Archivi tag: Cameron

Accordo UE – UK: la disgregazione europea si avvicina?

Oltre 24 ore è durato l’ultimo consiglio europeo. Doveva concludersi durante il “Breakfast”, poi è stato necessario il “Brunch”, poi il “Lunch”, la “Dinner” e solo a digestione ormai avvenuta è stato raggiunto l’accordo. Le facce degli uscenti, a notte fonda, erano stralunate, inclusa quella del Premier Renzi, desideroso di tornare a casa, entro i confini e le mura domestiche, perché del resto è nella propria dimora e con i propri intimi che ci si sente più a proprio agio. Medesimo pensiero riteniamo che abbia mosso le richieste di Cameron ai membri del consiglio.

I temi in programma a Bruxelles erano sostanzialmente due e riguardavano il Regno Unito e l’Austria. L’impasse ha riguardato il paese guidato da David Cameron, ed il tema dei migranti, messo sul piatto dall’Austria, è stato affrontato solo marginalmente e rimandato ad un vertice speciale che avrà luogo di qui ad un mese circa.

L’obiettivo degli stati membri dell’UE era quello di convincere il Premier Britannico a schierarsi a favore della permanenza nell’UE del paese da lui guidato, in vista del referendum che dovrà tenersi e che poi, lo stesso Cameron, ha fissato il 23 giugno,  proprio per accelerare i tempi di questa importante decisione nelle mani del popolo di sua Maestà.

Ovviamente si è trattato di un negoziato estenuante, ove le richieste di Cameron sono state nette e chiare: più restrizioni al libero flusso dei migranti ed all’accesso al welfare; concessioni nel settore bancario e finanziario che esulino dal contesto della regolamentazione vigente per gli altri stati UE; non appartenenza al maxi stato europeo che si vorrebbe creare.

Tra quelli citati, il nodo affrontato più approfonditamente e sul quale vi sono state aspre divergenze, è risultato, prevedibilmente, il primo. A quanto e dato sapersi, David Cameron chiedeva una sospensione, per 7 anni prorogabili fino a 20 anni e con benefici introdotti in modo graduale, all’accesso al welfare inglese per i migranti, anche appartenenti a paesi membri, tra i quali, ricordiamo, vige il trattato di Schenghen, in discussione proprio in questi giorni, che consente libera circolazione di persone e merci tra gli aderenti (non aderiscono, seppur all’interno dell’UE, Irlanda e Gran Bretagna) ed una maggior libertà di espulsione. Dopo la maratona notturna che ha portato all’accordo UNANIME, sono state accordate al Regno Unito molte libertà non previste per altri paesi europei. Cameron ha ottenuto più autonomia nel settore bancario e finanziario, ma soprattutto la possibilità di espellere, dopo 6 mesi, i migranti, anche europei, che non avessero trovato un lavoro, ma soprattutto, e questa è stata la sua grande vittoria, la sospensione dei diritti al welfare inglese per tutti i migranti UE (ed extra UE ovviamente), per un periodo di 4 anni prorogabili ed una loro gradualità. Da notare che queste concessioni a partire dal 2020, potranno essere utilizzate anche da altri stati, ed immaginiamo già la coda di rappresentati governativi in attesa di poter sottoscriverli per il proprio paese.

Come di consueto in queste circostanze le dichiarazioni conclusive sono state positive, anche se il reale vincitore, leggendo criticamente i fatti, è esclusivamente il primo ministro britannico. Il Cancelliere tedesco Merkel ha dichiarato che è stata usata la flessibilità dovuta e richiesta, il tutto per il bene dell’Europa. Viene però da chiedersi se, per lo stesso bene dell’Unione, non fosse stato meglio usare questo tipo di flessibilità per risolvere le problematiche economiche che coinvolgono il vecchio continente, a cominciare da una maggior propensione agli investimenti, ed un minor legame a parametri come il rapporto deficit/pil, salvando, ad esempio, con costi molto minori, la Grecia, e che avrebbe potuto essere applicata anche, ma non solo, all’Italia stessa.

Le concessioni ottenute da Cameron, e di conseguenza il suo appoggio alla permanenza della GB in UE al referendum di giugno, vero obiettivo degli altri paesi membri, non trova consenso unanime in patria e neppure all’interno del suo stesso partito, in cui 6 esponenti di governo hanno continuato a schierasi per l’uscita britannica. I sondaggi del resto danno uno scarto minimo, probabilmente inferiore alla deviazione standard: incertezza assoluta quindi.

Mettendo da parte gli elogi all’accordo raggiunto degli stati membri, l’esito della trattativa rappresenta un precedente rischioso. Una falla probabilmente incolmabile all’interno dell’equilibrio e dei meccanismi di “do ut des” europei, un venir meno alle ispirazioni iniziali, agli obiettivi, alle speranze dei padri fondatori di una Europa transnazionale, coesa, solidale, in contrapposizione a quella dominata da logiche ed interessi particolari e nazionali (in questa circostanza vincenti), tanto più che la tematica fondamentale è di tipo strettamente sociale, come accesso al welfare ed occupazione.

Evidentemente il timore di perdere la seconda economia europea ed il primo mercato finanziari mondiale, ha spinto gli altri capi di governo alle corde e li ha costretti ad accettare condizioni molto pericolose. Evidente che anche l’uscita del Regno Unito dall’Europa non sarebbe stato un precedente positivo.

A questo punto verrebbe da chiedersi quale sia il male peggiore, che si inserisce peraltro in un contesto economico mondiale, ed europeo in particolare, pericolosamente in rallentamento: l’uscita della GB oppure la sua permanenza ma che darebbe il “la” ad una serie di richieste di maggiore libertà da parte di molti altri paesi?

Ricordiamo che solo pochi mesi fa, sia per la BCE che per i palazzi di Bruxelles, la linea era quella di una cessione di sovranità statale a vantaggio di una governance che per certi aspetti avrebbe dovuto essere centralizzata (con indubbi vantaggi se si pensa alla tassazione, al fisco, agli stipendi ecc), ora questa tappa viene drasticamente meno.

Sinceramente non saprei se convenga schierarsi con il sì o con il no al referendum del 23 di Giugno, certo è che la nottata tra il 19 ed il 20 febbraio 2016 rappresenta una pagina nera per l’Europa dei popoli e probabilmente il vero inizio della disgregazione del progetto di unione del vecchio continente.

21/02/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

Elezioni UK: vittoria dei Conservatori spinta dal referendum sulla permanenza in Europa

Si è trattata di una lunga ed emozionante attesa di dati ufficiali quella che hanno vissuto i Britannici la scorsa notte in occasione dello spoglio delle urne per le elezioni del nuovo Premier. I pronostici prevedevano una battagli serratissima tra i Conservatori (Tory) dell’uscente David Cameron ed i Laburisti (Labour) di Ed Miliband, tanto da dare quasi per scontata l’impossibilità di un governo di maggioranza assoluta che avrebbe necessitato di 326 seggi sui 650 disponibili. Man mano però che i dati venivano diramati il pronosticato pareggio veniva smentito lasciando campo libero ad un profluvio di colpi di scena come accadde in Italia sulle spalle di un indimenticabile Masia dei tempi d’oro. A parte le battute evidentemente questa inaffidabilità delle previsioni dimostra una oggettiva difficoltà nel reperire un campione davvero significativo.

La vittoria di David Cameron è stata quindi una sorpresa, a maggior ragione se si considera che i Conservatori sono riusciti a raggiungere la maggioranza dei seggi, 331 su 650. Specularmente per Ed Miliband è stata una debacle, come pure è stata una parziale sconfitta anche per gli indipendentisti-nazionalisti dell’UkIP che, pur essendo il terzo partito per numero di voti, hanno ottenuto solo un seggio e sono rimasti esclusi dal Parlamento. Grande successo invece per il partito di sinistra SNP (Scottish National Party) che si è aggiudicato il 95% dei seggi scozzesi (56 su 59).

Alcune analisi di politici nostrani esponenti del PD renziano, che, in vista delle regionali, vorrebbero mettere in guardia le sinistra dissidenti rispetto alle posizioni del PD di Governo, ricondurrebbero la vittoria di Cameron ad un eccesso di “Conservatorismo di sinistra” del partito dei Laburisti di Miliband, poco propenso ad intraprendere un reale cammino riformatore, soprattutto in campo economico, ed incapace di raccogliere voti al centro perdendo al contempo elettorato di sinistra cooptato dallo SNP. Sostanzialmente Miliband sarebbe stato poco renziano. Il Premier italiano effettivamente ha avuto gioco facile a “razziare” un centro ed un centro destra inesistenti ed ormai senza più un partito di riferimento nè una linea politica chiara e definita.

Tale lettura sembra più atta a voler intimorire le minoranze Dem che un reale riflesso di quello che è stato il “sentiment” dei britannici. Probabilmente, oltre ai buoni dati economici, occupazionali, di dinamismo industriale e degli investimenti, di una finanza della City nuovamente potente e che ha grande influenza sugli esiti elettorali, il vero ago della bilancia che ha consentito il successo Conservatore è stato il rilancio del referendum sulla permanenza nell’Eurozona promesso per il 2017 da David Cameron. Non si può negare che l’Europa ha perso la sua autorevolezza e non gode più della considerazione di un tempo presso le controparti estere. Ciò è dovuto alla manifesta incapacità dell’Unione di gestire tempestivamente e risolvere situazioni e problemi più o meno complessi: ne sono testimonianza le irrisolte questioni dei flussi migratori e della lotta al terrorismo; in politica estera le persistenti tensioni in Libia, in medio oriente, ed in Russia ed Ucraina, tuttora irrisolte nonostante i molteplici vertici diplomatici ed incontri bi e trilaterali; in economia, usando un’austerità da più fronti criticata (Obama, FED, FMI, OECD, Uk, oltre che vari governi nazionali) e che ha portato ad esacerbare la crisi greca, prolungandola oltremodo fino a parlare di GrExit, quando in poco tempo e con costi decisamente inferiori rispetto a quelli sostenuti finora avrebbe potuto essere risolta.

Questa sensazione di debolezza e fardello più che vantaggio nei confronti dell’UE, deve essere comune al popolo britannico che ha cosi deciso di voler cimentarsi nel referendum sulla permanenza o meno in Europa, scegliendo, con l’aplomb tipicamente britannico, la via più democratica del referendum rispetto alla soluzione di rottura proposta dall’estremista Nigel Farage dell’UkIP che avrebbe condotto ad una situazione dai risvolti imprevedibili.

L’economia della “Tremenda Albione” è sicuramente legata al contesto europeo, ma la sua impronta prettamente finanziaria fa si che sia molto meno legata al vecchio continente, inoltre lo stretto legame con gli Stati Uniti la dotano di una maggiore autonomia e capacità di manovra rispetto all’UE, complice anche l’assenza della moneta Euro. A dire il vero pare che sia più l’UE a necessitare dell’UK, soprattutto per via delle sue agevolazioni fiscali pur mantenendosi all’interno dell’Europa, che non viceversa. Il popolo inglese lo ha capito, ed ha probabilmente espresso in modo moderato la volontà di poter ponderare ed esprimere una tendenza individualista e nazionalistica che nel loro contesto economico e sociale potrebbe oggettivamente essere vantaggiosa. Ne è ulteriore dimostrazione il successo, inaspettato per dimensione, della “dama rossa” Nicola Sturgeon dello SNP.

I mercati, termometri molto reattivi per questo genere di eventi, hanno risposto con crescite marcate proprio per l’imminente prospettiva di stabilità politica in continuità con quella che ha trainato (e risollevato) l’Uk durante il periodo di crisi ed anche grazie ai positivi dati sull’occupazione provenienti dagli USA. La Sterlina si è rafforzata sull’Euro di circa 2 pti percentuali con scambi a 1.3801.

La prospettiva di un allontanamento dell’Uk dall’Europa sarà problematica più per quest’ultima, poiché la getterebbe in un ulteriore isolamento, con i trattati per agevolare gli scambi con l’USA in via di definizione ma non ancora conclusi, con la Russia sempre più lontana per via delle sanzioni dovuti alla crisi ucraina, e con una Cina, che sta attirando nella sua potente orbita di influenza la “vicina” Russia, come dimostrano i recenti accordi energetici (Link il Sole24), guardata con estremo interesse, ma che suscita ancora sospetti e perplessità. L’Europa rimane vittima delle proprie debolezze politiche, dell’assenza di decisionismo e strategie di lungo termine su temi chiave, dell’incapacità di leggere scenari e contesti in rapido mutamento che chiedono repentini cambi di rotta e di sfruttare il suo potenziale che la pone come primo mercato mondiale (a livello teorico).

Dalle elezioni Britanniche infine la nostra politica dovrebbe trarre un insegnamento veramente degno di essere apostrofato come figlio di uno stile tutto british che entro i confini peninsulari non ci sogniamo neppure lontanamente di poter ritrovare in esponenti istituzionali: ogni candidato sconfitto, quindi Ed Miliband dei Labour, John Clegg del Liberal-Democratici e Nigel Farage dell’UkIP hanno, dopo la delusione per il risultato elettorale, consegnato le proprie dimissioni.

Chapeau non c’è che dire.

09/05/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

 

Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità

La designazione del nuovo Presidente della Commissione Europea sì è conclusa non senza difficoltà. L’esito è stato quello che, stando a come era stata presentata questa tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, le elezioni avevano suggerito. Dai media ed anche dalle comunicazioni istituzionali pareva che l’elezione del nuovo Presidente di Commissione fosse sostanzialmente diretta, senza precisare chiaramente che in realtà si trattava solo di una indicazione alla quale il Consiglio ed il Parlamento Europeo avrebbero dovuto prestare attenzione per il loro voto, vera espressione decisiva in questa nomina.

La presidenza andrà dunque a Jean Claude Juncker, candidato del partito popolare che alle elezioni di maggio aveva raccolto la maggioranza delle preferenze. Il finale non è stato assolutamente scontato, anzi è stato tirato fino all’ultimo, benché per la prima volta in assoluto il popolo si fosse espresso. Altro primato da sottolineare è l’assenza della totale unanimità da parte dei 28 membri, infatti il Presidente è stato eletto a maggioranza qualificata con 26 voti sui 28 totali, circostanza che non ha impressionato più di tanto i votanti, a cominciare dalla Merkel la quale ha ribadito come l’unanimità del resto non sia necessaria.

A votare contro  sono stati il Premier ungherese, Orban, esponente di una destra estrema e dichiaratamente anti europea, ed il Premier britannico David Cameron secondo cui Juncker sarebbe l’espressione di una continuità accentratrice a Bruxelles della sovranità che lascerebbe troppo poco spazio ai singoli stati. Cameron si è espresso in un vaticinatorio “ve ne pentirete” di manzoniana memoria, chissà se si tratta solo di una sorta di pronostico personale o se ha intenzione di prendere provvedimenti per far avverare il monito, magari agendo in sinergia con i potenti banchieri della City. Da considerare che l’economia inglese è legata a triplo giro alla finanza londinese che in questo periodo viaggia a gonfie vele, ma che non può non guardarsi dal rischio di uno scarico degli oscillatori come alcuni parametri potrebbero far ipotizzare. Molti importanti quotidiani britannici titolano esprimendo il concetto secondo cui la Gran Bretagna sarebbe più vicina all’uscita dall’Unione e rimproverano al loro Premier la modalità conduzione della trattativa; ciò fa senza dubbio pensare a come la reputazione e l’interesse per l”Unione Europea sia mutata nel corso del tempo, di certo è probabile che nel prossimo futuro vedremo una Gran Bretagna sempre più avamposto statunitense e sempre più in sintonia con l’alleato storico d’oltre Atlantico.

Nella trattativa che ha portato alla scelta del popolare Juncker, Renzi avrebbe mantenuto la posizione più volte espressa, vincolando la scelta del candidato alla presenza di un programma e di una agenda condivisa che dovrebbe ridisegnare le modalità di governance europee all’insegna di lavoro e crescita. Il riassunto di questo programma può essere espresso con la parola forse anche abusata, di flessibilità, ed in particolare di flessibilità in cambio di riforme.

La frase però risulta in ogni caso ancora ermetica: di che tipo di flessibilità si parla? Flessibilità pur rispettando i patti? Flessibilità sui conti? Concessione di più tempo? Flessibilità entro i vincoli? Ovviamente non è pensabile che verranno aperti i cordoni delle borse come si si fosse fatto un jackpot a Las Vegas. Ed ancora, come si farà a quantificare la flessibilità da poter applicare come contropartita per una determinata riforma?

Lato italiano comunque sia intesa questa flessibilità, ed è un bene che se ne parli, l’importante è puntare alle riforme in tempi rapidi, non tanto per accedere alla paventata flessibilità, o meglio non solo, quanto perché davvero indispensabili nel nostro paese. Il processo riformatore, come dimostrano le tensioni sulla riforma del Senato, non è così semplice da intraprendere, e singolare è il fatto che ogni volta che il Premier si allontana dall’Italia si manifestano i malumori; è successo a Renzi come successe a Letta (ricordiamo, e qui ne parlammo, il terremoto Telecom-Telefonica proprio quando l’allora premier Letta era in USA a rassicurare gli investitori sulla stabilità ed affidabilità del nostro paese). Il semestre italiano alla guida del Consiglio EU può dare una mano ad impostare qualche priorità ed una agenda su cui discutere e sulla quale poi la Commissione potrà prendere spunto per legiferare, ma anche in tal caso dimentichiamoci chissà quale vantaggio correlato; ricordiamo che la presidenza in uscita è stata della Grecia e non pare che gli ellenici abbiano ottenuto particolari elargizioni o abbiano avuto la possibilità di indirizzare il lavoro di Bruxelles a proprio pro.

In Europa dovrà essere chiarito in cosa consiste questa flessibilità e come si interfaccerà con le politiche della ECB per sostenere la crescita. Ad essere precisi di un certo margine di flessibilità hanno già goduto la Francia, con la concessione di più tempo per raggiungere il 3% nel rapporto deficit/PIL, ma anche l’Italia con lo spostamento al 2016 del pareggio di bilancio. Le tempistiche per applicare la flessibilità necessaria a creare uno shock tale da influenzare concretamente lavoro e crescita, devono essere più che stringenti. Troppo spesso in Europa a fronte di intenzioni più che condivisibili ed encomiabili, la rapidità non è stata quella che avrebbe dovuto essere, come nel caso dell’unione bancaria che avrebbe potuto contribuire in modo decisivo alla gestione della crisi, ma il cui processo lungo e macchinoso è ancora lungi dall’essere completato.

Quello che quindi dovrebbe essere auspicato è un processo riformatore rapido, incisivo e concreto nel nostro paese così come in Europa, la definizione del concetto di flessibilità e di precisi settori di intervento ed investimento (energia, trasporti, telecomunicazioni) in ambito europeo e la loro immediata applicazione in sinergia con una politica monetaria espansiva.

28/06/2014

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale