Archivi tag: Alfano

Roma, sotto Marino con alle spalle un Triumvirato di Probi Viri, verso il Giubileo…

Il periodo è tipicamente di ferie, ma pare che il Governo, per colpe anche proprie, non possa trascorrere in pace il riposo (quanto meritato o immeritato non sta a noi giudicarlo).

Innanzi tutto le tragedie inerenti all’immigrazione continuano, le discussioni politiche si accentuano toccando argomentazioni vergognose e che difficilmente sono tollerabili in un paese civile, e, cosa ancora più grave, l’Europa rimane inerme, assente, impotente, benché a causa di una maggior diffusione geografica, ma anche mediatica, il problema si sia intensificato e sia giunto alla ribalta anche di quei Governi, come Germania ed Austria, ai quali un tempo era sufficiente giustificare il loro “impegno” con i contributi europei destinati agli stati di frontiera, per citarne due Italia e Grecia, e senza alcun obbligo di supporto logistico e/o gestionale, oppure con la compartecipazione, in termini economici e di mezzi, alle missioni Frontex o Triton. Di ciò, purtroppo, visto il perdurare del problema che rimane tuttora insoluto e peggiorato, con decine e decine di morti sulle rotte marittime del Mediterraneo e terrestri dei Balcani, abbiamo avuto già modo di parlarne.

Vi è poi la tremenda gaffe del Ministero del lavoro, una delle tante per quei Dicasteri che usualmente sono soliti diramare dati, i quali prontamente vengono smentiti, quando da enti come Istat, quando, ed è il caso peggiore ed in questione, dai fatti concreti della dura realtà. A farne le spese questa volta è stato il Ministero del Lavoro, che aveva quantificato i nuovi contratti stabili in 630’000, quando i numero reale si fermava a poco più della metà, circa 327’000. Analogo errore è stato fatto per il numero di cessazioni, oltre 4 milioni, ben di più dei 2,6 milioni riportati nella tabella rivelatasi poi sbagliata. L’errore è stato confermato, il giorno successivo alla presentazione fatta presso il Meeting CL di Rimini, dal Ministro Poletti in persona, che ha affermato essersi trattato di un errore umano di trascrizione. Inutile ribadire quali inaccuratezza, insensibilità e superficialità, dimostri uno sbaglio simile, che per di più riguarda una piaga indiscussa e permanente del nostro paese. La certezza nell’esporre dati economici e relativi al lavoro dovrebbe essere prossima al 100% e non orientativa ed evidentemente rivolta alla propaganda. Ma anche a questa prassi siamo ormai abituati e ne abbiamo lungamente disquisito in merito a precedenti occasioni.

La terza questione che ha investo l’Esecutivo ed il PD, quella più spinosa e che più fa pensare sia il Governo stesso che l’elettorato inteso come normale e comune cittadinanza, è il caso di Roma. Dapprima lo scandalo è scoppiato con la vicenda di “Mafia Capitale” che ha portato alla luce un intrigo indecente tra cooperative bianche e rosse, istituzioni afferenti ad ogni parte politica, pasdaran e factotum attraverso i quali doveva passare, e passava, ogni appalto, ogni assegnazione, ogni evento, insomma tutto ciò che poteva avere un riscontro economico, inclusa la gestione degli immigrati, una delle attività più redditizie, ancor prima che lo spaccio di droga. Ad essere coinvolta nello scandalo “Mafia Capitale” era anche la famiglia abruzzese di derivazione Sinti dei Casamonica, nota in tutto l’ambiente romano per i loro traffici ed i membri della quale risultavano presenti in alcune foto pubblicate negli atti dell’inchiesta su Roma, assieme a Buzzi, Carminati, l’ex sindaco Alemanno, l’allora presidente delle cooperative ed oggi Ministro del Lavoro Poletti e via dicendo. A seguire si è verificato l’episodio poco piacevole del funerale in pompa magna e stile “Il Padrino”, in una celebrazione quasi solenne con elicottero cospargente petali di rosa, carrozza trainata da sei stalloni, 250 autovetture in corteo, musiche tra cui la colonna sonora appunto del film con Al Pacino come malavitoso protagonista, di un appartenente alla famiglia dei Casamonica, con tanto di blocco del traffico da parte degli addetti alla viabilità romana, e di permessi conferiti dalla Questura ad un paio di Casamonica agli arresti domiciliari, proprio per consentir loro di partecipare al suddetto imperdibile evento. Tutto ciò si svolgeva il 20 agosto, mentre il Sindaco Marino si trovava in ferie ai Caraibi. La sua scelta è stata di non tornare, e, oggettivamente, può essere comprensibile, anzi sarebbe stato meglio se, pur facendo le debite indagini e colpendo eventuali colpevoli di reato, sul funerale si fosse taciuto il più possibile, evitando di fare pubblicità ad una famiglia, ad un atteggiamento, ad una situazione indegna, ma che ha senza dubbio fatto propaganda agli stessi Casamonica, ne ha confermato il potere e sicuramente a funto da esempio e suscitato ammirazione per più di un Clan malavitoso. Meno risalto mediatico sarebbe sicuramente stato più consono. Quando ancora non si erano placate le polemiche per l’evento funebre, il Ministro Alfano si è pronunciato sullo scioglimento o meno del comune di Roma proprio per la vicenda “Mafia Capitale”, in vista del maxi processo in programma il 5 novembre. In tal circostanza Marino avrebbe dovuto essere presente, non poteva mancare tanto più che ne valeva della sua posizione, si è invece limitato a commentare la decisione di Alfano ed a condividerla, tranquillizzando il mondo che anche lui era d’accordo. Lo scioglimento è stato limitato al solo Municipio di Ostia, mentre Marino è stato destituito (con una mossa di dubbio valore legale) di molti dei suoi poteri, conferiti in parte al Prefetto Gabrielli, per quanto riguarda la gestione e l’organizzazione del Giubileo con partenza a Dicembre ed in parte all’autorità anti corruzione guidata da Raffaele Cantone, deputata, come per Expo, al controllo e monitoraggio della regolarità degli appalti e dei lavori da svolgersi in visto dell’evento giubilare. Tale decisione è incomprensibile, come inconcepibile e la scelta di Marino di portare a conclusione le ferie (14 agosto – 2 settembre). Vista la situazione radicata e di malaffare diffuso ed imperante presente nella capitale, sarebbe consona una ripartenza da zero, un commissariamento totale per far finalmente pulizia definitiva, almeno provarci, pur consapevoli della difficoltà di destituire la capitale d’Italia, una città complessa da oltre 3 milioni di abitanti, ma non si intravedono efficaci alternative.

La decisione di non commissariare Roma, ma di affidarla ad una sorta di Triumvirato di probi viri, nonostante i problemi che sta riscontrando Marino nel gestire la città e nonostante il PD di Renzi, ed il Premier per primo, abbiano una tremenda voglia di destituirlo, suscita alcuni sospetti. Sembrerebbe che l’intenzione sia quella di non andare assolutamente in tempi brevi al voto, che, mai come ora, sembrerebbe necessario anche alla luce delle defezioni occorse nella giunta Marino, per evitare una debacle per la probabile, stando ai sondaggi, vittoria del M5S, quotato al 35%. Inoltre, il pronunciamento di Alfano, che pure avrebbe potuto commissariare la capitale per il potere conferitogli dall’essere Ministero dell’Interno, non lo ha fatto. La mossa potrebbe essere interpretata, dai più maliziosi, come uno scambio, una sorta di latina, quindi della Roma che fu, ma anche che è, pressi del “Do Ut Des” nei confronti di Renzi, che salvò l’esponente NCD Azzollini dall’arresto. Le opposizioni tutte si schierano a  favore di nuove elezioni, senza se e senza ma, vogliono le urne Forza Italia, Fratelli D’Italia, la Lega, disposta anche ad un’alleanza con il M5S per “ripulire” il Campidoglio, il M5S ovviamente, ma anche alcuni esponenti di Governo, come il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti di Scelta Civica e molti membri della minoranza Dem, ma non solo della minoranza, tra cui il renziano, candidato sindaco a Milano, Emanuele Fiano il quale ha asserito che se fosse stato nei panni di Marino non avrebbe potuto non dimettersi dall’incarico.

Il caos e le incertezze che regnano nella capitale non sono altro che una parafrasi di quello che da anni si trova a dover affrontare tutta la nazione, ossia una incertezza, una approssimazione, una incapacità di pianificare e di investire nel lungo termine, senza pari, una dominanza di logiche partitiche, arroccamenti ideologici, protezione di privilegi e poltrone. Nulla più. Vedremo presto se nei 100 giorni che separano Roma, e l’Italia tutta, dal Giubileo si riscontreranno o meno, col nuovo assetto capitolino,  problemi e ritardi, con un tempo a disposizione, circa 100 giorni, “entro il quale”, e cito il Direttore Enrico Mentana, “a Roma non si riesce neppure a mettere in pedi un semaforo”, ma qui non ne va della fruibilità di un incrocio, bensì della già povera immagine dell’Italia agli occhi del mondo.

28/08/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE

Ebbene, sono stati approvati i decreti attuativi del Jobs Act, un cavallo di battaglia del Governo Renzi su un tema, il lavoro, centrale per il periodo economico in atto caratterizzato da una drammatica situazione occupazionale e messo al centro degli impegni europei. L’argomento è anche altamente caratterizzante la sinistra più radicale che ha sempre fatto del lavoro e del diritto dei lavoratori una delle bandiere da difendere a spada tratta, talvolta, assieme con i sindacati, in modo eccessivamente rigido.

Come prevedibile, considerando quanti aspri scontri vi siano già stati internamente al PD proprio sul JobsAct, anche l’approvazione dei decreti non ha fatto eccezione. Il PD si è nuovamente diviso palesemente, da una parte la cosiddetta minoranza che include Fassina, Civati, Cuperlo, Damiano, Chiti schierata con SEL, M5S, FI e buona parte dei sindacati, assai critici nei confronti della riforma, dall’altra il Governo (PD e NCD) che gioisce per la vittoria conseguita.
Secondo i primi la giornata è stata drammatica per il lavoro e per i lavoratori che hanno perso qualche cosa in termini di tutele e diritti, un giorno infausto dove ha trionfato la precarietà, solo pochi contratti atipici sono stati eliminati (da 47 passerebbero a 45) e la facilità di licenziamento può minare ulteriormente il minino di stabilità lavorativa attualmente raggiungibile con estrema difficoltà (i vecchi contratti non rientrano nel perimetro del JobsAct). Per il Governo invece è un giorno memorabile sia per aziende, facilitate ad assumere, sia per lavoratori precari e disoccupati, beneficiari delle assunzioni, tanto da spingere Poletti a promettere agli italiani 100’000 – 200’000 nuovi posti di lavoro nel 2015 (la forbice del 100% non è certo insignificante, sono in ballo 100’000 posti, se stima deve essere che sia almeno più precisa, ma sarebbe meglio non si stimassero affatto certi numeri visti i precedenti poco felici).
Del resto non nascondono un’enorme soddisfazione gli alleati governativi di NCD che, ottenuto questo dividendo sul lavoro, rilanciano, a margine di una Winter School al Sestriere, la loro posizione di influenza nel Governo, il patto (attenzione ai patti, non portano sempre bene) per far arrivare “l’Esecutivo delle riforme” alla scadenza naturale del 2018 ed avanzano, dall’alto della loro bulgara percentuale elettorale, gli interventi in tema famiglia e diritti civili, sui quali, c’è da star certi, nuovi scontri si concretizzeranno. Se gioiscono Sacconi (identificato come il vero vincitore della riforma sul lavoro dalla minoranza Dem) ed Alfano, non possono gioire i membri più radicali del PD, né tantomeno i sindacati le cui posizioni oscillano tra l’estremamente critico della CGIL-FIOM di Camusso-Landini e quella un più accomodante della CISL della Furlan, maggiormente propensa alla mediazione ma comunque insoddisfatta di certi passaggi.

Le critiche sulle modalità operative, facendo il paio con quelle della sinistra Dem, SEL, Sindacati e M5S, arrivano anche dal Presidente della Camera Laura Boldrini che accusa Renzi di prevaricazione del Parlamento non avendo ascoltato il parere delle Commissioni, votate favorevolmente da tutto il Parlamento, le quali suggerivano una revisione di taluni passaggi della riforma. Certo è che la discussione del parere delle Commissioni Parlamentari ed il loro recepimento non è un obbligo da parte dell’Esecutivo, ma passarvi sopra nonostante il voto parlamentare favorevole e nonostante il PD, partito di cui il Premier è segretario, si fosse espresso unanimemente a fianco delle Commissioni, è un dato di fatto che testimonia una volta in più come il Premier non guardi in faccia a nessuno né sia particolarmente incline al dialogo ed alla mediazione.

Oggettivamente e senza voler giudicare, il prevaricare un parere delle Commissioni, per giunta appoggiato da tutto il Parlamento, non è una banalità. Ciò ha spinto Vannino Chiti, membro della sinistra Dem, a dichiarare che la scelta non sarà senza conseguenze e la Presidente Boldrini ad avanzare il timore per “un uomo solo al comando”, che la storia insegna essere sempre foriero di disgrazie.

I punti più caldi del Decreto sul Lavoro, che fanno gongolare il Centro Destra NCD e lamentare la Sinistra, confermando con le evidenze il carattere più destrorso dei provvedimenti, sono: la cancellazione dell’Articolo 18, il demansionamento, l’utilizzo di tecnologie per il controllo dei dipendenti, i licenziamenti collettivi, il taglio (definito esiguo dalla minoranza Dem, Sel e M5S) che porterebbe da 47 a 44-45 il numero delle tipologie contrattuali precarie.

Per la sinistra Dem l’approvazione del Jobs Act è stato uno schiaffo all’ala sinistra del PD riuscendo dove la destra, quando era di governo, fallì. Sinistre e sindacati sono già sul piede di guerra, verranno organizzate manifestazioni e Landini sembrava aver avanzato addirittura l’ipotesi di iniziare a fare politica proprio in opposizione a Renzi, possibilità poi smentita dallo stesso sindacalista. Renzi nel frattempo alla trasmissione “in mezz’ora” non ha perso occasione di scagliarsi contro la Fiom dicendo che l’eventuale scesa in campo di Landini sarebbe stata la naturale conseguenza della sconfitta del sindacato nella partita con FCA di Marchionne, unico vincitore indiscusso secondo il Premier. In realtà il leader Fiom assieme a Cofferati potrebbe dare il “la”ad una scissione del PD, che con le sole forze della minoranza Dem sembra poco più che una mansueta compagine, per colmare una lacuna a sinistra che innegabilmente esiste.

Se la sinistra non se la passa bene, situazione speculare si rileva a destra. Fitto è pronto a lanciare “i rinnovatori” che dopo i “rottamatori” ed i “formattatori” almeno lasciano intendere una volontà costruttiva. Analogamente alla sinistra Dem, nonostante le tante e talvolta contraddittorie asternazioni sulla possibilità di una fuoruscita che potrebbero riprendere auge dopo le parole poi smentite di Landini, anche per Fitto  la linea ufficiale è quella di lavorare all’interno del partito. In tutto questo marasma è gioco facile per il Premier tirare dritto senza significativi avversari.

Più che l’Articolo 18, evidentemente portato avanti come vessillo ideologico per poter così dire di aver sconfitto i vecchi privilegi (leggi CGIL e sindacati con cui evidentemente ce l’ha a morte), a lasciare più perplessi sono il controllo sui lavoratori, il demansionamento in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi economica dell’azienda e soprattutto la possibilità dei licenziamenti collettivi.

Chissà il caos che accadrà, perché è solo questione di tempo ed accadrà, quando una grande multinazionale, dapprima straniera (che sia FCA?) poi seguiranno anche quelle nostrane, applicherà questa possibilità…. non sarà una situazione semplice da gestire.

Inoltre appare evidente che per un po’ di tempo ancora si perpetreranno le diseguaglianze tra due tipologie di lavoratori, quelli coperta dalle vecchie tutele e quelli sotto l’egida del contratto a tutele crescenti che partirà i primi di marzo. Molti sono i casi in cui potranno verificarsi situazioni distorte (la più palese è la differenza tra pubblico e privato) ed una particolarmente spinosa riguarda proprio i licenziamenti collettivi.
Poniamo ad esempio il caso che un’azienda debba licenziare 40 persone per motivi economici e taluni siano coperti da vecchio contratto mentre i restanti dal Jobs Act. Come si procederebbe? Col reintegro dei primi ed il licenziamento degli altri? La quota di reintegrati poi sarà sostituita da altri licenziamenti attingendo alla platea dei dipendenti sotto nuovo contratto? Del resto se l’esigenza aziendale di riduzione del personale ammontava a 40 unità, 40 alla fine devono essere.
Oppure il cambio di lavoro e azienda comporterebbe per un lavoratore sotto vecchio contratto e tutele il passaggio a quello nuovo senza Articolo 18? Se sì la conseguenza sarebbe una minor propensione al cambiamento ed una maggior rigidità per questo caso specifico.

Insomma, attendiamoci molte, molte polemiche.

Immediatamente dopo l’approvazione di un consistente numero di riforme (liberalizzazioni in vari settori, privatizzazioni, Jobs Act) il Mef si è affrettato ad inviare, a mezzo del vecchio strumento epistolare ancora in voga tra gli uffici di Bruxelles, alcune stime di crescita legate all’attività riformatrice. In particolare:

  • il Jobs Act porterà un incremento di PIL dello 0.9% nel 2020 (stima allineata a quella dell’OCSE);
  • dalle privatizzazioni si ricaverà un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017;
  • complessivamente sempre al 2020 la crescita toccherà +3.6% grazie alle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA;

La motivazione di tale comunicato evidentemente risiede nel fatto che a marzo la Commissione UE dovrà pronunciarsi, in secondo battuta dopo il rinvio di dicembre, sulla legge di stabilità dell’Esecutivo Renzi e questi numeri si spera siano un buon viatico.

Forse però il Governo, conoscendo la puntigliosità della Commissione che non si lascia ammorbidire da stime troppo spesso disattese, dovrebbe limitarsi nel lanciare pronostici non si sa bene basate su che studi. Ricordiamo tutti la previsione del PIL a +0.8% apostrofata come pessimistica e con belle sorprese in vista diramata dal Governo nel febbraio del 2014 e riferita allo stesso anno.

Com’è quantificabile un PIL a +0.9% che il Jobs Act porterà nel 2020 (orizzonte in questo momento lontanissimo e decisamente influenzato da una miriade di fattori esterni come Grecia, Ucraina, Libia, prezzo del greggio, sanzioni alla Russia, crescita cinese ecc, che neppure il miglior economista-stratega può prevedere ad oggi; in economia-finanziaria la certezza sul lungo termine è che saremo tutti morti)?
Le privatizzazioni già slittate più volte, inclusa quella di Enel tecnicamente semplice, potranno davvero comportare un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017?

Ancora, come è stimabile a +3.6% la crescita complessiva sempre al 2020 per effetto delle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA considerando quanto sia difficile portarle ad attuazione nei tempi stretti stabiliti e con le pressioni della politica italiana (un cronoprogramma è già stato bucato palesemente, ma nessuno sembra ricordarlo)?

Infine come può il buon Poletti asserire che nel 2015 gli italiani beneficeranno di un incremento di 100’000 – 200’000 posti di lavoro? La forbice, come detto in precedenza, è troppo ampia e tra 100 mila e 200 mila c’è la stessa differenza che tra un risultato mediocre ed uno più che buono.

Non sono bastate le cantonate sui dati di previsione già prese nei tempi addietro? Parrebbe di no.

Appurato che di alternative credibili in un momento di urgenza come questo non ve ne sono, sarebbe auspicabile che Governo ed opposizioni lavorassero assieme con il reale obiettivo del bene e del cambiamento del paese. Purtroppo la sensazione è che sull’altare della comunicazione e della rapidità d’annuncio si sacrifichino fondamentali dettagli, modificabili facilmente durante le discussioni parlamentari ma dagli effetti devastanti una volta approvati, ove, stando al vecchio adagio, si insinua sovente il diavolo….

Link:
Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…28/12/2014
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14

22/02/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….

Il processo di modifica della normativa su lavoro ed occupazione è iniziato. Come prevedibile dagli scontri dei mesi scorsi, il primo tema affrontato è stato l’Articolo 18. Il timore era che affrontare una tematica complessa a partire dalla regolamentazione dei licenziamenti fosse solo il modo per attaccare un baluardo ideologico più che per creare un substrato realmente favorevole alla proliferazione e catalizzazione di investimenti privati nel nostro paese.

L’attrazione degli investimenti come abbiamo detto più volte (LINK) non è figlia solo della normativa, indubbiamente da semplificare e snellire come tutta la burocrazia borbonica imperante ed inefficiente che la fa letteralmente da padrona come elemento maieutico per la proliferazione di poltrone e potentati, ma della domanda e della necessità di nuova manodopera per sopperire ai consumi, alla necessità di servizi, alla richiesta di export in sostanza alla dinamicità dell’economia, situazione dalla quale siamo ancora ben lungi.

Ricordiamo inoltre che l’articolo 18 non si applica già alle imprese sotto i 15 dipendenti, circa il 90% delle aziende nostraneane. Taluni sostengono che la non espansione di simili realtà dipende proprio dalla volontà di non dover sottostare a questa ulteriore norma, altri invece, tra cui imprenditori titolari di piccole imprese, non ritengono la presenza dell’Art. 18 un problema essendo l’aumento ed il non aumento di personale principalmente legato alla necessità di nuova manodopera, al costo da affrontare per nuove assunzioni che deve essere giustificato da un eccessivo incremento di profitto e non ultimo dal desiderio di mantenere una dimensione famigliare in cui i rapporti umani sono una delle forze che fanno il successo dell’attività. Se poi si considerano i casi in cui l’Articolo 18 è stato applicato nelle aziende oltre i 15 dipendenti essi risultano davvero un numero esiguo.

La modifica inserita dal Jobs Act abolisce l’Articolo 18 per tutte le imprese oltre 15 dipendenti introducendo la possibilità di licenziare a fronte di una buona uscita che varia dalle 4 alle 24 mensilità; 4 mensilità sono corrisposte per i licenziamenti entro il primo anno, per gli anni successivi le mensilità scendono a 2 all’anno per un massimo di 24 appunto. Le nuova assunzioni, che dovrebbero essere di tre anni come apprendista per poi trasformarsi automaticamente in tempo indeterminato, sono poi agevolate da uno sgravio di circa 7-8 mila € in favore dell’azienda. Il reintegro per i lavoratori dovrebbe, ed il condizionale è d’obbligo in quanto vi è ancora margine di intervento, permanere per i licenziamenti discriminatori. Verrebbero inoltre assimilati i licenziamenti collettivi a quelli di singoli individui.

Senza entrare più nel dettaglio, è evidente che la tematica rimane altamente divisiva, anzi pare proprio non accontentare nessuno.

Per NCD di Alfano – Sacconi e per tutta l’area liberale è stato fatto un piccolo passo avanti, ma soprattutto è stata persa l’occasione di eliminare definitivamente la possibilità di reintegro anche per i licenziamenti discriminatori ovviamente dietro corrispettivo pecuniario (opting out).

Per FI, Brunetta e Toti, è stato fatto tanto rumore per nulla, questa norma non sortirà effetti ed è stato creato ulteriore caos finalizzato a marketing e propaganda politica.

All’interno della sinistra e del PD si annidano però le critiche più feroci e pericolose per la tenuta del Governo Renzi. Il come sempre durissimo Fassina sostiene che sia stato eseguito il compitino dato dalla Troika, mentre i sindacati, inclusa la CISL che pure non aveva scioperato per opporsi a questa norma, si sono detti sconcertati per la perdita di fondamentali diritti sul lavoro con un pericoloso livellamento al ribasso. In particolare il dito è stato puntato contro l’equiparazione dei licenziamenti collettivi e di singoli individui, sulla quale lo stesso presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano ha aperto a modifiche e revisioni, così come verso la monetizzazione dei licenziamenti. Secondo le sigle sindacali, ed anche per la parte civatiana del PD, rimarrebbe presente una giungla indecente ed insostenibile di contratti. In sostanza il Premier avrebbe esaudito i desideri delle imprese e di Confindustria, che a dire il vero rimangono moderatamente soddisfatte.

Altro importante punto di scontro riguarda l’applicabilità della norma sui licenziamenti anche al settore pubblico caldeggiata dall’area liberale e di centro-destra. Il Governo, con i ministri Poletti e Madia, hanno dichiarato di non ritenere applicabile il Jobs Act ai dipendenti pubblici (anche se per il Premier Renzi è il Parlamento a doversi pronunciare su questo tema) aprendo così un ampio campo di scontro con tutta l’ala liberale di Governo ed opposizione, da Ichino a Zanetti.

Passando ad analizzare queste prima ed ancora precarie informazioni, una chiara evidenza è che le mensilità non sono poi così allettanti per il lavoratore al quale, più che l’indennizzo economico, è la prospettiva per il futuro ad interessare, prospettiva e fiducia nel deivenire senza la quale la ripresa economica e dei consumi non può esserci, come dimostrato da questa crisi. Inoltre nei i primi anni lo sgravio per le aziende è superiore a quanto esse dovrebbero rimborsare al lavoratore in caso di licenziamento, sembrerebbe dunque una contraddizione in cui licenziare può essere addirittura conveniente.

Come detto il licenziamento non è previsto per motivi discriminatori, ma lo è ad esempio per quelli disciplinari. Evidentemente, oltre al ricorso al giudice per stabilire la sussistenza o meno del comportamento perseguibile con l’allontanamento definitivo dal posto di lavoro, in molti casi di licenziamento il licenziato cercherà di ricondurre la sua situazione ad un licenziamento discriminatorio ricorrendo al giudice ed aprendo una causa con l’azienda probabilmente lunga, cavillosa e dispendiosa in termini di tempo e risorse sia per l’una che per l’altra parte. I licenziamenti collettivi già esistono, e soprattutto nelle grandi aziende, vengono operati con la creazione ad hoc di società controllate al 100% poi cedute in toto col meccanismo della cessione di ramo aziendale.

Pur essendo evidente è bene ri-sottolineare che per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti di fatto non cambia assolutamente nulla.

La questione dell’applicabilità al pubblico impiego, dove per certe inadempienze l’allontanamenti dal posto di lavoro già esiste anche se forse applicato in pochissimi casi (come spesso capita basterebbe applicare fedelmente le regole già in essere invece che crearne nuove…), pone di fronte al classico caso border line che è difficile dirimere; se infatti il dipendente pubblico ha sostenuto e superato un regolare concorso è anche vero che si accentua ulteriormente un divario tra lavoratori soggetti a maggior tutele, che pur pagano lo scotto di blocchi salariali ormai di lungo corso, e lavoratori ai quali simili tutele non si applicano. Questo elemento sarà probabilmente territorio di dibattiti e scontri, ma alla fine è difficile pensare un’applicazione ai dipendenti pubblici, sia per la forza del loro sindacato, sia per la presa di posizione dei Ministri Poletti-Madia, sia per l’importanza di un simile bacino elettorale.

Infine, un lavoratore a tempo indeterminato di lungo corso, quindi beneficiario dell’Articolo 18, che cambiasse lavoro spostandosi presso una differente azienda, sarebbe assoggettato alle nuove regole o manterrebbe la non licenziabilità del vecchio contratto? Questo elemento potrebbe essere ostativo nei confronti di una mobilità ed aspirazione alla crescita del lavoratore stesso, elemento basilare per il traino della ripresa USA.

Gli effetti del Jobs Act si vedranno nel giro di anni, e nonostante i dibattiti ampliamenti già aperti, la norma è ancora tutta da definire in molti punti chiave. Di sicuro di primo acchito non pare che sia una vera rivoluzione copernicana, piuttosto sembrerebbe che ben poco venga cambiato tanto da far sospettare che l’apporto alla creazione di posti di lavoro sia minimale rispetto a quanto auspicato. Sicuramente il fatto di non essere considerata una buona norma da tutti partiti porterà ad impasse ed aspri scontri vista anche la determinazione del Governo a non cedere a modifiche e l’apertura al ricorso allo sciopero già avanzata dai sindacati, con CGIL a far da capo fila.

Come dimostra l’ultimo caso di delocalizzazione che ha toccato lo stabilimento di Chieti della Golden Lady, in via di chiusura dopo la serrata della OMSA di Faenza riconvertita a produzione di divani, quella che va aperta è la stagione delle sburocratizzazioni e della defiscalizzazione in modo da attrarre investimenti privati, così come far in modo che l’Europa consenta più ingenti investimenti pubblici anche sotto strettissimo controllo di spesa e del raggiungimento dei risultati. Il superamento degli attuali ammortizzatori sociali, che non sono stati ancora completamente coperti da adeguate risorse, verso una riqualificazione attiva del lavoratore è indispensabile per la creazione della dinamicità tipica degli USA che tanto si prendono da esempio, ma dove le dinamiche sono completamente differenti e la ripresa ha goduto di politica monetaria e QE finalizzati esplicitamente al raggiungimento di un preciso target di disoccupazione (< 6%), investimenti pubblici, re-industrializzazione, mercato del lavoro dinamico e meritocratico ed un dollaro deprezzato in gradi di spingere con vigore le esportazioni; in ogni ragionamento poi non vanno mai dimenticate le contraddizioni sempre presenti, come l’imperante diseguaglianza e le tensioni sociali che stanno sfociando in gravi episodi razziali.

Meno burocrazia, meno tasse, sostegno ad imprese e lavoratori senza utilizzare la pericolosa arma della svalutazione salariale rappresentano gli elementi base per poter realmente spingere i consumi, l’export, creare domanda e conseguenti posti di lavoro, altrimenti articolo 18 o no l’occupazione non pioverà dal cielo.

27/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

 

Renzi, ministeri, Schulz, Europa

Quasi da bookmakers londinesi sono le speculazione mediatiche, basate su fondamentali assai poco concreti, in merito al “totoministri” ed al rinnovo dei consigli delle grandi aziende partecipate ove complessivamente sono in gioco circa 600 posizioni.
Tutti i grandi nomi in lizza per un Ministero, che hanno supportato fin qui Renzi ed in prima fila alle varie edizioni della Leopolda, hanno declinato l’ipotetico invito sostenendo che il loro mestiere è un altro; potrebbero essere più propensi, personalità come Guerra o Colao, ad essere proposte per le grandi partecipate.
Tecnicamente non si può dar loro torto, ma non si può neppure negare che i presupposti iniziali per un loro serio coinvolgimento politico ci fossero, almeno fino a quando non è stata delineata abbastanza chiaramente la composizione della maggioranza che con Renzi dovrebbe governare: sostanzialmente la medesima rispetto al governo Letta a meno del Premier e di alcuni Ministri appunto.

Sembrerebbe che in ultimo non se la siano sentita di affrontare una situazione ben più difficile di quanto era pensabile inizialmente, in particolare se la prospettiva ideale era quella di un Governo in cui il Premier, Renzi, fosse dotato di una propria maggioranza e quindi con meno vincoli di azione e più libertà. Insomma avrebbero voluto un governo di totale discontinuità e cambiamento che al momento non potrà verificarsi in tutti i suoi aspetti.
A sostenere il Governo ci saranno i partiti di centro e dovrebbe rimanere NCD a patto di discutere il programma punto per punto e di vedere rispettati alcuni paletti: no alla patrimoniale (alla quale Renzi durante lo scontro televisivo per le primarie PD non si mostrò totalmente avverso); un Ministro della giustizia garantista e non proveniente dalla magistratura; una revisione della legge elettorale proposta da PD-FI in particolare riguardo alla soglia di sbarramento; interventi sul “Jumpstart Our Business Startups – Act”.

Nel mentre si sta configurando un vero ingorgo istituzionale in merito all’approvazione dei decreti quasi in scadenza e riguardanti, tra gli altri, il finanziamento pubblico ai partiti ed il Salva Roma che quindi potrebbero saltare e vanificarsi, annullando tutto il lavoro di implementazione e modifica, pregevole o meno che sia, fatto nelle settimane scorse (altro tempo ed energie sprecate quindi). A fare il paio poi con i flebili dati positivi relativi all’ultimo mese del 2013, che nonostante ciò che dice Saccomanni segnano una stagnazione e non certo una ripresa economica, arrivano quelli meno rassicuranti sull’export, -0.1% nel 2013, ed import, -5.5% nel medesimo anno, peggiori risultati dal 2009.

Sulla scelta di Ministri, così come sulla nomina dei nuovi consigli delle società partecipate, Renzi dovrà fare attenzione, non dovrà farsi prendere la mano da una rottamazione o un cambiamento ad ogni costo facendo dell’anagrafe e del genere i due driver principali. Dovrà scegliere persone competenti e dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili e dedicati agli argomenti più delicati, attingendo al meglio della politica e della società civile. Stesso dicasi per i manager delle partecipate che se validi ed artefici di ottimi risultati devono poter giocarsi la carta della riconferma perché le persone sono importantissime, ma in quanto meritevoli e dotate di ottime doti trasversali, in particolare quella di saper interpretare tempestivamente gli scenari e di innovare; ciò si misura solo con i risultati.
A mio avviso sarebbe auspicabile un mix di genere ed età così da poter ottenere il massimo sfruttando più punti di vista differenti: attingere dalla consolidata esperienza e competenza dei più anziani così come dalla freschezza e capacità di visione dei più giovani, maggiormente propensi a quello che è un mondo interconnesso e globalizzato. La chiave di tutto sta nel dialogo e nella collaborazione generazionale al fine di ottenere il massimo per il numero più ampio possibile di cittadini e classi sociali.

I temi che penalizzano la competitività dell’Italia e del suo tessuto industriale sono molti, ma in prima linea vi sono il COSTO DELL’ENERGIA, ed in generale la politica energetica che deve essere rivista in particolare lavorando su un Mix produttivo tecnologicamente diversificato e coerente con la terna “domanda – capacità produttiva – sostenibilità ambientale”, ed il DIGITAL DIVIDE (Link articolo) che include anche aspetti di educazione all’uso delle nuove tecnologie, di ottimizzazione e razionalizzazione di HW e SW (incluso un lavoro per unificare data base e centri di raccolta dati) in uso dalle PA e di sicurezza dei dati e delle informazioni.
Per questi settori potrebbe valer la pena istituire Ministeri ad hoc: il ministero dell’Energia ed il ministero di Internet/Nuove Tecnologie (che credo in USA ed in qualche paese anglosassone già esistano) o comunque dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili composti dalle eccellenze che fortunatamente in Italia ci sono ancora. Se davvero il Governo riuscisse a durare 4 anni il tempo per ottenere buoni risultati su questi argomenti, che dovrebbero godere dell’appoggio di tutti i partiti, ci sarebbe.

Inoltre non si deve mai perdere d’occhio l’Europa, che dal canto suo non perde d’occhio l’Italia. Se Martin Schulz si è mostrato molto propenso ad un cambio di approccio dell’Unione che sia costituito da meno veti e diktat e più cooperazione e solidarietà tra i popoli, meno aiuti alle banche e più politiche per il lavoro, permangono le conferme di Bruxelles e dello stesso Saccomanni dall’Ecofin che ribadiscono come non si possono oltrepassare i vincoli e come ci si impegni a non farlo. Schulz, già in aria di campagna elettorale per le europee, essendo un esponente di spicco del SPD parte della grande coalizione del governo tedesco, potrebbe cercare di intercedere nei confronti della Germania e della CDU, importanti stakeholder dell’ Unione.

Certamente due primari obiettivi che si dovrà dare il Governo Renzi, impossibili senza l’appoggio delle forze delle larghe intese che allo stato delle cose ancora sussistono, saranno quello di imporsi in Europa facendo valere le ragioni e la forza italiane, e pretendendo applicazioni più vantaggiose per il nostro paese della golden rule così come condizioni differenti sul fiscal compact; ancor prima però dovrà garantire al governo una credibilità ed una autorevolezza per le quali sono fondamentali stabilità politica e capacità di fare rapidamente le riforme note a tutti e che l’Europa ricorda ogni volta. Se il secondo obiettivo non verrà raggiunto non potrà esserlo neppure il primo e verranno lasciati, come fin ora successo, ai “falchi” dell’austerità numerosi elementi politico-economici (il ritardatario piano sulla spendig review ne è un esempio) da poter addurre contro la nostra condotta ed a supporto di un approccio asfissiante alla politica economica.

18/02/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Fine anno, tutti con Napolitano. Quindi da domani si cambia?

Il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è stato, seguendo la tendenza del momento, all’insegna della comunicazione.
In particolare la prima parte, che ha visto la lettura ed il racconto di storia di vita vissuta da comuni cittadini alle prese con la crisi e le sfide del quotidiano, è stato un tentativo forte e toccante di riavvicinamento tra popolazione ed istituzioni politiche, rapporto che, come confermano svariati sondaggi (es. studio Demetra su la Repubblica di Lunedì 30/12), è andato sempre più ledendosi fino a sfociare in totale distacco, disaffezione e disinteresse. Sentimenti mossi dalla convinzione diffusa tra i ceti popolari e non, avvallati da alcune evidenti dimostrazioni, che la politica non riesca ad interpretare i reali bisogni dei cittadini e non sia in grado di capire i problemi o perché guidata da interessi puramente personali o perché, malgrado la buona volontà, lo status quo di politico con al seguito innumerevoli benefici e lauti stipendi, perfettamente legittimati dalle norme e che consentono disponibilità quasi illimitata per ogni eventualità, non possano permettere la completa comprensione di coloro che non arrivano a fine mese, devono scegliere tra pagare i propri dipendenti o garantire il necessario alla propria famiglia (caso presente tra le letture di Napolitano) o hanno un muto per la casa che faticano ad onorare (il classico esempio è la concessione di un mutuo, ormai chimera di molte persone comuni non lo è invece per i politici che hanno accesso a tassi di favore, 1%, e dispongono di stipendi e prebende fisse e sostanziose). Napolitano ha auspicato che questo divario inizi a colmarsi fin da subito ed ha suggerito alla politica di moralizzarsi e sacrificarsi, di tornare davvero al servizio del cittadino comprendendone bisogni, necessità, pretendendo doveri, ma assicurando diritti a partire dai fondamentali.

Il resto del discorso è stato più o meno prevedibile, dai toni non aggressivi o da ultimatum senza però tralasciare di sottolineare la natura transitoria del suo mandato né di respingere con vigore ogni accusa di assolutismo nei suoi confronti, mettendo in primo piano la necessità di andare avanti con le riforme, inaugurare un periodo di cambiamento e perseguire una larga comunione di intenti, o se si preferisce di intese, trasversali tra i partiti per lavorare assieme in favore della cosa pubblica.

Le reazioni dei partiti e del leader politici sono state critiche per quel che riguarda le forze di opposizione, ma di totale consenso ed approvazione considerando i partiti di maggioranza e del centro, quindi PD, dal Premier Letta al Segretario Matteo Renzi, NCD, a cominciare dal vice Premier Alfano, l’UDC, il cui leader Casini si è detto entusiasta e Scelta Civica, ove Monti si è complimentato per il discorso del Presidente definito pacato e forte.

Dunque nella maggioranza e nel centro tutti d’accordo.
Da domani, si consenta che il primo gennaio anche le istituzioni si dedichino al riposo, si potrà davvero lavorare in sintonia ed accordo per cambiare il paese e ritrovare i binari di una Italia al limite dello smarrimento o comunque in costante stato di “vivacchiamento”, rendendo realmente utili le larghe intese e la stabilità politica, insignificanti se fini a se stesse?
Visti i precedenti, al di là delle frasi di circostanza più o meno sincere e commoventi, sarà difficile che una data particolare come Capodanno ed un unico messaggio, uno dei tanti e neanche dei più critici, possa far mutare quell’attitudine che tra alti e bassi si protrae almeno da 240 giorni, da maggio dell’anno ormai scorso.

Il fortissimo augurio, accanto a quello di un 2014 ricco di soddisfazioni e gioia, è di sbagliare previsione. L’attesa non sarà lunga, da domani si vedrà.

01/01/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

L’Italia: una casa diroccata nonostante alcuni buoni intenti condivisi

Fa abbastanza sorridere, sicuramente in modo un po’ isterico, quello che si sente negli ultimi giorni nel panorama politico. Mettendo da parte i continui colpi di scena sull’IMU, ultimo quello che ha visto il ministro Saccomanni dichiarare che l’eventuale abolizione per il 2013 (se ci sarà) sarà solo una mossa singola, poiché negli anni venturi un’imposta sugli immobili è necessaria per assicurare i bilanci comunali (anche il più stolto si chiederebbe dunque perché sia stata formalmente tolta), fa ridere come adesso tornino prepotenti i contratti, i punti, le priorità, gli impegni da assolvere rapidamente e con la massima urgenza.

Se si analizzano molti di essi sono trasversali e non così nuovi. C’erano nel contratto con gli italiani del 1994, nel governo Monti, erano presenti come “pillars” dei 180 giorni nei quali il governo Letta si era prefissato di risolvere le 2 o 3 questioni di massima urgenza, ci sono nelle proposte di Alfano nel suo nuovo contratto da proporre al Governo, non più delle larghe intese, ma delle chiare intese, ci sono nei programmi del nuovo PD rappresentato dai tre candidati alla segreteria, che rispetto a quanto è stato in passato sono comunque un bell’esempio di partecipazione e di rinnovo, un tentativo di discontinuità da mettere alla prova, in ultimo sono presenti addirittura nel programma che Grillo ha presentato all’odierno V-Day di Genova, per certi versi meno audace, fatto salvo l’impeachment del Presidente della Repubblica, rispetto al passato.

La necessità di ridurre il costo del lavoro, di abbassare o cancellare le imposte su persone fisiche ed imprese, di rivedere i trattati europei con la volontà di arrivare ad un’ Europa dei popoli e non dell’austerità, che sia animata dal concetto di solidarietà ed integrazione sostenuto da Schuman nel 1950, la tendenza di rimettere la finanza al servizio dell’economia facilitando il credito alle famiglie ed alle imprese, il taglio dei costi della politica, degli sprechi, del numero dei parlamentari, delle province, l’integrazione dell’area mediterranea, la riforma della legge elettorale, che tra pochi giorni potrebbe essere dichiarate incostituzionale, sono tutti punti condivisi, sia all’interno del governo, che all’esterno, e lo sono non da poco tempo, nonostante ciò da molto se ne parla, ma nulla è mai stato fatto.

A volte è stata data la parola al popolo, come nel caso dei finanziamenti pubblici ai partiti, salvo poi continuare a perseverare con modalità che sfiorano la truffa, tanto che anche il rimborso ai partiti potrebbe essere dichiarato incostituzionale. Altre volte alcune cose sono state cominciate, come la spending review del commissario Bondi o la commissione di saggi per indicare le linee di indirizzo della ripresa, Governo Monti, ma nulla è stato portato a termine. Ora è la volta del Commissario Cottarelli, vedremo quanta libertà avrà.

Sembra che in ultimo, oltre a tante parole, i fatti non riescano ad essere compiuti, non solo per colpa dei politici, che rifiuto di credere siano tutti in malafede e che lavorino solo per se stessi, anzi ritengo che tanti lo facciano con passione e dedizione, ma è il sistema che non consente loro mobilità di azione, sono le tecnocrazie, la burocrazia, è lo stesso sistema, che ormai è evidente vada cambiato e che perciò tende ad auto-proteggersi, ad impedirlo.
Anche per tali ragioni le azione sono sempre stare rivolte a porre rimedio a problemi marginali, insignificanti se inseriti nel contesto macro, si è sempre agito alla giornata, senza piani di lungo termine, senza aprire gli occhi sui temi di vera importanza globale, come la situazione di Russia, Ucraina, Iran, del Medio Oriente, le possibilità offerte dai mercati emergenti, l’Africa, il Sahel, le nuove sfide della tecnologia e dell’energia, la diffusione e l’utilizzo consapevole e produttivo di internet, il clima, l’inquinamento, la crescita della popolazione mondiale, i flussi migratori e molti altri ve ne sono che dovrebbero essere affrontati ed in taluni casi potrebbero essere facilmente trasformati in grandi opportunità.
A ciò non si è mai guardato seriamente, si è preferito ad esempio pensare all’IMU, 3 miliardi su un debito di 2’070 miliardi, un PIL di 1’600 miliardi ed una spesa pubblica di oltre 800 miliardi; il confronto è impietoso.

Pensando all’Italia ed ai provvedimenti di cui si discute, viene in mente una casa diroccata con le fondamenta pericolanti ed erose da anni di incuria e barbarie. Il Governo dovrebbe essere il direttore dei complessi lavori di ristrutturazione. Esso invece di solidificare e ripristinare le fondamenta stesse seguendo un inesistente dettagliato progetto di risanamento, si concentra or sugli infissi, or sull’intonaco, or sul tetto, quasi che fosse incapace di capire che la priorità sono le fondamenta, altrimenti l’edificio benché con belle finestre e tetto a prova di alluvione non potrà reggersi in piedi. Ed anche quantunque si decidesse a lavorare sulle fondamenta non utilizza calcestruzzo, cemento armato e legno per rendere l’edificio antisismico, ma, affidandosi a ditte non all’altezza o truffaldine, fa uso di sabbione e rena marina senza legante alcuno. Il destino dell’edificio è più che chiaro, non v’è sancta manu che lo possa salvare.

Che fare allora? Innanzi tutti iniziare a mettere in pratica quei punti trascinati da anni che mai sono stai implementati, farlo in poche ore perché il consenso necessario, volendo, c’è. Serve poi pianificare immediatamente il futuro, non di domani, ma dei prossimi 50 anni; farlo ponendosi obiettivi chiari, pensando ai nuovi scenari in evoluzione, avendo la flessibilità di cambiare i piani in corsa perché la mutevolezza della nostra era lo richiede ed a tal pro avvalersi dei migliori talenti, trattenendoli, giovani ed anziani che possono contribuire, con freschezza ed audacia di idee i primi, con saggezza ed esperienza i secondi.

C’è da tempo consapevolezza diffusa ed apartitica che si deve cambiare radicalmente, creare discontinuità con il passato, ma nessuno è mai stato così coraggioso da prendersi la responsabilità di farlo. Ancora una volta l’insegnamento, se vogliamo semplice ed immediato, di Papa Francesco calza precisamente con la politica. Il pontefice ha detto alla sua platea di Universitari in occasione dei Vespri di Avvento, di prendere rischi, essere audaci, non temere di mettersi in gioco e raccogliere le sfide in modo onesto e leale, di non omologarsi e cadere nella mediocrità che spesso caratterizza il pensiero dominante, di contribuire, con le proprie unicità, al servizio della collettività, di vivere non vivacchiare.
Da troppo tempo invece il nostro paese sta vivacchiando.

Temi correlati:

Il Meglio per il cambiamento.

Indice GINI e meritocrazia.

Europa dei popoli.

Adattamento al futuro.

Mettersi in gioco.

01/12/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Superare l’impasse agostana, poi concentrarsi sul concreto

Il voto di sfiducia al Governo ha avuto esito negativo.

Il Premier Letta ed il suo Esecutivo l’hanno scampata dunque? A dire il vero solo parzialmente perché la vicenda Kazaka ha lasciato strascichi di non poco conto, del resto la questione è complessa sul piano geopolitico internazionale, un vero e proprio intrigo. Nonostante il voto a favore del Governo nel PD si sta diffondendo l’idea della necessità di un rimpasto dell’Esecutivo in ottobre. Ciò si aggiunge alle tensioni già in essere dovute principalmente all’esito del “processo Berlusconi” del 30 luglio che ha sicuramente un’importante valenza politica ed alle decisioni che dovranno essere prese entro il 31 agosto.

Come un eventuale voto di sfiducia al Governo anche un rimpasto non è un provvedimento banale non sono convito che passerà inosservato agli occhi degli altri stati europei ed a quelli delle istituzioni di Bruxelles poiché testimonierebbe che gli attriti già evidenti, ma fino ad ora domati dal Premier con il supporto del Presidente Napolitano, stanno assumendo dimensioni sempre maggiori col rischio di minare seriamente la stabilità politica. In Europa attualmente i paesi che stanno fronteggiando crisi di governo, mettendo i apprensione i mercati, sono non a caso il Portogallo e la Grecia le cui difficili condizioni sono ben note.

Il contesto che stiamo attraversando impone collaborazione e negoziati produttivi sia perché non c’è tempo da perdere in contrasti sia perché le risorse sono poche e vanno utilizzate al meglio, quindi tutte le energie dovrebbero essere vincolate in modo costruttivo. Abbiamo l’onere e l’onore, effettivamente non sempre riconosciuto dagli altri stati membri, di essere un paese fondatore dell’Unione Europea e la terza economia del vecchio continente, questo deve essere chiaro a Bruxelles, ma anche a Roma, non ci possiamo permettere di essere ulteriormente causa o capro espiatorio per movimenti di mercato problematici o alibi per gli speculatori che, considerando le situazioni economiche di Asia ed USA, vedono nel nostro continente la preda più debilitata ed il nostro paese ne rappresenta la vitale giugulare ove attaccare mortalmente.

A proposito di risorse il 31 agosto è il termine per prendere decisioni in merito a quattro temi fondamentali per la resistenza dell’esecutivo: il nodo esodati, la procedura di pagamento della prima tranche da 20 miliardi dei debiti alle PA che vorrebbe essere anticipata rispetto al 2014 ed infine il nodo IMU ed IVA. La cancellazione totale dell’IMU richiesta dal PDL non è ormai evidentemente percorribile, ma la soluzione definitiva è ancora lontana, si parla di franchigia entro un certo limite (i capannoni industriali produttivi non dovrebbero essere tassati in accordo con Confindustria, ma pronunciamenti definitivi non si sono sentiti), oppure di integrazione con TARES e TARSU, o ancora una imposta comunale che tenga conto del patrimonio immobiliare incrociato con il nuovo indice ISEE, ovviamente anche l’ipotesi di un rinvio alla
legge di stabilità del 2014 non manca, servirebbero 4 miliardi, ma la riunione odierna della Cabina di Regia ha confermato, senza esplicitare i modi, una definitiva risoluzione entro il 31 agosto.

L’IVA, che dovrebbe passare al 22% dal 1 ottobre, analizzando i dati è un falso problema, non dovrebbe essere aumentata in quanto non strutturale, non porterebbe gettito e vesserebbe ulteriormente consumatori ed imprese. È dimostrato (Curva di Laffer in figura) che aumentare l’imposta oltre un certo livello (in Italia già superato) deprime i consumi portando incassi molto inferiori rispetto a quanto previsto. È successo con l’aumento dal 20 al 21% e si è ripetuto con l’incremento delle accise sui carburanti che, a causa del drastico calo dell’utilizzo delle auto ed alle difficoltà delle grandi aziende di autotrasporto, ha apportato un gettito inferiore rispetto a quando le accise erano più basse.

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

 

Questi nodi sono fondamentali più per consentire al Governo di sboccarsi e concentrarsi su questioni sostanziali che per il loro valore assoluto, pochi spiccioli nel mare magnum del debito. Alcune ombre sulle coperture di qui a fine anno sono state sollevate, poi smentite dai Ministeri competenti. Si sono sentite voci su una possibile manovra correttiva da 12 miliardi, del resto l’oggettiva necessità di concentrarsi sull’abbattimento del debito di oltre 2060 miliardi di € ha portato il Ministro Saccomanni a paventare l’ipotesi, durante il G20 di Mosca, di cessione delle aziende partecipate (leggi le strategiche ENI – ENEL – FINMECCANICA molto appetibili per settore merceologico a stati asiatici, arabi ed anche la stessa Russia dove il Ministro era intervistato) subito smentita modificando “cessione” in “garanzie collaterali” (oggettivamente ai valori attuali più che vendita sarebbe una svendita con conseguente rinuncia ai dividendi che nel complesso, tra Ministero del Tesoro e CdP, ammontano a quasi 2 miliardi annui) ed inserendo la possibilità di quotare Poste e Ferrovie dello Stato che già si sono affacciate sul mercato obbligazionario.

La vera questione da chiarire nell’immediato è che senza investimenti strutturali non conteggiati nel deficit (applicare la golden rule per grandi investimenti infrastrutturali, interventi nell’ambito dell’Expo 2015, detassazione del lavoro ecc), abbattimento della pressione fiscale e del costo del lavoro applicando entro dicembre i provvedimenti della Youth Guarantee, modifica dei contesti produttivi e del modello economico trainante (mettere la finanza al servizio dell’economia reale e di produzione, comprendere quale siano i nuovi settori che saranno trainanti riconvertendo quelli più tradizionali e dei quali l’Europa sta perdendo il primato), spostamento della fiscalità dalle persone ed imprese ai consumi, lotta all’evasione, alla corruzione ed alla burocrazia, abbattimento della spesa pubblica e gestione profittevole del patrimonio statale, costo dell’energia allineato a quello del resto d’Europa, incremento dell’export, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro favorendo la riallocazione e riconversione dei lavoratori sarà la stessa Unione e non uscire dalla crisi e rischiare l’implosione.

Le misure sono quello ormai note e devono essere prese in sede Europea: unione bancaria e fiscale, mercato unico dell’energia, condivisione trasparente dei dati bancari, regimi sui proventi finanziari comuni e soprattutto politica monetaria che temporaneamente inietti liquidità (applicando il meccanismo OMT dell’ ESM o stampando direttamente) per far partire la fase degli investimenti come hanno fatto, fino ad ora a ragione, il Giappone, momentaneamente in attesa del rinnovo della Camera Alta, e gli USA che hanno registrato buoni dati in termini occupazionali ed hanno i loro indici borsistici ai massimi storici.

L’esempio della Grecia, col senno di poi, dovrebbe essere una lesson learnt. Avere agito subito senza ricorrere in modo quasi ostinato all’austerità che ha portato in ultimo al taglio di 25000 dipendenti pubblici che sicuramente contribuiranno a deprimere ulteriormente economia e consumi nonostante un drastico abbassamento dell’IVA su certi prodotti e servizi per supportare il turismo estivo favorito dalle tensioni in medio oriente ed Egitto, avrebbe ridotto di 10 volte il costo sostenuto fino ad ora dai greci e dall’ Europa tutta.

L’obiettivo è dunque superare il 31 agosto, sbloccare l’empasse e lavorare con determinazione così a Roma come a Bruxelles senza pensare in questo frangente a rimpasti, congressi e vicende processuali. Cosa fare si sa, come fare si studia e si implementa, cominciare e subito a farlo è fondamentale.

20/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

 

Come comunica la politica? Dalla Fornero alla vicenda kazaka

 

Sempre più spesso rimango colpito, quando non addirittura basito, di fronte all’incapacità di alcuni politici di comunicare in maniera efficace o di pesare quanto stanno per dire alla luce delle loro importanti cariche istituzionali o di quante poche relazioni interne ed esterne ci siano tra vari enti di Governo.

Si ricordi ad esempio la definizione di “choosy”, letteralmente “schizzinoso”, che l’allora Ministro Fornero affibbiò ai quei ragazzi che non volessero accontentarsi, prescindendo dal loro titolo di laurea, di un posto di lavoro più o meno qualsiasi. Personalmente interpretai il discorso del Ministro come voler spronare i ragazzi ad entrare in un meccanismo lavorativo che, piano piano, partendo dalla gavetta, magari allontanandosi da casa, rischiando un po’ e  sfruttando le proprie capacità, potesse portare gradualmente nuove prospettive e nuove opportunità. In tal contesto si può, anzi si deve, consigliare ad un giovane di non essere choosy, ma di adattarsi, impegnandosi e dimostrando il proprio valore. Purtroppo questo meccanismo difficilmente in Italia esiste ed il rischio molto concreto è che un ragazzo neo laureato rimanga disoccupato o entri in una spirale infinita di contratti a termine e precariato senza tutele, diritti, prospettive ed al limite dello sfruttamento che si vede costretto ad accettare per necessità. Considerando la posizione istituzionale della Fornero e l’indubbia conoscenza del problema, essendo allora il Ministro del Lavoro, la sua uscita non fu di sicuro felice come non fu felice la definizione di “noioso” che l’ ex Premier Monti diede al posto di lavoro fisso. Anche in tal caso in una società o azienda dove vi fossero opportunità di cambiare lavoro, se necessario seguire un percorso di riconversione (magari con sostegno statale come accade in Germania), acquisire nuove competenze, ampliare la propria visione, conoscere nuovi mondi e nuovi approcci ai problemi, in sostanza arricchirsi personalmente, sarei il primo a non voler fare per 40 anni la stessa mansione, anzi mi augurerei di cambiare periodicamente. Purtroppo in Italia non funziona così e le aziende che danno queste possibilità di mobilità intra o extra company sono pochissime e nel nostro paese la riconversione del lavoratore non esiste.

L’ultimo episodio di comunicazione molto scadente e non consono al ruolo, è l’accostamento che il Vice presidente del Senato Calderoli ha fatto tra il Ministro per l’integrazione Cecilie Kyenge ed un Orango, proseguendo dicendo che sarebbe un ottimo ministro in Congo e che non parla correttamente l’Italiano, cosa tra l’altro falsa. Il riferimento al razzismo è lampante e del tutto differente rispetto ad altri paragoni animaleschi avvenuti in politica, ma soprassediamo. Gli aspetti più improbabili e peggiorativi sono staiti i tentativi di giustificazione addotti. Il primo è stato che il riferimento non era politico, ma “semplicemente” di somiglianza fisica, bene, un galantuomo il Vice Presidente. Poi disse che era una frase da comizio, suvvia per agitare le folle acclamanti, come se ad un comizio un Vice Presidente del Senato possa esprimersi in quei termini, anche se la cosa più preoccupante è che esistano ancora folle, magari poco consistenti ma sempre troppo numerose, che nel 2013 nella civile Italia si esaltano per frasi simili. Infine, la scusa più patetica è stata la confessione di una “forma mentis” per la quale Calderoli associa ad ogni persona un animale, si trovano quindi l’airone Letta, la rana Alfano, il cane San Bernardo Ministro Cancellieri definita paciosa ma sempre pronta a mordere, infine l’apoteosi: il Ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo associata, udite udite, ad una gallina ovaiola!

La reazione della Kyenge dal canto sue è stata impeccabile, non ha mostrato alcun rancore o livore nei confronti del Vice Presidente ed anche dal punto di vista comunicativo ha abbassato i toni non scadendo nella facile polemica, accettando le successive scuse e limitandosi a dire molto tranquillamente nei modi e nei toni che quello è il tipo di atteggiamento dal quale la politica dovrebbe liberarsi.

Un altro importante caso degli ultimi giorni è rappresentato dalla vicenda kazaka che causerà il 19 luglio la procedura di voto di sfiducia al Governo. La vicenda denuncia una totale mancanza di comunicazione ed in particolare di relazioni interne e passaggio di informazioni tra enti relazionati gerarchicamente, che in una nazione rappresenta un fatto gravissimo. Sia il Ministro degli Interni che quello degli Esteri si sono detti ignari di tutto, mentre 50 poliziotti speciali compivano una azione non proprio all’ ordine del giorno ed un aereo (non si sa se kazako o austriaco) partiva da Ciampino alla volta probabilmente di Astana con a bordo una mamma ed una bimba di sei anni. Si potrebbe pensare ad un accordo tra Italia e Kazakistan per via delle importanti relazioni strategiche oppure semplicemente a lacune nel passaggio di informazioni. In ambedue i casi si nota come la comunicazione o la condivisione di importanti informazioni tra elementi interessati non abbia funzionato per nulla.

Altri casi simili che hanno rischiato di compromettere un paese, la sua immagine o gli equilibri politici, economici e sociali, esistono non solo a livello italiano, ma anche europeo e mondiale; ad esempio quando Dijsselbloem disse che tutto sommato le modalità di intervento nella crisi cipriota avrebbero potuto rappresentare un modello per l’Europa, causando le reazioni immediate dei mercati e delle istituzioni europee.

Un rapporto odierno dell’Istat rivela che:

“in Italia sono 9 milioni 563 mila le persone in povertà relativa, pari al 15,8% della popolazione. Di questi, 4 milioni e 814 mila (8%) sono i poveri assoluti, che non riescono ad acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa”.

Non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno improvvisandosi filosofo arrivasse a dire che alla fin fine un po’ di povertà potrebbe aiutarci a riscoprire gli antichi valori e magari ad avvicinarci a stili alimentari più corretti….. (che tra parentesi sarebbe anche falso).

Ci si potrebbe domandare: ma come comunica la politica?

Raggiungerà mai un totale, benché comprensibilmente difficile, dominio della comunicazione che la renderà in grado di diffondere il messaggio voluto senza fraintendimenti e soprattutto pesando intelligentemente quanto sta trasmettendo in relazione al ruolo istituzionale del proferente parola?

16/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale