri impegni interni, così come gli sarebbe impossibile sostenere un sistema bancario depauperato dalla corsa agli sportelli e tremendamente sull’orlo di una crisi di liquidità. Dire no all’Europa con nuovi tentativi di chiusura vorrebbe dire molto probabilmente, anche alla luce delle tensioni nel parlamento tedesco sul salvataggio di Atene, il default greco, l’instabilità politica Europea, una reazione imprevedibile dei mercati già stressati da prezzo del greggio e crollo delle borse cinesi, infine la probabile disgregazione dell’Unione.

La fiducia in Alexis Tsipras permane nonostante, a ben vedere, egli non abbia mantenuto le sue promesse, infatti è riuscito solo molto parzialmente ad implementare i programmi presentati assieme all’estromesso Varoufakis in sede di elezioni, ha richiesto un referendum popolare su un piano di riforme, bocciato dai greci, che poi è stato applicato con un livello di rigidità maggiore rispetto a quello su cui i cittadini greci si erano pronunciati. Insomma, se fossero i fatti a dover dar credito a Tsipras non ci sarebbe oggettivo motivo per conferirgliene ancora, invece è la persona e la sua leadership che gli danno autorevolezza. A prescindere dall’operato gran parte del popolo pensa che le sue azioni siano sinceramente mirate alla protezione dei cittadini ellenici e si fidano. Ma a questo punto sorge una domanda, se Tsipras chiede un nuovo mandato popolare attraverso le elezioni, perché non dovrebbe farlo anche Varoufakis, di fatto costretto ad abdicare dal suo dicastero, ed artefice a quattro mani con Tsipras del piano totalmente anti austerità, che poco ha a che fare coi memorandum siglati in seguito, il quale ha consentito a Syriza di vincere le elezioni? Tsipras forse dovrebbe chiedere a Varoufakis, che probabilmente rifiuterebbe, di risalire a bordo della sua compagine e dovrebbe chiarire una volta per tutte la sua posizione nei confronti delle istituzioni, ossia accondiscendenza, che significherebbe ancora austerità e molti sacrifici per i greci col rischio di allungare solamente un’agonia il cui epilogo è già scritto (a meno di un pesante intervento sul debito) o un muro contro muro dalle imprevedibile e rischiose conseguenze?

Confermando la facile profezia che la vicenda greca fosse tutt’altro che conclusa va sottolineato ancora una volta, a prescindere che le politiche piacciano o meno, come Tsipras, e Varoufakis a suo tempo, abbiano dimostrato grandissime doti politiche, di leadership e da statisti, senza un ossessivo attaccamento allo scranno, rare da riscontrare nel nostro paese. Da augurarsi che almeno in tal senso Tsipras abbia lasciato un segno ispiratore alla politica nostrana.

21/08/2015
Valentino Angeletti
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Grecia – creditori: un accordo che riporta, materialmente e concettualmente, alla “Troika”

Estenuanti e lunghissime 17 ore di trattativa, ma alla fine l’accordo tra la Grecia ed i creditori è stato raggiunto. In realtà (e lo avevamo detto) è assi probabile che la Grexit non fosse mai stata una ipotesi realmente sul piatto, ma solo uno spauracchio per lo stato ellenico, il cui popolo, pur avendo votato “no” al referendum sul programma imposto dalla ex Troika, è ampiamente favorevole alla permanenza nell’area Euro, ben conscio che un’uscita comporterebbe maggiore povertà e difficoltà di approvvigionamento di certi beni primari (senza contare l’effetto contagio che a detta dell’economista Nuriel Roubini si sarebbe diffuso immediatamente anche in Italia e Spagna).

Da notare come l’accordo sia stato trovato lunedì a pochi minuti dall’apertura della borsa di Atene, con un tempismo allucinante. L’impressione è che l’esasperazione dei tempi sia stata una punizione per Tsipras e la Grecia, coloro i quali hanno osato l’affronto nei confronti delle politiche europee, facendo percepire davvero la possibilità di una Grexit (alla quale forse solo Scheauble credeva e verso la quale spingeva) e di una non riapertura delle banche, già a corto di liquidità, con gli aiuti ESM della BCE fermi ad 89 miliardi.

Le ore immediatamente precedenti, contrariamente a quanto poi accaduto, avevano fatto pensare che l’accordo sarebbe stato trovato nel giro di poche ore. C’era stata una risposta positiva da parte delle istituzioni europee al piano proposto da Tsipras, definito una buona base di partenza per intavolare il negoziato, e pareva che pochi ritocchi sarebbero bastati a renderlo accettabile dai creditori. I fatti hanno poi smentito questa tesi, facendoci assistere a lunghe e dure trattative con numerosi scontri interni ed accuse pesanti tra i contraenti, poi concluse, sì con l’accordo, ma ulteriormente irrigidito rispetto a quello proposto dal Premier Greco, che già peggiorava quello rifiutato dal referendum greco del 5 luglio.

L’ex ministro Varoufakis, in merito alla retromarcia fatta dal Premier, ha parlato di un cambio di rotta verso l’accettazione delle proposte dei creditori. L’ex ministro aveva un altro piano, che probabilmente avrebbe comportato l’uscita dalla Grecia dall’Euro, ma, a suo dire, Alexis Tsipras non se l’è sentita di tirare ulteriormente la corda, forse già snervato dai numerosi bluff di una partita a poker al cardiopalma e così ha capitolato. Critico nei confronti delle intenzioni del Premier, non appena intuito che di lì a poco ci sarebbe stata la capitolazione di Tsipras, Varoufakis ha dato le dimissioni da vincitore per il referendum e da immolato per la patria con la motivazione ufficiale di rendere le trattative, specialmente con Scheauble, meno complesse, visto che Varoufakis e Scheauble non si sopportano.

L’accordo prevede un piano da 82-86 miliardi in 3 anni che consentirà alla Grecia di corrispondere ai creditori 7 miliardi entro il 20 luglio ed altri 5 entro le metà agosto. Senza piano d’aiuti Atene sarebbe stata definitivamente insolvente, e proprio oggi ha mancato la scadenza del rimborso di una trance da 360 milioni all’FMI che si vanno a sommare agli 1.6 miliardi scaduti il 30 giugno. L’elargizione degli emolumenti è però è vincolata al rispetto di rigide richieste: 4 riforme da votare ed approvare entro mercoledì 15 e nella fattispecie: aumento dell’IVA, stretta sui prepensionamenti da iniziare subito e concludere entro ottobre,  l’indipendenza dell’ufficio di statistica nazionale “ElStat” accusato in passato di aver truccato dati per ingerenze politiche ed infine piena attuazione del fiscal compact il quale prevede, qualora non vengano raggiunti i tagli stimati, l’applicazione di vessatorie clausole di salvaguardia. Il debito non verrà ridotto, ma, dipendentemente da come andrà il percorso di riforme ellenico, potrà essere allungato nelle scadenza, è stato inoltre imposta alla Grecia la creazione di un fondo da 50 miliardi dove far confluire asset pubblici (tra cui anche le banche nazionalizzate) finalizzato alla riduzione del debito. L’unica vittoria di Tsipras è stata quella di mantenere la sede del fondo in Grecia, vincendo le pressioni europee che lo avrebbero voluto in Lussemburgo. La Troika (chiamata nuovamente col suo nome) dovrà rientrare entro i confini greci ed ogni manovra, legge o votazione parlamentare, dovrà passare preventivamente al vaglio delle istituzioni per approvazione.

Il pacchetto di riforme, che definire lacrime e sangue è forse poco,  dovrà essere votato dal Parlamento di Atene prima, poi da quelli quello di 6 stati membri tra cui Germania, Finlandia, Olanda e Malta (oltre che parlamento UE). Le ali di Syriza stanno abbandonando il leader e non sono assolutamente intenzionate a votare un piano peggiorativo rispetto al referendum, che a questo punto è stata una mossa oltre che inutile, controproducente per Tsipras. La cittadinanza è rimasta delusa dalla retromarcia del loro leader. Alla fine il piano passerà con il supporto dei partiti più orientati al centro, quelli che Tsipras voleva rottamare e di stampo filo europeo: Nea Demokratia, To Potami, Pasok.

La sensazione condivisa da molti è che, fermo restando i trascorsi greci, la necessità del paese di riformarsi, gli errori dei politici passati e di quelli attuali, l’Europa, senza mezzi termini germanocentrica, abbia voluto impartire una lezione durissima alla Grecia, che fungesse anche esempio per altri. Tutto fa pensare a ciò: il buon giudizio sul piano di Tsipras ed il susseguente dilungarsi nelle trattative andando a richiedere condizioni sempre più stringenti e mettendo alle strette il Tsipras, già asservito alle istituzioni con il piano presentato, usando le armi della Grexit e dell’impossibilità di riaprire le banche e pagare stipendi e pensioni. In questa partita era evidente che, volendo fare il gioco duro, Tsipras non avrebbe avuto possibilità di successo, l’unica speranza era una virata delle politica europea, dall’austerità e rigore verso una maggior flessibilità e solidarietà reciproca. Virata che non si è verificata, anzi si è verificato proprio il contrario, ossia un ulteriore irrigidimento su numeri e vincoli e una richiesta, sempre più verso la pretesa, di totale cessione di sovranità (che avevamo già evidenziato: Crisi Greca: i creditori non chiedono più solo rispetto di vincoli, ma pretendono di imporre le politiche economiche). Il ritorno alle origini, per quel che può contare, è anche dimostrato dalla ricomparsa del termine Troika: un nome tanto temuto che era stato deciso di non utilizzare più. La Germania ha voluto riaffermare la propria potenza ed egemonia nell’area Euro, del resto i vertici importanti sono presenziati solo da Merkel ed Hollande. Il quale, Hollande, ha provato ad intavolare con Renzi una timida difesa della Grecia, ma poco hanno potuto le loro voci rispetto a quelle di Wolfgang Scheauble, Sigmar Gabriel, Angela Merkel o Jeroen Dijsselbloem, se non quella di far mantenere al Fondo di Asset Greci domicilio ellenico e non Lussemburghese.

Se in preparazione delle elezioni europee del 25 maggio 2014 le parole d’ordine erano flessibilità, Europa più umana e solidale, UE dei padri fondatori, con la punizione inferta alla Grecia si torna prepotentemente al concetto di austerità e rispetto dei vincoli: unico approccio politico conosciuto e consentito in Europa da Germania e seguaci. Sia chiaro che questo comportamento non potrà far altro che esasperare una volta in più le spinte auti-europee già molto vigorose, contribuirà ad allontanare istituzioni e cittadini, rendendoli sempre meno partecipi ad un sentimento positivo nei confronti dell’Europa ostaggio degli atti di forza del Nord e delle richieste di sovranità. Difficile pensare che le riforme, (peraltro necessarie) imposte alla Grecia per riguadagnare fiducia, possano supportare la crescita del paese. Rimangono manovre recessive senza alcun contributo allo sviluppo, agli investimenti, all’economia ed alla ripartenza greca.

In questa trattativa la Grecia, seppur con qualche denaro per ripagare gli impegni imminenti, rimarrà un problema irrisolto, pronto a ripresentarsi nel giro di qualche mese. La Germania esce formalmente vincitrice, avendo ancora una volta imposto la sua visione ed ottenuto la sovranità richiesta. Ad uscirne sconfitta, se possibile ancor più che la Grecia e nonostante il rispetto (quanto temporaneo?) del concetto di Euro irreversibile, e l’Unione Europea che ha confermato l’assoluta lontananza dai pilastri dei padri fondatori. Quanta importanza potrà avere nel mondo una Europa siffatta? Quanto potrà ancora durare?

 

Valentino Angeletti
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Crisi greca: Eurosummit moderatamente ottimista, ma ancora nessuna soluzione definitiva

greece-debt-crisisScaturisce, a valle dell’Eurosummit convocato d’urgenza per cercare di porre finalmente la parola fine alla crisi greca, una certa aurea di ottimismo, assente nelle simili e numerose occasioni del recente passato. Pare ci sia, per la prima volta, un livello di convergenza dei piani accettabile: quanto presentato da Tsipras è stato definito una sufficiente base di partenza per avviare le discussioni e per cercare di trovare una conclusione a questa lunga ed esasperata vicenda entro mercoledì sera od al più entro l’Eurogruppo di giovedì 25 giugno.

Le borse festeggiano, Atene ha fatto registrare un +9%, e le piazze europee sono cresciute tra il 2 ed il 3%, ma si sa, i mercati ragionano a breve e brevissimo termine e non sono termometri affidabili per comprendere la reale stabilità di un’area economica, a maggior ragione se complessa e disarticolata come quella europea. Anche la capitale ellenica ha festeggiato quasi fosse un capodanno (ma non erano anti Euro??), le sue piazze erano colme di manifestanti misti tra moderati pro euro, la maggior parte, ed esponenti di sinistra ed anarchici, felici perché (ma ciò vedremo che non è completamente vero) dal loro punto di vista il Premier ateniese avrebbe scardinato le resistenze delle Istituzioni UE-BCE-FMI.

Le linee generali del piano proposto da Tsipras vertono su tagli di spesa (tra ministeri, difesa, pensioni e stipendi elevati ecc ma non al welfare collettivo come sanità) pari al 2% del PIL, a fronte di una richiesta UE del 2.5%: sono in ballo circa 8.5 miliardi di € di differenza, una cifra non esagerata che l’UE potrebbe anche decidere di accettare. Un avanzo primario pari al 1% nel 2015, per poi passare al 2% nel 2016 ed al 3% nel 2017. Un anticipo del’età pensionabile a partire dal 2016 e non tra 10 anni come da piani Tsipras-Varoufakis iniziali e un deciso stop ai prepensionamenti (decisamente insostenibili) avviati negli anni scorsi. Un aumento dell’Iva, ma in due fasce pari al 13% e 23% con spostamento di alcuni prodotti/servizi nella fascia alta, ma non medicinali, beni di prima necessità, servizi alberghieri e turistici, elettricità che rimarrebbero in fascia bassa. L’Ue avrebbe invece chiesto 3 fasce: 3, 13 e 23% con eliminazione del fisco agevolato nelle isole turistiche, e questo risulta un importante punto di discordia tra UE e Governo Greco. Un aumento del contributo di solidarietà per i privati con reddito oltre i 30’000 € e le aziende oltre i 500’000 € di fatturato, ai cui sicuramente si opporranno i potentissimi armatori ellenici che sovente sono stati ben poco avvezzi al pagamento del fisco.

Nel frattempo la situazione della banche elleniche è complessa tanto che il fondo salvastati ELA è stato rimpinguato di 1,8 miliardi. I prelievi agli sportelli negli ultimi giorni sono ammontati alla cifra record di 1 miliardo/giorno che si aggiungono ai  30 miliardi ritirati tra ottobre 2014 ed aprile 2015 portando gli istituti di credito letteralmente sull’orlo di una crisi di liquidità. Il 65% dei crediti bancari sono in favore della UE e nel fondo salvastati i più presenti sono la Germania, la Francia e l’Italia, rispettivamente con circa 60, 50 e 40 miliardi di €, che in caso di default ellenico non verranno corrisposti in somma piena.

Come detto precedentemente, per la prima volta il piano è stato timidamente definito una buona base di discussione, ma non manca chi, e si tratta di esponenti di peso, ricordano che il lavoro da fare è ancora tanto ed il percorso lungo: saranno 48 ore intense di lavoro, in particolare per gli sherpa, che alacremente lavorano senza soluzione di continuità per preparare gli incontri ufficiali, solo la punta dell’iceberg di un articolato susseguirsi di trattative a cui coloro che compaiono nei grandi vertici non partecipano neppure. I gufi, direbbe il premier Renzi, sono il solito ed austero falco Schauble, la Lagarde, interessata in quanto creditrice alla quale deve essere corrisposta la prossima tranche di pagamento di Atene, ma anche la Merkel, che aveva già anticipato che non sarebbe stato questo Eurosummit l’occasione per arrivare ad un accordo più o meno definitivo. In realtà il Cancelliere tedesco si nota essere più aperto alla trattativa di un tempo, ma, diplomaticamente, non può contraddire il proprio ministro delle finanze, così come deve fare attenzione ai delicati equilibri di Governo interni alla grande coalizione CDU-SPD, ove presenti sentimenti discordanti sull’approccio alla situazione ellenica, non mancano infatti oppositori alla flessibilità, e le tensioni sono tali da poter mettere in pericolo la stabilità di governo.

Effettivamente di concreto ancora non v’è nulla, ma tutto va discusso e definito in modo dettagliato e stabile. Le scadenze per Atene sono stringenti, deve corrispondere 1.6 mld € entro il 30/06 all’FMI di Lagarde, e, entro il 20/07, 3.5 mld alla BCE. La Lagarde, direttrice dell’FMI, non ha lasciato dubbi, se l’istituto che presiede non venisse pagato, non c’è la disponibilità a sbloccare la trance di aiuti da 7.2 miliardi prevista dai precedenti piani di aiuti. In tal caso, dal primo luglio, Tsipras non avrebbe denari a sufficienza per pagare stipendi e pensioni, ed allora sarebbe un grosso problema, anche per la stabilità sociale del paese.

Oltre alla trance da 7.2 miliardi Atene dovrebbe ricevere altri 18 miliardi, previsti dai vecchi aiuti, entro l’aprile 2016. Altri aiuti Tsipras non ne vuole, infatti la proposta di Schauble di conferire ulteriori 35-40 miliardi non è stata approfondita, in quanto Atene non si è detta disponibile a ricevere soldi per pagare debiti, ma punta alla ristrutturazione del debito, misura assai indigesta ai creditori. Non a caso la proposta è pervenuta da Schauble, tedesco e creditore per 60 miliardi, tramite il fondo ELA, della Grecia, immediatamente prima di Francia (circa 50 mld) ed Italia (40 mld), che in caso di ristrutturazione del debito non verrebbero rimborsati in toto.

Oltre a non volere nuovi prestiti la Grecia si oppone ad ogni altra misura o taglio a stipendi o pensioni che possano accentuare ulteriormente la recessione, che nel paese ellenico si è ripresentata con veemenza nell’ultimo anno. Del resto le misure di austerità e le riforme imposte, che forse porteranno benefici nel lungo termine, hanno causato nell’immediato un blocco totale di una economia già lenta ed una riduzione imponente del PIL. L’Ue dovrebbe fare un mea culpa che difficilmente farà, l’aver protratto le misure di austerità ad oltranza ha fatto precipitare la Grecia in una spirale senza uscita, che ha portato il PIL ad appena 170 mld ed il debito a circa 320 miliardi. Ovviamente l’incidenza degli stipendi e pensioni, già tagliati in modo consistente come del resto la spesa, su un PIL così diminuito è cresciuta, ma se il PIL fosse rimasto ai livelli pre-crisi l’incidenza non sarebbe differente da quella presente in Italia.

Il rischio, in cui non si deve incappare ma probabile, è quello di una soluzione tampone, che prenderebbe la forma in un prestito ponte di 18 miliardi circa per consentire alla Grecia di avere risorse per altri 6 mesi, fino all’autunno 2015 per poi ridiscutere il tutto ed aprire un nuovo capitolo di una “tragedia” sena fine. L’ipotesi del prestito tampone potrebbe essere avvallata dalla situazione di tensione politica interna al Parlamento tedesco tra i coloro che vorrebbero dare concessioni alla Grecia e coloro che invece non vorrebbero concedere alcunché, ma soprattutto dalle preoccupazioni di Rajoy, diventato anch’egli un falco, che teme che ogni concessione alla Grecia possa essere utilizzata in campagna elettorale, in vista delle elezioni di autunno, dalla forza Podemos in rapida ascesa (notare gli esiti delle elezioni cittadine di Madrid e Barcellona).

In questo momento pensare che a fine anno si ripresentino i medesimi problemi irrisolti in 4 anni di crisi è quanto di peggio si possa prospettare. É arrivata l’ora di una soluzione che sia definitiva, l’austerità, mi ripeto per l’ennesima volta, andava utilizzata al momento di decidere chi fare entrare o meno nel progetto europeo e la Grecia, con i conti truccati di cui tutti erano a conoscenza, probabilmente non lo avrebbe meritato. Ora non è tempo dell’austerità ad oltranza, nè del timore di creare un precedente, emblema di debolezza dell’Unione, che consisterebbe, a detta dell’ex Troika, nel salvataggio di Atene. In questo frangente, la maggior dimostrazione di forza dell’Unione sarebbe quella di prendersi carico del problema greco in modo collettivo, con una cooperazione al quale ogni stato membro deve compartecipare in base alla propria dimensione economica. Un approccio solidale nel salvataggio ed al contempo rigido nel controllare che le riforme promesse ed i piani, condivisi tra Istituzioni UE e Governo di Atene, vengano messi in atto correttamente e proficuamente. Purtroppo però un approccio simile, da usarsi tanto per la questione di Atene quanto per gli altri diffusi problemi, ad iniziare da immigrazione e tensioni geo-politiche, pare ancora molto lontano dal poter essere messo in atto (per la delusione di Prodi e dei padri fondatori). Anzi, ad essere schietti, viste le tendenze ai particolarismi ed alla protezione degli interessi nazionali che ciascun Stato cerca di mantenerne mostrando egoismo, e scarsa lungimiranza o, che è peggio, disinteresse per il futuro economico europeo e del proprio Stato, non sembra neppure che vi sia intenzione di applicarlo.

22/06/2015
Valentino Angeletti
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