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Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività

Dopo i disordini e le manifestazioni di protesta condotte dai lavoratori della fabbrica ex FIAT, ora FCA, di Termini Imerese davanti al MiSE e per le strade di Roma, durante la trattativa tra sindacati e Ministero, rappresentato dal sottosegretario De Vincenti, oggi pare che un accordo sia giunto.
Ai 1200 cassaintegrati sarebbero stati assicurati altri 6 mesi di proroga dell’ammortizzatore sociale, mentre ancora in divenire sarebbe il piano di reindustrializzazione dell’area siciliana che oltre allo stabilimento Fiat vede altre realtà dell’indotto in difficoltà, come la Lear che potrebbe revocare i cento licenziamenti in programma a patto di una proroga della cassa integrazione in deroga anche per i propri lavoratori.
Al vaglio è anche la possibilità di ricorrere all’esodo, utilizzando gli scivoli pensionistici per coloro, circa 100, che avessero raggiunto i requisiti.
Un nuovo incontro, quando forse si sapranno dettagli più precisi, è in programma per venerdì 14 febbraio.

Senza voler far ricadere colpa alcuna sulle spalle dei lavoratori che rischiano di perdere il loro posto e che si trovano in una situazione complicata, c’è da dire che lo stabilimento di Termini Imerese è fermo ed usufruisce della CIG dal 2011. In questi tre anni di crisi globale la CIG ha pesato sulle spalle dei contribuenti e probabilmente continuerà a farlo, senza che un nuovo piano industriale fosse redatto e proposto, senza dare alcuna possibilità ai lavoratori di riqualificarsi cercando poi di impiegarli in nuove mansioni, in un certo qual modo di rimetterli in gioco, un tentativo complesso in un momento in cui il lavoro scarseggia, ma doveroso se si vuol inseguire il modello di welfare ad esempio tedesco e non perdersi dietro l’illusione che tutto tornerà come prima, cosa ormai evidentemente impossibile; tante aziende chiuse, così come interi distretti e settori produttivi, non riapriranno più.

La colpa può essere parzialmente data alla FIAT, che nonostante le sovvenzioni degli anni passati, non ha saputo assicurare la sopravvivenza e la competitività delle proprie produzioni in alcuni stabilimenti, forse ha anche sbagliato, o adottato consapevolmente, strategie differenti più rivolte alla finanza e meno alla produzione, ma gran parte del problema deriva anche dall’incapacità della politica, inclusi i sindacati, di saper indirizzare e risolvere problemi e vertenze in maniera decisa, concreta e rapida in sintonia con le congiunture macroeconomiche in essere.

Alla FIAT non si può neppure rimproverare la decisione, dopo la nascita di FCA, di trasferire la sede legale in Olanda, quella finanziaria a Londra, e di quotarsi a Wall Street, mantenendo la quotazione a Piazza Affari solo per motivi storici, quasi che avesse valore affettivo.
In Olanda la legislazione è più snella e semplice che in Italia, a Londra la tassazione sui dividendi è al 10% circa quando da noi è quasi al 30%, la borsa italiana per capitalizzazione è al 23° posto nel mondo superata dal Messico, Malaysia ed Indonesia. In altri stati Europei poi il costo del lavoro è più basso anche per via della minore incidenza della tassazione.

Non c’è quindi da lamentarsi troppo, è stata, ed in tal caso anche l’Europa è colpevole, perseguita una Unione senza prima dettare regole comuni che evitassero distorsioni competitive, né cercando di imporre regole che cercassero di livellare le disuguaglianze ed arginare i particolarismi dei singoli membri.
Fintanto che l’economia ha girato ci sono state opportunità per tutti, ma quando le cose si fanno critiche è allora che chi ha le condizioni migliori è avvantaggiato e non è strano che le aziende, quelle che possono permetterselo, per sopravvivere cerchino di sfruttare tali situazioni.
In aggiunta si sta pericolosamente consentendo una concorrenza sui prezzi che ha creato una corsa al ribasso per bilanciare, senza successo, il calo del potere d’acquisto e dei consumi della middle class in via di estinzione. La pericolosità di un simile meccanismo sta nella delocalizzazione verso zone d’Europa dove il costo del lavoro è basso così come le condizione dei lavoratori, da considerare che se tutti gli stati europei divenissero eccessivamente cari ci sarà sempre una Cina, un’India, un Bangladesh, o un Vietnam da poter “colonizzare”. Altro aspetto pericoloso è la spirale deflattiva che si può innescare, poiché le sfrenata corsa al ribasso, al limite, comporta tagli di stipendi, licenziamenti, ricorso ad ammortizzatori sociali, andando a gravare sulla collettività e diminuendo ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori, che quindi saranno ancor meno propensi al consumo, innescando un meccanismo perverso.

È stata fino ad ora persa l’opportunità di sfruttare la globalizzazione, piena di vantaggi potenziali, ma anche di grandi rischi, non ultima la scissione tra finanza ed economia, in cui il mondo sta incappando costantemente. Verrebbe da citare il popolare proverbio: “si è voluta la bicicletta, ora pedalare …..”., ma la bicicletta è un rugginoso ferro vecchio e la via da percorrere un sentiero impervio e tortuoso; ce la si può fare, ma ci vorrebbero gambe buone, determinazione e forza di volontà nel perseguire l’obiettivo.

Quella di Termini Imerese è una vicenda emblematica per rappresentare tante altre realtà, dal Sulcis, alla Indesit, all’ Electolux, agli stabilimenti della pasta Agnese, alla chimica mai decollata, senza considerare tutte le realtà minori, solo per dimensione e non per importanza, che in questi anni sono state costrette ad alzare bandiera bianca. Dal rapporto SVIMEZ si certifica il rischio di desertificazione industriale, in particolare al sud, interi distretti sono scomparsi e mai torneranno ed i lavoratori non possono pensare di vivere sempre e solo con la cassa integrazione, non possono permetterselo loro perché sarebbe un’alienazione delle loro capacità, non se lo può permettere la collettività perché non ci sono risorse, non può permetterlo lo stato perché non è da paese civile, non possono permetterlo i sindacati perché non è più tempo di difendere certi meccanismi ormai insostenibili.

Gran parte di queste situazioni erano note da anni, ma non si è mai agito richiedendo e redigendo piani industriali e progettando riconversioni produttive e di riqualificazione dei lavoratori. Al contrario si è sempre ricorso a palliativi, quando la CIG, quando la disoccupazione che da elemento transitorio si è trasformata un vero ammortizzatore sociale su cui alcune aziende giocano, somministrando contratti stagionali e confidando dell’introito sociale che gli pseudo-dipendenti percepiranno nei periodi di non lavoro.
Una volta che il problema ha assunto dimensioni enormi allora si comincia a pensare che sia bene affrontarlo in modo più strutturato, ma ormai è tardi, i tempi sono stretti, le pressioni aumentano e la soluzione frettolosa, quindi non ottima, anzi spesso neppure il minore dei mali.

In questo tempo, letteralmente peso, tanti soldi pubblici sono andati perduti e non sono state create occasioni per reindustrializzare aree e riconvertire produzioni verso attività che avessero più mercato, perdendo in termini di competitività dell’intero sistema paese rispetto al resto di Europa e del mondo, molto più efficaci ed efficienti.

Del resto, purtroppo, in Italia è consuetudine agire in ritardo e quando non si può fare altrimenti, non si prevede o si anticipa in modo proattivo, ma si rimedia, mettendo in luce una cronica assenza di visione strategica ed organizzazione.
Il caso di Mastrapasqua ne è un piccolo esempio, tra i tanti.
Adesso probabilmente verrà fatta una norma che impedirà di ricoprire più cariche pubbliche o in conflitto di interessi, che dovranno essere ricoperte in esclusiva; si esulta per questa legge come se fosse un grande successo, una svolta epocale, ma da quanto tempo sussiste questa condizione di concomitanza di cariche multiple che in Mastrapasqua assume dimensioni titaniche, ma che è quasi la normalità?
Inoltre la norma di “esclusività delle cariche” verrà applicata solo agli enti ed alle società pubbliche più rilevanti e per le cariche di primissimo piano. Ci sarà quindi una soggettività nella cernita delle società e degli enti così come degli incarichi, che non è attributo delle leggi, necessariamente oggettive ed uguali per tutti (fino a che livello degli organigrammi si dovrà arrivare? E se certamente INPS ed Equitalia sono di primo piano quali sono le altre, Università, CNR, municipalizzate, CDP, Bankitalia?).

Quando Mastrapaqua divenne presidente dell’INPS nel 2008 pare avesse già oltre 40 incarichi (alcune fonti riportano 54). Se questa condizione andava bene prima perché non dovrebbe più andare bene adesso e se non è corretta ora perché non si è agito prima visto che tutti sapevano?
Ora molti, tra cui Giovannini ed anche Letta che definisce la scelta saggia ed in accordo con le norme che il governo sta introducendo, plaudono e quasi elogiano il gesto dell’ex presidente dell’INPS, ma con accuse di truffa ai danni della stessa INPS, di falso ideologico ed abuso di ufficio per la vicenda dell’ospedale Israelitico e con presunte manomissioni di esami e statini universitari che gli valsero anche un’espulsione, in qualsiasi paese non avrebbe avuto alternative. Anzi avrebbe dovuto dimettersi al primo avviso di garanzia senza permettersi di minimizzare dicendo:
“Se devo dimettermi per un avviso di garanzia, dovrebbero dimettersi più della metà dei dirigenti pubblici…”.

I casi Termini Imerese e Mastrapasqua sono solo due esempi di azioni tardive che sono costate in termini di denaro pubblico e/o competitività del paese, si aggiungono alle vicende Ilva, Alitalia, Sulcis, petrolchimico di Mestre, rigassificatore di porto Empedocle, TAV, TAP, British Gas e strategia energetica in generale, legge elettorale, abolizione delle province, tagli ai costi della politica e delle spese ecc, ecc.

In questo momento il Premier Enrico Letta è ad Abu Dhabi dove ha iniziato il suo tour tra Emirati, Quatar e Kuwait per presentare il nostro paese agli investitori, incontrerà i vertici di Etihad per un eventuale accordo su Alitalia e presenterà il piano di attrazione di investimenti “Destinazioneitalia” che verrà votato dall’Esecutivo in settimana.
Le possibilità di collaborazione ed interscambi sono molte, energia, lusso, alimentare, turismo rappresentano solo alcuni settori, ma le vicende interne sono continuamente monitorate da potenziali investitori e da anni non sono certo una buona pubblicità, tanto più che le condizioni di sistema per fare impresa in Italia sono proibitive, dal costo dell’energia alla burocrazia, dalla tassazione all’incertezza normativa, dall’instabilità politica alla lentezza nel fare le riforme, dalla corruzione ed evasione alla difficoltà di applicare pene e sanzioni, dal clientelismo all’inesistenza di meritocrazia.

Se l’Italia non cambierà, passando da un atteggiamento puramente reattivo, in risposta a situazioni degenerate e compromesse, come per il lavoro che ben poco può giovarsi della diminuzione dello 0.1% della disoccupazione secondo l’ultimo rilevamento, ed a scandali ormai manifesti, come per il caso Mastrapasqua, ad un atteggiamento proattivo che cerchi di evitare i problemi o di risolverli sul nascere, poche speranze concrete di cambiamento potranno essere realizzate, così come pochi, rispetto al potenziale, investimenti importanti vorranno insediarsi entro i nostri confini.

Nota: alcuni nomi per la successione di Antonia Mastrpasqua alla presidenza dell’INPS sarebbero Tiziano Treu, Raffelo Bonanni ed anche  (udite, udite) Elsa Fornero.

01/02/2014
Valentino Angeletti
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Tra emendamenti e scissioni il senso di distacco aumenta

È scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti alla Legge di Stabilità approvata dalla maggioranza composta da PD e PDL. 3’090 sono le proposte di modifica, una cifra impressionante che conferma per l’ennesima volta la viscosità e la pervasività della burocrazia che contribuisce a bloccare il paese mettendolo nelle mani delle tecnocrazie.
Risulta difficile pensare che tutti i quasi 3’100 emendamenti possano essere, nel poco tempo disponibile, analizzati con la dovuta attenzione, così come non è credibile che siano tutti realmente sensati.
Il maggior numero delle proposte è stato per giunta presentato dagli stessi gruppi creatori, solo qualche giorno fa, della legge, ossia PDL con oltre 800 misure e PD con coltre 900; verrebbe quasi da chiedersi se si tratti davvero delle stesse persone.
I temi più dibattuti rimangono il cuneo fiscale, le detrazioni, la nuova imposta sui servizi (TASI) e l’IMU della quale la seconda rata si conferma cancellata benché non siano ancora state individuate le coperture; a questi si aggiunge un possibile contributo di solidarietà in favore della rivalutazione delle pensioni sotto i 3’000 € lordi al mese, la vendita delle spiagge demaniali, la tobin tax e le clausole di salvaguardia (leggasi accise), queste ultime forse per compensare l’ intollerabile incapacità di far saldare ai concessionari di slot machines il loro debito erariale.
Controversa è la proposta della Google Tax operata dal PD. L’ idea di far pagare alle multinazionali digitali
(Google, Yahoo, Amazon, ma anche Apple) le tasse nel paese ove vengono fatti i profitti è senza dubbio sensata, ma difficile principalmente per due motivi: il primo per la difficoltà nel definire precisamente il luogo del profitto; il secondo perché in Europa vige il principio di libera circolazione di merci, persone e capitali, corretto, se non fosse che differenti regimi fiscali e di accesso al credito, costo del lavoro altamente variabile, sistemi normativi incredibilmente eterogenei distorcono il mercato innescando squilibri sul piano della concorrenza (fiscale in particolar modo). Ciò va a testimonianza della necessità di completare un processo unificatore indispensabile, ma ancora in fase sostanzialmente embrionale.

Secondo il Presidente dell’ Adam Smith Society, Alessandro De Nicola, La Repubblica, nel 2014 non vi sarà una riduzione della pressione fiscale, anzi aumenterebbe leggermente il deficit, mentre nel lungo periodo la riduzione del prelievo dovrebbe arrivare allo 0.4%, sicuramente insufficiente a sostenere qual cambiamento necessario.
A tutto questo marasma, nel quale un senso politico-sociale si potrebbe, benché forzatamente, trovare, si aggiungono le tensioni governative, acuitesi negli ultimi giorni sia sul fronte del PDL che su quello del PD.

Nel PDL prende piede l’ ipotesi di rottura tra governativi (o innovatori) fedeli ad Alfano ed alle larghe intese e falchi (o lealisti) sostenitori di una scissione, se necessario delle elezioni e più in generale di Berlusconi che avrebbe convocato per lunedì, stufo di falchi e colombe, 120 giovani ai quali affidare il futuro del Partito. Vi sono poi le vicende sulla decadenza e sull’ eventuale grazia al Cavaliere rimessa in primo piano da Dell’Utri, ed infine il Consiglio Nazionale in programma la prossima settimana.
Nel PD invece a catalizzare l’attenzione sono le primarie e la campagna elettorale tra i candidati, la vicende dei tesseramenti, il Congresso ed in ultimo le divergenze interne sulla possibilità di aderire o meno al Partito Socialista Europeo (PSE), possibilista il segretario Epifani, totalmente contrario Fioroni.
Sul fronte del M5S torna veementemente protagonista il reddito di cittadinanza, una misura presente in molti Stati europei, dove però i meccanismi di cassa integrazione e disoccupazione non sono così insostenibile ed abbastanza anacronistici come in Italia. Allo stato attuale delle cose e considerando le tempistiche pensare ad un reddito di cittadinanza è molto complesso, non lo sarebbe forse stato se inizialmente il M5S avesse deciso di collaborare con il PD, almeno per portare a termine qualche fondamentale riforma.

Nel frattempo il paese continua a sentirsi sempre più distante dalla classe politica e dirigente. Le regioni non hanno più fondi per rifinanziare la cassa integrazione che non viene erogata da vari mese e che vede scoperti un numero imprecisato di persone. Secondo Federico Fubini, La Repubblica, il buco ammonterebbe a 330 milioni di € per un totale di 350’000 lavoratori. Ancora più allarmante e vergognoso per un paese del G8 è il dato della Coldiretti per il quale il 37% delle famiglie ha dovuto chiedere aiuto a terzi (tipicamente i genitori, mentre le banche non concedono credito), il 10% non riesce ad arrivare a fine mese, il 42% riesce ad arrivare a fine mese, ma solo facendo fronte alle spese senza un minimo extra ed un altro 42% riesce a mettere da parte una piccola somma. Sempre per la Coldiretti segnali negativi provengono dal fronte dei consumi, ridotti in tutti i settori, dalle attività ludiche e sportive fino alle ristrutturazioni edili, nonostante gli eco-bonus, all’ arredo ed alle auto.

Indubbiamente l’attuale scialuppa di salvataggio del paese “plebeo”, ma numeroso, risiede nei risparmi privati, della famiglia e degli amici, e non, come dovrebbe essere, nelle azioni incisive della politica e del governo che agli occhi di tanti, dei più indigenti, paiono distanti, lontani ed avulsi dalla realtà. È questa la ragione che fa imperversare movimenti anti europeisti ed demagoghi, fa pensare che ci sia un piano per risanare i conti del paese e quelli delle banche grazie esclusivamente al grande risparmio privato (6’000 miliardi di €), fa allontanare dall’ esercizio attivo della politica, fa scoraggiare, disinteressare, uccide la speranza, fa fuggire definitivamente cervelli che avrebbero voluto fare qualche cosa in Italia, alla fin fine amata da tutti, perché una volta depauperato il risparmio famigliare non rimane davvero più nulla per le generazioni future: le prospettive continuano ad essere plumbee e la disuguaglianza sociale aumenta pericolosamente senza la minima possibilità di scalata sociale che i nostri genitori potevano quasi certamente ottenere con l’ investimento in istruzione. Ora non è più così e ciò diffonde un senso di impotenza rabbioso perche se neppure l’ istruzione e la cultura offre una qualche possibilità la fine è davvero vicina.

Tra emendamenti e diatribe interne aumenta dunque il senso di lontananza e di ripugnanza nei confronti della politica che, nell’accezione ateniese del termine, dovrebbe essere l’attività più bella e più appagante per il cittadino. Ormai da molto non è più tempo di capire che c’è bisogno di svolta e cambiamento, è tempo di attuarlo … immediatamente.

FONTI:
F.Fubini, CGI: Collegamentel La Repubblica
A. De Nicola, fiscalità: Collegamento articolo La Repubblica
Coldiretti: Collegamento articolo

10/11/2013
Valentino Angeletti
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Disoccupazione, la necessità di una nuova base produttiva

Già sapevamo che l’ Italia si trova ai vertici di una poco lusinghiera classifica, quella della disoccupazione, ma ogni volta che ciò viene confermato dai numeri e dagli studi aumenta la consapevolezza di quanto ci sia da cambiare e quanto ci sia da lavorare per imboccare i binari giusti. Da tempo sostengo che la generazione dei 20 – 30 enni sarà quella che dovrà sacrificarsi, senza la speranza legittima di poter vivere meglio dei padri, per riportare a quei livelli il benessere dei loro figli. Questo potrà avvenire solo con il supporto delle istituzioni e dei governi se seriamente convinti ad intraprendere questa via di cambiamento e soltanto se i giovani non sceglieranno di emigrare definitivamente e non siano rassegnati, senza speranza ed ambizioni, attitudine che in un contesto come quello che stiamo attraversando potrebbe anche essere comprensibile.

I numeri riguardo al nostro paese riportano un tasso di disoccupazione complessivo del 12.1%, rispetto ad una media EU 27 del 10.9%, ma decisamente superiore se paragonato alle economie europee mature e con le quali vorremmo confrontarci. In termini assoluti oltre 6 milioni di persone non lavorano pur volendo farlo; di questi. 3.07 milioni sono disoccupati, 2.99 milioni non cercano neppure o perché scoraggiati o perché al momento non possono lavorare per propri motivi.

Puntando l’attenzione sugli scoraggiati, essi sono 1.3 milioni, tantissimi. Un paese civile, industrializzato e moderno non dovrebbe consentire che vi sia scoraggiamento rispetto alla ricerca di un diritto fondamentale che è presente nel primo articolo della Costituzione, questo segnale è già di per sé assai pericoloso. La rassegnazione deriva da vari motivi, che possono essere il sistema ingessato, l’assenza di meritocrazia, la base clientelare di alcune situazioni, il fatto che neppure l’istruzione di alto livello consenta una scalata sociale ed incrementi le opportunità di lavoro, la laurea infatti offre ormai meno possibilità di un diploma ed alcune lauree decisamente importanti, tanto più in una culla della cultura com’è l’Italia, sono addirittura definite inutili. Mossi dai medesimi sentimenti vi sono i NEET (Not Employed Educated and Trained) cioè coloro che non lavorano, non hanno educazione né si stanno formando professionalmente, si tratta di inattivi, che in Italia raggiungono il 36.6% contro un 26.4% della EU 27. Queste persone sono collocate nella fascia di età 15-64 anni e rappresentano una situazione da debellare attraverso politiche specifiche che non saranno sicuramente di breve termine, ma che devono cominciare ad essere implementate immediatamente.

Le riforme fatte fino ad ora non hanno portato effetti immediati, un po’ perché non sufficientemente incisive, un po’ perché per rilanciare il mercato del lavoro serve incrementare la domanda e quindi il potere d’ acquisto. Da solo il cuneo fiscale, soprattutto nei termini in cui è stato affrontato, è insufficiente. Entro fine anno per rispettare quanto concordato a Bruxelles dovremo impiegare circa 1.5 miliardi di fondi EU proprio per favorire l’ occupazione, la speranza è che se ne vedano i risultati embrionali quanto prima.

Un altro dato interessante è relativo at tipo di istruzione che i ragazzi intraprendono. Se una volta gli istituti tecnici erano i più gettonati, nel 2013 hanno attratto solo 21’000 iscrizioni contro le 46’000 degli istituti alberghieri.
Il calo degli iscritti agli ITIS ed IPISA è probabile che sia dovuto alla crisi della manifattura, ai numerosi casi di cassa integrazione, alle chiusure di intere aziende e distretti industriali ed alla delocalizzazione che stanno portando, a cominciare dalle regioni del Mezzogiorno, ad una vera desertificazione industriale. L’ incremento della richiesta per gli istituti alberghieri può essere letto come un tentativo dei giovani, spinti forse anche da genitori e mass media, di ricollocarsi nel mondo del lavoro, andando ad incontrare quelle che sono le forze del Made in Italy; la ristorazione e l’enogastronomia di qualità, così come il turismo d’elite, sono senz’altro volani fondamentali (alcuni addurrebbero questo fenomeno di incremento nelle scuole alberghiere alle numerose serie tv e programmi televisivi che puntano sulla cucina, ma sinceramente non credo a tal teoria).

Questo processo di riallocazione è indubbiamente intelligente e dimostra come lentamente il tessuto produttivo italiano potrebbe cambiare. L’ Italia deve puntare sulle sue eccellenze per rilanciare l’export, la produzione, i consumi e creare dunque posti di lavoro. Le produzioni dovranno essere ad altissimo valore aggiunto, quindi per quel che riguarda l’industria è comprensibile che vi sia una minore necessità di manodopera generica in favore di figure di più alto profilo, tecnici specializzati, ingegneri, progettisti e specialisti di macchinari che saranno impiegati in industrie di componentistica di nicchia e meccanica di precisione, che non competeranno sui prezzi, ma sulla qualità. In tal scenario il numero complessivo degli impiegati del settore rispetto al passato potrebbe essere inferiore, ma con alle spalle un sistema scolastico e formativo che li avvicini al mondo del lavoro. Assieme alla manifattura ad alto valore aggiunto gli altri settori su cui puntare sono il lusso, l’agroalimentare, il turismo e la moda i quali necessiteranno di una filiera e di una struttura distributiva, pubblicitaria e comunicativa, non ultima in forma digitale, tali da renderli altamente visibili ed appetibili anche all’estero. Si aggiunge poi la filiera del risparmio energetico e della riqualificazione edile verso criteri di eco compatibilità ed efficienza delle quali in paese ha necessità.

Se l’investimento dei giovani nel settore alberghiero, ma anche in quello agricolo, fosse mosso dall’ idea di una nuova economia, sarebbe senza dubbio un segno positivo.
Al momento dove mancano segnali positivi di ristrutturazione del settore produttivo trainante è nella politica. Troppo spesso sembra che si voglia continuare a seguire un modello industriale che non può essere competitivo, soprattutto nei confronti dei paesi a bassa manodopera ed avendo un Euro eccessivamente apprezzato. I meccanismi di contributo alla disoccupazione e cassa integrazione non tengono conto che la maggior parte delle aziende chiuse ed alcuni settori che hanno delocalizzato in massa (Elettrolux è l’ultimo esempio) non si riprenderanno più e che sarebbero dunque necessari meccanismi, ad esempio alla tedesca, di riallocazione dei lavoratori, riqualificandoli verso settori produttivi più profittevoli.
Infine da valorizzare ci sono le start-up, generalmente nel settore dei servizi , che fanno altissimo uso delle tecnologie digitali per sviluppare il loro business.
La politica dovrebbe quindi comprendere la necessità di cambiamento economico, abbattere rapidamente le barriere burocratiche e le macro lacune, come il costo dell’energia o l’accesso alla banda larga (oltre 30 Mbit), che tarpano letteralmente le ali al settore produttivo, e cominciare fin da ora a compiere riforme che nel lungo termine porteranno ad un nuovo modello di crescita più consono alle nostre caratteristiche ed a quelle che il mondo globale sta assumendo.

27/10/2013
Valentino Angeletti
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Il futuro scorre rapido e richiede adattamento

Rischiando di essere impopolare, a volte non comprendo certi atteggiamenti, dal mio punto di vista abbastanza ottusi o forse spinti dal non voler accettare la dinamicità del nostro mondo e dal rifiuto di capire che mettere in gioco se stessi ogni giorno è una necessità che sarà sempre più decisiva in ogni campo.

Non voglio ricordare quanto le congiunture macroeconomiche e la situazione socio-politica facciano di questo momento il più drammatico dal 1929 e quanto i giovani siano penalizzati e privi di garanzie rispetto ai più anziani, che, ovviamente non per colpa loro, risultano tutelati e garantiti da diritti acquisiti intoccabili.

In tal contesto trovo davvero di non facile lettura le lamentele che proprio in questi giorni ho avuto modo di sentire e che rischiano di fomentare ulteriormente lo scontro sociale e generazione già in atto che per il bene di tutti dovrebbe trasformarsi in collaborazione socio-generazionale.

Faccio riferimento ad alcuni lavoratori di una azienda meccanica la quale per tagliare i costi dei trasporti e della logistica avrebbe deciso di spostarsi di 40 di Km in modo da aver un più agevole accesso alle vie di comunicazione ferroviarie e stradali necessarie per la spedizione dei loro macchinari; oppure quelle di altri lavoratori che non accetterebbero di ricoprire un’altra mansione, magari di natura leggermente differente, pur nel rispetto delle competenze maturate e cercando di tutelare i legami geografici, per andare a supportare le aree aziendali ove il business presenta maggior potenziale di crescita lasciando quelle più in difficoltà e non funzionali, per tematica o per approccio, all’incremento di competitività di fronte ai nuovi scenari economici.

In ambedue i casi sarebbero stati minacciati scioperi, proteste, azioni legali e richieste di intervento da parte di enti locali. Inutile rammentare che l’alternativa percorribile sarebbe stata la cassa integrazione, utilizzata  da altre realtà con estrema facilità e che a mio avviso rimane un ammortizzatore sociale da modificare ed indirizzare verso la riqualificazione dei lavoratori verso attività differenti e più funzionali alle evoluzioni in atto, come accade del resto in Germania.

Non riesco proprio a capire come sia possibile innalzare un muro simile durante una chiara e generalizzata situazione di difficoltà, quando proprio ieri le strutture sanitarie Laziali del San Raffaele hanno chiuso, mettendo in mobilità 2000 dipendenti e quando i giovani non hanno lavoro né prospettive e sono costretti, disponibilità economica permettendo, ad emigrare.

Il pendolarismo in opposizione alla cassa integrazione del primo caso è veramente di poco conto, considerando che l’azienda si sarebbe accollata le spese di trasporto; in merito al secondo caso non capisco perché  le riallocazioni dovrebbero essere demonizzate. Dal mio punto di vista si tratta di un riconoscimento al merito ed al lavoro in quanto le risorse individuate andrebbero ad asservire le aree in cui l’azienda ha deciso di investire maggiormente poiché in questo momento più proficue, si tratterebbe quindi di risorse sicuramente valide.

Forse sono io ad essere troppo propenso al cambiamento, ad accogliere opportunità di crescita, a volermi arricchire con nuove esperienze sia in Italia che all’estero. Sono rientrato da un periodo all’estero perché avevo intenzione di lavorare per una azienda italiana e cercare di contribuire nel mio piccolissimo  all’immagine di una realtà nostrana operante anche fuori dai confini nazionali.

Vorrei dire, con molta umiltà e tranquillità, a coloro che vedono nella riallocazione uno smacco, quasi un affronto personale, di non essere “choosy”, di mettersi in gioco abbandonando la zona di confort e di dimostrare sul campo il loro valore, perché sicuramente hanno molto da offrire.

Credo che ciò a cui eravamo abituati un tempo sia già lontano e difficilmente tornerà; ci viene richiesto di essere dinamici, di saper improvvisare, di adattarci e di imparare rapidamente, senza spaventarci, una volta appresa una nozione nuova, di doverci rimetterci in gioco e di ricominciare da capo quel processo di apprendimento, o meglio di arricchimento, che ci mantiene intellettualmente vivi.

L’atteggiamento dovrebbe essere non di paura nei confronti dell’ignoto, ma di curiosità rispetto ad un nuovo futuro, il quale, perché no, potrebbe essere appagante e portare soddisfazioni inaspettate ….. ma forse sono io a sbagliare.

07/08/2013

Valentino Angeletti

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