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Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività

Dopo i disordini e le manifestazioni di protesta condotte dai lavoratori della fabbrica ex FIAT, ora FCA, di Termini Imerese davanti al MiSE e per le strade di Roma, durante la trattativa tra sindacati e Ministero, rappresentato dal sottosegretario De Vincenti, oggi pare che un accordo sia giunto.
Ai 1200 cassaintegrati sarebbero stati assicurati altri 6 mesi di proroga dell’ammortizzatore sociale, mentre ancora in divenire sarebbe il piano di reindustrializzazione dell’area siciliana che oltre allo stabilimento Fiat vede altre realtà dell’indotto in difficoltà, come la Lear che potrebbe revocare i cento licenziamenti in programma a patto di una proroga della cassa integrazione in deroga anche per i propri lavoratori.
Al vaglio è anche la possibilità di ricorrere all’esodo, utilizzando gli scivoli pensionistici per coloro, circa 100, che avessero raggiunto i requisiti.
Un nuovo incontro, quando forse si sapranno dettagli più precisi, è in programma per venerdì 14 febbraio.

Senza voler far ricadere colpa alcuna sulle spalle dei lavoratori che rischiano di perdere il loro posto e che si trovano in una situazione complicata, c’è da dire che lo stabilimento di Termini Imerese è fermo ed usufruisce della CIG dal 2011. In questi tre anni di crisi globale la CIG ha pesato sulle spalle dei contribuenti e probabilmente continuerà a farlo, senza che un nuovo piano industriale fosse redatto e proposto, senza dare alcuna possibilità ai lavoratori di riqualificarsi cercando poi di impiegarli in nuove mansioni, in un certo qual modo di rimetterli in gioco, un tentativo complesso in un momento in cui il lavoro scarseggia, ma doveroso se si vuol inseguire il modello di welfare ad esempio tedesco e non perdersi dietro l’illusione che tutto tornerà come prima, cosa ormai evidentemente impossibile; tante aziende chiuse, così come interi distretti e settori produttivi, non riapriranno più.

La colpa può essere parzialmente data alla FIAT, che nonostante le sovvenzioni degli anni passati, non ha saputo assicurare la sopravvivenza e la competitività delle proprie produzioni in alcuni stabilimenti, forse ha anche sbagliato, o adottato consapevolmente, strategie differenti più rivolte alla finanza e meno alla produzione, ma gran parte del problema deriva anche dall’incapacità della politica, inclusi i sindacati, di saper indirizzare e risolvere problemi e vertenze in maniera decisa, concreta e rapida in sintonia con le congiunture macroeconomiche in essere.

Alla FIAT non si può neppure rimproverare la decisione, dopo la nascita di FCA, di trasferire la sede legale in Olanda, quella finanziaria a Londra, e di quotarsi a Wall Street, mantenendo la quotazione a Piazza Affari solo per motivi storici, quasi che avesse valore affettivo.
In Olanda la legislazione è più snella e semplice che in Italia, a Londra la tassazione sui dividendi è al 10% circa quando da noi è quasi al 30%, la borsa italiana per capitalizzazione è al 23° posto nel mondo superata dal Messico, Malaysia ed Indonesia. In altri stati Europei poi il costo del lavoro è più basso anche per via della minore incidenza della tassazione.

Non c’è quindi da lamentarsi troppo, è stata, ed in tal caso anche l’Europa è colpevole, perseguita una Unione senza prima dettare regole comuni che evitassero distorsioni competitive, né cercando di imporre regole che cercassero di livellare le disuguaglianze ed arginare i particolarismi dei singoli membri.
Fintanto che l’economia ha girato ci sono state opportunità per tutti, ma quando le cose si fanno critiche è allora che chi ha le condizioni migliori è avvantaggiato e non è strano che le aziende, quelle che possono permetterselo, per sopravvivere cerchino di sfruttare tali situazioni.
In aggiunta si sta pericolosamente consentendo una concorrenza sui prezzi che ha creato una corsa al ribasso per bilanciare, senza successo, il calo del potere d’acquisto e dei consumi della middle class in via di estinzione. La pericolosità di un simile meccanismo sta nella delocalizzazione verso zone d’Europa dove il costo del lavoro è basso così come le condizione dei lavoratori, da considerare che se tutti gli stati europei divenissero eccessivamente cari ci sarà sempre una Cina, un’India, un Bangladesh, o un Vietnam da poter “colonizzare”. Altro aspetto pericoloso è la spirale deflattiva che si può innescare, poiché le sfrenata corsa al ribasso, al limite, comporta tagli di stipendi, licenziamenti, ricorso ad ammortizzatori sociali, andando a gravare sulla collettività e diminuendo ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori, che quindi saranno ancor meno propensi al consumo, innescando un meccanismo perverso.

È stata fino ad ora persa l’opportunità di sfruttare la globalizzazione, piena di vantaggi potenziali, ma anche di grandi rischi, non ultima la scissione tra finanza ed economia, in cui il mondo sta incappando costantemente. Verrebbe da citare il popolare proverbio: “si è voluta la bicicletta, ora pedalare …..”., ma la bicicletta è un rugginoso ferro vecchio e la via da percorrere un sentiero impervio e tortuoso; ce la si può fare, ma ci vorrebbero gambe buone, determinazione e forza di volontà nel perseguire l’obiettivo.

Quella di Termini Imerese è una vicenda emblematica per rappresentare tante altre realtà, dal Sulcis, alla Indesit, all’ Electolux, agli stabilimenti della pasta Agnese, alla chimica mai decollata, senza considerare tutte le realtà minori, solo per dimensione e non per importanza, che in questi anni sono state costrette ad alzare bandiera bianca. Dal rapporto SVIMEZ si certifica il rischio di desertificazione industriale, in particolare al sud, interi distretti sono scomparsi e mai torneranno ed i lavoratori non possono pensare di vivere sempre e solo con la cassa integrazione, non possono permetterselo loro perché sarebbe un’alienazione delle loro capacità, non se lo può permettere la collettività perché non ci sono risorse, non può permetterlo lo stato perché non è da paese civile, non possono permetterlo i sindacati perché non è più tempo di difendere certi meccanismi ormai insostenibili.

Gran parte di queste situazioni erano note da anni, ma non si è mai agito richiedendo e redigendo piani industriali e progettando riconversioni produttive e di riqualificazione dei lavoratori. Al contrario si è sempre ricorso a palliativi, quando la CIG, quando la disoccupazione che da elemento transitorio si è trasformata un vero ammortizzatore sociale su cui alcune aziende giocano, somministrando contratti stagionali e confidando dell’introito sociale che gli pseudo-dipendenti percepiranno nei periodi di non lavoro.
Una volta che il problema ha assunto dimensioni enormi allora si comincia a pensare che sia bene affrontarlo in modo più strutturato, ma ormai è tardi, i tempi sono stretti, le pressioni aumentano e la soluzione frettolosa, quindi non ottima, anzi spesso neppure il minore dei mali.

In questo tempo, letteralmente peso, tanti soldi pubblici sono andati perduti e non sono state create occasioni per reindustrializzare aree e riconvertire produzioni verso attività che avessero più mercato, perdendo in termini di competitività dell’intero sistema paese rispetto al resto di Europa e del mondo, molto più efficaci ed efficienti.

Del resto, purtroppo, in Italia è consuetudine agire in ritardo e quando non si può fare altrimenti, non si prevede o si anticipa in modo proattivo, ma si rimedia, mettendo in luce una cronica assenza di visione strategica ed organizzazione.
Il caso di Mastrapasqua ne è un piccolo esempio, tra i tanti.
Adesso probabilmente verrà fatta una norma che impedirà di ricoprire più cariche pubbliche o in conflitto di interessi, che dovranno essere ricoperte in esclusiva; si esulta per questa legge come se fosse un grande successo, una svolta epocale, ma da quanto tempo sussiste questa condizione di concomitanza di cariche multiple che in Mastrapasqua assume dimensioni titaniche, ma che è quasi la normalità?
Inoltre la norma di “esclusività delle cariche” verrà applicata solo agli enti ed alle società pubbliche più rilevanti e per le cariche di primissimo piano. Ci sarà quindi una soggettività nella cernita delle società e degli enti così come degli incarichi, che non è attributo delle leggi, necessariamente oggettive ed uguali per tutti (fino a che livello degli organigrammi si dovrà arrivare? E se certamente INPS ed Equitalia sono di primo piano quali sono le altre, Università, CNR, municipalizzate, CDP, Bankitalia?).

Quando Mastrapaqua divenne presidente dell’INPS nel 2008 pare avesse già oltre 40 incarichi (alcune fonti riportano 54). Se questa condizione andava bene prima perché non dovrebbe più andare bene adesso e se non è corretta ora perché non si è agito prima visto che tutti sapevano?
Ora molti, tra cui Giovannini ed anche Letta che definisce la scelta saggia ed in accordo con le norme che il governo sta introducendo, plaudono e quasi elogiano il gesto dell’ex presidente dell’INPS, ma con accuse di truffa ai danni della stessa INPS, di falso ideologico ed abuso di ufficio per la vicenda dell’ospedale Israelitico e con presunte manomissioni di esami e statini universitari che gli valsero anche un’espulsione, in qualsiasi paese non avrebbe avuto alternative. Anzi avrebbe dovuto dimettersi al primo avviso di garanzia senza permettersi di minimizzare dicendo:
“Se devo dimettermi per un avviso di garanzia, dovrebbero dimettersi più della metà dei dirigenti pubblici…”.

I casi Termini Imerese e Mastrapasqua sono solo due esempi di azioni tardive che sono costate in termini di denaro pubblico e/o competitività del paese, si aggiungono alle vicende Ilva, Alitalia, Sulcis, petrolchimico di Mestre, rigassificatore di porto Empedocle, TAV, TAP, British Gas e strategia energetica in generale, legge elettorale, abolizione delle province, tagli ai costi della politica e delle spese ecc, ecc.

In questo momento il Premier Enrico Letta è ad Abu Dhabi dove ha iniziato il suo tour tra Emirati, Quatar e Kuwait per presentare il nostro paese agli investitori, incontrerà i vertici di Etihad per un eventuale accordo su Alitalia e presenterà il piano di attrazione di investimenti “Destinazioneitalia” che verrà votato dall’Esecutivo in settimana.
Le possibilità di collaborazione ed interscambi sono molte, energia, lusso, alimentare, turismo rappresentano solo alcuni settori, ma le vicende interne sono continuamente monitorate da potenziali investitori e da anni non sono certo una buona pubblicità, tanto più che le condizioni di sistema per fare impresa in Italia sono proibitive, dal costo dell’energia alla burocrazia, dalla tassazione all’incertezza normativa, dall’instabilità politica alla lentezza nel fare le riforme, dalla corruzione ed evasione alla difficoltà di applicare pene e sanzioni, dal clientelismo all’inesistenza di meritocrazia.

Se l’Italia non cambierà, passando da un atteggiamento puramente reattivo, in risposta a situazioni degenerate e compromesse, come per il lavoro che ben poco può giovarsi della diminuzione dello 0.1% della disoccupazione secondo l’ultimo rilevamento, ed a scandali ormai manifesti, come per il caso Mastrapasqua, ad un atteggiamento proattivo che cerchi di evitare i problemi o di risolverli sul nascere, poche speranze concrete di cambiamento potranno essere realizzate, così come pochi, rispetto al potenziale, investimenti importanti vorranno insediarsi entro i nostri confini.

Nota: alcuni nomi per la successione di Antonia Mastrpasqua alla presidenza dell’INPS sarebbero Tiziano Treu, Raffelo Bonanni ed anche  (udite, udite) Elsa Fornero.

01/02/2014
Valentino Angeletti
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Un difficile G20 per puntare alla resilienza

Sarà un G20 estremamente difficile e delicato quello che si svolgerà giovedì 5 e venerdì 6 settembre, a San Pietroburgo, in Russia, si intrecceranno le problematiche economico-sociali con quelle geo-politiche e relative agli scontri in medio oriente.

Nelle ultime settimane le tensioni tra USA e Russia hanno progredito in crescendo, a cominciare dal caso Snowden fino alla vicenda della Siria. Russia e Cina, che con USA, Gran Bretagna e Francia rappresentano i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, potrebbero porre veto alla bozza di risoluzione presentata da Cameron che prevedeva un intervento armato in risposta al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria. Già prima della vicenda siriana esistevano addirittura dubbi sulla partecipazione di Obama al meeting, che in seguito ha confermato la propria presenza.
Nonostante si sostenga che quella siriana non è una vicenda che verrà trattata al G20 è innegabile che qualche risvolto lo porterà, le atrocità attuate non possono e non devono essere taciute ed inoltre, pur non essendo la Sira un grosso esportatore di petrolio, si trova in un aria strategica per l’approvvigionamento energetico del Mediterraneo. Gli scontri in Siria, in Egitto ed Libano, oltre al dramma umanitario di prima importanza, hanno fatto sfiorare al greggio quota 120$ al barile ed i prezzi dei carburanti sono in aumento, queste ripercussione saranno probabilmente inserite nei dibattiti.

Astraendo e ponendoci su un piano più elevato rispetto alle discussioni di dettaglio che verranno affrontate non c’è dubbio che debbano essere messi al centro della discussione il cambiamento che la società ed il mondo stanno vivendo, addirittura in molti casi subendo, e le interconnessioni globali che rendono sempre più complessi ed intrigati i rapporti tra paesi, continenti ed intere regioni geografiche.
Strettamente collegata al cambiamento ed alla possibilità do continuare a vivere con una elevati standard di benessere, ma al contempo in modo sostenibile, e diffondendo questo benessere alla platea più grande possibile, è la capacità dei singoli paesi ed aree di essere rapidamente resilienti rinnovandosi ed adattandosi proattivamente alle evoluzioni esterne, intraprendendo percorsi anche molto complessi per modificare stili, abitudini e più in generale sistema.

L’energia e l’ambiente saranno punti da affrontare e di sicuro Russia, Cina e USA (ma non solo) non si lasceranno scappare l’occasione. Anche nell’ “Energy and Environment” il cambiamento è evidente e rapido da un lato si dovranno analizzare le mutate esigenze energetiche, in particolare lo spostamento del baricentro della domanda, le differenti disponibilità dovute a nuove scoperte ed a tecnologie innovative e la necessità, essendo l’energia fonte di vita e bisogno primario per il benessere dei popoli, di cercar di rendere disponibile a tutto il globo sufficienti risorse energetiche per uno standard di vita dignitoso, dall’altro si dovrà fare i conti con l’ambiente sempre più sofferente e che non può sopportare ulteriori massicce immissioni di anidride carbonica ed in generale di veleni. L’impegno USA, che comunque non ha ratificato gli ultimi protocolli sul clima, è stato ribadito a più riprese da Obama che ha intenzione di imporre limiti di legge alle emissioni di CO2 alle aziende energetiche americane così come ha intenzione di investire sempre più in efficienza energetica domestica ed industriale, nel rinnovabile e nello shale gas. Analoghi impegni dovranno essere presi anche dagli altri paesi, in primis Russia, Cina e Canada, e sottoscritti, e ciò vale anche per gli USA, in modo formale nelle sedi deputate.

Le politiche monetarie dei vari Stati sono una questione che potrebbe sembrare troppo specifica e geograficamente limitata per essere affrontata in un G20, ma non è così. I soli annunci da parte della FED di un tapering, cioè riduzione dell’acquisto di titoli di stato, tramite stampa di nuovo denaro, che al momento ammonta ad 80-85 miliardi di dollari al mese, ha avuto un impatto importante sui mercati mondiali. E conseguenze ancora peggiori stanno avendo le crisi monetarie in India e Brasile dove per fronteggiare il rallentamento della crescita ha avuto luogo una enorme svalutazione delle valute locali che ha creato problemi al commercio, agli investimenti ed alle borse di tutto il mondo. Anche il rallentamento della crescita cinese che si è attestato al 7% circa (valore spaventoso per le economie sviluppate) e la politica del nipponico Abe si sono ripercosse sull’economia globale.

Il mondo della finanza e più semplicisticamente delle banche ha influenzato in modo drammatico gli ultimi anni. La decisione di unificare le banche d’investimento con le banche “commerciali” presa nel 1999 in USA ha contribuito, oltre che alla crisi dei mutui subprime iniziata nel 2008, alla deriva della finanza rispetto all’economia reale, creando un substrato di ricchezza virtuale ad appannaggio di pochi, così come han fatto, in modo minore, lo scandalo Libor o lo zelo del trader londinese di J.P. Morgan soprannominato la “balena di Londra”.
Il periodo pre-crisi è stato un periodo di indubbia crescita economica e prosperità viziato però da un fatto singolare nella storia, cioè che la ricchezza creata veniva incanalata verso pochissime persone aumentando sempre più marcatamente il divario tra i ricchi ed i poveri. Il Brasile, la Cina, la Russia ed in generale i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli pesantemente basati sulla finanza come la Gran Bretagna e non dimentichiamo la stessa Italia vedono una disuguaglianza sociale enorme che il G20 dovrebbe discuterne al fine di implementare piani di intervento per riportare la finanza al servizio dell’economia. In tutti i periodi di crescita economica precedenti a quello conclusosi nel 2008 a beneficiare del maggior benessere era tutta la società, ciò dimostra una distorsione negli ingranaggi del sistema che necessità di un cambiamento radicale del paradigma ed in ogni caso di un maggior controllo, in particolare su tutta quell’aria finanziaria al momento non regolamentata, la shadow banking, popolata da derivati, cds, etf e strumenti che di per se non sono diabolici, ma non essendo stati regolati, avendo meccanismi incomprensibili se non a pochissimi esperti (il caso MPS dimostra come l’utilizzo di questi strumenti non sia banale neppure per addetti ai lavori) ed avendo superato per valore il PIL mondiale (poco meno di 70 mila miliardi di $) possono dare adito a speculazioni e crisi economiche e sistemiche di dimensioni catastrofiche.

In Europa problemi in paesi relativamente poco rilevanti come incidenza del loro PIL su quello dell’Eurozona hanno portato centinaia di miliardi di perdita in capitalizzazioni di borsa ed influito negativamente, in modo diretto sui loro cittadini, in modo indiretto su quelli europei, così come le scelte di politica monetaria della ECB o la propensione all’austerity della Germania hanno portato ripercussioni da est ad ovest.

Le interconnessioni tra le varie economie e la rapidità con cui enormi flussi di capitale e di investimenti, sia finanziari che reali (la Cina è molto attiva nel settore energetico, Oil&Gas e minerario), in poche parole la globalizzazione, si spostano tra zone geograficamente lontanissime a seconda della convenienza, rendono il sistema tanto interdipendente da ampliarne enormemente sia le potenzialità di crescita e sviluppo che le vulnerabilità le quaoli si ripercuotono su tutti gli attori dello scenario globale.

Il modo di affrontare una situazione che in relativamente poco tempo è mutata radicalmente necessita di un cambiamento incisivo, convinto, simultaneo e sincronizzato di tutti i sistemi paese e delle popolazioni. La resilienza che governi del G20 devono discutere assieme ad altri importanti attori della globalizzazione, come banche, multinazionali energetiche, fondi di investimento ed ovviamente istituzioni politiche e divulgare nei loro confini di competenza consiste nell’adattamento proattivo al cambiamento, della politica, delle amministrazioni, delle aziende e delle genti, che la ricerca del trade-off ottimo tra sviluppo e sostenibilità ci impone di perseguire in tutti i settori economico-sociali con il fine ultimo di modificare e porre dei limiti a quel sistema ed a quel paradigma che ha portato le distorsioni e le disuguaglianze foriere di crisi e tensioni sociali.

29/08/2013
Valentino Angeletti
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