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Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE

Ebbene, sono stati approvati i decreti attuativi del Jobs Act, un cavallo di battaglia del Governo Renzi su un tema, il lavoro, centrale per il periodo economico in atto caratterizzato da una drammatica situazione occupazionale e messo al centro degli impegni europei. L’argomento è anche altamente caratterizzante la sinistra più radicale che ha sempre fatto del lavoro e del diritto dei lavoratori una delle bandiere da difendere a spada tratta, talvolta, assieme con i sindacati, in modo eccessivamente rigido.

Come prevedibile, considerando quanti aspri scontri vi siano già stati internamente al PD proprio sul JobsAct, anche l’approvazione dei decreti non ha fatto eccezione. Il PD si è nuovamente diviso palesemente, da una parte la cosiddetta minoranza che include Fassina, Civati, Cuperlo, Damiano, Chiti schierata con SEL, M5S, FI e buona parte dei sindacati, assai critici nei confronti della riforma, dall’altra il Governo (PD e NCD) che gioisce per la vittoria conseguita.
Secondo i primi la giornata è stata drammatica per il lavoro e per i lavoratori che hanno perso qualche cosa in termini di tutele e diritti, un giorno infausto dove ha trionfato la precarietà, solo pochi contratti atipici sono stati eliminati (da 47 passerebbero a 45) e la facilità di licenziamento può minare ulteriormente il minino di stabilità lavorativa attualmente raggiungibile con estrema difficoltà (i vecchi contratti non rientrano nel perimetro del JobsAct). Per il Governo invece è un giorno memorabile sia per aziende, facilitate ad assumere, sia per lavoratori precari e disoccupati, beneficiari delle assunzioni, tanto da spingere Poletti a promettere agli italiani 100’000 – 200’000 nuovi posti di lavoro nel 2015 (la forbice del 100% non è certo insignificante, sono in ballo 100’000 posti, se stima deve essere che sia almeno più precisa, ma sarebbe meglio non si stimassero affatto certi numeri visti i precedenti poco felici).
Del resto non nascondono un’enorme soddisfazione gli alleati governativi di NCD che, ottenuto questo dividendo sul lavoro, rilanciano, a margine di una Winter School al Sestriere, la loro posizione di influenza nel Governo, il patto (attenzione ai patti, non portano sempre bene) per far arrivare “l’Esecutivo delle riforme” alla scadenza naturale del 2018 ed avanzano, dall’alto della loro bulgara percentuale elettorale, gli interventi in tema famiglia e diritti civili, sui quali, c’è da star certi, nuovi scontri si concretizzeranno. Se gioiscono Sacconi (identificato come il vero vincitore della riforma sul lavoro dalla minoranza Dem) ed Alfano, non possono gioire i membri più radicali del PD, né tantomeno i sindacati le cui posizioni oscillano tra l’estremamente critico della CGIL-FIOM di Camusso-Landini e quella un più accomodante della CISL della Furlan, maggiormente propensa alla mediazione ma comunque insoddisfatta di certi passaggi.

Le critiche sulle modalità operative, facendo il paio con quelle della sinistra Dem, SEL, Sindacati e M5S, arrivano anche dal Presidente della Camera Laura Boldrini che accusa Renzi di prevaricazione del Parlamento non avendo ascoltato il parere delle Commissioni, votate favorevolmente da tutto il Parlamento, le quali suggerivano una revisione di taluni passaggi della riforma. Certo è che la discussione del parere delle Commissioni Parlamentari ed il loro recepimento non è un obbligo da parte dell’Esecutivo, ma passarvi sopra nonostante il voto parlamentare favorevole e nonostante il PD, partito di cui il Premier è segretario, si fosse espresso unanimemente a fianco delle Commissioni, è un dato di fatto che testimonia una volta in più come il Premier non guardi in faccia a nessuno né sia particolarmente incline al dialogo ed alla mediazione.

Oggettivamente e senza voler giudicare, il prevaricare un parere delle Commissioni, per giunta appoggiato da tutto il Parlamento, non è una banalità. Ciò ha spinto Vannino Chiti, membro della sinistra Dem, a dichiarare che la scelta non sarà senza conseguenze e la Presidente Boldrini ad avanzare il timore per “un uomo solo al comando”, che la storia insegna essere sempre foriero di disgrazie.

I punti più caldi del Decreto sul Lavoro, che fanno gongolare il Centro Destra NCD e lamentare la Sinistra, confermando con le evidenze il carattere più destrorso dei provvedimenti, sono: la cancellazione dell’Articolo 18, il demansionamento, l’utilizzo di tecnologie per il controllo dei dipendenti, i licenziamenti collettivi, il taglio (definito esiguo dalla minoranza Dem, Sel e M5S) che porterebbe da 47 a 44-45 il numero delle tipologie contrattuali precarie.

Per la sinistra Dem l’approvazione del Jobs Act è stato uno schiaffo all’ala sinistra del PD riuscendo dove la destra, quando era di governo, fallì. Sinistre e sindacati sono già sul piede di guerra, verranno organizzate manifestazioni e Landini sembrava aver avanzato addirittura l’ipotesi di iniziare a fare politica proprio in opposizione a Renzi, possibilità poi smentita dallo stesso sindacalista. Renzi nel frattempo alla trasmissione “in mezz’ora” non ha perso occasione di scagliarsi contro la Fiom dicendo che l’eventuale scesa in campo di Landini sarebbe stata la naturale conseguenza della sconfitta del sindacato nella partita con FCA di Marchionne, unico vincitore indiscusso secondo il Premier. In realtà il leader Fiom assieme a Cofferati potrebbe dare il “la”ad una scissione del PD, che con le sole forze della minoranza Dem sembra poco più che una mansueta compagine, per colmare una lacuna a sinistra che innegabilmente esiste.

Se la sinistra non se la passa bene, situazione speculare si rileva a destra. Fitto è pronto a lanciare “i rinnovatori” che dopo i “rottamatori” ed i “formattatori” almeno lasciano intendere una volontà costruttiva. Analogamente alla sinistra Dem, nonostante le tante e talvolta contraddittorie asternazioni sulla possibilità di una fuoruscita che potrebbero riprendere auge dopo le parole poi smentite di Landini, anche per Fitto  la linea ufficiale è quella di lavorare all’interno del partito. In tutto questo marasma è gioco facile per il Premier tirare dritto senza significativi avversari.

Più che l’Articolo 18, evidentemente portato avanti come vessillo ideologico per poter così dire di aver sconfitto i vecchi privilegi (leggi CGIL e sindacati con cui evidentemente ce l’ha a morte), a lasciare più perplessi sono il controllo sui lavoratori, il demansionamento in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi economica dell’azienda e soprattutto la possibilità dei licenziamenti collettivi.

Chissà il caos che accadrà, perché è solo questione di tempo ed accadrà, quando una grande multinazionale, dapprima straniera (che sia FCA?) poi seguiranno anche quelle nostrane, applicherà questa possibilità…. non sarà una situazione semplice da gestire.

Inoltre appare evidente che per un po’ di tempo ancora si perpetreranno le diseguaglianze tra due tipologie di lavoratori, quelli coperta dalle vecchie tutele e quelli sotto l’egida del contratto a tutele crescenti che partirà i primi di marzo. Molti sono i casi in cui potranno verificarsi situazioni distorte (la più palese è la differenza tra pubblico e privato) ed una particolarmente spinosa riguarda proprio i licenziamenti collettivi.
Poniamo ad esempio il caso che un’azienda debba licenziare 40 persone per motivi economici e taluni siano coperti da vecchio contratto mentre i restanti dal Jobs Act. Come si procederebbe? Col reintegro dei primi ed il licenziamento degli altri? La quota di reintegrati poi sarà sostituita da altri licenziamenti attingendo alla platea dei dipendenti sotto nuovo contratto? Del resto se l’esigenza aziendale di riduzione del personale ammontava a 40 unità, 40 alla fine devono essere.
Oppure il cambio di lavoro e azienda comporterebbe per un lavoratore sotto vecchio contratto e tutele il passaggio a quello nuovo senza Articolo 18? Se sì la conseguenza sarebbe una minor propensione al cambiamento ed una maggior rigidità per questo caso specifico.

Insomma, attendiamoci molte, molte polemiche.

Immediatamente dopo l’approvazione di un consistente numero di riforme (liberalizzazioni in vari settori, privatizzazioni, Jobs Act) il Mef si è affrettato ad inviare, a mezzo del vecchio strumento epistolare ancora in voga tra gli uffici di Bruxelles, alcune stime di crescita legate all’attività riformatrice. In particolare:

  • il Jobs Act porterà un incremento di PIL dello 0.9% nel 2020 (stima allineata a quella dell’OCSE);
  • dalle privatizzazioni si ricaverà un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017;
  • complessivamente sempre al 2020 la crescita toccherà +3.6% grazie alle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA;

La motivazione di tale comunicato evidentemente risiede nel fatto che a marzo la Commissione UE dovrà pronunciarsi, in secondo battuta dopo il rinvio di dicembre, sulla legge di stabilità dell’Esecutivo Renzi e questi numeri si spera siano un buon viatico.

Forse però il Governo, conoscendo la puntigliosità della Commissione che non si lascia ammorbidire da stime troppo spesso disattese, dovrebbe limitarsi nel lanciare pronostici non si sa bene basate su che studi. Ricordiamo tutti la previsione del PIL a +0.8% apostrofata come pessimistica e con belle sorprese in vista diramata dal Governo nel febbraio del 2014 e riferita allo stesso anno.

Com’è quantificabile un PIL a +0.9% che il Jobs Act porterà nel 2020 (orizzonte in questo momento lontanissimo e decisamente influenzato da una miriade di fattori esterni come Grecia, Ucraina, Libia, prezzo del greggio, sanzioni alla Russia, crescita cinese ecc, che neppure il miglior economista-stratega può prevedere ad oggi; in economia-finanziaria la certezza sul lungo termine è che saremo tutti morti)?
Le privatizzazioni già slittate più volte, inclusa quella di Enel tecnicamente semplice, potranno davvero comportare un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017?

Ancora, come è stimabile a +3.6% la crescita complessiva sempre al 2020 per effetto delle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA considerando quanto sia difficile portarle ad attuazione nei tempi stretti stabiliti e con le pressioni della politica italiana (un cronoprogramma è già stato bucato palesemente, ma nessuno sembra ricordarlo)?

Infine come può il buon Poletti asserire che nel 2015 gli italiani beneficeranno di un incremento di 100’000 – 200’000 posti di lavoro? La forbice, come detto in precedenza, è troppo ampia e tra 100 mila e 200 mila c’è la stessa differenza che tra un risultato mediocre ed uno più che buono.

Non sono bastate le cantonate sui dati di previsione già prese nei tempi addietro? Parrebbe di no.

Appurato che di alternative credibili in un momento di urgenza come questo non ve ne sono, sarebbe auspicabile che Governo ed opposizioni lavorassero assieme con il reale obiettivo del bene e del cambiamento del paese. Purtroppo la sensazione è che sull’altare della comunicazione e della rapidità d’annuncio si sacrifichino fondamentali dettagli, modificabili facilmente durante le discussioni parlamentari ma dagli effetti devastanti una volta approvati, ove, stando al vecchio adagio, si insinua sovente il diavolo….

Link:
Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…28/12/2014
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14

22/02/2015
Valentino Angeletti
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Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….

Il processo di modifica della normativa su lavoro ed occupazione è iniziato. Come prevedibile dagli scontri dei mesi scorsi, il primo tema affrontato è stato l’Articolo 18. Il timore era che affrontare una tematica complessa a partire dalla regolamentazione dei licenziamenti fosse solo il modo per attaccare un baluardo ideologico più che per creare un substrato realmente favorevole alla proliferazione e catalizzazione di investimenti privati nel nostro paese.

L’attrazione degli investimenti come abbiamo detto più volte (LINK) non è figlia solo della normativa, indubbiamente da semplificare e snellire come tutta la burocrazia borbonica imperante ed inefficiente che la fa letteralmente da padrona come elemento maieutico per la proliferazione di poltrone e potentati, ma della domanda e della necessità di nuova manodopera per sopperire ai consumi, alla necessità di servizi, alla richiesta di export in sostanza alla dinamicità dell’economia, situazione dalla quale siamo ancora ben lungi.

Ricordiamo inoltre che l’articolo 18 non si applica già alle imprese sotto i 15 dipendenti, circa il 90% delle aziende nostraneane. Taluni sostengono che la non espansione di simili realtà dipende proprio dalla volontà di non dover sottostare a questa ulteriore norma, altri invece, tra cui imprenditori titolari di piccole imprese, non ritengono la presenza dell’Art. 18 un problema essendo l’aumento ed il non aumento di personale principalmente legato alla necessità di nuova manodopera, al costo da affrontare per nuove assunzioni che deve essere giustificato da un eccessivo incremento di profitto e non ultimo dal desiderio di mantenere una dimensione famigliare in cui i rapporti umani sono una delle forze che fanno il successo dell’attività. Se poi si considerano i casi in cui l’Articolo 18 è stato applicato nelle aziende oltre i 15 dipendenti essi risultano davvero un numero esiguo.

La modifica inserita dal Jobs Act abolisce l’Articolo 18 per tutte le imprese oltre 15 dipendenti introducendo la possibilità di licenziare a fronte di una buona uscita che varia dalle 4 alle 24 mensilità; 4 mensilità sono corrisposte per i licenziamenti entro il primo anno, per gli anni successivi le mensilità scendono a 2 all’anno per un massimo di 24 appunto. Le nuova assunzioni, che dovrebbero essere di tre anni come apprendista per poi trasformarsi automaticamente in tempo indeterminato, sono poi agevolate da uno sgravio di circa 7-8 mila € in favore dell’azienda. Il reintegro per i lavoratori dovrebbe, ed il condizionale è d’obbligo in quanto vi è ancora margine di intervento, permanere per i licenziamenti discriminatori. Verrebbero inoltre assimilati i licenziamenti collettivi a quelli di singoli individui.

Senza entrare più nel dettaglio, è evidente che la tematica rimane altamente divisiva, anzi pare proprio non accontentare nessuno.

Per NCD di Alfano – Sacconi e per tutta l’area liberale è stato fatto un piccolo passo avanti, ma soprattutto è stata persa l’occasione di eliminare definitivamente la possibilità di reintegro anche per i licenziamenti discriminatori ovviamente dietro corrispettivo pecuniario (opting out).

Per FI, Brunetta e Toti, è stato fatto tanto rumore per nulla, questa norma non sortirà effetti ed è stato creato ulteriore caos finalizzato a marketing e propaganda politica.

All’interno della sinistra e del PD si annidano però le critiche più feroci e pericolose per la tenuta del Governo Renzi. Il come sempre durissimo Fassina sostiene che sia stato eseguito il compitino dato dalla Troika, mentre i sindacati, inclusa la CISL che pure non aveva scioperato per opporsi a questa norma, si sono detti sconcertati per la perdita di fondamentali diritti sul lavoro con un pericoloso livellamento al ribasso. In particolare il dito è stato puntato contro l’equiparazione dei licenziamenti collettivi e di singoli individui, sulla quale lo stesso presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano ha aperto a modifiche e revisioni, così come verso la monetizzazione dei licenziamenti. Secondo le sigle sindacali, ed anche per la parte civatiana del PD, rimarrebbe presente una giungla indecente ed insostenibile di contratti. In sostanza il Premier avrebbe esaudito i desideri delle imprese e di Confindustria, che a dire il vero rimangono moderatamente soddisfatte.

Altro importante punto di scontro riguarda l’applicabilità della norma sui licenziamenti anche al settore pubblico caldeggiata dall’area liberale e di centro-destra. Il Governo, con i ministri Poletti e Madia, hanno dichiarato di non ritenere applicabile il Jobs Act ai dipendenti pubblici (anche se per il Premier Renzi è il Parlamento a doversi pronunciare su questo tema) aprendo così un ampio campo di scontro con tutta l’ala liberale di Governo ed opposizione, da Ichino a Zanetti.

Passando ad analizzare queste prima ed ancora precarie informazioni, una chiara evidenza è che le mensilità non sono poi così allettanti per il lavoratore al quale, più che l’indennizzo economico, è la prospettiva per il futuro ad interessare, prospettiva e fiducia nel deivenire senza la quale la ripresa economica e dei consumi non può esserci, come dimostrato da questa crisi. Inoltre nei i primi anni lo sgravio per le aziende è superiore a quanto esse dovrebbero rimborsare al lavoratore in caso di licenziamento, sembrerebbe dunque una contraddizione in cui licenziare può essere addirittura conveniente.

Come detto il licenziamento non è previsto per motivi discriminatori, ma lo è ad esempio per quelli disciplinari. Evidentemente, oltre al ricorso al giudice per stabilire la sussistenza o meno del comportamento perseguibile con l’allontanamento definitivo dal posto di lavoro, in molti casi di licenziamento il licenziato cercherà di ricondurre la sua situazione ad un licenziamento discriminatorio ricorrendo al giudice ed aprendo una causa con l’azienda probabilmente lunga, cavillosa e dispendiosa in termini di tempo e risorse sia per l’una che per l’altra parte. I licenziamenti collettivi già esistono, e soprattutto nelle grandi aziende, vengono operati con la creazione ad hoc di società controllate al 100% poi cedute in toto col meccanismo della cessione di ramo aziendale.

Pur essendo evidente è bene ri-sottolineare che per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti di fatto non cambia assolutamente nulla.

La questione dell’applicabilità al pubblico impiego, dove per certe inadempienze l’allontanamenti dal posto di lavoro già esiste anche se forse applicato in pochissimi casi (come spesso capita basterebbe applicare fedelmente le regole già in essere invece che crearne nuove…), pone di fronte al classico caso border line che è difficile dirimere; se infatti il dipendente pubblico ha sostenuto e superato un regolare concorso è anche vero che si accentua ulteriormente un divario tra lavoratori soggetti a maggior tutele, che pur pagano lo scotto di blocchi salariali ormai di lungo corso, e lavoratori ai quali simili tutele non si applicano. Questo elemento sarà probabilmente territorio di dibattiti e scontri, ma alla fine è difficile pensare un’applicazione ai dipendenti pubblici, sia per la forza del loro sindacato, sia per la presa di posizione dei Ministri Poletti-Madia, sia per l’importanza di un simile bacino elettorale.

Infine, un lavoratore a tempo indeterminato di lungo corso, quindi beneficiario dell’Articolo 18, che cambiasse lavoro spostandosi presso una differente azienda, sarebbe assoggettato alle nuove regole o manterrebbe la non licenziabilità del vecchio contratto? Questo elemento potrebbe essere ostativo nei confronti di una mobilità ed aspirazione alla crescita del lavoratore stesso, elemento basilare per il traino della ripresa USA.

Gli effetti del Jobs Act si vedranno nel giro di anni, e nonostante i dibattiti ampliamenti già aperti, la norma è ancora tutta da definire in molti punti chiave. Di sicuro di primo acchito non pare che sia una vera rivoluzione copernicana, piuttosto sembrerebbe che ben poco venga cambiato tanto da far sospettare che l’apporto alla creazione di posti di lavoro sia minimale rispetto a quanto auspicato. Sicuramente il fatto di non essere considerata una buona norma da tutti partiti porterà ad impasse ed aspri scontri vista anche la determinazione del Governo a non cedere a modifiche e l’apertura al ricorso allo sciopero già avanzata dai sindacati, con CGIL a far da capo fila.

Come dimostra l’ultimo caso di delocalizzazione che ha toccato lo stabilimento di Chieti della Golden Lady, in via di chiusura dopo la serrata della OMSA di Faenza riconvertita a produzione di divani, quella che va aperta è la stagione delle sburocratizzazioni e della defiscalizzazione in modo da attrarre investimenti privati, così come far in modo che l’Europa consenta più ingenti investimenti pubblici anche sotto strettissimo controllo di spesa e del raggiungimento dei risultati. Il superamento degli attuali ammortizzatori sociali, che non sono stati ancora completamente coperti da adeguate risorse, verso una riqualificazione attiva del lavoratore è indispensabile per la creazione della dinamicità tipica degli USA che tanto si prendono da esempio, ma dove le dinamiche sono completamente differenti e la ripresa ha goduto di politica monetaria e QE finalizzati esplicitamente al raggiungimento di un preciso target di disoccupazione (< 6%), investimenti pubblici, re-industrializzazione, mercato del lavoro dinamico e meritocratico ed un dollaro deprezzato in gradi di spingere con vigore le esportazioni; in ogni ragionamento poi non vanno mai dimenticate le contraddizioni sempre presenti, come l’imperante diseguaglianza e le tensioni sociali che stanno sfociando in gravi episodi razziali.

Meno burocrazia, meno tasse, sostegno ad imprese e lavoratori senza utilizzare la pericolosa arma della svalutazione salariale rappresentano gli elementi base per poter realmente spingere i consumi, l’export, creare domanda e conseguenti posti di lavoro, altrimenti articolo 18 o no l’occupazione non pioverà dal cielo.

27/12/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, Landini, gli onesti ed il lavoro… Personalmente lavorerei sui punti comuni piuttosto che sulle ideologie

Lungi dal voler difendere l’una o l’altra posizione e partendo dal presupposto che Landini nella sua prima dichiarazione, secondo la quale le persone oneste (alcune) non voterebbero il PD di Renzi, ha fatto indubbiamente una gaffe di comunicazione, una delle tante che negli ultimi anni sono state compiute da personalità di governo, dirigenti ed alte cariche istituzionali, della quale si è subito scusato, rettificando che il suo riferimento era relativo alle persone, lavoratori dipendenti, pensionati e coloro che il lavoro lo cercano, che pagano regolarmente le tasse e si collocano nella parte onesta del paese le quali non sosterrebbero la politica renziana. Personalmente avevo inteso il senso della prima dichiarazione del sindacalista, ma lo scivolone comunicativo è evidente ed è sempre pericoloso definire a priori, in base ad una certa condizione che peraltro può essere transitoria, l’onestà o meno di una persona che ovviamente come tutti sappiamo è una caratteristica che, alla pari del suo opposto, pervade la società a 360° e meno male che è così.

Quello che però sta sfuggendo di mano, è il fatto che questi scontri tra sindacati, CGIL – Fiom in particolar modo, e Premier, quasi vi fosse un astio personale, non può far altro che appesantire ulteriormente la situazione del nostro paese.

Per quanto possa interessare, ho sempre sostenuto che i sindacati dovessero rinnovarsi abbandonando posizioni di arroccamento a difesa di rendite e posizioni acquisite non più attuali e sostenibili in favore del sostegno di un concetto di lavoro più dinamico e soprattutto andando a tutelare tutta quella platea che di diritti non ne ha neppure uno, dai giovani e giovanissimi che si affacciano ora nel mondo del lavoro, alle persone di mezza età che hanno sempre lavorato con contratti part-time a progetto, di collaborazione o costretti ad avere false partite IVA. Inoltre anche il meccanismo di cassa integrazione è un punto da rivedere ed indirizzare verso una reale riqualificazione del lavoratore da impieghi ormai fuori tempo, come un certo tipo di manifattura “vecchio stampo” e sgominata dalla concorrenza a basso costo dell’est Europa e dell’Asia, verso i settori più innovativi ed attuali che meglio si confanno al modello economico che il nostro paese dovrà per forza di cose seguire se vuole tentare un colpo di reni per uscire dalla stagnazione. In questo periodo di transizione lo Stato dovrà essere presente per sostenere il lavoratore, fornirgli le strutture di riqualificazione ed alla fine del percorso trovargli una occupazione, dopo di che il riqualificato deve poter essere in grado di “spiccare il volo in autonomia con le proprie forze”. Un modello simile è del resto già in vigore in Germania.

Questo concetti pare che siano condivisi sia dal Premier e dal Governo che dagli stessi sindacati; mi chiedo perché allora non si riesca a lavorare assieme sui punti importanti in comune, invece che fossilizzare la discussione su dettami ideologici che infine si trasformano quasi in battibecchi privati. Le accuse del tipo “loro scioperano noi invece le fabbriche e le imprese le apriamo”, mi spiace dirlo, ma sono pure locuzioni figlie del linguaggio dei 140 caratteri, molto impressive, toccanti e che rimangono in mente, ma senza contenuto reale, perché è ovvio che ambedue vogliono che le fabbriche siano aperte, e sperabilmente con le migliori condizioni di lavoro ed opportunità di sviluppo del business possibili.

Il punto, non unico ma emblematico, su cui verte lo scontro è l’Articolo 18 causa di spaccature, oltre che tra Governo e sindacato, anche all’interno dello stesso PD, tanto che molti esponenti non si sono detti disposti a votare la legge così com’è, giudicandola troppo vicina a certi poteri forti (Confindustria) ed alle richieste del centro destra.

Quello che si perde di vista è che effettivamente una parte importante del mondo del lavoro, quelle centinaia di migliaia (milioni in totale) di persone che hanno manifestato e che manifesteranno durate il caldo autunno sindacale, che un tempo trovavano rappresentanza politica nel PD o nei partiti più di centro sinistra/sinistra, al momento non sono rappresentati, ed inutile giraci attorno, se si andasse a votare non saprebbero a chi dare il voto e forse si asterrebbero o si farebbero guidare dal molto comune moto della scelta del “meno peggio”. Ciò a prescindere da chi si sostenga politicamente, è un male per la democrazia, e forse il PD dovrebbe porsi il quesito se lasciare scoperta una fetta così ampia della popolazione è corretto.

Soprattutto però si sta perdendo di vista il fatto che, pur importante, le modifiche delle leggi sul lavoro, non riusciranno da sole, come invece alcuni vorrebbero far credere, attirare capitali ed investimenti. Per assurdo anche il poter licenziare  senza limiti non spinge un investitore a venire in Italia soprattutto per gli allarmi sullo stato economico del paese innalzati nuovamente da Draghi anche per il 2015 quando si registrerà un contesto  molto più stagnate del previsto, per via delle ristrettezze di budget che vincolano e limitano gli interventi di defiscalizzazione, a causa della burocrazia che pur essendo additata come acerrima nemica continua ad opprimere le aziende, ed anche e soprattutto per la giustizia: lenta, incerta ed incomprensibile, giudizi impietosi confermati dalla sentenza sul caso Eternit, scandalosa di per se e pessima propaganda per coloro che volessero investire sul suolo italiano. Aggiungiamo inoltre una incertezza istituzionale che potrebbe degenerare da un giorno all’altro, con un Presidente della Repubblica prossimo al ritiro a vita privata che a sorpresa si reca dal Papa per udienza faccia a faccia non programmata e che non mi allontana dal pensare al retroscena che un Saggio abbia chiesto ad un altro Saggio, uomo del dialogo, consigli su una situazione delicata, spinosa… magari la situazione del paese ed una, lontana ma esistente, possibilità di scioglimento delle Camere? Non lo sapremo mai, la il sospetto come la curiosità sono tanti.

In sintesi, forse sarebbe davvero meglio concentrarsi e lavorare sui punti d’accordo, che tutto sommato sono significativi e numerosi, invece che arroccarsi nuovamente su argomenti puntuali e troppo spesso figli dell’ideologia che offuscano dalla vista delle reali necessità dei cittadini e degli investitori.

LINK:
Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi 03/11/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13

21/11/2014
Valentino Angeletti
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Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

Proprio in questa sede avevamo già preannunciato che il tema dell’Articolo 18, e più in generale del lavoro, avrebbe caratterizzato le settimane a venire e sarebbe stato un argomento molto divisivo all’interno della maggioranza di governo, tra governo ed opposizione e soprattutto tra i ranghi del PD stesso. Le settimane a cui ci riferivamo sono adesso giunte e l’argomento va preso di petto per l’importanza che riveste sia in Italia che in Europa. La discussione in merito si è aperta a dire il vero con alcuni dati migliori di quelli che eravamo soliti dover digerire, ed in particolare l’aumento del numero degli occupati di 82’000 unità in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente (+82 mila) e dello 0,6% su base annua (+130 mila) e l’incremento del tasso di disoccupazione al 12,6% dal precedente 12,3%. In particolare, pur sembrando contraddittorio, il secondo dato è particolarmente interessante perché mostra la tendenza di coloro che prima erano NEET a tornare nuovamente alla ricerca attiva di un lavoro animati da una rinnovata energia ed auspicabilmente speranza.

Personalmente capisco lo scoramento, ma il cessare la ricerca di occupazione quando si è disoccupati, magari di lungo periodo, faccio davvero fatica a comprenderlo, sia chiaro che questo è solo un del tutto privato ed opinabile pensiero. Il risultato dell’incremento della platea dei cercati è per forza di cose una maggior probabilità che alcuni di essi (magari con competenze tecniche, manuali, artigiane specifiche) possano inserirsi nel mondo del lavoro ed in parte così è stato. L’equazione: “più gente cerca più è probabile che un numero maggiore di persone trovi” rimane valida. Detto ciò va anche ricordato che i mesi scorsi erano quelli estivi ed una maggiore inattività, in particolare tra i giovani ed i neo laureati, è fisiologica. Inoltre non ci si deve mai dimenticare del livello altissimo di disoccupazione che colloca il nostro paese in vetta (negativamente) alle classifiche europee superato tra le big solo dalla Spagna.  Il 12.6% di disoccupazione che sale al 42.9% nella fascia 15-24 anni, sale ulteriormente per le donne e diventa record per le donne del sud italia, non è tollerabile in nessun luogo, tanto meno in un paese dove il lavoro è Costituzionalmente sancito come fondamenta della Repubblica Italiana. Volendo comunque aprire all’ottimismo senza il quale nessuna situazione può volgere in meglio si potrebbe asserire che da qualche parte si deve pur cominciare e questi dati potrebbero rappresentare un punto di partenza.

Purtroppo nelle giornate immediatamente seguenti siamo tornati coi piedi per terra ed i disordini romani di piazza Indipendenza durante la manifestazione degli operai delle acciaierie di AST di Terni, con il Segretario FIOM-CGIL Landini in prima fila (orgogliosamente gli va riconosciuto), hanno messo in luce uno spaccato del paese ben differente. Dall’insediamento del Governo Renzi nello sorso febbraio, ovviamente derivanti da problemi pregressi, sono state oltre 5’000 le vertenze aziendali di cui oltre la metà relative a problemi occupazionali. Uno studio della CGIL basato sui dati ISTAT riporta che da gennaio a settembre 2014 le persone in cassa integrazione sono oltre 1 milione di cui la metà (525 mila) a zero ore. Il reddito complessivo perso è di circa 3,1 miliardi di € pari a 5’900 € annui a cassaintegrato, a settembre le ore di cassa integrazione richieste ammontano a 104 milioni (+43.86%). Infine anche la produzione industriale è in calo per l’ultimo periodo.

La vertenza della AST di Terni che tanto è balzata alle cronache per la sua gravità non è altro che la punta di un iceberg il quale vede numerose grandi aziende versare in condizioni simili. Le vertenze infatti riguardano tra gli altri Meridiana, Lucchini, Alitalia (di poche ora fa il caso di Fiumicino con i badge dei licenziandi disattivati un giorno in anticipo), Edison Sun, Tirreno Power, Fincantieri Palermo, TWR di Livorno, SGL Carbon in Umbria, il servizio di call center erogato da Accenture, IBM, tutto il distretto del Sulcis ed i casi a parte di Ilva, che con il nuovo Commissario Straordinario Gnudi e lo sblocco di oltre un miliardo dei patrimoni dei Riva ha una sfida titanica da affrontare che deve puntare alla riqualificazione ed all’innovazione, e della raffineria ENI di Gela che in questi giorni dovrebbe volgere a risoluzione. In generale si potrebbe dire che la crisi pervade tutti i settori un tempo forti in Italia, come l’energia, la manifattura, la cantieristica e l’edilizia, mentre tengono i settori di nicchia, dalle start up biomediche e tecnologiche, al lusso fino all’alimentare biologico ed alla manifattura di pregio. Evidente, tanto da non richiedere approfondite e complesse analisi, è poi la tendenza di ogni azienda straniera a riportare in patria o altrove le produzioni allontanandosi appena possibile dal nostro paese, anche in quei in settori globalmente non in crisi come quello degli acciai speciali prodotti proprio dalla AST di Terni. Il fenomeno evidenzia un paese sia ostile all’attrazione di investimenti ed al mantenimento di quelli in essere a causa del suo livello di competitività più basso rispetto alle altre zone europee principalmente a causa delle croniche “malattie” nostrane quali burocrazia, corruzione, fisco, costo del lavoro, incertezza normativa e via dicendo nel ben noto impietoso elenco. Gli investimenti sono annoverati come imprescindibili per la ripresa del ciclo economico, ma difficilmente con l’Europa e la BCE avuta fino ad ora e con i vincoli interni al nostro paese imposti agli investitori sarà possibile una reale ripartenza. In USA la ripresa economica confermata anche dagli ultimi dati del PIL è stata trainata da investimenti, re-industrializzazione, rivoluzione energetica e non ultima azione espansiva e precisa della FED che ormai ha cessato il suo operato di quantitative easing, ma che ha fornito all’economia reale, pubblica e privata, capitale fresco da investire con l’obiettivo di riportare attorno al 6% il tasso di disoccupazione.

Quello che è sfociato nei disordini violenti di piazza Indipendenza a Roma è un sentimento preoccupante, perché emblematico di uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori, tra i giovani, tra gli artigiani e le partite IVA, tra gli studenti, tra i pensionati e tra la classe media che piano piano si vede declassare essendo ormai relegata negli strati più bassi di una società il cui 28% è a rischio povertà. Neppure la laurea e gli studi sono funzionali al benessere, poiché varie ricerche dimostrano come ormai avere una laurea (con poche differenze tra le varie facoltà) non rappresenti nel nostro paese un segno distintivo capace di consentire un più facile accesso nel mondo del lavoro né tanto meno una scalata sociale un tempo quasi assicurata. Ne consegue che chi può è spinto a migrare spesso a malincuore e con biglietto di sola andata (e pensare che anche lo studio è sancito dalla Costituzione, Art. 34), mentre chi rimane è scoraggiato, soffre di un grave disagio sociale potenzialmente pericoloso e teme per l’assenza di prospettive. Tante delle persone in mobilitazione e che animeranno questo autunno-inverno, a cominciare dagli infermieri finendo con gli scioperi generali a Milano e Napoli indetti a dicembre dalla CGIL, probabilmente hanno percepito gli 80€ del bonus IRPEF, ma non è quella sovvenzione a cambiare loro la vita se non rappresenta il punto d’inizio di un percorso strutturale e pianificato. Proprio l’assenza di pianificazione spaventa. L’incedere del cambiamento, che pur è necessario, sembra sempre traballante, ostaggio quando di tentativi di conservatorismo, quando della propaganda con repentini e ficcanti slogan a scapito della qualità del risultato che, assieme alla rapidità imposta dai ritardi del passato, non va mai sottovalutata onde evitare di creare danni irreparabili una volta entrati a regime. Le tensioni nel Governo, gli scontri parlamentari, il continuo ricorso a decreti e fiducia spesso con fare quasi ricattatorio non contribuiscono a creare un clima di fiducia, come la contrapposizione in certi frangenti quasi personalistica con il sindacato, a volte eretto ad emblema di ogni male italiano. Il sindacato è un istituto che sicuramente si deve rinnovare, ma non va dimenticato che in molte vertenze come Ducati ed Electrolux è riuscito a negoziare portando soluzioni vincenti e preservando il lavoro. Più che lo scontro, tra Governo, Sindacato e ogni altro attore di questa partita di cambiamento, vi dovrebbe essere dialogo e negoziato senza arroccamenti totalitaristici, perché non va dimenticato che il futuro del paese deve essere l’obiettivo comune di tutti e per raggiungere questo ambizioso traguardo serve davvero uno sforzo di mediazione collettivo. Quello che la gente percepisce, pur consapevole delle resistenze conservative e della complessità di dover affrontare un grosso cambiamento ed una poderosa discontinuità col passato che richiederà sacrifici e sforzi per le nuove e meno tutelate generazioni, è una sostanziale stagnazione che poco rispecchia le aspettative iniziali che i Governi Monti e Letta prima e Renzi poi avevano fatto sperare.

Il periodo prossimo venturo sarà fondamentale per capire che direzione vorrà essere presa e con che modalità, in questa fase sia a livello nazionale che europeo puntare allo scontro ed ai diktat non può che peggiorare e bloccare ulteriormente una situazione così grave che va affrontata per forza di cose col più coeso ed ampio dispiegamento di forze possibile.

Link:
Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni 06/04/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13
Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia 28/06/13

02/11/2014
Valentino Angeletti
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FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso

Negativa di 0.1 punti percentuali è la revisione della stima di crescita 2014 fatta dal Fondo Monetario Internazionale per l’Italia confermando così il terzo anno di recessione consecutivo. Il dato ha rivisto la previsione precedente di +0.3% indicata nel World Economic Outlook e segue i ribassi di OCSE e S&P di cui abbiamo già parlato (Link). L’FMI mantiene le stime 2015 e 2016 rispettivamente a 1.1% ed 1.3% con la postilla di poterle rivedere ad ottobre in conseguenza ad uno scenario macroeconomico definito per l’ennesima volta fragile, influenzato principalmente da:

  • Tensioni geopolitiche con al centro Russia, Libia e Medio Oriente.
  • Scenario deflattivo che minaccia ulteriormente una domanda interna già bassa.
  • Stagnazione, ben rappresentata da un debito in crescita tendente al 137%, rapporto deficit/PIL che l’FMI colloca al 3%, disoccupazione al 12.6% con quella giovanile oltre il 40% ed sud in condizioni ancora più problematiche.

A combattere la bassa inflazione dovrebbe contribuire la prima trance di T-LTRO della BCE, accolta con meno entusiasmo del previsto, probabilmente per via degli stress test europei. In Italia sono arrivati circa 22 miliardi che gli istituti finanziati dovranno convogliare ad imprese e famiglie rafforzando così la possibilità di credito, la cui domanda rimane ancora debole anche per l’impossibilità di ottenerlo. Tale misura è indispensabile che venga affiancata, come più volte ribadito e discusso all’Econofin (link1 – link2) ed in altri consessi (Link Ambrosetti), da una maggior diversificazione di accesso ai capitali con una varietà di strumenti di finanziamento da mini-bond a quotazioni facilitate in borsa. Da sottolineare come la disoccupazione fortifichi la stagnazione dei consumi e fomenti la conseguente spirale deflattiva. Ciò evidenza ulteriormente, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di creare le condizioni (burocratiche, economiche, di investimento e di business) per incrementare offerta di lavoro e l’occupazione.

L’FMI ha ripetuto pedissequamente quanto detto da tutti gli altri istituti, agenzie e leader economici e politici riguardo alle riforme di Renzi:

“Il piano di riforme è ambizioso va nella giusta direzione, deve però essere implementato. Si rimane in attesa dei risultati.”

In realtà medesima frase seguita da grandi attestati di stima è sempre stata riservata da queste realtà ad ogni nuovo governo, inizialmente da tutti ben gradito, ed ad ogni piano di riforma, quasi che il messaggio sia che per la situazione in essere non è più possibile andare avanti così; è necessario agire rapidamente, qualsiasi riforma sembrerebbe poter portare almeno un minimo beneficio e miglioramento.

L’FMI mette in guardia l’Italia su tre aspetti fondamentali che dovrebbero accompagnare la spending-rivew, la quale da sola potrebbe non essere in grado di correggere la deriva del debito ed al contempo assicurare una adeguata revisione del fisco. Si tratta delle pensioni, troppo costose (il 30% della spesa e le più costose d’Europa) su cui il fondo indica di intervenire anche per quelle attuali; della sanità e delle regioni ove le grandi differenze comprovano la possibilità di ingenti risparmi.

Anche la riforma del lavoro nella sua struttura generale è apprezzata dall’istituto di Washington che ribadisce la necessità di eliminare le enormi differenze tra lavoro stabile e precario, come ha detto il Premier la volontà è quella di eliminare lavoratori di serie A e di serie B. A tal fine l’idea di Renzi sarebbe quella di convergere verso un contratto unico a tutele crescenti che inizi con un contratto precario per poi trasformarsi in tempo indeterminato, anche se ad ora non è noto sapere in che tempi ed in che modalità. Questo aspetto non è da poco poiché nel periodo di transizione il lavoratore risulterebbe precario a tutti gli effetti, probabilmente quindi senza possibilità di accesso al credito e sostegno da parte delle banche, impossibilitato a fare piani di lungo termine. Tutto ciò rientra nel Jobs Act, che ha avuto il via libera dalla commissione lavoro. Nella riforma vi è anche il superamento dell’articolo 18, consentendo il licenziamento dei lavoratori dietro indennizzo economico. Come per il contratto unico, anche per l’indennizzo non si hanno dettagli né su modalità-ammontare né su tempi. Come ovvio l’articolo 18 è un argomento altamente divisivo che sta suscitando diatribe velenose e polemiche pesanti all’interno del PD a cominciare da Fassina, Damiano, Orfini, parzialmente Bersani ed ovviamente D’Alema. Nonostante tutto il Premier pare determinato ad andare avanti “come un mulo” e per ciò si è detto intenzionato, pur non menzionando mai l’arma del decreto, ad utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso. Per il Nuovo Centro Destra invece questo superamento rappresenta una grande vittoria da esporre come trofeo, mentre i Sindacati, sul piede di guerra, hanno già indetto manifestazioni in varie forme.

Se proprio si deve analizzare quanto quel po’ che si conosce del Jobs Act va detto che a poter portare problemi più che l’articolo 18, molto simbolico, ma alla fine poco applicato nei contesti reali e già riformato 2 anni fa, tanto che alcune voci direbbero che la stessa OCSE ha mostrato perplessità di fronte ad una nuova modifica a così poca distanza quando ancora i reali effetti della precedente riforma non sono completamente chiari, sono l’articolo 4 ed il 13.

L’articolo 4 riguarda la concessione alle aziende di poter utilizzare  strumenti tecnologici per il controllo a distanza del lavoro e del lavoratore nel rispetto di dignità e riservatezza. Evidentemente il confine tra ciò che può essere consentito per un controllo di produttività e quello che si può trasformare in strumento di ricatto dovrà essere ben stabilito, oggettivo e non fraintendibile, altrimenti si rischia di trovarsi di fronte, soprattutto nelle prime fasi di implementazione, ad uno strumento parziale, fuori controllo ed altamente vessatorio.

L’articolo 13 è inerente alla possibilità di demansionamento del lavoratore con conseguente riduzione di stipendio. Inutile anche in tal caso sottolineare come la possibilità di utilizzi impropri e discriminanti sia facilmente realizzabile e vada scongiurata con norme chiare, specifiche e con controlli adeguati.

Infine va ricordato che la riforma sul lavoro verrà applicata solo ai nuovi contratti, quindi per un periodo decisamente lungo di tempo a partire dalla sua entrata in vigore vi saranno ancora tutti i vecchi contratti con le loro caratteristiche.

Detto ciò poi la necessità di configurare il lavoro in modo che sia flessibile, soprattutto per quel che riguarda la riqualificazione dei lavoratori e le possibilità di reimpiego a valle di mutate esigenze e scenari economico industriali perseguendo un sistema di formazione e di sostegno nel periodo di aggiornamento professionale simile ai paesi nordici, è ormai manifesta da tempo; sarebbe anacronistico continuare ad arroccarsi su posizioni contrarie.

Prima però di andare avanti sul Jobs Act, che verrà discusso durante l’incontro europeo sul lavoro l’8 ottobre a Milano, è intenzione del Premier assicurare le tutele  a coloro che hanno perso il posto, rinnovando quindi le varie forme di cassa integrazione impiegando le risorse necessarie a coprirli.

L’altro nodo che blocca i lavori parlamentari e problematico per il Governo è l’elezione dei componenti di CSM e Corte Costituzionale. Esso è tutt’altro che risolto e si appresta a giungere alla quattordicesima votazione, nonostante il ticket scaturito da Nazareno tra PD e FI che candida come rappresentanti Violante e Bruno. Sembra chiaro che le fazioni e le fronde siano potenti, in tale situazione addirittura più di PD ed FI assieme, ed abbiano portato a ben 13 insuccessi mostrando che su certi temi delicati, nonostante le intimazioni del Presidente della Repubblica, le scissioni proseguono. La prossima elezione è indetta per martedì e qualora si trasformasse in un nuovo nulla di fatto potrebbero essere candidati altri nomi.

C’è da chiedersi, e se lo chiedono anche FMI, OCSE, Bruxelles, BCE e via dicendo, come sia possibile per il Governo italiano, se non in grado di eleggere due giudice della consulta, affrontare efficacemente e rapidamente senza scadere in compromessi eccessivamente al ribasso, riforme molto più complesse, di valore anche simbolico e con impatto più concreto come appunto quella sul lavoro che già è motivo di dissidi, quella delle pensioni, della sanità e delle regioni (con i tagli di spesa conseguenti mai digeriti con facilità), dei diritti civili e della legge elettorale, l’Italicum, sui cui il premier sta accelerando forse, pur non dicendolo esplicitamente e continuando a vedere il 2018 come termine della legislatura, per prepararsi, perché come si dice gergalmente: non succede, ma se succede…

18/09/2014
Valentino Angeletti
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