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Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
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La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno

Decisamente mobile e forse è riduttivo definirla così, tanto la situazione politica italiana, alla vigilia del delicatissimo ed importantissimo passaggio delle elezioni Quirinalizie, è incerta e lascia aperto ogni genere di pronostico.

Poiché le riforme costituzionali sono slittate a febbraio, i nodi che in questo frangente risultano essere più critici sono la modifica della legge elettorale con l’introduzione dell’Italicum e le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica.

L’Italicum dopo la bocciatura dell’emendamento “Gotor” ed il passaggio in Senato di quello “Esposito” rinominato Super-Canguro, che ha cancellato qualcosa come 35’000 emendamenti, sembra aver ormai superato la fase critica grazie al supporto fondamentale di Berlusconi che ha sopperito alla defezione di voti concordi interni al PD ed il venturo approdo alla Camera non dovrebbe riservare sorprese. La nuova legge elettorale però non ha lasciato intonso il campo di battaglia Parlamentare ed ha portato alla palese evidenza due circostanze che non possono essere silenziate in modo semplicistico. La prima è che sia in Forza Italia, sia soprattutto nel PD vi sono importantissime divisioni interne che dissentono dalla linea Berlusconiana da un lato e Renziana dall’altro in modo più che marcato. Esse si possono ricondurre all’ala facente capo a Fitto in FI (una quarantina di seguaci circa) e quella senza un leader definito ma che raccoglie oltre a Gotor anche Civati, Fassina, Cuperlo, Mineo, Chiti, Mucchetti, Bersani e del quale nessuno sa la reale entità, si ipotizzano circa 110 o 140 ma potrebbero essere sicuramente di più visto che nelle file più orientate a sinistra del PD la critica nei confronti del Premier è diffusa ed ultimamente in crescita. Le due correnti si oppongono in tutto e per tutto al patto del Nazareno che guardano con sospetto come una consegna in ostaggio al partito avversario per definizione.

La spaccatura sull’Italicum ha legittimato una domanda che aleggiava già da tempo, cioè se la maggioranza di Governo sia ancora quella che Renzi presentò al presidente della Repubblica Napolitano nel momento in cui fu chiamato a succedere ad Enrico Letta. Probabilmente non lo è più e probabilmente e se non fosse che il seggio del Quirinale è coperto dal facente funzione Grasso (che pure ha tutti i poteri del Capo dello Stato) ci sarebbero gli estremi affinché venisse chiesta una verifica Parlamentare ed eventualmente uno scioglimento delle Camere. Ovviamente ciò non accadrà e tutto rimarrà in stallo fino alle elezioni che inizieranno Giovedì 29; quello sarà il campo da gioco dove, grazie al voto nascosto dal catafalco, potranno verificarsi clamorosi ribaltamenti e colpi di scena dopo i quali tutto sarà davvero possibile.

Le elezioni al Quirinale saranno un esame principalmente per il PD, benché il Premier tenti di mediare per mantenere una difficile ed ormai innaturale unità nel partito. L’ala di Fitto in FI non pare in grado di impensierire e neppure sembra poter instaurare una qualche alleanza strategica di peso. I Democratici invece devono portare a termine un’importante riflessione che dopo il caso Cofferati non può più essere rimandata. Necessariamente devono chiedersi che futuro vogliono avere e decidersi una volta per tutte. Mentre Bersani e Cuperlo, forse troppo legati come del resto molti elettori al marchio PD, han dichiarato di voler rimanere tra i Dem e provare ad indirizzare verso sinistra l’operato di Renzi, Civati ha carpito la proposta di alleanza lanciata da Vendola con apertura verso il M5S per l’elezione del nuovo inquilino del Colle. La rottura tra Premier è Fassina non è più sanabile dopo la dichiarazione dell’Economista Bocconiano secondo cui Renzi sarebbe stato il capo dei 101 che boicottarono Prodi ed anche il paragone dipinto da Cuperlo tra l’attuale PD ed una nuova grande Balena bianca stile DC, però peggiore della DC degli anni 90 poiché ammiccante a destra, lascia vaticinare tensioni imminenti nonostante la pacatezza e l’atarassia infusi dai modi “cuperliani”.

Le mosse che questa parte del PD può mettere in campo sono sostanzialmente due.

La prima è di accettare di rimanere nel PD prendendo però coscienza di non avere possibilità di scalfire le decisioni e la marcia del risolutissimo Renzi che non può permettersi di cessare la sua corsa, anche se talvolta non lascia intendere verso quale destinazione.
Sarebbe per i più sinistrorsi dei democratici l’accettazione dell’insignificanza all’interno del partito che alcuni di loro hanno fondato, in cambio di una buona e solida posizione al governo, accettando che il nuovo bacino dei loro elettori si sposti sempre più dal centro sinistra al centro destra. Del resto, guardando ai numeri elettorali, la mossa è tutt’altro che stupida. L’Italia degli ultimi anni è un paese orientato a centro-destra e questa parte politica non ha attualmente una rappresentanza convincente, così Renzi ha deciso di insinuarsi in questa faglia per fare suoi quanti più elettori possibile subendo di contro qualche perdita sul fronte opposto di centro-sinistra sicuro che il bilancio complessivo della sua scelta sarà positivo. In tal senso, stante il patto del Nazareno, il paragone con una nuova destrorsa Moby Dick calza a pennello.

La seconda opzione dei Dem di sinistra è quella di riunirsi, fuoriuscire e fare fronte comune con SEL ed M5S per battere il Governo, provando a far saltare il patto del Nazareno proprio sul Ring del Quirinale. Se questa mossa riuscisse potrebbe davvero aprire le porte a tutti gli scenari, inclusa la verifica della maggioranza parlamentare, lo scioglimento delle camere e le conseguenti elezioni anticipate, che, contrariamente a qualche mese fa, con i nuovi rapporti di forza potrebbero essere più complesse del previsto per il Premier.
Questa seconda possibilità è ovviamente rischiosa e la scarsa determinazione di Bersani e Cuperlo fanno pensare alla consapevolezza di un numero complessivo di seguaci insufficiente. La posizione di Renzi invece è forte ed il Nazareno sembra solido anche perché Berlusconi ha tutto l’interesse a rimanere in sintonia con il Premier per poter avanzare richieste circa il decreto sul fisco in calendario il 20 febbraio, del resto ha già accettato e votato una legge elettorale che Romani (FI) ha chiaramente detto non essere di gradimento di FI. Per l’ala di sinistra del PD l’unico modo per far saltare il Nazareno tra le forche caudine del Colle è quello di raccogliere un numero consistente di sostenitori e stringersi con SEL, M5S, eventuali fuoriusciti dal M5S e qualche centrista ed andare a proporre fin dalle prime votazioni un nome forte ed autorevole non rifiutabile dal PD ma inaccettabile a Berlusconi. Il primo della lista rimane ovviamente Prodi (M5S dovrà farsene una ragione e finalmente scendere a compromesso se non vuole continuare una politica decisamente poco produttiva rispetto ai voti ottenuti), ma anche lo stesso Bersani, Emma Bonino (con i giustificati dubbi relativi alla sua malattia) oppure, uscendo dall’ambito dei politici di professione alla volta dei tecnici, l’ex Ministro della Giustizia Paola Severino di Benedetto o Ilda Bocassini.
Una volta proposti fin da subito nomi di simil calibro potrà essere messo alla prova il Nazareno che con tutta probabilità ha nei piani di propendere verso l’elezione di una personalità neutrale, non decisionista, poco incline all’azione politica ed allo scioglimento delle Camere, garantista (con Berlusconi in particolare) e magari dal profilo più economico (Visco potrebbe rispondere a queste caratteristiche, anche se ufficialmente, come Draghi, si è tirato fuori dalla corsa).

Non rimane molto da attendere, meno di una settimana, tutta la politica italiana è mobile con l’obiettivo del Colle e del Governo; essa sta operando nella costruzione di alleanze talvolta trasparenti e destinate a durate talvolta celate e transeunte. Si trova di fronte ad un bivio, per ora possiamo solo esercitarci ad analizzare scenari ed avanzare ipotesi più o meno verosimili. Le danze però si apriranno al pubblico mercoledì sera o giovedì mattina con la presentazione del primo candidato ufficiale e poi a partire dalle 15 con l’inizio delle votazioni.

PS: il vero outsider comunque è sempre e solo uno: Giancarlo Magalli!

LINK:
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato
22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili
Lo strafalcione della norma fiscale del 3% e delle sue contraddizioni nel momento più critico possibile
Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche

23/01/2015
Valentino Angeletti
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PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE

jens-weidmannL’attenzione dei media e l’azione politica in questi giorni sono sempre più catalizzate dagli eventi interni al PD che in queste ora sta svolgendo la propria assemblea nazionale. Le divergenze sono ormai forti, forse insanabili, di sicuro mostrano l’esistenza di due correnti con vedute quasi diametralmente opposte. Da una parte vi è Renzi con i suoi seguaci, la maggioranza del partito, dall’altra vi è la cosiddetta vecchia guardia o coloro che mostrano riserbo nei confronti delle scelte politico-strategiche del segretario. Nella vecchia guardia vi sono Cuperlo, Fassina, Bindi, D’Alema, Bersani mentre i dissidenti sono rappresentati da Civati. Ciò che più rimproverano al al Premier sono: l’accordo con Berlusconi, il cosiddetto patto del Nazareno, il quale a loro detta sta prevaricando l’esclusivo tema delle riforme costituzionali per abbracciare tutta l’azione di governo, le eventuali elezioni del presidente della Repubblica e probabilmente inserisce alcune clausole per garantire vantaggi al Cavaliere (che siano essi politici, economici, personali o giudiziari) e l’impronta della linea politica dell’Esecutivo distante da quello che era il programma del PD, un partito che si starebbe avvicinando sempre più a Confindustria e starebbe eseguendo le volontà del centro destra, NCD e FI in particolare (del resto Alfano proprio oggi parlando ad In mezz’ora su Rai3 ha apertamente affermato che l’alleanza sussiste in quanto il Governo sta realizzando i programmi di centro destra), senza dare il medesimo credito e la medesima possibilità di confronto ai sindacati, liquidati in un incontro di 60 minuti. La votazione della Commissione Costituzionale sull’articolo 3 della riforma del Senato, relativa ai senatori di nomina presidenziale, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e se (e ciò emerge anche dalle prime notizia provenienti dall’assemblea PD), Cuperlo ed “i suoi” non sembrano possibilisti nei confronti di una scissione di diverso avviso è Civati che qualora la linea continuasse ad essere quella in atto si è detto, parlando al futuro e se opportunamente seguito, a dividersi fondando una nuova sinistra.

Le difficoltà e la presenza di una parte di elettorato di centro sinistra non rappresentata dal PD sono evidenti, molti sono coloro che hanno aderito agli scioperi, altri sono i delusi della politica di Renzi, ed altri ancora gli astenuti e quelli che hanno riversato nel M5S un voto di protesta. Questa circostanza mette effettivamente i critici interni al PD di fronte ad una domanda che devono dirimere, cioè se sia giusto eticamente e moralmente dare a questo elettorato una rappresentanza, pur rischiando di essere schiacciati alle urne dal peso del partito di Renzi oppure mantenere la posizione “di comodo” ed accettare la linea di partito quale essa sia, in quanto l’alternativa di far cambiare strada al Premier è oggettivamente impossibile e per la determinazione di Renzi e per i suoi numeri ed alleanze trasversali. Che la situazione vada chiarita e che non sia corretto continuare in queste discussioni e divisioni interne è evidente e quindi ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità ed agire secondo le proprie convinzioni, votando a favore dei provvedimenti se si ritengono corretti oppure contro per dar voce ai propri elettori, in alternativa dire chiaramente agli elettori di essersi convinti, allineati ed aver mutato pensiero.

Potrebbe essere pensabile una alleanza Civati-Sindacati (CGIL e FIOM in primis) che coinvolgesse anche SEL, ma la sensazione è che l’alto rischio, quasi la consapevolezza, delle poca forza di questo nuovo schieramento mantenga un po’ tutti in stallo e porti i protagonisti in ultimo ad accettare, pur avanzando critiche quasi fini a se stesse se poi non sono seguite da fatti, ogni decisione venendo talvolta meno alle loro idee. Evidentemente il timore fondato di poter sparire quasi definitivamente dalla scena esiste e non vuole essere corso.

Senza voler incolpare né renziani né “dissidenti” e convinti che si debba convergere rapidamente ad una soluzione che sia essa PD unito o PD diviso, più che alla questione PD, importante internamente perché comporta un rallentamento dei lavori Parlamentari, viene come al solito dall’Europa il segnale più preoccupante, per la precisione dalla Germania e per essere ancor più precisi dal Governatore della BuBa Weidmann. Segnale passato quasi inosservato nonostante la sua importanza. In una intervista rilasciata a La Repubblica Weidmann conferma quanto scritto in questa sede proprio qualche ora prima dell’incontro tra il tedesco ed i giornalisti (italiani e non solo): L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia) 11/12/14Dopo una chiosa di circostanza e retorica a supporto delle riforme del Governo Renzi, in particolare quella sul lavoro, conclusa comunque col perentorio suggerimento che adesso è il momento di passare dall’annuncio all’attuazione delle riforme, il discorso si è concentrato sulla politica monetaria della BCE.

Riguardo alle riforme va detto che la posizione dell’Europa, in tal caso esposta dal Commissario Pier Moscovici, è molto netta: a Bruxelles interessano relativamente poco i contenuti delle riforme, quello che conta sono i risultati ed i saldi finali, il mezzo e le modalità con cui raggiungerli è in capo ai singoli stati. Per tale ragione si può supporre che, fatto salvo per i “numeri” approfonditi meticolosamente, i lunghi piani di riforme siano sommariamente letti dalla Commissione Europea ed analogamente dal Presidente Weidmann. Ad esempio sulla riforma del lavoro al giudizio di Bruxelles poco importa se sia fatta a vantaggio degli imprenditori, dei lavoratori o, come sarebbe auspicabile, di entrambi, l’importante è finalizzare il risultato; al momento, ma la situazione sta cambiando e la nuova crisi Greca sarà un primo decisivo banco di prova, in UE non devono far fronte alla popolarità e sopratutto non devono perseguire il consenso elettorale che a volte nei singoli paesi membri muove le azioni politiche fuorviandole da quello che è nell’interesse della collettività.

Tornando alle dichiarazioni di Weidmann sulla politica monetaria, in estrema sintesi ha asserito che Draghi dovrebbe scartare l’ipotesi di QE con acquisto di Bond sovrani e parimenti non dovrebbe neppure considerare una condivisione dei rischi e dei debiti degli Stati, che pure il Governatore aveva avanzato, in quanto tali misure spingerebbero i paesi meno virtuosi ad indebitarsi ulteriormente e rallentare il cammino delle riforme. Gli esempi della FED in USA o della BoJ in Giappone, secondo il leader della BuBa, non sarebbero significativi nè attuabili in un contesto come l’Europa che non presenta, a differenza di USA e Giappone appunto, una finanza, una legislazione ed una economia unitaria (da ricordare comunque che anche la BoE in UK ha attuato con successo una politica espansiva animata dai QE). La via da perseguire secondo il Presidente della Bundesbank rimane quella del rigore, della disciplina di bilancio e delle riforme. Riguardo agli investimenti che la Germania dovrebbe fare per cercare di potenziare il suo ruolo di “locomotiva europea”, secondo il Presidente ed anche secondo la Merkel, essi possono anche essere fatti, ma non sortiranno effetto sugli altri paesi, come a dire: “lasciateci fare che in casa nostra decidiamo noi”. Wiedmann non ritiene un problema nè inflazione che secondo lui è dovuta esclusivamente al calo dei prezzi energetici, quando sappiamo che c’è stata una dinamica deflattiva anche sui salari, in Italia in particolar modo ma non solo, nè il rallentamento della Germania che lui vede in perfetta salute. La sua strategia sarebbe quella di ATTENDERE gli effetti del rigore di bilancio e delle riforme che dovrebbero portare da sole buoni risultati. Anche Weidmann a chiedere tempo, o meglio di temporeggiare.

Come già detto svariate volte in questa sede, il rigore e la disciplina di bilancio sono importanti e le riforme in questo frangente lo sono ancora di più, ma i primi dovrebbero essere allentati in momenti drammatici come quello in atto per poi essere nuovamente applicati per rendere strutturale il percorso di crescita già intrapreso, le seconde invece necessitano di tempo per portare risultati, si parla di effetti nel medio – lungo periodo. Manca un’azione espansiva che affianchi i Governi nazionali nelle riforme e che sortisca effetti subitanei.

Si intende chiaramente che fino ad ora la politica della BCE è stata dominata dalla BuBa, maggiore azionista della BCE stessa, e nonostante sia le ipotizzabili velleità espansive di Draghi sia la dinamica decisionale non soggetta ad unanimità bensì a maggioranza, a dominare è sempre stata la linea attendista dei rigoristi e, per quel che conta il mio parere, se ne vedono i risultati. Il punto chiave è che la posizione di Weidmann (e del seguito che avrà) pare possa continuare a rallentare le azioni di politica monetaria volte a contrastare nel breve e brevissimo termine inflazione ed a sostenere le dinamiche dei prezzi: infatti se adesso la maggioranza della Board BCE parrebbe orientata ad azioni più espansive (anche per lo scarso successo di ABS e TLTRO e per gli scenari europei ancora molto traballanti e deboli) è innegabile che il peso di una BuBa ostacolante non sarà un elemento facilmente liquidabile e richiederà dunque tempo, riunioni, negoziati e ridimensionamento dei piani (come lo è stato per l’unione bancaria ed i criteri di Basilea). Tempo che per Weidmann c’è copioso mentre per uno che come me vede la realtà dagli “stupidi occhi senza MBA e master in economia e finanza nelle prestigiosi Università ed Atenei chissà di quale stato del mondo” questo tempo sembra ormai già scaduto e lo percepisce nella vita quotidiana, nel calcare le vie dei mercati rionali, nei negozi, nei bar, nelle piazze ed osservando il proprio portafoglio, il conto in banca, le entrate e gli adempiente fiscali imminenti. In Italia siamo tornati ai livelli di salari del 1999 con prezzi e rincari del 2014, altro che dinamiche salariali in aumento paventate da Jens Weidnamm.

Il pericolo quindi è che la situazione scivoli e degeneri facendo il proprio corso vittima del non fare, corso che riteniamo estremamente differente, a meno di non essere tedeschi e quindi sapientemente protetti dal trino scudo Merkel-Schauble-Weidmann con supporto di Commissione Europea, da quello positivo ipotizzato con certezza dal Presidente Weidmann.

La politica italiana quindi è là, in Europa, e nelle relazioni con gli altri Stati che dovrebbe concentrarsi, unita, coordinata e con una strategia sottoscritta da tutti i partiti, rivolta a concretizzare quanto presente negli slogan per una Unione Europea meno burocratica e rigida quindi più coesa e flessibile. Purtroppo la sensazione che si ha costantemente dal 2011, quando il tema della Governance europea è entrato nei dibattiti nazionali, è che le istituzioni che dovrebbero rappresentare l’Italia in UE e la politica italiana non abbiano nè le capacità, nè le persone, nè l’autorevolezza, nè l’ordine mentale per gestire simili rapporti in modo proficuo per il nostro paese e, riteniamo, per il destino di tutta l’Unione che al momento non pare proprio di prosperità, pace e protezione.

14/12/2014
Valentino Angeletti
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