Archivi tag: bonus IRPEF

TFR in busta paga, misura dubbia. Le soluzioni ora devono essere strutturali

Persiste la situazione di estrema difficoltà dell’economia italiana, lo dimostra l’ultima stringa di dati diramata dall’Istat e lo confermano le parole del ministro Padoan.

Il dato dell’istituto di statistica che più fa rabbrividire è il livello di disoccupazione giovanile raggiunto, ossia il 44.2%, 710’000 disoccupati in valore assoluto ed escludendo i Neet, massimo da quando vi sono le registrazioni mensili (2008) e da quando esistono le serie storiche trimestrali (1977) insomma record assoluto. Questa percentuale sminuisce anche l’abbassamento di 0.3% della disoccupazione totale che passa dal 12.6% al 12.3%. Il Cnel stima che servirebbero circa 2 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 per tornare al 7% circa e si spinge ad affermare che è del tutto verosimile l’ipotesi che non si tornerà mai più ad un livello occupazionale pre crisi. Il dato sull’occupazione complessiva è circa un punto percentuale superiore rispetto a quello europeo (che include anche stati come Grecia, Spagna, Portogallo e gli stati dell’Est) e doppio rispetto a quello tedesco che si attesta nell’intorno del 6% (target anche per l’economia USA). Fa ridere alla luce di numeri così scoraggianti come nel Governo (e nel PD) invece di operare coesi per una riforma del lavoro a tutto tondo si continui a discutere e dividersi solo ed esclusivamente sull’articolo 18, battaglia che non sarà né rapida e né indolore, ma lascerà segni profondi nell’attività e negli equilibri dell’Esecutivo e non solo.

Proprio alla vigilia della riunione napoletana del Board BCE viene diramato anche il dato sull’inflazione al quale, considerando il suo legame coi consumi, non è scollegato quello sulla disoccupazione di cui sopra e che fa da sfondo europeo a questa crisi. Nell’eurozona l’inflazione continua ad essere in calo attestandosi allo 0.3% e l’Italia entra in deflazione con un -0.1%; valori a distanza siderale dal target di Francoforte del 2%.

Il Ministro Padoan non potendo far altro registra il deteriorarsi della situazione, denotando che le difficoltà erano state sottovalutate e le aspettative troppo rosee a cominciare da quello 0.8% di PIL (pessimistico) ipotizzato ad aprile. Il rapporto deficit/PIL si attesterà al 3% per scendere a 2.9% il prossimo anno (il PIL dovrebbe risalire, ma vista l’attendibilità delle previsioni e vista la rapidità e mutevolezza delle situazioni economiche e geo-politiche è saggio neppure considerarle stime così “lontane” nel tempo). I patti Europei quindi si stanno formalmente rispettando, ma praticamente contravvenendo in quanto il pareggio di bilancio, come per la Francia, è stato spostato unilateralmente dal nostro Governo al 2017, interessante sarà vedere la reazione europea. Una Europa in cui proprio la Francia, col nuovo Commissario agli Affari economici e monetari Moscovici, cerca di superare l’austerità e porre l’ipotesi di una revisione dei patti, ma continuamente osteggiata dalla Germania, Da Weidmann, da Schaeuble e dalla vecchia (non per età ma per concetto) guardia economica capeggiata in questo frangente dal commissario ad Interim Katainen che poco si discosta per visione dal predecessore Olli Rehn. Costoro sono anche molto restii alle nuove misure BCE, probabilmente alla luce della situazione generale anche troppo poco potenti e rapide, che additano come potenziale fonte di instabilità economica e monetaria in grado di dare adito a bolle speculative consentendo una gestione più allegra dei bilanci dei vari stati che anche in questa fase di recessione prolungata, persistente e di bassissima inflazione vorrebbero vedere saldamente impostati alla disciplina. Juncker, esponente del PPE, avrà un lavoro arduo nel cercare di mediare mantenendo le promesse pre elettorali di una Europa dall’approccio meno rigorista, più flessibile e rivolto alle reali esigenze delle attività produttive, dell’economia e dei popoli.

Ora un nodo cruciale e condiviso per la ripartenza economica nel nostro paese, assieme agli investimenti, è il sostegno ai consumi affinché si inneschi  nuovamente la spirale consumi e domanda, lavoro ed ordinativi per imprese, necessità di posti di lavoro. L’ultima ipotesi, ma ancora tutta da discutere e studiare, tanto che non sarà inserita nella legge di stabilità come ribadito dal MEF, per sostenere i consumi è quella di erogare parte del TFR, il 50%, in busta paga ai lavoratori che lo richiedessero. Si tratterebbe di una somma mensile molto simile agli 80€ del bonus Irpef che per varie ragioni (discusse ampiamente: Link1 – Link2 – Link3 – Link4) non ha portato i benefici attesi, e come la sua progenitrice presenta squilibri importanti. Innanzi tutto rischierebbe di creare buchi nei bilanci delle piccole imprese (che detengono le quote TFR dei dipendenti che hanno deciso di non servirsi dei fondi pensione) e nelle casse dell’Inps (circa 3 miliardi all’anno); a copertura di ciò potrebbe subentrare un meccanismo, ancora tutto da verificare ma già ipotizzato dal Premier, che veicolerebbe alle imprese soldi dalla BCE in modo da consentire erogazioni delle quote mensili di TFR.

Gli squilibri però sono altri, in particolare dal punto di vista di coloro che percepiscono la somma. Le quote TFR coprirebbero solo lavoratori stabili (a tempo determinato ed indeterminato principalmente, quelli in parte già beneficiari degli 80€ e volendo pure tutelati dell’articolo 18), escludendo nuovamente partite IVA, precari di varia natura, artigiani e commercianti ed ovviamente pensionati. Coloro che hanno stipendi più bassi percepirebbero quote più basse e due famigliari con buoni stipendi e due bonus da 80€ avrebbero possibilità di doppio gettito, continuando ad alimentare una disparità già in essere. Inoltre, salvo l’implementazione di meccanismi relativamente più complessi, la distribuzione di quote TFR in busta paga sarebbe assoggettata alla medesima aliquota della stessa quindi fino al 40% circa invece che a quella agevolata del 11.5% riservata ai fondi pensione.

Elevando il discorso va poi detto che si tratta sempre e comunque di denari già dei lavoratori e che verrebbero anticipati. La tendenza dell’italiano medio è quella al risparmio in ottica futura (stile formica e difficile pensare che 80, 100 o anche 100€ cumulando i due bonus li trasformi in cicala), considerando l’incertezza del periodo è pensabile che la preferenza potrebbe essere quella di assicurarsi un gruzzolo a fine carriera per l’acquisto di una casa, l’istruzione (o l’aiuto all’espatrio sempre più soluzione al problema dei giovani) dei figli, cure sanitarie qualora subentrassero le necessità e via dicendo. Inoltre la modifica dello stile dei consumi presente in questo periodo di crisi e volta al risparmio a tutti i costi su ogni tipo di bene rischia di diventare cronica con un peggioramento a livello salutistico e di qualità dei prodotti e con minor spesa proprio per la ricerca della minor spesa in ogni situazione.

Dal mio punto di vista, ed è il ragionamento che faccio e che mi spingerebbe a rifiutare l’anticipo del TFR, quei soldi sono una specie di cassa forte che servirà a far fronte alle incertezze attuali (quante ve ne sono state e che influenza hanno avuto quelle sull’ IMU-TARSU-TASI-IUC?). Coloro che invece potrebbero essere portati ad accettare l’anticipo (che a ben vedere in certe situazioni già esiste come per la prima casa o la sua ristrutturazione) sono le persone veramente alle strette e che quindi probabilmente utilizzerebbero la somma non tanto per consumi (figurarsi cene o pranzi), se non di primissima necessità poiché in situazioni tali da non arrivare proprio a fine mese con figli da mantenere, ma per saldare debiti pregressi e non attualmente estinguibili. Tutto ciò, considerando anche che vi saranno a breve alcuni aumenti di accise, contribuisce a spingermi a pensare che questa misura non sarà troppo gradita se non in un numero di casi dalle specifiche necessità non in grado comunque di spingere i consumi come si vorrebbe e come servirebbe.

Dovrebbe invece essere implementata (oltre a sostenere investimenti con il supporto europeo, con l’abbandono dell’austerità e con il rapido e titanico piano di riforme) una defiscalizzazione potente, definitiva, che coinvolga lavoratori ed imprese, che sia strutturale e della quale da lungo si discute senza trovare una soluzione stabile e realmente efficace senza fare il gioco delle tre carte che da ventenni sottrae da una parte e mette (in genere meno di quanto ha sottratto) da un’altra.

Concludendo non credo che l’adagio “sporchi maledetti e subito” in questo caso valga la pena di essere applicato e nell’ipotesi che il lavoratore sia messo di fronte a tale scelta difficilmente propenderà per questa opzione, fatto salvo i casi più disperati ai quali non si sarebbe dovuti arrivare in un paese civile. I risultati strutturali che reclamano coloro che sostennero fin da subito Renzi senza se e senza e che ora non lesinano critiche (LINK), ma soprattutto i cittadini, probabilmente necessitano di ben altri interventi.

 

30/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Rezi-Sangalli: 80€ utili? Certo, ma il contorno non va

L’ennesimo botta e risposta tra il Premier Renzi ed un esponente datoriale, in questo caso il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, ha cavalcato il rame (anche se sarebbe stato meglio la fibra, ma siamo in Italia, digital divide…) del web e l’etere delle trasmissioni radio televisive.

Il tenzone ha riguardato nuovamente l’utilità e l’impatto sui consumi degli gli 80€ del bonus Irpef erogato alla fine della scorsa primavera e divenuto strutturale pochi giorni fa. Secondo la Confcommercio l’incentivo è risultato inutile, invisibile ed è stato riversato nei consumi solo per un quarto (1.61 mln su 6.45 mln €) portando così ad un incremento a giugno dello 0.1% rispetto a maggio e dello 0.45% tendenziale; secondo i calcoli dell’associazione dei commercianti in caso di totale spesa del bonus avremmo dovuto assistere ad un aumento giugno su maggio dell’1%. La conclusione di Sangalli è che l’intervento non è stato percepito come strutturale, ma episodico, è stato destinato al risparmio non alla spesa e non ha sortito quell’effetto Shock sul breve termine tale da far ripartire i consumi.

Il Premier, rispondendo da far suo, ha consigliato a Sangalli di chiedere ad uno dei 10-11 milioni di beneficiari del bonus per verificare se sia stato così inutile.

La risposta di Renzi è inattaccabile ed inopinabile. Contrariamente quella di Sangalli pare un po’ superficiale e di parte forse perché risentito, e non a torto, dall’impossibilità di mantenere la promessa di estendere il bonus anche ad altre categorie come partite iva, artigiani, commercianti, autonomi, ed incapienti. E’ proprio tra queste fila che si annida il bandolo vero della questione.

Che la misura da 80€ fosse un intervento redistribuivo e che non potesse rappresentare uno shock immediato per l’economia era evidente fin da subito. Nessuno si aspettava tanto e non era di certo l’obiettivo del provvedimento, lo shock di immediato impatto sull’economia è nelle corde solo ed esclusivamente della ECB con un intervento straordinario di QE direttamente nell’economia reale, nessun altro, né Stati, né Europa hanno gli strumenti tali da avere un effetto shock di brevissimo termine su consumi; essi possono agire in modo più lento e strutturale come sulla tassazione, sull’accesso al credito, sugli investimenti, ma sono misure che hanno un loro ritardo fisiologico ed i cui effetti non possono essere riscontrabili mese su mese. Il bonus, come si scrisse: L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima 19/04/14 , avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un precorso virtuoso evidentemente perfettibile ed insignificante se fine a se stesso, ma parte di un piano che va nella direzione giusta.  Anche il clima di fiducia è lievemente aumentato dopo l’intervento (Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato 29/04/14), ovviamente si trattava di un clima da confermare e che potrebbe assolutamente essere stato rivisto a causa dell’impossibilità dell’estensione del bonus (benché sia divenuto strutturale in uno scenario plumbeo: Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo 18/07/14) ed a causa delle continue rettifiche al ribasso sulle stime di crescita del PIL, stime che fanno chiedere alle persone comuni quanto competenti siano coloro che analizzano e prevedono le tendenze. Un crescita effettiva a -0.2%, rispetto ad una stima definita allora prudenziale (potrebbero esseri belle sorprese, dissero)  di +0.8%, con uno scarto di 1% rispetto al dato reale (-0.2%) fa domandare se non sia il caso di mandare a casa qualche analista.

Rispetto alle argomentazioni di Sangalli però il punto dirimente risiede nella platea degli esclusi dal bonus. Credo che coloro che hanno percepito gli 80€, quindi persone con redditi tra gli 800 ed i 1500€ netti al mese, magari con famiglie, figli, mutui o affitti a carico, abbiano avuto ben poco margine per destinare i denari al risparmio, ma li abbiano riversati in consumi di prima necessità come cibo, medicinali, visite mediche oppure a ripagare debiti o spese contratte (bollette, mutui, bolli, prestiti, rette scolastiche, mense ecc) effettivamente non annoverabili tra i consumi. A causa del perseverare delle condizioni macro economiche negative, con disoccupazione sempre altissima, continua stagnazione economica, impossibilità di accedere al mondo del lavoro, incertezza sul futuro, altissima pressione fiscale per lavoratori autonomi, incertezza normativa su eventuali anticipi di tasse, incertezza sull’IMU, ritengo siano stati gli esclusi dal bonus Irpef a diminuire i propri consumi, per creare un portafoglio di salvaguardia imprevisti, ad un tasso molto più rapido con incidenza molto maggiore (anche perché numericamente superiori) rispetto a quanto i beneficiari del bonus abbiano incrementato i loro consumi.

Analogamente il discorso può valere anche i lavoratori dipendenti esclusi per via di un reddito superiore ai 26’000€ annui. Anche nel loro caso, non navigando comunque nell’oro né potendo contare su promesse di futuri bonus, è molto probabile, ed anche più facile per via del loro maggior agio economico, aver assistito ad una incrementata propensione al risparmio (effettivamente i dati mostrano una propensione al risparmio in aumento).

Non è quindi corretto aver aspettative per il futuro, o averne avute per il passato, eccessive dal singolo intervento sul bonus Irpef, questo sarà complessivamente insignificante se non inserito in un contesto di riforme economiche e di governance ben più ampio che agisca strutturalmente per ridistribuire ricchezze, innescare la spirale virtuosa di: “incremento potere d’acquisto-consumi-produzione” bloccata fin dall’inizio della crisi, rinnovare completamente il modello economico su cui si basa l’italia. Evidentemente una partita così complessa ed articolata va giocata assieme all’Europa ed all’ECB il cui compito sarebbe quello di shockare immediatamente l’economia per avere quell’effetto che Sangalli ricercava erroneamente negli 80€.

Come la modernità e la globalizzazione ci impongono per non farci ingannare dal particolare rispetto al totale, ogni circostanza va letta nel suo contesto e con le sue condizioni al contorno, altrimenti si rischia di cadere vittima delle estrapolazioni e giungere a conclusioni frettolose.

05/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo

Durante un’informativa alla Camera il Ministro Padoan ha rassicurato nuovamente che non vi saranno manovre aggiuntive, confermando quanto ribadito da Renzi, e che il bonus Irpef da 80 € sarà confermato anche per il 2015 (tra i 7 ed i 10 miliardi di costo) nonostante gli scenari si mantengano fragili, incerti e non consentano aspettative particolarmente confortanti.

Del resto il bonus ha rappresentato un cavallo di battaglia del Premier che non può permettersi di disattendere nonostante i dati economici sia a livello europeo che, e soprattutto, italiano non consentano margini, anzi quelli previsti si stringano sempre di più.

Le rassicurazioni del Ministro dell’Economia si rivolgono anche all’Europa alla quale ha rammentato che le previsioni di crescita attuali, ben più basse della stima MEF di 0.8% (in ogni caso poco rispetto ad almeno il 2% che sarebbe realmente funzionale), non tengono conto delle azioni programmate da questo esecutivo a cominciare da spending review e piano di privatizzazioni. A Bruxelles, come qui ricordato più volte, non si fidano dei piani e dei programmi, vogliono invece numeri concreti, possibilmente già consolidati e certificati. Purtroppo non è il caso né della spending review che sta procedendo a rilento e che, nonostante l’impegno profuso da Cottarelli, trova enormi difficoltà, per fare un esempio, nel reperire dati per quantificare possibili tagli a livello regionale (20 interlocutori differenti) e comunale (oltre 8000 interlocutori, primato europeo), né tanto meno delle privatizzazioni, anch’esse in ritardo rispetto al crono-programma e che sono state riprogettate inserendo la possibilità di cessione di ulteriori quote di Enel ed Eni alla luce dei risultati non ottimali di Fincantieri e del ritardo di Poste, le quali in un momento delicato di apertura agli investitori forse non dovrebbe neppure considerare l’ingresso nel deal Alitalia.

Il JOBS-Act è stato rinviato a settembre ed i dati, non tanto economici (anche la Banca D’Italia ha rivisto le stime del PIL 2014 al ribasso, collocandolo a 0.2% in linea con Confindustria e REF, mantenendo un più che ottimistico 1.3% per il 2015), quanto reali, sono in continuo peggioramento; si parla di consumi ridotti ai minimi termini, produzione industriale di conseguenza bassa così come la propensione delle aziende ad assumere contribuendo così al calo dell’occupazione. Le persone tendono a non consumare o a rimandare i consumi, nella più classica miccia deflattiva, rinunciando persino a beni di prima necessità, cibo di qualità, visite mediche, e via discorrendo. Il numero dei poveri “nostrani” è aumentato di svariate decine di migliaia nell’ultimo anno (Poveri – Disuguaglianza) riempiendo centri Caritas, stazioni ferroviarie e prendendo la desolante consuetudine di rovistare tra i cassonetti, attività che un tempo coinvolgeva solo i poveri immigrati.

Chiaramente il contributo di 80 euro, pur valendo secondo Bankitalia 0.1 pti di PIL 2014 (il 50% della crescita se così si può chiamare)  non è in grado da solo, quand’anche riversato (o che sarà riversato) in consumi da coloro che lo hanno percepito, di bilanciare un drastico peggioramento sociale che viaggia a tassi decisamente più rapidi.

Come si disse immediatamente (LINK1 – LINK2) la misura di equità degli 80 euro dovrebbe essere, oltre che strutturale, estesa ad incapienti, pensionati, partite iva e soprattutto far parte di un processo che mira alla riduzione della spesa pubblica, alla maggior apertura del mercato, alle privatizzazioni non tanto per far cassa nel breve periodo, ma per offrirà la possibilità ai campioni nazionali di raggiungere superiori livelli di competitività; al taglio delle tasse su persone, imprese e lavoro, eventualmente reperendo risorse da una nuovo meccanismo di prelievo più progressivo e mirato ad un certo tipo di consumi (non di prima necessità) e ad un certo tipo di rendite finanziarie. La competitività va rilanciata per tutte le aziende italiane supportandole nell’accesso al credito e consentendo investimenti in innovazione cosicché il valore aggiunto delle produzioni nostrane possa essere paragonabile ai livelli più alti europei, cosa che se per certi settori di nicchia e specifici già sussiste e ne sono testimoni gli eccellenti risultati dell’export, non è vero per molti altri settori (Romania spesso raggiunge valori aggiunti maggiori: Link). A ciò si devono aggiungere le ovvie lotte all’evasione, elusione fiscale, corruzione e burocrazia che necessitano di collaborazione ed allineamento anche in sede europea.

Inoltre non da sottovalutare è la partita da giocarsi in UE  (ma anche a livello di banche centrali) per una Unione più aperta alla possibilità di modificare o reinterpretare le regole assecondando scenari economico-sociali in rapida evoluzione.

Senza una decisa accelerazione nelle direzioni proposte ed individuate inizialmente non si presenteranno soluzioni automatiche, né esse pioveranno dal cielo; gli scenari di contro si manterranno poco confortanti. La questione delle nomine europee e l’aggravarsi delle crisi internazionali potrebbero poi contribuire a rallentare da un lato il processo di riforma della govenrance europea e dall’altro a distogliere, giustamente, energie per giungere ad una risoluzione dei sanguinosi conflitti internazionali, con il risultato che, complice anche l’agostana pausa estiva, il semestre europeo dell’Italia venga lasciato alle spalle senza che possano essere affrontati i temi ai quali in nostro paese vorrebbe dare priorità.

18/07/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Pelù VS Renzi

Sinceramente non provo antipatia nei confronti di Piero Pelù, però ieri avrebbe potuto avere più tatto.

Rivolgendosi a Renzi il cantante ha detto che non serve un’elemosina di 80€ al mese, ma serve lavoro.

In tutta onestà credo che sia stato mosso dalla voglia di compiacere una platea in gran parte anti Renzi e sostenitrice di una qualche ideale che rischia di diventare una benda che acceca. Forse la stessa ideologia che porta alcuni a difendere sempre e comunque i  manifestanti di piazza, inclusi coloro che in piazza fanno volutamente danni e che la piazza la rovinano e la mettono in cattiva luce. Poca differenza c’è tra questi difensori strenui e coloro che a prescindere, e sbagliando, difendono le forze dell’ordine anche quando abusano del loro potere e muovono mani e manganelli offuscando tutte le forze armate.

Se l’idea dei sostenitori di Pelù è quella di un netto cambiamento, che condivido essere necessario, bisogna comprendere che i tempi di cui si ragiona sono il medio e lungo periodo. Certo che meglio dello sgravio IRPEF sarebbe un lavoro dignitoso per tutti e magari un incremento del minimo salariale e pensionistico a 2’000€ netti al mese, ma è impossibile. Il Governo può agire in sostegno del lavoro, crearne i presupposti, ma non può generarlo dal nulla, ed in ogni caso la dinamica occupazionale è più lenta di quella economica.

Mi rendo conto che, come ho scritto più volte (Link: OraIcs Inizio di lungo percorso), 80€ per alcuni possano essere nel complesso davvero poca cosa, non sono risolutivi, lasciano esclusi altri che ne avrebbero ugual diritto (Link, dedica ai piccoli artigiani e commercianti, da me che son dipendente), però sono un tentativo che può portare buoni risultati immediati in termini di aumento di fiducia (indispensabile) e lieve miglioramento dei consumi nel breve, mai intrapreso prima (ed effettivamente il sentiment è un poco migliorato: link ).

Se poi la fiamma si spegnerà con questi 80€ lo giudicheremo giustamente un fallimento, ma nelle dichiarazioni del premier ci sono interventi per le partite iva, gli incapienti, gli artigiani ed autonomi ecc; aspettiamo e per quanto possibile cerchiamo di dare un contributo.

I piani di lungo termine di cui abbisogna l’Italia non si fanno in un giorno, sono complessi e non dipendenti solo dal Governo (tagli spesa, riforme PA, dura lotta evasione ecc), ma vanno a toccare certi gruppi interessati al conservatorismo. Renzi è partito dalla misura di più semplice e di rapida implementazione, agendo su quella fascia di persone alle quali poteva essere facilmente dato un contributo senza dover trovare complesse forme o modificare qualche articolate norma.

Taluni beneficiari potranno anche ostinarsi a dire che si tratta di un’elemosina che, potendo, non accetterebbero, altri invece (sentiti personalmente) ne vedono una grande utilità, ad esempio per coprire l’abbonamento Marradi – Faenza necessario per mandare il figlio alle superiori. Altri ancora che dicono essere state aumentate le tasse altrove, ed in parte potrebbe anche essere vero, possono stare certi sarebbero aumentate ugualmente, anche senza contributo IRPEF; i vincoli di bilancio lasciano pochi margini e per questo è importante l’azione europea del Governo.

Personalmente, da individuo pragmatico, penso matematicamente che su uno stipendio di 1’100-1’200 € 80% sono circa il 6.5-7%; chi di finanza s’intende, mi dica dove posso investire i miei risparmi ottenendo un rendimento costante e certo del genere. Sinceramente lo trovo un “gain” che batte il mercato.

Infine, ed è un dato di fatto, a parlare sono sempre persone o artisti, anche simpatici e credo in buona fede, vedi Crozza, con introiti che se non sono decisamente alti di sicuro non possono definirsi da proletario e che consentono loro di vivere le giornate senza problemi di budget. Molta differenza sussiste tra sapere che c’è gente che non arriva a fine mese ed essere tra coloro che realmente rischiano di non sbarcare il lunario.

Io dico di attendere, giudicare con elementi concreti alla mano, attenzionare i comportamenti in Europa e perdere il vizio di sentenziare a priori in modo disfattista, smettendo di agire, più o meno consapevolmente, a sostegno del conservatorismo che ci sta uccidendo (e che pare abbia fatto fuori il Governo Monti, nell’immaginario di tanti emblema dei poteri forti e del mitico Bilderberg).

02/05/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima

La Banca d’Italia ha diramato ieri il bollettino relativo al primo trimestre 2014.
Il report dell’istituto afferma che l’inflazione, allo 0.3% a marzo, rimarrà bassa ancora a lungo, in alcune città è già in territorio negativo riflettendo la debolezza della domanda al di sotto del livello del 2007. L’occupazione non tornerà a salire prima della fine del 2014 – inizio 2015 (come abbiamo più volte detto in questa sede). Il credit crunch ha leggermente allentato la propria stretta, ma le imprese italiane per finanziarsi pagano tassi di 80 pti base più alti rispetto alle concorrenti dell’area Euro. La domanda interna rimane debolissima così come la competitività (-4% in linea con le altre imprese europee principalmente a causa della forza della moneta), solo le esportazioni fanno da traino e sono la sostanziale causa del fatturato industriale che ha fatto segnare -1.5% m/m, ma +1.2% y/y e degli ordinativi -3.1% m/m, ma +2.8% y/y. La ripresa dunque rimane fragile e debole e sarà condizionata dalla propensione al consumo di privati e dalla ripartenza delle imprese che necessitano di un processo riformatore del mercato del lavoro, di un supporto ai consumi, ma anche di un clima di fiducia e speranza nel futuro così come di una maggior capacità delle aziende di innovare, creare valore aggiunto e mantenersi competitive.

Sempre ieri, con un ora di ritardo circa è scoccata l’ora ICS. Ossia il momento immediatamente successivo al CDM in cui il premier Matteo Renzi ha presentato le coperture per le detrazioni IRPEF ed il conseguente bonus medio da 80€ per i redditi lordi tra i 9’000 € ed il 26’000 € annui. Le risorse necessarie per il 2014 di 6.9 miliardi sono stati trovate e ne sono stati identificati 14 miliardi per il 2015 a fronte dei 10 miliardi necessari, con buona pace di Padoan che ha paragonato la possibilità di avere 4 miliardi di margine aggiuntivo al sogno dell’economista.

Nel dettaglio i 6.9 miliardi deriveranno:

  1. 2.1 miliardi dalla razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi. Elemento chiave della spendig review di Cottarelli e decisamente un modello di inefficienza nostrana. Nei piani del governo ci sarebbe la riduzione dagli attuali 32’000 centri a 40 – 50.
  2. 1.8 miliardi dalla tassazione al 26% della plusvalenza per la rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dagli istituti di credito (vedi nota).
  3. 1 miliardo dal taglio delle agevolazioni alle imprese.
  4. 0.9 miliardi da misure di sobrietà.
  5. 0.6 miliardi dall’Iva derivante dal pagamento dei debiti delle PA al quale sono stati destinati altri 8 miliardi di €.
  6. 0.3 miliardi sono già stati incassati grazie alla lotta all’evasione.
  7. 0.1 miliardi con misure di innovazione.
  8. 0.1 miliardi dalla riorganizzazione delle municipalizzate che il Governo vorrebbe sfoltire da 8’000 a 1’000 in 3 anni.

Tra le misure di sobrietà vi sono i tagli alla difesa di 400 milioni, dei quali 150 per l’acquisto degli F35, la vendita delle auto blu che a regime non potranno essere più di 5 per ministero, il contributo di 150 milioni di € dalla Rai, ed il tetto di 240’000 € annui agli stipendi dei manager e dipendenti pubblici inclusi magistrati (rimangono fuori i dirigenti di camera e senato che sono soggetti ad autodichia e quindi a leggi particolari, ma che comunque potrebbero ridursi autonomamente lo stipendio).
Decisamente interessanti sono state le scelte di ridurre i contributi agevolati alle le spese postali dei partiti per inviare corrispondenza cartacea in campagna elettorale, modalità quasi vintage nell’era del digitale e dei cinguettii, e di indicare all’ente contribuente l’ammontare del contributo dovuto lasciando spazio di azione. Ciò si applica a comuni, province ed alla Rai alla quale è stato indicata come possibilità per reperire 150 milioni la vendita di Rai Way e la riorganizzazione o chiusura delle sedi regionali, ma potrebbe decidere, come sarebbe peraltro giusto, di lottare l’evasione del canone (magari riducendo leggermente l’importo complessivo) legandolo alla bolletta elettrica e puntando a recuperare il 60% dei 300 milioni annualmente evasi (Link Canone-bolletta). Questo è un approccio fuori dalla logica dei tagli lineari e che lascia libertà a specificità locali sulle quali lo Stato centrale potrebbe non avere adeguata sensibilità, fermo restando che se entro un tempo stabilito non viene presentata la modalità operativa allora sarà il governo ad agire in autonomia, in alcuni casi applicando quanto previsto dal piano Cottarelli.
In aggiunta a ciò è stato confermato anche il taglio del 10% dell’IRAP per le imprese.

Il decreto IRPEF, dunque, è positivo o no? Parlando a titolo del tutto personale ritengo che possa essere considerato un primo positivo passo. Ovviamente si poteva fare meglio, dalle province si poteva ottenere di più, si poteva intervenire anche sulle regioni (vero contro di costo), il taglio agli stipendi pubblici interessa solo le primissime fasce dirigenziali, non si ricava molto dalle municipalizzate, ovviamente è perfettibile, ovviamente è solo l’inizio di un processo che deve avere riscontri nel breve ma che deve necessariamente essere rivolto al medio e lungo periodo.

Le critiche non sono mancate, ad esempio si rimprovera che incapienti, pensionati e piccole partite IVA, oggettivamente tra le più colpite dalla crisi, siano state lasciate fuori dal bonus ed in merito a ciò effettivamente ci si augura (è necessario che lo faccia) che il Governo dia seguito alle dichiarazioni del Premier di porre rimedio nel breve a questa lacuna.

Analogamente potrebbe essere opinato che coloro che percepiscono 9’000 € lordi annui avranno uno sgravio di 39 € mensili contro gli 80 € per coloro che percepiscono tra i 19’000 ed i 24’000 €.  Altresì è comprensibile che la prima azione sia stata applicata scegliendo la via più facile e rapida da attuare.

Altre critiche accusano la natura propagandistica di certe azioni, tipo i tagli alle auto blu ed il tetto agli stipendi dei manager pubblici, i quali in sostanza contribuirebbero in misura infinitesimale al bilancio complessivo. Ciò è parzialmente vero, ma nei mesi scorsi quante volte è stato ripetuto che la politica necessita di una nuova credibilità morale ed etica, deve essere più vicina ai problemi della quotidianità, che i sacrifici dei cittadini devono venire dopo quelli della classe politica e dirigente, quante campagne contro le auto blu sono state fatte (se non erro anche qualche inchiesta di Sergio Rizzo che ne quantificava il costo complessivo in misura non proprio irrisoria)? Ora per la prima volta si inizia, ed anche questo è un percorso, a dare qualche segnale in tal senso. Chiaramente siamo ben lungi dal risolvere una situazione quasi patologica, ma ripeto è un inizio.
A coloro, in genere ben pagati, che definiscono il bonus “risibile” si ricorda che si tratta di un 7-8% su una busta paga da 1’100 € mensili, quindi non un’inezia, inoltre è assai probabile che gran parte di tale somma aggiuntiva venga rimessa in circolo per l’acquisto di bene di prima necessità dando una piccolissima spinta ai consumi.

A ben vedere, riprendendo quanto riportato da Bankitalia, in questo decreto vi sono misure per rilanciare i consumi e che infondono un minimo di ottimismo (il bonus ed i tagli di alcuni privilegi) e misure per le imprese (il taglio del 10% dell’IRAP) che, nonostante sia assolutamente da potenziare, dopo il pagamento dei debiti che alcune attività produttive hanno, potrà parzialmente essere investito in innovazione.

Oggettivamente per la prima volta l’indirizzo intrapreso va nella direzione corretta, il Ministro Padoan ha dichiarato la necessità di due fasi per rafforzare la ripresa: una di stimolo immediato ed una di riforme nel medio periodo (come qui scritto più volte anche in riferimento al percorso che dovrebbe adottare l’EU composto da stimolo monetario nel breve e processo di investimenti a supporto del lavoro e delle attività produttive nonché  riforme che puntano alla vera unificazione nel medio-lungo periodo). La direzione di questo decreto pare proprio questa. Inoltre il Ministro dell’economia si è esposto con l’Europa inviando la famosa lettera a Bruxelles (Link) dove facciamo finalmente sentire le nostre ragioni chiedendo un anno in più per il pareggio strutturale di bilancio. Ciò, mai accaduto prima d’ora, è stato possibile per una serie di elementi favorevoli esterni (macro-economici e non, fonti riferiscono di una amicizia tra Padoan ed il consigliere di Olli Rehn) ed interni derivanti anche da alcuni risultati conseguiti dai Governi Monti e Letta, ma va detto che è la prima volta.

In conclusione il decreto è l’inizio di un lungo percorso da consolidare, perfezionare e migliorare in varie parti, ma rappresenta comunque un buono scheletro a patto di continuare senza scendere a compromessi nella direzione intrapresa. Dobbiamo proseguire con il taglio della spesa e delle inefficienze, ridurre privilegi anacronistici ed esagerati, riformare la burocrazia ed il fisco, innovare ed avvalersi delle nuove tecnologie, combattere duramente l’evasione, la corruzione e l’elusione fiscale e presentare tutto ciò in modo chiaro e preciso in Europa chiedendo alcune concessioni sul fronte dello stimolo economico e dell’investimento produttivo.

Si deve lavorare in Italia ed in Europa alleandoci con i paesi nelle medesime condizioni per consolidare il percorso che con questo decreto è iniziato, senza abbassare la guardia, comprendendo, soprattutto noi giovani, che i sacrifici saranno ancora tanti e che non raggiungeremo nel giro di pochi anni le condizioni di benessere e di possibilità di spesa dei nostri padri; la politica dovrà garantire più trasparenza ed apertura coinvolgendo attivamente cittadini e persone comuni che volessero mettersi al servizio del paese e dell’EU in tal modo si potrà innescare un necessario processo di riappacificazione tra istituzioni e popolazione che incentiva la partecipazione ed argina le derive estremiste, embrioni dell’anti europeismo convinto, caratterizzate dalla critica fine a se stessa e dagli arroccamenti.

PS Nota su rivalutazione delle quote di Bankitalia (LINK Articolo con cenno Bankitalia):
si sente ancora affermare che con la rivalutazione delle quote di Bankitalia possedute da alcune banche/assicurazioni si stia drenando denaro dal pubblico agli istituti. Questo non è vero. Le quote di Bankitalia valgono complessivamente 156’000 € e verranno rivalutate raggiungendo a seguito dell’operazione un valore complessivo di 7’500’000’000 €. Viene applicato quindi un fattore moltiplicativo pari a 48’077 € il che, semplificando all’estremo, significa che se un istituto bancario ha una quota di Bankitalia da 1 €, da un giorno all’altro si troverà ad avere una quota che vale 48’077 €. A meno della tassazione sulla plusvalenza, che nel caso in esempio sarebbe calcolata come il 26% (aumentata dal decreto Ipref rispetto al precedente 12%) di 48’076 €, è evidente come sia un guadagno sostanzialmente gratuito per le banche, nonostante le lamentele per l’aumento della tassazione che peraltro non è superiore a quella applicata ai privati cittadini, ma è altrettanto evidente che non sia il cittadino ad accollarsi la spesa. L’utilità di una simile operazione per le banche risiede nel fatto che una parte del loro capitale viene pesantemente rivalutato e ciò è molto importante nell’anno degli stress test europei. Ovviamente qualora gli istituti detentori decidano di vendere le loro quote (dovranno farlo essendo stato imposto un limite massimo del 3%) e sia lo Stato a riacquistarle allora vi sarebbe un reale trasferimento di denaro dal soggetto pubblico all’istituto privato (avvantaggiati ulteriormente), ma al momento parlare di un simile passaggio non è corretto. Di sicuro sarebbe stato più conveniente per lo Stato italiano, norme permettendo, riacquistare tutte le quote in circolazione (pari a poco meno del 95% del totale) esborsando circa 148’200 € rivalutarle e rivenderle, indicendo regolare asta tra soggetti istituzionali, al nuovo prezzo leggermente diminuito in modo da rendere vantaggioso l’acquisto senza dover contribuire interessi, arrivando ad incassare, nel caso di collocamento del 95%, una somma di poco inferiore a 7’125’000’000 €, indubbiamente ben altro ordine di grandezza.

19/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale