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Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini

Dopo tanti proclami al cambiamento, tanti appelli ad una differente interpretazione delle regole europee, senza comunque mai citare il vituperato termine di flessibilità all’interno dei documenti ufficiali, in modo da superare l’austerità che nei fatti concreti ha contribuito a fomentare la spirale recessiva degli ultimi anni sintomo indiscusso di una pesante crisi in atto a partire dal 2007 senza soluzione di continuità e che ha coinvolto pesantemente l’aspetto finanziario, economico – produttivo e sociale, siamo da punto a capo.

Siamo da punto e a capo perché il nuovo Commissario Europe agli affari economici e monetari Katainen, guarda caso finnico proprio come il suo predecessore Olli Rehn, si è sbilanciato pesantemente, quasi sordo alle discussioni ed alle dichiarazioni provenienti da PSE, PPE e proferite dallo stesso Juncker, tuonando che l’Italia deve pensare a fare le riforme continuando il lavoro iniziato degli esecutivi precedente e portando avanti l’ambizioso programma del Premier Renzi, senza né pensare né richiedere ulteriore flessibilità, ma non flessibilità aggiuntiva, neppure quella che potrebbe essere insita all’interno dei trattati in essere che l’Italia ha confermato di voler rispettare (ma alla fine questi trattati dovranno essere rivisti). Il finlandese ha duramente ammonito che si impegnerà al massimo per evitare giochi di prestigio che potrebbero consentire una interpretazione meno rigida delle regole, facendo non misteriosa allusione a Francia ed Italia (Hollande e Renzi sarebbero i prestigiatori) ed inverosimilmente  adducendo questioni di giustizia nei confronti di Irlanda e Portogallo (in realtà sembrerebbe dire Irlanda e Portogallo, ma pensare agli interessi della Germania… ma siamo troppo maliziosi).

Katainen al momento è Commissario pro-tempore fino alla fine del mandato di Barroso, quindi novembre, ma con importanti mire di riconferma all’interno della Commissione guidata da Juncker andando a ricoprire una carica fortemente richiesta (a ragione) dal PSE con Moscovici in pole-position o in alternativa il rigido, ma pur sempre laburista, olandese Dijsselbloem.

Bene ha fatto Sandro Gozi, braccio destro di Renzi per le questioni europee, a rispondere seccamente dicendo che non spetta al Commissario Economico, per giunta a tempo, prendere certe decisioni in capo invece alla Commissione e che è l’austerità a soffocare l’Europa.

La vicenda mostra però come, all’interno della platea di posizioni vacanti a Bruxelles, all’Italia sarebbe più funzionale un Dicastero economico (anche se la posizione di Draghi rende difficoltosa questa nomina) o commerciale/industriale rispetto agli affari esteri, ma soprattutto mostra come in Europa continui a sussistere una visione particolaristica e votata alla pura lettura di numeri e parametri senza l’interpretazione dei contesti economici che li racchiudono e nei quali potrebbero risultare totalmente insensati. Anche se ufficialmente l’idea di una nuova governance europea pare trasversale e pare aver pervaso tutti i partiti in realtà, il che vuol dire capire cosa guiderà realmente le azioni dei nuovi vertici, non si sa quanti la possano pensare come Katainen.

Il semestre italiano, da far entrare subito nel vivo superando le questioni interne delle riforme ed europee delle nomine, ha il compito di dirigere, pur senza possibilità di imporre alcunché, l’agenda di Bruxelles verso l’abbandono dell’austerità ed il ritorno agli investimenti, e possibilmente alla riduzione della disoccupazione, che con i patti in essere non possono essere effettuati dagli Stati che ne avrebbero maggiormente bisogno. Del resto è lo stesso istituto guidato da Christine Lagarde, l’ FMI, a mettere in guardia dal fatto che l’austerità in Europa ha bloccato totalmente gli investimenti mai tanto bassi come in questi ultimi anni e di conseguenza la competitività del vecchio continente.

Ovviamente le riforme sia istituzionali che economiche, così come il taglio di spesa pubblica e debito,  vanno perseguite in Italia il più rapidamente possibile per riguadagnare immagine ma soprattutto per la nostra competitività e crescita, ma ciò non esime dall’immediata necessità di rivedere totalmente l’approccio economico dell’Unione se non si vuole assistere alla sua scomparsa.

Se proprio vogliamo rispolverare un termine ora quasi desueto, ma che ha vissuto vecchie glorie: “rottamazione”, esso va inserito nel contesto europeo, come si scrisse: Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo 20/03/2014.

19/07/2014
Valentino Angeletti
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