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Gestione del cambiamento e delle crisi …. capacità su cui lavorare in Europa e non solo

Nessuno può mettere più in dubbio che l’epoca che stiamo attraversando sia un epoca di cambiamento, del resto tutto scorre, “panta rei” dicevano i greci, e l’evoluzione del mondo nel suo succedersi di ere e specie viventi ne è una dimostrazione. Quello in atto però, come molti altri, è una discontinuità netta, non graduale né dolce, ma sembra essere piuttosto irruenta. Mai come adesso il termine cambiamento si può associare alla sua radice etimologica di crisi, termine che sta caratterizzando il presente.

Le crisi per come le intendiamo nella nostra modernità, vale a dire periodi di estrema difficoltà, ci pongono di fronte alla necessità di saper gestire simili eventi così da portare avanti la nostra sopravvivenza. Il paragone è volutamente estremizzato, ma a pensarci bene neppure troppo.

Fino ad oggi la nostra società, forse differenziandosi da quelle del passato che erano avvezze ad adattarsi in modo più rapido a mutate condizioni, pare dimostrare di giorno in giorno di non aver la ben che minima capacità di affrontare crisi di un certo rilievo.

La capacità di fronteggiare e gestire le crisi, crisis management, dovrebbe essere caratterizzata almeno da quattro elementi:

  1. Capacità di prevederle, almeno in parte.
  2. Gestirne l’evoluzione.
  3. Reazione ed adattamento prendendo le opportune contromisure.
  4. Mitigazione ad apprendimento.

Recentemente la nostra modernissima ed altamente tecnologica cultura ha dimostrato di avere pesanti, incolmabili, lacune in ognuno dei quattro punti presentati. Le cause di questa deficienza risiedono sicuramente nella complessità delle recenti crisi che si inseriscono in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso in cui segregare gli effetti di eventi avversi diventa sostanzialmente impossibile e l’innesco dell’effetto domino risulta essere se non immediato sicuramente molto rapido, ma risiedono anche nell’assenza di una strategia comune di intervento mirata a perseguire obiettivi condivisi e che sia definita in modo olistico in ogni suo aspetto, nell’anteposizione di interessi particolari e nazionali  ed alla tendenza al mantenimento dello status quo, di privilegi acquisiti, del potere accumulato da parte di certi gruppi di influenza che pure a livello globale ancora esistono potenti. Non si parla di cospiratori o poteri oscuri dominatori dell’intero pianeta, ma semplicemente di gruppi di persone che principalmente per la posizione che ricoprono e per la loro capacità di fare sinergia proteggendo vicendevolmente i propri interessi comuni (cosa che i singoli stati non sono capaci di fare efficacemente in modo da indirizzare un benessere più diffuso) riescono ad avere notevoli influenze su aspetti che poi si ripercuotono su un numero molto elevato di persone ed hanno impatti importanti su interi sistemi.

Una dimostrazione di incapacità nella gestione di crisi e cambiamenti, limitandoci per un attimo al perimetro italiano, è rappresentata dagli ultimi episodi alluvionali di Genova che si sono verificati. Nonostante i recenti precedenti (a 3 anni da un evento identico ed avvenimenti simili accadono con cadenza annuale) non è stato possibile prevedere e quindi diffondere tempestivamente ed in modo ottimale l’allarme né avere danni limitati testimoniando che anche la gestione durante l’evento è stata approssimativa, in certi casi tardiva e troppo dipendente dall’iniziativa di singoli gruppi di persone più o meno organizzate. Il fatto che poi vi fosse un precedente dimostra l’incapacità nelle azioni di mitigazione nonostante i fondi stanziati per interventi di abbattimento del rischio e nell’apprendimento della lezioni impartita da madre natura. Inoltre a distanza di pochi giorni dalla vicenda di Genova eventi analoghi e problemi di gestione simili si sono verificati anche in Toscana (ricalcando un evento già accaduto nelle medesime zone solo due anni fa), a Trieste ed in Emilia Romagna. Salendo di livello, il verificarsi con sempre maggior frequenza di eventi atmosferici estremi, che per il numero di volte che si ripetono non possono più essere definiti straordinari, è strettamente collegabile al cambiamento climatico in atto. Il “Climate Change” è da tutti i consessi scientifici, a cominciare dall’IPCC, indicato come un rischio globale da fronteggiare e tale tesi è accettata da tutti i governi che periodicamente indicono riunioni e conferenze senza però che vi sia una roadmap tangibile e pratica per far fonte al problema riconosciuto come grave. Nel mentre le condizioni del pianeta tendono a peggiorare, i ghiacciai a sciogliersi, le acqua ad innalzarsi, la desertificazione avanza verso il continente europeo e l’incontro tra correnti d’aria calda africana con quella fredda nordica conferisce alle precipitazioni un’energia molto superiore rispetto al passato, tale da scatenare gli episodi a cui periodicamente assistiamo, inclusi tornado ed uragani. Pur avendo previsto tutto ciò ed avendone le basi scientifiche non siamo ancora capaci di gestire gli eventi né siamo in grado di adattarci e mitigarne il rischio.

Analogo ragionamento può essere fatto per il virus Ebola. Un problema grave che rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale come ha confermato l’ONU. La vicenda dell’infermiera statunitense contagiata è emblematica. Questa persona, entrata in contatto con malato proveniente dall’Africa pur seguendo ufficialmente le procedure è caduta vittima del contagio. Recatasi poi all’ospedale di Dallas è stata dimessa e si è imbarcata su un volo di linea assieme ad altre 300 persone. Qui è evidente la presenza di errori umani. La gestione delle procedure e degli eventi in un caso molto grave e noto non sono state sufficienti e c’è da scommettere che non lo sarebbero neppure altrove. Fin tanto che non verrà scoperto un vaccino minimamente efficace, e c’è da augurarsi che le case farmaceutiche al di là dell’interesse economico ci stiano lavorando, solo le procedure e la capacità di gestione possono contenere la minaccia, quindi devono essere seguite pedissequamente.

Anche sulla gestione dei flussi migratori l’Europa, e per la sua posizione l’Italia è la prima a risentirne, è stata, principalmente perché, dietro la spinta di specifici interessi, non interessata a contribuire economicamente ad un problema che pare di dominio altrui, incapace di lavorare in modo efficace e coordinato per fronteggiare l’emergenza, né ha imparato dal passato essendo le migrazioni un annoso problema.

Che dire poi delle crisi geo-Politiche ancora insolute, e lontane dall’esserlo, con le loro ripercussioni economiche ed umanitarie che sono tutt’ora in atto in Russia-Ucraina ed in medio Oriente?  Al di là di riunioni e vertici l’Unione Europea ha sostanzialmente raggiunto risultati nulli e, quasi in contemporanea con gli incontri tra vertici di stato, gli scontri continuano violenti senza che si capisca quale strategia di intervento sia stata elaborata.

Infine veniamo all’aspetto più veniale delle crisi economiche. Siano esse finanziarie o sistemiche si ripetono quasi periodicamente segno di un sistema che non riesce a reggersi in modo equilibrato e che prima o poi deve scaricare i propri oscillatori. Nell’ultima crisi del 2011, seguente a quella del 2007 dei Mutui Subrime dalla quale pare non si sia appreso nulla, è mancata la capacità di previsione nonostante alcuni segnali già vi fossero e qualche allarme fosse stato lanciato, è mancata la capacità di gestione perché le misure messe in campo come ad esempio il salvataggio di svariate banche, la politica adottata con la Grecia e l’approccio monetario non sono servite ad evitare la spirale recessiva e l’avvitarsi degli eventi; è mancata la capacità di adattamento perché nonostante i risultati evidentemente negativi non è mai mutato l’approccio con cui si è continuato ad affrontarla contribuendo al suo aggravamento (vedi i casi di Cipro, la prosecuzione dell’austerità inflessibile, e l’attuale ricaduta greca). Adattando quanto detto ad un evento recente, l’intenzione di Katainen, Commissario UE ad interim agli affari economici e monetari, di utilizzare un metodo strettamente aritmetico per l’analisi delle leggi di bilancio proposte dagli stati membri è esattamente il migliore emblema dell’incapacità e della non volontà di adattarsi agli scenari mutevoli.

La parola d’ordine del presente e del futuro è resilienza, dobbiamo constatare che non siamo in grado di indirizzare l’ordine degli eventi, ma dobbiamo essere bravi ad evolvere in modo da adattarci nel migliore e più proficuo dei modi, se necessario anche cambiando radicalmente le nostre convinzioni ed i nostri modelli fino ad oggi ritenuti, a torto o a ragione, vincenti.

Di sicuro la capacità di gestire il rapido cambiamento e le crisi in senso lato non è una delle qualità più acute dell’Europa e della nostra società, ma di per certo conviene a tutti che si inizi subito a far fronte a questa mancanza.

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15/10/2014
Valentino Angeletti
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Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia

Che la situazione italiana sia complessa dal punto di vista politico ed economico è superfluo ripeterlo per l’ennesima volta, ma ora, nonostante la tendenza a minimizzare sui dissidi politici da parte del Governo ad iniziare da Renzi e Delrio, si è arrivati ad una svolta preoccupante.

Il Governo è stato battuto nella votazione a scrutinio segreto (qui si disse che avrebbe portato questo genere di problemi) in merito ad un emendamento presentato dalla Lega. Il caos ha regnato in Senato con le proteste animate da Lega ed M5S tanto da dover sospendere la seduta a seguito di indegni episodi di urla e spinte che sono costate una presunta lussazione alla spalla per l’esponente NCD Bianconi, trasportata in ospedale. Grasso ha dovuto minacciare addirittura l’intervento dei custodi che svolgono funzione di polizia per ripristinare l’ordine. Il voto riporta alla memoria i 101 franchi tiratori del PD che “impallinarono” Prodi alle scorse elezioni del Presidente della Repubblica e che forse hanno altamente contribuito a generare le condizione al contorno per questa situazione di stallo.
Tale episodio segue l’allarme di Cottarelli sulla Spending Review (spending review LINK-30/07/14, LINK-22/01/14, LINK-15/02/14), il cui fine ultimo avrebbe dovuto essere la riduzione del carico fiscale (ai massimi mondiali in Italia) e del debito (tendente al 137%).
Il Commissario ha fatto notare in riferimento alla coperture, individuate ex ante nella revisione della spesa, di 1.6 mld € per alcuni pensionamenti nel settore pubblico a rimedio degli effetti collaterali della Legge Fornero, che se si continua spendere basandosi sulle previsione (neanche sui dati reali) della Spending Review gli obiettivi di riduzione fiscale non potranno essere raggiunti, né tanto meno quelli di riduzione del debito. Ricordiamo che il taglio e l’ottimizzazione della spesa sono giustamente un cavallo di battaglia a partire dall’Esecutivo Monti sempre confermato nei governi seguenti e che l’Europa chiede pressantemente dati certi e numeri chiari su questo spinoso tema che costa al paese circa 800 mld annui di cui 300 mld comprimibili fin da subito. Ricordiamo anche che il Commissario non ha alcuno potere esecutivo rispetto ai report ed alle azioni che propone, l’implementazione spetta alla politica declassando il commissario a consulente e proprio questo è il nodo cruciale.

Verissimo come dice il Premier Renzi che, considerando la probabile uscita di Cottarelli, la Spending Reviw si po’ fare ugualmente. Ciò vale però solo se c’è quella volontà mancata fino ad ora e non sarà un altro commissario a procurarla, ma è richiesto che i partiti si decidano e si accordino su dove agire immediatamente.
Nessun commissario, a meno di non conferirgli potere attuativo che ridurrebbe il potere della politica su decisione della politica stessa, cosa che sinceramente non si è mai vista, potrà fare più di quanto fatto da Bondi o Cottarelli, del resto ormai i capitoli di spesa da tagliare sono ben noti (aziende municipalizzate, pubbliche, centri di costo, sanità, regioni, province, politica, alcune forme di incentivi e sovvenzioni ecc) e forse la necessità di un commissario speciale non è più giustificata, serve invece la voglia di tagliare e fin da subito il che vuol dire scontentare qualcuno. Più i risparmi, quindi le somme attualmente spese, sono ingenti più si va in alto nella catena del comando e più e difficile tagliare questo ramo infetto proprio a causa della chioma di potere ed influenza che lo ricopre.

Oltre a queste vicende al confine tra politica ed economia arrivano le questioni prettamente economiche.

L’AIBE (Associazione Italiana banche Estere) ha messo in guardia dal rischio che investitori esteri possano rallentare l’acquisto dei titoli di stato italiani.

Dopo la revisione al ribasso di tutte le stime di crescita da parte di tutti gli organi (anche l’Istat ha una prospettiva di crescita “difficile” al 0.2% da confermare a breve coi dati ufficiali); dopo gli ultimi dati Istat che certificano una disoccupazione del 12.3% (in realtà in calo di 50’000 unità, ma sempre altissima) che arriva al 43.7% per i giovani, livello più alto da quando sono iniziati i rilevamenti nel 1977; dopo una inflazione (a chi piace vedere il segno positivo si può dire che si ha +0.1%….. ma di deflazione) di -0.1% a luglio rispetto a giungo e di 0.1% rispetto a luglio 2013, anche Padoan e Renzi cominciano a lanciare allarmi.

Al MEF ed al Governo affermano che la situazione è più preoccupante del previsto, che servono sacrifici e che non si avrà quel percorso virtuoso immaginato (forse più sperato). Ciò, a loro detta, sarebbe dovuto ad un acuirsi delle congiunture macroeconomiche negative che hanno ribassato le crescite in tutta Europa. L’affermazione è vera solo in parte, perché se alcuni Stati sono effettivamente in difficoltà altri, che hanno fatto quelle azioni che avrebbe dovuto fare l’Italia (e che sono più che note), vanno meglio.
Gli UK a seguito di un piano di taglio di spesa, peraltro supportato dall’azienda con sede a Milano “Bravo”, di 11 miliardi di $ includendo tagli ai lavoratori pubblici senza gravare sull’occupazione complessiva, assieme ad un piano di defiscalizzazione per le imprese, avrà una crescita, secondo l’FMI, del 3.2% nel 2014 e del 2.7% nel 2015.
Lo stesso FMI ha posto la crescita spagnola, ove il percorso di riforme è stato iniziato ben prima che in Italia, all’ 1.2% ed 1.6% per il biennio 2014/15 e lo stesso Governo di Madrid ha rivisto al rialzo le stime ponendole sempre per il 2014/15 a 1.5%-2% dai precedenti 1.2%-1.8%.
In USA l’istituto di Washington vede un +1.7%-3%, ma è dato consolidato che la crescita statunitense nel Q2 2014, messo alle spalle il rigido inverno e nonostante la prosecuzione del tapering, sia stata +4% rispetto al Q2 2013. Non è dunque vero che tutto il mondo è paese italico (poi certo, l’Argentina è in default pilotato, in Liberia c’è l’Ebola ed anche il Botswana non se la passa meglio di noi… sono soddisfazioni se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno…).

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

Complessivamente la crisi sta risultando, incrociata con gravi vicende internazionali, più drammatica del previsto, ma ciò non giustifica affatto l’incapacità di reagire o quanto meno di provare a farlo in modo concreto, determinato e condiviso da parte del nostro paese.

La situazione va precipitando da almeno 5 anni e da almeno 3 ci ripetiamo che non c’è più tempo. Sono stati istituiti Governi di emergenza, speciali per far fronte all’eccezionalità della crisi con misure Shock in grado di lasciare un segno nel breve e pianificando interventi miranti nel medio-lungo periodo che fossero strutturali, creassero nuove opportunità di crescita e rimediassero ai cronici vizi del paese.
Dissi che il processo sarebbe stato lungo, che probabilmente avrebbe richiesto 10-15 anni e sostanzialmente una generazione, quella dei 25-30 enni senza speranza di una qualità di vita superiore a quella dei padri, constatai che esistono numerosi gli italiani (operai, artigiani, imprenditori, giovani, vecchi, donne uomini) disposti a mettersi in gioco, a patto che le alte sfere mostrassero realmente la buona volontà di cambiare le cose in meglio potendo poi utilizzare l’autorevolezza dei risultati, anche in Europa.
I dati in calo forse non faranno salire oltre il 3% il rapporto deficit/PIL, ma il contenimento sarà probabilmente artificio contabile del nuovo calcolo europeo del Prodotto Interno che calcolerà retroattivamente alcune attività illegali (scandaloso che un aiuto ci venga da questa circostanza chissà quanto fortuita) e che quindi, incrementandolo in valore assoluto, pur senza influenza sulle variazioni percentuali del PIL rispetto a se stesso m/m o y/y, va a variare favorevolmente i rapporti ed i differenziali proprio come quello con il deficit.

Le soluzioni possibili a ben vedere non sono né poche né sconosciute, anzi ormai sono ben note, proprio come i capitoli di spesa della Spending Review.
Si conoscono sia in campo economico che istituzionale, le hanno presentate economisti, giornalisti (Alesina, Giavazzi, Rizzo, Stella, Sapelli, Piga, Fubini e ne dimentico tanti), costituzionalisti, persino qui sono state snocciolate più e più volte già in tempi non sospetti e quando avrebbero potuto sortire effetti benefici se implementate, anche solo parzialmente, per tempo.
Non è tanto l’individuazione delle misure la parte difficile, lo è invece la loro attuazione perché richiede volontà politica unanime, accordi, talvolta compromessi che però in un momento di urgenza si devono trovare per il bene del paese, del resto è questo il compito dei politici: il governo ottimale della Polis.

Invece no, purtroppo è un dato di fatto che molta della classe dirigente-politica, non tutta, lungi da me generalizzare, ma sufficiente a creare quella viscosità che sfocia nella conservazione o in una troppo lenta e poco incisiva azione, composta da luminari super laureati si sia mostrata e continui a mostrarsi o incapace e cieca alla realtà proseguendo coi litigi, le inezie e le perdite di tempo, forse troppo lontana dalla crisi visto il salario su cui possono contare che la porta a non sentire quell’impellenza e quella necessità di agire all’unisono come dovrebbe in emergenza per il bene del paese e per onorare la loro missione oppure colpevolmente e vigliaccamente propensa a difendere interessi di partito, di posizione, personali che la rende indegna di essere chiamata Onorevole.

Sono molto duro perché non si può continuare a constatare che non c’è tempo e poi perderne di ulteriore; che quanto fatto fino ad ora non è sufficiente e non rimediare di conseguenza; che il processo di riforme istituzionali ed economiche è da portare a termine salvo poi, rimanendo bloccati per giorni e settimane su un singolo emendamento, rimandarne continuamente le scadenze; che la situazione è peggiore del previsto quando si sapeva benissimo che si sarebbe giunti a questo punto se non si fossero fatte azioni IMMEDIATE: il processo economico non si ferma in agosto e non viene rallentato dal dissenso sulla modifica ad una legge costituzionale (c’è chi diceva “fai male a non occuparti di economia perché anche quando non te ne accorgi l’economia si occupa di te e quando te ne accorgi in genere non è piacevole”).
Sono certo, e non vorrei peccare di presunzione o sembrare saccente, che tanti di noi, giovani e meno giovani, servirebbero meglio il Paese ma non ne hanno avuto e non ne avranno mai la possibilità semplicemente e banalmente perché non del giro giusto, ma giusto per chi? Per l’Italia? Bhà!

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31/07/2014
Valentino Angeletti
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Riforma PA. Presto capiremo quanta voglia c’è nelle istituzioni di cambiare.

La riforma della pubblica amministrazione e l’attribuzione di poteri straordinari al commissario Raffaele Cantone sono stai i cardini del CdM scorso.

Per quel che riguarda il decreto che conferisce poteri straordinari a Cantone, grazie alla creazione di una agenzia anticorruzione (Anac), al potere sanzionatorio, al controllo sui dati, sulle varianti d’opera, sulle documentazioni d’appalto ed agli uomini messi a disposizione dell’ex Magistrato, sembra che siano stati fatti importanti passi avanti rispondendo a questo augurio (LINK), col quale si auspicava che fossero dati a Cantone opportuni mezzi per affrontare un grave problema.

Passando alla riforma della PA si notano subito provvedimenti interessanti e che di certo vanno nella direzione giusta. Si parla di legare i bonus per i dirigenti, fino ad ora erogati a pioggia, al reale raggiungimento di concreti e misurabili obiettivi, all’andamento del PIL (qualcosa di simili si suggeriva: LINK) e comunque non in misura superiore al 15% dello stipendio; i dirigenti sono licenziabili in caso di gravi inadempienze. Viene resa obbligatoria, qualora richiesto dalle circostanze, la mobilità dei dipendenti entro 50 Km; sono previste 15 mila assunzioni e la possibilità di pre pensionare coloro che, pur non avendo ancora raggiunto i requisiti, fossero a 2 anni dall’età di cessazione dell’attività lavorativa; è stata abolita la possibilità di permanenza in servizio oltre i 70 anni per i dirigenti scolastici e per i professori universitari (augurandoci di porre fine ai baronati accademici che tra l’altro impediscono l’ingresso nel circuito della ricerca a persone veramente capaci ed innovative).
Le prefetture vengono ridotte fatto salvo per le zone ad alta intensità criminale, tagliati del 50% i diritti annuali che le imprese pagano alle camere di commercio (diritti camerali) e calano del 10% le bollette elettriche per le PMI (in tema energetico il Premiar ha anche ribadito la necessità di rivedere pesantemente gli incentivi alle fonti elettriche rinnovabili). I permessi sindacali sono ridotti ed è introdotta l’identità digitale per provare a ridurre le file, e le conseguenti perdite di tempo e denaro, dei cittadini negli uffici. Non mancano note opinabili, come ad esempio l’incremento massimo del 12% (che segue il raddoppio della marca da bollo sui passaporti) del bollo auto che rischia di annullare i benefici dell’ottimizzazione di ACI e PRA portando l’automobilista, tra benzina, pedaggi, parcheggi, assicurazione, bollo, permessi d’accesso ed altre amenità, ad essere trattato quasi che fosse un facoltoso detentore d’un bene extra lusso, quando in certi casi, causa le deficienze del trasporto pubblico locale che soffre della sindrome dello spreco comune a molte municipalizzate, non muoversi in auto risulta oggettivamente impossibile.

Il punto chiave da verificare nel prossimo futuro è se, soprattutto relativamente alle modifiche introdotte nelle PA, sarà possibile metterle in pratica senza incorrere nell’ostruzionismo di coloro che vedono in pericolo la propria posizione, siano essi i dirigenti o i dipendenti oggetto di mobilità obbligatoria o ancora gli avvocati dello Stato che vedono ridotto il loro compenso.
Proprio riguardo alla mobilità ad esempio, una misura per lo spostamento verso sedi e mansioni più necessarie, già sussiste, ma di fatto non è mai stato applicato. Analogamente la proposta di chiudere i tribunali secondari è andata in contro ad aspre polemiche ed opposizioni da parte di sindacati, dipendenti, sindaci e dirigenti fino a rendere ogni tribunale, o per un motivo o per l’altro, oggetto di dichiarazioni che lo qualificavano assolutamente indispensabile. Medesima sorte è stata riservata alla chiusura degli uffici postali di periferia (quando poi le Poste saranno privatizzate, se il processo di privatizzazione sarà reale e non fittizio, le inefficienze non potranno più essere consentite, sarà l’azionista a non permetterlo, ed allora il maggior datore di lavoro italiano con 120’000 dipendenti dovrà risolvere, assieme alla tutela del posto di lavoro dei propri dipendenti, anche priorità, per così dire più, veniali).

Nonostante quanto si dica, e nonostante la necessità impellente, il conservatorismo e la tendenza all’immobilismo talvolta un po’ egoistica, nel nostro paese dilagano in particolare ove vi fosse un minimo rischio da prendere o ancor peggio una piccola posizione, non importa quanto grande, da proteggere. I meccanismi radicati nel tempo, come le influenze di alcuni gruppi che agiscono nell’ombra oppure semplicemente le modalità di azione di fronte a circostanze mutate che porta a decidere nel medesimo modo e sotto la medesima influenza, sono tanto difficili da estirpare quanto ostacolo per un vero cambiamento e per una reale accelerazione di passo.

Questa è una fase in cui si deve agire in velocità. Forse, e l’affermazione è forte, in molte situazioni è preferibile agire subito, rischiando di essere tacciati di autoritarismo, pur consapevoli di non aver raggiunto il miglior risultato possibile (evitando porcate ben inteso), rispetto ad attendere, temporeggiare, trattare, negoziare all’infinito col pericolo più che concreto di non concludere nulla e lasciar andare le cose alla deriva. Che non c’è più tempo da perdere ormai lo si sa, ma nonostante questo non pare che fino agli scorsi Governi si siano profuse le forze necessarie per deviare il corso degli eventi. La disoccupazione nel nostro paese stenta a rallentare, l’inflazione diminuisce, spinta dal ribasso dei consumi e non da una efficace libera concorrenza, andando ad avvicinarsi e raggiungendo in alcune zone, la deflazione; il debito ha superato i 2’140 miliardi di €, record assoluto, e l’aumento del PIL non bilancia favorevolmente il dato precedente. Il sud continua a perdere terreno rispetto al nord denotando la presenza di due paesi in uno e rischiando di non essere più recuperabile.
In questo scenario che si protrae da troppo a lungo è chiaro che il fattore tempo, assieme alla qualità delle azioni, è fondamentale.
È giusto quindi che si faccia di tutto per imprimere con decisione e fretta, la giusta forza al processo riformatore che deve coinvolgere pervasivamente il paese, le istituzioni e tutti i cittadini verso l’obiettivo comune di invertire rotta e spesso anche modo di pensiero.
È innegabile che il processo sarà lungo, che serviranno anni, si parla non a torto di generazioni perdute e sacrificate e la probabilità che sia così è concreta; è innegabile che i tenori di vita pre crisi non torneranno nel breve (al sud potrebbero servire oltre 14 anni); è innegabile che serviranno sacrifici che non dovranno essere sprecati, ma ciò è indispensabile per pensare ad un futuro di medio-lungo periodo più favorevole.

Ai più attenti non sfuggiranno certo i tentativi delle influenti burocrazie e tecnocrazie di ostacolare il cambiamento così come di alcune parti interne al governo di larghe intese ed anche all’interno dello stesso PD, tanto che verrebbe da chiedersi se nuove elezioni, un governo non di compromesso e la possibilità di mettere in posizioni chiave i propri uomini avessero consentito al Premier un percorso più agevole. Probabilmente, alla luce del crono programma, all’inizio della sua avventura anche Renzi medesimo credeva di aver gioco più facile, ma si sa “il diavolo è sempre più brutto di come lo si dipinge”.

C’è attesa nel capire se davvero si vuole lavorare per un paese più semplice, più al servizio del cittadino, più tecnologico ed innovativo, più d’aiuto alle persone ed alle imprese, capace di supportare, coltivare ed accelerare l’innovazione e la creatività, in grado di riequilibrare in favore del merito, delle competenze e delle pari opportunità prescindendo dal genere, una scala sociale chiusa ed eccessivamente sbilanciata a vantaggio dei ceti più agiati e di coloro i quali fanno parte dei circuiti di conoscenze o peggio clientelari, creando così vere opportunità di crescita e realizzazione per tutti affinché il cittadino sia riconoscente verso le istituzioni e si adoperi attivamente per contribuire al mantenimento di questo meccanismo virtuoso.

Link:

Volontà di cambiamento? 16/01/2014

Spunto dal CEO Microsoft:  “giovani e dirigenti affrontate il cambiamento e mettetevi in gioco” 25/08/2013

14/06/2014
Valentino Angeletti
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Renzi al Qurinale. Il processo riformatore che deve coinvolgere l’Italia e l’Europa.

Si è svolto in mattinata l’incontro tra il Premier Renzi, impegnato in svariati tavoli internazionali con al centro la crisi ucraina, ed il Presidente della Repubblica Napolitano. Il tema è stato quello delle riforme, fondamentali secondo i Presidenti ed oggettivamente non più rimandabili nei fatti.
Negli ultimi giorni però sono sorte alcune falle nel processo riformista che pareva avviato e scandito da un rigido crono-programma.
I maggiori azionisti del patto per le riforme sono il PD, ala renziana, e Berlusconi, leader indiscusso di Forza Italia. Il leader di centro destra, probabilmente a causa delle vicende giudiziarie e soprattutto vedendo avvicinarsi le elezioni europee in un momento in cui la popolarità della sua parte politica è quasi ai minimi, ha esplicitato la possibilità di non appoggiare le riforme, ed in particolare quella del Senato, che vorrebbe mantenere elettivo, e quella della legge elettorale che, sempre stando ai sondaggi, non gli consentirebbe di incassare il dividendo riservato ai primi due partiti.
In questo momento gli istituti di statistica (di seguito risultati del sondaggio IXE’ realizzato per Agorà) danno PD al 32.1%, il M5S al 27.4%, e Forza Italia al 17.5% i cui elettori si sarebbero allontanati per avvicinarsi proprio allo schieramento di Grillo (l’astensionismo complessivo rasenterebbe quasi il 50%, segno di distacco dei cittadini da politica ed Europa. Probabilmente sul dato influirà anche la singola tornata domenicale del 25 maggio soprattutto in caso di bel tempo).

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE' per Agorà.

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE’ per Agorà.

Le dichiarazioni bellicose di Berlusconi sono state poi edulcorate, ma l’intento di mantenere alta l’attenzione sulla sua importanza e popolarità e sul ruolo politico di primo piano che vorrebbe preservare, pare chiaro.
Oltre alle dichiarazioni di Forza Italia vi sono poi gli scontri interni allo stesso PD, ove un’area non trascurabile prova malcontento nei confronti dei contenuti delle riforme presentate e che non teme di opporsi nelle sedi parlamentari.

In questo scenario in bilico il Presidente Napolitano ha probabilmente voluto sincerarsi dello stato dei rapporti di forza e del processo di implementazione delle riforme delle quali è un grande sostenitore così come è avverso alla eventualità di nuove elezioni, poiché sua intenzione sarebbe quella di accompagnare a conclusione in una stabilità di governo le riforme stesse per poi dimettersi e ritirarsi a vita privata.
L’appuntamento con la prima lettura dei testi fissato dai programmi di Renzi prima delle elezioni europee del 25 maggio, pare ormai difficilmente rispettabile, ma dieci giorni in più o in meno non fanno la differenza a detta del Governo che si ritiene in grado di andare avanti in autonomia appoggiato dalla maggioranza anche in caso di strappo con Berlusconi.

Le elezioni rappresentano al momento solamente una exit strategy per la parte renziana del PD, comunque sostenuta esplicitamente da alcuni fedelissimi del Premier, che potrebbe essere perseguibile in autunno previa applicazione dell’Italicum anche in Senato (sondaggi indicano però che la maggioranza degli interpellati, oltre il 40% sarebbe favorevole ad elezioni immediate).

Considerando quanto il Premier, e con lui le riforme, siano collocate in mezzo ad una sorta di incudine e martello viene da pensare se le elezioni effettivamente non siano l’unica via attraverso la quale il PD di Renzi possa davvero assumere quell’indipendenza e quel potere decisionale necessario per riformare in modo sostanziale un paese da anni bloccato, superando gli avversari politici, le fronde interne, i conservatorismi insiti nei poteri parlamentari ed istituzionali che vedono nel cambiamento il diminuire della loro influenza e del loro ruolo nascosto ma centrale nella gestione del paese.
Una vittoria forte di Renzi consentirebbe al Premier di formare un governo totalmente proprio, di ridimensionare l’ala del PD oppositrice, di collocare in posti chiave non prettamente politici ma spesso di nomina politica o politicizzati suoi fedeli, di liberarsi dalla condizione di dipendenza nei confronti del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, il quale agli occhi degli italiani perderebbe la natura di elemento chiave per il rinnovo del paese che pur sta tentando di mantenere, ed infine, ma non per importanza, mettere realmente solo e soltanto la “propria faccia” nella sfida del cambiamento con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Il Governo Renzi sta cercando, con tutte le difficoltà connesse, di sviluppare un percorso di cambiamento, che di certo non è il migliore possibile, è senz’altro perfettibile e c’è da augurarsi che venga perfezionato anche grazie all’innesto di persone nuove e competenti prese dalla platea degli individui comuni che hanno ritrovato la voglia di servire il paese e partecipare alla vita politica, ma gli va dato atto che sta provando a fare quello che da decenni nessuno ha mai convintamente tentato o per interesse personale e partitico, e dunque colpa, o perché mosso dalla rassegnazione che il paese non fosse modificabile in meglio e quindi, perso per perso, ci si sarebbe dovuti adattare ad una politica al ribasso, oppure perché, nonostante l’impegno e la buona volontà, a prevalere sono stati i potentati, le tecnocrazie ed i beneficiari del prosperare di un simile sistema.

Alla luce di ciò valutare la possibilità, anche interpellando in Presidente della Repubblica, di un passaggio elettorale, con tutti i rischi potenziali connessi, ma con un enorme premio in ballo, potrebbe avere decisamente senso e non rappresentare solamente una exit strategy da una situazione che rischia di essere bloccante in ogni momento.

Se in Italia quella delle riforme è una partita fondamentale, lo è allo stesso modo, se non di più in Europa. I programmi di tutti i partiti, sia nazionali che europei (a meno dei fautori dello sfascio dell’Europa), proclamano esplicitamente la propria volontà di riformare il contesto dell’Unione che fino ad oggi ha fallito nel processo di avvicinamento dei popoli e delle nazioni verso una unità istituzionale normativa e “sentimentale” che avrebbe dovuto avere come obiettivo, agendo spesso con eccessiva intransigenza e proteggendo alcuni particolarismi a discapito di realtà più bisognose e deboli.

Quanto sarà possibile però perseguire una vera riforma europea preservando la natura dell’Europa stessa che sembra l’unica via per il continente e per gli stati membri di rimanere un tassello importante dell’economia e dei processi strategico decisionali in un mondo globale?
Difficile a dirsi.
Gli anti-europeismi avanzano (UKIP in GB è dato al secondo posto dietro i Laburisti e prima dei conservatori del Premier Cameron) ma peccano di capacità organizzativa trasversale (del resto sono i profeti dei nazionalismi a volte anche molto spinti e di stampo nazista), i partiti che si dicono europeisti ma che al contempo reclamano drastici cambiamenti nella politica economica e sociale (tipicamente di sinistra più radicale) sembrano non avere forza sufficiente, e le due maggiori fazioni PSE ed PPE secondo alcuni analisti hanno, in caso di vittoria, un percorso già da tempo disegnato e che non molto ricalcherebbe i programmi di riforme ed avvicinamento al popolo che a dire il vero non sono tra loro così dissimili nei punti fondamentali (dalla centralità dei popoli europei, alla modifica della politica monetaria ed economica abbandonando l’austerità totale, dalla collaborazione internazionale con partner economici alla protezione dei diritti di popoli non ancora liberi).
L’esito delle urne potrebbe essere molto frammentario ed allora si potrebbe prospettare l’ipotesi di una grande coalizione, simile a quella tedesca, in cui governano assieme PSE ed PPE e che, qualora venisse data con convinzione e determinazione priorità al processo riformatore nei suoi punti cardine, non sarebbe sicuramente peggio che una frammentazione in cui è difficile giungere a decisioni. Nel nuovo assetto europeo si inserirà la presidenza italiana del semestre che, nonostante margini di manovra non forse eccessivi, potrà rappresentare un’opportunità per indirizzare alcune questioni importanti, ad esempio i vincoli di bilancio, il fiscal compact e l’unione bancaria.

Come si deve imparare a pensare, in questo frangente il punto principale non è chi governi o chi indichi la via del cambiamento, ma che questa via, ormai nota quasi in toto salvo piccole deviazioni, venga rapidamente e definitivamente intrapresa in modo comune, sincronizzato e condiviso, poiché in caso di ulteriori ritardi non vi saranno vincitori duraturi, ma solo sconfitti in tempi più o meno brevi.

26/04/2014
Valentino Angeletti
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Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero

Oggi e domani a Bari il Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel promuovono il convegno: “Il capitale sociale: la forza del Paese” incentrato sullo sviluppo dei talenti come driver di innovazione e di sviluppo del sistema Italia.

Secondo il CSC puntare sull’istruzione potrebbe far incrementare il reddito pro capite in media del 15%, inclusi bambini ed anziani, in totale circa 320 miliardi di € all’anno. I Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non si stanno formando costano circa 32 miliardi di € all’anno, senza considerare che più istruzione vorrebbe dire una società più equa, con più opportunità, più flessibile, più aperta e recettiva. In sostanza più capace di cogliere gli elementi positivi della globalizzazione.

Quanto emerge dallo studio di CSC è totalmente condivisibile, ma presuppone, secondo una mia personalissima opinione, alcuni elementi imprescindibili.

Il primo punto, del quale si deve fare carico principalmente il Governo, è che il sistema di istruzione deve essere riformato profondamente in modo che riesca a sfornare laureati e dottori, ma anche tecnici e professionisti, validi ed eccellenti, che sappiano rispondere alle esigenze dell’azienda. Serve dunque un sistema scolastico-universitario di qualità e che agisca in stretto rapporto con le imprese, i distretti industriali, i territori e le multinazionali e ne assecondi le richieste.

Il secondo punto, da affrontarsi in collaborazione tra pubblico e privato, è che il substrato economico-sociale deve essere in grado di assorbire queste risorse e nel farlo deve dare importanza alla meritocrazia. In media ciò al momento non accade neppure per le figure a più alto profilo, le quali tendono ad andare all’estero ove solitamente possono realizzarsi con più facilità. Il dilemma di una famiglia se risparmiare per dare un piccolo capitale al figlio o se investire nella sua istruzione deve trovare risposta nella seconda opzione. Per semplificare, in questo momento capire se sia meglio dare un pesce o insegnare a pescare non ha risposta chiara, perché il pesce si consuma in un solo pasto ed al contempo manca il fiume in cui pescare. Si deve quindi creare, non senza sforzi, un bacino artificiale e riempirlo di salmonidi.

Infine il terzo punto è principalmente in carico alle aziende private. Il meccanismo di formazione interno alle aziende è anch’esso sovente lacunoso. Non vi è trasparenza e formazione adeguata e non si da la possibilità alle risorse meritevoli ed ispirate di intraprendere percorsi di approfondimento che magari singolarmente o col solo supporto della famiglia non hanno potuto affrontare principalmente per ragioni economiche (si fa riferimento a master, MBA, dottorati, ecc).
Le aziende inoltre denotano una sostanziale incapacità nel riuscire a valorizzare al meglio le risorse (di ogni età) che impiega, di comprenderne potenzialità ed inclinazioni, aspettative ed ambizioni, preferendo percorsi, quando esistono, standard e lineari che potrebbero portare le persone ad annichilirsi, sentirsi non realizzate ed a contribuire in maniera infinitesimale rispetto a quanto potrebbero, finanche, nel caso di persone particolarmente determinate, a cercare l’uscita dall’azienda.

Agendo su questi tre fattori a mio avviso si potrebbero ottenere davvero ottimi risultati in termini di riequilibro sociale, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro ad altissimo profilo, inclinazione all’innovazione ed all’ottimizzazione nell’uso delle nuove tecnologie, crescita dei talenti e del sistema paese nel suo insieme, reimpostazione di una logica meritocratica, felicità dei singoli, benessere generalizzato, benefici per le persone, per il paese e per le aziende.
I lacci ed i lacciuli che Ignazio Visco durante un seminario alla Luiss ha accusato di bloccare lo sviluppo del paese con complicità di associazioni datoriali e sindacali, devono essere sciolti anche nel sistema dell’istruzione, dell’università, della formazione, della scuola e della ricerca.
In caso contrario la laurea, il prestigioso master o dottorato rimarranno un vessillo da appendere alla parete della camera da letto…. neppure in quella dell’ufficio che presuppone la chimera dell’impiego.

Il lavoro, le aziende, la società sono costituite in primis da persone, che ne costituiscono gli atomi. Se esse si trovano bene, se sono realizzate, se sono stimolate, anche attraverso il miglioramene ed il cambiamento continuo (e non il balletto tra contratti precari e part time al limite dello sfruttamento), se sono ascoltate e gratificate, fortificano l’insieme di cui fanno parte e contagiano con la loro voglia, curiosità, spinta innovativa e proattività ogni età e livello gerarchico.

28/03/2014
Valentino Angeletti
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Il valore non aggiunto

Sono stati mappati in modo abbastanza chiaro alcuni problemi relativi al lavoro, all’innovazione, all’efficienza dei processi e della burocrazia che limitano la competitività dell’industria e del nostro paese tutto.

Spesso vengono denunciati gli obblighi burocratici, che comportano l’impiego di un numero di giorni molto superiore alla media europea per sbrigarne le pratiche, le normative non chiare né stabili, l’assenza di adeguata efficienza ed innovazione nei materiali utilizzati, nelle tecnologie, nell’ICT, nell’automazione, nei processi produttivi e nella supply chain, il “digital divide”, ma anche la poca istruzione e cultura informatica applicata sia al privato sia al business che invece le aziende estere posseggono e del quale non possono più fare a meno per consolidare ed espandere il proprio fatturato e la propria visibilità, il costo dell’energia, ma anche l’assenteismo, la poca dedizione di alcuni lavoratori, l’eccessiva tutela degli stessi lavoratori che si siano comportati palesemente in modo non etico o corretto nei confronti del datore; viceversa alcuna aziende non mettono a disposizione adeguati mezzi ed adeguati piani di formazione e sviluppo affinché i propri dipendenti “performino” nel migliore dei modi ed esprimano tutto il loro potenziale. Il sistema scolastico, formativo ed universitario poi pare totalmente distaccato dai bisogni delle aziende. Negli ultimi anni l’accesso al credito è divenuto quasi proibitivo, mentre la tassazione è aumentata raggiungendo i massimi in Europa.

Come al solito non è bene fare di tutta l’erba un fascio, ma non v’è dubbio che quelli menzionati sopra siano alcuni fattori realmente impedienti.

Tutto ciò contribuisce in modo sostanziale a rendere la produzione italiana una di quelle a più basso valore aggiunto d’Europa. Nel nostro paese il valore aggiunto di un prodotto persa per il 126% circa, contro il 200% della Romania.
Se questo dato viene inserito in un sistema industriale ove vi sono alcune eccellenze che hanno produzioni a valore aggiunto altissimo, come l’industria di precisione ad elevato contenuto tecnologico, la biomedica, la meccanica di nicchia (per fare alcune menzioni: Ferrari, Brembo, moda, lusso, oreficeria, alimentare ecc), ma anche le start-up innovative, si evince che la moltitudine di aziende “normali” crei valore aggiunto ancora inferiore rispetto al dato medio.

Non è più possibile pertanto pensare di difendere un sistema “fuori mercato” e da tempo non più competitivo che evidentemente ha vissuto fin troppo compromettendo la competitività del paese e contribuendo a diffondere una certa mentalità statica e poco avvezza alla flessibilità ed al recepimento di nuove sfide.

Questo processo urgente di cambiamento e riconversione va intrapreso immediatamente ed in modo deciso con il supporto di sindacati, industriali, persone e soprattutto della politica e delle istituzioni che di lavoro da sbrigare ne avrebbero ben donde, ma che non trovano mai il momento giusto per affrontarlo.

Si concludano dunque gli ultimi iter governativi per quelle riforme certamente importanti, come la legge elettorale, che però sarà probabilmente ostaggio dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della discussione sulla dimensione dei collegi e delle liste, si cambi conformazione di governo se necessario, ma poi si inizi davvero a supportare il paese, perché, praticamente in tutti i settori, ne ha dannato bisogno.

11/02/2014
Valentino Angeletti
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Volontà di cambiamento?

Gli USA hanno rivisto al rialzo la spesa per la AGENZIE nazionali di 1.1 mld $, innalzando il tetto di spesa e sbloccando i vincoli dello Shut Down. 1.1 mld $ per la AGENCY USA, che sono assimilabili agli enti governativi italiani, rispetto a quanto si spende in Italia e facendo le dovute proporzioni sono davvero poca cosa.

Il lavoro di Cottarelli sembra sempre più faticoso, benché il suo potenziale campo di azione sia altissimo, vale a dire un totale di spesa oltre gli 800 miliardi dei quali almeno 300 immediatamente aggredibili, scardinare mos maiorum radicati e, nonostante quanto si dica, protetti non sarà per nulla banale, considerando inoltre che i suoi piani non sono vincolanti per il Governo, ma saranno oggetto di revisione, approvazione e messa in atto. Memori di quanto accaduto con la legge di stabilità ed il salva Roma potrebbero davvero essere inserite distorsioni e modifiche di ogni genere.

L’attitudine a questo genere di cambiamenti e nella fattispecie ai tagli, non sono mai graditi agli Stati, alle grandi aziende ed a tutti coloro che di quel privilegio, anche incolpevolmente, vivono o traggono profitto. Quando venne deciso di abolire i tribunali secondari dei piccoli centri, ogni ufficio, rispondente ai requisiti di chiusura, cercò strenuamente di essere preservato da dipendenti e dirigenti, adducendo anche improbabili esigenze di servizio non prorogabili ed inadempibili altrove. È stata addirittura indetta una raccolta firme per un referendum che bloccasse la chiusura e dichiarato proprio oggi incostituzionale, senza seguito dunque. Si comprende che coloro che lavoravano, di certo anche in modo professionale ed impeccabile, negli uffici minori e che dovranno spostarsi in uffici più grandi, a parte il probabile incentivo economico a copertura delle spese e del disagio, non saranno felici, ma ognuno deve cominciare a prendere in considerazione che il cambiamento radicale come è ora necessario, è un processo collettivo e tutti se ne debbono far carico.

Da tal considerazione deriva che i primi a dare l’esempio, non risolutivo in termini strettamente economici, debba essere la politica moralizzandosi, sacrificandosi e rinunciando a tutto l’eccesso del quale a goduto fino ad ora. La domanda da porsi è se ci sia reale volontà di intercettare e consolidare questo cambiamento, alla luce dei fatti sembra di no. Sia negli Stati che nelle grandi aziende, benché si dica il contrario e si propagandino i benefici del cambiamento e della flessibilità, cambiare vuol dire introdurre un elemento di “disturbo”, vuol dire necessità di riorganizzarsi rapidamente, vuol dire riadattare un meccanismo, vuol dire prendersi la responsabilità di gestirlo affinché vi sia miglioramento; in poche parole vuol dire mettersi abbondantemente in gioco e rischiare. Siamo ad un punto in cui tutto ciò è necessario, ma non sembra che vi sia la determinazione di volerlo fare, almeno con i tempi stretti richiesti. Se ne parla, ma poi vari impedimenti alla sua implementazione vincono sempre, trascorrono giorni, mesi, anni, si perdono treni ed opportunità.

Tale atteggiamento di ritrosia è evidente in Italia, ma anche in Europa. Più volte, anche qui, abbiamo rimarcato come l’atteggiamento ferreo delle Germania non producesse benefici all’Unione, ma fosse principalmente rivolto al mantenimento del proprio benessere e status quo. Abbiamo anche fatto notare che alla lunga l’indebolimento dell’Europa sarebbe stato controproducente anche per l’economia tedesca e che una cessione di benefici nella fase iniziale sarebbe stata ripagata ampiamente quando tutto l’Europa avrebbe intrapreso la via di uscita dalla crisi. Ciò non è avvenuto ed ora anche la Germania deve fare i conti con risultati del PIL peggiori del previsto. Nonostante il primato mondiale sull’export a 260 miliardi di $, 7.3% del PIL, tra l’altro sforando il limite del 6% dell’Europa, il prodotto interno lordo ha deluso le previsioni crescendo solo dello 0.7% nel 2012 e dello 0.4% nel 2013 (0.25% nell’ultimo trimestre vs 4.1% USA). La crescita tedesca futura stando ai dati sarà dell’ 1.7% per il 2014 e del 2% per il 2015 puntando più sui consumi interni e ridimensionando l’export. Anche per queste previsioni l’andamento globale europeo è fondamentale. L’Europa, il più grande mercato del mondo, crescerà di appena l’1.1% contro il 3.2% mondiale, il 2.8% USA, e gli oltre 6 punti percentuali di Cina ed India.

Stesso dicasi le l’approccio Europeo al rigore. Cambiare in tal contesto significa rivalutare gli scenari, capire cosa è necessario cedere, dove è necessario riformare ed attuarlo immediatamente.

15/01/2014

Valentino Angeletti

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Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni

Con la vittoria alle primarie PD di Matteo Renzi e con la sua fermezza nell’interfacciarsi con il governo sì è tornati con decisione e giustamente a parlare di lavoro, pilastro cardine della ripresa ultimamente sacrificato sull’altare dell’IMU, della Mini IMU, della Tasi, della IUC, delle unioni di fatto e dei diritti delle coppie omosessuali, della legge elettorale di certo fondamentale, ma che non può e non deve oscurare altre necessità, come appunto il lavoro, da affrontarsi con estrema rapidità.

Il segretario PD ha da pochi giorni lanciato il proprio piano sull’occupazione, il JOBS Act (Jumpstart Our Business Startup Act) che ha causato discussioni interne al governo ed interesse da parte dell’Europa intenzionata ad approfondirlo e studiarlo dettagliatamente.
Il rilancio del lavoro in Italia ed in Europa è una priorità palesata pubblicamente, ma purtroppo è difficile pensare che nella situazione italiana la modifica dei rapporti sindacali e delle rappresentanze, la modifica delle agenzie di collocamento, la rivisitazione dell’articolo 18, la riduzione dei contratti di lavoro, finanche la riduzione del costo del lavoro e l’introduzione di sgravi per le aziende, possano da soli creare immediatamente offerta di lavoro.
La sburocratizzazione, pur necessaria, può attrarre aziende estere e nostrane ad assumere nuova forza lavoro solo se esiste un “business case” solido, vale a dire una prospettiva di profitto.
Al momento i dati Istat ricordano che anche nell’ultimo mese, nonostante le festività, i consumi sono calati dell’ 1.5% raggiungendo i livelli più bassi da quando ci sono le serie storiche, così come il potere di acquisto dell’ex classe media è arretrato di una decina di anni. Il circolo virtuoso da innescare è quello di dare potere d’acquisto, creare domanda e quindi posti di lavoro poiché le aziende, incrementando ordinativi e richieste, inizieranno ad avere una graduale prospettiva di profitto. Chiaro è che il ruolo dell’export per il nostro paese sarà sempre più dominante e dovremo essere in grado di puntare su quei settori strategici in cui siamo competenti e possiamo offrire prodotti e servizi davvero unici (Link lavoro e modello economico, Link futuro e cambiamento, Link cambiamento CEO Microsoft).
Una volta innescato questo meccanismo, che non può prescindere da una riduzione della tassazione e del cuneo fiscale, non solo per incentivare nuova assunzioni, ma per consentire immediatamente più spesa che inevitabilmente si concentrerà da subito sui beni di prima necessità, anch’essi in drastico calo, allora la sburocratizzazione consentirà davvero di facilitare l’impiego.
Il problema sussiste nel fatto che questo meccanismo non è immediato, necessita di tempo tecnico (tanto in un paese pachidermico come l’Italia) per la messa in atto delle modifiche legislative e normative, ma soprattutto è conseguenza di una crescita di PIL non banale, stimata attorno all’ 1.5%, per tali ragioni il 2014 vedrà ancora un acuirsi della disoccupazione ed anche sul 2015 non vi sono certezze.

Per tentare di arginare immediatamente il problema occupazionale si deve cercare dunque di creare posti di lavoro in un ambiente, quello attuale, stagnante, senza domanda e dove le aziende difficilmente sono disposte ad investire o ad assumere in modo incisivo e sistematico. Ciò richiede investimenti pubblici (o anche privati) in settori di utilità, che in ogni caso avrebbero dovuto essere oggetto di interventi, come la riduzione del rischio idrogeologico, la riqualificazione e l’efficienza energetica degli edifici e delle aziende, la messa in sicurezza di scuole ed edifici pubblici, la conclusione di opere ferme o bloccate da tempo, il miglioramento dei trasporti e delle vie di comunicazione, molti interventi infrastrutturali ecc. Una sorta di “new deal” ripreso da Obama in USA (Link USA 1, Link USA 2) e da Abe in Giappone senza curarsi, in questa fase economica particolare, dello sforamento del deficit. Le coperture per gli investimenti potrebbero provenire da tagli alla spesa, riallocamenti da altre attività meno prioritarie, razionalizzazione delle risorse, ma anche dalla trattativa con Bruxelles per far entrare in vigore la Golden Rule, condizionata ad un rigido controllo di spesa e di risultato, per le attività a reale supporto dell’economia.

Riassumendo, si può concludere che oltre alla sburocratizzazione ed alle agevolazioni in tema di assunzioni, più opportune in una seconda fase, serve necessariamente:

  • creare un buon numero di posti di lavoro nel breve termine con interventi infrastrutturali; il che contribuirà parzialmente a supportare i consumi, inizialmente di prima necessità, in depressione continua.
  • Lavorare sull’aumento del potere d’acquisto innescando, nel medio periodo, la spirale virtuosa: maggior disponibilità economica – incremento consumi – aumento della produzione e quindi probabile necessità di ulteriori posti di lavoro.

Al contempo sarebbe bene che le aziende in utile, anche decrescente rispetto al passato, non decidano di ricorrere a cassa integrazione o contratti di solidarietà, ma stringano stoicamente i denti, lampante è che per accondiscendere a ciò la serietà dello stato ed i propri piani devono essere chiari e determinati.

Una società forte non può essere trainata solo da pochi ricchissimi che inevitabilmente non riescono ad attivare tutti i meccanismi di creazione di valore e benessere, ma necessita di una forte classe media con sufficiente disponibilità economica mossa dall’ambizione, dalla prospettiva e dalla speranza, alimentate da una disuguaglianza non castale o settaria, di poter accedere a livelli sociali superiori, raggiungendo dinamicamente un miglior standard di vita, che è ciò che hanno da sempre perseguito e cercato di assicurare alle generazioni future i nostri padri ed i nostri nonni. La disuguaglianza presente in italia (Link Indice GINI), seconda solo agli USA ed UK, è quanto di più negativo possa esserci perché sta eliminando la classe media sia sotto il profilo prettamente economico che per quel che riguarda la speranza, la prospettiva e l’ambizione; una volta perso ciò si è perso tutto.

09/01/2014
Valentino Angeletti
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Fine anno, tutti con Napolitano. Quindi da domani si cambia?

Il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è stato, seguendo la tendenza del momento, all’insegna della comunicazione.
In particolare la prima parte, che ha visto la lettura ed il racconto di storia di vita vissuta da comuni cittadini alle prese con la crisi e le sfide del quotidiano, è stato un tentativo forte e toccante di riavvicinamento tra popolazione ed istituzioni politiche, rapporto che, come confermano svariati sondaggi (es. studio Demetra su la Repubblica di Lunedì 30/12), è andato sempre più ledendosi fino a sfociare in totale distacco, disaffezione e disinteresse. Sentimenti mossi dalla convinzione diffusa tra i ceti popolari e non, avvallati da alcune evidenti dimostrazioni, che la politica non riesca ad interpretare i reali bisogni dei cittadini e non sia in grado di capire i problemi o perché guidata da interessi puramente personali o perché, malgrado la buona volontà, lo status quo di politico con al seguito innumerevoli benefici e lauti stipendi, perfettamente legittimati dalle norme e che consentono disponibilità quasi illimitata per ogni eventualità, non possano permettere la completa comprensione di coloro che non arrivano a fine mese, devono scegliere tra pagare i propri dipendenti o garantire il necessario alla propria famiglia (caso presente tra le letture di Napolitano) o hanno un muto per la casa che faticano ad onorare (il classico esempio è la concessione di un mutuo, ormai chimera di molte persone comuni non lo è invece per i politici che hanno accesso a tassi di favore, 1%, e dispongono di stipendi e prebende fisse e sostanziose). Napolitano ha auspicato che questo divario inizi a colmarsi fin da subito ed ha suggerito alla politica di moralizzarsi e sacrificarsi, di tornare davvero al servizio del cittadino comprendendone bisogni, necessità, pretendendo doveri, ma assicurando diritti a partire dai fondamentali.

Il resto del discorso è stato più o meno prevedibile, dai toni non aggressivi o da ultimatum senza però tralasciare di sottolineare la natura transitoria del suo mandato né di respingere con vigore ogni accusa di assolutismo nei suoi confronti, mettendo in primo piano la necessità di andare avanti con le riforme, inaugurare un periodo di cambiamento e perseguire una larga comunione di intenti, o se si preferisce di intese, trasversali tra i partiti per lavorare assieme in favore della cosa pubblica.

Le reazioni dei partiti e del leader politici sono state critiche per quel che riguarda le forze di opposizione, ma di totale consenso ed approvazione considerando i partiti di maggioranza e del centro, quindi PD, dal Premier Letta al Segretario Matteo Renzi, NCD, a cominciare dal vice Premier Alfano, l’UDC, il cui leader Casini si è detto entusiasta e Scelta Civica, ove Monti si è complimentato per il discorso del Presidente definito pacato e forte.

Dunque nella maggioranza e nel centro tutti d’accordo.
Da domani, si consenta che il primo gennaio anche le istituzioni si dedichino al riposo, si potrà davvero lavorare in sintonia ed accordo per cambiare il paese e ritrovare i binari di una Italia al limite dello smarrimento o comunque in costante stato di “vivacchiamento”, rendendo realmente utili le larghe intese e la stabilità politica, insignificanti se fini a se stesse?
Visti i precedenti, al di là delle frasi di circostanza più o meno sincere e commoventi, sarà difficile che una data particolare come Capodanno ed un unico messaggio, uno dei tanti e neanche dei più critici, possa far mutare quell’attitudine che tra alti e bassi si protrae almeno da 240 giorni, da maggio dell’anno ormai scorso.

Il fortissimo augurio, accanto a quello di un 2014 ricco di soddisfazioni e gioia, è di sbagliare previsione. L’attesa non sarà lunga, da domani si vedrà.

01/01/2014
Valentino Angeletti
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AUT-AUT: discontinuità e cambiamento o democraticamente dalla politica o bruscamente dal disagio sociale

Se si chiede ai cittadini di esprimere un’opinione sulla politica e la classe dirigente degli ultimi anni esse, forse anche in modo un generalizzato ma effettivamente non biasimabile, verrebbero rappresentate come una sorta di oligarchia stabilizzata ed imperitura che a partire dalla Prima Repubblica si è arricchita, ha depredato il paese e vessato i cittadini in modo non dissimile da quanto avvenne negli stati dell’ex Unione Sovietica come Russia ed Ucraina, ma con la subdola capacità di garantire qualche misera briciola, una parvenza di benessere, di libertà e di democrazia, un nuovo imperiale panem et circensem, che assieme all’immobilismo talvolta non incolpevole di cittadini ciechi, troppo permissivi, ben pensanti o in buona fede benché spesso messi di fronte ad un sistema totalmente ingessato, inattaccabile e perfettamente collaudato per annichilire e non consentire il cambiamento, hanno permesso a pochi di godere ad esclusivo proprio pro della cosa pubblica.

Sembrerebbe che il diabolico ed interessato meccanismo, avendo portato il paese ad una fase terminale, sia stato scoperta e qualche flebile vento, per ora solo verbale, di cambiamento stia spirando, la politica deve dispensare buoni costumi e tornare democraticamente al servizio del cittadino che ne deve essere partecipe orgoglioso. Non agire con la rapidità richiesta dalle malattie gravi metterà di fronte ad un aut-aut: o non sarà più possibile recuperare o la discontinuità invocata e necessaria, una volta che i cittadini avranno depauperato i patrimoni accumulati dagli avi già in via di corrosione, arriverà dal disagio e dall’esasperazione sociale la quale inevitabilmente prima o poi, a seconda della sopportazione e dell’ardore del popolo, “presenterà il conto”. Questo concetto deve essere compreso sì a livello di paese, ma, con motivazioni e finalità differenti, anche dalle istituzioni europee che, non tanto per comportamento etico-morale, quanto per strategia politico-economica, stanno pericolosamente diventando impopolari e perdendo consensi.

Tema correlato: Rehn ed Europa vs Italia

 

03/12/2013
Valentino Angeletti
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