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Bertolaso VS Giachetti: surreale (per ora) confronto alla “Messi VS Maradona”

Messe alle spalle le primarie romane del PD, non senza polemiche e strascichi che avranno bisogno di tempo per estinguersi completamente, con le quali Roberto Giachetti è stato eletto a candidato democratico, sostenuto da Renzi, per la corsa al Campidoglio, è stata, sabato e domenica scorsi, la volta delle “gazzebarie”, nome con il quale il centrodestra ha identificato le proprie primarie, conformate più come un referendum su Bertolaso, candidato sostenuto da FI e Berlusconi, che si è personalmente speso a sostegno del “City Manager”.

Facendo un  rapido calcolo ed ingaggiando un duello virtuale molto interessante, benché, parlando a livello scientifico, poco significativo (una sorta di Maradona VS Messi), possiamo dire che le primarie del PD hanno portato al voto circa 42’000 persone, su un target sperato di 70-100 mila elettori (non un trionfo dunque), mentre, a fronte di una prospettiva di 10 mila votanti, le gazzebarie, secondo dati ufficiali, un range tra le 45 e le 48 mila persone (facendo, stavolta a ragione, gridare al successo gli organizzatori). Supponiamo che in ambedue i casi, ragionando per difetto, i votanti siano stati circa 40 mila: nel CDX il 90% ha sostenuto Bertolaso, mentre, per il CSX, è stato il 60% a sostenere Giachetti il restante 40% principalmente ha messo la crocetta sul nome di Morassut. Parlando quindi in termini assoluti la situazione vede circa 36 mila voti in favore di Bertolaso e 24 – 25 mila in sostegno di Giachetti.

Da notare che i partecipanti alle primarie del CDX sosterranno tutti Bertolaso, mentre dei 40 mila votanti alle primarie del PD non tutti coloro che non hanno votato Giachetti ripiegheranno sul candidato renziano, poiché, viste le forze disgregatrici interne al PD e l’avversione che molti elettori hanno nei confronti delle larghe intese renziane, del patto del nazareno e del supporto verdiniano, potrebbero decidere di astenersi o di schierarsi per il M5S.

Ciò detto, parrebbe che Bertolaso parta già in pole position, ma lo strappo di Salvini e la possibile discesa in campo della Meloni spariglierebbero senza dubbio le carte, compromettendo definitivamente l’eventuale vittoria di Bertolaso.

Considerando lo scenario a valle di questa breve analisi ed alla luce del seguito che il M5S si prevede che abbia nel capoluogo, non abbiamo difficoltà nell’affermare che le elezioni amministrative capitoline saranno oltremodo succulente, non avare di sorprese e significati decisamente estendibili su scala nazionale.

14/03/2016
Valentino Angeletti
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L’uscita di Verdini da Fi e lo schieramento in favore del Premier. Quali conseguenze?

Distogliendo un attimo lo sguardo dal panorama europeo, dove a catalizzare l’attenzione è la vicenda greca, e rivolgendolo all’interno dei confini nostrani, un elemento importante che ha caratterizzato la scena politica di questi giorni è stato senza dubbio l’uscita di Denis Verdini da Forza Italia.

Verdini è un “berlusconiano” di lungo corso, anche se, per la sua influenza, non faremmo torto a nessuno se dicessimo che forse è Belusconi ad essere stato un po’ verdiniano. Il factotum toscano è stato un pilastro di Forza Italia praticamente dalla sua nascita, fedelissimo al Cavaliere  e di estrema utilità al partito, che ha servito mettendo a disposizione tutta la sua rete di conoscenze, la sua indubbia influenza, nonché il suo acume politico. Verdini era stato uno dei principali sostenitori del patto del Nazareno, anche rischaindo di creare fratture interne con quegli esponenti di Fi che non avrebbero voluto trattare con Renzi. Da ciò si desume, una volta in più, la sua arguzia: egli aveva capito che Renzi in quella fase storica e per molti anni ancora, sarebbe stato il leader incontrastato, essendo scarno e disorganizzato il panorama degli oppositori. Nonostante ciò Verdini aveva anche intuito che probabilmente, per le politiche che era intenzionato a proporre e per la natura stessa, storicamente conflittuale, del PD, il Premier avrebbe avuto alcune difficoltà interne, cosa poi verificatasi, e quindi necessità di un supporto esterno. Il supporto sarebbe venuto proprio dal vituperato Patto del Nazareno. Rimane vero il vecchio adagio: “se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico”. Se il Patto del Nazareno per le riforme fosse andato avanti indisturbato, Fi avrebbe potuto godere di spazi politici che i semplici numeri elettorali non le avrebbero mai messo a disposizione. Avrebbe potuto prendere tempo, sostenendo l’operato del Governo, per riorganizzarsi internamente, rinnovare i dirigenti, creare una linea politica attualmente assente, trovare un reale leader dal carisma e dalla verve comunicativa di Renzi (o prima di lui del Berlusconi dei tempi d’oro, del resto tra i due la somiglianza è lampante, quasi imbarazzante).

A rompere i piani di Fi si è palesata però l’elezione del presidente della Repubblica. L’appoggio di Renzi a Sergio Mattarella, osteggiato invece da Forza Italia e da Berlusconi in particolare, è stato il pretesto per sciogliere il patto. Da quel momento in poi sia il PD di Renzi che Fi si sono indeboliti, ma ad avere la peggio è senza dubbio stato lo schieramento di centro destra. Per il PD la rottura del Nazareno avrebbe comportato il dover lottare internamente, ed eventualmente cercare supporto esterno (ma NCD è forza di governo e sta ottenendo riforme decisamente allineate al loro programma, nonostante numeri decimali) estemporaneo, per le riforme più delicate e divisive. Ne abbiamo avuto riprova col JobsAct o con la riforma della Scuola solo per citare le più chiare, ma ne avremo ulteriore evidenza quando sarà la volta dei diritti civili. Per Fi invece, la fine del Nazareno coincide con il suo ritorno nell’irrilevanza, surclassata com’è da M5S di quasi un 10%, ma anche dalla Lega Nord, vero fulcro attuale dei movimenti di centro destra.

L’impossibilità di Fi di riprendere importanza nella scena politica, complici anche le fuoriuscite di Bondi, Cicchitto, Repetti ed altri nomi illustri, la rottura interna con Fitto, le costanti divergenti vedute con la Rossi, è stata immediatamente limpida a Verdini.

La strategia dichiarata del toscano era quella di appoggiare il il piano di riforme del Governo, sicuro della sua forza, spuntando cessioni che vista la caratura del personaggio, Verdini, non sarebbero state banali. L’idea però non ha più coinciso con quella di Berlusconi. Per questa differenza di vedute Verdini ha deciso, durante una cena i cui toni non dovrebbero esser stati proprio gioviali, di lasciare Fi e creare un gruppo parlamentare.

I membri ascrivibili all’entourage verdianiana oscillano tra 10 e 13, il loro peso potrà essere determinante, non tanto alla Camera, quanto al Senato, dove il Governo si trova a lottare “alla giornata”. Tale circostanza potrebbe far pensare che il Premier, forte dell’appoggio del nuovo gruppo, ne esca rinforzato nelle partite per le riforme. In realtà la fuoriuscita di Verdini ed il suo posizionamento dichiaratamente in favore del premier, potrebbe essere un coltello con lama a doppio taglio. La Minoranza Dem, infatti, non digerisce di buon grado l’apporto esterno verdiniano, da una parte per l’avversione nei confronti del personaggio, nemico politico fino a pochi istanti prima, dall’altra perché per il suo supporto potrebbero doverglisi concedere vantaggi in determinati impianti di riforme. La mossa di Verdini potrebbe dunque rischiare di accelerare quel processo, se non di disgregazione, di indebolimento interno del PD, da tempo evidente, già iniziato e concretizzatosi con le uscite di Cofferati, Civati e Fassina. L’Ex (dopo aver dato le dimissioni) Capogruppo alla Camerda del PD, Roberto Speranza, convinto oppositore dell’alleanza con Verdini, sostenendo che ciò rallenterà il cambiamento dell’Italia, ha twittato:

Tweet Speranza 25/07/15Chiaro è che il clima interno al PD sia sempre più incandescente e si fatica a capire come possano credere ancora nella loro Ditta, rivoltata come un calzino dal Marchionne toscano della politica, il buon Bersani e Cuperlo.

Forse dell’indebolimento e del progressivo, lento, sfaldamento del PD si giova proprio Denis Verdini, che tutt’altro che stupido, potrebbe aver previsto e cercato di forzare la reazione Dem col fine ultimo di convergere verso un grande partito della Nazione, una sorta di nuova DC, concetto a cui i toscani Matteo e Denis sono molto legati.

Benché non un pilastro nè un architrave, lo sparuto gruppo do Verdini potrebbe candidarsi a mattoncino del nuovo grande partito della Nazione. Il gruppo, pur piccolo numericamente, di sicuro ha una certa influenza politica e mettendo a disposizione le reti di contatti e conoscenze, potrebbe essere un importante supporto per il progetto “Partito unico della Nazione”.

25/07/2015
Valentino Angeletti
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Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto

NazarenoLa premessa da tenere a mente e che ormai avremmo dovuto imparare a far nostra, è quella che nella politica nulla ha contorni chiari e definiti e tutto può essere assai differente da come appare. Le risposte e le letture più ovvie, semplici e talvolta scontate possono essere fuorvianti ed in ultimo smentite da fatti non ponderati precedentemente, parimenti è altresì vero che  spesso, come vuole il dicotomico metodo del rasoio di Occam, le soluzioni e le letture più semplici son quelle che poi si rivelano corrette. Questo per dire che niente è scontato e che la politica, in Italia a maggior ragione, può riservar sorprese sempre e comunque tanto i rapporti tra le forze e le strategie sono come le geologiche zolle tettoniche, mutevoli e semoventi, che quotidianamente, benché di pochissimi ed impercettibili frazioni di millimetri, scivolano l’una sull’altra.

Non fa eccezione la rottura sul patto del Nazareno. Lo strappo attorno alla metodologia utilizzata per l’elezione del Presidente della Repubblica è ritenuta una ferita insanabile da parte di Forza italia, tanto che le reazioni interne sono state veementi. Per tutta onestà va ricordato che fin da subito Renzi aveva escluso l’elezioni Quirinalizie dal perimetro del Nazareno, mentre FI, annoverando le elezioni Presidenziali tra le riforme istituzionali, anzi, la riforma istituzionale per eccellenza, ha sempre ritenuto il confronto e la scelta condivisa del nome tra FI e PD di Renzi un elemento fondamentale del Patto, rendendosi disponibile a sostenere un candidato vicino al PD purché inserito nella loro rosa di proposte.

In FI le divisioni già evidenti si sono ulteriormente acuite, Fitto spinge per lo scioglimento dei vertici del partito in modo da ricominciare da zero con nuove modalità di nomina della classe dirigente, sia un’elezione primaria oppure un nuovo congresso, mentre è il consigliere politico di Berlusconi, Toti, a confermare la sospensione o rottura del Patto, sostenuta con toni più pacati anche da Romani che pur mantiene possibile il supporto di FI alle riforme necessarie, tutte dal suo punto di vista. Romani quindi confermerebbe un sostanziale mantenimento in vita del Patto. Sorprendenti sono state invece le dimissioni avanzate da membri storici e fondatori del partito di Berlusconi, quali Brunetta e lo stesso Romani, dimissioni che sono state poi respinte dallo stesso Silvio Berlusconi.

La prima domanda da porsi, proprio tenendo a mente quanto detto inizialmente, è se il Patto Nazareno sia davvero rotto o o se invece sia solo un bluff da parte di FI per cercare di dare l’impressione, incassata la sconfitta del Colle, di un maggior potere negoziale nella trattativa con Renzi e con il Governo? Del resto è innegabile che il supporto dei voti di Berlusconi siano stati decisivi per il passaggio in aula di alcune riforme, tra cui l’Italicum. Con tutta probabilità FI vaglierà ogni riforma, ma potrebbe continuare a garantire il suo supporto ben conscia com’è che in questo momento la sua forza, parimenti al suo elettorato, è ridotta se non all’osso al tessuto connettivo immediatamente prossimo e che una sua uscita dal Nazareno, rendendola inquadrabile come fattore impediente per le riforme, darebbe adito alla facile critica nei confronti dei suoi membri di voler bloccare un paese che invece ha la necessità immane di progredire riformandosi presto e soprattutto bene. Berlusconi è troppo furbo e di esperienza per non aver valutato simili conseguenze.

Supponendo invece una definitiva rottura del Nazareno chi avrebbe la meglio e chi invece la peggio? La risposta è complessa, ma è possibile fare un’analisi.

Ad uscirne indebolita, checché ne dicano i suoi componenti, è FI. Ha perso una posizione quasi di Governo e, considerando il risanato legame tra Renzi e l’ala del PD che guarda più a sinistra, anche le condizioni che può avanzare, i veti che può opporre ed i voti che può precludere al percorso delle riforme sembrano meno incisivi che in passato.  In aggiunta a ciò il tessuto del partito risulta molto precario andando a toccare anche i le basi storiche del partito.

In situazione neutrale si trova NCD, forse leggermente in miglioramento proprio in conseguenza all’indebolimento di FI. La sua posizione rimane comunque minoritaria ed Alfano, considerando anche i voti che la nascitura formazione di Corrado Passera, “Italia Unica” drenerà da NCD, non può che essere soddisfatto della rappresentanza in termini di ministri che continua ad avere allocati nel Governo.

Il PD va diviso in PD di Renzi ed ala più a Sinistra, cosiddetta minoritaria. Per il “PD-minoritario” si apre l’opportunità di avere un margine di trattativa più ampio nei confronti di Renzi che adesso dovrà confrontarsi e prestare maggior ascolto alle richieste di questa parte dei Democat. L’elezione del Presidente Sergio Mattarella ha ristabilito un certo equilibrio ed una certa fiducia interna nonostante qualche attrito sulle riforme permanga ed è proprio su queste che Renzi probabilmente si vedrà costretto a cedere qualche metro, come del resto potrebbe dover fare sulle tematiche più in bilico anche con SEL, che dunque riconquista un po’ di centralità.
Vi è in ultimo il PD di Renzi, quello di Governo. La sua posizione rimane dominante, può in un certo senso non curarsi troppo delle dichiarazioni e delle azioni di FI sul Nazareno, anche se le esternazioni di suoi primi esponenti come Lotti Luca o Serracchiani Debora dovrebbero essere più pacate perché se è vero che anche senza FI è possibile per il PD approvare le riforme, dall’altro lato è altrettanto vero che si renderà necessario un maggior dialogo ed una maggior apertura verso le richieste della minoranza PD e di SEL. Questo comporterà indubbiamente un cambio di strategie, meno vicino ai requisiti richiesti da NCD e FI, in tema di legge elettorale, legge sul lavoro e diritti civili (tematiche in cui è estremamente competente ed in cui può, e ci auguriamo che lo faccia, entrare nel merito il Neo Presidente Mattarella). Tal circostanza non è che sia drammatica per il Premier, non sono i dettagli dettati dalle minoranze ed impensierirlo nel percorso delle riforme, una concessione a FI, al M5S che valuterà il suo supporto di volta in volta od una alla minoranza PD/SEL al fine di far approvare una riforma poco cambia dal suo punto di vista. L’obiettivo è correre incessantemente senza fermarsi, potendosi così fregiare di aver ottenuto l’approvazione di Camera e Senato. Quali siano le ultime decine di voti necessari è di secondaria importanza visto che mediaticamente il loro risalto è infinitesimale rispetto al fatto di aver ottenuto voto parlamentare favorevole. Ovviamente i mutati rapporti di forza dovranno far mutare approccio al Premier orientandolo alla riconquista degli elettori più sinistrorsi e drenando il M5S, anch’esso sempre meno solido e sfaldato dalle fuoriuscite ed espulsioni come da un atteggiamento prettamente ostruzionista e poco costruttivo. Il prezzo da pagare potrebbe dover essere una perdita di voti lato centro e centro destra che comunque sono stati e rimangono importanti nel portfolio del Governo; da questo punto di vista arrivano in soccorso al Premier fiorentino le divisioni interne a FI e la sua perdita di credibilità, così come la nascita della formazione Italia Unica di Corrado Passera che, in quota ancora ignota, andrà per forza di cose a sottrarre voti alla stesse FI ed NCD.

In sostanza anche in questa situazione il Premier può far spallucce e correre, eventualmente le elezioni anticipate non spaventano anzi ora meno che mai vista la cresciuta inconsistenza degli avversari. Il Guitto Fiorentino può muoversi camaleontico nella scena politica italiana, giocando in casa come sotto la cupola del Brunelleschi all’ombra del campanile di Giotto, traendo vantaggio da ogni situazione come è topico per chi è già collocato in posizione di netto vantaggio forte per giunta dell’assenza di avversarsi tali da poter recare una preoccupazione che non sia poco più di un grattacapo.

04/02/2015
Valentino Angeletti
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Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi

Mattarella-RenziHabemus, lo abbiamo, il nuovo presidente della Repubblica italiana è Sergio Mattarella. Un giudice, un uomo di legge e di Costituzione, esperto conoscitore del diritto, preciso e sicuramente non sorvolerà sopra le riforme costituzionali senza entrarvi nel dettaglio. Di famiglia e di trascorsi legati alla lotta anti mafia. Una persona più che stimabile, rispettabile, all’altezza, con la sola unica lacuna di non avere quello spessore internazionale e quella notorietà in europa e nel mondo di altri candidati, ma del resto è vero che dove le istituzioni politiche fossero tutte all’altezza dei loro compiti e mandati, neanche spetterebbe al Presidente della Repubblica, bensì a quello del Consiglio o tuttalpiù degli esteri o della difesa, rapportarsi con altri attori globali. Sicuramente svolgerà in modo egregio il proprio lavoro, meticolosamente e diligentemente e sarà in grado di rappresentare tutti gli italiani e tutte le parti politiche, anche quelle che non lo hanno sostenuto.

La mossa Mattarella però è indiscutibilmente il capolavoro di Renzi (vedi link a fondo pagina), il masterpiece della sua lunga carriera politica. Il Premier è stato in grado di sfruttare ed insinuarsi nelle debolezze di ogni suo oppositore senza proporre, e questo è stato il primo elemento del suo successo, un candidato di rottura. Mattarella è un candidato trasversale, più che accettabile e gradito a tutti, in teoria tale da riscuotere, visti i suoi trascorsi cattolici e democristiani, maggiori favori tra le file di NCD che di SEL. Nessuno infatti ha avuto motivo per sollevare obiezioni sulla persona, quello che è stato criticato a Renzi dal centro destra è stato semmai il merito, anche se si sospetta che a rendere indigesto quel nome a Silvio Berlusconi sia stato il precedente sulla legge Mammì che il Cavaliere evidentemente non ha dimenticato.

Partito Democratico
Il Premier è stato abilissimo e con una manovra perfettamente riuscita è stato in grado di riunificare il PD, andando addirittura a muovere a commozione la Bindi per l’anima democratica, cattolica e l’impegno nella lotta alla mafia del nuovo Presidente, e di riportare nell’orbita dei Democratici anche SEL di Vendola. La leva che ha consentito tutto ciò è il pallino della vecchia sinistra, mai superato e spesso controproducente. Un vecchio vizio che denota una limitata visione strategica di questa ala di sinistra, ossia l’antiberlusconismo, un dualismo portato agli eccessi che in certi casi, comportando una quasi totale attenzione sull’avversario e sulla sua critica rispetto al supporto dei propri elettori ed alla raccolta di consenso trasversale, ha portato direttamente alla sconfitta (se non va bene a Berlusconi va bene noi e viceversa, sembrava essere lo slogan). La vecchia sinistra c’è ricascata ed è bastato avanzare un nome che, forse esulando dal patto del patto Nazareno, non piacesse all’eterno rivale per far sciogliere in brodo di giuggiole SEL e minoranza democratica (entusiasta il siciliano Mineo come Nichi Vendola) tanto da estasiarli in tal modo che nel processo di riforme in atto potrebbero non aver difficoltà ad accettare decine di altre abolizioni dell’Articolo 18.

Forza Italia
FI è stata surclassata, utilizzata per supportare alcune riforme come l’Italicum in cui Berlusconi è stato effettivamente fondamentale. Sono state sfruttate le divisioni interne con l’ala di Fitto. E’ stata consultata, è stato proposto un candidato sul quale non potesse essere mossa alcuna obiezione cosa che di fatto non è avvenuta essendo stato criticato solo ed esclusivamente il metodo, ma nella decisione finale è stata scaricata. In tal modo Matteo Renzi ha potuto dare prova che il “sodalizio Nazareno” esulava dall’elezione Qurinalizia. Ora il processo riformatore potrebbe subire rallentamenti ed essere messo alla prova da una più dura opposizione di FI, ma sussistono ancora alcuni elementi che possono neutralizzare ed anestetizzare ogni sua velleità: si tratta del decreto legge delega fiscale che sarà in discussione il 20 febbraio, sospeso per la norma detta slavaberlusconi del 3% inserita sommessamente nelle notti pre natalizie e delle norme sulla depenalizzazione di alcuni reati e delle tempistiche per la prescrizione dei processi. Elementi che potrebbero toccare direttamente la sfera delle aziende di Berlusconi (non a caso anche Confalonieri, gran visir dell’impero aziendale del Cavaliere di Arcore, è stato interpellato per la partita sul Colle) e della sua agibilità politica.

Nuovo Centro Destra
NCD ha provato ad obiettare sulla scelta di Mattarella, sempre muovendo critiche al metodo e non alla persona. Probabilmente si è sentito gettato in disparte, nonostante sia alleato di Governo, ma del resto con le percentuali elettorali di cui gode non poteva attendersi altro trattamento. E’ parsa più una presa di posizione ed un tentativo di forzare la mano senza il realismo di chi dovrebbe sapere di non aver la minima possibilità di avanzare alcuna richiesta. Sergio Mattarella d’altronde è un candidato più vicino ad NCD ed Alfano che a Vendola e SEL ed in ultimo, un po’ per il richiamo all’ordine di Renzi e Napolitano al Ministro dell’Interno che storicamente ha sempre votato a favore del candidato alla presidenza della Repubblica in seguito eletto e poi dalla “sicilianità” di Alfano condivisa col Presidente Mattarella. L’aspetto geografico è molto importante per NCD che riscuote un buon seguito in Trinacria ed il non supportare il conterraneo Mattarella avrebbe causato un sicuro calo di consensi tra i siciliani, molto attenti a simili aspetti territoriali.

Movimento 5 Stelle e Lega
La Lega supportando un improbabile (per la Presidenza della Repubblica, perché nel suo ambito giornalistico è un Maestro) Vittorio Feltri ha deciso di neppur partecipare ai giochi ed ha conferito ai suoi grandi elettori un ruolo puramente secondario. Lo stesso si può dire del M5S, condannata dai suoi vertici e dai suoi meccanismi alla perenne irrilevanza ogni qual volta vi sia una partita politicamente importante nel quale avrebbero avuto modo di farsi valere ed avere voce in capitolo. Nella giostra del Colle avrebbero potuto sicuramente mettere in difficoltà il Governo lanciando fin da subito un nome scomodo come Prodi o Bersani e cercando di tentare l’ala più a sinistra del PD e SEL, invece la scelta che hanno fatto con le “quirinarie” li ha relegati, come spesso già accaduto ed in modo anche non troppo rispettoso del 19-22% di elettori, al ruolo men che marginale di oppositori e critici fini a se stessi. Il Movimento conferma che quando si deve sfoderare l’arte politica del dialogo, della trattativa e del compromesso tutte naturali appendici della democrazia, non sono in grado di tenere la partita.

I nuovi rapporti di forza nel panorama politico italiano potrebbero mettere a repentaglio o rallentare il processo riformatore necessario al paese. Sembra però che la minoranza PD e SEL, presi come sono dal turbinio dei sensi e dal godimento, siano stati domati ed addomesticati da un virile Alessandro Magno alle prese più che con uno scatenato Bucefalo con un mite agnellino appena appena irrequieto, e che il centro destra ne esca ulteriormente diviso, sfaldato e provato, con un Berlusconi oberato tra il tentativo di riunirne le fila per ricreare una coalizione da secondo piazzamento (con Fi come partito e lista principale), la norma fiscale e le altre riforme costituzionali che lo interessano direttamente (e che ora hanno anche il vaglio Sergio Mattarella da superare). Il Premier ne esce rafforzato, con ancor meno e più deboli avversari rispetto a prima (il che è tutto un dire) e se le riforme, per come le vuole lui, fossero davvero impedite da eventi terzi, le elezioni non spaventerebbero di certo, anzi rappresenterebbero l’opportunità di legittimarsi col voto popolare rafforzando e marchiando definitivamente un Esecutivo totalmente sotto la sua stella.

Proprio  ora che alcuni dati sono positivi, pur lontanissimo dall’avere un qualche carattere strutturale (i 100’000 posti di lavoro in più certificati in dicembre 2014 sono solo il rimbalzo del gatto morto dovuto alla stagionalità ed al mese in cui le richieste di manodopera stagionale a causa delle festività aumentano), si deve tentar di stabilizzarli.

Alcune condizioni al contorno sono fortuitamente positive con il petrolio ai minimi, l’Euro basso per l’operazione QE che, pur nonostante volta a ristabilire l’inflazione, dovrà essere utilizzata anche per sbloccare il credito e consentire investimenti, ma la la situazione rimane complessivamente fragile ed instabile a livello europeo. La Grecia sta vivendo un momento delicato in cui misconosce la Troika e tratta con l’UE sul proprio debito ed ove la Russia, alle strette dal declassamento a junk di S&P, dalle sanzioni inflitte e dalla lotta sul prezzo del greggio, sta cercando di raccogliere qualche partnership e lo sta facendo anche con la stessa Grecia da un lato per la posizione strategica militarmente e per alcune licenze petrolifere nell’Egeo e dall’altro per indebolire l’UE, offrendo ad Atene supporto economico. Le tensioni internazionali si acuiscono e per la sicurezza dell’Unione il 2014 è stato, secondo la NATO, l’annus horribilis.

In questo scenario il processo di riforme in Italia non si può rallentare o interrompere, deve proseguire e deve portare risultati concreti possibilmente nel breve-medio termine lavorando a sostegno di famiglie ed imprese, sulla riduzione delle spese, sul taglio delle tasse, ridistribuzione della ricchezza, sul sostegno al credito ed ai consumi interni oltre che all’export. Questi i temi, principalmente economi, in cui Renzi, vincitore indiscusso della elezione del presidente della Repubblica dal quale esce immensamente fortificato, dovrà impegnarsi, mettendo alle spalle pensieri precostituiti e prese di posizione ostinate e coinvolgendo ogni forza parlamentare fatto salvo che, qualora si ricadesse in una pastosità tutta italiana, le elezioni anticipate non sarebbero blasfemia.

Link: Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi

31/01/2015
Valentino Angeletti
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Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi.

Giorno 2 dei 3 che dovrebbero conferire alla Repubblica Italiana il 13° Presidente. In programma 2 votazioni ove si attende ancora un nulla di fatto per via della maggioranza qualificata di 2/3 dei 1009 grandi elettori richiesta. Sabato invece con la riduzione a maggioranza semplice, 1/2 dell’assemblea, la situazione potrebbe sbloccarsi e portare Mattarella definitivamente sul Colle.

Al momento l’impressione che più facilmente e superficialmente, e non per questo necessariamente errata, si ha è quella che Renzi si sia voluto mettere alle spalle il Patto del Nazareno per cercare di riunificare il PD proponendo un candidato che fosse più che accettabile da tutto il suo partito e da SEL, in modo da garantirsi una maggioranza semplice senza il supporto berlusconiano.

Dai risultati delle prime votazioni emerge che Renzi ha un margine di “sicurezza” sulla quota minima di 505 voti necessari per eleggere il presidente, secondo i suoi piani, alla quarta votazione di 45-60 voti, può permettersi quindi tra l’8 ed il 10% di franchi tiratori, non altissimo ma è vero che i franchi tiratori esistono anche negli altri partiti. I numeri non sono enormi e “vincere” con un risicatissimo vantaggio sarebbe senz’altro segno di debolezza e foriero di possibile instabilità governativa.

Berlusconi, manifestamente indignato e deluso, al momento ha adottato la linea della scheda bianca e lo farà, in rispetto al candidato che lo ha ringraziato per questo atto di stima, anche alla quarta chiama. Quello che FI biasima non è tanto il nome, autorevolissimo, ma il metodo che prevarica il Patto del Nazareno. Da ricordare che Renzi ha sempre sostenuto che il Patto è solo ed esclusivamente sulle riforme, nessuno cenno al Quirnale dunque. Benché paia difficile da credere, il Premier apparentemente si è mosso in quella direzione forse tradendo le aspettative del sodal Berlusconi.

Ora, le possibilità in campo sono molteplici e non è detto che la partita su Mattarella sia semplice e limpida, i franchi tiratori potrebbero lanciare un’imboscata, ma il PD effettivamente sembra unito e coeso su Mattarella ed a dire il vero l’attuale carisma dei vari Fassina, Civati finanche dello stesso Bersani e di tutti quelli ascrivibili alla minoranza Dem, testimoniata dall’inconsistenza delle loro azioni al di là di pungenti dichiarazioni critiche con il Governo, lasciano il tempo che trovano e non fanno pensare ad una sufficiente forza.

Una seconda ipotesi potrebbe essere quella di una strategia Renzi – Berlusconi che, nell’ambito del Nazareno, potrebbero aver lanciato Mattarella in modo congiunto fin dalla prima votazione per poi bruciarlo e dirigersi verso un altro candidato che spunterebbe a sorpresa alla quarta votazione. Ma questa ipotesi pare fantascienza, meno da fantascienza l’ipotesi di un convincimento di Berlusconi ad accettare, magari non appoggiandolo direttamente mantenendo un basso profilo, Mattarella in cambio di una contropartita che vedremo in seguito.

Un punto fa molto pensare, ed è il motivo per cui se è vero che Renzi ha agito per riunificare il PD non lo abbia fatto rompendo con Berlusconi in modo più netto e proponendo Prodi o Bersani (giusto per fare due nomi, ma ve ne sono altri) potendo probabilmente contare in tal caso anche dell’appoggio immediato di buona parte del M5s assicurandosi di forza un’ampia vittoria.

Gli scenari sono molti ed ogni pronostico può essere facilmente disdetto.

La situazione attuale più gettonata lascia pensare ad un PD ringalluzzito e felice di aver trovato una nuova unione, la rinascita della sinistra e le manifestazioni di consenso vengono da tutte le parti, da Fassina alla Bindi, ad un NCD e FI delusi, con un Berlusconi tradito ed un Fitto che invoca lo scioglimento del partito, ad un SEL soddisfatto del candidato non ascrivibile al Nazareno e a un M5S che pur supportando Imposimato, vincitore delle quirinarie, non sembra avverso al Giudice della Consulta in caso risultassero decisivi. Strada spianata per Sergio Mattarella quindi? Sembra l’ipotesi più probabile, ma attendiamo. Venerdì giornata interlocutoria senza nulla di fatto e sabato decisivo.

La sinistra Dem però dovrebbe attendere a gioire e porsi qualche domanda sul futuro, così come Renzi. Supposta una vittoria di Mattarella ed archiviata l’elezione del presidente della Repubblica, si tornerà a dover affrontare i temi della “quotidiana attività parlamentare” ed in particolare portare in porto e dare attuazione alle riforme (come intima l’UE non serve annunciare riforme se poi esse non vengono rapidamente messe in pratica e che quindi non dovrebbero subire rallentamenti). La rottura con Berlusconi potrebbe portare FI a non supportare più il premier nel processo riformatore, Brunetta così come Gasparri hanno avanzato esplicitamente questa ipotesi, legando più strettamente il Premier alla sinistra Dem. L’italicum è passato anche grazie a FI senza la quale non avrebbe avuto la maggioranza alla Camera ed anche il JobsAct con l’abolizione dell’Articolo 18 è stato supportato da FI, ma non dalla sinistra Dem. Adesso il Premier si “getta nelle mani” dei “dissidenti” PD e forse dovrà rivedere alcune delle sue propose ed alcuni rapporti, in particolare coi sindacati, per garantirsi il loro supporto; oppure potrebbe essere, ipotesi più probabile, la sinistra del PD a piegarsi ed accettare le proposte Renzi quandanche lontane da propri ideali e linee di pensiero, come “ringraziamento ed ossequio” nei confronti della concessione di un presidente fuori Nazareno, ma sicuramente ben lontano, pur nella massima rispettabilità, dal concetto di rinnovamento delle istituzioni e della politica che Renzi ha sempre detto di voler sostenere. Da tale considerazione emerge nuovamente la necessità, se l’unità e l’idea che lo anima, di un esame approfondito all’interno del Partito Democratico ed una chiarificazione nei confronti dei propri elettori su quale sia la linea da intraprendere.

Renzi però è un eccellente giocatore, sfacciato e cinico, ed ha due potentissimi assi nella manica nei confronti di Berlusconi. Il primo è decreto sul fisco.  La legge delega fiscale, assieme ad altri provvedimenti in campo economico e di giustizia, che il governo dovrà affrontare prossimamente potrebbero essere l’elemento che tiene imbrigliato Berlusconi mantenendo la validità del Nazareno e costringendolo a supportare le sue riforme. Berlusconi così avrebbe “ingoiato” Mattarella accettando la sconfitta sul piano politico, per avere in cambio (contropartita a cui ci si riferiva sopra) supporto in ambito economico (le consultazioni con Confalonieri, gran visir delle sue aziende, fanno pensare) e in ambito legale (prescrizione, depenalizzazioni ecc). Il Governo sarebbe nuovamente influenzato in modo sostanziale dal Cavaliere.

Il secondo invece trattasi della possibilità, dopo la rottura con FI alleato sulle riforme, lo strappo con NDC alleato di Governo ed una risaldatura nel PD  tanto da spingere Mineo Corradino ha parlare di rinascita della sinistra, di correre con impeto verso le elezioni anticipate (maggio) che consentirebbero al Premier di formare un Governo totalmente suo, senza NCD e liberandosi anche della minoranza Dem, ed a Berlusconi (che punterebbe alla seconda posizione con una riunificazione del centro destra) di nominare direttamente i suoi parlamentari.

Infine le elezioni, in caso di rottura sulle riforme sia con Berlusconi come ritorsione per il Quirinale che con la minoranza PD per le differenti visioni politiche nel merito, potrebbero risolvere anche questo impasse con la quasi scontata riconferma renziana.

Solo tempo ed attesa, e forse neppur loro, riusciranno a dare un quadro più chiaro dell’evolversi dei fatti, di certo i rapporti di forza nella politica italiana sono già cambiati, molte sono le potenziali evoluzioni e molti saranno i vinti, paradossalmente tutti potrebbero esserlo, tranne uno: il Premier Renzi.

Valentino Angeletti
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Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
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Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama

Politicamente importanti in queste ore, soprassedendo per qualche istante la successione Quirinalizia che da tempo anima il dibattito ed in merito alla quale si stanno svolgendo serrati incontri per la definizione del candidato comune più ampiamente condiviso, ma anche strategie alternative atte alla stesura di chissà quali imboscate, sono le discussioni, animatissime come conviene al più consueto italico costume, su Investment Compact e sulla legge elettorale “Italicum”.

Relativamente all’Italicum i punti cardine più caldi sono l’attribuzione del premio di maggioranza e le liste bloccate. La divisione che rischia di far vacillare il patto del Nazareno risiede principalmente nei nodi dell’attribuzione del premio di maggioranza alla lista, ipotesi prediletta dal PD essendo i Democratici il partito con più votanti in assoluto, o alla coalizione, opzione preferibile per FI (non necessariamente a Berlusconi che potrebbe appoggiare Renzi sull’Italicum chiedendo poi sul contropartita al Quirinale) in quanto così facendo esisterebbe una remota possibilità anche per una eventuale coalizione di centro destra da far comunque rinascere dalle sabbie di un deserto tartaro ove attualmente è il nulla, e delle liste bloccate o meno. Riguardo al blocco delle liste invece i maggiori dissensi sono interni al PD ove, secondo i detrattori che annoverano tra le loro fila anche Bersani, Mineo e Civati, l’impostazione renziana consentirebbe la perpetrazione di un Parlamento di nominati. Dopo l’uscita di Cofferati, la quale inevitabilmente apre nel partito un’evidente ferita che prima si cercava di nascondere, ogni tensione interna al PD, inclusa quella sull’Italicum, può essere l’innesco di un’implosione. I Democratici tendono a minimizzare, ma la possibilità è concreta e gli stessi vertici Dem lo sanno bene come sanno, pur rimanendo ignota la reale magnitudo, che l’elezione del nuovo Presidente non sarà immune da quei sentimenti dissenzienti talvolta quasi rancorosi. Sull’Italicum anche in FI si è potuto osservare una presa di coraggio di un manipolo di dissenzienti fattosi col trascorrere delle ore più consistente che nella segretezza del voto Quirinalizio potrebbero far fronte comune con i Democratici “riottosi” .

Passando all’Investment Compact (IC), al suo interno v’è una proposta passata sotto silenzio ma che fa riflettere sullo stato del nostro paese e risponde ad alcuni perché, ma la misura nell’occhio del ciclone riguarda la nuova strutturazione delle banche Popolari e di Credito Cooperativo.

La prima proposta a cui mi riferisco è la garanzia di esenzione da ogni modifica normativa e legislativa, inclusi eventuali pagamenti retroattivi (tanto frequenti in Italia) che nuove norme potrebbero eventualmente introdurre, che l’IC assicurerebbe alle imprese che investono almeno 500 milioni di € in Italia e per tutta la durata dell’investimento. Assolutamente corretta questa misura come corretto e doveroso è cercare di attrarre ed attivare capitali ed investimenti, ma viene da chiedersi perché quello che dovrebbe essere un diritto (più di buon senso ed equità che di conformazione prettamente tecnico-accademica) per tutti: cittadini ed imprese, venga quasi presentato con questa norma dell’IC come una particolare forma di trattamento che è effettivamente assente in Italia, ma un principio comune altrove? Perché se sono un privato cittadino, una PMI, un artigiano o una partita IVA posso subire ogni modifica e mi può essere richiesto di corrispondere emolumenti su periodi trascorsi dovuti a modifiche or ora introdotte ma con attuazione retroattiva che spesso paiono confliggere evidentemente col principio di intoccabilità dei diritti acquisiti che sempre è valido per certi, privilegiatissimi, trattamenti (che magari possono pure giudicare o partecipare al giudizio in merito alla correttezza costituzionale della norma che li andrebbe a penalizzare)? In sostanza si fa passare ciò che dovrebbe essere normale, e lo è ampiamente altrove, come una concessione, che sicuramente potrà portare qualche grande investimento in più, ma potrebbe far pensare a qualche PMI (quelle che non lo hanno già fatto) di essere finite nel paese sbagliato. Ben vengano i grandi investimenti e ben vengano tutte le misure al loro sostegno, ma bisogna far in modo che anche le PMI e gli artigiani godano di simili o medesimi trattamenti così da dare spinta anche agli investimenti medio-piccoli, che, viste le dimensioni medie ed i fatturati medi del tessuto imprenditoriale nostrano, possono coinvolgere un gran numero di soggetti al momento senza possibilità di investire, ma che sommando ed incanalando il loro potenziale complessivo riuscirebbero a fungere da prestatissimo motore economico interno (ovviamente gli sgravi alle imprese innovative e che investono in ricerca anch’essi presenti nell’IC sono da considerarsi encomiabili ed utili in tal senso, ma non bastano). Altrimenti la sensazione trasmessa potrebbe essere che ai grandi o già privilegiati tutto è concesso, gli altri invece possono essere soggetti (quasi in balia) a tutto.

Riguardo alla modifica sistema delle Popolari e BCC va detto che in ultimo le BCC sono state escluse dal provvedimento e quindi manterranno l’attuale struttura, mentre le Popolari invece dovranno passare dal voto capitario (una tesa un voto a prescindere dalla quota di azionariato detenuta) ad un modello SpA ove i voti pesano in base alle quote detenute. Ciò dovrà avvenire entro 18 mesi e la misura è circoscritta a quegli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di € (10 istituti in totale).

Il passaggio al voto proporzionale alle quote di azionariato caratteristico delle SpA rispetto all’attuale meccanismo di “una testa un voto di ugual peso per tutti” renderebbe queste banche nate come territoriale ampiamente scalabili. Vero che gli istituti più piccoli con attivi inferiori ad 8 miliardi di € hanno facoltà di mantenere l’attuale struttura, ma la storia insegna che la tendenza nel medio periodo è quella di un totale allineamento. L’idea originaria sarebbe di fortificare le Popolari facilitando le fusioni oppure incentivando la quotazione in borsa. Nella realtà delle cose però, aprendo così la stagione di M&A che si sapeva avrebbe dovuto iniziare considerando lo stato del sistema bancario italiano ritenuto sottocapitalizzato anche per via di distorsioni di valutazione nel criteri di Basilea alla base degli stress test europei che attribuiscono un rischio minore ai derivati rispetto al credito alle imprese,  è molto più probabile che siano le grandi banche del nord Europa ad avanzare tentativi di scalata rispetto alle maggiori banche nostrane molto più piccole e con minori risorse finanziarie rispetto ai colossi nordici (siamo in presenza di differenze dall’ordine di grandezza in su). Detto ciò è evidente che l’intendo del Premier Renzi, dichiarato apertamente, di voler supportare un credito che langue e di voler togliere potere ai banchieri potrebbe produrre l’effetto esattamente opposto, ossia conferire maggior patere a banchieri sempre più grossi e probabilmente tedeschi, svedesi, olandesi o francesi; dopodiché, una volta che una “Major Bank” entra in possesso di una Popolare, non ci si può attender altro che una revisione dei piani strategici/industriali i quali verranno improntanti sicuramente ad un maggior utilizzo della finanza e meno del credito, che languirà ulteriormente, per ovvie ragioni di redditività e di calcolo del rischio dei criteri Basilea (come accennato sopra). Inoltre, seguendo l’innovazione tecnologica, di processo e di gestione delle filiali e del personale, è scontato un maggior utilizzo dell’internet banking, come sta accadendo ovunque, a discapito dello sportello con ovvie ripercussioni sui dipendenti, sull’occupazione e probabilmente coinvolgendo il Governo in nuovi tavoli di crisi.  

A quel punto però nessuno potrà lamentarsi o lanciare accuse (e sono certo che saranno molte) se il modello nordico non piacerà o non era il risultato che nelle intenzione si avrebbe voluto raggiungere, ma vi saranno solo solo mea culpa da fare.
Sicuramente l’ambito delle Popolari e Crediti Cooperativi è molto, troppo, legato a fondazioni, politica e poteri territoriali e va riformato indiscutibilmente. Per tale ragione non pare essere vincente neppure la scelta di mantenere lo status quo delle BCC. Forse prima che rendere storici istituti nati per il territorio scalabili con pochi spiccioli sarebbe il caso di modificarne la regolamentazione e la missione, intensificare i controlli sui rapporti con la politica ed i poteri territoriali, pur mantenendo la loro natura che per mission stessa dovrebbe essere, a livello torico perché recenti e recentissimi episodi hanno dato evidenza che spesso non è stato così (vedi Carige e Baca Marche o, salendo di livello, MPS), già al servizio dello sviluppo del territorio e del tessuto imprenditoriale locale attraverso la preminenza della componente creditizia.

La predominanza nel sistema bancario moderno delle attività speculative e finanziarie, spesso shadow e non regolamentate, è stata e continua ad essere uno dei fattori che hanno squilibrato la distribuzione di ricchezza nel mondo creando nicchie di ricchi e ricchissimi, orientativamente un 10% della popolazione con l’aberrazione che nel 2016 l’1% dei più ricchi deterrà le stesse ricchezze (forse addirittura le supererà) del restante 99%. Questo 1%, circa 34.8 milioni di persone (nei paesi considerati dallo studio), ha visto passare i propri patrimoni rispetto alla ricchezza globale dal 44% nel 2009, al 48% del 2014 e arriverà al 50% nel 2016. Anche l’Italia non fa eccezione ed i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, anche se rispetto agli anni addietro si sono maggiormente arricchiti esponenti del settore industriale rispetto a quelli del settore finanziario.

Assieme alla sicurezza geopolitica e cooperazione, ai cambiamenti climatici ed inquinamento, alla politica monetaria globale, ad un paradigma economico troppo poco incentrato sulla creazione di reale e tangibile valore a discapito della finanza, quello della disuguaglianza e della ridistribuzione della ricchezza (strettamente legato all’argomento precedentemente detto) sarà un tema centrale sia per il World Economic Forum 2015 di Davos sia del discorso del Presidente Barak Obama sullo stato dell’Unione (USA). Le ultime manovre di Obama, caratterizzate da un aumento delle tasse per i più ricchi in favore della classe media maggiormente depauperata dagli anni di crisi, vanno proprio in tal senso, con l’evidente (prima o seconda) finalità di cercar di recuperare i consensi che le elezioni di Mid-Term hanno evidenziato essere molto bassi.

Nulla di nuovo sotto il sole si potrebbe ironicamente parafrasare, visto che i medesimi argomenti erano stati trattati nell’edizione 2014 del World Economic Forum di Davos con una Lagarde che parlava proprio di redistribuzione, così come nel discorso di Obama dello stesso anno. Erano inoltre già ben visibili da tempo e non servivano schiere di economisti, luminari e capi di stato per identificarli…. peccato però che dal 2014 tante parole sono state dette, tanti propositi sono stati fatti, ma pochi risultati raggiunti, anzi, come certificato in questi giorni dal rapporto Oxfam, il divario tra ricchi e poveri si è acuito ulteriormente nell’ultimo anno. Come spesso accade questi aulici consessi altro non sembrano che sfilate di esercizi verbali dalle migliori intenzioni ma dal nullo seguito.

In calce alcuni link che dimostrano come il problema della disuguaglianza e la necessità di redistribuzione sia già da molto tempo evidente:

  1. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/14
  2. Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche (discorso stato Usa 29/01/14)
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14
  4. Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata 19/08/14
  5. Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
  6. Europa ed Olli Rehn VS Italia 03/12/13
  7. Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele 08/11/13
  8. Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/13
  9. Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
  10. Missione impossibile: sistema pensionistico da riequilibrare, ma con equità 22/08/13
  11. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13

20/01/2015

Valentino Angeletti
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Lo strafalcione della norma fiscale del 3% e delle sue contraddizioni nel momento più critico possibile

Oggettivamente è difficile nascondere con dichiarazioni minimizzanti o rinvii il gran pasticcio della norma sul 3% inserita nella delega fiscale. La nuova legislazione in tema di fisco escluderebbe provvedimenti penali per coloro che avessero commesso un’evasione inferiore al 3% del fatturato annuo, rimarrebbe la sanzione pecuniaria. Il punto topico del contendere è che tale depenalizzazione, se la giurisprudenza la ritenesse applicabile anche alle frodi fiscali il che non è ancora chiaro, potrebbe consentire a Berlusconi di salvarsi non tanto dallo scontare la pena che si concluderà nella prima metà di febbraio, quanto dalla legge Severino che attualmente gli impone l’interdizione dai pubblici uffici per 6 anni e quindi l’impossibilità di proporre la propria candidatura per eventuale venture elezioni di ogni livello.

Appena il possibile campo di applicazione e le sue conseguenze sono state rese pubbliche si sono sollevate le polemiche ed il Premier Renzi ha deciso di rimandare il testo al CDM dopo le elezioni al Colle, salvo poi identificare una data precisa: il 20 febbraio a prescindere dalla elezioni Quirinalizie, anche se è forte il sospetto che il Premier sia piuttosto certo (difficile credere che tra lui e Napolitano non vi sia una tabella di marcia più precisa e “prossime ed imminenti” mantengano la stessa connotazione indefinita che hanno per i comuni cittadini fuor di Palazzo) che per il 20 febbraio l’avvicendamento di Napolitano sia già avvenuto.

Inizialmente le maggiori polemiche si sono concentrate sulla modalità di ingresso di una simile norma nella legge delega che pare essere stata portata all’attenzione pubblica proprio da Fitto, il più importante dei dissidenti a Berlusconi in Forza Italia. Si è parlato di manina che nella notte di Natale, perché la norma è stata discussa nel CDM del 24 dicembre, ha modificato il testo, inizialmente pulito dalla parte sul 3% secondo quanto assicurato dal presidente della Commissione competente Franco Gallo.  L’ipotesi è stata poi smentita dallo stesso Renzi che, dopo aver confermato l’attenta lettura personale di tutto il testo (e ciò avrebbe potuto avallare un intervento nascosto nottetempo dopo la sua lettura), si è assunto la piena paternità della norma aggiungendo che non vi è intenzione di fare provvedimenti nè ad nè contra personam, che non era stata valutata come possibile aiuto a Berlusconi e che comunque sarà cambiata.

Innanzi tutto la prima riflessione che sorge è sulla dubbia correttezza etica e morale della norma. Perché non dovrebbe essere punibile penalmente una evasione sotto il 3% del fatturato? Che sia il 2, il 3 o il 4% sempre di evasione si tratta, vale a dire sottrazione di denari utili alla collettività per proprio tornaconto personale, quello che negli USA è il reato considerato più deplorevole in assoluto. Inoltre tale norma è evidentemente squilibrata verso le grandi realtà aziendali ed imprenditoriali con alti fatturati che hanno quindi facoltà di evadere somme in valore assoluto molto più ingenti e quindi sottrarre più denari al pubblico per impiegarli in chissà quale altro tipo di attività visto che se non hanno remore ad evadere evidentemente non si tratta di integerrimi onesti. Le piccole imprese invece sarebbero ulteriormente penalizzate perché, in talune circostanze costrette, anche se non giustificate, all’evasione per il pagamento di stipendi, debitori, tasse richieste in anticipo e magari perché lo Stato stesso non è stato un creditore puntuale, avrebbero “pochissimo margine”. Con un limite del 3% secondo alcuni esperti si cancellerebbe un processo su tre assomigliando tanto ad un condono penale, ed a poco cambia concettualmente abbassare il 3% all’1.5% come potrebbe essere già in corso di valutazione.

Premesso ciò e appurato che Renzi e quindi il Governo era consapevole di tale norma, si suppone che essa sia stata ritenuta dall’Esecutivo giusta e se una norma è ritenuta giusta non la si può vincolare a chi salva o condanna, non serve, perché essendo la norma corretta per definizione lo sono di conseguenza anche i suoi effetti a prescindere da chi colpiscano. Quindi che vi sia Berlusconi di mezzo o meno non importa e neppure dovrebbe interessare, altrimenti il sospetto che le leggi siano cucite addosso ad alcuni, pochi, casi particolari diviene più che una congettura, inoltre fa dimenticare che verranno coinvolti migliaia di altri casi ed eventuali distorsioni dovranno essere applicate su larga scala comportando l’allontanamento dal principio fondamentale che la legge è uguale per tutti. Proprio in questo modo nascono gli obbrobri legislativi con cui si sono salvati e si potrebbero salvare casi indecorosi.

La data proposta da Renzi per il rinvio della norma del 3% in CDM, inizialmente dopo le elezioni del Presidente della Repubblica, poi il 20 febbraio, data in cui, considerando le dimissioni di Napolitano immediatamente dopo la conclusione del semestre di presidenza il 13 gennaio, era piuttosto plausibile avere già un nuovo residente al Quirinale, è sospetta e coloro che avanzano ipotesi di un ricatto proprio per la corsa al Quirinale hanno gioco facile a trovare alibi a sostegno della loro convinzione.

Proprio sul Quirinale, oltre che sulla stessa norma da molti vista come il tentativo nascosto di salvare Berlusconi secondo quanto riporterebbe (a detta loro) l’ignoto Patto del Nazareno, si stanno consumando e fortificando grandi attriti. La fronda del PD di Fassina e Civati, solo per fare i due nomi più noti, sta diventando sempre più potente, ha più motivazioni per mettere in dubbio il proprio Premier e può trovare terreno fertile nel diffuso malcontento interno al partito che, manifesto o meno, sicuramente è presente. Una destabilizzazione simile, unita alla possibilità di coinvolgere il M5S assolutamente critico nei confronti della norma del 3% e del comportamento sibillino del Presidente del Consiglio, potrebbe davvero rimescolare le carte della partita al Quirinale. Anche dalla parte di FI la sintonia non è massima e lo dimostra il fatto che l’Epifania del 3% sembra essere stata operata proprio dal Forzista Raffaele Fitto colui che potrebbe essere il condottiero dei dissidenti ed oppositori a Berlusconi e raccogliere sempre più consensi nascosti interni a FI.

Se quindi fino ad ora le fazioni interne esistevano, ma non avevano la forza per impensierire Renzi e Berlusconi che assieme, già conteggiando circa 150 franchi tiratori, avrebbero avuto gioco facile ad imporre il loro candidato comune al Colle, ora non è più così, con l’ulteriore importante elemento che le correnti interne ai vari partiti, come prima erano consapevoli del loro esiguo peso anche a livello di consensi tra i cittadini ed i potenziali elettori in vista di una possibile scissione, ora sono altrettanto consapevoli del rinforzarsi della loro immagine facendo leva anche sulla più che probabile caduta di reputazione, fiducia e consenso del Governo.

Un grosso strafalcione insomma, che mette ancor più in bilico la già intrinsecamente scivolosa partita per il Quirinale in un momento molto critico a livello di Unione Europea e di mercati, in tensione per la vicenda greca e per il prezzo del greggio, che non è dato sapere come reagirebbero nell’ipotesi si aggiungesse un terzo ulteriore caso di instabilità in un paese importante e delicato come l’italia. Del resto come abbiamo già evidenziato gli ingredienti per una tempesta perfetta ci sono proprio tutti.

06/01/2015
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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Renzi al Qurinale. Il processo riformatore che deve coinvolgere l’Italia e l’Europa.

Si è svolto in mattinata l’incontro tra il Premier Renzi, impegnato in svariati tavoli internazionali con al centro la crisi ucraina, ed il Presidente della Repubblica Napolitano. Il tema è stato quello delle riforme, fondamentali secondo i Presidenti ed oggettivamente non più rimandabili nei fatti.
Negli ultimi giorni però sono sorte alcune falle nel processo riformista che pareva avviato e scandito da un rigido crono-programma.
I maggiori azionisti del patto per le riforme sono il PD, ala renziana, e Berlusconi, leader indiscusso di Forza Italia. Il leader di centro destra, probabilmente a causa delle vicende giudiziarie e soprattutto vedendo avvicinarsi le elezioni europee in un momento in cui la popolarità della sua parte politica è quasi ai minimi, ha esplicitato la possibilità di non appoggiare le riforme, ed in particolare quella del Senato, che vorrebbe mantenere elettivo, e quella della legge elettorale che, sempre stando ai sondaggi, non gli consentirebbe di incassare il dividendo riservato ai primi due partiti.
In questo momento gli istituti di statistica (di seguito risultati del sondaggio IXE’ realizzato per Agorà) danno PD al 32.1%, il M5S al 27.4%, e Forza Italia al 17.5% i cui elettori si sarebbero allontanati per avvicinarsi proprio allo schieramento di Grillo (l’astensionismo complessivo rasenterebbe quasi il 50%, segno di distacco dei cittadini da politica ed Europa. Probabilmente sul dato influirà anche la singola tornata domenicale del 25 maggio soprattutto in caso di bel tempo).

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE' per Agorà.

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE’ per Agorà.

Le dichiarazioni bellicose di Berlusconi sono state poi edulcorate, ma l’intento di mantenere alta l’attenzione sulla sua importanza e popolarità e sul ruolo politico di primo piano che vorrebbe preservare, pare chiaro.
Oltre alle dichiarazioni di Forza Italia vi sono poi gli scontri interni allo stesso PD, ove un’area non trascurabile prova malcontento nei confronti dei contenuti delle riforme presentate e che non teme di opporsi nelle sedi parlamentari.

In questo scenario in bilico il Presidente Napolitano ha probabilmente voluto sincerarsi dello stato dei rapporti di forza e del processo di implementazione delle riforme delle quali è un grande sostenitore così come è avverso alla eventualità di nuove elezioni, poiché sua intenzione sarebbe quella di accompagnare a conclusione in una stabilità di governo le riforme stesse per poi dimettersi e ritirarsi a vita privata.
L’appuntamento con la prima lettura dei testi fissato dai programmi di Renzi prima delle elezioni europee del 25 maggio, pare ormai difficilmente rispettabile, ma dieci giorni in più o in meno non fanno la differenza a detta del Governo che si ritiene in grado di andare avanti in autonomia appoggiato dalla maggioranza anche in caso di strappo con Berlusconi.

Le elezioni rappresentano al momento solamente una exit strategy per la parte renziana del PD, comunque sostenuta esplicitamente da alcuni fedelissimi del Premier, che potrebbe essere perseguibile in autunno previa applicazione dell’Italicum anche in Senato (sondaggi indicano però che la maggioranza degli interpellati, oltre il 40% sarebbe favorevole ad elezioni immediate).

Considerando quanto il Premier, e con lui le riforme, siano collocate in mezzo ad una sorta di incudine e martello viene da pensare se le elezioni effettivamente non siano l’unica via attraverso la quale il PD di Renzi possa davvero assumere quell’indipendenza e quel potere decisionale necessario per riformare in modo sostanziale un paese da anni bloccato, superando gli avversari politici, le fronde interne, i conservatorismi insiti nei poteri parlamentari ed istituzionali che vedono nel cambiamento il diminuire della loro influenza e del loro ruolo nascosto ma centrale nella gestione del paese.
Una vittoria forte di Renzi consentirebbe al Premier di formare un governo totalmente proprio, di ridimensionare l’ala del PD oppositrice, di collocare in posti chiave non prettamente politici ma spesso di nomina politica o politicizzati suoi fedeli, di liberarsi dalla condizione di dipendenza nei confronti del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, il quale agli occhi degli italiani perderebbe la natura di elemento chiave per il rinnovo del paese che pur sta tentando di mantenere, ed infine, ma non per importanza, mettere realmente solo e soltanto la “propria faccia” nella sfida del cambiamento con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Il Governo Renzi sta cercando, con tutte le difficoltà connesse, di sviluppare un percorso di cambiamento, che di certo non è il migliore possibile, è senz’altro perfettibile e c’è da augurarsi che venga perfezionato anche grazie all’innesto di persone nuove e competenti prese dalla platea degli individui comuni che hanno ritrovato la voglia di servire il paese e partecipare alla vita politica, ma gli va dato atto che sta provando a fare quello che da decenni nessuno ha mai convintamente tentato o per interesse personale e partitico, e dunque colpa, o perché mosso dalla rassegnazione che il paese non fosse modificabile in meglio e quindi, perso per perso, ci si sarebbe dovuti adattare ad una politica al ribasso, oppure perché, nonostante l’impegno e la buona volontà, a prevalere sono stati i potentati, le tecnocrazie ed i beneficiari del prosperare di un simile sistema.

Alla luce di ciò valutare la possibilità, anche interpellando in Presidente della Repubblica, di un passaggio elettorale, con tutti i rischi potenziali connessi, ma con un enorme premio in ballo, potrebbe avere decisamente senso e non rappresentare solamente una exit strategy da una situazione che rischia di essere bloccante in ogni momento.

Se in Italia quella delle riforme è una partita fondamentale, lo è allo stesso modo, se non di più in Europa. I programmi di tutti i partiti, sia nazionali che europei (a meno dei fautori dello sfascio dell’Europa), proclamano esplicitamente la propria volontà di riformare il contesto dell’Unione che fino ad oggi ha fallito nel processo di avvicinamento dei popoli e delle nazioni verso una unità istituzionale normativa e “sentimentale” che avrebbe dovuto avere come obiettivo, agendo spesso con eccessiva intransigenza e proteggendo alcuni particolarismi a discapito di realtà più bisognose e deboli.

Quanto sarà possibile però perseguire una vera riforma europea preservando la natura dell’Europa stessa che sembra l’unica via per il continente e per gli stati membri di rimanere un tassello importante dell’economia e dei processi strategico decisionali in un mondo globale?
Difficile a dirsi.
Gli anti-europeismi avanzano (UKIP in GB è dato al secondo posto dietro i Laburisti e prima dei conservatori del Premier Cameron) ma peccano di capacità organizzativa trasversale (del resto sono i profeti dei nazionalismi a volte anche molto spinti e di stampo nazista), i partiti che si dicono europeisti ma che al contempo reclamano drastici cambiamenti nella politica economica e sociale (tipicamente di sinistra più radicale) sembrano non avere forza sufficiente, e le due maggiori fazioni PSE ed PPE secondo alcuni analisti hanno, in caso di vittoria, un percorso già da tempo disegnato e che non molto ricalcherebbe i programmi di riforme ed avvicinamento al popolo che a dire il vero non sono tra loro così dissimili nei punti fondamentali (dalla centralità dei popoli europei, alla modifica della politica monetaria ed economica abbandonando l’austerità totale, dalla collaborazione internazionale con partner economici alla protezione dei diritti di popoli non ancora liberi).
L’esito delle urne potrebbe essere molto frammentario ed allora si potrebbe prospettare l’ipotesi di una grande coalizione, simile a quella tedesca, in cui governano assieme PSE ed PPE e che, qualora venisse data con convinzione e determinazione priorità al processo riformatore nei suoi punti cardine, non sarebbe sicuramente peggio che una frammentazione in cui è difficile giungere a decisioni. Nel nuovo assetto europeo si inserirà la presidenza italiana del semestre che, nonostante margini di manovra non forse eccessivi, potrà rappresentare un’opportunità per indirizzare alcune questioni importanti, ad esempio i vincoli di bilancio, il fiscal compact e l’unione bancaria.

Come si deve imparare a pensare, in questo frangente il punto principale non è chi governi o chi indichi la via del cambiamento, ma che questa via, ormai nota quasi in toto salvo piccole deviazioni, venga rapidamente e definitivamente intrapresa in modo comune, sincronizzato e condiviso, poiché in caso di ulteriori ritardi non vi saranno vincitori duraturi, ma solo sconfitti in tempi più o meno brevi.

26/04/2014
Valentino Angeletti
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