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QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…

qeIl conto alla rovescia in attesa dell’ultra menzionato QE-BCE è agli sgoccioli. Il Direttivo della Banca Centrale Europea ha infatti annunciato l’avvio del piano per lunedì 9 marzo, come da ultimi pronostici. L’entità rimane confermata a 60 miliardi al mese fino a 1140 miliardi complessivi (19 mesi), ma con possibilità di prolungamento “ad libitum” fintanto che il target di una inflazione, attualmente a zero, inferiore ma prossima al 2% non sia raggiunto. Teniamo bene a mente che inflazione e stabilità dei prezzi, ossia il mantenimento di un adeguato rapporto tra Euro ed altre valute, sono i reali obiettivi di questa manovra di espansione monetaria. Gli asset acquistati saranno titoli di stato (anche con rendimento negativo fino a -0.2%, che è il rendimento dei depositi presso l’istituto di Francoforte) ad esclusione delle emissioni di paesi con rating basso o junk, ABS e covered bond aventi rating almeno mezzanino (si escludono pertanto titoli spazzatura). Il vincolo sul rating imposto esclude dal programma la Grecia e la possibilità di acquistare bond con rendimento negativo include nel piano l’acquisto di Bund tedeschi, che rappresenteranno la maggiora parte dei titoli sovrani.

Escludere la Germania dal piano di acquisto era all’atto pratico impossibile, primo perché per vincere l’ostilità della Germania una contropartita era necessaria, sappiamo bene che a costo zero la Germania non si sposta dalle proprie posizioni; secondo perché l’ammontare degli acquisti è ripartito in modo direttamente proporzionale alle quote di BCE detenute da ciascuna banca centrale nazionale e la Germania è la maggior azionista della BCE. Risulta pertanto che, nonostante l’ostracismo tedesco e dei falchi nordici al seguito solo in ultimo vinto, i tedeschi saranno coloro che più beneficeranno di questa misura. Non ne beneficerà invece la Grecia a causa del suo rating, alla quale però la BCE ha allargato la linea di credito di emergenza fino 100 miliardi, il 68% del Pil ellenico, caso unico in Europa, tanto che questa circostanza ha spinto il Governatore Draghi a dichiarare ironicamente che la BCE è diventata una sorta di Banca Greca.

Dal mio punto di vista con gran ritardo, perché se QE doveva essere considerando le condizioni recessive ampiamente manifeste avrebbe dovuto esserlo fin da subito, il QE partirà e sono state superate, non senza pagare loro pegno, le resistenze nordiche di quattro anni.

Nonostante la Germania sarà la più grande beneficiaria del QE, anche durante il Direttivo non sono mancate le critiche da parte di esponenti tedeschi, che quantomeno avrebbero posticipato l’operazione facendo fare alla ripresa (o meglio ripresina) il proprio corso (non capisco come si possa pensare di rivedere in tempi ragionevole l’inflazione al 2% senza interventi esterni). La BCE invece si è mostrata decisamente ottimista ed ha rialzato le stime di crescita del PIL dell’Eurozona a 1.5% per il 2015 ed a 1.9% per il 2016 con una inflazione che rimarrà bassa ancora a lungo, sfiorando il target nel 2017 quando è prevista all’1.8%. Questi dati si riportano solo per completezza di informazione, ma mi auguro che abbiamo imparato a diffidare dalle previsioni, normalmente riviste più e più volte, tanto più in uno scenario delicato e fluido su molti fronti come quello in essere dove basta davvero un batter d’ala di libellula per scatenare reazioni impreviste, imprevedibili e d’ingente entità. Questo ottimismo è in parte dovuto ai risultati già messi a segno dall’annuncio del QE ancora prima che esso venga davvero implementato: l’Euro si è ribassato notevolmente nei confronti del dollaro, i mercati (come di consueto anticipatori) hanno messo a segno discreti rialzi a cominciare dai titoli bancari, i Bond di debito sovrano dell’area Euro hanno ridotto i loro spread.

Appurato ciò è altresì doveroso fare alcune considerazioni, perché c’è il rischio che l’effetto dei QE sia in realtà meno vigoroso e decisivo di quanto supposto e la liquidità immessa potrebbe non confluire all’economia reale.

Innanzi tutto va ricordato che l’obiettivo del Quantitative Easing non è far confluire liquidità alle imprese, agli investimenti, ai privati, bensì supportare inflazione ed Euro; l’equazione non è affatto immediata o semplice. Ne abbiamo avuto chiaro esempio con gli strumenti monetari messi in campo negli anni addietro e che in parte contribuiscono a farmi affermare che sarebbe stato meglio tentare (sempre di tentativo è giusto parlare) fin da subito con un QE: i prestiti erogati a tassi attorno all’1% da Francoforte alla banche sono stati utilizzati non per dare credito, ma per acquisto di Bond dai rendimenti anche 4 o 5 volte superiori rispetto all’1% dovuto alla BCE; gli ABS e il TLTRO invece sono stati accolti con freddezza dalle banche a causa degli imminenti stress test europei, dei criteri di Basilea 3, e dello stato di patrimonializzazione delle banche italiane non buono. Queste stesse cause hanno ridotto la propensione al credito da parte degli istituti bancari, assecondata dalla scarsa domanda conseguente ad un clima di generale sfiducia ed incertezza sul medio lungo termine. A ben guardare è stato più benefico l’effetto annuncio procrastinato da Draghi sulla disponibilità della BCE a mettere in campo strumenti non convenzionali che l’effetto degli strumenti stessi.

Come nelle occasioni precedenti il rischio che anche in questo caso gli intermediari, ed in particolare le banche, piene di crediti deteriorati e secondo l’UE sottocapitalizzate, non destinino sufficiente liquidità al credito per le imprese ed agli investimenti è concreto. Il motivo principale risiede nei criteri di Basilea che gli istituti devono rispettate e che conferirebbero un profilo di rischio alla concessione di credito superiore rispetto a quello conferito ad attività finanziarie e speculative (derivati inclusi). Ne risulta che nonostante una leva più bassa le banche italiane siano valutate peggio rispetto ai grandi colossi nordici (Deutsche Bank, Commerzbank, BNP, Societè General, Credi Agricole, Norges, ABN Amro, Saxo ecc ecc). Una simile distorsione potrebbe comportare che la liquidità ottenuta dalle banche cedendo asset alla BCE in cambiio di denaro sonante invece di essere prestata per investimenti e sviluppo economico reale venga reinvestita in finanza.

Abbiamo poi un Euro già molto basso, a circa 1.1 rispetto al Dollaro, e non è certo che possa ribassarsi ancora, probabilmente tenderà alla parità, difficile prevedere ribassi ulteriori.

Lo spread ha subito un notevole calo sfondando al ribasso, nel caso dei BTP, quota 100. Indubbiamente ciò comporta un buon risparmio sugli interessi sul debito sovrano, ma di contro le stime sul debito inserite nel DEF si sono rivelate ottimistiche ed in realtà il debito è superiore di circa 4 punti percentuali, il 128% previsto si è rivelato 132.2% quindi il risparmio effettivo è un po’ inferiore.

Un altro fattore importante è il prezzo del petrolio attorno ai 50 $ al barile. Tale circostanza è stata inserita dalla BCE tra i fattori trainanti la crescita economica, mentre per la BuBa ed il ministero delle finanze tedesco questo elemento sarebbe la reale causa della bassa inflazione. Opinione condivisa è comunque che nel giro di qualche mese al massimo anno il petrolio tornerà attorno ai 70 $ ed oltre, rischiando quindi di peggiorare le ultime previsioni della BCE. I prezzi attuali non sono sostenibili a lungo per molte compagnie, principalmente piccole realtà, operanti sia nello Shale che nel difficile mare del nord dove i costi estrattivi sono alti, inoltre le major hanno stoppato gli investimenti andando a comportare un rischio di approvvigionamento nel lungo termine, quando la domanda di idrocarburi tornerà a salire e ciò conferisce un gradi di incertezza in più.

In ultimo, ma non per importanza, vi è la situazione internazionale delicatissima. Le tensioni in Medio Oriente e nel Mediterraneo (Siria e Libia in primis) e la crisi Russo-Ucraina con le sanzioni Russe che penalizzano l’export italiano. Secondo le stime si ha una riduzione media dell’export verso la Russia del 5% che per molte aziende vale però il 50% del proprio giro d’affari, in sostanza si collocano sull’orlo del fallimento. Anche le variabili più lontane andrebbero tenute in debita considerazione, non di poco conto per l’UE è ad esempio il calo di 0.5% della crescita Cinese che passa dal 7.5% al 7% con rapporto deficit/pil a circa il 2%.

Il caso di successo dell’espansione monetaria statunitense può lasciare ben sperare, ma le circostanze USA sono ben differenti da quelle europee. Innanzi tutto la FED ha agito (ed ha anche esortato la BCE a farlo) per tempo non ostinandosi nel rispetto dell’austerità procrastinata in Europa, ha iniettato liquidità direttamente nell’economia e non ha lesinato di stampare moneta (cosa non nel mandato della BCE) ad oltranza. Gli USA hanno innalzato costantemente il tetto del loro debito (portandolo oltre il 100% del PIL per evitare il fiscal cliff) e non si sono mai curati troppo del rapporto deficit PIL a circa il 5%; hanno poi settato il target sulla disoccupazione, puntando al 6-6.5% (cosa non consentita in Europa visto che il lavoro è materia in capo ai singoli stati ed il target monetario della BCE è relativo ad Euro ed inflazione) e non lesinato in spesa pubblica per investimenti infrastrutturali che creassero lavoro nè per aumentare il welfare (legge sanitaria e salario minimo innalzato). Tutto ciò assieme ad un sistema dinamico, flessibile e meritocratico ha consentito di consolidare seriamente la ripresa economica.

Com’è ora possibile evincere con facilità, il risultato dei QE è tuttaltro che scontato e di certo va recepito il sempre corretto monito di Draghi a proseguire il piano di riforme necessario in tutta Europa ed in Italia in particolar modo, senza crogiolarsi troppo sulle iniezioni di liquidità. Sull’austerità cara alla Germania è interessante poi notare come la linea di credito d’emergenza alla Grecia (senza considerare gli aiuti passati) abbia raggiunto pochi giorni fa i 100 miliardi e che un salvataggio di Atene nel 2011 sarebbe costato circa 150 miliardi complessivi, evidentemente un prezzo di gran lunga inferiore, con la possibilità che la crisi avesse un corso meno drammatico.

Credo, ma non solo da ora, che in fondo convenisse agire in quel modo, abbandonando fin da subito l’austerità, salvando la Grecia ed insistendo sul percorso di riforme che già all’epoca erano evidentemente indispensabili, senza fare sconti a coloro che non le implementassero o che eventualmente sprecassero il denaro concesso. Il timore del “precedente” e la forza tedesca nel proteggere i propri interessi hanno invece avuto la meglio come sembra abbiano, in misura inferiore, anche adesso.

Il QE-Day è dunque alle porte, ma che sia anche un Beautiful-Day è ancora tutto da dimostrare.

Valentino Angeletti
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I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie

Infastidisce quasi dover riscontrare che un’altra voce importante, di peso, autorevole, ribadisce la linea politico economica sostenuta umilmente in questa sede (ovviamente non solo, la schiera è foltissima). In audizione alla Camera il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato importanti messaggi e tratto conclusioni che dovrebbero lasciare il segno. Quindi dopo FMI per bocca della Lagarde, FED parlando con i suoi vertici Bernanke prima e Yellen poi e BCE con Draghi, si unisce anche l’omologo italiano (forse addirittura papabile inquilino del Quirinale) del Presidente della BundesBank Weidmann, totalmente in disaccordo rispetto ai suoi colleghi economisti.

Riprendono quanto in questa sede viene proposto ormai da mesi (forse anche di più) e constatando il permanere del cronico ritardo e, in quanto riteniamo che simili idee non possano essere state partorite solo adesso da luminari (senza ironia) come coloro sopra menzionati, la costante supremazia dell’impostazione rigorista tedesca, molto in sintesi i punti focali toccati da Visco sono stati i seguenti:

  • i prestiti del settore bancario sono ancora deboli e le banche dovrebbero impegnarsi a fornire risorse all’economia reale cosa che, nonostante TLTRO ed ABS, non è ancora avvenuta, sia per carenza di domanda che per carenza di offerta. Analogo discorso vale per i prestiti alle famiglie che dovrebbero invertire leggermente il trend nella prima parte del 2015 anticipando quelli alle imprese.
  • Gli stress test sulle banche italiane non danno risultati invidiabili e ciò è parzialmente dovuto ad una sorta di distorsione nel metodo di valutazione europeo che non ha considerato le specificità nazionali ed ha ritenuto più penalizzante il credito (attività preminente negli istituti italiani) rispetto alla speculazione finanziaria ad alta leva (tipica delle banche nordiche, britanniche e tedesche).
  • La crescita nella zona euro è molto più lenta del previsto e non si può negare la dinamica deflattiva che non è dovuta solo (contrariamente a quanto sostiene Weidmann) ai prezzi energetici, bensì anche alle dinamiche salariali e dei prezzi in generale che nel breve saranno acuite ulteriormente dal calo del prezzo del greggio (nota: i paesi del MO hanno apertamente dichiarato di potersi spingere a 40$/bar; da capire quanto possano stare al gioco una Russia ormai ai limiti della sostenibilità finanziaria per Rublo e Bond ed un Iran sotto embargo, che pure continuano a spingere al ribasso il petrolio in un gioco che per loro potrebbe risultare mortale). Ciò rende necessario l’utilizzo di ulteriori armi monetarie non convenzionali come i QE diretti acquistando titoli di stato su larga scala. Il rischio sottoscritto dalla BCE da questa sorta di condivisione del debito (peraltro avanzata esplicitamente da Draghi riprendendo una filosofia Prodiana e Tremontiana) sarebbe bilanciato da una maggiore stabilità e minor rischio per la zona euro nella sua interezza e per i singoli stati membri.
  • Il debito italiano è in crescita ad ottobre di 23.5 mld € (+ 25 mld Amministrazione centrale, – 1.5 mld Amministrazioni locali) arrivando a 2’157.5 mld e previsto a 2’200 mld a fine anno. Evidentemente con le condizioni congiunturali in essere è impossibile per l’Italia rispettare i piani di rientro del rapporto Debito-PIL secondo quanto sottoscritto nei patti europei che anche la commissione Juncker sembra voler mantenere inalterati.

Tutti questi punti sono stati da tempo affrontati in precedenti analisi delle quali riportiamo di seguito solo le ultime:

Un altro presagio, stavolta afferente alla sfera politica più che economica, che si sta vedendo realizzato è il rallentamento, quasi il blocco, dei lavori parlamentari dovuti alle imminenti dimissioni del Presidente della Repubblica. Ufficialmente non si conosce la data precisa, qualche indizio potrebbe essere dato proprio oggi dallo stesso Napolitano in occasione del saluto alle alte cariche dello stato oppure in occasione del discorso alla nazione di fine anno. A rallentare l’azione di Governo vi sono già le miriadi di emendamenti presentati sulla legge elettorale, su quella di stabilità e su ogni provvedimento proposto e non sembra il caso aggiungervene altri dovuti alle manovre in corso per la scelta di un nuovo Presidente, giochi di palazzo evidentemente già in atto da tempo. Il Presidente del Senato Grasso aveva auspicato un accordo preventivo su un nome condiviso da più parti politiche, idealmente tutte, in modo da essere rapidi al momento debito: non sembra che l’auspicio possa vedersi realizzato e del resto vi erano pochissimi dubbi. A far salire il tema della successione a Napolitano ufficialmente sugli scudi sono stati: l’incontro tra Renzi e Prodi tenutosi da poche ore a palazzo Chigi che sarebbe stato incentrato sulla politica estera, la Libia, il medio oriente, la crisi russa ed ucraina, forse la Grecia, di certo l’Africa ed il Sahel, ma è difficile pensare che nei 120 minuti di dialogo non sia stata proferita parola sulla successione, alla luce di chi è il Professor Prodi e della sua storia trascorsa e recente; e le risposte piccate di Berlusconi secondo cui il patto del Nazareno contiene anche indicazioni sul Quirinale, contrariamente a quanto precedentemente affermato dal PD.

Berlusconi, qualora Renzi agisse da solista nella elezione del Presidente, è intenzionato a dare battaglia sulle riforme. Clima da ultimatum, due patti del Nazareno ed un PD in cui regna non proprio l’armonia dunque: tutti gli ingredienti per una azione di governo rapida e snella.

Inutile ricordare quanto l’Italia e l’UE non possano concedersi di rallentare ulteriormente  in una situazione già abbondantemente in stallo. Per quel che riguarda il nostro paese ciò non è consentito sia perché dopo tanto immobilismo sarebbe giusto iniziare a spingere davvero sull’acceleratore, sia perché non è possibile dare il fianco a Bruxelles sempre pronta a ricordarci che dobbiamo portare avanti le riforme. Monito sacrosanto che però dovrebbe essere accompagnato da una visione politico-economica europea meno burocratica, più lungimirante e davvero incentivante crescita, investimenti e lavoro.

Lungi dal voler essere un gufo, dicono ve ne siano anche troppi, ma sembra proprio che le previsioni meno confortanti si stiano almeno parzialmente verificando.

15/12/2014
Valentino Angeletti
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Prima dei Mini-Bond per le PMI le banche tornino al servizio dell’economia

ABIDall’assemblea annuale dell’ABI tenuta nei giorni scorsi emerge, secondo la relazione del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, che una causa della comprovata incapacità di essere competitive per le imprese italiana risiede nell’eccessivo ricorso alle banche (debito troppo bacarizzato) rispetto a strumenti propri per finanziare crescita e reperire capitale per innovazione, ricerca e sviluppo.

Una soluzione proposta sono i mini-bond, ossia strumenti che permettono alle aziende PMI di emettere in autonomia una sorta di BOT vendendoli ad investitori pubblici o privati che periodicamente incasserebbero gli interessi pattuiti ed alla scadenza del titolo sottoscritto il capitale investito. Questo mezzo è già utilizzato dai grandi gruppi, i quali spesso possiedono vere e proprie banche interne utilizzate per erogare finanziamenti alla clientela finalizzati all’acquisto dei loro prodotti oppure per attingere, avendo licenza bancaria, a prestiti interbancari agevolati, a volte addirittura dalla stessa BCE. Tra questi grandi industrie si annoverano ad esempio Siemens, GE e Volkswagen.

Il meccanismo è certamente interessante, da approfondire ed implementare, ma questa necessità, della  quale agli albori e nel periodo dell’oro delle banche e del mecenatismo italiano non risultava abbisognare, è scaturito senza dubbio dalla debolezza del sistema bancario, dalla sua eccessiva deriva finanziaria speculativa, dall’incapacità di individuare soggetti realmente solvibili oppure dalla colpevole pratica del prestare denari (talvolta estremamente ingenti) a cerchie ben note pur senza garanzie o piani industriali concretamente capaci di giustificare l’erogazione di simili prestiti ( i casi Carige o Banca Marche ne sono una dimostrazione). La commistione tra attività finanziaria ed economica ha portato alla crisi dei mutui subprime in USA (dopo l’abolizione della separazione tra banche d’affari e commerciali sancita nel 1933 dal Glass-Steagall Act ed abrogata nel 1999 dal  Gramm-Leach-Bliley Act sotto il governo Clinton) con tutto ciò che ne è conseguito, alla vicenda MPS, alle problematiche di Unicredit, Bankia, Dexia, RBS e molte altre fino ad arrivare all’ultimo episodio di questi giorni relativo al primo istituto portoghese Banco Espirito Santo (anche se la provvidenza pare non aver dato una mano); in generale la sotto-capitalizzazione delle principali banche mondiali ormai ben nota.

Viene per tanto naturale obiettare che, prima di ricorrere ad un mini-bond che significherebbe l’apertura delle piccole aziende ad un meccanismo che non compete strettamente a coloro che per core business fanno industria e produzione, dovrebbero essere le banche a tornare a fare le banche come lo facevano ad esempio la Monte dei Paschi del 1472 o i gloriosi istituti fiorentino ed olandesi degli anni delle grandi navigazioni. Dovrebbero tornare ad erogare crediti puntando al guadagno derivato dagli interessi che le aziende crescendo ed ampliando il proprio business sono in grado di restituire; addirittura una reale divisione tra attività finanziaria, da non demonizzare, ma neppure da proteggere sulle spalle di privati, attività commerciali ed imprenditoriali, ed attività economia e di prestito alle imprese dovrebbe tornare ad essere imposto con controllo che non venga aggirato attraverso meccanismi non trasparenti di proliferazione di più branchie afferenti allo stesso istituto, differenti formalmente ma all’atto pratico complici.

Una volta raggiunta la certezza di poter contare sul reale supporto finanziario del sistema bancario allora lo strumento del mini-bond potrebbe essere veramente utile per rafforzare ulteriormente il patrimonio delle PMI consentendo un ulteriore accesso al credito per crescita, sviluppo, innovazione, assunzioni ed apertura in nuovi mercati.

11/07/2014
Valentino Angeletti
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I Monti Bond incombono su MPS

Ritorna in auge il travaglio relativo a MPS. Il caso scoppiò quando emersero i problemi di bilancio dell’istituto ed il suo coinvolgimento in indagini relative all’uso non regolare di strumenti derivati.
Senza entrare nei dettagli tecnici, per far fronte alle difficoltà di Banca e Fondazione MPS, detentrice del 33% dell’istituto, senza arrivare al fallimento potevano essere perseguite due strade, la nazionalizzazione oppure un prestito da parte dello Stato. Fu scelta la seconda via emettendo istantaneamente e senza batter ciglio circa 4.07 miliardi di bond, Monti Bond, per consentire il risanamento. In seguito cambiarono anche i vertici di MPS e Fondazione MPS, portando alla presidenza Alessandro Profumo, ex Unicredit, e nominando AD il DG Fabrizio Viola, il precedente presidente Mussari rimase alla presidenza dell’ABI (fino al 22 gennaio 2013), ai vertici della Fondazione salì invece, nel settembre 2013, Antonella Mansi, consigliere di varie aziende principalmente chimiche e presidente di Confindustria Toscana fino a dicembre 2011, ed iniziò un processo di riduzione di sportelli e del personale.

La possibilità di restituire i bond sembrò fin da subito piuttosto remota, le condizioni imposte, anche con il pronunciamento della EU che ha voce in capitolo circa gli interventi sulle banche, sarebbero state, per tempi e tassi, insostenibili anche per un istituto in buona salute, figurarsi per uno in difficoltà che avrebbe dovuto restituire in 2 anni i 4.07 miliardi con un tasso di interesse medio vicino al 9%. L’eventuale non restituzione del debito causerebbe la nazionalizzazione di MPS tramite cessione di azioni allo stato. Anche la quota detenuta dalla Fondazione potrebbe essere a rischio a causa delle sue difficoltà, infatti per ottenere 340 milioni di prestiti dalle banche la Fondazione ha dato in garanzia le sue quote in MPS che passerebbero ai creditori qualora il loro valore scendesse sotto 0.128 € per azione (attualmente il prezzo è di circa 0.1755).

Le condizioni sui Monti Bond hanno iniziato a farsi sentire e solo gli interessi che avrebbero dovuto essere pagati entro gennaio 2014 e che non verranno rimborsati, costano alla banca oltre 300 milioni di € più circa 120 di ulteriori interessi dovuti al ritardo. La banca chiuderà l’esercizio 2013 con circa 300 milioni di rosso.

Venendo alle vicende più recenti è stato proposto dal management un aumento di capitale di 3 miliardi di €, a fronte di un valore societario di borsa pari a 2 miliardi, quindi altro debito, da utilizzarsi in parte per ripagare gli interessi sui Monti Bond, vera priorità per lo Stato italiano che non si è detto interessato alla nazionalizzazione, ed in parte in preparazione agli stress test dell’Europa che coinvolgeranno tutte le principali banche.
Tale proposta è stata però osteggiata, avendola vinta, da piccoli azionisti e Fondazione, che non navigando essa stessa in buone acque non avrebbe probabilmente potuto sottoscrivere totalmente l’ADC andando a perdere la maggioranza relativa, e quindi il controllo, nelle votazioni in assemblea.

Probabilmente una immediata nazionalizzazione sarebbe stata la soluzione più razionale, ma effettivamente lo stato italiano stava affrontando un periodo molto duro sul fronte dello spread e si trovava in piena spending review, quindi impossibilitato ad accollarsi un istituto come MPS con tutte le problematiche da affrontare e senza precisi piani ed idee per il risanamento. È stata dunque preferita la più rapida opzione del prestito.

Il caso MPS è una dimostrazione, assieme ai casi Alitalia, Telecom (Telecom 1, Telecom 2), Finmeccanica ed altri meno eclatanti (Carige, Banca Marche ecc, ecc), di come sia stato possibile tramite un insieme di errori portare uno storico gruppo, la più antica banca del mondo e la terza per grandezza in Italia, vicino al fallimento.
Le concause di questa deriva sono da ricercarsi in tra fattori principali che rappresentano uno spaccato della socio-politica italiana degli ultimi decenni.

Il primo è la mala gestione, l’agire senza piani precisi e senza le specifiche competenze affidandosi totalmente a consulenti senza capacità di critica del loro operato, lo spostamento delle attività dall’economia locale, prima missione di MPS, a quella finanziaria con baricentro a Londra, il voler per forza perseguire profitto con strumenti quasi ignoti, come i derivati, che solo relativamente pochi esperti sono in grado di trattare con cognizione di causa (mi piace sempre ricordare un vecchio detto del poker applicato alla finanza che recita: “se ti siedi ad un tavolo per trattare derivati e non sai chi è il pollo da spennare probabilmente il pollo sei tu”), il tutto o per incapacità del management o perché lo stesso management ha lucrato in modo fraudolento assecondato dall’omertà di molti che, pur non agendo direttamente, erano a conoscenza della situazione. Non di tutta la dirigenza si sta parlando, mi perito sempre nel generalizzare, ma il management “infetto” è stato sufficiente per infettare tutto il sistema MPS.

Il secondo è da ricercare nel fatto che la collettività senese, ricevendo prebende e vantaggi nell’avere una Fondazione ed una banca così grande in città, pur sospettando dei problemi ha preferito non indagare o parlare accontentandosi delle briciole elargite in favore della collettività, del commercio e dei privati; poca cosa rispetto a quanto avrebbe potuto essere fatto con una gestione più territoriale e meno speculativa.

Infine il terzo riguarda la commistione tra politica e banca-Fondazione, rapporto spesso clientelare, inviso di conoscenze e raccomandazioni, sovente utilizzato per creare consenso e per posizionare coloro che per vari motivi, non sempre meritocratici, “dovevano essere sistemati”. Sarà un caso, ma molti dei politici locali hanno trascorsi in MPS e viceversa tanti dirigenti di MPS sono poi finiti in politica o in altri enti istituzionali più o meno locali. Chiaro è che MPS in passato costituiva un larghissimo bacino occupazionale (ora incombe la scure dei tagli di personale e sportelli) che ricercava i migliori talenti, quindi, anche per semplice probabilità, non è difficile che molte figure chiave vi abbiano lavorato, sarà sicuramente questo il caso dell’attuale sindaco senese Valentini, ex MPS.

Da augurarsi che la strategia della Fondazione di ritardare l’ADC a maggio, con rischio di affrontare gli stress test con capitalizzazione insufficiente, non sia perché proprio a primavera si svolgeranno le elezioni europee e forse anche quelle politiche e la Fondazione voglia quindi mantenere il controllo dell’istituto utilizzandolo come strumento di consenso.
L’insieme di tutto ciò, che purtroppo può essere emblematico di una condizione socio-politica che perdura da anni nel nostro paese, ha innescato una bomba che di fatto ha quasi portato MPS sul lastrico gravando pesantemente anche sulle spalle dei lavoratori e dei piccoli azionisti.
Ora, per le ben note difficoltà di mantenere certi parametri, il nostro Stato non è in grado di accollarsi e rilanciare una banca come se fosse un investimento creante valore nel lungo termine. Rilevare MPS adesso, risanarlo con piani industriali precisi e controllati creerebbe lavoro, darebbe sostegno all’economia locale e consentirebbe nel giro di qualche anno di poter privatizzare nuovamente con conseguente profitto per le casse dello stato; semplice a dirsi, meno a farsi, ma disponibilità economica e gestione corretta lo consentirebbero concretamente.

Si può solo rimanere alla finestra ed attendere la conclusione della vicenda MPS, sperando che sia l’ultima del genere, con il sospetto che alla fin fine, poiché MPS e Fondazione rimangono in difficoltà e lo Stato non è in grado di intervenire, anzi spera solamente in una tempestiva restituzione del debito, le soluzioni potranno essere nel migliore dei casi l’ingresso di un grosso partner difficile da trovare in Italia oppure, per proseguire un mediocre galleggiamento sicuramente senza lode, nuovo denaro da richiedersi ad azionisti grandi, piccoli ed ai contribuenti che oggettivamente hanno già pagato troppo.

03/01/2013
Valentino Angeletti
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Un difficile G20 per puntare alla resilienza

Sarà un G20 estremamente difficile e delicato quello che si svolgerà giovedì 5 e venerdì 6 settembre, a San Pietroburgo, in Russia, si intrecceranno le problematiche economico-sociali con quelle geo-politiche e relative agli scontri in medio oriente.

Nelle ultime settimane le tensioni tra USA e Russia hanno progredito in crescendo, a cominciare dal caso Snowden fino alla vicenda della Siria. Russia e Cina, che con USA, Gran Bretagna e Francia rappresentano i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, potrebbero porre veto alla bozza di risoluzione presentata da Cameron che prevedeva un intervento armato in risposta al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria. Già prima della vicenda siriana esistevano addirittura dubbi sulla partecipazione di Obama al meeting, che in seguito ha confermato la propria presenza.
Nonostante si sostenga che quella siriana non è una vicenda che verrà trattata al G20 è innegabile che qualche risvolto lo porterà, le atrocità attuate non possono e non devono essere taciute ed inoltre, pur non essendo la Sira un grosso esportatore di petrolio, si trova in un aria strategica per l’approvvigionamento energetico del Mediterraneo. Gli scontri in Siria, in Egitto ed Libano, oltre al dramma umanitario di prima importanza, hanno fatto sfiorare al greggio quota 120$ al barile ed i prezzi dei carburanti sono in aumento, queste ripercussione saranno probabilmente inserite nei dibattiti.

Astraendo e ponendoci su un piano più elevato rispetto alle discussioni di dettaglio che verranno affrontate non c’è dubbio che debbano essere messi al centro della discussione il cambiamento che la società ed il mondo stanno vivendo, addirittura in molti casi subendo, e le interconnessioni globali che rendono sempre più complessi ed intrigati i rapporti tra paesi, continenti ed intere regioni geografiche.
Strettamente collegata al cambiamento ed alla possibilità do continuare a vivere con una elevati standard di benessere, ma al contempo in modo sostenibile, e diffondendo questo benessere alla platea più grande possibile, è la capacità dei singoli paesi ed aree di essere rapidamente resilienti rinnovandosi ed adattandosi proattivamente alle evoluzioni esterne, intraprendendo percorsi anche molto complessi per modificare stili, abitudini e più in generale sistema.

L’energia e l’ambiente saranno punti da affrontare e di sicuro Russia, Cina e USA (ma non solo) non si lasceranno scappare l’occasione. Anche nell’ “Energy and Environment” il cambiamento è evidente e rapido da un lato si dovranno analizzare le mutate esigenze energetiche, in particolare lo spostamento del baricentro della domanda, le differenti disponibilità dovute a nuove scoperte ed a tecnologie innovative e la necessità, essendo l’energia fonte di vita e bisogno primario per il benessere dei popoli, di cercar di rendere disponibile a tutto il globo sufficienti risorse energetiche per uno standard di vita dignitoso, dall’altro si dovrà fare i conti con l’ambiente sempre più sofferente e che non può sopportare ulteriori massicce immissioni di anidride carbonica ed in generale di veleni. L’impegno USA, che comunque non ha ratificato gli ultimi protocolli sul clima, è stato ribadito a più riprese da Obama che ha intenzione di imporre limiti di legge alle emissioni di CO2 alle aziende energetiche americane così come ha intenzione di investire sempre più in efficienza energetica domestica ed industriale, nel rinnovabile e nello shale gas. Analoghi impegni dovranno essere presi anche dagli altri paesi, in primis Russia, Cina e Canada, e sottoscritti, e ciò vale anche per gli USA, in modo formale nelle sedi deputate.

Le politiche monetarie dei vari Stati sono una questione che potrebbe sembrare troppo specifica e geograficamente limitata per essere affrontata in un G20, ma non è così. I soli annunci da parte della FED di un tapering, cioè riduzione dell’acquisto di titoli di stato, tramite stampa di nuovo denaro, che al momento ammonta ad 80-85 miliardi di dollari al mese, ha avuto un impatto importante sui mercati mondiali. E conseguenze ancora peggiori stanno avendo le crisi monetarie in India e Brasile dove per fronteggiare il rallentamento della crescita ha avuto luogo una enorme svalutazione delle valute locali che ha creato problemi al commercio, agli investimenti ed alle borse di tutto il mondo. Anche il rallentamento della crescita cinese che si è attestato al 7% circa (valore spaventoso per le economie sviluppate) e la politica del nipponico Abe si sono ripercosse sull’economia globale.

Il mondo della finanza e più semplicisticamente delle banche ha influenzato in modo drammatico gli ultimi anni. La decisione di unificare le banche d’investimento con le banche “commerciali” presa nel 1999 in USA ha contribuito, oltre che alla crisi dei mutui subprime iniziata nel 2008, alla deriva della finanza rispetto all’economia reale, creando un substrato di ricchezza virtuale ad appannaggio di pochi, così come han fatto, in modo minore, lo scandalo Libor o lo zelo del trader londinese di J.P. Morgan soprannominato la “balena di Londra”.
Il periodo pre-crisi è stato un periodo di indubbia crescita economica e prosperità viziato però da un fatto singolare nella storia, cioè che la ricchezza creata veniva incanalata verso pochissime persone aumentando sempre più marcatamente il divario tra i ricchi ed i poveri. Il Brasile, la Cina, la Russia ed in generale i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli pesantemente basati sulla finanza come la Gran Bretagna e non dimentichiamo la stessa Italia vedono una disuguaglianza sociale enorme che il G20 dovrebbe discuterne al fine di implementare piani di intervento per riportare la finanza al servizio dell’economia. In tutti i periodi di crescita economica precedenti a quello conclusosi nel 2008 a beneficiare del maggior benessere era tutta la società, ciò dimostra una distorsione negli ingranaggi del sistema che necessità di un cambiamento radicale del paradigma ed in ogni caso di un maggior controllo, in particolare su tutta quell’aria finanziaria al momento non regolamentata, la shadow banking, popolata da derivati, cds, etf e strumenti che di per se non sono diabolici, ma non essendo stati regolati, avendo meccanismi incomprensibili se non a pochissimi esperti (il caso MPS dimostra come l’utilizzo di questi strumenti non sia banale neppure per addetti ai lavori) ed avendo superato per valore il PIL mondiale (poco meno di 70 mila miliardi di $) possono dare adito a speculazioni e crisi economiche e sistemiche di dimensioni catastrofiche.

In Europa problemi in paesi relativamente poco rilevanti come incidenza del loro PIL su quello dell’Eurozona hanno portato centinaia di miliardi di perdita in capitalizzazioni di borsa ed influito negativamente, in modo diretto sui loro cittadini, in modo indiretto su quelli europei, così come le scelte di politica monetaria della ECB o la propensione all’austerity della Germania hanno portato ripercussioni da est ad ovest.

Le interconnessioni tra le varie economie e la rapidità con cui enormi flussi di capitale e di investimenti, sia finanziari che reali (la Cina è molto attiva nel settore energetico, Oil&Gas e minerario), in poche parole la globalizzazione, si spostano tra zone geograficamente lontanissime a seconda della convenienza, rendono il sistema tanto interdipendente da ampliarne enormemente sia le potenzialità di crescita e sviluppo che le vulnerabilità le quaoli si ripercuotono su tutti gli attori dello scenario globale.

Il modo di affrontare una situazione che in relativamente poco tempo è mutata radicalmente necessita di un cambiamento incisivo, convinto, simultaneo e sincronizzato di tutti i sistemi paese e delle popolazioni. La resilienza che governi del G20 devono discutere assieme ad altri importanti attori della globalizzazione, come banche, multinazionali energetiche, fondi di investimento ed ovviamente istituzioni politiche e divulgare nei loro confini di competenza consiste nell’adattamento proattivo al cambiamento, della politica, delle amministrazioni, delle aziende e delle genti, che la ricerca del trade-off ottimo tra sviluppo e sostenibilità ci impone di perseguire in tutti i settori economico-sociali con il fine ultimo di modificare e porre dei limiti a quel sistema ed a quel paradigma che ha portato le distorsioni e le disuguaglianze foriere di crisi e tensioni sociali.

29/08/2013
Valentino Angeletti
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