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Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto

NazarenoLa premessa da tenere a mente e che ormai avremmo dovuto imparare a far nostra, è quella che nella politica nulla ha contorni chiari e definiti e tutto può essere assai differente da come appare. Le risposte e le letture più ovvie, semplici e talvolta scontate possono essere fuorvianti ed in ultimo smentite da fatti non ponderati precedentemente, parimenti è altresì vero che  spesso, come vuole il dicotomico metodo del rasoio di Occam, le soluzioni e le letture più semplici son quelle che poi si rivelano corrette. Questo per dire che niente è scontato e che la politica, in Italia a maggior ragione, può riservar sorprese sempre e comunque tanto i rapporti tra le forze e le strategie sono come le geologiche zolle tettoniche, mutevoli e semoventi, che quotidianamente, benché di pochissimi ed impercettibili frazioni di millimetri, scivolano l’una sull’altra.

Non fa eccezione la rottura sul patto del Nazareno. Lo strappo attorno alla metodologia utilizzata per l’elezione del Presidente della Repubblica è ritenuta una ferita insanabile da parte di Forza italia, tanto che le reazioni interne sono state veementi. Per tutta onestà va ricordato che fin da subito Renzi aveva escluso l’elezioni Quirinalizie dal perimetro del Nazareno, mentre FI, annoverando le elezioni Presidenziali tra le riforme istituzionali, anzi, la riforma istituzionale per eccellenza, ha sempre ritenuto il confronto e la scelta condivisa del nome tra FI e PD di Renzi un elemento fondamentale del Patto, rendendosi disponibile a sostenere un candidato vicino al PD purché inserito nella loro rosa di proposte.

In FI le divisioni già evidenti si sono ulteriormente acuite, Fitto spinge per lo scioglimento dei vertici del partito in modo da ricominciare da zero con nuove modalità di nomina della classe dirigente, sia un’elezione primaria oppure un nuovo congresso, mentre è il consigliere politico di Berlusconi, Toti, a confermare la sospensione o rottura del Patto, sostenuta con toni più pacati anche da Romani che pur mantiene possibile il supporto di FI alle riforme necessarie, tutte dal suo punto di vista. Romani quindi confermerebbe un sostanziale mantenimento in vita del Patto. Sorprendenti sono state invece le dimissioni avanzate da membri storici e fondatori del partito di Berlusconi, quali Brunetta e lo stesso Romani, dimissioni che sono state poi respinte dallo stesso Silvio Berlusconi.

La prima domanda da porsi, proprio tenendo a mente quanto detto inizialmente, è se il Patto Nazareno sia davvero rotto o o se invece sia solo un bluff da parte di FI per cercare di dare l’impressione, incassata la sconfitta del Colle, di un maggior potere negoziale nella trattativa con Renzi e con il Governo? Del resto è innegabile che il supporto dei voti di Berlusconi siano stati decisivi per il passaggio in aula di alcune riforme, tra cui l’Italicum. Con tutta probabilità FI vaglierà ogni riforma, ma potrebbe continuare a garantire il suo supporto ben conscia com’è che in questo momento la sua forza, parimenti al suo elettorato, è ridotta se non all’osso al tessuto connettivo immediatamente prossimo e che una sua uscita dal Nazareno, rendendola inquadrabile come fattore impediente per le riforme, darebbe adito alla facile critica nei confronti dei suoi membri di voler bloccare un paese che invece ha la necessità immane di progredire riformandosi presto e soprattutto bene. Berlusconi è troppo furbo e di esperienza per non aver valutato simili conseguenze.

Supponendo invece una definitiva rottura del Nazareno chi avrebbe la meglio e chi invece la peggio? La risposta è complessa, ma è possibile fare un’analisi.

Ad uscirne indebolita, checché ne dicano i suoi componenti, è FI. Ha perso una posizione quasi di Governo e, considerando il risanato legame tra Renzi e l’ala del PD che guarda più a sinistra, anche le condizioni che può avanzare, i veti che può opporre ed i voti che può precludere al percorso delle riforme sembrano meno incisivi che in passato.  In aggiunta a ciò il tessuto del partito risulta molto precario andando a toccare anche i le basi storiche del partito.

In situazione neutrale si trova NCD, forse leggermente in miglioramento proprio in conseguenza all’indebolimento di FI. La sua posizione rimane comunque minoritaria ed Alfano, considerando anche i voti che la nascitura formazione di Corrado Passera, “Italia Unica” drenerà da NCD, non può che essere soddisfatto della rappresentanza in termini di ministri che continua ad avere allocati nel Governo.

Il PD va diviso in PD di Renzi ed ala più a Sinistra, cosiddetta minoritaria. Per il “PD-minoritario” si apre l’opportunità di avere un margine di trattativa più ampio nei confronti di Renzi che adesso dovrà confrontarsi e prestare maggior ascolto alle richieste di questa parte dei Democat. L’elezione del Presidente Sergio Mattarella ha ristabilito un certo equilibrio ed una certa fiducia interna nonostante qualche attrito sulle riforme permanga ed è proprio su queste che Renzi probabilmente si vedrà costretto a cedere qualche metro, come del resto potrebbe dover fare sulle tematiche più in bilico anche con SEL, che dunque riconquista un po’ di centralità.
Vi è in ultimo il PD di Renzi, quello di Governo. La sua posizione rimane dominante, può in un certo senso non curarsi troppo delle dichiarazioni e delle azioni di FI sul Nazareno, anche se le esternazioni di suoi primi esponenti come Lotti Luca o Serracchiani Debora dovrebbero essere più pacate perché se è vero che anche senza FI è possibile per il PD approvare le riforme, dall’altro lato è altrettanto vero che si renderà necessario un maggior dialogo ed una maggior apertura verso le richieste della minoranza PD e di SEL. Questo comporterà indubbiamente un cambio di strategie, meno vicino ai requisiti richiesti da NCD e FI, in tema di legge elettorale, legge sul lavoro e diritti civili (tematiche in cui è estremamente competente ed in cui può, e ci auguriamo che lo faccia, entrare nel merito il Neo Presidente Mattarella). Tal circostanza non è che sia drammatica per il Premier, non sono i dettagli dettati dalle minoranze ed impensierirlo nel percorso delle riforme, una concessione a FI, al M5S che valuterà il suo supporto di volta in volta od una alla minoranza PD/SEL al fine di far approvare una riforma poco cambia dal suo punto di vista. L’obiettivo è correre incessantemente senza fermarsi, potendosi così fregiare di aver ottenuto l’approvazione di Camera e Senato. Quali siano le ultime decine di voti necessari è di secondaria importanza visto che mediaticamente il loro risalto è infinitesimale rispetto al fatto di aver ottenuto voto parlamentare favorevole. Ovviamente i mutati rapporti di forza dovranno far mutare approccio al Premier orientandolo alla riconquista degli elettori più sinistrorsi e drenando il M5S, anch’esso sempre meno solido e sfaldato dalle fuoriuscite ed espulsioni come da un atteggiamento prettamente ostruzionista e poco costruttivo. Il prezzo da pagare potrebbe dover essere una perdita di voti lato centro e centro destra che comunque sono stati e rimangono importanti nel portfolio del Governo; da questo punto di vista arrivano in soccorso al Premier fiorentino le divisioni interne a FI e la sua perdita di credibilità, così come la nascita della formazione Italia Unica di Corrado Passera che, in quota ancora ignota, andrà per forza di cose a sottrarre voti alla stesse FI ed NCD.

In sostanza anche in questa situazione il Premier può far spallucce e correre, eventualmente le elezioni anticipate non spaventano anzi ora meno che mai vista la cresciuta inconsistenza degli avversari. Il Guitto Fiorentino può muoversi camaleontico nella scena politica italiana, giocando in casa come sotto la cupola del Brunelleschi all’ombra del campanile di Giotto, traendo vantaggio da ogni situazione come è topico per chi è già collocato in posizione di netto vantaggio forte per giunta dell’assenza di avversarsi tali da poter recare una preoccupazione che non sia poco più di un grattacapo.

04/02/2015
Valentino Angeletti
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Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….

Il processo di modifica della normativa su lavoro ed occupazione è iniziato. Come prevedibile dagli scontri dei mesi scorsi, il primo tema affrontato è stato l’Articolo 18. Il timore era che affrontare una tematica complessa a partire dalla regolamentazione dei licenziamenti fosse solo il modo per attaccare un baluardo ideologico più che per creare un substrato realmente favorevole alla proliferazione e catalizzazione di investimenti privati nel nostro paese.

L’attrazione degli investimenti come abbiamo detto più volte (LINK) non è figlia solo della normativa, indubbiamente da semplificare e snellire come tutta la burocrazia borbonica imperante ed inefficiente che la fa letteralmente da padrona come elemento maieutico per la proliferazione di poltrone e potentati, ma della domanda e della necessità di nuova manodopera per sopperire ai consumi, alla necessità di servizi, alla richiesta di export in sostanza alla dinamicità dell’economia, situazione dalla quale siamo ancora ben lungi.

Ricordiamo inoltre che l’articolo 18 non si applica già alle imprese sotto i 15 dipendenti, circa il 90% delle aziende nostraneane. Taluni sostengono che la non espansione di simili realtà dipende proprio dalla volontà di non dover sottostare a questa ulteriore norma, altri invece, tra cui imprenditori titolari di piccole imprese, non ritengono la presenza dell’Art. 18 un problema essendo l’aumento ed il non aumento di personale principalmente legato alla necessità di nuova manodopera, al costo da affrontare per nuove assunzioni che deve essere giustificato da un eccessivo incremento di profitto e non ultimo dal desiderio di mantenere una dimensione famigliare in cui i rapporti umani sono una delle forze che fanno il successo dell’attività. Se poi si considerano i casi in cui l’Articolo 18 è stato applicato nelle aziende oltre i 15 dipendenti essi risultano davvero un numero esiguo.

La modifica inserita dal Jobs Act abolisce l’Articolo 18 per tutte le imprese oltre 15 dipendenti introducendo la possibilità di licenziare a fronte di una buona uscita che varia dalle 4 alle 24 mensilità; 4 mensilità sono corrisposte per i licenziamenti entro il primo anno, per gli anni successivi le mensilità scendono a 2 all’anno per un massimo di 24 appunto. Le nuova assunzioni, che dovrebbero essere di tre anni come apprendista per poi trasformarsi automaticamente in tempo indeterminato, sono poi agevolate da uno sgravio di circa 7-8 mila € in favore dell’azienda. Il reintegro per i lavoratori dovrebbe, ed il condizionale è d’obbligo in quanto vi è ancora margine di intervento, permanere per i licenziamenti discriminatori. Verrebbero inoltre assimilati i licenziamenti collettivi a quelli di singoli individui.

Senza entrare più nel dettaglio, è evidente che la tematica rimane altamente divisiva, anzi pare proprio non accontentare nessuno.

Per NCD di Alfano – Sacconi e per tutta l’area liberale è stato fatto un piccolo passo avanti, ma soprattutto è stata persa l’occasione di eliminare definitivamente la possibilità di reintegro anche per i licenziamenti discriminatori ovviamente dietro corrispettivo pecuniario (opting out).

Per FI, Brunetta e Toti, è stato fatto tanto rumore per nulla, questa norma non sortirà effetti ed è stato creato ulteriore caos finalizzato a marketing e propaganda politica.

All’interno della sinistra e del PD si annidano però le critiche più feroci e pericolose per la tenuta del Governo Renzi. Il come sempre durissimo Fassina sostiene che sia stato eseguito il compitino dato dalla Troika, mentre i sindacati, inclusa la CISL che pure non aveva scioperato per opporsi a questa norma, si sono detti sconcertati per la perdita di fondamentali diritti sul lavoro con un pericoloso livellamento al ribasso. In particolare il dito è stato puntato contro l’equiparazione dei licenziamenti collettivi e di singoli individui, sulla quale lo stesso presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano ha aperto a modifiche e revisioni, così come verso la monetizzazione dei licenziamenti. Secondo le sigle sindacali, ed anche per la parte civatiana del PD, rimarrebbe presente una giungla indecente ed insostenibile di contratti. In sostanza il Premier avrebbe esaudito i desideri delle imprese e di Confindustria, che a dire il vero rimangono moderatamente soddisfatte.

Altro importante punto di scontro riguarda l’applicabilità della norma sui licenziamenti anche al settore pubblico caldeggiata dall’area liberale e di centro-destra. Il Governo, con i ministri Poletti e Madia, hanno dichiarato di non ritenere applicabile il Jobs Act ai dipendenti pubblici (anche se per il Premier Renzi è il Parlamento a doversi pronunciare su questo tema) aprendo così un ampio campo di scontro con tutta l’ala liberale di Governo ed opposizione, da Ichino a Zanetti.

Passando ad analizzare queste prima ed ancora precarie informazioni, una chiara evidenza è che le mensilità non sono poi così allettanti per il lavoratore al quale, più che l’indennizzo economico, è la prospettiva per il futuro ad interessare, prospettiva e fiducia nel deivenire senza la quale la ripresa economica e dei consumi non può esserci, come dimostrato da questa crisi. Inoltre nei i primi anni lo sgravio per le aziende è superiore a quanto esse dovrebbero rimborsare al lavoratore in caso di licenziamento, sembrerebbe dunque una contraddizione in cui licenziare può essere addirittura conveniente.

Come detto il licenziamento non è previsto per motivi discriminatori, ma lo è ad esempio per quelli disciplinari. Evidentemente, oltre al ricorso al giudice per stabilire la sussistenza o meno del comportamento perseguibile con l’allontanamento definitivo dal posto di lavoro, in molti casi di licenziamento il licenziato cercherà di ricondurre la sua situazione ad un licenziamento discriminatorio ricorrendo al giudice ed aprendo una causa con l’azienda probabilmente lunga, cavillosa e dispendiosa in termini di tempo e risorse sia per l’una che per l’altra parte. I licenziamenti collettivi già esistono, e soprattutto nelle grandi aziende, vengono operati con la creazione ad hoc di società controllate al 100% poi cedute in toto col meccanismo della cessione di ramo aziendale.

Pur essendo evidente è bene ri-sottolineare che per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti di fatto non cambia assolutamente nulla.

La questione dell’applicabilità al pubblico impiego, dove per certe inadempienze l’allontanamenti dal posto di lavoro già esiste anche se forse applicato in pochissimi casi (come spesso capita basterebbe applicare fedelmente le regole già in essere invece che crearne nuove…), pone di fronte al classico caso border line che è difficile dirimere; se infatti il dipendente pubblico ha sostenuto e superato un regolare concorso è anche vero che si accentua ulteriormente un divario tra lavoratori soggetti a maggior tutele, che pur pagano lo scotto di blocchi salariali ormai di lungo corso, e lavoratori ai quali simili tutele non si applicano. Questo elemento sarà probabilmente territorio di dibattiti e scontri, ma alla fine è difficile pensare un’applicazione ai dipendenti pubblici, sia per la forza del loro sindacato, sia per la presa di posizione dei Ministri Poletti-Madia, sia per l’importanza di un simile bacino elettorale.

Infine, un lavoratore a tempo indeterminato di lungo corso, quindi beneficiario dell’Articolo 18, che cambiasse lavoro spostandosi presso una differente azienda, sarebbe assoggettato alle nuove regole o manterrebbe la non licenziabilità del vecchio contratto? Questo elemento potrebbe essere ostativo nei confronti di una mobilità ed aspirazione alla crescita del lavoratore stesso, elemento basilare per il traino della ripresa USA.

Gli effetti del Jobs Act si vedranno nel giro di anni, e nonostante i dibattiti ampliamenti già aperti, la norma è ancora tutta da definire in molti punti chiave. Di sicuro di primo acchito non pare che sia una vera rivoluzione copernicana, piuttosto sembrerebbe che ben poco venga cambiato tanto da far sospettare che l’apporto alla creazione di posti di lavoro sia minimale rispetto a quanto auspicato. Sicuramente il fatto di non essere considerata una buona norma da tutti partiti porterà ad impasse ed aspri scontri vista anche la determinazione del Governo a non cedere a modifiche e l’apertura al ricorso allo sciopero già avanzata dai sindacati, con CGIL a far da capo fila.

Come dimostra l’ultimo caso di delocalizzazione che ha toccato lo stabilimento di Chieti della Golden Lady, in via di chiusura dopo la serrata della OMSA di Faenza riconvertita a produzione di divani, quella che va aperta è la stagione delle sburocratizzazioni e della defiscalizzazione in modo da attrarre investimenti privati, così come far in modo che l’Europa consenta più ingenti investimenti pubblici anche sotto strettissimo controllo di spesa e del raggiungimento dei risultati. Il superamento degli attuali ammortizzatori sociali, che non sono stati ancora completamente coperti da adeguate risorse, verso una riqualificazione attiva del lavoratore è indispensabile per la creazione della dinamicità tipica degli USA che tanto si prendono da esempio, ma dove le dinamiche sono completamente differenti e la ripresa ha goduto di politica monetaria e QE finalizzati esplicitamente al raggiungimento di un preciso target di disoccupazione (< 6%), investimenti pubblici, re-industrializzazione, mercato del lavoro dinamico e meritocratico ed un dollaro deprezzato in gradi di spingere con vigore le esportazioni; in ogni ragionamento poi non vanno mai dimenticate le contraddizioni sempre presenti, come l’imperante diseguaglianza e le tensioni sociali che stanno sfociando in gravi episodi razziali.

Meno burocrazia, meno tasse, sostegno ad imprese e lavoratori senza utilizzare la pericolosa arma della svalutazione salariale rappresentano gli elementi base per poter realmente spingere i consumi, l’export, creare domanda e conseguenti posti di lavoro, altrimenti articolo 18 o no l’occupazione non pioverà dal cielo.

27/12/2014
Valentino Angeletti
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IMU VS urgenze del paese

Lentamente, molto lentamente, si sta prendendo atto che l’aumento dell’iva al 22%, il quale nei giorni scorsi è stato posticipato, come da previsioni, ad ottobre 2013, non è così redditizio come era stato preventivato, i consumi si adeguano al potere d’acquisto ed al livello di prelievo fiscale, in Italia estremamente alto. Il punto percentuale che ha fatto balzare l’IVA dal 20 al 21% ha portato entrate inferiori di circa il 6% rispetto a quanto previsto.
Si sta prendendo atto anche che la cancellazione dell’IMU non è probabilmente sostenibile, e che questo provvedimento, contravvenendo a quanto sancito dalla Costituzione, andrebbe a favorire le fasce a redditi maggiori; si tratta di una misura regressiva e priva di coperture sufficienti, afferma il Ministro dell’economia Saccomanni con alla mano uno studio del MEF che presenta 9 alternative all’IMU elencate per efficienza, mentre il Premier Letta, che mai aveva confermato una cancellazione totale dell’IMU, al massimo aveva parlato di rimodulazione o di “metter mano all’imposta”, tranquillizza che la questione verrà risolta entro agosto. Tra le 9 alternative proposte una delle più probabili sarebbe l’inserimento dell’IMU all’interno di una service tax che la includa assieme alle imposte su servizi comunali, da augurarsi che abbaino pensato a come tener conto della tipologia di immobile e soprattutto di come tutelare i non possessori di prima casa da una semplice e subdola ridistribuzione del gettito IMU su una platea più ampia.

Ambedue le evidenze di cui sopra sono state anticipate già qualche mese fa e ribadite più volte. Concludere che la cancellazione dell’imposta sugli immobili agevola la maggior parte delle volte (ovviamente esistono le eccezioni ed i casi particolari) le fasce a più alto reddito non è un sillogismo troppo articolato, me ne ero accorto io e la mia famiglia che purtroppo non siamo possessori di immobili, se ne erano accorti coloro che percepiscono meno di 13’000€ all’anno in quanto esentati, se ne erano accorti la maggior parte dei contribuenti che versavano circa 150€ all’anno di imposta immobiliare, se ne era accorto il PD ed ancora prima Scelta Civica di Monti. Per le categorie a basso reddito il nullo o lieve risparmio di un’eventuale cancellazione dell’IMU non contribuirebbe di certo a spingere vigorosamente i loro consumi, come per i più ricchi e facoltosi il risparmio di qualche migliaia di euro all’anno non sarebbe così significativo da alzare ulteriormente un tenore di vita già elevato, ancora meno plausibile è pensare ad un effetto benefico sul mercato immobiliare.

Dunque tutto ciò che aveva bloccato il Governo Letta, e continua a farlo visto che da Brunetta a Berlusconi non si accetta la possibilità di non cancellare l’imposta sugli immobili minacciando esplicitamente la tenuta dell’Esecutivo, è sempre più evidente essere una questione di poco conto, sostanzialmente proclami da campagna elettorale se paragonata ai reali problemi che con grande difficoltà l’Esecutivo sta cercando di affrontare, primo tra tutti la disoccupazione, il pagamento dei debiti delle PA, il cuneo fiscale, il sostegno alle famiglie ed alle imprese, gli investimenti in sviluppo, il problema del costo dell’energia e via discorrendo.

Mentre la maggior parte dei leader di centro destra è impegnata a lanciare pesanti ultimatum al Governo, non senza scontri interni, sui temi dell’agibilità politica di Berlusconi, sulla quale si pronuncerà l’apposita giunta il 9 settembre, e dell’IMU, nel centro sinistra sono il congresso, la segreteria di partito e la candidatura a Premier ad essere gli argomenti sui quali vengono spese le maggiori energie, in ambo i casi ancora una volta dimenticando le priorità del paese. Non sarebbe meglio, solo per citare l’ultima opportunità da cogliere al volo e da sfruttare senza errori visto che si sta parlando di soldi dei risparmiatori “postali”, supportare già da subito la CdP che, presentando il suo piano industriale per il triennio 2013-2015, ha messo a disposizione da 74 a 80 miliardi di euro per privatizzazioni e piani di lungo periodo come investimenti in infrastrutture e nella crescita dimensionale delle imprese?

09/08/2013
Valentino Angeletti
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