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Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti

Jean Claude Juncker ha inaugurato il proprio mandato come Presidente della Commissione Europea con un discorso molto ampio che cita e riprende i padri fondatori dell’Europa condannando i nazionalismi forieri di guerre e tensioni e facendo suoi gli obiettivi di crescita e lavoro.

A parte il discorso condito dall’immancabile retorica delle grandi occasioni formali, quello che più interessa è il suo approccio alla politica europea, in particolare cosa avrà in serbo per far ripartire l’economia, la crescita, l’occupazione e gli investimenti, vale a dire quelli che sono i pilastri del mandato europeo appena iniziato. Non esistono alternative, questo è il mandato della svolta, o davvero l’Europa riesce ad imboccare, e dico imboccare poiché il varco d’uscita richiederà tempo ed impegno, una qualche via per la ripresa oppure è destinata a sgretolarsi e, senza alcun pessimismo precauzionale, a capitolare, di paese in paese, sotto i colpi della globalizzazione e dei nuovi competitotors. Concorrenti agguerriti che hanno compreso ampiamente il loro potenziale e si sono recentemente aggregati dando vita ad una ancora primordiale ed abbozzata banca centrale dei BRICS, la quale per quanto embrionale e lungi dall’essere efficace ed in grado di  “rivaleggiare” con BCE e FMI, testimonia la volontà di fare sinergia in una potenziale tendenza ad imporre propri vincoli.

A livello economico Juncker ha presentato un piano pluriennale (2015-2017) di 300 miliardi di euro in investimenti, un terzo dei quali provenienti da risorse pubbliche (BEI e Budget EU) ed i restanti due terzi da risorse private. I veicoli da utilizzarsi sarebbero cartolarizzazioni societarie, project bond, mini bond ed, udite udite, euro union bond (titoli di stato EUROPEI ad ora inesistenti destinati al finanziamento delle infrastrutture) che, pur non essendo una condivisione dei debiti sovrani che comunque prima o poi avrà da venire, sono almeno una condivisione degli investimenti che in linea teorica dovrebbero essere funzionali a tutta l’Unione e contribuire al processo di integrazione ed unificazione dei vari settori (industria, infrastrutture, tlc, energia ecc). A piani importanti i vari stati membri e l’Europa stessa non sono nuovi, ben differente è la capacità, la forza, la volontà e la sinergia per poterli realizzare concretamente.

Una considerazione che sorge immediata è che mai come ora, quando alla luce della condizioni economiche, sociali, politiche e geopolitiche, l’ UE necessita della più solida unità e condivisione di intenti e programmi, l’Europa risulta disunita e discorde su molti fattori di primaria importanza.

A dimostrarlo vi è stata l’elezione per la prima volta non unanime di Juncker, la sua conferma presso il Parlamento Europeo seguita da manifestazioni di malcontento (a cominciare dal primo partito francese, FN, con Le Pen) e dove i 422 voti favorevoli ottenuto mancano almeno di una ottantina di membri; a riprova vi è anche la vicenda che tocca molto da vicino l’Italia, vale a dire la posizione come Alto Rappresentate per la Politica Estera dell’Unione. Questa casella all’interno dell’organigramma europeo dovrebbe spettare ad un membro del PSE, il quale ha appoggia proprio la brava italiana Federica Mogherini attualmente al Dicastero degli Esteri. Il nome però non risulta ben voluto da molti, da un lato (la Germania?) le si rimprovera la mancanza di esperienza e di network internazionali sufficientemente consolidati, dall’altro vi sarebbe l’eccessiva vicinanza alla Russia di Putin, rivendicata manifestamente solo dalla Lituania, ma in realtà da tutto il blocco Ex Sovietico (la posizione di apertura al South Stream, in contrasto con la posizione ufficiale di Bruxelles,  del Min. Mogherini non è ben digerita ad est). Il Premier Renzi, forte del peso del PD all’interno del PSE ove rappresenta il primo partito, pare determinato a voler portare a casa quella poltrona, l’alternativa di esperienza alla Mogherini sarebbe Massimo D’Alema.

Un dubbio egoisticamente italiano però va posto. Considerando che le questioni estere, fondamentali in Europa, all’atto pratico sono gestite gelosamente dalle sovranità nazionali e difficilmente nel breve termine l’approccio cambierà, è conveniente insistere così strenuamente su una simile posizione?

Eliminando tutte le postazioni economiche (tagliando fuori anche Enrico Letta per la presidenza del Consiglio) che non possono essere ricoperte dall’Italia essendo il connazionale Mario Draghi Governatore della BCE, non sarebbe meglio pensare a qualche cosa di più funzionale alla nostra economia? In particolare mi riferisco all’industria (siamo in procedura di infrazione per il pagamento dei debiti delle PA), all’agricoltura (nodo fondamentale per il paese e che spesso vincola pesantemente le nostre produzioni), alle TLC ed innovazione (settori in cui siamo arretrati e dove dovremo raggiungere livelli adeguati ad un paese che vuole tornare competitivo), all’immigrazione (siamo l’approdo naturale della migrazione africana e medio orientale), al commercio (attualmente solo l’export ci sta salvando) oppure alla fondamentale energia (dobbiamo abbassarne il prezzo puntando su mercati più integrati ed infrastrutture comuni che richiedono investimenti ed una maggior diversificazione tecnologica e geografica, siamo inoltre un hub naturale per il dispaccio energetico nonché testa di ponte con l’Africa e medio oriente) che poco si discosta, superandolo per importanza e strategicità, da quel commissariato agli esteri tanto insistito.

La discordanza di visione sulla politica europea, in tal caso economica e monetaria, prevarica i confini del vecchio continente per giungere oltre oceano, dove la visione dell’FMI è ben differente da quella della BCE. Se l’istituto della Lagarde preme per una governance economica più flessibile con meno rigore che starebbe (in realtà è comprovato) bloccando investimenti e crescita, la Banca con sede a Francoforte, per bocca del Governatore, invita a mantenere duro sui vincoli di stabilità, pur con dati dell’inflazione, produzione industriale, consumi, occupazione ed investimenti che spaventano sempre di più.

Probabilmente già nelle prossime ore, e di certo prima della pausa estiva, alcuni nodi verranno sciolti, ma il pericolo che le divisioni, i particolarismi, gli interessi nazionalistici e partitici rimangano tanto da ostacolare azioni che, per non perdere l’efficacia del fattore tempo come fin qui si è più volte verificato, vanno concretizzate immediatamente, esiste e non è di poco conto.

Come è vero che prima dei nomi vengono i programmi, anzi che ne sono conseguenza riprendendo la citazione dantesca “nomina sunt consequentia rerum”, è bene non perdere di vista i reali obiettivi che la nuova Europa deve congiuntamente perseguire e raggiungere: crescita-prosperità; lavoro-occupazione; pace-sicurezza. Tre note di una sinfonia che porta al benessere economico e sociale e di conseguenza al ritorno alla piena competitività ed autorevolezza nel mondo.

15/07/2014
Valentino Angeletti
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Brasile al bivio, potenziale pioniere di un moderno paradigma

Il Brasile, primo paese nell’acronimo BRICS ed al 6° posto tra le economie mondiali con un PIL di 2’080 bil $, dopo aver ridotto la velocità di crescita passata da valori tra il 7% e l’ 8% del 2010 ad un deludente 0.9% del 2012 e ad una lieve ripresa all’ 1.9% nel 2013, ma con una eccessiva inflazione, una notevole instabilità monetaria ed una riduzione delle produzioni agricole, un tempo attività centrale dell’economia carioca, si trova di fronte ad un bivio: dove investire.

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Andamento annuale del PIL brasiliano

Lo stato sudamericano ha grande disponibilità di denaro per investimenti, anche grazie agli eventi sportivi che lo interesseranno ed all’indotto che essi creano. Internamente però vi sono due punti di vista discordanti.

La prima teoria è impegnare la disponibilità economica in grandi investimenti infrastrutturali, orientarsi verso i servizi e l’industrializzazione, passare da un modello agricolo e rurale ad uno dove le megalopoli sono la meta di grandi flussi migratori interni ed esterni ed il cuore dell’economia, che tenderà a diventare finanziaria, per correre, seguendo quel processo che hanno seguito Cina, India e altri paesi emergenti, verso il concetto di modernità come più comunemente concepito e dove è stato comprovato l’ampliarsi di immense diseguaglianze sociali che, raggiungendo dimensioni enormi ed incolmabili, divengono non più acceleratore di crescita e progresso, ma causa di scontri, tensioni e caste chiuse.

L’alternativa proposta è sostenere la scolarizzazione, e non si parla di prestigiosi college ed università, ma di scuole primarie per insegnare a leggere e scrivere alle popolazioni locali ad alto tasso di analfabetismo, incentivare l’agricoltura, supportare il lavoro femminile, modernizzare le attività rurali, aiutare le piccole economie locali e micro-economie, sfruttare le risorse naturali grandemente presenti, abbracciando quindi un modello di sviluppo diametralmente opposto rispetto a quello che ha animato fino ad ora il rapido processo di globalizzazione.

Probabilmente la risposta corretta è un misto tra i due approcci, che non scansi la modernizzazione, il progresso e l’istruzione a tutti i livelli, ma che al contempo avanzi più lentamente, renda le città più vivibili, intelligenti ed al servizio delle persone, supporti il lavoro femminile, applichi metodi, modelli e processi tecnologici innovativi alle attività agricole, non scenda a compromessi su fattori come diritti umani e tutela dell’ambiente, si serva, ad esempio per la produzione energetica, delle risorse naturali senza comprometterle, il tutto in modo più sostenibile, responsabile e consono al contesto sociale, economico ed ambientale. Da evitare dunque quei disorientanti e rapidi sconvolgimenti forieri della creazione di una classe di pochi che corre inarrestabile verso l’opulenza e la ricchezza ed una massa che difficilmente riesce a sostentarsi, traumatiche discontinuità che sono state alla base delle crisi le quali ciclicamente hanno colpito l’economia moderna.

Questo modello potrebbe essere il nuovo spirito di una rinnovata e più equilibrata globalizzazione che punta all’interconnessione tra le economie e tra paesi ma che considera tutti gli aspetti dei contesti locali. Il Brasile può scegliere di essere il pioniere di questa virata.

09/04/2014
Valentino Angeletti
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Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde

È giunta al termine l’edizione 2014 del Worl Economic Forum (WEF) di scena a Davos, dove i grandi di politica ed economia provenienti da istituzioni pubbliche e private si sono riuniti per discutere e delineare le strategie e le priorità dell’agenda economica futura. In molti non sono teneri con questo genere di eventi ritenendoli costose passerelle propagandistiche senza alcun incisività e concretezza fino a spingersi a sostenere che coloro che davvero lavorano non hanno tempo per parteciparvi. Non so se sia vero, di certo in eventi così altisonanti che si prendano decisioni o che si parli di ciò che già non sia noto è estremamente difficile, ma, per il calibro delle personalità coinvolte, la rilevanza Forum è palese.

Finalmente, in deciso ritardo rispetto alla loro importanza nello scenario globale ed a dispetto della loro strettissima interconnessione con le vicende economiche mondiali, oltre ai classici temi economico-politici ne sono stati affrontati almeno altri tre: il clima, incluse le problematiche dell’inquinamento globale e dell’cambiamento climatico; la green economy; il rischio che l’automazione, in momenti dove l’austerità è dominante, possa essere in competizione con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Argomenti questi già prioritari da anni, il primo discusso a partire da Kyoto, ma sempre senza la convinzione e l’unione mondiale di intenti che servirebbe per combattere una battaglia simile; il secondo ormai maturo, ampiamente sperimentato e rodato in numerosi stati del nord Europa, bacino di importanti investimenti e che in molte zone del mondo, e l’Italia non fa eccezione, dovrà essere uno dei driver dell’auspicata ripresa; il terzo noto dai tempi del luddismo della rivoluzione industriale di fine 1700, inizio 1800.

Le conclusioni del WEF sono state velate da un cauto ottimismo, giustificato dal recupero dell’economia statunitense, dalla timida ripresa europea, dall’uscita dalla quindicennale deflazione giapponese, dalla crescita Britannica dove secondo il Premier Cameron non esiste più il problema dell’occupazione, anzi, semmai c’è il problema opposto, tanta domanda e poca offerta, dove la City ha ricominciato a girare a pieno ritmo, ma anche dove, quando c’è stato bisogno di agire, lo hanno fatto incisivamente (taglio di 11 mld £ di spesa, riducendo anche i dipendenti pubblici, ma senza pesare negativamente sull’occupazione).

Le cose però non sono così lineari come un semplice resoconto potrebbe far pensare. Infatti negli USA, che rimane il traino del mondo, il problema dell’occupazione è tutt’altro che scomparso, probabilmente assisteremo a periodi di crescita senza occupazione, e lo scotto da pagare per fenomeno della delocalizzazione inversa dai mercati emergenti nuovamente verso gli States, è un abbassamento del livello e della tutela dei lavoratori, che però gli statunitensi in molti casi accettano, consapevoli che in periodi di crisi e di transizione è difficile pretendere altro. Il tapering statunitense, che sta gradualmente diminuendo le iniezioni di liquidità e l’acquisto dei titoli di stato passato da 85 miliardi di $ al mese a 75 miliardi ed in procinto di attestarsi a 60, ha messo in difficoltà quei mercati emergenti che non hanno saputo sfruttare i capitali investiti entro i loro confini e nelle loro economie/finanze, capitali che ora stanno tornando verso i più solidi mercati maturi.
I BRICS non sono così attraenti come in passato e sono sempre più rischiosi, ne sono un esempio l’Argentina, che potrebbe contagiare l’intero Sud America, colpita da una tremenda inflazione probabilmente dovuta ad una politica monetaria dissennata, un’economia ancora traballante e conti pubblici forse abbelliti ad hoc; la Turchia, dove domina l’instabilità e la tensione politica; l’Ucraina, crocevia fondamentale per la politica energetica russa, che si vede divisa tra europeisti e filosovietici sull’orlo di una guerra civile. Questi fattori hanno concorso a rallentare gli ordinativi nei confronti della Cina, nazione con l’onere di essere la seconda locomotiva mondiale, che ha fatto segnare una crescita del 7.3%, quando l’attesa era di oltre 8%, valore più basso dal 1989. Tra le economie emergenti sapranno adattarsi ai nuovi scenari solo coloro che con il capitale ricevuto in questi anni sono stati capaci di investire in modo produttivo e solidificare le fondamenta della loro economia, mettere fieno in cascina, parafrasando il rappresentante indiano a Davos.
L’Europa,in modo molto eterogeneo, sta uscendo lentamente dalla crisi, ma lo spettro della deflazione è minaccioso e rischia di innescare il circolo vizioso di riduzione dei prezzi, competizione con ulteriori riduzione di prezzi sostenuta al limite da licenziamenti, innescando così un’ulteriore diminuzione del potere d’acquisto, e quindi dei consumi, nonostante i prezzi siano bassi.

A ben vedere, e forse in merito a ciò l’Europa, l’ECB e la Germania, che anche nel contesto del WEF non ha voluto sbilanciarsi sulla possibilità degli Eurobond glissando diplomaticamente, dovrebbero fare un esame di coscienza, ad andare meglio in questa fase sono quegli stati che a stimoli monetari “monster” hanno saputo affiancare un programma di investimenti e spesa pubblica produttiva non curandosi troppo del deficit, in grado di creare lavoro e sostenere l’innovazione: lavori pubblici, completamento delle opere non finite e cantierabili immediatamente, sostegno all’ R&D, alle start-up fino, potenziamento della banda larga ed internet di ultimissima generazione, nuovi investimenti nel settore energetico.

A Davos non è mancata poi la richiesta di più politica e meno finanza e significativo è il fatto che essa provenga proprio da un guru della finanza come Laurence Finck, CEO di BlackRock, secondo il quale la politica ha il vizio di parlare tanto, spesso anche bene, ma di non agire oppure di entrare in azione quando ormai le rapide dinamiche moderne hanno già fatto il loro corso. Questo monito deve risuonare nelle orecchie dei politici europei, ma soprattutto di quelli italiani, sempre e costantemente troppo lenti e poco risoluti e pragmatici nelle loro azioni, tanto che in questi anni, dai primi sintomi della crisi, ben poco è davvero cambiato e nuovamente sono i dati del Centro Studi Confindustria a testimoniarlo (calo PIL a 9.1% e riduzione del potere d’acquisto di oltre 3’000 € annui per le fasce ex ceto medio).

La conclusione del Forum è stata proferita dalla Direttrice del IMF, Christine Lagarde, la quale ha descritto la fase economica in corso con 3 R: Ripresa, Rischio e Reset della politica monetaria ed economica.
A queste tre R ne va necessariamente aggiunta una quarta, Redistribution, cioè ridistribuzione della ricchezza, strettamente connessa al problema demografico che è di primaria importanza.
Nel mondo si stanno sempre più ampliando le disuguaglianze tra pochissimi super ricchi e tantissimi poveri o sulla soglia della povertà, un tempo facenti parte della classe media.
L’Italia non fa eccezione, anzi, dopo USA ed UK è uno dei paesi più disuguali, nonostante la crisi e l’aumento della povertà diffusa, ha raggiunto il 4° posto per numero di nuovi milionari sfornati nel 2013: ben 127’000.
Oltre a ciò la popolazione mondiale sta puntando quota 9 miliardi di persone e nel nord Africa, nell’estremo oriente, nel sud e centro America, vi sono milioni e milioni di persone, principalmente nelle periferie delle megalopoli come Il Cairo, che spingono per consumare e per spendere quei pochi dollari che guadagnano, quasi come se fosse un segno di emancipazione. Al contempo richiedono accesso a più risorse, sia alimentari che in termini di servizi e di energia elettrica, motore dello sviluppo. In sostanza ambiscono a migliorare la loro condizione di vita in un processo che è una costante dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a migrare alimentando flussi migratori oceanici e difficili da gestire.

Un certo livello di disuguaglianza è benefico per le economie, perché unito ad una società dinamica, meritocratica e dove è possibile la scalata sociale, crea nelle persone quella naturale propensione al miglioramento della propria condizione che è il motore di sviluppo e crescita. Ciò vale sia all’interno delle economie mature sia nelle periferie del mondo che spingono per accedere a standard di vita più simili a quelli occidentali.
Se invece questo divario è eccessivo ed in più la mobilità sociale non esiste, anzi è il sistema delle caste a dominare inflessibilmente, il risultato saranno tensioni sociali, malcontento, scontro generazionale e razziale fino a sfociare in veri e propri conflitti e tremende manifestazioni di intolleranza che non rappresentano nient’altro che una lotta tra poveri e che contribuiscono ad acuire ulteriormente le disuguaglianze.
Di questo i grandi del WEF devono necessariamente preoccuparsi, ben prima delle dichiarazioni della prossima edizione del Forum.

26/01/2014
Valentino Angeletti
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