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I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie

Infastidisce quasi dover riscontrare che un’altra voce importante, di peso, autorevole, ribadisce la linea politico economica sostenuta umilmente in questa sede (ovviamente non solo, la schiera è foltissima). In audizione alla Camera il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato importanti messaggi e tratto conclusioni che dovrebbero lasciare il segno. Quindi dopo FMI per bocca della Lagarde, FED parlando con i suoi vertici Bernanke prima e Yellen poi e BCE con Draghi, si unisce anche l’omologo italiano (forse addirittura papabile inquilino del Quirinale) del Presidente della BundesBank Weidmann, totalmente in disaccordo rispetto ai suoi colleghi economisti.

Riprendono quanto in questa sede viene proposto ormai da mesi (forse anche di più) e constatando il permanere del cronico ritardo e, in quanto riteniamo che simili idee non possano essere state partorite solo adesso da luminari (senza ironia) come coloro sopra menzionati, la costante supremazia dell’impostazione rigorista tedesca, molto in sintesi i punti focali toccati da Visco sono stati i seguenti:

  • i prestiti del settore bancario sono ancora deboli e le banche dovrebbero impegnarsi a fornire risorse all’economia reale cosa che, nonostante TLTRO ed ABS, non è ancora avvenuta, sia per carenza di domanda che per carenza di offerta. Analogo discorso vale per i prestiti alle famiglie che dovrebbero invertire leggermente il trend nella prima parte del 2015 anticipando quelli alle imprese.
  • Gli stress test sulle banche italiane non danno risultati invidiabili e ciò è parzialmente dovuto ad una sorta di distorsione nel metodo di valutazione europeo che non ha considerato le specificità nazionali ed ha ritenuto più penalizzante il credito (attività preminente negli istituti italiani) rispetto alla speculazione finanziaria ad alta leva (tipica delle banche nordiche, britanniche e tedesche).
  • La crescita nella zona euro è molto più lenta del previsto e non si può negare la dinamica deflattiva che non è dovuta solo (contrariamente a quanto sostiene Weidmann) ai prezzi energetici, bensì anche alle dinamiche salariali e dei prezzi in generale che nel breve saranno acuite ulteriormente dal calo del prezzo del greggio (nota: i paesi del MO hanno apertamente dichiarato di potersi spingere a 40$/bar; da capire quanto possano stare al gioco una Russia ormai ai limiti della sostenibilità finanziaria per Rublo e Bond ed un Iran sotto embargo, che pure continuano a spingere al ribasso il petrolio in un gioco che per loro potrebbe risultare mortale). Ciò rende necessario l’utilizzo di ulteriori armi monetarie non convenzionali come i QE diretti acquistando titoli di stato su larga scala. Il rischio sottoscritto dalla BCE da questa sorta di condivisione del debito (peraltro avanzata esplicitamente da Draghi riprendendo una filosofia Prodiana e Tremontiana) sarebbe bilanciato da una maggiore stabilità e minor rischio per la zona euro nella sua interezza e per i singoli stati membri.
  • Il debito italiano è in crescita ad ottobre di 23.5 mld € (+ 25 mld Amministrazione centrale, – 1.5 mld Amministrazioni locali) arrivando a 2’157.5 mld e previsto a 2’200 mld a fine anno. Evidentemente con le condizioni congiunturali in essere è impossibile per l’Italia rispettare i piani di rientro del rapporto Debito-PIL secondo quanto sottoscritto nei patti europei che anche la commissione Juncker sembra voler mantenere inalterati.

Tutti questi punti sono stati da tempo affrontati in precedenti analisi delle quali riportiamo di seguito solo le ultime:

Un altro presagio, stavolta afferente alla sfera politica più che economica, che si sta vedendo realizzato è il rallentamento, quasi il blocco, dei lavori parlamentari dovuti alle imminenti dimissioni del Presidente della Repubblica. Ufficialmente non si conosce la data precisa, qualche indizio potrebbe essere dato proprio oggi dallo stesso Napolitano in occasione del saluto alle alte cariche dello stato oppure in occasione del discorso alla nazione di fine anno. A rallentare l’azione di Governo vi sono già le miriadi di emendamenti presentati sulla legge elettorale, su quella di stabilità e su ogni provvedimento proposto e non sembra il caso aggiungervene altri dovuti alle manovre in corso per la scelta di un nuovo Presidente, giochi di palazzo evidentemente già in atto da tempo. Il Presidente del Senato Grasso aveva auspicato un accordo preventivo su un nome condiviso da più parti politiche, idealmente tutte, in modo da essere rapidi al momento debito: non sembra che l’auspicio possa vedersi realizzato e del resto vi erano pochissimi dubbi. A far salire il tema della successione a Napolitano ufficialmente sugli scudi sono stati: l’incontro tra Renzi e Prodi tenutosi da poche ore a palazzo Chigi che sarebbe stato incentrato sulla politica estera, la Libia, il medio oriente, la crisi russa ed ucraina, forse la Grecia, di certo l’Africa ed il Sahel, ma è difficile pensare che nei 120 minuti di dialogo non sia stata proferita parola sulla successione, alla luce di chi è il Professor Prodi e della sua storia trascorsa e recente; e le risposte piccate di Berlusconi secondo cui il patto del Nazareno contiene anche indicazioni sul Quirinale, contrariamente a quanto precedentemente affermato dal PD.

Berlusconi, qualora Renzi agisse da solista nella elezione del Presidente, è intenzionato a dare battaglia sulle riforme. Clima da ultimatum, due patti del Nazareno ed un PD in cui regna non proprio l’armonia dunque: tutti gli ingredienti per una azione di governo rapida e snella.

Inutile ricordare quanto l’Italia e l’UE non possano concedersi di rallentare ulteriormente  in una situazione già abbondantemente in stallo. Per quel che riguarda il nostro paese ciò non è consentito sia perché dopo tanto immobilismo sarebbe giusto iniziare a spingere davvero sull’acceleratore, sia perché non è possibile dare il fianco a Bruxelles sempre pronta a ricordarci che dobbiamo portare avanti le riforme. Monito sacrosanto che però dovrebbe essere accompagnato da una visione politico-economica europea meno burocratica, più lungimirante e davvero incentivante crescita, investimenti e lavoro.

Lungi dal voler essere un gufo, dicono ve ne siano anche troppi, ma sembra proprio che le previsioni meno confortanti si stiano almeno parzialmente verificando.

15/12/2014
Valentino Angeletti
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Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota

Dalla tre giorni di vertici europei “informali” EcoFi, EuroGruppo ed EcoFin poche novità e pochi spunti sono emersi rispetto a quanto già non si sapesse e fosse consolidato nella discussione economica continentale.

I punti cardine di cui tanto si è scritto sia qui nelle settimane e nei mesi addietro, sia sulla stampa sono stati le riforme strutturali economiche ed istituzionali che devono affrontare i singoli paesi con varie priorità, gli investimenti in calo a livello europeo che vanno supportati e vincolati e la politica monetaria. Tutti e tre gli elementi fanno parte della strategia volta alla crescita ed al sostegno all’occupazione all’interno di tutta l’UE che sono tra l’altro le priorità dichiarate dal Premier Renzi per il semestre Italiano ormai iniziato da 75 giorni.

Gli ingredienti sono in linea di massima assodati e condivisi tra i vari protagonisti, quindi stati nazionali inclusa l’Italia, Unione Europea e BCE, ad essere differenti invece sono le visioni di insieme e la consecutio di implementazione.

I lavori si sono infatti aperti con l’ennesimo battibecco tra Governo e Commissione uscente con un botta e risposta tra Roma dove si trovava il Premier Renzi e Milano dove erano presenti i rappresentati economici dell’Unione. La scintilla è stata la dichiarazione del commissario uscente ad interim  per l’economia e gli affari monetari Katainen (e venturo VP) secondo cui le riforme in Italia non vanno solo annunciate, ma attuate altrimenti sarebbe come comprare delle medicine senza prenderle: inefficaci. Evidentemente la fiducia del futuro potente VP nei confronti dell’Italia non è massima e considerando il recente passato non lo si può completamente biasimare. Il finlandese ha poi lasciato trasparire un po’ di superficialità asserendo che il programma di riforme italiano è ambizioso, va nella giusta direzione e sicuramente porterà i frutti aspettati una volta applicato, aggiungendo però di non conoscerlo nei dettagli; forse prima di gettarsi in certe dichiarazioni avrebbe potuto documentarsi o tralasciare l’ultima locuzione. Il concetto di Katainen, condiviso anche dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, è che prima di ogni altro intervento europeo si debba attendere l’applicazione ed il risultato misurabile delle riforme, fino ad allora vigono i patti ed i vincoli europei attualmente in essere, sottoscritti dai 28 e mai modificati o resi più flessibili. Quindi prima riforme e presentazione chiara di precise strategie di investimento e destinazione di eventuali fondi e solo dopo concessioni o piani di incentivazione.

A Katainen ha risposto a più riprese Renzi, immediatamente via Twitter e successivamente dalla Fiera del Levante in Puglia. Il Premier ha risposto a tono dicendo che non si prendono lezioni da nessuno e che meritiamo rispetto e credito essendo uno dei pochi paesi a rispettare il 3% (che a dire la verità dovrebbe essere secondo i patti in essere il 2.6% per il 2014) nel rapporto Deficit/PIL, aggiungendo che continueremo a rispettare i patti, il 3%, proseguiremo nelle riforme non per l’Europa ma per andare incontro alle necessità dei cittadini per la prima volta tifosi del governo, e che l’Europa e Juncker dovrebbero pensare a rendere disponibili i 300 miliardi di investimenti paventati.

Katainen ha finemente replicato che l’Europa non è maestra di nessuno né bacchetta alcun paese, ma cerca il confronto con i singoli stati affinché venga mantenuto il rigore di bilancio, vengano implementati i piani e non si venga meno alle regole sottoscritte. Ha poi aggiunto che la situazione italiana nello specifico non è stata ancora valutata e che vige ancora nella sua totalità ciò che il patto di stabilità contiene.

A far da mediatore tra i due leader è il Ministro dell’Economia Padoan (stima sempre maggiore per questo tecnico), con un piede nella calzatura di Renzi e l’altro in quella di Katainen, ribadendo che le riforme nel nostro paese non hanno scadenze, ma carattere di urgenza estrema e che la crescita di lungo periodo potrà avvenire solo dopo la ripresa di un ammontare adeguato di investimenti pubblici ed in particolare privati (in un paese come l’Italia senza sostegno esterno pensare a grossi piani di investimento pubblico è complesso visto lo stato dei conti pubblici e l’allocazione di una spending review ancora in fieri nella riduzione del debito e defiscalizzazione). A tal fine il solo credito bancario, che ha fallito in passato, non è sufficiente e, come scritto più volte in questa sede, è necessaria una diversificazione per la quale il Ministro ha chiesto supporto a BEI e Commissione che dovranno redigere consigli su dove e come agire considerando ipotesi quali Minibond alle imprese (ed aggiungiamo anche quotazioni in borsa facilitate, EuroBond di concerto con la BCE, intervento diretto di BEI ed entità come CdP, ecc). Pur con questi strumenti, ancora teorici, più orientai alla finanza e credito rimane però il punto tanto dirimente quanto ovvio che un privato si accolla l’onere ed il rischio di un investimento solo se esiste la possibilità concreta di profitto, e se il terreno su cui si va ad investire è stabile e non scosceso; questo stato evidentemente si può raggiungere solo con un profondo piano di riforme alla struttura fiscale, burocratica e normativa italiana.

A ciò si aggiunge la posizione ben nota della BCE, di Draghi e del suo VP Victor Constancio che ribadiscono (correttamente) che l’operato della BCE non può prescindere da un contesto di ampie riforme a sostegno della crescita e che la sola politica monetaria non può portare a cambiamenti economici strutturali. L’impegno della BCE è confermato secondo Constancio con la partenza la prossima settimana delle misure di T-LTRO, per il resto l’istituto di Francoforte ritiene di aver fatto la propria parte e che a rivitalizzar un’economia che in complesso e nelle sue componenti nazionali vede ancora dati di PIL peggiori rispetto al 2008 spetta agli stessi stati.
Come spesso ribadito in realtà la BCE avrebbe potuto agire sicuramente prima ed in modo più mirato anche perché i dati di inflazione e la stabilità della moneta e dei prezzi, elementi del mandato della banca centrale, forse potevano essere protetti con più forza e con maggior tempismo visto che segnali chiari non mancavano già anni fa. Non la pensa così la BuBa di Weidmann secondo cui la politica della BCE, espansiva addirittura oltremodo, rischia di minare il percorso di risanamento dei conti, evidentemente priorità assoluta per l’istituto centrale tedesco.

Leggendo le elucubrazioni di Katainen, Renzi e Padoan vi sono alcuni elementi che mettono in dubbio l’efficacia di azioni impostate secondo quanto detto.
Katainen vorrebbe prima attendere l’attuazione delle riforme, che in un contesto italiano sono lentissime, richiedono varie letture e votazioni, ed addirittura poterne misurare i risultati prima di avanzare ipotesi di concessioni ed allentamenti, ben conoscendo la pastosità del sistema italiano. Vorrebbe poi che a fronte dell’erogazione di incentivi ed investimenti fossero presentati piani precisi e dettagliati, richiesti ed ancora non pervenuti anche per la spending review sui cui l’UE conta molto come elemento di abbattimento del debito e riduzione del carico fiscale assieme alle privatizzazioni. Un approccio simile è ovviamente condiviso in toto dalla Germania, con Schauble in prima fila, essendo già ben indirizzati in tema di riforme con l’impegno di sostenere il mercato interno e ridurre il surplus. La Germania potrebbe quindi (ma è solo una ipotesi) beneficare per prima di ogni tipo di investimento europeo.
Il Premier Renzi invece vorrebbe che allentamenti dei vincoli, investimenti e fondi venissero fatti immediatamente, forti del nostro rispetto del 3% (che al 2014 dovrebbe essere 2.6%) contrariamente ad altri paesi come la Francia (che però ha un debito attorno al 90% e dati su occupazione ed inflazione migliori dei nostri). Evidentemente, se credito e concessioni vorranno essere dati al nostro paese, non ha senso attendere perché di tempo non ve n’è.
Infine Padoan il quale sa bene dell’urgenza delle riforme e della loro attuazione, ma al contempo è consapevole che gli investimenti devono riprendere subitamente. A tal pro in modo molto diplomatico il Ministro ha tirato in ballo un piano a supporto di investimenti, chiaramente parte del meccanismo complessivo di azioni da implementare, da produrre congiuntamente e rapidamente da BEI e Commissione. Inoltre ha allentato ulteriormente la tensione definendo il controllo europeo (che considerando la cessione di sovranità che dovrà avvenire sarà sempre maggiore) un utile strumento di confronto tra stati e di miglioramento.
Anche in tal caso però il rischio di ritardi è altissimo perché la Commissione, che dovrà lavorare sul programma a sostegno degli investimenti nonché sul piano di investimenti stesso (probabilmente anche quello da 300 mld di Juncker), è la nuova che si insedierà solo da Novembre ed avrà bisogno di un po’ di tempo per rodarsi andando così a sfiorare la conclusione del nostro semestre di presidenza che attualmente ben meno del previsto, complice le elezioni ed il riassetto europeo, ha potuto indirizzare l’agenda UE impegnata su questioni più squisitamente di governance che non pratiche.

A corollario di ciò vi è la dichiarazione più che pragmatica di Visco, Governatore di Bankitalia, che riporta tutti con i piedi per terra dicendo che da queste riunioni, le quali di fatto non hanno aggiunto nulla di nuovo o utile alla soluzione della crisi, l’Italia esce con i soliti problemi.
I soliti appunto: debito, disoccupazione, deflazione, pil, imprese in difficoltà, basso potere d’acquisto, basso credito, investimenti azzerati ed altissimo carico fiscale assieme a tutti gli intoppi burocratici e le questioni politiche, che vedono con il voto per la Consulta, un patto del Nazareno in bilico e con la vicende in Emilia-Romagna divergenze interne al PD.

A tirare la stoccate al Governo sono poi anche i sindacati che manifesteranno ad ottobre. Il più duro di questa tornata è stato Bonanni della CISL che ha tuonato contro i “palloni gonfiati che promettono riforme sul lavoro senza poi fare nulla, come accade da 5 governi a questa parte”. Il riferimento e la rottura con l’Esecutivo sembra abbastanza immediato anche se non sono stati fatti esplicitamente nomi.

Pare quindi che gli ingredienti da portare in cucina siano condivisi dai vari cuochi, chef e garzoni, ma manchi la ricetta in cui impiegarli.
L’impressione è che più o meno si abbia un’idea abbastanza chiara di quali siano gli strumenti da usare, ma non vi sia assolutamente un piano complessivo ed una sequenza di attuazione, anzi ogni leader ha una propria idea ed è abbastanza fermo sulla propria posizione, poco disposto a cedere in totale contrasto con lo spirito comunitario di condivisione ed aiuto reciproco.
Ciò, unitamente al processo di insediamento della nuova Commissione, rischia di richiedere ancora troppo tempo in cui indubbiamente, almeno per il nostro paese, i dati già pessimi peggioreranno e le tensioni politiche si acuiranno ulteriormente.
Insomma, l’UE è ancora ben lungi da quella sinergia che mai come ora è indispensabile.

Link:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti? 12/09/14
Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida 11/09/14
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE 09/09/14
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno 28/08/14
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble 28/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14

 

13/09/2014
Valentino Angeletti
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Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?

Ormai all’indomani della definizione della nuova commissione Europea (approfondimento CommEU: Link) sono in procinto di svolgersi a Milano le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, precedute dall’incontro informale dei Ministri dell’Economia Eco-Fi.

Per l’Italia che da presidente di turno ospita gli eventi, la due giorni è aperta da una nuova trance di dati non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato confermato dal Premier che ha collocato la crescita attorno allo 0% decimale più decimale meno. I Sindacati hanno certificato una diminuzione dei posti di lavoro in edilizia in 7 anni di ben il 50%, mentre la Commissione Europea ha registrato un ribasso del settore industriale italiano del 24.5% dal 2007. Lo spread, pur lontano dai devastanti valori del 2011/12 è tornato a salire oltre i 140 pti base, la ricchezza ed il potere d’acquisto degli italiani sono tornati indietro di 30 anni, in barba al concetto di prosperità e benessere alla base della nascita dell’Unione Europea, in ultimo l’ISTAT ha registrato un calo della produzione industriale di luglio dell’ 1% rispetto a giugno e dello 0.8% rispetto al trimestre precedente (Q3 vs Q2).

Dalla BCE, nonché dall’Europa stessa, proviene poi un monito allarmante, non solo per il contenuto, il quale non è nuovo a molti altri del passato, ma per quello che lascia presagire in merito alla volontà di mutamento della govenrance economica dell’area Euro. All’Italia, che è definita ancora troppo indietro nel processo riformatore, è intimato di proseguire con la massima urgenza nella disciplina di bilancio per arrivare al rispetto dei patti e dei vincoli europei (il fiscal compact). Tali vincoli riguardano in prima istanza il tasso di riduzione del debito, in continua crescita e proiettato al 137%, e il rapporto deficit/pil. Quest’ultimo rapporto sappiamo avere un paletto, al momento non negoziabile ma che necessariamente andrà rivisto o nei tempi e nell’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi, del 3%. Quando tempo addietro si parlava di flessibilità entro i patti, concetto invero accettato anche dai falchi nordici più rigoristi, si intendeva proprio la possibilità di arrivare, senza sforare, al 3% e questo era di fatto l’obiettivo dichiarato del nostro governo. La concessione comunque insufficiente, avrebbe consentito di liberare circa 6-7 miliardi di € per investimenti produttivi. Il Governo Renzi ed il Ministro Padoan, ribadendolo a più riprese, erano decisi e lo sono ancora, a non sforare il 3% ma andarlo a sfiorare per reperire quante più risorse possibili, indispensabili in una fase recessiva come quella in corso. Adesso il limite ribadito da BCE ed UE è tornato al 2.6%, smentendo la locuzione “flessibilità pur nel rispetto dei patti” (rimanendo invariato il vincolo del 2.6% non esisterebbe flessibilità, ma sarebbe solo un rispetto dei patti iniziali siglati a scenari ben diversi). Questo ritorno con fermezza la rigore ed al rispetto dei trattati (ci si immagina che ugual fermezza sarà applicata anche per il fiscal compact riguardante il rientro del debito/pil -Ridurre il debito è possinile?- che deve scendere a partire dal prossimo anno in 20 anni al 60%, e ciò, con un pil stagnante è sostanzialmente impossibile), lascia molti dubbi sulla reale inclinazione ad attuare un differente approccio economico, ultima spiaggia, riprendendo le parole di Juncker, affinchè l’Europa possa avere qualche speranza di risalire la china.

Il Ministro Padoan stesso ha risposto, nascondendo a fatica un po’ di amarezza, che quel paramento del 2.6% era riferito ad uno scenario economico europeo migliore, quando invece le condizioni si sono verificate oggettivamente più negative del previsto ed il fatto che tutta l’Europa stia fronteggiando situazioni problematiche è il segno evidente della necessità di discontinuità e cambiamento.

Si fa inoltre notare che se il dubbio sul rapporto deficit/pil al 2.6% permane nonostante l’adeguamento Eurostat sul calcolo del PIL che dovrebbe portare al rapporto in questione un beneficio dello 0.2%, significa che all’atto pratico non è stato rispettato, con le regole vigenti fino a qualche giorno fa, il 2.8%; analogamente, ipotesi tutt’altro che accantonata da BCE ed EU, se non si riuscisse a rispettare il 3% vorrebbe dire che effettivamente saremmo sopra il 3.2%.

Draghi, oltre alla nota sui conti italiani, ha ribadito la necessità europea di attrarre investimenti, che l’Italia non riesce ad attirare come potrebbe e dovrebbe. Giustamente, come qui più volte scritto, il Governatore ha sottolineato anche la necessità delle riforme, poiché ogni politica monetaria non può portare crescita e benefici strutturali di lungo periodo se non inserita in uno scenario di riforme volte a supportare l’economia. I piani su cui agire dovrebbero essere per l’intera Europa quello del regolatorio e quello della concessione di credito. Draghi riporta poi per il nostro paese l’esempio della Spagna, che come scritto (Lesson learnt spagnola, ma solo per le riforme), è possibile prendere limitatamente alla capacità attuativa delle riforme, ma non sotto altri aspetti che vedono lo stato iberico in condizioni non migliori dell’Italia, ad iniziare dall’occupazione.

Ormai è chiaro che un sistema creditizio basato quasi in toto sulle banche che mischiano finanza ed economia, non è in grado di fornire la giusta liquidità e nei giusti tempi all’economia ed alla produzione, è altresì necessaria una maggior diversificazione e differenti strumenti, tra cui certamente quelli che verranno messi in campo dalla BCE come TLTRO, ABS, eventualmente acquisto di debito sovrano, ma anche l’utilizzo di vincoli finanziari come Bankitalia, CDP, BEI, Mini-Bond, quotazioni in borsa facilitate ed incentivate, venture capital, tutti capaci di dare spinta in minor tempo. La diversificazione degli strumenti creditizi è fondamentale sia per una maggior gestione del rischio di crisi cicliche qualora il meccanismo erogante entrasse in difficoltà (esempio crisi dei mutui subprime oppure classico schema di prestiti e mutui), sia per andare incontro ad esigenze di tipologie di credito che la moderna economia presenta in mutate e plurime forme rispetto al passato, non più dunque solo ed esclusivamente puro e semplice cash.

La ripresa di concessione di credito potrebbe valere secondo il Governatore di Bankitalia Visco fino a 0.5% di PIL, un valore decisamente ottimistico, ma è appurato che la sua assenza non consente all’industria alcun tipo di investimento.

Dall’Europa, e per bocca del Commissario all’industria Nelli Feroci, vengono critiche al Governo Renzi sull’uso indiscriminato e non gradito a Bruxelles, del decreto legge senza una valutazione approfondita e chiara del suo impatto. Ad esempio sul tema del lavoro la ricerca della flessibilità, senz’altro utile, ha lasciato scoperto l’altrettanto importante aspetto dell’eccessiva rigidità dei salari, della giustizia (tema che con il processo telematico ha fatto passi avanti), dell’aspetto normativo e legislativo ermetico, ballerino, incomprensibile, dipendente da una pluralità di centri burocratici che spaventa letteralmente gli investitori, e di una fiscalità opprimente. Ciò è riportato nel paper europeo “Reindustrializzare l’Europa – rapporto competitività 2014”.

Il contesto necessita, e lo si ripete da tempo, di decisione risolute e rapide, tanto che il rischio di essere già irrecuperabilmente in ritardo è altissimo. Non vi sarà una rapida ripresa sia per lo scenario deflattivo in essere sia per il livello di disoccupazione raggiunto sia per le tensioni in politica estera che includono le sanzioni economiche alla Russia che hanno importanti ripercussioni su un gran numero di settori industriali di molti stati europei a cominciare da quello energetico, con le ritorsioni russe che parrebbe siano già in attuazione intermittente ai danni di Polonia, Slovenia ed Austria. Di ciò deve curarsi la nuova Commissione Europea cercando di lavorare in modo unitario, sinergico e sincronizzato, lasciando da parte i particolarismi ed i nazionalismi, puntando ad un nuovo approccio, quello probabilmente auspicato da Padoan, che sia resiliente e volto al perseguimento della prosperità, benessere, pace e protezione. Obiettivo non semplice se si guarda la conformazione della nuova commissione, eterogenea e con presenze che hanno mostrato nelle loro recenti parole connotazioni eccessivamente rigoriste e conservatrici, a cominciare da Katainen (per approfondimenti su commissione si rimanda al link1 – link-Katainen). Come già scritto il rischio è che non si giunga nei tempi necessari ad accordi che siano risolutivi e che il ritardo ed il compromesso continuino ad essere protagonisti indesiderati.

Scendendo a livello italiano lo scenario rischia di essere anche peggiore. In parte la colpa va attribuita ai centri di potere, alle tecnocrazie e burocrazie bloccanti, spesso con potere decisionale e di veto che tendono alla conservazione ed alla sopravvivenza ed in parte alle le tensioni che disperdono energie dagli obiettivi di crescita, lavoro, riforme. Esse sono molte e si notano internamente ai vari partiti (caso PD in Emilia Romagna, ma anche all’interno di FI la leadership di Berlusconi comincia ad essere velatamente messa in discussione), si notano quando arrivano i nodi di alcune riforme come quella del lavoro e dell’articolo 18, sono insite nella spending review che dovrebbe tagliare gli sprechi tra gli altri alle regioni ed alla sanità, ma evidentemente ogni centro di potere ritiene di essere efficiente e di non dover essere oggetto di tagli, si notano infine nelle votazioni per la Consulta e CSM giunta ormai alla nona tornata e che ha visto, se vogliamo clamorosamente, fallire il patto del Nazareno secondo cui avrebbero dovuto essere eletti Catricalà e Violante. Benché PD e FI assieme abbaino la maggioranza assoluta non sono riusciti a far valere il loro accordo e la conseguente squadra di magistrati, testimoniando come certi agglomerati tecnocratici e burocratici superino in forza gli stessi partiti, rendendo impossibile, talvolta giustamente e talvolta a torto, innovazioni o cambiamenti a loro non favorevoli. Se questo fatto si moltiplica per ogni decisione, riforma, processo e per ogni centro di potere esistente e per il numero di votazioni che la legislazione prevede prima di sancire l’entrata in attuazione di una riforma è ben chiaro che non è affatto possibile pensare di essere sufficientemente rapidi ed incisivi nelle azioni di governo. Fa pensare la nuova linea del Premier di velocizzare l’iter per concludere la legge elettorale “Italicum” dandole priorità rispetto alla riforma delle PA, sembrerebbe una presa d’atto che in una simile viscosità non sia possibile imprimere quell’accelerazione reclamata a gran tono da più voci a partire dal 2011. Forse si tratta davvero del primo passo verso un rischio importante, un ALL-IN per provare ad arrivare ad un adeguato livello di rapidità ed incisività  (Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14) finora non sufficienti.

12/09/2014
Valentino Angeletti
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Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo

Durante un’informativa alla Camera il Ministro Padoan ha rassicurato nuovamente che non vi saranno manovre aggiuntive, confermando quanto ribadito da Renzi, e che il bonus Irpef da 80 € sarà confermato anche per il 2015 (tra i 7 ed i 10 miliardi di costo) nonostante gli scenari si mantengano fragili, incerti e non consentano aspettative particolarmente confortanti.

Del resto il bonus ha rappresentato un cavallo di battaglia del Premier che non può permettersi di disattendere nonostante i dati economici sia a livello europeo che, e soprattutto, italiano non consentano margini, anzi quelli previsti si stringano sempre di più.

Le rassicurazioni del Ministro dell’Economia si rivolgono anche all’Europa alla quale ha rammentato che le previsioni di crescita attuali, ben più basse della stima MEF di 0.8% (in ogni caso poco rispetto ad almeno il 2% che sarebbe realmente funzionale), non tengono conto delle azioni programmate da questo esecutivo a cominciare da spending review e piano di privatizzazioni. A Bruxelles, come qui ricordato più volte, non si fidano dei piani e dei programmi, vogliono invece numeri concreti, possibilmente già consolidati e certificati. Purtroppo non è il caso né della spending review che sta procedendo a rilento e che, nonostante l’impegno profuso da Cottarelli, trova enormi difficoltà, per fare un esempio, nel reperire dati per quantificare possibili tagli a livello regionale (20 interlocutori differenti) e comunale (oltre 8000 interlocutori, primato europeo), né tanto meno delle privatizzazioni, anch’esse in ritardo rispetto al crono-programma e che sono state riprogettate inserendo la possibilità di cessione di ulteriori quote di Enel ed Eni alla luce dei risultati non ottimali di Fincantieri e del ritardo di Poste, le quali in un momento delicato di apertura agli investitori forse non dovrebbe neppure considerare l’ingresso nel deal Alitalia.

Il JOBS-Act è stato rinviato a settembre ed i dati, non tanto economici (anche la Banca D’Italia ha rivisto le stime del PIL 2014 al ribasso, collocandolo a 0.2% in linea con Confindustria e REF, mantenendo un più che ottimistico 1.3% per il 2015), quanto reali, sono in continuo peggioramento; si parla di consumi ridotti ai minimi termini, produzione industriale di conseguenza bassa così come la propensione delle aziende ad assumere contribuendo così al calo dell’occupazione. Le persone tendono a non consumare o a rimandare i consumi, nella più classica miccia deflattiva, rinunciando persino a beni di prima necessità, cibo di qualità, visite mediche, e via discorrendo. Il numero dei poveri “nostrani” è aumentato di svariate decine di migliaia nell’ultimo anno (Poveri – Disuguaglianza) riempiendo centri Caritas, stazioni ferroviarie e prendendo la desolante consuetudine di rovistare tra i cassonetti, attività che un tempo coinvolgeva solo i poveri immigrati.

Chiaramente il contributo di 80 euro, pur valendo secondo Bankitalia 0.1 pti di PIL 2014 (il 50% della crescita se così si può chiamare)  non è in grado da solo, quand’anche riversato (o che sarà riversato) in consumi da coloro che lo hanno percepito, di bilanciare un drastico peggioramento sociale che viaggia a tassi decisamente più rapidi.

Come si disse immediatamente (LINK1 – LINK2) la misura di equità degli 80 euro dovrebbe essere, oltre che strutturale, estesa ad incapienti, pensionati, partite iva e soprattutto far parte di un processo che mira alla riduzione della spesa pubblica, alla maggior apertura del mercato, alle privatizzazioni non tanto per far cassa nel breve periodo, ma per offrirà la possibilità ai campioni nazionali di raggiungere superiori livelli di competitività; al taglio delle tasse su persone, imprese e lavoro, eventualmente reperendo risorse da una nuovo meccanismo di prelievo più progressivo e mirato ad un certo tipo di consumi (non di prima necessità) e ad un certo tipo di rendite finanziarie. La competitività va rilanciata per tutte le aziende italiane supportandole nell’accesso al credito e consentendo investimenti in innovazione cosicché il valore aggiunto delle produzioni nostrane possa essere paragonabile ai livelli più alti europei, cosa che se per certi settori di nicchia e specifici già sussiste e ne sono testimoni gli eccellenti risultati dell’export, non è vero per molti altri settori (Romania spesso raggiunge valori aggiunti maggiori: Link). A ciò si devono aggiungere le ovvie lotte all’evasione, elusione fiscale, corruzione e burocrazia che necessitano di collaborazione ed allineamento anche in sede europea.

Inoltre non da sottovalutare è la partita da giocarsi in UE  (ma anche a livello di banche centrali) per una Unione più aperta alla possibilità di modificare o reinterpretare le regole assecondando scenari economico-sociali in rapida evoluzione.

Senza una decisa accelerazione nelle direzioni proposte ed individuate inizialmente non si presenteranno soluzioni automatiche, né esse pioveranno dal cielo; gli scenari di contro si manterranno poco confortanti. La questione delle nomine europee e l’aggravarsi delle crisi internazionali potrebbero poi contribuire a rallentare da un lato il processo di riforma della govenrance europea e dall’altro a distogliere, giustamente, energie per giungere ad una risoluzione dei sanguinosi conflitti internazionali, con il risultato che, complice anche l’agostana pausa estiva, il semestre europeo dell’Italia venga lasciato alle spalle senza che possano essere affrontati i temi ai quali in nostro paese vorrebbe dare priorità.

18/07/2014
Valentino Angeletti
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Prima dei Mini-Bond per le PMI le banche tornino al servizio dell’economia

ABIDall’assemblea annuale dell’ABI tenuta nei giorni scorsi emerge, secondo la relazione del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, che una causa della comprovata incapacità di essere competitive per le imprese italiana risiede nell’eccessivo ricorso alle banche (debito troppo bacarizzato) rispetto a strumenti propri per finanziare crescita e reperire capitale per innovazione, ricerca e sviluppo.

Una soluzione proposta sono i mini-bond, ossia strumenti che permettono alle aziende PMI di emettere in autonomia una sorta di BOT vendendoli ad investitori pubblici o privati che periodicamente incasserebbero gli interessi pattuiti ed alla scadenza del titolo sottoscritto il capitale investito. Questo mezzo è già utilizzato dai grandi gruppi, i quali spesso possiedono vere e proprie banche interne utilizzate per erogare finanziamenti alla clientela finalizzati all’acquisto dei loro prodotti oppure per attingere, avendo licenza bancaria, a prestiti interbancari agevolati, a volte addirittura dalla stessa BCE. Tra questi grandi industrie si annoverano ad esempio Siemens, GE e Volkswagen.

Il meccanismo è certamente interessante, da approfondire ed implementare, ma questa necessità, della  quale agli albori e nel periodo dell’oro delle banche e del mecenatismo italiano non risultava abbisognare, è scaturito senza dubbio dalla debolezza del sistema bancario, dalla sua eccessiva deriva finanziaria speculativa, dall’incapacità di individuare soggetti realmente solvibili oppure dalla colpevole pratica del prestare denari (talvolta estremamente ingenti) a cerchie ben note pur senza garanzie o piani industriali concretamente capaci di giustificare l’erogazione di simili prestiti ( i casi Carige o Banca Marche ne sono una dimostrazione). La commistione tra attività finanziaria ed economica ha portato alla crisi dei mutui subprime in USA (dopo l’abolizione della separazione tra banche d’affari e commerciali sancita nel 1933 dal Glass-Steagall Act ed abrogata nel 1999 dal  Gramm-Leach-Bliley Act sotto il governo Clinton) con tutto ciò che ne è conseguito, alla vicenda MPS, alle problematiche di Unicredit, Bankia, Dexia, RBS e molte altre fino ad arrivare all’ultimo episodio di questi giorni relativo al primo istituto portoghese Banco Espirito Santo (anche se la provvidenza pare non aver dato una mano); in generale la sotto-capitalizzazione delle principali banche mondiali ormai ben nota.

Viene per tanto naturale obiettare che, prima di ricorrere ad un mini-bond che significherebbe l’apertura delle piccole aziende ad un meccanismo che non compete strettamente a coloro che per core business fanno industria e produzione, dovrebbero essere le banche a tornare a fare le banche come lo facevano ad esempio la Monte dei Paschi del 1472 o i gloriosi istituti fiorentino ed olandesi degli anni delle grandi navigazioni. Dovrebbero tornare ad erogare crediti puntando al guadagno derivato dagli interessi che le aziende crescendo ed ampliando il proprio business sono in grado di restituire; addirittura una reale divisione tra attività finanziaria, da non demonizzare, ma neppure da proteggere sulle spalle di privati, attività commerciali ed imprenditoriali, ed attività economia e di prestito alle imprese dovrebbe tornare ad essere imposto con controllo che non venga aggirato attraverso meccanismi non trasparenti di proliferazione di più branchie afferenti allo stesso istituto, differenti formalmente ma all’atto pratico complici.

Una volta raggiunta la certezza di poter contare sul reale supporto finanziario del sistema bancario allora lo strumento del mini-bond potrebbe essere veramente utile per rafforzare ulteriormente il patrimonio delle PMI consentendo un ulteriore accesso al credito per crescita, sviluppo, innovazione, assunzioni ed apertura in nuovi mercati.

11/07/2014
Valentino Angeletti
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Conclusioni di Visco all’assemblea di Bankitalia. Concetti noti, ma qualche novità al contorno

“Fate presto!!!”; “Non c’è tempo da perdere!!!”; “C’è immediatamente bisogno di un cambio di passo!!!”; “Lavorare assieme per avviare il periodo delle riforme!!!”. Queste sono solo alcune delle frase pronunciate negli anni scorsi da politici, imprenditori, organi di rappresentanza, giornali e media, per sottolineare la necessità di contromisure immediate ad una crisi che mai ha dato davvero il segno di essere prossima alla conclusione.

Ieri le conclusioni tratte dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco all’assemblea annuale dell’istituto da lui presieduto, non si discostano dai messaggi precedenti che si allineano a quelli lanciati da Squinzi durante la riunione di Confindustria tenutasi il giorno precedente.

Riassumendo brevemente le somme tirate da Visco si può dire che l’accento è stato posto sulla necessità di riformare rapidamente il sistema Italia sotto vari aspetti per poter rilanciare il lavoro, i consumi e l’economia in generale; sulle banche e sul loro comportamento non sempre allineato al mandato di sostenere attivamente l’economia reale e le PMI, agendo in totale trasparenza e lontani da fenomeni corruttivi che invece hanno scandalizzato l’opinione pubblica contribuendo a gettare ulteriore discredito sul settore bancario; sulla necessità di investimenti che in Italia sono inferiori al resto d’Europa accentuando un gap competitivo già depresso da regime fiscale, costo del lavoro e burocrazia; sulla imprescindibile lotta alla corruzione il cui costo stimato è 120 miliardi di € all’anno. Il Governatore ha lanciato poi due allarmi che confermano la difficoltà che il paese, a prescindere dal Governo in carica, ha nel soddisfare, con conti e casse degli enti locali e dei comuni assoggettati al patto di stabilità in molti casi vuote, le necessità di sostegno alla ripresa a mezzo di diminuzione della tassazione ed aiuto alle famiglie e di rispetto dei parametri imposti dall’Europa. Il primo allarme riguarda la possibilità che l’importo della TASI pagata dai contribuenti possa superare, in dipendenza dall’aliquota applicata dai singoli comuni, del 60% quello della vecchia tassazione sugli immobili; il secondo riguarda il bonus di 80€, sicuramente positivo per i consumi, come confermato dalle rilevazioni di Confesercenti, soprattutto quando diverrà strutturale, ma la cui copertura per il 2015 richiede 14,3 miliardi di € rispettando i vincoli sul deficit imposti da Bruxelles (vero è a 17 bil ammonta il gettito della spending review previsto per il prossimo anno e che l’inserimento molto opinabile di contrabbando, prostituzione e spaccio nel computo del PIL possano aiutare a migliorare i rapporti in cui il PIL è presente).

I punti toccati dal Governatore Visco non sono nuovi né di facile risoluzione. La corruzione è un fardello al quale andrebbe posto rimedio ma che non può comunque garantire ingressi immediati. Essa opprime l’Italia, nella sua competitività, lacera il concetto di uguaglianza ed il principio costituzionale secondo il quale chi più ha più deve contribuire; emblematico dello stato del paese è il fatto oggettivo che se il paese recuperasse il 10% di quello che viene sottratto da corruzione, evasione, burocrazia avrebbe risolto ogni problema di bilancio.

Il periodo di riforme avrebbe dovuto aprirsi già col governo Monti, evidentemente con esecutivi di larghe intese ma che perseverano nella difesa partitica e con il potere delle burocrazie e tecnocrazie, è difficoltoso portare a termine cambiamenti che potrebbero essere controproducenti per coloro che hanno potere decisionale sulla loro implementazione. Tuttavia la necessità di attuare cambiamenti costituzionali ed a sostegno dell’economia che dovrebbero essere condivisi dai partiti, dagli imprenditori e dai sindacati, rimane fortissima e basilare.

La necessità di investimenti che appoggino la crescita e di conseguenza il lavoro innescando il meccanismo virtuoso di “investimenti – crescita quindi consumi – produzione – lavoro” è tanto chiara quanto difficile da applicare nel contesto italiano dove lo stato non ha risorse da investire perché costretto dai parametri EU ed oppresso da un debito da ridurre (tendente al 135% del PIL) totalmente colpa della mala gestione interna e dove le imprese, (senza generalizzare) se grandi hanno spostato il baricentro dalle attività prettamente produttive a quelle finanziare, se PMI sono bloccate da burocrazie, debiti delle PA (75 bil €), tassazione e cuneo fiscale, calo drammatico dei consumi. Pertanto gli investimenti esteri vanno cercati ed appoggiati senza voler difendere esclusivamente per presa di posizione un patriottismo che potrebbe portare alla rovina; gli investimenti statali produttivi, ad alto valore aggiunto, in grado di creare lavoro ed indotto possibilmente in settori innovativi e fulcro del nuovo paradigma economo focalizzato sulla tecnologia, devono riprendere e possibilmente rientrare nel perimetro della golden rule europea. L’Italia inoltre deve focalizzarsi sul miglior impiego dei fondi e degli investimenti Europei che vengono da noi letteralmente sprecati, così come deve evitare di cadere nelle procedure di infrazione (siamo al primo posto per numero di procedure avviate nei nostri confronti) che comportano il pagamento di sanzioni e minano ulteriormente la credibilità.

L’occupazione deve assolutamente essere appoggiata dalla normativa, devono essere riformati gli ammortizzatori sociali ed introdotto il concetto di riqualificazione del lavoratore a carico pubblico in sostituzione del vecchio concetto di cassa integrazione, come del resto accade in Germania, ma ciò senza prescindere dalla crescita e dal rilancio dei consumi (sia interni che da export) che sono i precursori della richiesta di nuovo personale delle imprese.

Le banche infine devono tornare a servire l’economia reale e concedere credito a famiglie e PMI e non essere rivolte esclusivamente alla finanza, anche quella ad alto rischio che offre alti rendimenti e soprattutto la possibilità di togliere trasparenza ai bilanci. Il rimprovero fatto da Squinzi e Visco (arcinoto) è stato quello di utilizzare i prestiti a basso tasso della ECB per acquistare bond, per parcheggiare liquidità overnight e spingersi nell’acquisto di derivati, senza concedere credito alle imprese ed alle famiglie strozzate dalla crisi. Nonostante ciò va sottolineato che in Europa la maggior parte delle banche, grandi e piccole che siano, per poter passare gli stress test europei in vista dell’unione bancaria hanno o necessiteranno di importanti ricapitalizzazioni. Detto ciò portare avanti la divisione tra banche d’affari e banche commerciali potrebbe essere un viatico più che interessante. La ECB dovrà avere ruolo decisivo nel sostegno alle imprese (con cartolarizzazioni o prestiti agli istituti vincolati all’effettiva concessione del credito) poiché le banche nazionali potrebbero ormai non essere più in grado autonomamente di far fronte a tutte le richieste di prestito motivate spesso dai crediti delle PA. La decisione in merito potrebbe essere presa il 5 giugno in occasione del board ECB, assieme alle contromisure per arginare la bassa inflazione che si conferma anche per il mese scorso allo 0.5% (dato ancora in calo rispetto alla precedente rivelazione).

Dai moniti preoccupati riportate all’inizio, non molto è mutato, anche il PIL non crescerà quanto previsto, ma si attesterà tra lo 0.1% e lo 0.4% non consentendo la diminuzione della disoccupazione che invece richiede tassi positivi prossimi all’ 1.5%. La ripresa a detta di tutti si mantiene fragilissima, lenta e ostaggio di ogni variabile esterna indipendente dall’azione delle istituzione (immigrazione, disastri naturali, crisi internazionali).

Ciò che realmente è cambiato sono: la consapevolezza (ritardataria) da parte di EU ed ECB dell’assoluto bisogno di incisivi interventi a strettissimo giro; il consenso e la speranza riposta non tanto nel Governo che rimane di larghe intese e quindi di trattativa e compromesso, quanto in Matteo Renzi (oggettivamente unica alternativa credibile nel panorama politico italiano dove una persona onesta, equilibrata, intelligente e dotata di un minimo di visione globale avrebbe probabilmente sbaragliato la concorrenza) che è visto come ultima spiaggia per un cambio di passo che deve essere sia interno che europeo. Il peso del suo 40% europeista potrà pesare più a Bruxelles, dove devono essere temuti ed arginati gli anti-europeismi con la collaborazione trasversale e maggior attenzione ai cittadini, che in Italia ove è difficile pensare senza rimpasti di governo o nuove elezioni a radicali alleggerimenti nelle prese di posizione.

Il nuova paradigma economico-politico che dovrà essere protagonista in Italia ed in Europa potrà, una volta avviato concretamente, essere duraturo solamente se si opererà un rinnovamento, non basato sull’anagrafe o sul genere, della classe politica e dirigente che è tuttora attinta esclusivamente da una ristretta élite sociale e che invece dovrà andare a sfruttare tutto il capitale umano indubbiamente presente aprendo veramente possibilità per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco per il paese e che lo meritano.

La posta in gioco è altissima e tale da impattare direttamente la vita di tutti noi che vorremmo vivere nell’Europa delle tre P, prosperità, pace, protezione, da troppo tempo dimenticate.

La carne al fuoco è tantissima, di varia natura e da cuocere in tempi differenti, l’attenzione e l’impegno devono essere dunque massimi perché non possiamo permetterci altro se non centrare in pieno gli obiettivi. Il tempo era già scaduto tanto tempo fa.

31/05/2014
Valentino Angeletti
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Non sarò uno squalo di wall street, ma i pianti su rivalutazione Bankitalia sembrano fuori luogo

Non sono certo io uno squalo di Wall Street né un Gordon Gekko, un Bernard Madoff o un George Soros, ma sinceramente non comprendo le motivazioni, o meglio, comprendo perfettamente la volontà, a mio avviso inopportuna in un contesto come quello in atto, di proteggere i propri interessi, che spinge le banche a lamentarsi in modo marcato per l’incremento dal 12 al 26% della tassazione sulla plusvalenza relativa alla rivalutazione delle quote di Bankitalia da loro detenute.
Va dato atto alle banche di aver subito lo scorso hanno un incremento dell’anticipo Ires al 130% (dal 128.5 precedente) ed è oggettivo che quest’anno, riporta la CGIA di Mestre, il settore bancario subirà un prelievo fiscale pari a 5.9 miliardi, ma ciò non sembra sufficiente ad opporsi in modo simile al provvedimento del Governo Renzi che rimane estremamente vantaggioso per gli istituti di credito.

Sul tema dell’aumento delle quote di Bankitalia si può approfondire ai link di seguito:
Sull’ora ICS, in fondo una nota sulla tassazione alla plusvalenza relativa alla rivalutazione quote Bankitalia
Cenni su seconda versione rivalutazione Bankitalia

Le quote di Bankitalia sono distribuite tra i vari istituti come riportato sul SITO della Banca D’Italia stessa (Link).

La rivalutazione delle quote che complessivamente valgono 156’000 € le porterà ad assumere il valore complessivo di 7’500’000’000 €, in sostanza viene applicato un fattore moltiplicativo di 48’077. Detto in modo molto semplice se un istituto detiene una quota da 1 € il giorno dopo la rivalutazione la medesima quota varrà 48’077 €. L’operazione avviene, in questa prima fase, senza trasferimento di denaro dal soggetto pubblico a quello privato, ma rimane un notevole vantaggio per gli istituti che detengono molte quote in quanto rafforza il loro patrimonio in modo evidentemente importante.

Non sembra per tanto strano che si chieda agli istituti di pagare il 26% sulla plusvalenza ottenuta da questa operazione. Nell’esempio si tratterebbe di pagare il 26% di 48’076 €.

Innanzi tutto viene adeguato il prelievo sulla plusvalenza a quello che pagano i privati cittadini, il 26% appunto.

In secondo luogo, se è vero che questo è l’anno degli stress test europei, è altrettanto vero che negli anni scorsi, in piena crisi, è stata prassi comune tra numerosi istituti incassare denaro all’ 1% dalla ECB, idealmente destinato ad alimentare l’economia reale, ma nei fatti depositato presso la ECB stessa durante la notte oppure utilizzato per operazioni finanziari su titoli di stato all’epoca molto appetibili.

L’ammontare complessivo della tassazione sulla plusvalenza derivante dalla rivalutazione di Bankitalia è pari ad 1.8 miliardi di €, molto inferiori rispetto a quanto ricevuto, sempre durante gli scorsi anni di crisi, da parte di Stato (la sola MPS ha ricevuto 3.7 miliardi di € da restituirsi ad un tasso del 9.5% al quale sta faticosamente cercando di tenere fede, pena la nazionalizzazione, a suon di aumenti di capitale ben oltre il valore nominale della banca stessa), azionisti (a mezzo di ADC) ed ECB come abbiamo precedentemente detto.

Inoltre i costi di commissione sui conti correnti, sulle operazioni agli sportelli, di prelievo tramite ATM, sulle carte di credito sono ai massimi in Europa, senza considerare i tassi di interesse sugli scoperti, sulle carte di credito revolving e sugli stessi finanziamenti che varie inchieste e reportage hanno confermato essere al limite dell’usura (quando non oltre).

Detto ciò le lamentele non sembrano giustificate, anzi si dovrà vigilare affinché non siano i correntisti, come spesso è capitato, a pagare né tantomeno che vengano giustificate eccessive chiusure di sportelli e ridimensionamenti degli organici.

Qualora l’ABI continuasse ad asserire di essere oltremodo danneggiata lo Stato potrebbe pensare di bloccare la rivalutazione di Bankitalia, riacquistare il 95% delle quote circolanti, rivalutarle e solo allora venderle ponendo agli acquisti un limite massimo pari al 3% del capitale totale di Bankitalia, consentendo un prezzo di sconto rispetto al nuovo valore per rendere vantaggiosa l’operazione anche per gli istituti. In tal modo non vi sarebbe più il problema di pagare tasse sulla plusvalenza e lo Stato ne trarrebbe un gettito decisamente maggiore rispetto ad 1.8 miliardi.
Sono certo che se quanto sopra venisse proposto il 26% sarebbe visto molto più di buon occhio.

19/04/2014
Valentino Angeletti
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L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima

La Banca d’Italia ha diramato ieri il bollettino relativo al primo trimestre 2014.
Il report dell’istituto afferma che l’inflazione, allo 0.3% a marzo, rimarrà bassa ancora a lungo, in alcune città è già in territorio negativo riflettendo la debolezza della domanda al di sotto del livello del 2007. L’occupazione non tornerà a salire prima della fine del 2014 – inizio 2015 (come abbiamo più volte detto in questa sede). Il credit crunch ha leggermente allentato la propria stretta, ma le imprese italiane per finanziarsi pagano tassi di 80 pti base più alti rispetto alle concorrenti dell’area Euro. La domanda interna rimane debolissima così come la competitività (-4% in linea con le altre imprese europee principalmente a causa della forza della moneta), solo le esportazioni fanno da traino e sono la sostanziale causa del fatturato industriale che ha fatto segnare -1.5% m/m, ma +1.2% y/y e degli ordinativi -3.1% m/m, ma +2.8% y/y. La ripresa dunque rimane fragile e debole e sarà condizionata dalla propensione al consumo di privati e dalla ripartenza delle imprese che necessitano di un processo riformatore del mercato del lavoro, di un supporto ai consumi, ma anche di un clima di fiducia e speranza nel futuro così come di una maggior capacità delle aziende di innovare, creare valore aggiunto e mantenersi competitive.

Sempre ieri, con un ora di ritardo circa è scoccata l’ora ICS. Ossia il momento immediatamente successivo al CDM in cui il premier Matteo Renzi ha presentato le coperture per le detrazioni IRPEF ed il conseguente bonus medio da 80€ per i redditi lordi tra i 9’000 € ed il 26’000 € annui. Le risorse necessarie per il 2014 di 6.9 miliardi sono stati trovate e ne sono stati identificati 14 miliardi per il 2015 a fronte dei 10 miliardi necessari, con buona pace di Padoan che ha paragonato la possibilità di avere 4 miliardi di margine aggiuntivo al sogno dell’economista.

Nel dettaglio i 6.9 miliardi deriveranno:

  1. 2.1 miliardi dalla razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi. Elemento chiave della spendig review di Cottarelli e decisamente un modello di inefficienza nostrana. Nei piani del governo ci sarebbe la riduzione dagli attuali 32’000 centri a 40 – 50.
  2. 1.8 miliardi dalla tassazione al 26% della plusvalenza per la rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dagli istituti di credito (vedi nota).
  3. 1 miliardo dal taglio delle agevolazioni alle imprese.
  4. 0.9 miliardi da misure di sobrietà.
  5. 0.6 miliardi dall’Iva derivante dal pagamento dei debiti delle PA al quale sono stati destinati altri 8 miliardi di €.
  6. 0.3 miliardi sono già stati incassati grazie alla lotta all’evasione.
  7. 0.1 miliardi con misure di innovazione.
  8. 0.1 miliardi dalla riorganizzazione delle municipalizzate che il Governo vorrebbe sfoltire da 8’000 a 1’000 in 3 anni.

Tra le misure di sobrietà vi sono i tagli alla difesa di 400 milioni, dei quali 150 per l’acquisto degli F35, la vendita delle auto blu che a regime non potranno essere più di 5 per ministero, il contributo di 150 milioni di € dalla Rai, ed il tetto di 240’000 € annui agli stipendi dei manager e dipendenti pubblici inclusi magistrati (rimangono fuori i dirigenti di camera e senato che sono soggetti ad autodichia e quindi a leggi particolari, ma che comunque potrebbero ridursi autonomamente lo stipendio).
Decisamente interessanti sono state le scelte di ridurre i contributi agevolati alle le spese postali dei partiti per inviare corrispondenza cartacea in campagna elettorale, modalità quasi vintage nell’era del digitale e dei cinguettii, e di indicare all’ente contribuente l’ammontare del contributo dovuto lasciando spazio di azione. Ciò si applica a comuni, province ed alla Rai alla quale è stato indicata come possibilità per reperire 150 milioni la vendita di Rai Way e la riorganizzazione o chiusura delle sedi regionali, ma potrebbe decidere, come sarebbe peraltro giusto, di lottare l’evasione del canone (magari riducendo leggermente l’importo complessivo) legandolo alla bolletta elettrica e puntando a recuperare il 60% dei 300 milioni annualmente evasi (Link Canone-bolletta). Questo è un approccio fuori dalla logica dei tagli lineari e che lascia libertà a specificità locali sulle quali lo Stato centrale potrebbe non avere adeguata sensibilità, fermo restando che se entro un tempo stabilito non viene presentata la modalità operativa allora sarà il governo ad agire in autonomia, in alcuni casi applicando quanto previsto dal piano Cottarelli.
In aggiunta a ciò è stato confermato anche il taglio del 10% dell’IRAP per le imprese.

Il decreto IRPEF, dunque, è positivo o no? Parlando a titolo del tutto personale ritengo che possa essere considerato un primo positivo passo. Ovviamente si poteva fare meglio, dalle province si poteva ottenere di più, si poteva intervenire anche sulle regioni (vero contro di costo), il taglio agli stipendi pubblici interessa solo le primissime fasce dirigenziali, non si ricava molto dalle municipalizzate, ovviamente è perfettibile, ovviamente è solo l’inizio di un processo che deve avere riscontri nel breve ma che deve necessariamente essere rivolto al medio e lungo periodo.

Le critiche non sono mancate, ad esempio si rimprovera che incapienti, pensionati e piccole partite IVA, oggettivamente tra le più colpite dalla crisi, siano state lasciate fuori dal bonus ed in merito a ciò effettivamente ci si augura (è necessario che lo faccia) che il Governo dia seguito alle dichiarazioni del Premier di porre rimedio nel breve a questa lacuna.

Analogamente potrebbe essere opinato che coloro che percepiscono 9’000 € lordi annui avranno uno sgravio di 39 € mensili contro gli 80 € per coloro che percepiscono tra i 19’000 ed i 24’000 €.  Altresì è comprensibile che la prima azione sia stata applicata scegliendo la via più facile e rapida da attuare.

Altre critiche accusano la natura propagandistica di certe azioni, tipo i tagli alle auto blu ed il tetto agli stipendi dei manager pubblici, i quali in sostanza contribuirebbero in misura infinitesimale al bilancio complessivo. Ciò è parzialmente vero, ma nei mesi scorsi quante volte è stato ripetuto che la politica necessita di una nuova credibilità morale ed etica, deve essere più vicina ai problemi della quotidianità, che i sacrifici dei cittadini devono venire dopo quelli della classe politica e dirigente, quante campagne contro le auto blu sono state fatte (se non erro anche qualche inchiesta di Sergio Rizzo che ne quantificava il costo complessivo in misura non proprio irrisoria)? Ora per la prima volta si inizia, ed anche questo è un percorso, a dare qualche segnale in tal senso. Chiaramente siamo ben lungi dal risolvere una situazione quasi patologica, ma ripeto è un inizio.
A coloro, in genere ben pagati, che definiscono il bonus “risibile” si ricorda che si tratta di un 7-8% su una busta paga da 1’100 € mensili, quindi non un’inezia, inoltre è assai probabile che gran parte di tale somma aggiuntiva venga rimessa in circolo per l’acquisto di bene di prima necessità dando una piccolissima spinta ai consumi.

A ben vedere, riprendendo quanto riportato da Bankitalia, in questo decreto vi sono misure per rilanciare i consumi e che infondono un minimo di ottimismo (il bonus ed i tagli di alcuni privilegi) e misure per le imprese (il taglio del 10% dell’IRAP) che, nonostante sia assolutamente da potenziare, dopo il pagamento dei debiti che alcune attività produttive hanno, potrà parzialmente essere investito in innovazione.

Oggettivamente per la prima volta l’indirizzo intrapreso va nella direzione corretta, il Ministro Padoan ha dichiarato la necessità di due fasi per rafforzare la ripresa: una di stimolo immediato ed una di riforme nel medio periodo (come qui scritto più volte anche in riferimento al percorso che dovrebbe adottare l’EU composto da stimolo monetario nel breve e processo di investimenti a supporto del lavoro e delle attività produttive nonché  riforme che puntano alla vera unificazione nel medio-lungo periodo). La direzione di questo decreto pare proprio questa. Inoltre il Ministro dell’economia si è esposto con l’Europa inviando la famosa lettera a Bruxelles (Link) dove facciamo finalmente sentire le nostre ragioni chiedendo un anno in più per il pareggio strutturale di bilancio. Ciò, mai accaduto prima d’ora, è stato possibile per una serie di elementi favorevoli esterni (macro-economici e non, fonti riferiscono di una amicizia tra Padoan ed il consigliere di Olli Rehn) ed interni derivanti anche da alcuni risultati conseguiti dai Governi Monti e Letta, ma va detto che è la prima volta.

In conclusione il decreto è l’inizio di un lungo percorso da consolidare, perfezionare e migliorare in varie parti, ma rappresenta comunque un buono scheletro a patto di continuare senza scendere a compromessi nella direzione intrapresa. Dobbiamo proseguire con il taglio della spesa e delle inefficienze, ridurre privilegi anacronistici ed esagerati, riformare la burocrazia ed il fisco, innovare ed avvalersi delle nuove tecnologie, combattere duramente l’evasione, la corruzione e l’elusione fiscale e presentare tutto ciò in modo chiaro e preciso in Europa chiedendo alcune concessioni sul fronte dello stimolo economico e dell’investimento produttivo.

Si deve lavorare in Italia ed in Europa alleandoci con i paesi nelle medesime condizioni per consolidare il percorso che con questo decreto è iniziato, senza abbassare la guardia, comprendendo, soprattutto noi giovani, che i sacrifici saranno ancora tanti e che non raggiungeremo nel giro di pochi anni le condizioni di benessere e di possibilità di spesa dei nostri padri; la politica dovrà garantire più trasparenza ed apertura coinvolgendo attivamente cittadini e persone comuni che volessero mettersi al servizio del paese e dell’EU in tal modo si potrà innescare un necessario processo di riappacificazione tra istituzioni e popolazione che incentiva la partecipazione ed argina le derive estremiste, embrioni dell’anti europeismo convinto, caratterizzate dalla critica fine a se stessa e dagli arroccamenti.

PS Nota su rivalutazione delle quote di Bankitalia (LINK Articolo con cenno Bankitalia):
si sente ancora affermare che con la rivalutazione delle quote di Bankitalia possedute da alcune banche/assicurazioni si stia drenando denaro dal pubblico agli istituti. Questo non è vero. Le quote di Bankitalia valgono complessivamente 156’000 € e verranno rivalutate raggiungendo a seguito dell’operazione un valore complessivo di 7’500’000’000 €. Viene applicato quindi un fattore moltiplicativo pari a 48’077 € il che, semplificando all’estremo, significa che se un istituto bancario ha una quota di Bankitalia da 1 €, da un giorno all’altro si troverà ad avere una quota che vale 48’077 €. A meno della tassazione sulla plusvalenza, che nel caso in esempio sarebbe calcolata come il 26% (aumentata dal decreto Ipref rispetto al precedente 12%) di 48’076 €, è evidente come sia un guadagno sostanzialmente gratuito per le banche, nonostante le lamentele per l’aumento della tassazione che peraltro non è superiore a quella applicata ai privati cittadini, ma è altrettanto evidente che non sia il cittadino ad accollarsi la spesa. L’utilità di una simile operazione per le banche risiede nel fatto che una parte del loro capitale viene pesantemente rivalutato e ciò è molto importante nell’anno degli stress test europei. Ovviamente qualora gli istituti detentori decidano di vendere le loro quote (dovranno farlo essendo stato imposto un limite massimo del 3%) e sia lo Stato a riacquistarle allora vi sarebbe un reale trasferimento di denaro dal soggetto pubblico all’istituto privato (avvantaggiati ulteriormente), ma al momento parlare di un simile passaggio non è corretto. Di sicuro sarebbe stato più conveniente per lo Stato italiano, norme permettendo, riacquistare tutte le quote in circolazione (pari a poco meno del 95% del totale) esborsando circa 148’200 € rivalutarle e rivenderle, indicendo regolare asta tra soggetti istituzionali, al nuovo prezzo leggermente diminuito in modo da rendere vantaggioso l’acquisto senza dover contribuire interessi, arrivando ad incassare, nel caso di collocamento del 95%, una somma di poco inferiore a 7’125’000’000 €, indubbiamente ben altro ordine di grandezza.

19/04/2014
Valentino Angeletti
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Germania: “aiuti di stato per Bankitalia” Allora indagare anche su incentivi energetici tedeschi

Molto interessante che l’Europa voglia vederci chiaro se dietro la rivalutazione delle quote di Bankitalia si possa nascondere un aiuto di stato verso le banche. Il settore bancario è corretto che vada sorvegliato e vigilato e sarebbe auspicabile che rispondesse a regole ben più stringenti del Basilea 3 già ammorbidito rispetto al testo iniziale, di certo venendo più o meno nascostamente incontro alle esigenze degli istituti tedeschi in primis DB e Commerzbank (che hanno a loro volta goduto di aiuti di stato), ma anche alle landesbank escluse in toto dagli obblighi di adempimento per via delle dimensioni singolarmente non grandi, ma che complessivamente valgono miliardi e potenzialmente in grado di metter in ginocchio l’economia tedesca.
Se però si potrebbe, come è giusto che venga chiarito, sospettare di aiuti di stato dietro la rivalutazione della nostra Banca d’Italia, allora lo si potrebbe fare anche per le agevolazioni e gli sgravi rispetto al costo dell’energia che la Germania applica alle proprie industrie a scapito dei privati cittadini e forse sarebbe opportuna una indagine anche in tal direzione visto che il settore energetico ed il mercato unico è fondamentale per allineare la competitività tra le aziende dell’ Eurozona.
Detto ciò è lampante che l’Italia possa fare poche prediche, poiché in attesa dei risultati della spending review e dei necessari tagli ed ottimizzazioni delle spese, avrebbe alcune altre carte da giocarsi che non riesce a sfruttare.
Le spese abnormi sono testimoniate proprio in questi giorni dal terzo Decreto Salva Roma che destina alla capitale circa 500 milioni per pagare creditori, stipendi e pensioni che altrimenti sarebbero rimasti scoperti. Del resto Roma ha grandi problemi, il caso emblematico sono le municipalizzate a cominciare dall’ATAC, nei mesi scorsi al centro dello scandalo sui biglietti falsi, che impiega oltre 12’000 dipendenti, gli uffici sono pieni di amministrativi, ma gli autisti sono insufficienti a garantire un servizio minimo e per giunta su mezzi insicuri ed obsolescenti, ha una utenza circa il doppio rispetto all’equivalente azienda di Milano ma incassa la metà e vanta una percentuale record di assenteismo del 18%. In tal caso l’ottimizzazione andrà certamente ad impattare sul lavoro e dovrebbe farlo mirando in primis ai dirigenti colpevoli di tale situazione ed ai dipendenti che alzano senza reale motivazione l’assenteismo; questa non sarà una procedura semplice e vi sarà senza dubbio una strenua difesa, che può essere definita difesa dello status quo ed ostacolo al cambiamento, dei lavoratori disonesti andando in ultimo colpire anche quelli onesti, quei valorosi che col loro sacrificio compensano l’inettitudine e l’inefficienza degli altri.
Tornando in tema Europeo vi sono almeno due opportunità che Renzi dovrà fronteggiare. La prima è rappresentate dai fondi strutturali inutilizzati oppure sprecati in piccoli progetti locali di scarsa utilità per la collettività invece che essere destinati ad attività a maggior redditività sia in termini di ROI che di indotto e lavoro creabile; la seconda dal numero enorme di procedure di infrazione aperte nei confronti del nostro paese, il quale detiene questo poco invidiabile primato con relativi oneri penali che equivale a sottrarre risorse alle tante finalità più utili, senza considerare il danno di reputazione e credibilità.
Come il Paese dovrà impegnasi nelle riforme ed a meglio gestir le opportunità EU, se è vero, come riporta il FT, che la Germania avrebbe scritto a Bruxelles affinché non abbandoni la via dell’austerity (andando in tal modo a fomentare ulteriormente tensioni politiche e sociali con le ascese dei movimenti estremisti ed anti-europei) quando mediaticamente appare propensa a considerare linee più permissive, l’Unione Europea, assieme a tutti gli Stati Membri ed alla SPD, dovrebbe intimare alla Germania ed ai sostenitori dell’austerità a tutti i costi di mutare atteggiamento mettendoli se necessario con le spalle al muro forti del maggior potere negoziale dato da una massa decisamente critica.

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28/02/2014
Valentino Angeletti
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Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa: settimana decisiva, che non sia una delle tante

Dalle Olimpiadi invernali di Sochi il premier Enrico Letta ha dichiarato che al suo rientro, Lunedì 10, si precipiterà al Quirinale per discutere col Presidente Napolitano una strategia, che avrebbe già in mente, per rilanciare l’Italia, cambiare marcia, rafforzare l’Esecutivo e forse per riempire la “bisaccia” che Squinzi non vorrebbe ancora vuota il 19 febbraio, quando, durante il Direttivo Confindustria, gli industriali incontreranno Letta.
Questa strategia, al momento ignota, un po’ rimanda al “piano segreto” di Berlusconi per vincere le elezioni al primo turno superando la soglia del 37%.
Il Premier ha aggiunto che non v’è necessità di un “one man show”, bensì, mostrandosi in sintonia con lo spirito olimpico, di un gioco di squadra; nella situazione in essere non è possibile consentire però neppure un “one party show”, né, estendendo il concetto a livello europeo, un “one country show”, né tanto meno accontentarsi di partecipare.

Questa dichiarazione fa un po’ sorridere, perché la marcia avrebbe già dovuto essere cambiata da tempo (Link: “il tempo scaduto da tempo”). Al suo insediamento, 10 mesi or sono, il Governo Letta si definì come il Governo che nessuno avrebbe voluto, un Governo a termine, nato per agire con snellezza, rapidità e risolvere quattro o cinque questioni fondamentali alcune delle quali si trascinano da decenni, il tutto in circa 18 mesi. Una priorità era la legge elettorale che solo adesso sembra possa essere imbastita e modificata, dopo essere stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Sugli altri fronti, non solo per colpa di Letta, ma per le finte priorità che di volta in volta subentravano, per le frizioni, i particolarismi intestini ai partiti ed il protezionismo nei riguardi di vantaggi settari o personali, poco è stato fatto e la dimostrazione è che Confindustria, sindacati, PD stesso, FI, Scelta Civica ed i partiti del centro così come quelli più a destra e sinistra denunciano unanimemente una lentezza ed un immobilismo che non possono far altro che peggiorare una situazione quasi compromessa.

Per quel che riguarda il Governo le opzioni potrebbero essere: un “Letta Bis” con eventuale innesto di forze renziane, gradito particolarmente a Letta e Napolitano che vuole assicurare più continuità possibile in vista delle Euopee, ed anche a Renzi purché non vi siano inserimenti di suoi esponenti e purché la durata residua sia di soli 8 mesi per risolvere le questioni urgenti, le stesse del 2010; le elezioni con l’Italicum o con il proporzionale modificato; un nuovo Governo capace di durare fino al 2018, ma in tal caso le forze dell’Esecutivo, ed ancor di più i piani, dovrebbero essere rivisti e probabilmente questa ipotesi aprirebbe la strada ad una successione di Renzi.
Considerando le inclinazioni di Napolitano, Letta, Renzi ed anche Berlusconi la prima opzione sembra quella più plausibile, benché ci sarà da capire se vi saranno ingressi vicini a Renzi, in che posizioni, e soprattutto il programma e le tempistiche delle riforme.

Detto ciò si comprende l’esclamazione “era ora” di Renzi, perché effettivamente sarebbe l’ora di provare ad aggredire i problemi.
Problemi che da anni sono gli stessi e che ormai tutti i partiti politici mettono all’inizio dei loro programmi, sotto certi punti di vista ormai non così dissimili.
Il Governatore della Banca d’Italia Visco, in occasione del Forex di Roma, ha messo in luce alcuni buoni risultati a livello di credibilità politica, ma soprattutto le difficoltà persistenti di un’economia che probabilmente vedrà nel 2014 una lenta ripresa del PIL che segnerebbe +0.75%, inferiore all’ 1% del Governo, e più allineato allo 0.7% di Confindustria, in ogni caso troppo poco per arginare la disoccupazione ormai al 13%.
La produzione manifatturiera nell’ultimo trimestre 2013 ha visto un leggerissimo miglioramento, ma senza interventi per abbattere il cuneo fiscale, aumentare il potere d’acquisto e la domanda, diminuire la tassazione sul lavoro come intimato dall’Europa, tagliare spesa ed evasione e, per quel che riguarda le banche, concedere più credito alle aziende che fino ad ora se lo sono visto sistematicamente negare, la crescita è ancora lontana e la deflazione potrebbe essere un problema da non sottovalutare.
Per il settore bancario uno stimolo alla concessione di credito può essere rappresentato dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia, ma c’è da vedere se gli istituti non vorranno accantonare questa plusvalenza per affrontare più solidamente gli stress test europei. La possibilità delle creazione di una Bad Bank dove convogliare tutti i crediti deteriorati (ma poi che fine faranno questi crediti?) testimonia come effettivamente il settore bancario in questi anni sia stato poco efficiente non riuscendo ad assistere adeguatamente l’economia ed al contempo concedendo troppo facilmente crediti, tipicamente di grande entità ad una élite molto ristretta, senza sufficienti garanzie; in aggiunta a ciò le necessità di ricapitalizzazione, dovuta a volte all’uso dissennato di strumenti finanziari complessi, di alcune banche, come MPS, Carige, BPM è pari al proprio valore, addirittura superandolo come nel caso dell’istituto di Via Salimbeni. Di certo non una situazione di facile soluzione.
La più critica Confindustria, per bocca del presidente Squinzi, ritiene invece la situazione economica reale addirittura terrorizzante

Qualunque sia il nuovo scacchiere politico che si profilerà, questa volta non sussiste nessuna scusa, le riforme da farsi internamente sono ben note ed in Europa è giunta davvero l’ora di alzare la voce oppure, come andava di moda dire fino a qualche mese fa, battere i bugni sui tavoli di Bruxelles per far capire la nostra importanza all’interno dell’Unione e la necessità di più collaborazione e distribuzione di sacrifici in un momento di difficoltà generalizzato.
La Corte Costituzionale di Karlsruhe si è appena pronunciata sulla legittimità del meccanismo europeo OMT di salvaguardia dei paesi in difficoltà, parte dell’ESM, affermando che un simile giudizio non è di propria competenza, bensì della Corte di Giustizia Europea, alla quale rimanda il pronunciamento non senza esprimersi ritenendo, in accordo con la Bundesbank, che l’accezione di “illimitatezza” sull’acquisto di bond esuli dai poteri della ECB.
Questa sentenza da un lato rappresenta una positiva ammissione di sovranità dell’organo europeo, dall’altro non lesina di criticare, in accordo con la BuBa e con l’austero e rigido spirito tedesco fin qui dominante nelle strategie dell’Unione, le politiche europee.
Mai come ora, oltre ad un impronta più autoritaria degli stati in difficoltà, capeggiati dall’Italia che rappresenta la quarta economia, serve che internamente il Governo tedesco cambi atteggiamento e si mostri più collaborativo poiché deve comprendere che il tessuto europeo è necessario anche alla propria prosperità, probabilmente sarebbe l’ultimo stato ad andare in difficoltà, ma se la situazione continuerà a deteriorarsi anche i tedeschi dovranno arrendersi. A far pressione internamente affinché venga ridimensionato il concetto di austerità e rigore dei conti dovrebbe essere, in stretta collaborazione col governo italiano con il quale esiste un buon rapporto, la SPD, in grande coalizione con la CDU, che annovera nei suoi ranghi anche il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, il quale in un’intervista al QN ha effettivamente denunciato una eccessiva austerità del Governo tedesco, in accordo con le parole di Napolitano al Parlamento EU di Strasburgo, ma ha anche aggiunto che il Governo tedesco è solo uno tra tutti quelli che prendono le decisioni (indubbiamente però il più potente ed quasi dotato di potere di veto).

Per il venturo Esecutivo italiano, qualsiasi esso sia, il da farsi è chiaro (Link: “Italia casa diroccata”), complesso e sfidante, necessita di risolutezza, rapidità, incisività, lungimiranza, autorevolezza dentro e fuori i confini e grande capacità di tessere e mantenere relazioni con controparti europee e mondiali su temi politico-economici, caratteri che fino ad ora sono stati deficitari, ma senza i quali non v’è alcuna possibilità di trovare il bandolo di una matassa intrigata più che mai.

09/02/2014
Valentino Angeletti
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