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Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea

Giornata di crollo delle borse, con Piazza Affari come sovente capita in queste circostanze maglia nera, perdendo sul campo il 3.92%, FTSE All-Share sotto i 20’000 punti e Spread a 142 pti.
In Europa (indice Stoxx600 dei principali listini) la perdita ammonta a circa 222 miliardi di €.
I numeri italiani non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli dei mesi più bui della crisi e sappiamo anche come i mercati siano decisamente volatili e speculino su queste circostanze, ma la debacle finanziaria c’è stata. Il motivo principale che la maggior parte degli analisti ritiene aver scatenato le vendite sarebbe stato il discorso di Mario Draghi da Napoli.
Sicuramente la strategia della BCE è una causa importante, ma non è affatto l’unica perché la situazione tende a complicarsi sempre di più.

Dalla bocca di Draghi non sono uscite quelle parole che fino ad ora, pur rimandando o ritardando quasi costantemente interventi potenti di politica monetaria nonostante i dati economici, hanno saputo tranquillizzare e sospingere i mercati. La BCE ha confermato il suo programma di acquisto di ABS e Covered Bond ed ha mantenuto il costo del denaro al tasso minimo di 0.05%. Innanzi tutto è mancato il dettaglio temporale delle misure di acquisto, infatti la comunicazione si è limitata ad ipotizzare metà ottobre come data di inizio. Secondo elemento di dubbio è relativo all’ammontare complessivo. L’istituto di Francoforte suppone 1’000 miliardi, ma al momento sono solo teorici anche perché il mercato dei Covered Bond è relativamente limitato. Altro punto è che non si conosce l’ammontare delle cartolarizzazioni che le banche emetteranno quindi un’ulteriore variabile incerta che non piace ai mercati. La precedente prima emissione di T-LTRO ha raccolto meno richieste del previsto, le banche quindi hanno distribuito meno denaro soprattutto per gli imminenti stress-test UE e per la richiesta di credito in diminuzione (dovuta principalmente alla continua negazione dello stesso). Infine il trasferimento del rischio finanziario, causa della crisi del 2007, da Banche private ad un organo centrale come la BCE può lasciare spazio a dubbi. È vero che i titoli acquistati dalla BCE sono garantiti, gli ABS ad esempio son di livello “senior” o “mezzanino”, i Covered Bond acquistabili invece hanno rating fino a BBB- (non proprio alto) e possono provenire anche da pesi come Grecia e Cipro (e, volendo utilizzare tale misura, non sarebbe corretto ed equilibrato il contrario).
Nonostante il momento di urgenza quindi la BCE ha nuovamente tergiversato, non menzionando affatto QE tramite acquisto diretto di titoli di stato sovrani in modalità FED (la quale continua col tapering e che in linea teorica potrebbe spostare flussi di capitali dagli USA all’Europa se la politica monetaria ed il processo riformatore agissero in modo espansivo), limitandosi a ribadire ciò che era già noto e rimarcando la propria disponibilità ad utilizzare misure non convenzionali, un bazooka più grosso, nel caso il periodo di bassa inflazione continuasse. In Realtà il periodo di bassa inflazione, attualmente allo 0.3% contro un target del 2% e con molti stati tra cui l’Italia (-0.1%) già in deflazione, è lungamente consolidato e la discesa inflazionistica non tende a smorzarsi. In aggiunta a ciò i dati macroeconomici continuano a peggiorare, gli investimenti pubblici e privati non ripartono ed anche la stessa BCE, oltre a ribadire correttamente la necessità di riforme importanti, ha definito più volte il periodo come fragile ed incerto proprio per via della stessa inflazione e delle tensioni geopolitiche che pure non accennato a diminuire (sono ripresi i bombardamenti su Donetsk, Mosca ha limitato la presenza di entità straniere nei media locali al 20% ed iniziato a censurare e controllare il web con lo scopo di ostacolare lo spionaggio della CIA).
Non si capisce quindi la frase della BCE:
“nel caso in cui la tendenza alla bassa inflazioni si protragga ulteriormente …”
è una affermazione già verificata, ed in questo momento in cui lo stesso Draghi intima rapidità ed urgenza d’azione ai governi sarebbe il caso di mettere in campo tutti gli strumenti possibili. A ben vedere però la motivazione che ha sempre rallentato e ritardato l’operato della BCE potrebbe essere allocata nella Germania, totalmente avversa (Schaeuble e Weidmann sono stati chiarissimi in merito) ad ogni politica monetaria espansiva e ad ogni flessibilità dei patti europei, che tra l’altro risulta essere la maggior azionista della stessa BCE. Draghi quindi si è sempre trovato imbrigliato pur alla guida di un Istituto formalmente neutrale.

Come fanno notare da Francoforte però il calo dei mercati era già iniziato prima del discorso di Draghi (a parte la solita fuga di notizie che si ha prima delle parole ufficiali che sempre esiste) ci sono altri elementi che minano la fiducia dei mercati. Nella fattispecie le dichiarazioni del ministro francese Sapin di non rispettare il vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil portandosi quest’anno al 4.3-4.4% con rientro al di sotto del 3% (2.8% stimato) solo nel 2017. Il debito francese inoltre arriverà a toccare nel 2016 il picco del 98% del PIL per poi scendere. Questo atteggiamento di rottura unilaterale nei confronti dei patti europei e delle linee guida EU e tedesche può essere visto come conseguenza, oltre che della necessità (condivisa) di reperire risorse per investimenti, delle proteste sociali che stanno coinvolgendo il paese e dell’successo del partito anti-EU FN della Le Pen che è la prima forza nel paese.
I mercati, al di là del singolo caso francese comunque grave, possono leggere l’evento come un precedente per altri stati a cominciare dall’Italia, nonostante le smentite londinesi del Premier Renzi che, pur rispettando le decisioni francesi considerandole assolutamente nelle corde di uno stato autonomo e nazionale (non condanna quindi in alcun modo lo sforamento, anzi dice che è nelle possibilità degli stati togliendo in modo esplicito autorità a quanto prescritto dall’Europa), conferma che l’Italia non andrà oltre il 3%, rispettando vincoli (benché solo parzialmente in quanto il rapporto avrebbe dovuto attestarsi al 2.6-2.7% e sarebbe stato più alto del 3% senza il ricalcolo del PIL introdotto da Eurostat).

La vicenda francese non è stata indolore per il venturo Commissario UE agli affari economici e monetari, il francese Moscovici, che è visto con sospetto da Bruxelles e Berlino proprio per la sua nazionalità che potrebbe portalo a difendere gli interessi transalpini. La Merkel e Katainen hanno subito precisato che non avrà in alcun modo potere decisionale in temi economici e monetari considerando il nuovo potente ruolo dei VP che nel caso in questione è ricoperto dal rigorista Donbrovsky. Il VP sorveglierà e nel caso rettificherà l’operato del Commissario economico. Questa situazione mette addirittura in discussione la posizione stessa di Moscovici che potrebbe non superare il voto dell’Europarlamento.

Tali tensioni ovviamente pongono a rischio la credibilità dell’istituzione europea e mostrano quanto le dichiarazioni pre-elettorali della ricerca del perduto spirito europeo dei patriarchi lasciando l’austerità per un approccio più umano e rivolto ai popoli siano deboli e fatte senza convinzione se si tratta di mettere sul piatto interessi particolari. Evidentemente perseverando in questo egoismo l’Europa e gli stati membri avranno ben poche possibilità di risollevarsi e competere a livello globale ed anche la Germania, benché più lentamente, si indebolirà come del resto alcuni dati già iniziano a mostrare. Senza volontà comune e strategia condivisa per la crescita non si può pensare di superare la peggior crisi forse di tutti i tempi.

Analoga frammentazione vi è in Italia, dove i dibattiti sull’articolo 18 e sulla riforma del lavoro lasceranno tracce e non sembrano di facile soluzione, nonostante il tema sia di fondamentale importanza (non tanto il singolo articolo, ma la riforma complessiva) e monitorato da UE ed investitori.
La “buffa” vicenda delle elezioni della consulta mostrano poi come i centri di potere quando vedono minati propri interessi e privilegi siano ancora forti, tanto da aver portato a ben 16 votazioni senza esito positivo pur con il patto del Nazareno ancora in essere e non curandosi né dei moniti di Napolitano né dell’evidente necessità di liberare i lavori parlamentari da questo impegno.
Allo “sbocca Italia” che avrebbe dovuto agevolare il ritorno di quegli investimenti che nel nostro paese latitano non trovando le condizioni per essere redditizi, sono stati presentati circa 2000 emendamenti.
Infine pare che i proventi della spending review, elemento fondamentale da presentare in Europa, che ad un certo punto sembrava la soluzione di tutti i mali, che gli investitori vogliono vedere portato a compimento seriamente poiché gli sprechi enormi sono segno di un paese inefficiente e corrotto se si considerano le spese in certe opere pubbliche e che deve proseguire anche solo per semplice rispetto dei contribuenti, siano molto inferiori ai 15-16 miliardi previsti per il 2015: si fermerebbero infatti a 5 miliardi.

Logicamente, applicando una analisi un po’ più approfondita rispetto alle parole proferite da Draghi e dalla BCE, risulta complesso chiedere ai mercati, che si muovono rapidamente inseguendo certezza e flussi di capitali, ed agli investitori, che cercano stabilità, poca burocrazia e leggi certe, di credere in una Europa decisamente ancora frammentata, senza una linea guida politica ed economica ben definita quasi che fosse incapace di leggere il contesto che accompagna questo ciclo storico caratterizzato per giunta da alte tensioni geo-politiche ed interessanti opportunità altrove.

02/10/2014
Valentino Angeletti
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TFR in busta paga, misura dubbia. Le soluzioni ora devono essere strutturali

Persiste la situazione di estrema difficoltà dell’economia italiana, lo dimostra l’ultima stringa di dati diramata dall’Istat e lo confermano le parole del ministro Padoan.

Il dato dell’istituto di statistica che più fa rabbrividire è il livello di disoccupazione giovanile raggiunto, ossia il 44.2%, 710’000 disoccupati in valore assoluto ed escludendo i Neet, massimo da quando vi sono le registrazioni mensili (2008) e da quando esistono le serie storiche trimestrali (1977) insomma record assoluto. Questa percentuale sminuisce anche l’abbassamento di 0.3% della disoccupazione totale che passa dal 12.6% al 12.3%. Il Cnel stima che servirebbero circa 2 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 per tornare al 7% circa e si spinge ad affermare che è del tutto verosimile l’ipotesi che non si tornerà mai più ad un livello occupazionale pre crisi. Il dato sull’occupazione complessiva è circa un punto percentuale superiore rispetto a quello europeo (che include anche stati come Grecia, Spagna, Portogallo e gli stati dell’Est) e doppio rispetto a quello tedesco che si attesta nell’intorno del 6% (target anche per l’economia USA). Fa ridere alla luce di numeri così scoraggianti come nel Governo (e nel PD) invece di operare coesi per una riforma del lavoro a tutto tondo si continui a discutere e dividersi solo ed esclusivamente sull’articolo 18, battaglia che non sarà né rapida e né indolore, ma lascerà segni profondi nell’attività e negli equilibri dell’Esecutivo e non solo.

Proprio alla vigilia della riunione napoletana del Board BCE viene diramato anche il dato sull’inflazione al quale, considerando il suo legame coi consumi, non è scollegato quello sulla disoccupazione di cui sopra e che fa da sfondo europeo a questa crisi. Nell’eurozona l’inflazione continua ad essere in calo attestandosi allo 0.3% e l’Italia entra in deflazione con un -0.1%; valori a distanza siderale dal target di Francoforte del 2%.

Il Ministro Padoan non potendo far altro registra il deteriorarsi della situazione, denotando che le difficoltà erano state sottovalutate e le aspettative troppo rosee a cominciare da quello 0.8% di PIL (pessimistico) ipotizzato ad aprile. Il rapporto deficit/PIL si attesterà al 3% per scendere a 2.9% il prossimo anno (il PIL dovrebbe risalire, ma vista l’attendibilità delle previsioni e vista la rapidità e mutevolezza delle situazioni economiche e geo-politiche è saggio neppure considerarle stime così “lontane” nel tempo). I patti Europei quindi si stanno formalmente rispettando, ma praticamente contravvenendo in quanto il pareggio di bilancio, come per la Francia, è stato spostato unilateralmente dal nostro Governo al 2017, interessante sarà vedere la reazione europea. Una Europa in cui proprio la Francia, col nuovo Commissario agli Affari economici e monetari Moscovici, cerca di superare l’austerità e porre l’ipotesi di una revisione dei patti, ma continuamente osteggiata dalla Germania, Da Weidmann, da Schaeuble e dalla vecchia (non per età ma per concetto) guardia economica capeggiata in questo frangente dal commissario ad Interim Katainen che poco si discosta per visione dal predecessore Olli Rehn. Costoro sono anche molto restii alle nuove misure BCE, probabilmente alla luce della situazione generale anche troppo poco potenti e rapide, che additano come potenziale fonte di instabilità economica e monetaria in grado di dare adito a bolle speculative consentendo una gestione più allegra dei bilanci dei vari stati che anche in questa fase di recessione prolungata, persistente e di bassissima inflazione vorrebbero vedere saldamente impostati alla disciplina. Juncker, esponente del PPE, avrà un lavoro arduo nel cercare di mediare mantenendo le promesse pre elettorali di una Europa dall’approccio meno rigorista, più flessibile e rivolto alle reali esigenze delle attività produttive, dell’economia e dei popoli.

Ora un nodo cruciale e condiviso per la ripartenza economica nel nostro paese, assieme agli investimenti, è il sostegno ai consumi affinché si inneschi  nuovamente la spirale consumi e domanda, lavoro ed ordinativi per imprese, necessità di posti di lavoro. L’ultima ipotesi, ma ancora tutta da discutere e studiare, tanto che non sarà inserita nella legge di stabilità come ribadito dal MEF, per sostenere i consumi è quella di erogare parte del TFR, il 50%, in busta paga ai lavoratori che lo richiedessero. Si tratterebbe di una somma mensile molto simile agli 80€ del bonus Irpef che per varie ragioni (discusse ampiamente: Link1 – Link2 – Link3 – Link4) non ha portato i benefici attesi, e come la sua progenitrice presenta squilibri importanti. Innanzi tutto rischierebbe di creare buchi nei bilanci delle piccole imprese (che detengono le quote TFR dei dipendenti che hanno deciso di non servirsi dei fondi pensione) e nelle casse dell’Inps (circa 3 miliardi all’anno); a copertura di ciò potrebbe subentrare un meccanismo, ancora tutto da verificare ma già ipotizzato dal Premier, che veicolerebbe alle imprese soldi dalla BCE in modo da consentire erogazioni delle quote mensili di TFR.

Gli squilibri però sono altri, in particolare dal punto di vista di coloro che percepiscono la somma. Le quote TFR coprirebbero solo lavoratori stabili (a tempo determinato ed indeterminato principalmente, quelli in parte già beneficiari degli 80€ e volendo pure tutelati dell’articolo 18), escludendo nuovamente partite IVA, precari di varia natura, artigiani e commercianti ed ovviamente pensionati. Coloro che hanno stipendi più bassi percepirebbero quote più basse e due famigliari con buoni stipendi e due bonus da 80€ avrebbero possibilità di doppio gettito, continuando ad alimentare una disparità già in essere. Inoltre, salvo l’implementazione di meccanismi relativamente più complessi, la distribuzione di quote TFR in busta paga sarebbe assoggettata alla medesima aliquota della stessa quindi fino al 40% circa invece che a quella agevolata del 11.5% riservata ai fondi pensione.

Elevando il discorso va poi detto che si tratta sempre e comunque di denari già dei lavoratori e che verrebbero anticipati. La tendenza dell’italiano medio è quella al risparmio in ottica futura (stile formica e difficile pensare che 80, 100 o anche 100€ cumulando i due bonus li trasformi in cicala), considerando l’incertezza del periodo è pensabile che la preferenza potrebbe essere quella di assicurarsi un gruzzolo a fine carriera per l’acquisto di una casa, l’istruzione (o l’aiuto all’espatrio sempre più soluzione al problema dei giovani) dei figli, cure sanitarie qualora subentrassero le necessità e via dicendo. Inoltre la modifica dello stile dei consumi presente in questo periodo di crisi e volta al risparmio a tutti i costi su ogni tipo di bene rischia di diventare cronica con un peggioramento a livello salutistico e di qualità dei prodotti e con minor spesa proprio per la ricerca della minor spesa in ogni situazione.

Dal mio punto di vista, ed è il ragionamento che faccio e che mi spingerebbe a rifiutare l’anticipo del TFR, quei soldi sono una specie di cassa forte che servirà a far fronte alle incertezze attuali (quante ve ne sono state e che influenza hanno avuto quelle sull’ IMU-TARSU-TASI-IUC?). Coloro che invece potrebbero essere portati ad accettare l’anticipo (che a ben vedere in certe situazioni già esiste come per la prima casa o la sua ristrutturazione) sono le persone veramente alle strette e che quindi probabilmente utilizzerebbero la somma non tanto per consumi (figurarsi cene o pranzi), se non di primissima necessità poiché in situazioni tali da non arrivare proprio a fine mese con figli da mantenere, ma per saldare debiti pregressi e non attualmente estinguibili. Tutto ciò, considerando anche che vi saranno a breve alcuni aumenti di accise, contribuisce a spingermi a pensare che questa misura non sarà troppo gradita se non in un numero di casi dalle specifiche necessità non in grado comunque di spingere i consumi come si vorrebbe e come servirebbe.

Dovrebbe invece essere implementata (oltre a sostenere investimenti con il supporto europeo, con l’abbandono dell’austerità e con il rapido e titanico piano di riforme) una defiscalizzazione potente, definitiva, che coinvolga lavoratori ed imprese, che sia strutturale e della quale da lungo si discute senza trovare una soluzione stabile e realmente efficace senza fare il gioco delle tre carte che da ventenni sottrae da una parte e mette (in genere meno di quanto ha sottratto) da un’altra.

Concludendo non credo che l’adagio “sporchi maledetti e subito” in questo caso valga la pena di essere applicato e nell’ipotesi che il lavoratore sia messo di fronte a tale scelta difficilmente propenderà per questa opzione, fatto salvo i casi più disperati ai quali non si sarebbe dovuti arrivare in un paese civile. I risultati strutturali che reclamano coloro che sostennero fin da subito Renzi senza se e senza e che ora non lesinano critiche (LINK), ma soprattutto i cittadini, probabilmente necessitano di ben altri interventi.

 

30/09/2014
Valentino Angeletti
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Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida

Il Presidente entrante della Commissione Europea Jucker, ha formato in giornata la squadra dei suoi Commissari.

La volontà del Lussemburghese alla guida della Commissione era quella di creare un team politico sul quale centralizzare le funzioni istituzionali e che portasse l’Unione ad essere, citando quanto detto in conferenza stampa, “grande sulle grandi cose e piccola sulle piccole cose”.

Le novità principali relative alla govenrance riguardano la presenza di un Primo Vicepresidente vicario, l’olandese Frans Timmerman, che sarà l’alter ego dello stesso Jucker è potrà decidere sostanzialmente su tutte le questioni e porvi il veto. Il potere di veto inoltre è nelle corde anche dei Vicepresidenti, in totale sette, per quanto concerne i loro ambiti di influenza, non limitati ad una singola Commissione, ma estesi  a più Commissioni qualora gli argomenti trattati presentassero sovrapposizioni ed in tal caso sarebbe loro possibile porre vincoli mandatori.

Lo schema che ha portato a partorire il nuovo Esecutivo Europeo il quale dovrà ottenere la fiducia del Parlamento a valle di singole audizioni previste per il 21-22 ottobre consentendo un insediamento al primo novembre, è stato una sorta di Cencelli a ben vedere leggermente sbilanciato verso l’ala Popolar (che comunque ha avuto la maggioranza relativa alle ultime elezioni) – Rigorista – Tedesca pur mantenendo ad una superficiale lettura un certosino equilibrio.

Per quanto riguarda i singoli nomi vi sono alcune considerazioni interessanti.

Una riguarda il ruolo della Mogherini come Alto Rappresentante della politica estera e sicurezza con delega da VP agli affari esteri, commercio, allargamento e gestione crisi. L’incarico di “Lady PESC” additato da molti come di poco spessore ed di poca utilità per l’Italia è stato reso più pesante proprio dal nuovo modello con i VP che nel caso di Federica Mogherini le danno la possibilità di avere voce in capitolo anche sulla gestione delle crisi, elemento importante quando si parla di problema dei flussi migratori o del Mar Mediterraneo per cui non v’è un commissario specifico, e sul commercio ancor più importante considerando la natura di paese manifatturiero ed esportatore che ha l’Italia. La Mogherini lascia una poltrona vacante nel governo italiano che dovrà quindi affrontare un’ulteriore questione che si inserisce nelle molte già in essere, quali il processo riformatore che va a coinvolgere economia ed istituzioni su cui pressano la BCE che dopo aver abbassato i tassi si attende riforme e risultati ed Europa  che per bocca di Barroso rammenta all’Italia di essere ancora indietro pur offrendo il proprio sostegno al Premier; la situazione del debito; i dubbi sul deficit; la ricchezza degli italiani tornata a 30 anni fa; le problematiche interne ai vari partiti (caso Emilia Romagna) e trasversali; le tensioni con Magistratura, Sindacati e Burocrazie varie che rendono la situazione molto fluida, complessa e pesante.  Se però l’opportunità di agire sul settore commercio da parte del Ministro Mogherini sarà sfruttata nel migliore dei modi questo punto può senza dubbio portare vantaggio all’Italia e costituire un elemento di crescita economica.

Un secondo elemento è il passaggio dagli Interni al Commercio della Malmstrom, con cui la Mogherini quindi dovrà avere uno stretto dialogo e quello di Oettinger all’Economia Digitale e Società dall’Energia-Clima, commissione ora ricoperta dallo spagnolo Canete, non senza polemiche per via di presunte dichiarazioni sessiste, ma soprattutto perché in precedenza pare sia stato un grande azionista di una compagnia petrolifera (quindi gli rimprovererebbero la vicinanza con alcuni portatori di interessi ed un potenziale conflitto di interessi).

Una delle principali problematiche e motivi di tensione di questa commissione sarà quella del crescente sentimento Anti-UE che in molti stati ha movimenti politici organizzati e di grande consenso. Il caso dell’Ungheria è emblematico, ed all’Ungherese Novracsici è stata assegnata l’istruzione, cultura, gioventù e cittadinanza. Novracsics è molto vicino al presidente ungherese Orban, uno dei più nazionalisti ed Anti-UE e probabilmente nelle intenzioni di Juncker c’è anche quella di utilizzare il Commissario come testa di ponte per allentare le tensioni con il leader del governo ungherese cercando di alleggerire le sue posizioni sull’Europa. Stesso ragionamento vale per l’inglese Jonathan Hill ai servizi finanziari e mercato dei capitali che potrebbe dover avere il compito di riportare il Regno Unito verso il ripensamento sull’unione bancaria, da Londra rifiutato, ma fondamentale per il processo di integrazione europeo, anche facendo leva sul risultato incerto del referendum sull’indipendenza scozzese che molto preoccupa la City (e le società, ad esempio RBS ha dichiarato di trasferire la propria sede in Inghilterra in caso di vittoria del SI è come lei molte altre).

Infine, ma non per importanza, c’è lo spinoso, il più spinoso, nodo economico. Il nuovo Commissario agli affari economici sarà il francese socialista Pierre Moscovici, candidato sostenuto da Hollande, ma anche molto gradito all’Italia, in ottica anti-rigorista. Sembrerebbe di buon auspicio per un rinnovato approccio economico, in realtà la struttura con i nuovi VP sottopone Moscovici ad uno stretto controllo da parte del finlandese, erede di Olli Rehn, Jyrki Katainen VP per lavoro, crescita, investimenti e competitività e del lettone Valdis Dombrovski VP per euro e dialogo sociale, oltre che del Primo-VP Timmermans che si può pronunciate a tutto tondo. Essi sono annoverabili tra i falchi e perciò nelle grazie della Germania. Senza titolo di VP, ma sempre scrupolosa sui bilanci e propenso al rigore è anche la belga Marianne Thyssen, assegnataria della pesante poltrona di commissario per lavoro ed affari sociali.

La linea intransigente quindi ha saldi protettori e Francia ed Italia avranno difficoltà nel portare avanti l’idea di flessibilità in discontinuità col recente passato.
Il Cancelliere tedesco si è apertamente detto soddisfatto perché il rigore e la disciplina di bilancio, da non abbandonare, sono assicurati nella loro prosecuzione.

Ora v’è da capire quanto Juncker voglia mantenere la promessa di cambiamento fatta, ricordando gli obiettivi di crescita, lavoro, prosperità dei popoli, benessere, integrazione che sono pilastri del suo mandato. Con l’austerità tali obiettivi sono stati falliti, il risentimento contro l’Europa aumentato, il benessere come la fiducia nelle istituzioni mediamente diminuiti, gli investimenti sono scesi in molte aree e con la continuità cieca del rigore le cose non miglioreranno.
I conti vanno controllati, ma in questa fase altamente recessiva l’approccio deve essere resiliente ed adattarsi ai contesti dei quali si è solo una variabile dipendente. Gli scenari dirigono, le società si adattano, questo è il dogma da seguire.
Come detto dal neo-presidente, questa è l’ultima opportunità. O si imposta quindi un percorso di crescita o vi sarà la disgregazione dell’Unione, probabilmente non senza tensioni anche violente.

Importante sarà sicuramente il ruolo Franco-Italiano ed il semestre di presidenza italiano che purtroppo quando entrerà veramente nel vivo sarà ormai in dirittura d’arrivo (meno di due mesi effettivi di lavoro), ma soprattutto sarà decisiva la reale volontà di aprirsi a nuovi modelli di sviluppo ed economici. Questa volontà va perseguita in accordo ed in condivisione tra i 28. Il rilancio degli investimenti è fondamentale e se ne parlerà all’Ecofin di venerdì con proposte inerenti il ruolo della BEI provenienti da Italia, Francia ed anche Germania. Probabilmente non in quella occasione, ma rapidamente dovrà essere discusso anche il concetto di euro-bond.
La rigidità dei conti si è visto non consentire gli investimenti pubblici e privati necessari e reclamati da BCE e Bankitalia anche per via di un sistema bancario avaro di concessione di credito e qui si rimanda alla necessità repentina dell’unione bancaria e dia una armonizzazione normativo-fiscale.

Questo sistema eterogeneo oltre al vantaggio di una pluralità di visioni sempre positiva, mette di fronte al grosso rischio di rallentare immensamente ogni processo decisionale (un po’ come in Italia) soprattutto nelle sfere economica, di revisione dei trattati e di analisi/approvazione dei documenti di economia dei singoli stati (Italia sempre nel mirino), in un momento in cui la rapidità di reazione non è negoziabile.
Le sfide per questa Commissione non ancora insediata sono tante ed ogni sfida è vista in modo differente dai protagonisti, ognuno rappresentante di un qualche interesse che dovranno mediare e mettere in comune per la prosecuzione della strutturazione, ancora decisamente in fieri, e del futuro stesso dell’Unione Europea, che rischia di rimanere un embrione mai sviluppato completamente.

 10/09/2014
Valentino Angeletti
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Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

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22/08/2014
Valentino Angeletti
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Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre

L’Italia è ormai avvezza ad avere occhi attenti puntati addosso, ed in questa situazione di dati macro economici poco confortanti c’è da scommettere che gli sguardi rivolti al nostro paese sono aumentati.

Quelli dell’Europa ci controllano costantemente, monitorano preoccupati con continuità l’andamento del nostro debito, il rapporto deficit PIL, il processo di riforme. Le loro verifiche sono rigorose, nel più consono stile teutonico, non a caso i nostri osservatori più puntigliosi, pignoli, per alcuni odiosamente meticolosi mentre per altri estremamente precisi e concreti, che non ci hanno risparmiato numerose bacchettate, rimproveri, avvertimenti, sono stati Olli Rehn, finnico (a fine pagina alcuni Link),  Jeroen Dijsselbloem, olandese, Van Rompuy, belga e poi i membri dei dicasteri o delle istituzioni economiche tedesche come Schauble, Ministro delle Finanze o Wiedmann, Govenatore della BundesBank; dulcis in fundo, per non farsi mancare proprio nulla, anche il Commissario agli Affari Economici e Monetari UE ad-interim Katainen (dichiarazioni a link a fondo pagina) , forse ereditando il modus operandi dal predecessore col quale condivide la nazionalità, non ha lesinato dichiarazioni, che avrebbe dovuto tacere nel momento in cui le proferì, sulla situazione economica del nostro paese e sulla sua lotta quasi personale all’utilizzo di “escamotage” (non uso casualmente un termine francese) per aggirare i tratti europei alla ricerca di più fantasia finanziaria e libertà nei bilanci. Queste figure istituzionali con le loro squadre di tecnici, ed in tal caso un simile atteggiamento non è da mettere sotto processo, non si accontentano promesse, idee, stime immaginifiche, ma vogliono dati certi, calcoli e modelli matematici, programmi chiari che presentino azioni e conseguenze in modo dettagliato, non sono soddisfatti da una bozza generica di spending review, ma vogliono i dettagli, esigono chiarimenti sul gettito per singola voce e soprattutto chiedono con insistenza di definire precisamente l’allocazione delle risorse reperite; analogamente per ogni capitolo di spesa richiedono la provenienza delle relative coperture, così come per ogni nuovo introito statale la destinazione dell’extra gettito. Come dire, tutte queste attenzioni sono il prezzo da pagare per alcuni parametri (debito) ed alcune situazioni (occupazione-fisco) decisamente negative quasi fuori controllo derivate da decenni di incapacità nel gestirle e nel porvi rimedio e per la poca stima nei nostri confronti dovuta all’immobilismo, alla gestione di grandi opere e progetti e ad anni di estrema semplicità nel promettere seguita da parimenti facilità nel disattendere.

A ciò ci eravamo ormai abituati, anche se in tanti non senza risentimento, ma ora altri occhi, che per la verità non hanno mai smesso di osservaci, forse anche in modo più direttamente interessato, approfondito ed inclusivo dei precedenti, si stanno palesando.

Mi riferisco a quelli degli investitori internazionali. Investitori industriali ed investitori finanziari, ma non speculativi, bensì quelli buoni, intenzionati a fare investimenti di lungo termine nel paese. L’attenzione di costoro, i quali nei mesi estivi sogliono rivedere le strategie per l’autunno e l’inverno a venire e che ora si trovano un panorama particolare con tante buone opportunità fuori dall’Europa, riguarda sostanzialmente due sfere, adesso molto più intrecciate dal punto di vista di un investitore che un tempo quando spesso utilizzate a pacere per giustificare determinati movimenti:

  • L’economia.
  • La Politica.

Sul lato economico quello che osservano sono ovviamente tutti i dati, nostro malgrado non confortanti, che abbiamo imparato bene a conoscere, il PIL, l’occupazione, il debito, il deficit, il rapporto deficit/PIL, fin qui nulla di nuovo. Ora però, un altro elemento subentra, ed è quello della difficoltà con cui il nostro paese sarà in grado di ripagare il debito contratto nell’anno d’oro, 2011, dello spread ad oltre 500 (venne toccato quasi il 7% di interesse). Il prossimo anno inizieranno le prime scadenze dei titoli di stato 2011 che difficilmente avranno possibilità di essere nuovamente sottoscritti, come invece accade sovente con titoli di stato dai rendimenti inferiori, questa circostanza secondo alcune stime potrebbe costare fino a 200 miliardi di €.

In questa fase storica stiamo poi assistendo ad un intreccio tra politica ed economia senza precedenti. Le attenzioni sono indirizzate ai patti ed ai trattati europei, poiché risulta evidente che stando così le cose per l’Italia è impossibile rispettare i trattati in vigore nei tempi e nelle modalità sottoscritte a meno di non raggiungere un valore di crescita del PIL costantemente nell’intorno 2.6-3% chiaramente impossibile nel breve-medio periodo. La questione europea e dei trattati da rivedere potrebbe indirizzare le scelte degli investitori. Più ancora però, alla luce della grande fiducia e stima riposta nel Premier Renzi e nei suoi ambiziosi piani che in campo finanziario è per tutti transeunta e rapidamente variabile, è la capacità di eseguire riforme che influenzino la sfera economica in modo rapido ed incisivo. Si attenzionano dunque le riforme sia istituzionali, ma quelle che consentono di giungere ad avere una normativa ed una legislazione stabili e durature, un sistema fiscale più snello e non così penalizzante rispetto ad altri stati europei, un abbattimento drastico della burocrazia, una certezza della pena, una chiarezza nella definizione degli interlocutori e degli uffici competenti per una azienda che volesse investire in Italia, che ovviamente quelle economiche, ossia la riduzione del cuneo fiscale, dell’IRAP, le politiche per facilitare l’occupazione, il sostegno ad investimenti ed innovazione con conseguente incremento di competitività e maggior creazione di valore aggiunto, lo sblocco del credito, la revisione di alcuni meccanismi come la cassa integrazione, una maggiore vicinanza tra scuola ed impresa, più rapidità nell’abbattimento del digital divide così da consentire l’accesso immediato a tutte le imprese alla banda ultra larga ed a prezzi competitivi, un sistema di tassazione sulle rendite chiaro e stabile, lotta a corruzione ed evasione e per finire un costo dell’energia inferiore.

Purtroppo agli investitori buoni non troppo importa, contrariamente all’Europa ed alla cittadini interessati alla governabilità del paese, della riforma del Senato, della legge elettorale, delle unioni civili ecc, o meglio sono collocate ad un livello di priorità inferiore. A ben pensarci andrebbero oggettivamente lavorate in parallelo alle misure economiche e non in serie, ma purtroppo esse  risultano così impegnative, delicate e motivo di conflitto serrato da richiedere molti sforzi ed energie da parte del Governo, inevitabilmente sottratte ai temi europei, dove il semestre italiano è letto dagli investitori come un’ulteriore opportunità per il nostro paese di dettare le priorità alla Commissione, ed a quelli economici.

Va sottolineato che le riforme sono la motivazione per la quale lo Spread Spagnolo si è costantemente mantenuto inferiore a quello italiano, nonostante conti, dati di bilancio ed occupazione peggiori, attestandosi attualmente circa 20 pti più in basso rispetto al differenziale italiano.

In tal contesto di alta euforia tra gli investitori, i quali continuano a considerare interessante l’Italia che offre un favorevole rapporto rischio-profitto, ogni settimana di qui a settembre è preziosa per conquistare un piazzamento nei loro portafogli o piani industriali, perché cicli di fiducia così positivi non durano in eterno ed in genere sono seguiti da pesanti storni. Come si può vedere in figura siamo proprio in uno di quei momenti critici  in cui approfittare dell’euforia e della voglia d’acquisto che potrebbe ridursi a stretto giro, magari seguendo la riduzione di QE imposta dal tepring della FED.

 

Di opportunità in passato ne abbiamo avute molte e mai capitalizzate a dovere, è assolutamente necessario impegnarsi affinché questa non vada a rimpinguare il novero delle precedenti.

Link Olli Rehn:
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/14
IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review 22/11/13
Comprensibili e giustificate ingerenze europee 18/09/13
L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone 13/09/13
Asmussen (ECB) e Rehn (Commissario EU affari economici) un po’ ovvi??? 08/05/13
Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia 02/06/14
I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama 15/02/14

Link Katainen: Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini 20/07/14

02/08/2014
Valentino Angeletti
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Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini

Dopo tanti proclami al cambiamento, tanti appelli ad una differente interpretazione delle regole europee, senza comunque mai citare il vituperato termine di flessibilità all’interno dei documenti ufficiali, in modo da superare l’austerità che nei fatti concreti ha contribuito a fomentare la spirale recessiva degli ultimi anni sintomo indiscusso di una pesante crisi in atto a partire dal 2007 senza soluzione di continuità e che ha coinvolto pesantemente l’aspetto finanziario, economico – produttivo e sociale, siamo da punto a capo.

Siamo da punto e a capo perché il nuovo Commissario Europe agli affari economici e monetari Katainen, guarda caso finnico proprio come il suo predecessore Olli Rehn, si è sbilanciato pesantemente, quasi sordo alle discussioni ed alle dichiarazioni provenienti da PSE, PPE e proferite dallo stesso Juncker, tuonando che l’Italia deve pensare a fare le riforme continuando il lavoro iniziato degli esecutivi precedente e portando avanti l’ambizioso programma del Premier Renzi, senza né pensare né richiedere ulteriore flessibilità, ma non flessibilità aggiuntiva, neppure quella che potrebbe essere insita all’interno dei trattati in essere che l’Italia ha confermato di voler rispettare (ma alla fine questi trattati dovranno essere rivisti). Il finlandese ha duramente ammonito che si impegnerà al massimo per evitare giochi di prestigio che potrebbero consentire una interpretazione meno rigida delle regole, facendo non misteriosa allusione a Francia ed Italia (Hollande e Renzi sarebbero i prestigiatori) ed inverosimilmente  adducendo questioni di giustizia nei confronti di Irlanda e Portogallo (in realtà sembrerebbe dire Irlanda e Portogallo, ma pensare agli interessi della Germania… ma siamo troppo maliziosi).

Katainen al momento è Commissario pro-tempore fino alla fine del mandato di Barroso, quindi novembre, ma con importanti mire di riconferma all’interno della Commissione guidata da Juncker andando a ricoprire una carica fortemente richiesta (a ragione) dal PSE con Moscovici in pole-position o in alternativa il rigido, ma pur sempre laburista, olandese Dijsselbloem.

Bene ha fatto Sandro Gozi, braccio destro di Renzi per le questioni europee, a rispondere seccamente dicendo che non spetta al Commissario Economico, per giunta a tempo, prendere certe decisioni in capo invece alla Commissione e che è l’austerità a soffocare l’Europa.

La vicenda mostra però come, all’interno della platea di posizioni vacanti a Bruxelles, all’Italia sarebbe più funzionale un Dicastero economico (anche se la posizione di Draghi rende difficoltosa questa nomina) o commerciale/industriale rispetto agli affari esteri, ma soprattutto mostra come in Europa continui a sussistere una visione particolaristica e votata alla pura lettura di numeri e parametri senza l’interpretazione dei contesti economici che li racchiudono e nei quali potrebbero risultare totalmente insensati. Anche se ufficialmente l’idea di una nuova governance europea pare trasversale e pare aver pervaso tutti i partiti in realtà, il che vuol dire capire cosa guiderà realmente le azioni dei nuovi vertici, non si sa quanti la possano pensare come Katainen.

Il semestre italiano, da far entrare subito nel vivo superando le questioni interne delle riforme ed europee delle nomine, ha il compito di dirigere, pur senza possibilità di imporre alcunché, l’agenda di Bruxelles verso l’abbandono dell’austerità ed il ritorno agli investimenti, e possibilmente alla riduzione della disoccupazione, che con i patti in essere non possono essere effettuati dagli Stati che ne avrebbero maggiormente bisogno. Del resto è lo stesso istituto guidato da Christine Lagarde, l’ FMI, a mettere in guardia dal fatto che l’austerità in Europa ha bloccato totalmente gli investimenti mai tanto bassi come in questi ultimi anni e di conseguenza la competitività del vecchio continente.

Ovviamente le riforme sia istituzionali che economiche, così come il taglio di spesa pubblica e debito,  vanno perseguite in Italia il più rapidamente possibile per riguadagnare immagine ma soprattutto per la nostra competitività e crescita, ma ciò non esime dall’immediata necessità di rivedere totalmente l’approccio economico dell’Unione se non si vuole assistere alla sua scomparsa.

Se proprio vogliamo rispolverare un termine ora quasi desueto, ma che ha vissuto vecchie glorie: “rottamazione”, esso va inserito nel contesto europeo, come si scrisse: Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo 20/03/2014.

19/07/2014
Valentino Angeletti
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Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia.

BuBa Si apre un nuovo capitolo nella storia europea tra rigoristi e sostenitori  dell’abbandono dell’austerità, o se preferiamo tra falchi e colombe. Questa volta ad  opporsi in tenzone sono la Bundesbank (BuBa) e l’Italia, rappresentata dal Premier  Renzi e da pochi giorno presidente di turno del consiglio Europeo.

La BuBa, per bocca dell’influente presidente Jens Weidmann, avrebbe attaccato la  richiesta di “flessibilità” dell’Italia, che a dire il vero racchiude le richieste di molti altri  stati ed una volontà comune e trasversale che pervade l’Europa animata dalla  comprovata necessità di cambiare strategia economico – politica in modo da perseguire una crescita sostenibile tenendo in debita considerazione gli scenari macroeconomici e congiunturali e puntando ad evitare la ciclicità delle crisi dovute ad una eccessiva finanziarizzazione dell’economia a scapito delle attività produttive reali e concrete. Il rimprovero della BuBa riguarda la possibilità di contrarre ulteriore debito, pericoloso per uno stato come l’Italia ove il debito è estremamente pesante, che, per l’istituto tedesco, non consentirebbe crescita bensì contribuirebbe a rendere ancora più precaria la stabilità finanziaria dei paesi richiedenti. A ciò si aggiunge la scoccata, quasi personale al Premier italiano, che viene rimproverato per le tante parole, la poca concretezza e la lenta azione, riassumendo, il concetto si esprime nella frase “le riforme vanno fatte, non solo annunciate”.

La risposta piccata e dura di Renzi non è tardata ed ha sottolineato nettamente come sarebbe bene che la BuBa si occupasse del proprio mandato e non interferisse nella politica di un paese, l’Italia, fuori dal suo perimetro di competenza. Forse non era nelle intenzioni di Renzi, ma il riferimento ai bilanci ed agli pseudo aiuti di stato convogliati verso le banche territoriali tedesche (LadersBank) dai conti incerti, avvezze alla leva, troppo piccole singolarmente per rientrare negli accordi di Basilea, ma decisamente importanti se prese nella loro totalità, è immediato ed automatico.

Aspri scontri non sono nuovi, ricordiamo lo scambio di battute tra Lagarde, IMF, e Draghi, ECB, sulla politica monetaria; ovviamente, per non compromettere i rapporti internazionali, anche in questa circostanza le rettifiche e l’abbassamento dei toni da parte dei vari portavoce è stato immediato. Sia dall’Italia che dalla Germania,vuoi per bocca dei diretti interessati vuoi per tramite dei portavoce ufficiali, è stato confermato l’eccellente rapporto tra i due paesi, tra Renzi e Merkel e tra i rispettivi ministri delle finanze, Padoan e Schaeuble  in quest’ultimo caso introducendo anche l’elemento della forte amicizia personale.

Il primo appunto da fare è che non è assolutamente la prima volta che tra dichiarazioni e smentite la Buba, il ministero dell’economia e delle finanze tedesco e la Merkel si lasciano andare in un confuso ping pong di dichiarazioni che se da un lato aprono alla maggiore flessibilità ed alla possibilità di concessioni a patto di comportamenti virtuosi dando speranza per una nuova struttura europea, dall’altro ribadiscono l’assoluta inflessibilità degli accordi e l’impossibilità di violarli. Tutto ciò lascia ampio spazio alle libere interpretazione della reale volontà tedesca, ancora oggi non manifesta, facendo sospettare i più maliziosi (tipo il sottoscritto, ma in genere sbaglio….) di una furbesca e strutturata strategia per lasciare tutto inalterato beneficiando (nel breve termine, perché nel lungo le cose cambierebbero drasticamente…) della situazione oggettivamente loro favorevole.

Il secondo punto da analizzare risiede nei contenuti delle dichiarazioni della BuBa. Ancora l’Italia, pur avendo fatto progressi, non ha riconquistato quella credibilità che consente di dare garanzia sull’eventuale utilizzo delle risorse aggiuntive. Nuove procedure di infrazione europee continuano ad essere aperte, gli scandali per tangenti non cessano di minare il nostro sistema economico-industriale così come i costi delle grandi opere sono incredibilmente superiori rispetto ad altrove, Grillo, generalizzando infantilmente, esorta l’Europa a non dare fondi all’Italia poiché finirebbero diretti nelle mani di ‘ndrangheta e camorra; il processo di riforme, di taglio del debito e della spesa pubblica, e le tempistiche che lo distinguevano da un puro sogno, non seguono la tabella del “cronoprogramma”. Nonostante l’indubbio impegno e la buonissima volontà di Renzi, troppi sono gli impedimenti ed i compromessi da accettare, le burocrazie e le tecnocrazie da sconfiggere, i loro poteri da escludere (tanto che si scrisse: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14), inoltre il governo rimane sempre e comunque di compromesso e nelle posizioni apicali (politiche e burocratiche) spesso non vi sono sostenitori della discontinuità e del cambiamento, anzi vi sono i beneficiari del sistema in essere. Un sintomo di questa tendenza al conservatorismo ed alle difficoltà a 360 gradi per il Governo nel concretizzare il radicale piano di cambiamento di cui il paese ha bisogno, è riportato oggi sul giornale “La Notizia” secondo cui: “La riorma della Pubblica Amministrazione presentata dal Governo vieta di assegnare incarichi dirigenziali ai dipendenti in pensione. Lo stesso Governo ieri invece ha nominato il pensionato Ortona presidente di Arcus…”, qualora fosse confermato ogni commento sarebbe superfluo. Evidentemente è necessario il reale cambio di passo ancora assente a dispetto di alcuni appassionanti quanto sporadici sprint e scatti, troppo spesso vanificati dalla percentuale della salita. Si deve per tanto sciogliere immediatamente il nodo delle riforme istituzionali e devolvere tutte le energie al piano di riforme per la crescita seguendo anche quelle che sono le linee guida europee. Indirettamente ciò è confermato dal Ministro Padoan e dal Presidente della CdP Bassanini a margine di un convegno organizzato congiuntamente da BEI e CdP e dal rapporto dell’antitrust. La CdP ricorda la necessità per l’EU, e per l’Italia in particolare, di maggiori investimenti ovviamente privati, ma anche pubblici. Per il nostro paese gli investimenti sono preoccupantemente a livello del 95 e se è vero che i privati dovrebbero investire di più in innovazione e tecnologia di prodotto e di processo è anche vero che lo stesso dovrebbe fare il pubblico ad esempio nelle grandi e piccole infrastrutture e per innovare ed ottimizzare le PA (contribuendo ad abbassare la spesa pubblica nel medio periodo ed aumentando la qualità del servizio, riducendo i tempi per la burocrazia con vantaggio per cittadini ed imprese che dovrebbero “sprecare” meno giorni a combattere con le carte risultando più produttivi), ma questo elemento non può prescindere dal concetto di flessibilità di cui parleremo in seguito. L’antitrust invita invece ad accelerare sulle privatizzazioni ( i target previsti di 12 miliardi per il 2014 sembrano difficilmente raggiungibili) approvando il piano per la messa sul mercato di quote di Poste, a rilanciare la competitività attraverso una maggiore concorrenza a cominciare dai settori chiave di energia, elettricità, gas, assicurazioni, banche, telefonia, ed infine, confermando le cricche del sistema italiano, a risolvere il problema dell’economia di relazione che tante risorse economiche ed umane sottrae allo sviluppo del paese (viene naturale un pensiero alla non applicazione del concetto di meritocrazia e scalata sociale…Tangenti Expo 2015 …. amara conferma che per “noi” non c’è spazio – 08/05/2014).

Il terzo punto è proprio quello della flessibilità a livello europeo, tanto chiesta da tutte le colombe, in linea di massima assicurata dai falchi, ma ancora oscura ed invero mai menzionata nei documenti ufficiali che rammentano solamente come i trattati prevedano già “un certo grado di flessibilità”. Anche Barroso, presidente di Commissione Eu uscente, proprio dall’Italia ha ribadito la necessità di un’Italia forte, ma anche di rispettare gli accordi europei. Ora, il nostro paese ha bisogno di una flessibilità che esuli dai patti, nel senso che considerando le condizioni economiche, la tendenza del debito tra il 132 e 133% del PIL, i dati sullo stesso PIL costantemente rivisti al ribasso è impossibile rispettare il fiscal compact (che sostanzialmente prevede la riduzione della parte eccedente il 60% del rapporto debito/PIL di 1/20 all’anno a partire dal 2015) così come  non è pensabile raggiungere il pareggio strutturale di bilancio (nonostante la concessione di un anno in più) ed abbassare il rapporto deficit/PIL che dal 3% dovrebbe tendere all’ 1.5%. Anche solo mantenere a tempo “indeterminato” fino all’uscita dalla crisi il 3% sarebbe uno strappo decisamente consistente ai trattati europei da noi stessi sottoscritti. In tal senso si richiede più flessibilità, come è vero che in tal senso i patti non si possono rispettare e vanno rivisti ed allentati, altrimenti l’Italia, così come altri stati dell’unione, rischierebbero di far tracollare l’Europa trascinando, prima o poi, anche la Germania. Di ciò si dovrebbe discutere in Europa e di questi fattori dovrebbe costituirsi il patto di flessibilità e crescita siglato dal Consiglio EU; di fronte al rischio dello sgretolamento europeo è evidente che il prezzo di una condivisione dei debiti (solo per fare un esempio) sarebbe ben poca cosa.

Per capire come si vorrà impostare la direttrice europea e le intenzioni della Germania, sarebbe bene che al venturo Presidente di Commissione fosse esplicitamente richiesto di sottoscrivere un documento (che a ben vedere dovrebbe essere promosso dall’asse Italia – Francia) chiaro, senza possibilità di interpretazioni soggettive, ove si mettessero nero su bianco ed avessero valore vincolante le richieste, le misure ed i provvedimenti che l’Europa vorrà rapidamente e concretamente adottare per indirizzare l’uscita dalla crisi, così come indicare (non avendo potere in merito) quella che secondo Bruxelles dovrebbe essere la politica monetaria della ECB e comunque essere sempre presente nella discussione delle misure dell’istituto di Francoforte. Qualora, e spiacevolmente perché sarebbe un disattendere una votazione popolare che per quanto strana e risicata è stata pronunciata, ciò non avvenisse si potrebbe pensare che il Parlamento Europeo, nell’ultimo passo formale del processo di successione alla presidenza di Commissione, non acconsentisse all’ascesa di Juncker. Di certo sarebbe un segnale forte e non privo di rischi, ma giunti a questo punto pare che la risolutezza e la decisione siano indispensabili e non più prorogabili.

Che le due partite, quella delle riforme e del cambiamento in Italia e quella dell’abbandono dell’austerità e dei particolarismi in Europa, distinte ma all’interno di un medesimo torneo, fossero improbe lo si sapeva, così come è tremendamente complesso ottenere concessioni dalla Germania, ma la necessità di portarle a casa entrambe è di gran lunga più necessaria rispetto alla loro difficoltà ed è questo il concetto che dovrebbe muovere le riflessioni dell’Italia e dell’Unione.

05/07/2014
Valentino Angeletti
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Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione

Si è conclusa poche ore fa la visita del Cancelliere Merkel in Grecia. La prima impressione è stata di una Angela molto “accomodante”, come si usa dire per la politica monetaria, e comprensiva nei confronti del popolo greco che non ha fatto mancare manifestazioni di protesta più o meno violente in varie parti della capitale, culminate con l’ordigno piazzato a scopo dimostrativo nei presse della sede della Banca di Grecia.

La Merkel si è detta vicina al popolo greco che ha dovuto accollarsi pesanti sacrifici, in particolare a tutti coloro che hanno perso il lavoro. Ha poi rimarcato come il governo di Antonis Samaras abbia attuato diligentemente i piani di rigore dei conti e dei bilanci portando gli indicatori a migliorare più di quanto si aspettassero. In sostanza la via imboccata è corretta e dovrà portare a lavorare sulla riduzione del debito. Ad Atene ha anche incontrato una delegazione di giovani imprenditori con i quali si è confrontata su svariati temi ed ha assicurato che essi verranno supportati nel rilancio della competitività del paese, elemento fondamentale per l’Eurozona. Nella conferenza congiunta col premer Samaras i due leader hanno poi annunciato lo stanziamento di un fondo al quale contribuiranno con 100 mln di € a testa proprio a sostegno delle piccole e medie imprese e la Merkel ha sottolineato l’importate apprezzamento che ha avuto il primo collocamento post-crisi di Bond greci. Con una domanda pari a 20 volte l’offerta sono stati infatti collocati 3 miliardi di € (ritoccati rispetto ai 2.5 miliardi stimati) ad un rendimento per il titolo a 5 anni del 4.75% passando dal 6.1% del 2010, il decennale invece è passato da un interesse del 44% del 2012 al 5.75%.

Il collocamento dei Bond lascia sì intravedere fiducia, ma fa parte di un meccanismo, quello finanziario, che troppo spesso non rispecchia il reale andamento dell’economia (Link Economia-Politica-Finanza). I capitali in questa fase economica si stanno spostando dagli incerti mercati emergenti, dove insorgono problematiche tra cui l’instabilità politica e monetaria, l’altissima inflazione, le tensioni sociali interne ed il rallentamento delle locomotive come ad esempio Cina (che ha dichiarato con tutta probabilità di non riuscire a centrare i target di crescita previsti per via della diminuzione dell’ export) e Brasile (che si trova di fronte ad un bivio – Link), verso economie più mature, a rischio inferiore (nel caso greco reso ancora più basso dal regolatorio scelto), e redimendo accettabile, come appunto la Grecia inserita in una area Euro in lenta ripresa. I titoli in questione (come tutte le venture emissioni) inoltre sono stai emessi in ottemperanza alla normativa britannica, vale a dire che qualora la Grecia facesse nuovamente default o dovesse ristrutturare il proprio debito le carte del procedimento sarebbero impugnate dai tribunali londinesi che nel 100% dei casi precedenti hanno dato ragione ai detentori dei titoli, costringendo gli emittenti, il governo greco appunto, a pagare. Evidentemente si tratta di un investimento al 4.75% di remunerazione con tasso di rischio ben più basso anche in ottica speculativa; infatti tutte le grandi banche dall’Ingelse HSBC alla tedesca DB hanno fatto da dealer nella collocazione.

La generosità della Merkel può essere interpretata, dai più maliziosi, come che fosse un tour elettorale a sostegno del governo Samaras, filo-europeista, rispetto al partito di sinistra radicale Syriza di Tsipras, più euro-scettico e critico nei confronti della politica tedesca ed europea di austerità. Syriza, secondo i sondaggi, è il primo partito in Grecia ed ha come obiettivo di vincere le Europee e proporsi a negoziare in modo duro con la Germania.

Effettivamente credo che al popolo greco, con una disoccupazione al 26.4% ed un salario decurtato in questi anni del 40%, poco importi del PIL previsto in crescita nel 2015 del 2.6% e degli endorsment della Merkel la quale forse dimentica che il livello di debito greco al 164% del PIL lascia ampiamente aperte le porte di un nuovo default e forse tralascia le condizioni di compromesso che hanno portato molti greci a rinunciare alla cure mediche, al cibo di qualità fino a correre ai banchi dei supermercati ai quali è stato concesso di vendere cibo scaduto a prezzo ridotto.

Assai probabile che la Merkel si stia rendendo conto della difficile prospettiva per l’Europa e per la Germania, che sarebbe profondamente colpita nella sua economia, nel caso di una forte affermazione degli schieramenti anti-europei che stanno avanzando un po’ in tutti i paesi e che potrebbero creare gravi ed imprevedibili instabilità.

L’appoggio alla Merkel però non può e non deve venire gratuitamente, in particolare da parte di quei paesi che più hanno sofferto e pagato la crisi e che non possono accollarsi ulteriori sacrifici. Con l’austerità che si protrae ad oltranza la Germania e gli stati forti hanno goduto e godranno di benefici nel breve, ma saranno inevitabilmente trascinati essi stessi a fondo, soccombendo nella sfida globale. Questo meccanismo non pare ancora totalmente compreso dalla Germania e dai cosiddetti falchi del nord grandi influenzatori della linea politica Europea. Tra gli stati maggiormente creditori verso l’austerità vi sono Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna ed anche Francia.

Particolarmente importante, vista l’incidenza delle tre economie nel contesto europeo e mondiale, sarà un forte asse italo – franco – spagnolo facendo leva sulla presidenza italiana, sulla condivisione di vedute e programmi tra Renzi ed il nuovo Premier francese Valls e con l’appoggio di Schulz, leader del PSE e presente nella grande coalizione tedesca CDU-SPD, molto aperto nei discorsi e con le parole ad una nuova idea di Europa, più vicina alle esigenze delle persone, più alla ricerca di una vera identità unificata e meno soggetta al rigore che pure va preservato.

L’idea di Europa più flessibile, più aperta ai repentini cambiamenti degli scenari economici globali, pronta a leggere ed interpretare contesti avendo la capacità di agire proattivamente, è qui più volte stata reclamata, ed ora pare che tutte le parti politiche, a meno delle fazioni più estreme e nazionaliste, convengano su questa conclusione, forse in ritardo. In Italia a profetizzare una Europa diversa sono tutti i partiti, da quelli maggiori, PD, PDL, NCD ai quelli più piccoli del centro o simpatizzanti destra e sinistra fino a concludere con lo stesso M5S che, mantenendo toni duri e coloriti, non ha più quella propulsione anti Europa che aveva al momento delle sue prime apparizioni. Adesso si limita ad asserire, come più o meno tutti, che vanno ridiscussi i trattati, al massimo avanza l’ipotesi di un referendum nei fatti probabilmente irrealizzabile perché non previsto dalla regolamentazione ed anche qualora fosse indetto la vittoria, per quel che riguarda l’Italia, della permanenza nell’Unione è scontata.

Lato governi nazionali quindi dovranno essere portate avanti le riforme previste nei vari programmi, Renzi in primis, per rilanciare l’economia partendo dal mercato del lavoro, dalla lotta alla burocrazia, dal sostegno alle famiglie ed al credito a privati ed imprese. Su questa linea è anche il FMI, che da Washington, per bocca della Direttrice Lagarde, ha sottolineato l’importanza delle riforme affinché i flebili segnali di ripresa si possano consolidare, ma al contempo sollecita anche la BCE all’utilizzo degli strumenti non convenzionali in modo da sollecitare l’economia reale e dare l’abbrivio necessario per cercare di invertire le tendenze congiunturali che si riflettono anche nel periodo di bassa inflazione, attualmente ad un livello decisamente inferiore rispetto al target europeo del 2%. La Lagarde ha anche ricordato l’importanza di una ridistribuzione della ricchezza, che qui era già stata suggerita a Gennaio, a valle del discorso di chiusura al World Economic Forum di Davos tenuto proprio dalla Direttrice (Link articolo di Gennaio 2014).

La politica monetaria e le misure che la BCE potrebbero mettere in campo avrebbero il compito di innescare la fase di breve termine della ripresa che deve proseguire con l’effetto nel medio e lungo periodo fornito dalle riforme strutturali richieste ai vari stati membri.

In sostanza la strategia che si ritiene vincente per superare questo periodo si articolata a livello europeo con un forte asse transazionale volto a far superare l’approccio rigorista fino ad ora imposto da Germania ed assecondato da Bruxelles e col favorire l’accesso al credito tramite una regolamentazione bancaria unica; a livello nazionale con un piano mirato di riforme strutturali volto principalmente a sostenere lavoro, consumi ed imprese; sul piano monetario attraverso uno stimolo non convenzionale di QE o sostegno alle PMI tramite la cartolarizzazione dei loro debiti in modo da iniettare liquidità direttamente nel sistema economico, che non ha la pretesa di risolvere il problema ma di sostenere il sistema nel mentre si attendono i risultati strutturali del processo riformatore.

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Morando Renzi, Villa D’Este Cernobbio

11/04/2014
Valentino Angeletti
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Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo

Il passaggio alla Camera del Premier Renzi in merito ai provvedimenti di finanza e di bilancio prima di recarsi da “new entry” all’ Eurogruppo è stato fondamentalmente incentrato su due temi.

Il primo è la spending review di Cottarelli, che, come già detto più e più volte anche in questo blog, non risulta “vincolante” in quanto il Commissario non ha nel suo mandato alcun potere attuativo del piano proposto; esso risulta in ultima istanza una semplice lista di suggerimenti da sottoporre alla valutazione politica. Le stime prudenziali di risparmio, a questo punto dell’anno calcolate tra i 3 ed i 5 miliardi di €, potrebbero essere ulteriormente limate da oggettivi impedimenti, ma anche da opposizioni incrociate tra burocrazie, tecnocrazie e centri di potere, circostanza dalla quale avevamo già messo in guardia. Non v’è però dubbio che l’importanza della revisione della spesa, dell’ottimizzazione e razionalizzazione dei costi sia stata compresa da tutti e che l’opinione pubblica, su cui hanno gravato molti provvedimenti aggiuntivi, voglia vedere risultati tangibili su questo fronte e non sia più disposta a fare sconti accettando compromessi, proroghe o le solite eccezioni. Un fallimento, così come operazioni poco trasparenti, sarebbero una pubblicità devastante per la credibilità del Governo, sia agli occhi europei che dei cittadini, e per i conti del paese che hanno estremo bisogno di tagli strutturali non lineari.

Il secondo tema è stato nuovamente quello del tetto al 3% del rapporto deficit/PIL. Il Premier ha definito questo numero anacronistico ed in effetti balzane leggende aleggiano sulla sua nascita, ma non si è detto intenzionato a superarlo. Quello che chiederà sarà la possibilità di innalzare l’attuale rapporto, avvicinandolo al 3%.

Renzi considera come valore di partenza il 2.6% e vorrebbe poter arrivare almeno al 2.8% se non addirittura al 3%, le somme in ballo oscillano tra i 3.2 ed i 6.4 miliardi di €; a dire il vero alcuni ritengono tale dato un previsionale per fine anno già definito da Saccomanni, mentre il reale rapporto si attesterebbe proprio al 3%.

Viene dunque definito un valore “anacronistico” (come è stato ribadito più volte su questo blog), ma rimane l’intenzione di rispettarlo. Il motivo è che l’Italia in questo frangente non può permettersi di non rispettare i vincoli europei tramite una netta rottura dei patti, è necessario che sia l’Europa a consentire uno sforamento temporale applicando il principio della Golden Rule su investimenti produttivi ed acceleratori del PIL la cui crescita è indispensabile per il controllo sostenibile nel lungo termine del rapporto del quale è il denominatore.

Renzi e tutti i Paesi che hanno subito le politiche di austerità imposte dalla Commissione devono cercare di spiegare che è giunta l’ora di creare una discontinuità, di rottamare il vecchio approccio del rigore ad ogni costo, che è stato dimostrato dai fatti non essere risolutivo, anzi decisamente peggiorativo in regime recessivo.

In Grecia (fonte Ocse, 2014) il 17,9% della popolazione non può permettersi di comprare tutti i giorni il cibo di cui avrebbe bisogno; il dato è peggiore di quello di Paesi con reddito pro-capite più basso come Brasile e Cina. Tra il 2007 e il 2012 i greci hanno visto il proprio reddito ridursi in media di 4.400 € a persona confermandosi la peggiore dell’area OCSE e 4 volte peggio della media della zona Euro. Il fatto che i conti greci fossero stati stati manipolati per consentire l’ingresso nell’Euro è solo una giustificazione parziale poiché è altrettanto vero che un salvataggio più rapido sarebbe costato ai paesi membri molto meno. Va inoltre aggiunto che gli istituti di credito ellenici avranno probabilmente necessità di essere ulteriormente ricapitalizzati a causa dell’alto numero di crediti deteriorati, è la stessa ECB a dirlo.

Il Portogallo, pur avendo imboccato la via delle riforme consigliata da Bruxelles attuando tagli draconiani nel settore pubblico, non ha una situazione migliore relativamente al benessere della popolazione.

Secondo Confindustria la crescita del PIL italiano potrebbe non essere superiori allo 0.5% , peggiorativa rispetto a quella già poco consistente crescita stimata dello 0.7%. Le motivazioni addotte sono interne, a causa del persistente gap di competitività delle imprese e per la pesantezza della crisi, ed esterne, poiché lo scenario globale risulta ancora fosco e con l’aggravante della crisi Ucraina causa di importanti ripercussioni economiche (Shell ha abbandonato il consorzio che guidava assieme ad Exxon per l’estrazione di gas nel Mar Nero).

In generale la crescita prevista per l’Eurozona è inferiore a quella di tutte le grandi economie sie emergenti che mature. Ovviamente all’interno vi sono palesi differenze: paesi molto in difficoltà (come l’Italia, fanalino di coda secondo le previsioni) si affiancano a paesi che corrono come la Germania e la Gran Bretagna.

All’Eurogruppo, potendo far leva anche sul venturo semestre italiano, sul rigore dei conti mantenuto e sul processo riformatore, si deve far comprendere, e fare in modo che agisca in tal senso, che è ora di rottamare la politica del rigore e dell’austerità; che la politica economica e monetaria deve essere flessibile e dinamica ed agire proattivamente ancor prima che reagire (spesso in ritardo). Ne sono una dimostrazione le modalità operative degli USA e della FED che ,con la nuova Presidente Yellen, non ha negato la possibilità di intervenire ulteriormente sui tassi e rivedere le proprie politiche di tapering.

Partendo da questo presupposto allora sì che è possibile auspicare in una golden rule più permissiva, una parziale ridiscussione dei trattati ed una più equa suddivisione di rischi e benefici. Il futuro dell’Unione e della sua competitività risiede proprio nell’unione stessa tra gli Stati membri, tra i popoli e nella volontà di portare a termine un processo comune che distribuirà reale valore solo quanto più prossimo alla realizzazione.

Il concetto di rottamazione trova totale applicazione nella gestione della politica economica europea. La rottamazione, e vale per le persone tanto quanto per le strategie, deve avvenire non secondo criteri anagrafici, di genere, di razza e via discorrendo, ma a valle di una valutazione dei risultati, dei piani strategici futuri, del loro impatto su tutti i soggetti interessati, della stima rischi-benefici e, non in ultimo, dell’attenta valutazione se l’interruzione di un processo in corso possa portare a perdere più valore di quanto il cambiamento “ad ogni costo” ne faccia guadagnare.

Nulla deve essere fatto per forza o per propaganda, ma solo e soltanto per effettiva necessità e questa necessità nelle strategie fin qui adottate dell’Europa si manifesta pienamente.

19/03/2014
Valentino Angeletti
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