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Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee

Non si placano le tensioni tra Russia ed Ucraina per il dominio in Crimea. Lo Stato dell’ex URSS, dopo che è divenuto premier Arseny Yatseniukm, non ha la minima idea di cedere il territorio con capitale Sebastopoli concesso da Chruščëv all’Ucraina nel 1954. Il nuovo premier Ucraino pare intenzionato a mantenete una linea filo europea nonostante le intimidazioni e gli interventi militari Russi che stanno costando allo Stato di Putin le critiche di tutti i consessi internazionali a partire da Nato ed ONU fino ad arrivare agli USA, all’EU ed alla Cina, che mai come in questo periodo sta intessendo e mantenendo strettissimi e buoni rapporti con la Russia.
Ovviamente se gli USA, grazie alla dipendenza energetica raggiunta con la rivoluzione dello shale gas possono fare la voce grossa, così non è per gli stati europei, a partire da Italia e Germania, che nutrono numerosi interessi con la Russia, nei campi delle infrastrutture, della difesa, dei trasporti ed in particolare per quel che riguarda l’energia ed il gas che approvvigionano in modo importante questi paesi.
Anche la stessa Russia ha iniziato a minacciare alcuni accordi commerciali e patti sanciti nel passato; proprio in queste ore viene messo in discussione lo Star 3, intimando di bloccare l’accesso a delegazioni straniere ai propri arsenali nucleari, la minaccia più forte ed immediata rimane comunque quella sul fronte energetico.
Gazprom vanta un credito di 1.8 miliardi di dollari con l’Ucraina per forniture passate e si dice pronta a bloccare ogni ulteriore fornitura in caso il debito non venisse rimesso. La Russia ha poi bloccato ogni sconto sul gas del quale godeva l’Ucraina così come si sta apprestando a richiedere i 15 miliardi concessi allo stato Ucraino per evitarne la bancarotta e cercare di legarlo ancora più strettamente alla propria orbita. Aiuti in favore di Yatseniukm sono stati assicurate da Europa ed USA, ma il problema energetico non è di poco conto per l’EU in primis.

L’Amministratore dell’ENI Scaroni in una intervista alla Stampa assicura che non ci sono problemi per l’Italia che può contare su buone scorte. Effettivamente la stagione trascorsa è stata mite, la primavera è alle porte e le centrali a gas hanno funzionato a regimi ridottissimi a causa del calo dei consumi dovuti alla crisi e proprio perché in questi periodi il mercato energetico predilige le rinnovabili ed il carbone, molto più a buon mercato. Paolo Scaroni ha poi voluto portare all’attenzione che il prezzo dell’energia in Europa è molto più alto che in USA e che questo è un argomento da affrontare; per essere competitivi e meno vincolati al gas russo suggerisce di puntare sullo shale e sul nucleare.
Il gas di scisto però nel continente europeo è molto meno abbondante che in Usa e necessita di infrastrutture costosissime ex novo, mentre in USA esse sono di norma già presenti a causa delle precedenti estrazioni petrolifere dove sorgono i principali giacimenti di shale che dunque possono contare su perforazioni e condotte preesistenti. Il nucleare invece è stato bocciato da un referendum in Italia ed in ogni caso avrebbe necessitato di circa 20 anni affinché si fossero potuti toccare con mano i benefici; la Germania aveva iniziato il processo di denuclearizzazione, salvo poi rimetterlo negli ultimi mesi in discussione. Queste due nazioni sono quelle più energeticamente legate alla Russia, e quelle che nei confronti del Cremlino hanno posizioni più morbide.

Effettivamente l’Italia, almeno nel breve, non deve temere per le proprie scorte di Gas ed il commissario EU per l’energia, Günther Oettinger, non ritiene possibile un blocco delle pipeline verso l’Europa come nel 2009. La situazione però mette nuovamente in luce la relativa precarietà del sistema di approvvigionamento energetico italiano, che dipende per il gas principalmente da tre zone decisamente instabili con ripercussione su prezzi e volume: Libia, Algeria e Russia-Ucraina.

Nonostante ciò vi sono ancora numerose ritrosie nel modificare il piano e l’assetto energetico: da una parte vi sono ambientalisti più per partito preso che per reale credo che non riescono a capire ad esempio anche le produzioni di turbine eoliche, di pannelli fotovoltaici ed il relativo smaltimento hanno un impatto non da poco sull’ambiente e che la garanzia di fornitura in ogni situazione, incluse le emergenze impreviste, attualmente non può essere garantito al 100% dal rinnovabile, il quale si sottolinea deve essere ancor meglio sviluppato ed ottimizzato; dall’altra vi sono sistemi industriali e produttivi che seguono più per moda del momento che per un reale piano energetico soluzioni evidentemente non sostenibile o non efficaci.
La struttura energetica italiana, benché vi sia surplus di capacità installata, è molto legata a fattori esterni, ma a dispetto di ciò non si arriva ad una soluzione sugli esagerati incentivi alle FER, il rigassificatore di Porto Empedocle, come ogni altro rigassificatore, è stato osteggiato, così come l’approdo pugliese della TAP, pipeline che dovrebbe apportare gas senza passare dal territorio Ucraino. Sempre la Puglia avrebbe dovuto essere destinazione per un rigassificatore della British Gas che però dopo aver speso oltre 250 milioni di € ha preferito abbandonare e ritirarsi in perdita a causa delle pastoie burocratiche alle quali non riusciva a venire a capo. Pastoie burocratiche hanno ritardato enormemente, oltre 10 anni, il progetto Enel di centrale a biomasse a Mercure, in Calabira. Ogni progetto rinnovabile subisce ritardi ed impedimenti, spesso proprio di coloro che poco prima si definivano ambientalisti, e vari progetti di eolico off-shore a largo del Molise sono stati bloccati sul nascere. Il capacity payment per alcune efficienti centrali a gas o a carbone è tacciato di aiuto di stato (quando si sperperano milioni in feste di paese e per finanziare municipalizzate già da tempo tecnicamente fallite – Link Sorgenia Capacity Payment), ma pare impossibile dismettere completamente, per vari motivi non ultimo quello occupazionale, le vecchie centrali ad olio.
In tutto questo contesto l’energia elettrica ed il riscaldamento domestico, fondamentali e sempre più strategici, continuano ad avere un prezzo molto elevato rispetto ad altri paesi europei e devono essere assicurate sempre e comunque.
Per eliminare questa contraddizione di fondo e svincolare l’Italia e l’Europa da dipendenze a rischio, garantire concorrenza nel mercato energetico e per le industrie, convergere verso un sistema più sostenibile è necessario a livello nazionale riorganizzare la strategia energetica ed a livello europeo puntare ad un mercato unico e ad un sistema che potrebbe essere quello degli ETS, ma in contesto globale e riadattato alla luce del fallimento occorso, che garantisca sostenibilità ed abbattimento delle emissioni, assieme ad assicurare sempre e comunque l’accesso alla risorsa elettrica.

08/03/2014
Valentino Angeletti
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Capacity Payment e Sorgenia: argomenti da scindere

Oggetto di molti articoli accusatori è stato il meccanismo di “capacity payment” con il quale lo Stato remunera per un totale di circa 150 milioni di € la disponibilità di alcune centrali termiche ad entrare in produzione, qualora ce ne fosse il bisogno. Le critiche sono principalmente rivolte agli incentivi, tacciati di aiuto di Stato, per Sorgenia, azienda che negli anni 2000 decise di puntare tutto sulle tecnologie a gas, in particolare a ciclo combinato, facente parte del gruppo CIR dell’Ing. De Benedetti e dell’austriaca Verbund. Le condizioni patrimoniali della società sono oggettivamente difficili, un debito, record per le dimensioni dell’azienda, di 1.9 miliardi di € dei quali 432 milioni relativi al Q3 2013. Nel caso Sorgenia entrerebbero poi meccanismi di giochi di potere che non vogliamo, né possiamo, per mancanza di elementi oggettivi, approfondire, si rimanda gli interessati all’articolo di Rizzo e Massaro sul Corriere della Sera.

Questa nota vuole mettere in luce alcuni aspetti del capacity payment sul quale non si deve generalizzare ed estrapolare dal caso Sorgenia.

La remunerazione della capacità è un meccanismo che consente di mantenere pronte e “calde” alcune centrali termoelettriche che in caso di emergenza possono entrare in produzione immediatamente, nonostante in condizioni normali siano fuori mercato, principalmente a causa della presenza massiva di rinnovabili (FER). Questa situazione richiede ovviamente costi di operation and manteinance per mantenerle funzionanti e sicure molto alti senza garanzia di rientro dal normale mercato; proprio a coprire tali costi serve il contributo statale. Il tutto può essere visto come spesa per la sicurezza nazionale poiché l’energia è un elemento la cui assenza potrebbe minacciare la sicurezza del paese: in gergo, si tratta di un bene strategico.

Le FER, su cui è giusto puntare, negli ultimi anni hanno proliferato, godendo nel nostro paese di incentivi enormi (svariati miliardi all’anno, ed il piano dell’ ex Ministro Zanonato per spalmarli su un periodo di tempo maggiore fino ad eliminarli non pare essere andato in porto), anche dopo che il mercato è abbondantemente arrivato a maturazione ed in certi casi dando copertura a grosse speculazioni. Inoltre le FER allo stato attuale della tecnologia non sono prevedibili e programmabili con precisione, come invece lo sono le energie convenzionali, non rendendo possibile dunque impostare precisi piani di produzione (si investe molto in storage ed algoritmi di forecasting, anch’essi retribuiti dallo Stato, per ovviare a queste imprecisioni, ma ad oggi la deficienza non è colmata). Il fatto di avere centrali pronte ad attivarsi in caso di emergenza negli anni scorsi ha salvato l’Italia da problemi di approvvigionamento energetico, in particolare durante le crisi tra Russia ed Ucraina, situazione che ora si sta ripresentando drammaticamente ed in modo assai più grave.

Da ricordare poi che gli anni dal 2008 in avanti sono stati molto negativi per il settore elettrico a causa di drastici cali dei consumi che in Italia hanno toccato i valori di decine di anni fa, in aggiunta le aziende produttrici sono state tassate ulteriormente con l’inserimento della Roobin Hood Tax totalmente a carico dei produttori che vale, per le aziende più grandi come Enel ed Eni, svariate centinaia di milioni di Euro annui. Questo contesto ha evidentemente ridotto in modo importante la competitività in Europa e nel mondo delle aziende elettriche operanti nel nostro paese ed ha comportato l’impossibilità di poter provare ad agire sul prezzo dell’energia che appesantisce le nostre industrie anche per via della tassazione e delle accise mai in diminuzione. Proprio per tali ragioni colossi mondiali come la tedesca E.On sta dismettendo gli impianti nel nostro paese con la prospettiva di andarsene definitivamente creando non pochi problemi all’occupazione di zone spesso già in difficoltà come la Sardegna e gravando sulla collettività ricorrendo agli ammortizzatori sociali; altre aziende invece hanno deciso di non ricorrere all’aiuto pubblico ed a contratti di solidarietà pagando in gran parte di tasca propria questa situazione, poiché nulla vieterebbe di chiudere le vecchie e poco remunerative centrali (principalmente ad olio combustibile, ma anche a gas) costantemente fuori mercato, gravando così sulla spesa pubblica e rischiando di rendere precaria la fornitura energetica in condizioni particolari (basterebbe un giorno di Black-Out totale per perdere quanto destinato al capacity payment).

Questo scenario ha permesso, non senza difficoltà oggettive che permangono, di sopravvivere alle sole aziende che hanno saputo diversificare e puntare su un vasto portfolio, sia tecnologico che geografico, cosa che Sorgenia, stando a quanto si legge, non ha fatto, scommettendo tutto sulla tecnologia, all’epoca molto promettente, del turbo gas.

Quanto detto non vuole nascondere un problema innegabile, che è quello dell’assenza di un piano energetico di lungo termine, che tenga conto delle mutate condizioni al contorno e del variare delle abitudini e dei consumi di aziende e consumatori e che dovrà puntare sull’innovazione, sull’efficienza energetica, sull’ottimizzazione degli impianti convenzionali grazie all’uso delle nuova tecnologie, sulla riduzione delle perdite di trasporto e distribuzione, sulla sostenibilità, sullo studio di un nuovo mix produttivo che ottimizzi l’uso combinato di FER e convenzionali e dovrà necessariamente aumentare gli investimenti in tali settori (il 3% destinato ad innovazione e ricerca sarebbe una buona percentuale, senza considerare i colossi come Apple, IBM, Google che investono oltre il doppio). Al contempo però non è neppure pensabile che la dismissione di vecchi impianti, la bonifica dei siti, l’onere di reimpiego dei lavoratori debba essere completamente a carico delle aziende. Fondi e contributi statali ed europei dovrebbero essere allocati ed il loro impiego costantemente monitorato proprio per la ridefinizione del piano energetico nazionale ed europeo convergendo verso un mercato unico e competitivo e la riconversione, andando incontro alle mutate esigenze, del parco produttivo attuale ricade a pieno titolo in questo contesto.

Va sottolineato infine che in Germania, oltre ad essere state incentivate le rinnovabili in modo forse più sostenibile, sussiste tutt’ora il capacity payment per gli impianti termoelettrici e questo potrebbe essere uno dei motivi perché aziende come la E.On, ma anche produttori non tedeschi, abbandonano il nostro paese o preferiscono la Germania, ove trovano migliori e più competitive condizioni per fare business e creare indotto nel paese ospitante.

Facendo la debita analisi costi-benefici, convenendo che tale meccanismo non deve essere un aiuto di stato (soldi pubblici devono sempre essere controllati) o, peggio, copertura per clientelismi partitici o personali, rammentando che milioni di euro sono annualmente destinati a fiere paesane, ad enti o municipalizzate senza utilità e non assoggettate a stretti controlli (prendere il caso del Salva Roma), ricordando che gli incentivi alle rinnovabili costano svariati miliardi di Euro nonostante il mercato sia ormai maturo, che vi siano state bolle speculative evidenti, che i costi di sistema, tra cui gli incentivi alle FER di cui sopra, sono la principale voce della bolletta energetica il cui ammontare è fattore ostante per la competitività delle aziende italiane, che la certezza delle fornitura elettrica deve essere certa sempre ed in ogni condizione, un contributo per il capacity payment in modo da garantire la sicurezza nazionale non sembra affatto una eresia.

02/03/2014
Valentino Angeletti
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