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Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

Sul Corriere Della Sera di oggi, i giornalisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sollevano una più che sensata domanda nel loro pezzo: “Non si cresce di sole promesse”.

Alesina – Giavazzi 19/05/2014 “non si cresce di sole promesse”

Le elezioni europee sono senza dubbio importanti, uno spartiacque decisivo nel contesto comunitario in particolare per chiarire definitivamente quanta determinazione vi sia nel cambiare le politiche economiche e monetarie europee che fin qui hanno regolato tutt’altro che brillantemente gli anni di crisi e quale direzione esse prenderanno. Da ricordare che i seggi europei determinati dal voto italiano sono 73 su 751, quindi impensabile che il pronunciamento del nostro, come degli altri paesi presi singolarmente, possa avere carattere decisivo.

A livello prettamente nazionale le europee rappresentano un test che si sta caricando di attese esasperate, ma all’atto pratico senza reale potere di modificare, a meno di risultati decisamente eclatanti, l’assetto politico, considerando che è probabile più del 40% di astensione (unica giornata di domenica primaverile dove il bel tempo potrebbe indurre alla gita fuori porta) e benché svariate voci sostengano il contrario.

La situazione macro-economica è ancora decisamente fragile come hanno mostrato i recenti dati sul PIL non solo italiano, ma di tutta l’area Euro ad esclusione della Germania, quindi ben lungi da permettere pause riflessive o l’abbandono dell’idea di una rapidità d’azione mai come ora più che necessaria (Link: Dati PIL Euro Zona non Confortano), che però si sta piano piano affievolendo.

Forse al di là di pensare alla data delle elezione europee  per apportare una sferzata decisa al processo riformatore che, secondo i piani di Renzi ed ancor prima come evidentemente i fatti dimostravano, avrebbe dovuto fin da subito rivoluzionare radicalmente il paese andando a scalfire meccanismi improduttivi ormai insiti, inefficienze e sprechi cronici, assenza di innovazione nelle pubbliche amministrazioni, dilagante incremento della disoccupazione, eccesso estremo ed interessato di burocrazia, politiche industriali e sul lavoro lacunose, ci si dovrebbe chiedere quanti compromessi l’attuale governo potrebbe dover essere costretto ad accettare, snaturando di fatto il suo programma originario e riducendone probabilmente l’efficacia, e quindi se il cambio di passo non andrebbe ricercato oltre alle elezioni europee; come del resto scritto di seguito (e link annessi) in occasione del congresso nazionale della CGIL di Rimini e del voto in commissione sulla riforma del Senato.

Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/2014

 19/05/2014
Valentino Angeletti
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Privatizzazioni e tagli: non aut aut, ma MIX ottimo

La riduzione del debito pubblico che ormai ha raggiunto il 133% del Pil e che le previsioni non vedono in calo neppure per il prossimo anno (la Commissione Europea stima un 134% nel 2014 ed un 133.1% nel 2015), è una questione tanto importante quanto dibattuta. Tutti convengono sulla necessità di tagliarlo, ma le strade proposte sono differenti.

Il Governo sta lavorando ad un piano di dismissioni di patrimonio pubblico: immobili; aziende quotate (mantenendone in ogni caso il controllo); aziende non quotate; partecipazioni in municipalizzate; enti locali, provinciali e regionali.

Partendo dal presupposto unanime che una dismissione richiede un piano preciso, una strategia, una visione d’insieme condivise con gli investitori, a maggior ragione quando si parla di attività strategiche o servizi fondamentali come l’acqua, o con i gestori di patrimonio nel caso di immobili, esse possono effettivamente rappresentare un aiuto alla riduzione dell’indebitamento ed una opportunità di crescita e di sviluppo, anche occupazionale, in settori nei quali uno Stato economicamente in difficoltà e sorvegliato speciale da Unione Europea, IFM, ed investitori finanziari, fatica a convogliare denaro per investimenti. Un caso di indubbio successo è rappresentato dalla toscana Nuova Pignone, ex azienda di Stato, ora polo centrale per il comparto Oil&Gas della multinazionale statunitense GE.

Alle privatizzazioni si oppongono a spada tratta i sindacati (Alesina, Giavazzi e Bonanni hanno avuto interessanti tenzoni giornalistici sul Corriere), per i quali la via principale per l’abbattimento del debito è rappresenta dal taglio della spesa pubblica a cominciare dai centri unici di spesa per finire all’ abolizione degli enti inutili.

Difficile non essere d’accordo con l’idea di ottimizzazione e contenimento degli sprechi portata avanti dai sindacati, e non solo, ma sorge una domanda.

Possono davvero essere aboliti “enti inutili” senza che sorgano proteste da parte dei lavoratori e degli stessi sindacati che si dicono a favore della loro cancellazione? Ad esempio i lavoratori delle province, qualora si riuscisse a cancellarle come da tempo di sente ripetere, dove saranno ricollocati?

La questione è dunque complessa perché anche solo lo spostamento geografico o di mansione del personale provoca insurrezioni. A tal proposito mi viene in mente la recente chiusura dei tribunali periferici che ha scatenato un putiferio, d’un tratto ogni tribunale era indispensabile, e seguendo il ragionamento tipicamente italiano, gli sprechi erano sempre e comunque da qualche altra parte e la colpa evidentemente altrui. I diritti acquisiti poi non possono essere toccati in alcun modo.
Figurarsi quindi una cancellazione definitiva di migliaia di enti che inevitabilmente comporterebbe il lasciare a casa un numero non ben definito di persone in un momento dove il lavoro non c’è e la disoccupazione galoppa…

Anche per operare questo intervento, di certo sensato e molto semplice a dirsi, serve un piano ed una strategia precisa, andando allo sbaraglio il rischio di riproporre un una seconda vicenda esodati è altissimo causando più danni che benefici.

Per concludere, nei momenti di crisi, etimologicamente cambiamento, è senz’ altro necessario tagliare gli sprechi ed ottimizzare i costi e le spese, ma è altrettanto fondamentale studiare gli scenari, pianificare strategie industriali e di sviluppo che guardino al lungo termine, rivedere le pianificazioni passate alla luce delle mutate condizioni macro economiche, investire in innovazione, istruzione e persone, in modo da porre le basi della ripartenza ed essere pronti, una volta che la crisi sarà alla spalle, a tornare immediatamente a competere. Se lo Stato da solo non è in grado, allora è giusto che faccia sinergia col privato portando avanti lo sviluppo del paese.

05/11/2013
Valentino Angeletti
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