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Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P

Lo scandalo Romano, altresì ribattezzato dalle indagini in corso come “Mafia Capitale”, non rappresenta altro che l’ultimo ennesimo episodio di corruzione pubblica, malaffare, collusione tra pubblico e privato, malavita invisa al potere accondiscendente. Per citare i più noti ci vogliamo limitare a ricordare gli scandali che coinvolsero l’organizzazione del G8, le intercettazione impietose a valle del terremoto de L’Aquila, l’organizzazione e gli sprechi correlati ai mondiali di nuoto, il caso Mose e quello di Expo 2015 che hanno comportato l’istituzione di un commissario speciale, Raffaele Cantone, plenipotenziario nel vigilare sui reati di corruzione nei lavori pubblici, ma dotato solamente di uno staff di 13 persone per tutto il territorio italiano. L’affair romano ed i numerosi precedenti sono triste conferma ed emblema del fatto che non siamo di fronte ad eventi sporadici, ma a qualche cosa di più grande e pervasivo, radicato, ormai diventato la modalità di agire consueta di un sistema ampio e non limitato solamente ad alcuni territori, ma che si dipana ed abbraccia con i propri tentacoli tutto il suolo italiano e senza distinzione di colore politico. Risultano infatti coinvolti, ovviamente tutti innocenti fino a prova contraria, esponenti di ogni parte politica, imprenditori e manager privati, dirigenti pubblici appoggiati e posizionati quando dalla politica di destra quando da quella di sinistra, malavitosi di grandi clan “multinazionali” (Camorra, Mafia) così come di “gang” cittadine o di quartiere, criminali legati agli ambianti di estrema destra che possono tranquillamente agire a braccetto con quelli della più estrema sinistra. Simili diversità apparentemente inconciliabili vengono superate dall’interesse per il potere e per il denaro. Questa sensazione è tristemente confermata dal magistrato, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Giancarlo De Cataldo (autore tra gli altri di “Romanzo Criminale”) il quale ha apertamente dichiarato che non stupisce una situazione simile e che, benché taciuta, era ben nota in particolare riferendosi alla presenza della mafia a Roma. De Cataldo rincara la dose confermando che il problema non è limitato alla sola capitale, ma è presente in misura differente in ogni città italiana, grande e piccola. Casi di mafia relativi allo smaltimento dei rifiuti sono noti in Lombardia ed Emilia, le regioni esempio (forse un tempo) per efficienza e correttezza delle istituzioni. La consapevolezza più o meno certa di questo substrato illegale ma “tollerato” e solo fintamente combattuto fa sì che si sia esteso e fortificato, diventando una sorta di prassi nota con la quale molti, troppi, pur con la critica, lo sdegno ed il rancore che suscita un simile sistema, sono ormai abituati a convivere quasi che fosse inespugnabile.

Ripetiamo di non riportare nulla di nuovo né originale, infatti abbiamo già scritto:

La consapevolezza di simili collusioni diffusa in una società ormai abituata e quasi arrendevole rispetto ad una così patologica situazione, rappresenta senza dubbio una concausa a quello che è il resoconto del rapporto annuale CENSIS sulla situazione sociale del paese. Riassumendo estremamente in sintesi, la fotografia che emerge è quella di un paese rassegnato, senza speranza nel futuro, cinico ed attendista, dove le diseguaglianze sociali continuano ad acuirsi, dove si sta radicando un senso di individualismo e talvolta egoismo che comporta fenomeni di intolleranza, paura e di rifiuto dell’integrazione, una società sempre più scollata, in cui le città risultano luoghi pericolosi. La politica rimane vista come un’entità lontana dai reali problemi e non in grado di affrontarli efficacemente, drammatico il fatto che questa visione sia condivisa sia dalla popolazione comune che dagli imprenditori. La differenza di benessere è tanto più accentuata tra giovani e meno giovani, sono i primi infatti ad essere i più penalizzati ed a vedere il loro capitale umano inutilizzato, tanto che l’espatrio non sembra un’opportunità bensì una necessità. Ben 8 milioni di persone, puro capitale umano, sono inutilizzate nel mondo del lavoro, principalmente tra i 15 ed i 30 anni. I consumi e gli stipendi, senza distinzione tra pubblico e privato, sono in calo, ma paradossalmente aumentano i risparmi andando a costituire ulteriori risorse e capitale “inagito” e messo da parte per la paura degli imprevisti del futuro; al contempo però la classe media si sta erodendo ed estinguendo. Il rapporto menziona esplicitamente il rischio “banlieue parisienne”.

Personalmente ritengo che i risparmi in aumento derivino dalla tendenza delle classi sociali un tempo superiori a quella media a risparmiare, essendo anch’esse intimoriti dai possibili scenari di impoverimento. Invece quella che un tempo era la classe media agiata adesso si vede costretta a far quadrare i conti di fine mese risparmiando le poche volte possibili per avere un margine di sicurezza. Di fatto l’ex classe media ha perso il proprio status quo e ritiene di poter rischiare la caduta in povertà. A pensarci bene un ragazzo universitario o appena laureto, ma anche una persona di mezza età senza lavoro per la crisi, che leggesse le condizioni del paese potrebbe ritenere, ed attualmente non a torto, che per emergere si debba far parte del sistema colluso, l’alternativa sembra risiedere esclusivamente nell’espatrio. All’estero i talenti italiani, qui non in condizioni di esprimersi, inseriti in una società meritocratica e che consente mobilità “challenging”, costituiscono un o dei driver del successo e della crescita di quei paesi e spesso riescono ad emergere, trovando un loro percorso di carriera e di vita in un bilanciamento nel nostro paese inesistente nei casi più fortunati. Come lo scandalo romano anche questa analisi del CENSIS, qui riportata in breve, non è nuova e del resto lo scorso anno era assai simile, raffigurando una società scialba, senza ambizioni e speranza, senza prospettive di miglioramento sociale, dove esistono caste sempre più impenetrabili che rendono impossibile il progresso individuale. Su questi temi già si scrisse (lista non esaustiva):

Il drenaggio di risorse economiche verso la malavita, il malaffare e la corruzione, sottratte perciò all’economia reale ed al progresso e crescita del paese (si stima che la corruzione costi oltre 60 mld all’anno) , assieme all’inattività della popolazione, classe media in particolare che dovrebbe rappresentare il motore dello sviluppo grazie tra l’altro alla possibilità di miglioramento sociale, sono, assieme alla situazione politico-economica, concause del declassamento riservato da S&P all’Italia, valutata BBB- (uno step da “not investment grade” o Junk) con outlook stabile. Oggettivamente, come è possibile attribuire fiducia ad un paese che, e per circostanze interne del quale è colpevole e per congiunture esterne che subisce passivamente, mostra un contesto simile?

Il declassamento rappresenta a tutti gli effetti una bocciatura perché S&P aveva rimandato il suo giudizio, previsto qualche mese, fa proprio per attendere sviluppi più chiari ed è irrealistico negare, a fronte del report dell’agenzia di rating, la bocciatura, quasi volendo imitare Magritte e la sua Pipa. Poi si può asserire che i rating hanno poco significato e le agenzie non sono attendibili, ed in parte è vero ma BBB- rimane un parametro utilizzato dalla finanza che volenti o nolenti ancora impera nel nostro modello economico, ed anche aggiungere che siamo equiparati a Russia, Messico, India e Romania aventi rendimenti dei loro titoli sovrani 3, 5, 10 volte superiori ai nostri, un abominio, ma tant’è.

Anche questo risultato non era imprevedibile, anzi, esercitandoci in pronostici proprio prima del pronunciamento di Moody’s, avevamo ipotizzato per ottobre il mantenimento del rating con Outlook negativo e legato a stretto giro al perseguimento del percorso di riforme, Outlook che si è verificato in queste ore seguito dalle parole in merito alla riforma del lavoro, buona, ma non in grado per S&P di creare occupazione nel breve termine (pertanto poco utile nello scenario emergenziale in essere):

Mafia Capitale, rapporto Censis e rating S&P sono quindi anelli di una medesima catena, tasselli di un domino che si abbattono l’un l’altro.

Sorprende come le situazioni, anche le peggiori, nonostante il bel parlare e gli encomiabili propositi, si ripetano seguendo indisturbati un corso quasi naturale come percorressero l’alveo di un preistorico fiume. Ricordiamoci che il passato può essere maestro, elargire insegnamenti e lezioni, ma poi ad apprendere ed applicare quanto imparato sta alle persone: governanti, manager e dirigenti apicali in primis a dare esempio ai cittadini della società civile. Se ciò non avviene sorge il sospetto che imperi l’incapacità e l’inettitudine oppure la voglia di seguire la gattopardiana teoria tanto cara alla conservazione o in ultimo che la situazione, per una delle due cause precedenti, sia giunta talmente alla deriva da non essere più, pur volendolo, recuperabile.

06/12/2014
Valentino Angeletti
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Dati economici che cominciano a preoccupare

Si comincia a percepire in modo marcato un senso di sempre maggiore preoccupazione nei confronti dei dati economici del nostro paese. Gli allarmi e gli interventi più estremi e radicali, come una manovra correttiva oppure addirittura il commissariamento dell’Italia da parte della Troika, sono seccamente smentiti dal Governo e dalla voci di Renzi e Padoan in persona.

Risulta innegabile però che la situazione economica a causa delle mille congiunture e variabili interne ed esterne, stenti a migliorare, per il nostro paese in particolare. Gli ultima dati diramati dal Censis (Link: Censis: paveri raddoppiano in quinquennio 07-12 ) parlano di un incremento del 100% dei poveri nel quinquennio 2007-2012 mentre Prometeia rivede al ribasso le stime del PIL portandole per il 2014 a +0.3% contro la stima (definita pessimistica) di +0.8% del Governo mentre per il 2015, secondo l’istituto bolognese, la crescita si fermerebbe all’ 1.2%. Questi numeri si aggiungono al debito in crescita, alla ancora non chiara entità della spending review di Cottarelli, alla disoccupazione che non si riesce ad arginare ed ai consumi in stagnazione (e con i dati Censis non potrebbe essere altrimenti) che zavorrano la produzione industriale. A tutto ciò, ed in parte ne è conseguenza, si aggiunge anche la bassissima inflazione, uno spettro che pervade l’ intera Europa.

Questi segnali che ora intimoriscono in modo manifesto erano già ben noti (Link: Ridurre il debito è oggettivamente possibile? ), come lo era il fatto che se il fiscal compact Europeo, il quale al momento rappresenta una di quelle regole dei trattati che si vorrebbero più flessibili senza però mai paventare la possibilità di una reale rinegoziazione, non impone automaticamente all’Italia di perseguire ulteriore gettito per abbassare il rapporto debito/PIL, lo impone di fatto se non si riesce a ridurre sensibilmente il debito o ad aumentare il PIL. Con un debito sotto controllo, ossia non in crescita, ed un PIL attorno al +2% il fiscal compact praticamente non richiederebbe azioni dirette. Non è ovviamente così se le stime di crescita sono più basse di quelle, già non entusiasmanti, previste.

Il nodo delle riforme istituzionali rispetto a quelle economiche, è stato posto su un pino maggiormente prioritario, ed una sua logica ce l’ha poiché la governabilità, lo snellimento delle procedure, la certezza normativa, influiscono anche sull’economia e sulla capacità di attrarre investimenti in un paese, ma non si può negare che gli scontri e gli attriti stanno facendo perdere molto tempo, il resto lo fa la complessità del sistema italiano; ad esempio per la riforma del Senato, che sembra ormai prossima, saranno necessari due passaggi alla Camera e due al Senato intervalli da almeno 90 giorni l’uno dall’altro. Malcontenti e talvolta pesanti scontri verbali si verificano costantemente tra le fronde di medesimi partiti, tra alleati di governo e tra alleati per le riforme. Nel mentre si discute il tempo passa e di trimestre in trimestre i dati e le previsioni non migliorano quando non vengono riviste al ribasso. Rapidità è quello che anche l’Europa ci chiede, ben consapevole che la crescita andrebbe perseguita immediatamente (nonostante l’Unione fino ad ora non sia comportata in modo impeccabile nella gestione della crisi), invece nel Bel Paese tra dibattiti interni, oggettive problematiche da affrontarsi rapidamente (come questioni internazionali, dal medio oriente all’Ucraina, ed immigrazione), tra frondisti, scissionisti, ultimatum vari che poi magari si dissolvono in un bicchiere d’acqua, senza considerale l’ancestrale problema della declinazione di genere del termine presidente (il presidente, la presidente o la presidentessa… sbagliare potrebbe essere offensivo sfiorando il più tremendo maschilismo) si sprecano energie e tempo prezioso per “venire a capo” a questioni estemporanee non riuscendo ad affrontare tematiche più importanti, di ampio respiro e di medio termine. Si badi bene che è così da anni, anzi da decenni, ed intanto il tempo è scorso ed veri nodi sono sempre lì e sempre più intricati da sciogliere.

In autunno l’Italia dovrà presentare il DEF, la vecchia finanziaria, all’ EU, nel frattempo vi sono le importanti nomine europee che impegneranno parte del nostro Governo, internamente ancora molto rimane da risolvere, poi vi sono le ferie estive, al quale Renzi pare vorrà ammirabilmente rinunciare, ma purtroppo lui da solo non basta, ed ancora il periodo per riprendere le redini del lavoro sospeso, dunque sopraggiungerà l’autunno e con esso il documento economico da presentare a Bruxelles con dati oggettivi alla mano perché l’Europa ha fatto ben intendere che di promesse senza elementi fattivi non ne vuol sapere.

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14/07/2014
Valentino Angeletti
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Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve

Fanno trasalire i dati del CENSIS che certificano l’aumento in italia del 100% dei poveri nel quinquennio dal 2007 al 2012. Da 2,4 milioni (comunque tanti), il 4% del totale, sì è passati a 4,8 milioni, l’8.1% della popolazione.

A far riflettere profondamente però contribuisce soprattutto la differente dinamica di questa nuova povertà. Se negli anni addietro la distribuzione geografica degli indigenti era relegata principalmente al sud ed al profondo sud ora invade anche l’un tempo ricco nord; analogamente in passato i poveri erano rappresentati per la quasi totalità da persone anziane e pensionati adesso invece, ad aggiungersi prepotentemente ed in maniera crescente alle schiere dei sempre presenti pensionati che in maggioranza percepiscono somme inferiori ai 1000€ mensili, vi sono anche ragazzi attorno ai 35 anni, padri di piccoli nuclei famigliari di due o tre componenti.

Questo è il segno che la povertà dall’essere una condizione relegata ad una certa area geografica, ad un certo tipo di popolazione e periodo di vita, pertanto, benché ugualmente sconcertante, più “semplice” da combattere abbracciando una schiera più o meno omogenea di persone, si è trasformata in qualcosa di estremamente pervasivo, che, poiché colpisce la fascia giovane e teoricamente produttiva della società, rischia fortemente di mutarsi da transitoria in condizione stabile e per la quale trovare contromisure adeguate è un processo complesso e molto lungo, probabilmente richiederà anni per essere superato.

La politica lungamente inattenta allo stato sociale delle persone ha inevitabilmente le proprie colpe, quelle di una governance proiettata solo al consenso, alle logiche partitiche a scapito di tutto e tutti, ed alle false promesse per giunta di breve termine in un costante utilizzo della strategia degli annunci, non dei piani, dei programmi e degli investimenti.

I dati, come il PIL, vanno tenuti d’occhio, ma vanno intercalati nel contesto in cui si trovano. Il PIL è stato rivisto al ribasso dall’istituto bolognese Prometeia, +0.3% nel 2014 (stima governo +0.8%), +1.2% nel 2015, e non lascia ben sperare, ma questo dato come altri, preso singolarmente è un dato freddo; ad esempio l’inserimento di attività come riciclaggio, spaccio o prostituzione che verranno inserite nel calcolo del prodotto interno lordo (in italia alcune stime parlano di un incremento di 80 miliardi annui) dalle nuove metodologie europee potrà contribuire ad alzarne il valore assoluto ed a migliorare i parametri frazionari in cui compare il PIL come numeratore o denominatore, non contribuirà agli aumenti differenziali (ad esempio anno su anno) né tanto meno a migliorare le condizione dei poveri nei quali il mal contento e la rabbia rischiano di salire pericolosamente e comprensibilmente (si pensi a chi non ha lavoro oppure a chi pur avendolo non riesce a sostentare moglie e figli).

Voci come disoccupazione al 13% circa, al 43% se si considerano le fasce più giovani della popolazione, l’assenza di domanda, la stagnazione dei consumi, la riduzione del potere d’acquisto, la sfiducia generalizzata, la sensazione che il sistema sia difficilmente modificabile e che per la gente comune non vi siano possibilità di uscita dalla crisi o di progresso sociale, l’altissima pressione fiscale e la vessazione su lavoratori, imprese e partite IVA, sono elementi che se migliorati contribuirebbero ad innalzare virtuosamente il PIL senza che si trattasse di mere “illusioni contabili”.  Alla luce di dati così negativi è comprensibile che il bonus di 80€, che dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso, pur essendo utile a chi lo ha percepito, non potrà contribuire ad innalzare tangibilmente i consumi medi visto che coloro i quali non hanno modo di consumare di più aumentano ad un tasso eccessivamente rapido.

Agire su questi fattori è, come precedentemente detto, un processo lungo, richiede impegno e richiede che la classe dirigente e politica sia al più totale servizio del paese e dei cittadini. Il ritorno della competitività per l’italia è un obiettivo di medio-lungo termine. Serve arginare quanto sopra elencato, ma, solo per fare un esempio tra tanti, anche innovare, come digitalizzando processi, pratiche, PA ed educando al digitale le persone visto che senza dimestichezza degli utenti al digitale avere eccellenti infrastrutture digitali è poco utile. Tale “scolarizzazione 2.0” però, come mostra il grafico sotto, è tutt’altro che comune nel nostro paese (e raggiungere livelli adeguati richiede tempo ed investimenti ovviamente). Mentre a livello europeo il 19% delle persone tra i 16 ed i 74 anni non ha mai usato un computer, in italia la percentuale raggiunge il 35% (superandolo in alcune regioni).

Persone 16-74 mai usato PC

Fonte: sito epp eurostat ( http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ )

Colmare gap simili è assai difficile, un processo di lungo termine  appunto. Quindi si facciano le necessarie riforme istituzionali che migliorando la  govenrnance rendono sicuramente il nostro paese più semplice, meno  bloccato, più “scorrevole” nei processi decisionali e più attrattivo per  imprese estere e nostrane, senza però mai distogliere l’occhio dalla  necessità di riforme prettamente economiche per migliorare lo stato  sociale paurosamente in declino.

La frase che da anni si ode “non c’è più tempo” è più che mai attuale, ma va tenuto in mente che il tempo scaduto si riferisce solo all’inizio del processo che si dovrebbe intraprendere per portare la situazione a migliorare. I  primi risultati tangibili invece tarderanno fisiologicamente ancora anni e nel mentre, pur nella ottimistica ipotesi che il tasso di impoverimento si  arresti completamente e non si generino nuovi poveri, coloro che sono  entrati in povertà durante questa crisi non avranno modo di uscirne.

 12/07/2014
Valentino Angeletti
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Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza?

I dati presentati dal Censis sono impietosi (per approfondire link Corriere.it).

Essi descrivono il nostro come un paese ineguale dove la diseguaglianza sociale e la sperequazione delle ricchezze hanno raggiunto livelli altissimi tali da assumere sembianze di vera e propria ingiustizia.
La maggior parte delle persone fino a poco tempo fa probabilmente pensava che le più grandi diseguaglianze fossero tipiche degli USA, delle economie emergenti come la Cina o delle economie del nord Europa, capeggiate dalla Gran Bretagna, dove la finanza rappresenta una delle principali attività economiche.

Effettivamente fino alla crisi USA dei mutui subprime del 2008 la tendenza alla diseguaglianza sociale in Italia era già presente, ma mascherata da un relativo benessere della classe media che, ritenendosi soddisfatta delle proprie condizioni, non era portata ad interrogarsi se e quanto fossero importanti le differenze sociali.
Dal 2008 in poi la situazione è degenerata e le differenze si sono acuite enormemente. I segnali già c’erano come si può leggere ai link in fondo alla pagina, ma ora sono certificati dai numeri.
Le motivazioni di questa deriva per quanto concerne l’Italia possono essere riassunte in:

  • eccessiva “finanziarizzazione” dell’economia che ha come peculiarità quella di drenare ricchezze e patrimoni verso coloro (privati ed aziende) che già ne detengono. Questo modello inoltre è caratterizzato dal verificarsi di crisi cicliche che contribuiscono ad incrementare ulteriormente le diseguaglianza consentendo ulteriore arricchimento di pochi facoltosi ed impoverendo la restante parte della popolazione. Quand’anche l’impoverimento andasse a toccare la fascia più ricca della popolazione il loro tasso di perdita di benessere sarebbe inferiore a quello delle classi meno agiate col risultato che il divario sociale continuerebbe ad incrementarsi. Durante le crisi cicliche si verificano tutte quelle problematiche tipiche dei periodi di recessione, come la carenza di consumi, l’aumento della disoccupazione , l’azzeramento del potere d’acquisto del ceto medio ecc, incrementate nel nostro caso da un sistema legislativo e burocratico sfavorevole.
  • Assenza di meritocrazia e della possibilità di migliorare la propria posizione nella società che vanno ad impoverire costantemente il valore della classe politica e dirigente del paese. Si verifica dunque che alla guida di aziende ed istituzioni, in modo neppur troppo celato, si collocano persone spesso appartenenti a pochi circoli chiusi, provenienti da alti ceti sociali, da stesse università, aventi formazioni simili e che inevitabilmente hanno lo stesso modo di approcciarsi ai problemi e spesso neppure le capacità adeguate a dirigere. Difficilmente quindi potranno essere in grado di interpretare correttamente questioni e dinamiche tipiche dei ceti medi e bassi della popolazione, quello che comunemente viene chiamato contatto con la realtà, ed essere dotati della giusta visione globale per interpretare la complessità del mondo.
  • Il punto di cui sopra ha come drammatica conseguenza la diffusione del senso di impotenza e rassegnazione rispetto alla possibilità di poter entrare a far parte della classe dirigente del paese, che spegne potenziali altissimi annichilendoli e contribuisce ad incentivare l’emigrazione di sola andata dei migliori talenti che non vedono prospettive di realizzazione nel nostro paese e che vanno a depauperare le capacità innovative e di competere dell’Italia rispetto alle nazioni più dinamiche. Analogamente il fenomeno si verifica tra classi più povere e ceto medio. La classe sociale assume sostanzialmente la conformazione delle caste indiane con la differenza che è possibile il solo declassamento da ceto medio a povertà.
  • Pochi investimenti e poca valorizzazione in scuola, università, istruzione di alto livello, ricerca e formazione professionale.

Dal perpetrare di tutti questi meccanismi ne consegue il drastico aumento delle diseguaglianze che hanno letteralmente ucciso la classe media, quella produttiva e trainante, del paese, dirottandola verso standard sempre più prossimi alla povertà.

Un lieve livello di diseguaglianza tra classe media e ceti più facoltosi è il driver della crescita e dell’innovazione dei sistemi economi, in quanto, assieme alla dinamicità sociale, rende possibili aspirazioni di scalata che portano impegno, dedizione, voglia di realizzazione e così stimolano la produttività di tutto il sistema. Inutile dire che a beneficiarne è la collettività, oltre che i singoli stessi, i quali in un modello meritocratico vedono premiato il loro impegno con promozioni o maggiori guadagni. A seguito di ciò assumono sempre meno importanza le discussioni sulla flessibilità nel mondo del lavoro, flessibilità che viene in modo automatico non a causa delle necessità aziendali, ma per voglia dei lavoratori stessi di cambiare per migliorare le proprie condizioni; il posto fisso idealmente, in un modello economico ricco di possibilità come furono gli USA del boom, risulta effettivamente “noioso” e riduttivo per chiunque avesse un minimo di ambizione.

In Italia, ma anche in molti altri stati europei soprattutto dove  la crisi è stata più dura, allo stato attuale si ha una situazione diametralmente opposta a quella ottimale, in cui le possibilità sono assenti, le ambizioni personali letteralmente uccise, la scalata sociale una chimera, le classi facoltose e dirigenziali parte di una impenetrabile e ristretta élite di prestigiosi circoli, la redistribuzione della ricchezza ancora lontana così come la valorizzazione dei talenti.

Questi fattori determinano, assieme alla gravità della recessione e di alcune politiche nazionali ed europee, un costante aumento della diseguaglianza, che porta inevitabilmente a disagio e collera sociale, minacciando di diventare cronica con il pericolosissimo rischio di vedere eliminata quella classe media produttiva e creatrice del reale valore aggiunto delle economie.

Risulta pertanto fondamentale arginare questa pandemia già in stadio avanzato che potrebbe sfociare in tensioni e conflitti di classe ed evitare qualsiasi tipo di scontro tra poveri come le contrapposizioni generazionali, che devono essere superate dal concetto di merito, capacità, collaborazione e contaminazione, la messa in competizione tra settore pubblico e privato, tra pensionati e lavoratori e via dicendo.

Se nulla sarà fatto questo divario continuerà ingiustificatamente ed ingiustamente ad aumentare con la conseguente impossibilità di risolvere la crisi.

Alcuni link di interesse che trattano il tema:
Abbassare indice GINI con la meritocrazia e collaborazione generazionale 24/06/2013
Aut-aut discontinuità e cambiamento o democraticamente dalla politica o bruscamente dal disagio sociale 04/12/2013
Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/2014
Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche 29/01/2014
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/2014
Italiani comunque felici nonostante la crisi; ma un po’ di sana ambizione in più? 25/03/2013
Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/2014
Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/2014
La lenta stabilità 14/12/2013
Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/2013

04/05/2014
Valentino Angeletti
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Non un ricordo di Nelson, ma un’interpretazione di Nelson

Non penso di essere all’altezza per poter ricordare Mandela, del resto non c’è bisogno di esternazioni o manifestazioni di stima, è tutto implicito per una personalità simile. L’intento non è dunque quello di ricordare Nelson, ma di applicare tre dei suoi tantissimi insegnamenti che sembrano calzare a pennello allo scenario economico sociale che stiamo vivendo.

Per riassumere brevemente la situazione italiana, purtroppo ben nota e da economia di guerra, bastano veramente pochi dati. Le ricerche Istat certificano un livello di disoccupazione che ad ottobre ha raggiunto il 12.5%, primato da quando esistono le serie storiche, 1977; limitatamente ai giovani under 30 il dato sale ad un mostruoso 41.2% (senza considera i NEET) ed anche per il 2014 l’aumento dei disoccupati non si arresterà.
Secondo Eurostat in Italia circa il 30% della popolazione è ad alto rischio di indigenza e non riesce a fronteggiare le spese di prima necessità, medicinali, visite, cibo di qualità come proteine nobili e sempre più ricorre ad aiuti di famigliari, genitori, amici e dove possibile intacca il patrimonio degli avi.

L’ Inps rileva che la maggior parte delle pensioni non arriva a 1000€.

Il Pil pro capire dal 2001 al 2012 è diminuito del 6.5%, ed il potere d’acquisto ha segnato un -9% negli ultimi 4 anni. Tutto ciò a fronte di un aumento dell’indice GINI che misura la disuguaglianza sociale, a fronte di una concentrazione di ricchezza sempre più nelle mani di pochissimi super facoltosi, di una stagnazione della mobilità sociale che non consente progressioni di carriera, non consente di credere nello studio nella dedizione, nella meritocrazia e nei veri valori, non consente di aspirare a migliorare la propria condizione di vita, cosa possibile fino a qualche anno fa.

A formalizzare ciò arriva proprio oggi lo studio del Censis secondo il quale l’Italia è scialba, infelice, dominata da arrivismi, accidia, tendenza all’evasione, da una classe dirigente inadeguata e dall’utilizzo di escamotage poco leali, non c’è più alcuna ambizione, prospettiva, si arriva ad accettare automaticamente condizioni indegne senza opposizioni. I flebili segnali di combattimento sociale che emergono sono rappresentati dalle emigrazioni di sola andata dei giovani senza futuro né sogni italiani e dalla voglia di molte persone di connettersi e fare rete, poiché affrontare le difficoltà e condividerle con un gruppo infonde forza vicendevolmente ai membri.

Quali insegnamenti di Mandela si possono inserire in questa condizione? Almeno tre.

Il primo è l’affermazione che un uomo che abbia fatto il proprio dovere può dormire sonni tranquilli. Nella nostra società possiamo dormire sonni tranquilli? Dirigenti, politici, partiti e decision makers possono dormire sonni tranquilli e con l’anima in pace? Hanno fatto il proprio dovere, che consiste ne lavorare onorevolmente per la cosa pubblica?

Il secondo è che l’uomo ha una capacità di adattarsi, che lo ha fatto sopravvivere negli anni, tale da rischiare di accettare qualsiasi condizione, anche le più inaccettabili. La nostra situazione e la società in cui viviamo spacciata moderna, civile, industrializzata, libera, sviluppata, ricca di opportunità, alla luce dei dati sopra, è accettabile? Consente di vivere dignitosamente? Offre le opportunità che dovrebbe?

Il terzo è che la liberazione da una condizione inaccettabile, se impossibile altrimenti, si raggiunge con la lotta e le armi. È brutto a dirsi, ma siamo a questo punto? Si oltrepasserà mai il limite invisibile tra protesta civile e guerriglia? Da cosa può essere rappresentato questo limite, dal definitivo depauperamento del patrimonio di famiglia, alto tra gli italiani, ma in via di consunzione, e dalla conseguente “fame”?

Non ho queste risposte né voglio paragonare il Sud Africa dell’ apartheid  liberato da Mandela all’attuale Italia, ma questa riflessione mi è venuta spontanea leggendo i dati, approfondendo la politica e confrontandomi con il mondo reale, triplice approccio che tanti cittadini comuni hanno, ma che latita tra dirigenti e politici troppo presi a fare altro, a guidarci, ma verso dove?
Grazie Nelson per questa ennesima lezione di educazione civica.

 

06/12/2013
Valentino Angeletti
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