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Dedica del primo maggio e speranza per una visione comune

Dovendo proprio scegliere una categoria di lavoratori a cui dedicare il primo maggio, premettendo che tutti hanno dovuto sacrificarsi e tralasciando la massa dei disoccupati, degli scoraggiati, di coloro che per un motivo o nell’altro non sono in grado di lavorare, sceglierei i piccoli artigiani, commercianti ed autonomi.

Loro sono una classe di lavoratori poco o nulla tutelati (alla stregua dei precari ai quali pure voglio rivolgermi), troppo spesso accusati di essere evasori, senza sapere che per il popolo al quale mi riferisco evadere è praticamente impossibile poiché, ad esempio, soggetti a studio di settore. Per loro non esiste malattia retribuita, non esistono ferie pagate, non vi sono permessi sindacali o per visite mediche, ogni assenza si paga, non v’è tredicesima o quattordicesima e con la liberalizzazione delle licenze per gran parte degli esercizi neppure esiste una pseudo forma di TFR. Lo stare a casa per un malanno o dover farsi visitare mai come in questo periodo di scarsissimi guadagni potrebbero rappresentare un vero pensiero non consentendo di incassare quelle decine di euro per una mina spesa quotidiana, per non parlare poi dell’ipotesi per le donne di fare un figlio perché la maternità non è prevista , e si sa, ora come ora stare a casa svariate settimane non è proprio possibile (mi chiedo in quale paese civile la possibilità di fare un figlio possa essere considerata quasi un privilegio…).

Le tasse sono sempre state alte, richieste in anticipo e puntualmente, i ritardi non sono tollerati, ed in questi ultimi mesi hanno raggiunto il 68%, praticamente si lavora  quasi fino a luglio per poter celebrare il  tax freedom day, vale a dire quel giorno dopo il quale l’incasso non va allo stato ma è guadagno privato. Per loro il sistema previdenziale è sempre stato contributivo e la pensione difficilmente raggiunge i 900€ al mese tanto che la tendenza è lavorare ben oltre il limite minimo per la pensione. Condizioni simili non consentono di accedere a prestiti, finanziamenti o mutui. E pensare che loro hanno avuto l’ardire di intraprendere e mettersi in gioco con risorse proprie.

Infine anche in periodi non di crisi come quello in corso i guadagni non sono quelli dei grandi industriali o imprenditori, ma appena appena equiparabili a quelli di un impiegato di livello medio basso.

A loro mi sento di dedicare questo primo maggio, senza voler creare attriti tra dipendenti ed autonomi perché sarebbe l’ennesima lotta tra poveri, utile solo alla conservazione (Lavoro pubblico e privato/autonomo: quando la politica deve agire per arginare una sensazione di inequità).

Passando invece ad una rapidissima considerazione sulle dichiarazioni odierne dalle vari piazze vorrei soffermarmi su  quanto detto dal Ministro del Lavoro Poletti ed alla segretaria della CGIL Camusso.

La sindacalista ha affermato che per il lavoro non servono nuove leggi, ma investimenti nell’economia. Mentre Poletti ha asserto che sono necessarie nuove norme per rendere più flessibile e dinamico il mondo del lavoro.

Come non poter dare ragione ad entrambi (La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici)?

Effettivamente un piano di investimenti, una strategia industriale chiara, oggettiva, di lungo termine, volta a nuovi modelli produttivi e di sviluppo è necessaria, ma al contempo servono anche leggi che vadano incontro ad una concezione di lavoro che, senza ledere i diritti dei lavoratori, deve per forza cambiare per adattarsi ad un mondo che scorre rapidissimamente e che non consente di difendere bandiere e posizioni per ideologia (Il futuro scorre rapido e richiede adattamento). Alla lunga di ideologia statica si può morire, la realtà non è ferma, cambia,  fatti dunque salvi i principi fondamentali, le modalità per conseguirli devono necessariamente adattarsi alle tendenza che, volenti o nolenti, sono fori portata per chiunque.

Preoccupante, ma mi auguro che tale pensiero sia sottinteso per la banalità che lo contraddistingue,  che i due concetti non si uniscano in una visione unitaria riassumibile in più investimenti per un nuovo sviluppo economico ed industriale unitamente a riforme della normativa e della legislazione che fungano da acceleratore ed incentivo alla creazione di posti di lavoro per i quali è necessaria la ripartenza economica appunto.

Quando saranno messi da parte gli arroccamenti ideologici e quando si prenderanno dalle ideologie i concetti oggettivamente più utili per lo sviluppo e per il bene comune allora saremo realmente ad un buon punto di partenza per cambiare la nostra società ancora troppo settaria, castista e corporativa.

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01/05/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
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Web-Tax e POS: due punti della legge di stabilità da rivedere con urgenza

Vorrei fare qualche considerazione su due punti presenti nella legge di stabilità che non hanno mancato e non mancheranno di suscitare polemiche.

Il primo riguarda l’ormai celebre Web-Tax o Google-Tax. Il provvedimento in questione vorrebbe costringere tutte le società che nel web effettuano vendite di beni, servizi o pubblicità ad aprire una partita IVA italiana in modo da esser vincolati al pagamento delle tasse nel nostro paese. La questione è da molto tempo dibattuta e ricca di insidie. Essa assai probabilmente contravverrà alla legislazione europea in tema di libero scambio e circolazione di merci, beni e servizi entro i confini della EU, mettendo il luce un problema di non poco conto all’interno dell’Unione, quello della concorrenza fiscale che penalizza non poco i paesi, come l’Italia, che applicano una tassazione sul fatturato più elevata che altrove. In Europa le residenze fiscali più gettonate sono Lussemburgo, Irlanda, UK, Paesi Bassi e paradisi fiscali che ricadono sotto le loro giurisdizioni. Un altro fattore importante che inserisce ulteriori ostacoli all’applicazione di tale norma è la difficoltà nel definire chiaramente l’ammontare dei profitti fatti sul suolo italiano e che dovrebbero essere soggetti ad imposizione. Inevitabilmente società potenti ed abituate ad operare Worldwide sfruttando a proprio favore la tassazione ed i cambi delle valute, con l’assistenza dei migliori legali e delle associazioni statunitensi a tutela del commercio, non troveranno difficoltà ad individuare possibili escamotage per continuare a proteggere i propri interessi.
La faccenda porta alla luce come la disparità di trattamento in termini fiscali ed impositivi crei enormi differenze non tollerabili all’interno di un’economia che, seguendo i principi fondanti dell’Unione, pur mantenendo le particolarità e le forze locali ed asservendole a tutti i membri, si vorrebbe sempre più rendere unica e soggetta ai medesimi vincoli. A ciò è l’Europa che dovrebbe porre rimedio andando a confrontarsi con i vari Stati e cercando di trovare il giusto mezzo affinché la concorrenza fiscale, almeno all’interno dell’Unione, non sia più possibile. Indubbiamente però il tema, essendo globale come globale è la rete, dovrà essere trattato anche in consessi più ampi e mondiali a partire dal G8 e dal G20 per tendere, nel lungo termine, all’implementazione di una sola politica comune.
Dal punto di vista italiano la proposta di un provvedimento simile dimostra come permanga il tentativo, totalmente desueto, di indirizzare localmente un problema globale che trattato in modo autonomo e confinato difficilmente porterà a conclusioni positive, infatti se la normativa venisse mantenuta si correrebbe il rischio di perdere ulteriore gettito e di diventare ancor meno attraenti per chiunque volesse investire.

Il secondo punto che si vuole portare all’attenzione è l’obbligo per tutti gli esercizi commerciali di dotarsi di POS per il pagamento elettronico con qualsiasi tipo di carda di credito o bancomat a partire dal primo gennaio 2014; la finalità è la lotta all’evasione.
Allo stato attuale l’obbligo manca di tutta l’impalcatura attuativa, quindi se entrasse in vigore non avrebbe definite né modalità né procedure, né tantomeno sarebbero dettagliate eventuali sanzioni. Premettendo che un obbligo simile è sensato e corretto per grandi negozi, catene commerciali e studi professionali, peraltro già coperti dalla possibilità di pagare tramite POS, non lo è altrettanto se si considerano i piccoli esercizi, quelli che spesso difendono le tipicità locali, la manifattura artigiana e mettono realmente nelle merci quel valore aggiunto che le rendono appetibili e da tutelare anche nei contesti globali. Piccoli commercianti, come alimentari dei centri storici, artigiani già soggetti agli studi di settore, bar ed in generale attività che hanno il 90% delle loro fatture inferiore ai 50€, vale a dire quel tessuto produttivo per il quale sia il Vice Ministro Fassina che il Dir. Attilio Befera hanno dichiarato esistere una evasione esclusivamente di sopravvivenza, rischiano di non riuscire a poter accollarsi gli oneri di una nuova imposizione, dopo che hanno subito una enorme concorrenza da parte dei mega centri commerciali, che hanno visto lievitare i costi dell’IMU per negozi ed immobili produttivi, della spazzatura, dei servizi indivisibili, dell’ammontare di anticipi di IRAP, IVA, IRPEF e sono stati colpiti dagli aumenti dell’Iva parallelamente ad una stagnazione e pesante recessione dei consumi dovuti all’assottigliarsi diffuso e conclamato del potere d’acquisto. Il costo tra installazione, gestione, noleggio e manutenzione di un POS ammonta a circa 500€ annui senza considerare le commissioni bancarie; una somma simile in questi periodi può tranquillamente corrispondere, e talvolta superare, ad una intera mensilità di una categoria di professionisti che non godono di tutele ed ammortizzatori sociali, non hanno mensilità aggiuntive e TFR ed in molti casi, dopo la liberazione delle licenze, non hanno neppure quella pseudo liquazione che poteva essere garantita dalla vendita della stessa a fine attività.
La legge non consente inoltre la possibilità di applicare un doppio prezzo a copertura delle commissioni a seconda dello strumento di pagamento, non si capisce però perché se l’importo non può dipendere dal tipo di mezzo di pagamento lo possa essere il guadagno, in teoria dovrebbero essere trattati parimenti. L’aumentare in toto i prezzi di listino potrebbe essere una soluzione per coprire gli ulteriori costi, ma in un momento simile ciò non farebbe altro che deprimere ulteriormente i consumi già a terra. Non è esagerato dire che per molti piccoli esercenti, già vessati (fino al 68%), in molti sull’orlo del lastrico ed indignati, come dimostra la composizione della mobilitazione del 9 dicembre, l’obbligo del POS può rappresentare un colpo di grazia definitivo.
In questa circostanza, come tante altre volte è accaduto, pare che si sia cercato di rincorrere un virtuoso modello nordico, dove anche un caffè si può pagare con carta di credito o bancomat, senza averne la corrispondente impalcatura alle spalle che lo rende nel complesso realmente efficace e sostenibile. Nel nord Europa infatti i conti correnti sono molto meno dispendiosi, spesso a costo zero, e difficilmente l’uso dei POS richiede tariffe di affitto e commissioni bancarie a carico degli esercenti e/o acquirenti.

Nuovamente emerge con forza come vi sia necessità di persone e di una classe politica non tanto illuminata o sopra le righe, ma semplicemente con gli occhi e l’attenzione rivolti sia verso il mondo ed il globale sia verso quei contesti locali che solamente il continuo contatto con la quotidianità può dare.

15/12/2013
Valentino Angeletti
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Vice Ministro Fassina: idee chiare e ragionevoli su un certo tipo di evasione

Cosa avrebbe detto di male il Vice Ministro dell’Economia Fassina? Che, pur non giustificandola, esiste “una evasione di sopravvivenza”?  Questo fenomeno oggettivo è noto da tempo qui nel paese dove si lavora fino all’ 11 Giugno per pagare le tasse, non è certo Fassina a scoprirlo. 

Partendo dal sacrosanto presupposto che l’evasione fiscale, fardello per il nostro paese, dal peso stimato di 250 miliardi di euro all’anno, deve essere combattuta duramente,  portata a reato penale e le sanzioni devono essere inasprite poiché di fatto adesso per i grandi evasori è conveniente rischiare considerando che nel peggiore dei casi si ricorrerà ad un patteggiamento ed al  pagamento di una somma inferiore a quanto dovuto al fisco, non è altresì possibile far finta che quelle realtà dei piccoli commercianti ed artigiani, delle partite iva e degli studi di settore non esista. 

Il Vice Min. Fassina avrà sicuramente fatto riferimento a qualcuno di loro, rendendosi conto delle loro condizioni. Ovviamente non si parla di evasioni palesi, come i grandi orefici o gioiellieri che dichiarano 6’000 euro all’anno o gli imprenditori che dichiarano meno dei dipendenti o ancora dei locali notturni che dichiarano mediamente un rosso di 6’000 euro annui, ma si fa riferimento a piccoli esercizi, ad imprese individuali, ad attività artigiane spesso in contesti di piccoli paesi. 

L’evasione alla quale credo Fassina volesse alludere è quella di queste piccole realtà che supponendo un giro d’affari che va realisticamente dai 1000 ai 3000 euro al mese potrebbero evadere un totale di 50-70 euro al mese, sufficienti per la spesa di una settimana o per il pagamento di qualche bolletta. 

Parlando da dipendente non vorrei sentire colleghi con il posto fisso  asserire l’ovvietà che dei servizi ospedalieri “et similia” usufruiscono anche i piccoli commercianti, i quali potrebbero controbattere di non avere tutele come la cassa integrazione, permessi per malattie, di avere pensioni molto inferiori, di non poter godere di permessi retribuiti per assistere parenti malati, in caso di infortunio poi le somme percepite sono  molto esigue e non mi dilungo oltre. 

Questo scontro sarebbe solo una triste lotta tra poveri che non porta a nulla se non a distogliere l’attenzione dal reale problema che è la grande evasione ed elusione. 

Chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di qualsiasi classe sociale appartenga, qualsivoglia lavoro svolga, che non abbia compreso questa situazione di oggettiva difficoltà del paese vuol dire che non ha ancora chiaro come si sta evolvendo l’economia, come sta cambiando la società ed il mondo del lavoro e di come le prese di posizioni idealistiche ora più che mai sono controproducenti anche per le stesse parti che vorrebbero rappresentare o delle quali vorrebbero farsi portavoce. 

Sarebbe invece auspicabile un impegno comune, a partire dal governo e dall’Europa, per quel che riguarda la tassazione nella UE, la protezione e lo scambio dei dati bancari e quella dei paradisi
fiscali per fare in modo che nessuno abbia necessità di evadere per sopravvivere. 

Non mi stupisco di quanto detto da Fassina, economista di prestigio e di Bocconiana formazione, ed ancor di più non mi stupisco di coloro che  esprimono solidarietà, pur non giustificandoli, nei confronti di quelle attività che per sostentamento primario sono costrette ad evadere qualche decina di euro al mese.

Per inciso ha fatto quasi meno scalpore quando si ricorse al condono sul rientro dei capitali esteri con garanzia dell’anonimato.

 

25/07/2013

Valentino Angeletti

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