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Industriali italiani avversi alla riduzione di CO2. Imposizioni rappresentano un fardello o un driver alla competitività?

In Cina parlano di Climageddon per identificare l’ormai incontrollato inquinamento delle città che rende questi luoghi, densamente abitati, frenetici ed immensi, letteralmente invivibili, tanto che nei momenti peggiori viene imposto il divieto di uscita dagli edifici per l’impossibilità di respirare e di vedere, come vi fosse una fittissima nebbia. Anche rimanere all’interno di luoghi chiusi non protegge dal pericolo di inquinamento e polveri sottili a meno di avere finestre a tenuta stagna ed impianti di condizionamento con ricircolo o filtraggio dell’aria.
In Cina i principali fattori di questo disastro ambientale, che come conseguenza ha anche il riscaldamento globale e l’aumentare di eventi estremi in accordo con molti studi e col panel scientifico internazionale IPCC, sono i trasporti e gli impianti industriali, principalmente le centrali di produzione elettrica a carbone, combustibile più diffuso del quale la Cina è ricca, che non sono dotate di adeguate tecnologie e meccanismi di riduzione e controllo sulle emissioni inquinanti.
I temi dell’inquinamento e dell’energia sono già stati trattati ampiamente:

Punti per piano energetico 2013
Conferenza clima Varsavia
Conferenza clima Varsavia 2
Italia, energia a prezzi competitivi per rilanciare economia

Ora dall’Italia industriale, Confindustria in particolare, viene una critica alla politica europea, definita velleitaria, di riduzione delle emissioni in atmosfera di CO2 del 40% di qui al 2030 appoggiata da alcuni stati come Germania, Francia, Gran Bretagna, ma sottoscritta anche dal Ministro dell’ambiente italiano. I timori degli industriali sono relativi all’impatto sulla competitività che queste misure potrebbero avere per le industrie italiane già molto in difficoltà ed obbligate a pagare un prezzo dell’energia più alto che altrove, principalmente a causa di un prelievo fiscale e di accise elevatissime ed al peso degli incentivi alle rinnovabili, mercato ormai maturo, che ha dato adito a speculazioni notevoli a danno dei contribuenti, salvo poi dare semplicisticamente colpa dei rincari ai produttori o gestori di energia ed infrastrutture.
Il ragionamento di Squinzi non è dissimile da quello che adduce la Cina rifiutando ogni protocollo di intesa sul clima, perché a detta loro non è corretto che altri stati abbiano potuto in passato svilupparsi col “vantaggio” di non doversi curare dell’ambiente “possibilità” che vorrebbero sfruttare anche loro. A dire il vero la Cina a breve supererà il livello di emissioni dovuto a quasi tutta la rivoluzione industriale del 1780, quindi il loro “bonus” potrebbe considerarsi esaurito.
Non è neanche pienamente corretto sostenere che normative sulle emissioni ostacolerebbero la ripresa italiana in quanto stato produttore industriale e manifatturiero, perché ciò varrebbe anche per la Germania, inoltre non è da pensare che sia solo l’industria ad inquinare pesantemente, vi è il settore agricolo e degli allevamenti intensivi presenti più altrove che in Italia e tutto il sistema dei riscaldamenti domestici ed industriali. Quindi i costi di adeguamento se rappresentassero un problema non lo sarebbero solo per l’Italia.

Il punto chiave è che la questione del cambiamento climatico, così come la demografia e l’approvvigionamento energetico, va affrontato a livello globale. Anche accordi europei, benché utili, non sono sufficienti, serve la cooperazione con i grandi stati inquinanti, con tutti gli “stakeholders” coinvolti ed una reale volontà di cambiamento di paradigma cercando non di puntare, almeno nel breve, ad un utopistico ed irrealizzabile abbandono totale delle fonti fossili, ma convergendo verso un loro utilizzo ottimizzato ed oculato, investendo tantissimo sul risparmio, sull’efficienza e su una piena integrazione con le rinnovabili, decisamente importanti nel portafoglio energetico mondiale. Il meccanismo ETS che ha mostrato negli anni scorsi le sue lacune potrebbe essere rivisto e migliorato sensibilmente sie per implementazione tecnico-normativa che per settori di applicazione i quali ad esempio potrebbero includere anche il settore dei trasporti terrestri al fine di incentivare una mobilità sostenibile e lo sviluppo dell’e-mobility comprendendo l’infrastruttura relativa.

L’approccio di Confindustria alla questione dovrebbe quindi essere non di pensare alla lotta ai cambiamenti climatici come un fardello, ma considerarla come grande opportunità, parte di quel cambiamento che il nostro sistema politico, economico e sociale deve intraprendere celermente. Tutta la filiera del risparmio energetico e dell’abbattimento degli inquinanti, a partire dall’efficientamento energetico domestico ed industriale, alla lotta alle perdite di trasporto e distribuzione energetica, la riqualificazione di edifici, la bio edilizia sostenibile, i nuovi materiali, le nuove tecniche di abbattimento di inquinanti per impianti a carbone, il gas naturale, gli interventi sulla rete elettrica per una migliore gestione dei carichi ed integrazione delle rinnovabili, la mobilità elettrica, l’integrazione verso un mercato energetico comune e l’equiparazione fiscale sull’energia in modo da poter abbassare nel breve termine il costo del MW anche in Italia (e non mi dilungo oltre), rappresentano una filiera che richiede lavoro altamente specializzato ad alto valore aggiunto e che può rappresentare un nuovo e duraturo driver per la nostra economia.

Anche se nel breve fossero tolte o ridimensionate le restrizioni europee sull’inquinamento sarebbe la vittoria di Pirro per le industrie italiane, primo perché col problema dovranno confrontarsi senza scuse in un prossimo futuro, secondo perché si ritarderebbe quel processo di rinnovamento industriale, quel cambiamento di paradigma socio-economico-finanziario alla volta della sostenibilità complessiva, del quale l’Italia ed il mondo necessitano.

16/01/2014
Valentino Angeletti
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Alla conferenza sul clima di Varsavia negoziati dominati dai particolarismi

La conferenza delle Nazioni Unite sul clima è iniziata a Varsavia due settimana fa ed avrebbe dovuto concludersi, dopo quattordici giorni di trattative, la sera di venerdì 22 novembre. I lavori invece sono ancora in corso e gli accordi ben lungi dall’essere consolidati, come avviene costantemente in queste occasioni.

Gli obiettivi che si vorrebbero raggiungere prima del prossimo appuntamento a Parigi nel 2015 sono quelli di definire piani ben precisi per la riduzione delle emissioni di CO2 contenendo entro i 2° il riscaldamento globale di qui a fine secolo, che così stati le cose è previsto essere tra 4° e 5° a seconda delle fonti. Troppo per la comunità scientifica che pone nei 2° il limite di sostenibilità del nostro pianeta. La correlazione tra cambiamento climatico, surriscaldamento della terra, uomo ed emissioni inquinanti di gas serra è stata sancita dall’ IPCC che nel suo report afferma:

• Il 95% dei cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo.
• Le emissioni di CO2 tra il 1990 ed il 2012 sono aumentate del 32%.
• La temperatura media è aumentata di 0.89 °C dal 1750.
• Se non verrà cambiata rotta la temperatura media del globo aumenterà di 5 °C entro la fine del secolo.
• A seconda degli scenari al contorno il livello degli oceani potrebbe innalzarsi entro il 2100 tra i 18 ed i 59 cm.

A Parigi si vorrebbe dunque giungere già con piani ed un accordi condivisi affinché la ratifica per renderli obbligatori possa avvenire in modo semplice e rapido.

Nella capitale polacca le linee di pensiero sono due, da una parte gli USA e l’ Europa che vorrebbero politiche più dure e proporre limiti stringenti alle emissioni di CO2 fin da subito, l’Unione ha affermato che presenterà già il prossimo anno il proprio piano di riduzione delle emissioni. Dall’altra vi sono i paesi in via di sviluppo o comunque, come nel caso di India e Cina energivori, perché uno sviluppo consolidato lo hanno già raggiunto da tempo. In particolare gli oppositori sono Cina, India, Arabia Saudita, Venezuela e Bolivia. Questi paesi non sono d’accordo sulla proposta dei paesi sviluppati di redigere un documento comune e valido per tutti. Dal loro punto di vista non ritengono giusto che gli stati ora già sviluppati, come Europa e USA abbiano avuto il “vantaggio” di poter crescere e basare la propria economia, industria ed energia sulle fonti fossili, senza curarsi delle emissioni che ora vorrebbero limitare, ostacolando di fatto la crescita economica di nuovi giganti attualmente trainati principalmente da carbone e petrolio.

I paesi “emergenti” (che dal mio punto di vista sono già emersi e sono ormai solide realtà industriali che da tempo influenzano l’economia mondiale) non vorrebbero essere trattati alla stregua delle economie sviluppate e vorrebbero una doppia linea nei trattati: degli impegni veri e propri per USA, EU, ecc., ed azioni dall’accezione più facoltativa per Cina, India, Arabia, Bolivia, Venezuela, ecc. attendendo Parigi per la definizione di strategie definitive.

Dure sono state le reazioni degli esponenti della Commissione Europea, Connie Hedegaard, e degli Stati Uniti, Todd Stern che hanno giudicato siffatte richieste inaccettabili, come inaccettabile è, secondo il delegato cinese, Liu Zhenmin equiparare le attuali emissioni cinesi a quelle di altri stati che hanno potuto godere di un vantaggio competitivo dovuto alla minore attenzione all’ambiente degli anni passati.

Le trattative proseguiranno per altre ore, ma è assai difficile che si giungerà ad un accordo, vista la natura assolutamente non win-win della negoziazione; più probabile sarà un rinvio.

Va detto che, nonostante l’impronta verde che da sempre Obama ha dato al suo mandato facendo dell’ efficienza energetica, delle rinnovabili, della produzione energetica da carbone “pulito” attraverso tecnologie come la CCS (Carbon Capture and Storage) dei veri capisaldi, la reale svolta alla sostenibilità ambientale a stelle e strisce è arrivata dopo che la rivoluzione dello Shale-Gas ha garantito la sostanziale autosufficienza energetica, consentendo loro di diventare esportatori e necessitare di sempre meno petrolio e soprattutto carbone, i veri responsabili delle emissioni di CO2. Al contrario l’uso di shale-gas per la produzione di energia risulta essere meno impattante a livello ambientale (differente è il discorso per l’estrazione di questo tipo di gas, inoltre la presenza di condotte per il petrolio non più utilizzate ha reso le operazioni meno costose), ciò ha indubbiamente contribuito a rendere gli USA più determinati nel sostenere gli accordi climatici di quanto non lo siano stati in passato, basti pensare a Kyoto e Doha.

In parole molto semplici è triste avere una prova ulteriore di come l’economia del profitto e della crescita ad ogni costo, senza tener in considerazione alcun tipo di sostenibilità né sociale, né ambientale, alle quali tutte i Governi e le multinazionali mondiali sono tenuti a prestare attenzione, venga sempre più spesso messa dinnanzi ad un bene più importante, ampio e diffuso: la terra.

Il ragionamento cinese e dei suoi alleati in questa battaglia climatica, tremendamente pericolosa e dagli effetti tangibili, è dettato dal protezionismo dei propri interessi particolari e da una sorta di cecità nei confronti dell’interconnessione che lega l’intero pianeta e che è stata alla base di quel processo di globalizzazione del quale Cina, India e paesi in via di sviluppo hanno potuto godere più di ogni altro, forse anche più di quanto le vecchie economia abbaino fatto con l’assenza di controllo sull’inquinamento del passato. Il pareggio competitivo potrebbe quindi essere già stato raggiunto: possibilità di inquinare per i paesi già sviluppati, globalizzazione favorevole ed abbattimento delle frontiere commerciali per in paesi in via di sviluppo.

La tendenza alla protezione della propria economia, dei propri interessi particolari sono del resto uno dei motivi che hanno contribuito alle difficoltà europee e, a livello nazionale, della lentezza e dei continui blocchi nell’attività del Governo italiano che stanno snervando gli elettori e rischiando di rovinare irreparabilmente il paese.

Il futuro, il cambiamento e la discontinuità da tutti richiesti e che in ultima summa sono bandiera di ogni proposta politico-economia, non possono, nell’attuale società globale ed interconnessa, prescindere dalla capacità di fare rete e di interpretare con lungimiranza e vision gli scenari non solo locali e particolari, ma mondiali ed interessanti per una platea di stakeholders che, nel caso del clima, si può senza timor di smentita, rappresentare come il pianeta intero.

Il non comprendere o far finta di non comprendere questa interdipendenza può, in ogni situazione che si vuol considerare, clima in primis, causare il superamento del break-point oltre il quale non è più possibile rimediare i misfatto.

Nota: apertura lavori conferenza ONU: link.

24/11/2013
Valentino Angeletti
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Conferenza ONU sul cambiamento climatico

Dall’ 11 novembre al 22 novembre è in atto a Varsavia la 19° conferenza ONU sul cambiamento climatico.
L’evento è stato disertato dai “big” energivori esentati da Kyoto (o non ratificanti l’accordo, come gli Stati Uniti), Cina, India ed USA.
Assenza americana poco coerente con la propensione verde di Obama che vorrebbe porre un limite di legge sulle emissioni di CO2 alle aziende elettriche puntando su rinnovabili, efficienza, shale-gas e carbone pulito, possibile grazie a diverse tecnologie, come la CCS, sulle quali oltre agli USA anche Cina, Canada ed Australia stanno investendo pesantemente, e nonostante l’IPCC abbia rilevato che il 95% dei cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo, che le emissioni di CO2 tra il 1990 ed il 2012 sono aumentate del 32%, che la temperatura media è aumentata di 0.89 °C dal 1750 e se non verrà cambiata rotta aumenterà di 5 °C entro la fine del secolo (l’obiettivo sarebbe di contenere l’aumento a 2 °C) ed abbia previsto, da qui al 2100, un innalzamento del livello degli oceani compreso, a seconda degli scenari al contorno, tra i 18 ed i 59 cm.

La Polonia, nazione ospitante, ha dichiarato di voler impegnarsi nello shale-gas e di aver dato il via alla ricerca ed alle perforazioni, ma al contempo conferma l’intenzione di aprire nuove centrali a carbone, combustibile principale (95%) per l’approvvigionamento energetico della nazione, cercando di renderlo il meno inquinante possibile.

In Italia la panoramica è da tempo assai poco chiara, non esiste un ben definito piano energetico nazionale così come una strategia che riesca ad individuare un MIX ottimo, ridurre l’impatto degli incentivi alle rinnovabili sulla bolletta (la proposta Zanonato di spalmare gli incentivi su più anni tramite l’emissione di un bond è ancora in fase di valutazione e sembrerebbe incontrare varie opposizioni) ed al contempo sfruttare in modo migliore le nostre risorse. ENI ad esempio sarebbe interessata allo shale-gas nostrano, bloccato per varie ragioni, e nel frattempo sta avviando progetti ed entrando in partnership principalmente statunitensi.
Viene però riconosciuto che la filiera dei green-job e della green-economy, dell’edilizia sostenibile e dell’efficienza energetica siano in grado di creare posti numerosi posti di lavoro contribuendo a migliorare le condizioni economiche del paese, come è stato recentemente affermato da vari esponenti governativi, per primi i Ministri Zanonato ed Orlando, alla fiera internazionale “Ecomondo”.

Gli eventi meteorologici estremi sono in continuo aumento e coinvolgono costantemente aree prima sicure sotto questo punto di vista. Gli uragani nel secolo in corso sono aumentati del 40%; solo nelle Filippine, che stanno fronteggiando una catastrofe, durante l’ultimo anno si sono verificati 24 eventi importanti e 4 devastanti.
È condiviso che la lotta al cambiamento climatico, in questa fase decisamente già avanzata del problema tanto da spingere Obama a porsi la domanda se sia il caso di cercar di cambiare rotta oppure di adattarsi alle mutate condizioni, sia una priorità globale alla quale non è mai dato troppo spazio, né da parte dei Governi né dei media.
Purtroppo però all’atto pratico delle cose ed alla luce degli impegni, delle azioni reali e dei continui rinvii non viene trasmesso un reale impegno nel fronteggiare una criticità che riguarda il futuro del pianeta e delle popolazioni.

12/11/2013
Valentino Angeletti
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