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Crisi Greca: i creditori cambiano approccio, non chiedono più il “solo” rispetto di vincoli e parametri, ma impongono la politica economica

Avevamo detto (Crisi Greca: Eurosummit moderatamente ottimista, ma ancora nessuna soluzione definitiva) che le posizioni tra Creditori, leggasi Brussels Group, ovvero FMI, BCE, Commissione UE, e debitrice, vale a dire Grecia, non erano troppo distanti, a dire il vero in precedenza mai erano risultate così prossime come in questo momento. I mercati, notoriamente poco lungimiranti, festeggiavano, ma avevamo anche posto l’attenzione sul fatto che in molti ed autorevoli esponenti dei creditori, tra cui il più intransigente FMI, il Ministro tedesco Schauble e di riflesso il Cancelliere Merkel, ritenevano che il lavoro da farsi fosse ancora assai lungo e di fatti una soluzione definitiva a valle dell’ultimo Eurosummit d’emergenza e delle riunioni successive (ben tre in una settimana) non c’è stata, anzi, via via, le parti sono parse allontanarsi sempre di più. Ciò evidentemente, a parte l’ottimismo diffuso, non è un buon segno per una vicenda che è stata esacerbata oltremodo ed il cui costo è lievitato in modo inconcepibile.

Le cifre in ballo non erano e continuano a non essere insormontabili, lo abbiamo riportato noi, così come il ben più competente e noto giornalista economico Federico Fubini in un pezzo su Repubblica. Stando ai freddi ed oggettivi numeri non avrebbe senso non procedere ad un accordo, magari limando ancora di poco le pretese da ambo i lati.

Adesso invece sembrano sorgere tipi di problemi differenti, che preoccupano sia Tsipras, che i creditori, coinvolgendo gli equilibri politici interni ai singoli stati. Problemi i quali, se volessimo vedere quella in cui siamo incastonati, come una vera Europa Unita, simile a colei che fu pensata dai padri fondatori, non avrebbero motivo d’essere.

Tsipras non può spingersi a concedere ciò che in campagna elettorale, nei comizi ed interrogazioni parlamentari seguenti aveva assolutamente promesso di non concedere; analogamente i creditori, in particolare FMI, non vogliono dare eccessive concessioni per non rischiare che altri paesi ne avanzino di simili (in primis Podemos in Spagna), e che dal loro punto di vista non sono state conferite ad altri stati in difficoltà benché per il Premier ellenico con altri paesi, come appunto Irlanda o Portogallo, ci fu maggior volontà di concludere positivamente il negoziato. Questa rigidità avrebbe fatto addirittura paventare a Tsipras l’ipotesi di un disegno specifico per non concludere la trattativa, oppure l’esplicita volontà di difendere interessi particolari ed affossare la Grecia, quasi che vi fosse un disegno di una spectre occulta, un progetto implementato da un Bildeberg che vorrebbe assere fatto accadere, apparendo quasi casuale.

I nodi della discordia riguardano, in linea generale, una divergenza di fondo: i creditori vorrebbero uno spostamento per il reperimento di risorse da tassazione (che nei piani di Tsipras coinvolgerebbe i ceti più ricchi) verso tagli alla spesa, tipicamente welfare e pensioni. Tsipras invece ha impostato il suo programma proprio cercando di colpire i più ricchi, preservando al contempo il welfare delle classi meno abbienti, già colpite e ormai oltre la soglia di povertà. I creditori spingono per un’Iva su tre fasce, e del 23%, livello massimo, per i ristoranti, mentre il governo Tsipras, per preservare il turismo, insiste per una aliquota del 13%. Il gruppo di lavoro di Bruselles (ex Troika o Brussels Group) respinge poi l’idea di una tassa del 12% sui profitti societari superiori a 500’000 €. Secondo la Lagarde, parlando alla rivista Challenges:

«Non si può basare un programma solo sulla promessa di nuovo gettito fiscale. È stato fatto negli ultimi cinque anni, con pochi risultati».

A dire il vero in tutti i paesi più o meno risanati, dall’Irlanda al Portogallo, ma anche in Italia, il rispetto dei vincolo e dei parametri UE è stato raggiunto a mezzo di austerità ed in particolare maggiore tassazione, accise sui carburanti, incremento dell’IVA (ricordiamo le dissertazioni fatte in questa sede sulla curva di Laffer), imposta sugli immobili. In italia ben pochi invece sono stati i tagli di cui ci sarebbe un dannato bisogno e sul quale da anni hanno lavorato commissioni su commissioni e fior di esperti, senza però ottenere risultati degni di tal nome. La Grecia invece ha fatto tagli che se applicati in Italia oscillerebbero, in proporzione, tra i 250 e 300 miliardi, ovviamente adesso ogni ulteriore taglio andrebbe a gravare su servizi essenziali, salute (per la quale in Grecia si deve già pagare), trasporti ed in generale tutto quel welfare che rende un paese davvero civile, vivibile e terreno ove può insediarsi un livello decente di crescita economica.
Sul versante pensionistico, i creditori insistono per un taglio delle pensioni più generose, anziché un aumento dei contributi come previsto dal governo Tsipras per fare quadrare i conti. Vogliono inoltre un aumento dell’età pensionabile da 62 a 67 anni fin dal 2022 e la soppressione delle pensioni anticipate che Tsipras ha concesso già a partire dal 2016.

Le posizioni e le somme non sono distanti, sicuramente la fretta esiste ed i tempi sono minimali, i 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia sono indispensabili per Atene in modo da pagare stipendi e pensioni. Per l’FMI è altrettanto indispensabile però il rimborso del debito da 1.6 miliardi entro il 30 giugno e senza il quale non è intenzionato a concedere la tranche di aiuti dovuta alla Grecia.

Analizzando questi ultimi sviluppi della vicenda greca, sembra trasparire un mutato approccio da parte delle istituzioni europee. Mentre in occasioni precedenti, al momento di vagliare i documenti di economia e finanza dei vari paesi, avevano come unico pilastro di controllo il rispetto di parametri e difficilmente, se non con consigli o messaggi più o meno velati, ma mai imposti (anche perché non ne avrebbero avuto il potere), suggerivano una misura piuttosto che un’altra. Ora l’atteggiamento è mutato, ed oltre a pretendere il rispetto dei vincoli, tendono ad imporre, e nel caso greco possono permettersi di provare a farlo essendo loro i deputati allo sblocco degli aiuti, le politiche economiche e le misure da adottare. Una cessione, o usurpazione, a seconda di dove la si guardi, di sovranità in piena regola. Da un certo punto di vista questo nuovo approccio potrebbe anche essere vantaggioso e coerente con una Unione che dovrebbe tendere ad unificare banche, norme, leggi, fisco, ecc, se non fosse che quanto imposto dai creditori alla Grecia sembrano essere misure recessive (taglio pensioni già basse, aumento IVA, aumento IVA su attività turistiche ecc e contemporanea protezione da aumento tasse di detentori di grandi patrimoni) impostate al protrarre l’austerità, bloccando di conseguenza ripresa, consumi, potere d’acquisto. Riassumendo si tratta di Misure pro cicliche a tutti gli effetti e sicuramente non funzionali alla ripresa del paese, dell’Europa, nè tanto meno a dare l’idea agli interlocutori internazionali di una UE solida e forte, sia politicamente che economicamente.

Trattasi di solo una sensazione, ma di Grecia si sentirà parlare ancora a lungo, come altrettanto a lungo, e forse di più, si dovranno gestire gli effetti della sua “epopea”.

Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond. Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

Come previsto la Legge di Stabilità italiana è stata promossa a Bruxelles. Più che una promozione si tratta di un rinvio a marzo per un nuovo controllo alla luce dei progressi fatti. Rispetto alla comunicazione ufficiale le parole di Juncker sono state decisamente più melliflue infatti hanno puntato a mettere in luce una maggiore applicazione della flessibilità sottolineando che pur essendoci i margini per multare l’Italia, la Francia ed il Belgio, ciò non è stato fatto riscontrando le condizioni eccezionali della crisi e concedendo quindi più tempo e fiducia a questi paesi. All’Italia ha ricordato la necessità di proseguire con il risanamento dei conti e con le riforme, ma ha avuto parole anche per la Germania alla quale ha fatto presente che per lei ha la possibilità è venuto il momento da parte di investire.

Il comunicato ufficiale, anch’esso riconoscendo l’eccezionalità della crisi, riguardo al nostro paese ha riconosciuto l’impegno nel perseguire alcune riforme, ma ha anche aggiunto che quello che è stato fatto non è sufficiente e sono necessari più sforzi. Effettivamente oltre a qualche buon impostazione si vede ancora ben poco. Il rischio Italia è rimane a alto, sia dal punto di vista delle riforme stesse, sia dal punto di vista dei conti. Vieni richiesto infatti al governo un maggior impegno nel taglio della spesa, nell’ottimizzazione ed efficientamento nell’utilizzo di denari pubblici, nel taglio del debito e nel programma di privatizzazioni. Come detto, a marzo vi sarà una nuova valutazione dell’ex finanziaria alla luce dei progressi e se questi dovessero risultare insufficienti è più che probabile che verranno presi poco piacevoli provvedimenti ossia procedure di infrazione. Si tratta più che di una promozione di un vero ultimatum, perché se quest’anno è stata applicate una pseudo-flessibilità, che comunque non sarà da sola in grado di far fronte alla spirale recessiva, per il prossimo non sono previsti sconti.

Anche per un poco attento osservatore è gioco facile notare che vi è davvero ben poco di nuovo e che quanto riportato nel comunicato ufficiale sono null’altro che i capisaldi degli impegni presi dal nostro paese e presentati alla Commissione UE dal Governo Monti in poi, a cominciare proprio da Spending Review e privatizzazioni. Da allora scarsi obiettivi sono stati raggiunti e neppure è pensabile poter invocare oltre che un po’ di flessibilità in più, finora relegata a quella prevista dai patti che in quanto tale non può definirsi flessibilità ma semplicemente corpo del patto stesso, una vera e propria revisione dei trattati perché l’intento (sempre da Monti in poi) era  quello avanzare la richiesta con in mano la contropartita della Spending Review, delle privatizzazioni, di qualche dato incoraggiante sul debito, della defiscalizzazione e delle riforme, contropartita che al momento non abbiamo.

Il corollario economico non mostra segni particolarmente positivi e se sull’Italia Confindustria si mostra moderatamente ottimista, Moody’s ha tagliato le stime di crescita ed anche Padoan ha messo in guardia su un 2015 che potrebbe continuare ad essere difficoltoso, pur mantenendo la previsione, ma dalla sua posizione non potrebbe fare altrimenti, di un ritorno al segno “più”.  Gli ultimi dati sulla disoccupazione italiana non sono confortanti, infatti l’Istat registra +13,2% a ottobre, record, tasso più alto dall’inizio delle serie, cioè dal 1977. Sempre ad ottobre i disoccupati sono 3,4 mln, +90’000 in un mese. L’aumento dipende anche dal ritorno alla ricerca del lavoro e questa è la parte mezza piena del bicchiere, ma crescono contemporaneamente anche le ore di cassa integrazione ed il numero di lavoratori che ne usufruiscono. Tra i giovani si riscontra una disoccupazione al +43,3%, oltre 700 mila in cerca di lavoro. Gli occupati in ottobre sono in calo di 55’000. La crescita è stimata dall’ISTAT a zero anche nel Q4 e secondo l’istituto di statistica è possibile che il segno negativo si estenda anche al 2015.

Il punto di vista della BCE è stato espresso da Draghi durante il suo discorso al Governo finlandese. La BCE continua a paventare l’ipotesi di ulteriori misure non convenzionali che a questo punto possono risiedere solamente nell’acquisto diretto di titoli di stato. All’atto pratico però non è ancora chiaro se e quando queste misure saranno messe in azione, confermando così il costante ritardo che ha caratterizzato l’operato di Francoforte condizionato dalle pressioni tedesche. A questi annunci, ai quali ormai ci eravamo abituati, si è aggiunta una considerazione degna di nota: è stato detto agli stati membri che devono prepararsi ad una cessione di sovranità, non tanto riguardo alle riforme, cosa che era già stata sostenuta, quanto alle materie prettamente economiche. Draghi ha ribadito che il solo sostegno monetario non è sufficiente, e fin qui nulla di nuovo, ma ha aggiunto che è NECESSARIA UNA CONDIVISIONE DEL RISCHIO SOVRANO, IL CHE VUOL DIRE CHE GLI STATI PIU’ RICCHI E VIRTUOSI DEVONO CEDERE PARTE DELLA LORO STABILITA’ DI CREDITO SOVRANO IN FAVORE DI QUELLI PIU’ PROBLEMATICI CHE DOVRANNO RICAMBIARE CON LE RIFORME E LA PERSECUZIONE DELLA DISCIPLINA DI BILANCIO. IN ALTRE PAROLE UNA CONVERGENZA VERSO UNO STRUMENTO DEL TIPO EURO-BOND (argomento già trattato e sostenuto almeno due anni or sono in questa sede, precedentemente avanzato da Prodi ed anche da Tremonti). Singolare che il Governatore abbia parlato così proprio nel nido dei falchi duri e puri, Olli Rehn e Jyrki Katainen, chissà per questa dichiarazione quante notti insonni e quanti incubi dovranno affrontare.

Il timore comunque è che questa svolta verso la condivisione dei rischi all’interno dell’Euro-Zona sia venuta troppo tardi e sia ancora ben poco più che un periodo ipotetico del terzo tipo. Bene che se ne parli (era ora) e che ci sia consapevolezza che quella deve essere la direzione per raggiungere una vera ed efficace unione, ma chissà quante opposizioni dovrà subire e chissà se gli effetti non saranno ormai limitati da una situazione andata costantemente peggiorando.

Non pochi dubbi lascia anche il piano di investimenti di Juncker che dispone di soli 21 miliardi freschi, 16 dai budget europei e 5 dalla BEI e che si spera possano essere moltiplicati grazie ad investimenti privati (non crediamo che Juncker, nonostante la sua provenienza lussemburghese, voglia spingersi a fare pura finanza) di un fattore 15 raggiungendo così i 315 miliardi. A destare perplessità è più di un punto, innanzi tutto va capito quale investitore avrà voglia di investire suoi capitali nella zona del mondo più in difficoltà (e l’Italia, pur con grandi possibilità, ne rappresenta il caso limite in negativo) con crescita bassissima o nulla e sull’orlo della deflazione. Fortunatamente in questa fase i mercati e gli spread, anche grazie alla guerra sui prezzi del petrolio, sembrano essere temporaneamente cauti, ma i venti sono rapidi a virare. La soluzione potrebbe essere una sorta di imposizione europea ai vari Stati ad investire, assegnando a ciascuno una quota dei 21 miliardi che dovranno essere moltiplicati per 15 a spese degli stessi Stati; qui sorge il secondo punto perché ad essere scomputati dal calcolo del deficit (decisivo per il rapporto deficit/pil ancora fissato al 3% come limite massimo, ma che l’italia si è impegnata a contenere entro il 2.6-2.7% nel 2015, ritardando di un anno) dovrebbero essere solo le quote del piano Juncker. Quindi supponendo che il piano di investimenti italiano da circa 87 miliardi presentato alla Commissione sia accettato per 1/3 si ottiene un fabbisogno di 29 miliardi che diviso per 15 da (arrotondiamo) 2 miliardi provenienti da piano Juncker e non conteggiabili nel deficit e ben 27 di risorse proprie da inserire invece nel calcolo del deficit. Si tratta di una somma insostenibile per i nostri bilanci.

Dall’esempio nostrano sono evidenti i dubbi su questo tanto blasonato “bazooka” della Commissione Juncker che rischia di sparare men che a salve o di poter essere sostenuto solo da pochi stati, quelli in condizioni migliori come la solita Germania.

Abbiamo infine una situazione economico-politica italiana tutt’altro che facile. Pare incredibile come in questa fase tutti i partiti siano al loro interno divisi: in FI è in atto un “fitto” scontro sulla leadership, il PD è diviso sulle riforme, quella del lavoro in particolare che sta andando verso una fiducia e che rischia di non essere votata da una trentina di membri del partito, in sostanza la linea impostata da Renzi al PD non piace a molti e lo stesso Cuperlo ha dichiarato che quello non è il partito che avevano in mente, nonostante ciò sembra che questa fronda non abbia sufficiente forza per una vera scissione. Anche il M5S è in difficoltà dopo i mediocri risultati alle regionali, ha appena espulso due membri ed eletto una sorta di penta-direttorio per supportare Grillo.

Ciò non aiuta a velocizzare e snellire il percorso delle riforme sulle quali si attendono svariate battaglie in aula e tante ripercussioni nelle ore a seguire, il tutto a vantaggio del precipitare della situazione economica mai affrontata concretamente né realmente in ripresa come mostrato dagli ultimi dati.

In aggiunta vi è la questione della successione di Napolitano, che sembrerebbe ormai prossimo alle dimissioni. Le motivazioni più probabili sembrerebbero legate all’età ed alle sue condizioni di salute e tenuta fisica, che devono fare i conti con il numero 90 e non gli consentirebbero di affrontare il ritmo di una intera giornata di lavoro. Sul tema le speculazioni giornalistiche poi si sprecano: vanno da una misteriosa malattia alla volontà di lasciare prima dello scoppiare di una tempesta economico-finanziaria. Riteniamo che abbiano ben poche fondamenta se non quelle di alimentare ulteriormente il già aspro dibattito ed il sospetto. La stanchezza e la voglia di riposo, che peraltro il Presidente già aveva al momento della sua rielezione, unite ad uno scoraggiamento causato dalla tortuosità del percorso delle riforme (a cominciare dalla legge elettorale) ed alla possibilità, che non vuole essere lui a trasformare in realtà, di uno scioglimento anticipato delle Camere, lo potrebbero verosimilmente aver spinto alla scelta di lasciare.

Sul nodo della successione è chiaro che si aprirà un’altra “sanguinosa” battaglia di intrigate alleanze e doppiogiochismi, tali da sottrarre ulteriori energie ai lavori parlamentari, che potrebbero rappresentare delle vere e perigliose forche caudine per il Governo. Il Presidente del Senato Grasso, che assumerebbe ad interim la Carica di presidente della Repubblica, ha già iniziato ad appellarsi alla responsabilità, auspicando di giungere tempestivamente ad una convergenza più ampia possibile, come se volesse dire ai partiti di cominciare a mettersi d’accordo perché quando sarà il momento non c’è tempo da perdere. Difficile che il consiglio verrà seguito, del resto si sente già lo sfregar metallico delle armi che si stanno affilando.

Link:
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

 

28/11/2014
Valentino Angeletti
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Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

Il Parlamento Europeo di Strasburgo ha dato il suo nullaosta all’insediamento della nuova Commissione Juncker. L’investitura formale c’è quindi stata ed ora rimane da attendere l’ufficialità per il suo insediamento prevista per il primo novembre.

Nel suo discorso davanti all’Europarlamento il Lussemburghese Juncker, presidente entrante, ha voluto sottolineare l’importanza dell’Europa che deve pensare oltre che alla tripla A finanziaria, rimasta saldamente solo alla Germania ed in modo più traballante al Lussemburgo, alla tripla A sociale, riavvicinandosi di più ai cittadini e rianimando lo spirito di appartenenza e l’orgoglio di far parte del progetto Europeo. Europa che inevitabilmente dovrà rivolgere sempre più lo sguardo al Mediterraneo ed all’Africa intervenendo con più risolutezza nelle vicende di politica estera che stanno affliggendo il Medio Oriente, senza ovviamente poter permettersi di tralasciare la Russia.

Juncker ha tenuto a ribadire l’importanza che ricoprono gli investimenti rilanciando così il piano di supporto a crescita ed occupazione da 300 miliardi la cui definizione precisa è stata anticipata da febbraio 2015 a dicembre 2014 ed in cui la componente privata sarà di fondamentale importanza. L’ammontare della somma è ingente, un buon inizio, ma oggettivamente da sola non è sufficiente a ricollocare l’Unione sui binari della competitività rispetto ad un resto del mondo che pare aver imboccato una strada, che seppur non priva di difficoltà, porta comunque a livelli di crescita ben superiori a quelli dell’Eurozona. La destinazione dell’incentivo dovrebbero essere quei settori trainanti, ad alto valore aggiunto ed in cui l’Europa si mostra più deficitaria o in certi casi, con i tedeschi non immuni, obsoleta. Ci si riferisce quindi alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, ai collegamenti digitali a larghissima banda, alle telecomunicazione ed ovviamente al settore energetico che mai come ora mostra evidente bisogno di essere maggiormente integrato ed uniformato tra tutti gli stati membri con un miglior sfruttamento e distribuzione geografica della diversificazione tecnologica che in Europa comunque già esiste.

Fino a qui gli intenti ed i propositi sono encomiabili e rispecchiano a tutti gli effetti le reali esigenze del vecchio continente e riprendono le linee programmatiche pre elettorali. Quando invece si viene al nodo economico le cose si complicano. Una parte del discorso è stata pronunciata in tedesco facendo riferimento al fatto che è la lingua della nazione campione del mondo attualmente non così in forma, quasi a voler ricordare di come la Germania, ultimi dati alla mano, abbia bisogno dell’Europa. In realtà questo piccolissimo affronto poco deve aver scalfito gli animi di Merkel e Schauble, perché subito dopo Juncker ha fatto intendere che per quel che concerne la politica economica non vi saranno grosse rotture con il passato. La disciplina di bilancio, il rigore se vogliamo usare un termine più odioso, va mantenuta e la via intrapresa non deve essere abbandonata, ma rafforzata ed affiancata al processo di riforme che ogni singolo paese ha il dovere di portare a compimento. Nessuna idea di rivedere i patti, neppure alla luce della pesante recessione, e la flessibilità che può essere concessa è solo quella già presente nei trattati. Da queste parole si comprende la sintonia che indiscrezioni dicono essere nata tra il Cancelliere tedesco ed il Commissario entrante, perché si tratta proprio della linea economica Schaeuble-Merkel-Katainen.

Questo discorso in realtà si contrappone in modo abbastanza evidente all’informativa pronunciata da Renzi in Senato durante la quale il Premier italiano ha parlato di una Europa nuova, in rotta col passato e che cambia verso, abbandonando il rigore e l’austerità. Renzi sottolinea inoltre come il piano da 300 miliardi sia un grande risultato del semestre italiano perché fortemente voluto e preteso proprio dall’Italia. Qualche dubbio su questa affermazione nasce in quanto il piano fu proposto da Juncker ancor prima che ottenesse la maggioranza dei voti alle elezioni europee, sembrerebbe dunque (ma il condizionale è doveroso) esclusivamente farina del suo sacco.

Nelle stesse ore dell’approvazione della nuova Commissione UE arrivava,non senza qualche intoppo, anche la bollinatura da parte della Ragioneria di Stato alla legge di Stabilità italiana che può così approdare al Quirinale. A breve inoltre è prevista la consegna della lettera già inviata dalla Commissione al MEF dove si chiederanno alcune precisazione. Sulla lettera della Commissione ha totalmente ragione Renzi nel dire che la richiesta di precisazioni è una  normale prassi. Il vero problema è se le precisazioni saranno accettate e condivise da Bruxelles o se verranno richieste rettifiche più o meno pesanti. In ogni caso una completa bocciatura il 29 ottobre non pare un’ipotesi verosimile.

Tornando invece al concetto di flessibilità entro i patti nuovamente ribadito da Juncker e che sarà comunque il viatico dei prossimi mesi, la Francia non ha di che stare tranquilla visto che il suo rapporto deficit/PIL supera il 4.2%, quindi ben fuori dalla più permissiva applicazione dei trattati, dalla parte di Hollande vi è però un appoggio tedesco che sembra molto un tentativo di supporto al primo mercato per esportazioni (in Francia tutti hanno la Mercedes per intenderci…). Neppure l’Italia può permettersi di non preoccuparsi. Anche se il rapporto deficit/PIL rimarrà, come dovrebbe, sotto il 3% esso è comunque superiore al piano di rientro e la correzione sul deficit di 0.1% presente nella Legge di Stabilità  è ben inferiore allo 0.5% richiesto. Le indiscrezioni vorrebbero la Commissione indirizzata a richiedere uno sforzo sul deficit ed è probabile che verrà trovata una mediazione per un valore di 0.25-0.3% riducendo le coperture necessarie da 8 miliardi (necessari per arrivare allo 0.5%) a 3-3.5 miliardi già accantonati in un apposito tesoretto. Il tesoretto però viene da clausole di salvaguardia che significano aumento dell’IVA, delle accise quindi aumento della tassazione e prosecuzione senza se e senza ma sulla via dell’austerity.

Di certo questo modello non è quello che Renzi, stando all’informativa al Senato, ed i cittadini europei vorrebbero e non pare essere una rottura così netta col passato da consentire l’uscita dalla spirale recessiva esasperata dal vecchio approccio economico.

Se questa Commissione vorrà davvero imprimere e, ricordando che Juncker ha affermato essere l’ultima opportunità, evitare il tracollo, l’approccio da seguire dovrà essere ben differente e dovrà essere messo in pratica fin da subito. IN questo frangente non esistono mezze misure o vie di compromesso, o si agisce immediatamente e bene o si prosegue nel declino.

22/10/2014
Valentino Angeletti
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Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota

Dalla tre giorni di vertici europei “informali” EcoFi, EuroGruppo ed EcoFin poche novità e pochi spunti sono emersi rispetto a quanto già non si sapesse e fosse consolidato nella discussione economica continentale.

I punti cardine di cui tanto si è scritto sia qui nelle settimane e nei mesi addietro, sia sulla stampa sono stati le riforme strutturali economiche ed istituzionali che devono affrontare i singoli paesi con varie priorità, gli investimenti in calo a livello europeo che vanno supportati e vincolati e la politica monetaria. Tutti e tre gli elementi fanno parte della strategia volta alla crescita ed al sostegno all’occupazione all’interno di tutta l’UE che sono tra l’altro le priorità dichiarate dal Premier Renzi per il semestre Italiano ormai iniziato da 75 giorni.

Gli ingredienti sono in linea di massima assodati e condivisi tra i vari protagonisti, quindi stati nazionali inclusa l’Italia, Unione Europea e BCE, ad essere differenti invece sono le visioni di insieme e la consecutio di implementazione.

I lavori si sono infatti aperti con l’ennesimo battibecco tra Governo e Commissione uscente con un botta e risposta tra Roma dove si trovava il Premier Renzi e Milano dove erano presenti i rappresentati economici dell’Unione. La scintilla è stata la dichiarazione del commissario uscente ad interim  per l’economia e gli affari monetari Katainen (e venturo VP) secondo cui le riforme in Italia non vanno solo annunciate, ma attuate altrimenti sarebbe come comprare delle medicine senza prenderle: inefficaci. Evidentemente la fiducia del futuro potente VP nei confronti dell’Italia non è massima e considerando il recente passato non lo si può completamente biasimare. Il finlandese ha poi lasciato trasparire un po’ di superficialità asserendo che il programma di riforme italiano è ambizioso, va nella giusta direzione e sicuramente porterà i frutti aspettati una volta applicato, aggiungendo però di non conoscerlo nei dettagli; forse prima di gettarsi in certe dichiarazioni avrebbe potuto documentarsi o tralasciare l’ultima locuzione. Il concetto di Katainen, condiviso anche dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, è che prima di ogni altro intervento europeo si debba attendere l’applicazione ed il risultato misurabile delle riforme, fino ad allora vigono i patti ed i vincoli europei attualmente in essere, sottoscritti dai 28 e mai modificati o resi più flessibili. Quindi prima riforme e presentazione chiara di precise strategie di investimento e destinazione di eventuali fondi e solo dopo concessioni o piani di incentivazione.

A Katainen ha risposto a più riprese Renzi, immediatamente via Twitter e successivamente dalla Fiera del Levante in Puglia. Il Premier ha risposto a tono dicendo che non si prendono lezioni da nessuno e che meritiamo rispetto e credito essendo uno dei pochi paesi a rispettare il 3% (che a dire la verità dovrebbe essere secondo i patti in essere il 2.6% per il 2014) nel rapporto Deficit/PIL, aggiungendo che continueremo a rispettare i patti, il 3%, proseguiremo nelle riforme non per l’Europa ma per andare incontro alle necessità dei cittadini per la prima volta tifosi del governo, e che l’Europa e Juncker dovrebbero pensare a rendere disponibili i 300 miliardi di investimenti paventati.

Katainen ha finemente replicato che l’Europa non è maestra di nessuno né bacchetta alcun paese, ma cerca il confronto con i singoli stati affinché venga mantenuto il rigore di bilancio, vengano implementati i piani e non si venga meno alle regole sottoscritte. Ha poi aggiunto che la situazione italiana nello specifico non è stata ancora valutata e che vige ancora nella sua totalità ciò che il patto di stabilità contiene.

A far da mediatore tra i due leader è il Ministro dell’Economia Padoan (stima sempre maggiore per questo tecnico), con un piede nella calzatura di Renzi e l’altro in quella di Katainen, ribadendo che le riforme nel nostro paese non hanno scadenze, ma carattere di urgenza estrema e che la crescita di lungo periodo potrà avvenire solo dopo la ripresa di un ammontare adeguato di investimenti pubblici ed in particolare privati (in un paese come l’Italia senza sostegno esterno pensare a grossi piani di investimento pubblico è complesso visto lo stato dei conti pubblici e l’allocazione di una spending review ancora in fieri nella riduzione del debito e defiscalizzazione). A tal fine il solo credito bancario, che ha fallito in passato, non è sufficiente e, come scritto più volte in questa sede, è necessaria una diversificazione per la quale il Ministro ha chiesto supporto a BEI e Commissione che dovranno redigere consigli su dove e come agire considerando ipotesi quali Minibond alle imprese (ed aggiungiamo anche quotazioni in borsa facilitate, EuroBond di concerto con la BCE, intervento diretto di BEI ed entità come CdP, ecc). Pur con questi strumenti, ancora teorici, più orientai alla finanza e credito rimane però il punto tanto dirimente quanto ovvio che un privato si accolla l’onere ed il rischio di un investimento solo se esiste la possibilità concreta di profitto, e se il terreno su cui si va ad investire è stabile e non scosceso; questo stato evidentemente si può raggiungere solo con un profondo piano di riforme alla struttura fiscale, burocratica e normativa italiana.

A ciò si aggiunge la posizione ben nota della BCE, di Draghi e del suo VP Victor Constancio che ribadiscono (correttamente) che l’operato della BCE non può prescindere da un contesto di ampie riforme a sostegno della crescita e che la sola politica monetaria non può portare a cambiamenti economici strutturali. L’impegno della BCE è confermato secondo Constancio con la partenza la prossima settimana delle misure di T-LTRO, per il resto l’istituto di Francoforte ritiene di aver fatto la propria parte e che a rivitalizzar un’economia che in complesso e nelle sue componenti nazionali vede ancora dati di PIL peggiori rispetto al 2008 spetta agli stessi stati.
Come spesso ribadito in realtà la BCE avrebbe potuto agire sicuramente prima ed in modo più mirato anche perché i dati di inflazione e la stabilità della moneta e dei prezzi, elementi del mandato della banca centrale, forse potevano essere protetti con più forza e con maggior tempismo visto che segnali chiari non mancavano già anni fa. Non la pensa così la BuBa di Weidmann secondo cui la politica della BCE, espansiva addirittura oltremodo, rischia di minare il percorso di risanamento dei conti, evidentemente priorità assoluta per l’istituto centrale tedesco.

Leggendo le elucubrazioni di Katainen, Renzi e Padoan vi sono alcuni elementi che mettono in dubbio l’efficacia di azioni impostate secondo quanto detto.
Katainen vorrebbe prima attendere l’attuazione delle riforme, che in un contesto italiano sono lentissime, richiedono varie letture e votazioni, ed addirittura poterne misurare i risultati prima di avanzare ipotesi di concessioni ed allentamenti, ben conoscendo la pastosità del sistema italiano. Vorrebbe poi che a fronte dell’erogazione di incentivi ed investimenti fossero presentati piani precisi e dettagliati, richiesti ed ancora non pervenuti anche per la spending review sui cui l’UE conta molto come elemento di abbattimento del debito e riduzione del carico fiscale assieme alle privatizzazioni. Un approccio simile è ovviamente condiviso in toto dalla Germania, con Schauble in prima fila, essendo già ben indirizzati in tema di riforme con l’impegno di sostenere il mercato interno e ridurre il surplus. La Germania potrebbe quindi (ma è solo una ipotesi) beneficare per prima di ogni tipo di investimento europeo.
Il Premier Renzi invece vorrebbe che allentamenti dei vincoli, investimenti e fondi venissero fatti immediatamente, forti del nostro rispetto del 3% (che al 2014 dovrebbe essere 2.6%) contrariamente ad altri paesi come la Francia (che però ha un debito attorno al 90% e dati su occupazione ed inflazione migliori dei nostri). Evidentemente, se credito e concessioni vorranno essere dati al nostro paese, non ha senso attendere perché di tempo non ve n’è.
Infine Padoan il quale sa bene dell’urgenza delle riforme e della loro attuazione, ma al contempo è consapevole che gli investimenti devono riprendere subitamente. A tal pro in modo molto diplomatico il Ministro ha tirato in ballo un piano a supporto di investimenti, chiaramente parte del meccanismo complessivo di azioni da implementare, da produrre congiuntamente e rapidamente da BEI e Commissione. Inoltre ha allentato ulteriormente la tensione definendo il controllo europeo (che considerando la cessione di sovranità che dovrà avvenire sarà sempre maggiore) un utile strumento di confronto tra stati e di miglioramento.
Anche in tal caso però il rischio di ritardi è altissimo perché la Commissione, che dovrà lavorare sul programma a sostegno degli investimenti nonché sul piano di investimenti stesso (probabilmente anche quello da 300 mld di Juncker), è la nuova che si insedierà solo da Novembre ed avrà bisogno di un po’ di tempo per rodarsi andando così a sfiorare la conclusione del nostro semestre di presidenza che attualmente ben meno del previsto, complice le elezioni ed il riassetto europeo, ha potuto indirizzare l’agenda UE impegnata su questioni più squisitamente di governance che non pratiche.

A corollario di ciò vi è la dichiarazione più che pragmatica di Visco, Governatore di Bankitalia, che riporta tutti con i piedi per terra dicendo che da queste riunioni, le quali di fatto non hanno aggiunto nulla di nuovo o utile alla soluzione della crisi, l’Italia esce con i soliti problemi.
I soliti appunto: debito, disoccupazione, deflazione, pil, imprese in difficoltà, basso potere d’acquisto, basso credito, investimenti azzerati ed altissimo carico fiscale assieme a tutti gli intoppi burocratici e le questioni politiche, che vedono con il voto per la Consulta, un patto del Nazareno in bilico e con la vicende in Emilia-Romagna divergenze interne al PD.

A tirare la stoccate al Governo sono poi anche i sindacati che manifesteranno ad ottobre. Il più duro di questa tornata è stato Bonanni della CISL che ha tuonato contro i “palloni gonfiati che promettono riforme sul lavoro senza poi fare nulla, come accade da 5 governi a questa parte”. Il riferimento e la rottura con l’Esecutivo sembra abbastanza immediato anche se non sono stati fatti esplicitamente nomi.

Pare quindi che gli ingredienti da portare in cucina siano condivisi dai vari cuochi, chef e garzoni, ma manchi la ricetta in cui impiegarli.
L’impressione è che più o meno si abbia un’idea abbastanza chiara di quali siano gli strumenti da usare, ma non vi sia assolutamente un piano complessivo ed una sequenza di attuazione, anzi ogni leader ha una propria idea ed è abbastanza fermo sulla propria posizione, poco disposto a cedere in totale contrasto con lo spirito comunitario di condivisione ed aiuto reciproco.
Ciò, unitamente al processo di insediamento della nuova Commissione, rischia di richiedere ancora troppo tempo in cui indubbiamente, almeno per il nostro paese, i dati già pessimi peggioreranno e le tensioni politiche si acuiranno ulteriormente.
Insomma, l’UE è ancora ben lungi da quella sinergia che mai come ora è indispensabile.

Link:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti? 12/09/14
Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida 11/09/14
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE 09/09/14
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno 28/08/14
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble 28/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14

 

13/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?

Ormai all’indomani della definizione della nuova commissione Europea (approfondimento CommEU: Link) sono in procinto di svolgersi a Milano le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, precedute dall’incontro informale dei Ministri dell’Economia Eco-Fi.

Per l’Italia che da presidente di turno ospita gli eventi, la due giorni è aperta da una nuova trance di dati non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato confermato dal Premier che ha collocato la crescita attorno allo 0% decimale più decimale meno. I Sindacati hanno certificato una diminuzione dei posti di lavoro in edilizia in 7 anni di ben il 50%, mentre la Commissione Europea ha registrato un ribasso del settore industriale italiano del 24.5% dal 2007. Lo spread, pur lontano dai devastanti valori del 2011/12 è tornato a salire oltre i 140 pti base, la ricchezza ed il potere d’acquisto degli italiani sono tornati indietro di 30 anni, in barba al concetto di prosperità e benessere alla base della nascita dell’Unione Europea, in ultimo l’ISTAT ha registrato un calo della produzione industriale di luglio dell’ 1% rispetto a giugno e dello 0.8% rispetto al trimestre precedente (Q3 vs Q2).

Dalla BCE, nonché dall’Europa stessa, proviene poi un monito allarmante, non solo per il contenuto, il quale non è nuovo a molti altri del passato, ma per quello che lascia presagire in merito alla volontà di mutamento della govenrance economica dell’area Euro. All’Italia, che è definita ancora troppo indietro nel processo riformatore, è intimato di proseguire con la massima urgenza nella disciplina di bilancio per arrivare al rispetto dei patti e dei vincoli europei (il fiscal compact). Tali vincoli riguardano in prima istanza il tasso di riduzione del debito, in continua crescita e proiettato al 137%, e il rapporto deficit/pil. Quest’ultimo rapporto sappiamo avere un paletto, al momento non negoziabile ma che necessariamente andrà rivisto o nei tempi e nell’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi, del 3%. Quando tempo addietro si parlava di flessibilità entro i patti, concetto invero accettato anche dai falchi nordici più rigoristi, si intendeva proprio la possibilità di arrivare, senza sforare, al 3% e questo era di fatto l’obiettivo dichiarato del nostro governo. La concessione comunque insufficiente, avrebbe consentito di liberare circa 6-7 miliardi di € per investimenti produttivi. Il Governo Renzi ed il Ministro Padoan, ribadendolo a più riprese, erano decisi e lo sono ancora, a non sforare il 3% ma andarlo a sfiorare per reperire quante più risorse possibili, indispensabili in una fase recessiva come quella in corso. Adesso il limite ribadito da BCE ed UE è tornato al 2.6%, smentendo la locuzione “flessibilità pur nel rispetto dei patti” (rimanendo invariato il vincolo del 2.6% non esisterebbe flessibilità, ma sarebbe solo un rispetto dei patti iniziali siglati a scenari ben diversi). Questo ritorno con fermezza la rigore ed al rispetto dei trattati (ci si immagina che ugual fermezza sarà applicata anche per il fiscal compact riguardante il rientro del debito/pil -Ridurre il debito è possinile?- che deve scendere a partire dal prossimo anno in 20 anni al 60%, e ciò, con un pil stagnante è sostanzialmente impossibile), lascia molti dubbi sulla reale inclinazione ad attuare un differente approccio economico, ultima spiaggia, riprendendo le parole di Juncker, affinchè l’Europa possa avere qualche speranza di risalire la china.

Il Ministro Padoan stesso ha risposto, nascondendo a fatica un po’ di amarezza, che quel paramento del 2.6% era riferito ad uno scenario economico europeo migliore, quando invece le condizioni si sono verificate oggettivamente più negative del previsto ed il fatto che tutta l’Europa stia fronteggiando situazioni problematiche è il segno evidente della necessità di discontinuità e cambiamento.

Si fa inoltre notare che se il dubbio sul rapporto deficit/pil al 2.6% permane nonostante l’adeguamento Eurostat sul calcolo del PIL che dovrebbe portare al rapporto in questione un beneficio dello 0.2%, significa che all’atto pratico non è stato rispettato, con le regole vigenti fino a qualche giorno fa, il 2.8%; analogamente, ipotesi tutt’altro che accantonata da BCE ed EU, se non si riuscisse a rispettare il 3% vorrebbe dire che effettivamente saremmo sopra il 3.2%.

Draghi, oltre alla nota sui conti italiani, ha ribadito la necessità europea di attrarre investimenti, che l’Italia non riesce ad attirare come potrebbe e dovrebbe. Giustamente, come qui più volte scritto, il Governatore ha sottolineato anche la necessità delle riforme, poiché ogni politica monetaria non può portare crescita e benefici strutturali di lungo periodo se non inserita in uno scenario di riforme volte a supportare l’economia. I piani su cui agire dovrebbero essere per l’intera Europa quello del regolatorio e quello della concessione di credito. Draghi riporta poi per il nostro paese l’esempio della Spagna, che come scritto (Lesson learnt spagnola, ma solo per le riforme), è possibile prendere limitatamente alla capacità attuativa delle riforme, ma non sotto altri aspetti che vedono lo stato iberico in condizioni non migliori dell’Italia, ad iniziare dall’occupazione.

Ormai è chiaro che un sistema creditizio basato quasi in toto sulle banche che mischiano finanza ed economia, non è in grado di fornire la giusta liquidità e nei giusti tempi all’economia ed alla produzione, è altresì necessaria una maggior diversificazione e differenti strumenti, tra cui certamente quelli che verranno messi in campo dalla BCE come TLTRO, ABS, eventualmente acquisto di debito sovrano, ma anche l’utilizzo di vincoli finanziari come Bankitalia, CDP, BEI, Mini-Bond, quotazioni in borsa facilitate ed incentivate, venture capital, tutti capaci di dare spinta in minor tempo. La diversificazione degli strumenti creditizi è fondamentale sia per una maggior gestione del rischio di crisi cicliche qualora il meccanismo erogante entrasse in difficoltà (esempio crisi dei mutui subprime oppure classico schema di prestiti e mutui), sia per andare incontro ad esigenze di tipologie di credito che la moderna economia presenta in mutate e plurime forme rispetto al passato, non più dunque solo ed esclusivamente puro e semplice cash.

La ripresa di concessione di credito potrebbe valere secondo il Governatore di Bankitalia Visco fino a 0.5% di PIL, un valore decisamente ottimistico, ma è appurato che la sua assenza non consente all’industria alcun tipo di investimento.

Dall’Europa, e per bocca del Commissario all’industria Nelli Feroci, vengono critiche al Governo Renzi sull’uso indiscriminato e non gradito a Bruxelles, del decreto legge senza una valutazione approfondita e chiara del suo impatto. Ad esempio sul tema del lavoro la ricerca della flessibilità, senz’altro utile, ha lasciato scoperto l’altrettanto importante aspetto dell’eccessiva rigidità dei salari, della giustizia (tema che con il processo telematico ha fatto passi avanti), dell’aspetto normativo e legislativo ermetico, ballerino, incomprensibile, dipendente da una pluralità di centri burocratici che spaventa letteralmente gli investitori, e di una fiscalità opprimente. Ciò è riportato nel paper europeo “Reindustrializzare l’Europa – rapporto competitività 2014”.

Il contesto necessita, e lo si ripete da tempo, di decisione risolute e rapide, tanto che il rischio di essere già irrecuperabilmente in ritardo è altissimo. Non vi sarà una rapida ripresa sia per lo scenario deflattivo in essere sia per il livello di disoccupazione raggiunto sia per le tensioni in politica estera che includono le sanzioni economiche alla Russia che hanno importanti ripercussioni su un gran numero di settori industriali di molti stati europei a cominciare da quello energetico, con le ritorsioni russe che parrebbe siano già in attuazione intermittente ai danni di Polonia, Slovenia ed Austria. Di ciò deve curarsi la nuova Commissione Europea cercando di lavorare in modo unitario, sinergico e sincronizzato, lasciando da parte i particolarismi ed i nazionalismi, puntando ad un nuovo approccio, quello probabilmente auspicato da Padoan, che sia resiliente e volto al perseguimento della prosperità, benessere, pace e protezione. Obiettivo non semplice se si guarda la conformazione della nuova commissione, eterogenea e con presenze che hanno mostrato nelle loro recenti parole connotazioni eccessivamente rigoriste e conservatrici, a cominciare da Katainen (per approfondimenti su commissione si rimanda al link1 – link-Katainen). Come già scritto il rischio è che non si giunga nei tempi necessari ad accordi che siano risolutivi e che il ritardo ed il compromesso continuino ad essere protagonisti indesiderati.

Scendendo a livello italiano lo scenario rischia di essere anche peggiore. In parte la colpa va attribuita ai centri di potere, alle tecnocrazie e burocrazie bloccanti, spesso con potere decisionale e di veto che tendono alla conservazione ed alla sopravvivenza ed in parte alle le tensioni che disperdono energie dagli obiettivi di crescita, lavoro, riforme. Esse sono molte e si notano internamente ai vari partiti (caso PD in Emilia Romagna, ma anche all’interno di FI la leadership di Berlusconi comincia ad essere velatamente messa in discussione), si notano quando arrivano i nodi di alcune riforme come quella del lavoro e dell’articolo 18, sono insite nella spending review che dovrebbe tagliare gli sprechi tra gli altri alle regioni ed alla sanità, ma evidentemente ogni centro di potere ritiene di essere efficiente e di non dover essere oggetto di tagli, si notano infine nelle votazioni per la Consulta e CSM giunta ormai alla nona tornata e che ha visto, se vogliamo clamorosamente, fallire il patto del Nazareno secondo cui avrebbero dovuto essere eletti Catricalà e Violante. Benché PD e FI assieme abbaino la maggioranza assoluta non sono riusciti a far valere il loro accordo e la conseguente squadra di magistrati, testimoniando come certi agglomerati tecnocratici e burocratici superino in forza gli stessi partiti, rendendo impossibile, talvolta giustamente e talvolta a torto, innovazioni o cambiamenti a loro non favorevoli. Se questo fatto si moltiplica per ogni decisione, riforma, processo e per ogni centro di potere esistente e per il numero di votazioni che la legislazione prevede prima di sancire l’entrata in attuazione di una riforma è ben chiaro che non è affatto possibile pensare di essere sufficientemente rapidi ed incisivi nelle azioni di governo. Fa pensare la nuova linea del Premier di velocizzare l’iter per concludere la legge elettorale “Italicum” dandole priorità rispetto alla riforma delle PA, sembrerebbe una presa d’atto che in una simile viscosità non sia possibile imprimere quell’accelerazione reclamata a gran tono da più voci a partire dal 2011. Forse si tratta davvero del primo passo verso un rischio importante, un ALL-IN per provare ad arrivare ad un adeguato livello di rapidità ed incisività  (Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14) finora non sufficienti.

12/09/2014
Valentino Angeletti
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Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida

Il Presidente entrante della Commissione Europea Jucker, ha formato in giornata la squadra dei suoi Commissari.

La volontà del Lussemburghese alla guida della Commissione era quella di creare un team politico sul quale centralizzare le funzioni istituzionali e che portasse l’Unione ad essere, citando quanto detto in conferenza stampa, “grande sulle grandi cose e piccola sulle piccole cose”.

Le novità principali relative alla govenrance riguardano la presenza di un Primo Vicepresidente vicario, l’olandese Frans Timmerman, che sarà l’alter ego dello stesso Jucker è potrà decidere sostanzialmente su tutte le questioni e porvi il veto. Il potere di veto inoltre è nelle corde anche dei Vicepresidenti, in totale sette, per quanto concerne i loro ambiti di influenza, non limitati ad una singola Commissione, ma estesi  a più Commissioni qualora gli argomenti trattati presentassero sovrapposizioni ed in tal caso sarebbe loro possibile porre vincoli mandatori.

Lo schema che ha portato a partorire il nuovo Esecutivo Europeo il quale dovrà ottenere la fiducia del Parlamento a valle di singole audizioni previste per il 21-22 ottobre consentendo un insediamento al primo novembre, è stato una sorta di Cencelli a ben vedere leggermente sbilanciato verso l’ala Popolar (che comunque ha avuto la maggioranza relativa alle ultime elezioni) – Rigorista – Tedesca pur mantenendo ad una superficiale lettura un certosino equilibrio.

Per quanto riguarda i singoli nomi vi sono alcune considerazioni interessanti.

Una riguarda il ruolo della Mogherini come Alto Rappresentante della politica estera e sicurezza con delega da VP agli affari esteri, commercio, allargamento e gestione crisi. L’incarico di “Lady PESC” additato da molti come di poco spessore ed di poca utilità per l’Italia è stato reso più pesante proprio dal nuovo modello con i VP che nel caso di Federica Mogherini le danno la possibilità di avere voce in capitolo anche sulla gestione delle crisi, elemento importante quando si parla di problema dei flussi migratori o del Mar Mediterraneo per cui non v’è un commissario specifico, e sul commercio ancor più importante considerando la natura di paese manifatturiero ed esportatore che ha l’Italia. La Mogherini lascia una poltrona vacante nel governo italiano che dovrà quindi affrontare un’ulteriore questione che si inserisce nelle molte già in essere, quali il processo riformatore che va a coinvolgere economia ed istituzioni su cui pressano la BCE che dopo aver abbassato i tassi si attende riforme e risultati ed Europa  che per bocca di Barroso rammenta all’Italia di essere ancora indietro pur offrendo il proprio sostegno al Premier; la situazione del debito; i dubbi sul deficit; la ricchezza degli italiani tornata a 30 anni fa; le problematiche interne ai vari partiti (caso Emilia Romagna) e trasversali; le tensioni con Magistratura, Sindacati e Burocrazie varie che rendono la situazione molto fluida, complessa e pesante.  Se però l’opportunità di agire sul settore commercio da parte del Ministro Mogherini sarà sfruttata nel migliore dei modi questo punto può senza dubbio portare vantaggio all’Italia e costituire un elemento di crescita economica.

Un secondo elemento è il passaggio dagli Interni al Commercio della Malmstrom, con cui la Mogherini quindi dovrà avere uno stretto dialogo e quello di Oettinger all’Economia Digitale e Società dall’Energia-Clima, commissione ora ricoperta dallo spagnolo Canete, non senza polemiche per via di presunte dichiarazioni sessiste, ma soprattutto perché in precedenza pare sia stato un grande azionista di una compagnia petrolifera (quindi gli rimprovererebbero la vicinanza con alcuni portatori di interessi ed un potenziale conflitto di interessi).

Una delle principali problematiche e motivi di tensione di questa commissione sarà quella del crescente sentimento Anti-UE che in molti stati ha movimenti politici organizzati e di grande consenso. Il caso dell’Ungheria è emblematico, ed all’Ungherese Novracsici è stata assegnata l’istruzione, cultura, gioventù e cittadinanza. Novracsics è molto vicino al presidente ungherese Orban, uno dei più nazionalisti ed Anti-UE e probabilmente nelle intenzioni di Juncker c’è anche quella di utilizzare il Commissario come testa di ponte per allentare le tensioni con il leader del governo ungherese cercando di alleggerire le sue posizioni sull’Europa. Stesso ragionamento vale per l’inglese Jonathan Hill ai servizi finanziari e mercato dei capitali che potrebbe dover avere il compito di riportare il Regno Unito verso il ripensamento sull’unione bancaria, da Londra rifiutato, ma fondamentale per il processo di integrazione europeo, anche facendo leva sul risultato incerto del referendum sull’indipendenza scozzese che molto preoccupa la City (e le società, ad esempio RBS ha dichiarato di trasferire la propria sede in Inghilterra in caso di vittoria del SI è come lei molte altre).

Infine, ma non per importanza, c’è lo spinoso, il più spinoso, nodo economico. Il nuovo Commissario agli affari economici sarà il francese socialista Pierre Moscovici, candidato sostenuto da Hollande, ma anche molto gradito all’Italia, in ottica anti-rigorista. Sembrerebbe di buon auspicio per un rinnovato approccio economico, in realtà la struttura con i nuovi VP sottopone Moscovici ad uno stretto controllo da parte del finlandese, erede di Olli Rehn, Jyrki Katainen VP per lavoro, crescita, investimenti e competitività e del lettone Valdis Dombrovski VP per euro e dialogo sociale, oltre che del Primo-VP Timmermans che si può pronunciate a tutto tondo. Essi sono annoverabili tra i falchi e perciò nelle grazie della Germania. Senza titolo di VP, ma sempre scrupolosa sui bilanci e propenso al rigore è anche la belga Marianne Thyssen, assegnataria della pesante poltrona di commissario per lavoro ed affari sociali.

La linea intransigente quindi ha saldi protettori e Francia ed Italia avranno difficoltà nel portare avanti l’idea di flessibilità in discontinuità col recente passato.
Il Cancelliere tedesco si è apertamente detto soddisfatto perché il rigore e la disciplina di bilancio, da non abbandonare, sono assicurati nella loro prosecuzione.

Ora v’è da capire quanto Juncker voglia mantenere la promessa di cambiamento fatta, ricordando gli obiettivi di crescita, lavoro, prosperità dei popoli, benessere, integrazione che sono pilastri del suo mandato. Con l’austerità tali obiettivi sono stati falliti, il risentimento contro l’Europa aumentato, il benessere come la fiducia nelle istituzioni mediamente diminuiti, gli investimenti sono scesi in molte aree e con la continuità cieca del rigore le cose non miglioreranno.
I conti vanno controllati, ma in questa fase altamente recessiva l’approccio deve essere resiliente ed adattarsi ai contesti dei quali si è solo una variabile dipendente. Gli scenari dirigono, le società si adattano, questo è il dogma da seguire.
Come detto dal neo-presidente, questa è l’ultima opportunità. O si imposta quindi un percorso di crescita o vi sarà la disgregazione dell’Unione, probabilmente non senza tensioni anche violente.

Importante sarà sicuramente il ruolo Franco-Italiano ed il semestre di presidenza italiano che purtroppo quando entrerà veramente nel vivo sarà ormai in dirittura d’arrivo (meno di due mesi effettivi di lavoro), ma soprattutto sarà decisiva la reale volontà di aprirsi a nuovi modelli di sviluppo ed economici. Questa volontà va perseguita in accordo ed in condivisione tra i 28. Il rilancio degli investimenti è fondamentale e se ne parlerà all’Ecofin di venerdì con proposte inerenti il ruolo della BEI provenienti da Italia, Francia ed anche Germania. Probabilmente non in quella occasione, ma rapidamente dovrà essere discusso anche il concetto di euro-bond.
La rigidità dei conti si è visto non consentire gli investimenti pubblici e privati necessari e reclamati da BCE e Bankitalia anche per via di un sistema bancario avaro di concessione di credito e qui si rimanda alla necessità repentina dell’unione bancaria e dia una armonizzazione normativo-fiscale.

Questo sistema eterogeneo oltre al vantaggio di una pluralità di visioni sempre positiva, mette di fronte al grosso rischio di rallentare immensamente ogni processo decisionale (un po’ come in Italia) soprattutto nelle sfere economica, di revisione dei trattati e di analisi/approvazione dei documenti di economia dei singoli stati (Italia sempre nel mirino), in un momento in cui la rapidità di reazione non è negoziabile.
Le sfide per questa Commissione non ancora insediata sono tante ed ogni sfida è vista in modo differente dai protagonisti, ognuno rappresentante di un qualche interesse che dovranno mediare e mettere in comune per la prosecuzione della strutturazione, ancora decisamente in fieri, e del futuro stesso dell’Unione Europea, che rischia di rimanere un embrione mai sviluppato completamente.

 10/09/2014
Valentino Angeletti
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La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista?

La Francia si trova di fronte ad un terremoto politico non indifferente proprio a pochi giorni dal consiglio straordinario sulle nomine dei commissari europei della nuova commissione Juncker. La coalizione di governo messa in pedi dal Presidente socialista Hollande e composta dal Premier liberale Manuel Valls e dal Ministro dell’Economia Arnaud Montebourgn decisamente più orientato a sinistra, non ha retto alla politica a dir loro eccessivamente rigorista ed accondiscendente all’asse Berlino-Bruxelles che fino ad ora ha dominato l’approccio economico europeo impostato sul rigore dei conti e sulla disciplina di bilancio.
Il Premier Valls dopo le nuove e pesanti accuse alla politica di rigore economico portate da Motebourgn al Governo francese ha dunque rassegnato le dimissioni dell’intero esecutivo. Hollande si è trovato di fronte ad una pesante vacanza in un momento delicatissimo per la Francia, con le nomine europee alle porte, con la politica estera in preda alle tensione russe e medio-orientali, con un partito socialista ridotto alla sfascio e con gli anti-europeismi che imperversano e che hanno portato alle ultime elezioni europee il Fronte Nazionale di marine Le Pen ad essere il primo partito. La Le Pen ha subitamente colto l’occasione per rilanciare lo scioglimento dell’assemblea nazionale e l’eventualità di nuove elezioni. Questa debolezza ed incertezza del Governo non fa bene alla Francia sia perché a livello economico anche oltralpe, pur con una politica industriale decisamente migliore dal punto di vista di impostazione strategica rispetto all’Italia, si sentono pesanti gli effetti della crisi e dell’austerità sia perché da adito ad un ulteriore rafforzamento del sentimento anti europeo il quale in fasi delicate sui terreni libici, iracheni, siriani e russo-ucraini, può sfociare in pesante intolleranza e xenofobia. Un sondaggio nazionale del resto certifica che per circa il 74% degli intervistati la religione islamica è intollerante e incompatibile con la moderna società francese.
Questo sconvolgimento politico in Francia arriva immediatamente dopo le dichiarazioni dell’Ex ministro dell’Economia che accusavano le politiche di rigore ed Hollande, colpevole di averle assecondate e di star continuando a farlo, per l’avvitarsi di questa crisi. Al contempo Montebourgn lanciava l’assist a Renzi per un eventuale alleanza in nome di maggior flessibilità, asserendo che il piano di riforme del Premier italiano rappresenta la corretta modalità operativa per gestire la crisi e che tutti gli stati dovrebbero seguire il suo esempio.
Queste dichiarazioni anti Bruxelles non devono essere piaciute a Valls, al quale Hollande ha dato incarico di formare il nuovo Governo (in cui però non sarà presente né Montbourg né Filippetti che probabilmente daranno vita ad una nuova fronda di sinistra). La mossa potrebbe essere letta proprio in chiave europea, infatti le quotazioni per il posto di commissario agli affari economici e monetari europeo (che fu di Rehn il finnico) del francese socialista Moscovici sono molto alte ed un’escalation dei rapporti tra Francia e Commissione avrebbe potuto compromettere questa opzione. Il posto economico in Europa è uno dei più prestigiosi, lo sarà sempre di più se l’obiettivo è giungere ad una unione più coesa e centralizzata rispecchiando quanto suggerito da Draghi agli stati membri di cedere in tema di riforme economiche parte della sovranità proprio all’Europa.
La linea più volta alla flessibilità presente nel governo francese sembra così smorzata e Valls nella creazione del nuovo esecutivo probabilmente cercherà l’appoggio del centro, essendo la sinistra in procinto di creare una nuova fronda di circa cento membri e la destra principalmente nelle file del Fronte Nazionale della Le Pen.

Nel frattempo il Cancelliere Merkel ed il Premier spagnolo Rajoy percorrevano il cammino di Santiago (in realtà pare solo 5 dei 150 Km) e si intrattenevano per 4 ore a cena. Tra i due capi di governo è emersa una grande sintonia sulle politiche del rigore di bilancio e sull’austerità. La Spagna del resto ha incassato molti endorsement e plausi per il cammino di riforme (allegoria di quello di Compostela?) intrapreso, benché il livello del debito sia raddoppiato dal 2008 ad oggi; il benessere sociale sia decisamente più basso rispetto a prima (lo testimoniano gli scontri e le manifestazioni di protesta per l’incontro tra i due leader di vari fronti anti austerità); i livelli di disoccupazione complessivi rasentino il 28%. Indubbiamente le riforme sono fondamentali ed in tal senso va dato atto all’azione di Madrid, ma a rafforzare questa vicinanza “pro rigore” che non fa di certo il gioco spagnolo probabilmente stanno concorrendo i 37-40 miliardi che la Spagna nel 2012 ha richiesto ed ottenuto dal fondo speciale UE per il salvataggio delle sue banche, operazione gestita dal Ministro dell’Economia De Guindos con il supporto fondamentale dell’omologo tedesco Wolfgang Schauble. Proprio De Guindos risulta essere il più probabile sostituto, alla scadenza del mandato a metà 2015, dell’olandese Jeroen Dijsselbloem alla presidenza dell’Eurogruppo, sostegno dato anche dalla stessa Germania. In tal senso quindi Madrid ha tutto l’interesse a mantenere ottimi rapporti con Berlino che la erige spesso a baluardo del processo di risanamento dei conti e del significato di implementazione delle riforme (come aveva provato a fare in Francia Montbourg con Renzi).

Quella che poteva (ed avrebbe dovuto) essere un’asse pro flessibilità capeggiata da Italia-Francia e che avrebbe potuto coinvolgere anche la stessa Spagna (oltre che Grecia e Portogallo) sembra in questo frangente essersi sgretolata, così come sembra ancora lontana la virata europea verso un rapido cambiamento di gestione economica della crisi. Al momento ogni nuovo approccio pare posto sull’altare del conservatorismo, probabilmente finalizzato all’ottenimento di qualche posizione di Commissario, con una conseguente corsa ad entrare nelle grazie più che di Bruxelles di Berlino.
A pagare ovviamente saranno l’Europa e tutti gli stati membri, perché ciò vuol dire altro tempo nel quale non si definisce chiaramente se l’Europa vuole continuare con l’impulso recessivo e deflattivo dato da eccessive politiche rigoriste in fasi di pesante crisi oppure se vuole aprirsi e discutere un nuovo modello che, pur non abbandonando il controllo dei bilanci anzi in un certo senso aumentandolo, sia principalmente rivolto alla crescita, agli investimenti economico-industriali ed alla creazione di benessere diffuso, dimostrandosi così (tardivamente) resiliente ai cambiamenti in atto. Il motto che si sentirà proferire continuerà ad essere quello della flessibilità nel rispetto dei patti e dei trattati che se non rappresenta un ossimoro poco ci manca.

Al momento i mercati sembrano essere stati immuni al ribaltone francese ed aver gradito le parole di Draghi, sempre pronto alle misure straordinarie, che ha spinto sulle riforme dei singoli stati e su una rinnovata centralità europea. A riportare un po’ di capitale finanziario (differente a quello industriale) in Europa hanno contribuito anche le parole della Yellen che ha confermato il tapering (i QE mensili sono già passati da 85 a 25 mld $/m) con lo stop definitivo degli acquisti ad ottobre (a patto che non vi siano elementi palesemente ostanti). Probabilmente quindi l’aspettativa di breve-medio periodo è una calo della liquidità in USA ed un aumento in Europa. Ciò ha comportato lo sprint di tutte le borse ed il ribasso di tutti gli spread, ma la situazione dell’economia reale è più incerta. A dimostrarlo è l’indice di fiducia delle imprese tedesche (IFO), mai basso come nell’ultima rilevazione, a testimonianza che, anche se il Governo di Berlino non pare recepire in modo ufficiale (per farlo probabilmente attenderà alcuni allarmi dai dati sull’occupazione che seguono fisiologicamente un peggioramento economico), il substrato produttivo è incerto. Questo sentiment è dovuto alle esportazione extra-UE penalizzate da una moneta decisamente troppo forte (benché sia in calo il rapporto €/$ il divario rimane ancora di un 30%); ai ritardi sul TTIP; alle crisi orientali, Russe, Ucraine ed alle relative sanzioni, e alla difficoltà, visto il basso livello di consumi sopraggiunto a causa della riduzione del potere d’acquisto, di mantenere alte le esportazioni verso i principali mercati dell’euro-zona (come in italia, Spagna, Francia, Grecia, Portogallo). Il campanello d’allarme sta già squillando e non va sottovalutato. Come si sa da tempo vanno sbloccati investimenti e creata occupazione e reddito, agendo sia sul fronte dell’offerta con sostegno alle imprese (credito, sburocratizzazione, flessibilità del lavoro, defiscalizzazione) sia su quello della domanda (maggior reddito disponibile), lavorando a livello europeo, nazionale e di banca centrale europea.

Lato italiano, oltre che cercare di porre sempre in cima all’agenda europea che come presidenti di turno dovremmo dettare temi quali flessibilità, crescita investimenti, golden rule, lavoro, occupazione, ma che, vuoi le nomine dei commissari, vuoi le priorità interne, vuoi le tensioni ucraine e medio orientali, vuoi Marenostrum-Frontex e le migrazioni, vuoi le crisi di governo altrui, non riusciamo ancora ad impostare in modo efficace, vi è la necessità di proseguire con il cammino delle riforme anche per fare in modo di ottenere pure noi qualche Commissario o Alto Rappresentante. Le quotazioni del Ministro Mogherini sembrano in crescita (anche dopo la dichiarazione del Min. degli Esteri Russo Lavrov che avrebbe confermato una non vicinanza con il Ministro degli Esteri Italiano; i due si sarebbero incontrati solo una volta) anche se è opinabile una così forte volontà di ricoprire una posizione fino ad ora di rilevanza limitata, soprattutto per quel che concerne gli aspetti economici ai quali l’Italia dovrebbe essere particolarmente interessata.
Il 29 agosto, immediatamente prima del consiglio UE del 30, vi è un importante CdM con al centro scuola, giustizia e sblocca italia, tre punti cardine per impostare una crescita sostenibile. In particolare sblocca italia dovrà essere riempito di provvedimenti realmente incisivi (il caso Alcoa riporta l’attenzione sulla questione dell’energia per le PMI che deve essere ulteriormente ridotto agendo su oneri di sistema, sistema di incentivazione, adeguamento del MIX produttivo e tecnologico, supporto con fondi europei alla dismissione/riconversione dei vecchi impianti che rappresentano solo un costo pagato in bolletta, con creazione di indotto nel breve-medio periodo). Ogni provvedimento ed ogni investimento, stando a quanto si legge, è pesantemente vincolato da margini ristrettissimi, non vi sarebbero (e sempre secondo i media lo stesso Padoan confermerebbe) risorse aggiuntive né tesoretti ed i risultati dell’ambiziosa spending review sono ancora da venire e da destinarsi alla riduzione del debito e delle tasse e non alla copertura di spese. Tale è la condizione cronica in cui versa l’Italia da almeno 5 anni e che senza operazioni titaniche e probabilmente impopolari oppure senza la flessibilità che si richiede all’Europa difficilmente potrà essere curata. Potranno essere trovate copertura col “bilancino” per determinati provvedimenti, ma diversi sono gli ordini di grandezza di budget in grado di sbloccare l’economia, l’industria, la produttività, l’innovazione e la fiducia del paese.
Con i risultati preliminari del CdM il Premier Renzi può andare al Consiglio del 30 provando a portare una prova della serietà dell’azione riformatrice di governo, che non sarà comunque accettata ad occhi chiusi dall’Europa consuetamente meticolosa nell’analisi dei dettagli. In ogni caso è troppo tardi per pensare che la flessibilità sugli investimenti produttivi, in innovazione, tecnologie, infrastrutture ecc possa attendere le prime evidenze delle riforme per essere concessa. La via che l’Europa adesso dovrebbe adottare è dare credito e controllare costantemente l’attuazione ed i benefici delle riforme e delle spese in investimento. Per il Premier italiano quindi sarà ancora più importante la fase di successiva implementazione, cercando di fare in modo che si giunga rapidamente all’attuazione e che non vengano semplicemente rimpinguate le pile dei decreti attuativi ancora da sbrigare.

Link:
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza 23/08/14
Padoan: crescita molto lontana da quanto previsto. Indiscrezioni di un non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona. 17/08/14
Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2 15/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande 13/08/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14

 

25/08/2014
Valentino Angeletti
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Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2

L’economia europea è congelata.
Questa potrebbe essere la frase che riassume la condizione del vecchio continente a valle dei dati di PIL Q2 di Germania (-0.2%) e Francia (0.0%). Già le previsioni non paventavano nulla di positivo, ma forse la realtà è andata un po’ oltre.
Uno di primi commenti del Premier Renzi, con un tono non soddisfatto, ma un po’ di colui che si è preso una piccola rivincita, è stato quello di ribadire come la percentuale negativa della Germania dimostri che non esiste un caso Italia, bensì c’è un caso Europa. Ha poi aggiunto, nel modo abbastanza sentenzioso (ma è solo una mia impressione) che lo sta caratterizzando nelle ultime settimane, che considerando che i dati erano a lui noti già da una settimana l’ISTAT avrebbe potuto evitare di fare la prima della classe nel diramare il valore del PIL italiano attendendo magari la stessa Germania e risparmiando così una impennata dello spread BTP-Bund.
Va detto che prima o non prima della classe se a Renzi i dati erano noti da una settimana probabilmente ai market maker che hanno mosso gli spread lo erano da un mese e quindi il fattore “momento di pubblicazione dei dati” non era altro che un diversivo per fare una mossa che avrebbero fatto comunque; come abbiamo più volte detto non sono le notizie che muovono i mercati, ma sono i mercati che cercano notizie per muoversi nella direzione in cui hanno deciso di muoversi. Se leggiamo qualche bollettino economico un dato per giustificare un impulso rialzista ed uno che contemporaneamente ne potrebbe giustificare uno ribassista si trovano in ogni piazza e quasi in ogni momento.

In realtà c’è poca da esser gaudiosi perché la situazione di evidente stagnazione non è un bene per nessuno e forse peggiora analizzando che una parte importante di questo arresto è dovuto al calo dell’export che non può far altro che colpire pesantemente i paesi manifatturieri, come Italia e Germania appunto.
A ciò si aggiungono poi le tensioni internazionali e le sanzioni commerciali alla Russia.
Per l’Italia la Germania rappresenta il primo paese per interscambio commerciale e la Russia vale interscambi tra gli 800 ed i 1000 milioni annui. Evidentemente se di una minimale sensazione di riscatto si può essere coinvolti (e nei confronti della Germania più di uno può emozionato), si tratta, passatemi la locuzione, di un “riscatto di Pirro”.
L’austerità prima e la deflazione come risultante, han poi fatto il resto con la conseguenza di mercati interni assolutamente poco dinamici, o per assenza di potere d’acquisto e salari ridotti (come in Italia) o per una ossessione nel rigore dei conti ed una resistenza ad ogni politica espansiva (come in Germania).
La Germania infatti, appoggiando e probabilmente costringendo l’Europa alla ferrea ricerca della disciplina e rigore di bilancio tramite lo strumento dell’austerità incondizionata benché in un periodo di evidente recessione, ha fatto terra bruciata attorno a se, erodendo anche quelli che erano i suoi mercati di sbocco principali, come l’Italia appunto.
Qui si è più volte ribadito che alla lunga, probabilmente sarebbe stato l’ultimo dei coinvolti, anche la Germania avrebbe dovuto pagare pegno ed ora il momento è giunto, forse anticipato dalle vicende internazionali russe che toccano estremamente da vicino Berlino in particolare su commercio ed energia. Internamente poi la Germani non ha, contravvenendo i consigli di Bruxelles, mai sostenuto i consumi forte di un export in grado di trainare il proprio PIL, riducendo di molto il proprio potenziale di locomotiva europea, ruolo che ha assolto solo parzialmente. Il surplus commerciale tedesco al 6% è al limite dei parametri e più volte le è stato suggerito di ridurlo aumentando i consumi e la spesa interna ed avviando vere liberalizzazioni, consigli sempre senza riscontro fattivo.

Allo stato attuale la condizione è molto complessa e pervasiva, si è protratta, sotto gli occhi di tutti, Commissione e BCE comprese, per troppo tempo, senza che venissero prese opportune contromisure, anzi, inasprendone gli effetti addentrandosi sempre di più in un viatico palesemente non foriero di alcun bene.

La BCE si è menzionato, ed infatti anche l’istituto di Francoforte non risulta incolpevole, prima perché non in grado di servire direttamente l’economia non regolando l’azione dell’intermediario bancario, poi perché non ha mai agito a sostegno dell’economia reale con la tempestività necessaria; e sta continuando a farlo, perché da giungo gli strumenti non convenzionali, ormai pronti a sentire i portavoce della Banca Centrale, sono slittati a settembre, ed anche a valle dei dati di PIL europei è stato ribadito che sono lì, pronti pronti ad essere usati. Ormai però i mercati, una volta entusiasmati da questo genere di annunci, sono divenuti più scettici e guardinghi.

La situazione pare essere molto prossima alla deriva, ed è composta da casi nazionali così come dal caso europeo.
Esiste dunque anche il caso italiano, perché dietro un dato non si può nascondere almeno un ventennio di gestione egoistica e fallimentare del nostro paese che ci ha portato al livello a cui siamo arrivati.

Questa stagnazione diffusa può avere il solo “vantaggio” di mettere davanti agli occhi di Bruxelles e di Berlino le evidenze dell’insuccesso, che peraltro più volte avevamo sottolineato e ribadito fortemente, della politica economica e del modello di governance fino ad ora adottato confidando che non si facciano orecchie da mercante e che si dia una rapida sterzata a cominciare dalla possibilità di mettere in discussione i patti ed i trattati, quantomeno nelle fasi di crisi acuta.

La Francia, con il suo Ministro delle Finanze Michel Sapin, ha rivelato la concreta possibilità di richiedere ancora più tempo per il rientro del rapporto deficit/PIL, ipotizzando un valore oltre il 4% a fine anno.
L’Italia ancora non è stata così esplicita e non ha preso una posizione netta, di certo potrebbe essere il momento di rilanciare (come di consueto in ritardo) quell’asse Roma-Parigi di cui si è più volte avanzata l’ipotesi (Cosa dovrà chiedere Renzi alla Merkel? 15/03/14).

Dal meridione italiano, che secondo lo SVIMEZ avrebbe perso nei 5 anni di crisi quasi il 14% del PIL e sta correndo il serio rischio di desertificazione industriale e di capitale umano, Matteo Renzi torna ad identificare come piano di crescita anti-crisi il rilancio proprio del Mezzogiorno, con grandi investimenti concentrati in pochi progetti di sviluppo (Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13).
I casi di Termini Imerese o Gela potranno già farci capire di che tipo di sviluppo si parla, se vi sarà una riconversione verso settori annoverabili nell’attualità economica, come importanti poli tecnologici avanzati, distretti di innovazione e di studio delle materie più promettenti qualche possibilità di risveglio si potrà avere, se altrimenti la tendenza sarà quella di portare avanti settori manifatturieri a poco valore aggiunto, cronicamente in perdita e senza possibilità di essere competitivi, magari con lo scopo ultimo di una difesa senza se e senza ma dei posti di lavoro senza cedere ad alcun tipo di riqualificazione o re-impiego, sarà di nuovo il fallimento.
I settori a cui il sud può guardare sono molti, dal turismo all’agricoltura, dall’alimentare alla sartoria di pregio fino alla tecnologia che è presente in alcuni distretti all’avanguardia (troppo pochi e piccoli purtroppo), fino al settore energetico che potrebbe vedere il sud come snodo chiave di quell’anello (Mediterranian Ring) che collegherebbe energeticamente Africa, Medio oriente ed Europa, contribuendo alla diversificazione geografica e tecnologica, principalmente basata su energia rinnovabile, indispensabile alla sostenibilità del nostro sistema ed al percorso di svincolo rispetto alla Russia.
Sempre in tema energetico poi il sud sarebbe particolarmente adatto allo studio dell’integrazione tra fonti rinnovabili, fonti convenzionali (incluso carbone e gas), accumulo energetico ed ottimizzazione dei flussi in rete, scenari che si renderanno indispensabili per assolvere contemporaneamente i vincoli ambientali, la qualità e sicurezza del servizio e dell’approvvigionamento venendo incontro alle esigenze dei mutati contesti urbani. Il meridione potrebbe essere davvero un laboratorio, ma servono investimenti che possono parzialmente venire dai fondi europei, ma che in altra quota parte dovrebbero venire da privati e governo, sempre meno in grado di fare questo genere di spese a meno di non rettificare i patti europei appunto. Questi temi dovrebbero essere parte del cuore del fondamentale decreto Sbloccaitalia, al varo nel CdM del 29 agosto.

Accanto al caso italiano però vi è quello europeo che necessita anch’esso di un importante intervento, servirebbe un piano “Sbloccaeuropa”, che agisca sulle dimensioni di governance e di economia, implementando una politica di gestione più flessibile, snella e meno macchinosa, ed adatta ai rapidi cambiamenti che ci coinvolgono di giorno in giorno, lavorando per abbattere ogni particolarismo e cercando di armonizzare ed integrare il più possibile l’Unione dal punto di vista fiscale, bancario, normativo, energetico, di mercato, tecnologico e via dicendo, spingendola così ad una maggior condivisione di rischi e benefici (Euro Bond), in modo che non si creino gli squilibri e le concorrenze impari ad ora esistenti. In questo piano dovrebbero rientrare i 300 miliardi che il Commissario Juncker ha pronti per nuovi investimenti ed in generale per innescare l’inizio del rilancio dell’economia europea.

Un ulteriore caso è rappresentato dalla BCE che dovrebbe concretamente mettere in azione una qualche misura non convenzionale, a maggior ragione adesso che i consumi sono bloccati, l’export è in difficoltà, le sanzioni alla Russia comportano ingenti perdite e l’Euro rimane forte. In un momento simile sembrerebbe necessario cercare di supportare l’export attraverso un leggero deprezzamento della moneta da inserire accanto a misure in grado di convogliare liquidità alle aziende multinazionali e PMI.

Ciò detto il grosso rischio che permane è quello della lentezza. Per fare un esempio, la politica USA e la FED sono molto più rapidi, si sono dati dei target sull’occupazione e non hanno intenzione di interrompere le loro contromisure ed i loro stimoli fino a che non lo avranno raggiunto. Al momento, con la fragilità di alcune situazioni mondiali contingenti che rendono ballerini alcuni dati, stanno conseguendo il risultato.
In Italia potrebbe esservi il rischio di gravi rallentamenti del processo di riforme a causa di blocchi e dissidi su particolari temi di dubbia rilevanza immediata, come l’Articolo 18, altamente divisivo, mentre a Bruxelles, durante il nostro difficoltoso semestre, la partita delle nomine sembra succhiare tempo e linfa vitale ad altre attività.

In questo macro scenario gli anti europeismi potrebbero avere gioco facile, forti dell’assenza di ogni controprova, a calcare ulteriormente la mano propagandando derive nazionalistiche e di abbandono dell’Europa.
Gli investitori ed i mercati stanno invece alla finestra, si sono raffreddati nei confronti dell’Italia, tanto che il Premier ha rilasciato numerose interviste rassicuranti a testate internazionali, e sembrano pronti a riposizionarsi altrove con il pericolo che stiano partorendo un piano autunnale per una nuova ondata speculativa nei confronti del mercato finanziario e dei debiti sovrani europei.

15/08/2014
Valentino Angeletti
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Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti

Jean Claude Juncker ha inaugurato il proprio mandato come Presidente della Commissione Europea con un discorso molto ampio che cita e riprende i padri fondatori dell’Europa condannando i nazionalismi forieri di guerre e tensioni e facendo suoi gli obiettivi di crescita e lavoro.

A parte il discorso condito dall’immancabile retorica delle grandi occasioni formali, quello che più interessa è il suo approccio alla politica europea, in particolare cosa avrà in serbo per far ripartire l’economia, la crescita, l’occupazione e gli investimenti, vale a dire quelli che sono i pilastri del mandato europeo appena iniziato. Non esistono alternative, questo è il mandato della svolta, o davvero l’Europa riesce ad imboccare, e dico imboccare poiché il varco d’uscita richiederà tempo ed impegno, una qualche via per la ripresa oppure è destinata a sgretolarsi e, senza alcun pessimismo precauzionale, a capitolare, di paese in paese, sotto i colpi della globalizzazione e dei nuovi competitotors. Concorrenti agguerriti che hanno compreso ampiamente il loro potenziale e si sono recentemente aggregati dando vita ad una ancora primordiale ed abbozzata banca centrale dei BRICS, la quale per quanto embrionale e lungi dall’essere efficace ed in grado di  “rivaleggiare” con BCE e FMI, testimonia la volontà di fare sinergia in una potenziale tendenza ad imporre propri vincoli.

A livello economico Juncker ha presentato un piano pluriennale (2015-2017) di 300 miliardi di euro in investimenti, un terzo dei quali provenienti da risorse pubbliche (BEI e Budget EU) ed i restanti due terzi da risorse private. I veicoli da utilizzarsi sarebbero cartolarizzazioni societarie, project bond, mini bond ed, udite udite, euro union bond (titoli di stato EUROPEI ad ora inesistenti destinati al finanziamento delle infrastrutture) che, pur non essendo una condivisione dei debiti sovrani che comunque prima o poi avrà da venire, sono almeno una condivisione degli investimenti che in linea teorica dovrebbero essere funzionali a tutta l’Unione e contribuire al processo di integrazione ed unificazione dei vari settori (industria, infrastrutture, tlc, energia ecc). A piani importanti i vari stati membri e l’Europa stessa non sono nuovi, ben differente è la capacità, la forza, la volontà e la sinergia per poterli realizzare concretamente.

Una considerazione che sorge immediata è che mai come ora, quando alla luce della condizioni economiche, sociali, politiche e geopolitiche, l’ UE necessita della più solida unità e condivisione di intenti e programmi, l’Europa risulta disunita e discorde su molti fattori di primaria importanza.

A dimostrarlo vi è stata l’elezione per la prima volta non unanime di Juncker, la sua conferma presso il Parlamento Europeo seguita da manifestazioni di malcontento (a cominciare dal primo partito francese, FN, con Le Pen) e dove i 422 voti favorevoli ottenuto mancano almeno di una ottantina di membri; a riprova vi è anche la vicenda che tocca molto da vicino l’Italia, vale a dire la posizione come Alto Rappresentate per la Politica Estera dell’Unione. Questa casella all’interno dell’organigramma europeo dovrebbe spettare ad un membro del PSE, il quale ha appoggia proprio la brava italiana Federica Mogherini attualmente al Dicastero degli Esteri. Il nome però non risulta ben voluto da molti, da un lato (la Germania?) le si rimprovera la mancanza di esperienza e di network internazionali sufficientemente consolidati, dall’altro vi sarebbe l’eccessiva vicinanza alla Russia di Putin, rivendicata manifestamente solo dalla Lituania, ma in realtà da tutto il blocco Ex Sovietico (la posizione di apertura al South Stream, in contrasto con la posizione ufficiale di Bruxelles,  del Min. Mogherini non è ben digerita ad est). Il Premier Renzi, forte del peso del PD all’interno del PSE ove rappresenta il primo partito, pare determinato a voler portare a casa quella poltrona, l’alternativa di esperienza alla Mogherini sarebbe Massimo D’Alema.

Un dubbio egoisticamente italiano però va posto. Considerando che le questioni estere, fondamentali in Europa, all’atto pratico sono gestite gelosamente dalle sovranità nazionali e difficilmente nel breve termine l’approccio cambierà, è conveniente insistere così strenuamente su una simile posizione?

Eliminando tutte le postazioni economiche (tagliando fuori anche Enrico Letta per la presidenza del Consiglio) che non possono essere ricoperte dall’Italia essendo il connazionale Mario Draghi Governatore della BCE, non sarebbe meglio pensare a qualche cosa di più funzionale alla nostra economia? In particolare mi riferisco all’industria (siamo in procedura di infrazione per il pagamento dei debiti delle PA), all’agricoltura (nodo fondamentale per il paese e che spesso vincola pesantemente le nostre produzioni), alle TLC ed innovazione (settori in cui siamo arretrati e dove dovremo raggiungere livelli adeguati ad un paese che vuole tornare competitivo), all’immigrazione (siamo l’approdo naturale della migrazione africana e medio orientale), al commercio (attualmente solo l’export ci sta salvando) oppure alla fondamentale energia (dobbiamo abbassarne il prezzo puntando su mercati più integrati ed infrastrutture comuni che richiedono investimenti ed una maggior diversificazione tecnologica e geografica, siamo inoltre un hub naturale per il dispaccio energetico nonché testa di ponte con l’Africa e medio oriente) che poco si discosta, superandolo per importanza e strategicità, da quel commissariato agli esteri tanto insistito.

La discordanza di visione sulla politica europea, in tal caso economica e monetaria, prevarica i confini del vecchio continente per giungere oltre oceano, dove la visione dell’FMI è ben differente da quella della BCE. Se l’istituto della Lagarde preme per una governance economica più flessibile con meno rigore che starebbe (in realtà è comprovato) bloccando investimenti e crescita, la Banca con sede a Francoforte, per bocca del Governatore, invita a mantenere duro sui vincoli di stabilità, pur con dati dell’inflazione, produzione industriale, consumi, occupazione ed investimenti che spaventano sempre di più.

Probabilmente già nelle prossime ore, e di certo prima della pausa estiva, alcuni nodi verranno sciolti, ma il pericolo che le divisioni, i particolarismi, gli interessi nazionalistici e partitici rimangano tanto da ostacolare azioni che, per non perdere l’efficacia del fattore tempo come fin qui si è più volte verificato, vanno concretizzate immediatamente, esiste e non è di poco conto.

Come è vero che prima dei nomi vengono i programmi, anzi che ne sono conseguenza riprendendo la citazione dantesca “nomina sunt consequentia rerum”, è bene non perdere di vista i reali obiettivi che la nuova Europa deve congiuntamente perseguire e raggiungere: crescita-prosperità; lavoro-occupazione; pace-sicurezza. Tre note di una sinfonia che porta al benessere economico e sociale e di conseguenza al ritorno alla piena competitività ed autorevolezza nel mondo.

15/07/2014
Valentino Angeletti
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Le due letture dell’Ecofin

È terminata la prima due giorni economica Eurogruppo – Ecofin presieduta dall’Italia sotto la direzione del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
L’esito di questa serie di riunioni è duplice, e può essere letto positivamente o negativamente a seconda dell’interpretazione che vi si vuole dare.

Il lato positivo è rappresentato dalla condivisione degli obiettivi su cui l’Italia ha, e non poteva fare altrimenti, alzato il livello di priorità; si tratta ovviamente di crescita ed occupazione. Anche i mezzi per giungere al loro raggiungimento paiono sottoscritti dagli altri ministri dell’economia presenti, ossia più integrazione e concorrenza sui mercati, più investimenti in innovazione e riforme strutturali e costituzionali.

Il lato che invece va letto negativamente, e non è da sottovalutare, è l’interpretazione di flessibilità ancora assolutamente distante tra i rigoristi ed i fautori dell’abbandono dell’austerità. I primi, dopo aver accettato di inserire il termine flessibilità nelle loro discussioni, ma attenzione perché pare che nei documenti ufficiali questo termine non compaia così chiaramente, non tralasciano mai di accompagnarlo alla locuzione “flessibilità nel rispetto dei trattati e degli accordi” cioè fiscal compact, pareggio strutturale di bilancio e tutto ciò che è stato sottoscritto e firmato. Lo stesso Padoan è allineato ad un simile concetto ed ha più volte sostenuto che la flessibilità presente nei trattai è già sufficiente.
È bene però chiarire due punti importanti: il primo è che la flessibilità così come è attualmente prevista dai patti non contempla lo “scorporo” di alcun tipo di investimento per crescita dal computo del deficit (ed è una contraddizione con uno dei mezzi per perseguire crescita e lavoro), quindi neppure investimenti in infrastrutture, investimenti nel riassetto dell’edilizia scolastica, riassetto idrogeologico e neanche, con buona pace del Premier Renzi che l’aveva paventata parlando da Venezia, applicata agli investimenti in innovazione digitale, nuove tecnologie ed infrastrutture digitali (che tanto contrastano con la misure di Equo-compenso: link). A ribadire che nessuna spesa potrà essere eliminata dal calcolo del deficit è lo stesso Commissario pro tempore agli affari Economici e Monetari, l’estone Siim Kallas, che guarda caso è primo ministro dell’Estonia, un paese che ha fatto della digitalizzazione un capo saldo del proprio sistema tanto da essere uno dei più tecnologici di tutto il vecchio continente. L’unico elemento che può essere sottratto al deficit è la quota in carico ai singoli stati dei progetti di investimento cofinanziati dall’Europa, che come paese, e dovremo porvi rimedio, siamo davvero poco abili nell’utilizzare.
Anche l’affermazione tanto in voga “Flessibilità in cambio di riforme” non pare essere ben digerita in sede europea, infatti più voci, a cominciare dal tedesco Schaeuble e dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, hanno ribadito che le riforme non devono essere un pretesto per abbassare la guardia e soprattutto che prima devono essere completate e solo dopo verrà eventualmente valutata la flessibilità da poter concedere.

Da questo punto di vista, pur condividendo all’unanimità che le riforme devono essere valutate univocamente nel loro impatto economico per poterne ricavare una flessibilità relativa coerente, che l’impatto delle riforme è progressivo e porta vantaggi a tutti gli stati membri nel medio periodo, mentre nell’immediato rappresentano un costo (di investimento) per lo stato che le esegue, che anche le riforme istituzionali (se ben fatte) rappresentano un miglioramento della governance che porta vantaggi in termini di competitività, è innegabile che il crono programma pensato inizialmente dal Premier Renzi stia procedendo più lentamente del previsto e che stiano comparendo numerose difficoltà all’interno della maggioranza ed all’interno dello stesso PD (la generazione Min ad esempio), che il dialogo col M5S si riveli decisamente complesso e che i poteri della conservazione continuino a difendere le loro posizioni di rendita. Inoltre, passando dalle riforme istituzionali a quelle per la crescita, queste devono ancora entrare concretamente nel vivo, mentre le crisi continua a stringere e ridurre i consumi degli italiani.
L’Istat certifica che nel 2013 i consumi sono stati i più bassi da quando vi sono le serie storiche, la spesa degli italiani è mutata ed è probabile che certe abitudini (talvolta non salutiste e che potrebbero ricadere sulla sanità) verranno mantenute anche quando la crisi sarà alle spalle. Gli 80 euro finiti nei mesi scorsi in busta paga dei redditi da lavoro dipendente tra gli 8 ed i 26 mila €, a mio avviso si sono riversate nei consumi (alimentari, medici o di prima necessità) o a saldare debiti e pagamenti (mutui e bollette), ma alla luce del drastico calo dei consumi è pensabile che essi non riescano a controbilanciare la diminuzione di spesa della ben più ampia platea di coloro che non hanno attinto al bonus: pensionati, partite iva, artigiani e commercianti ed incapienti. Senza rilancio dei consumi, delle esportazioni, del potere d’acquisto che richiedono investimenti per la creazione di posti di lavoro è assai complicato credere nella possibilità di sbloccare l’impasse creatasi.

In conclusione da quanto emerge dall’Ecofin pare che il grado di flessibilità necessario a creare quello shock per far ripartire l’economia europea ed italiana al momento non sia presente nei tratti: nessuna deroga per l’Italia. La frase “flessibilità entro i limiti dei patti” lascia dunque un po’ il tempo che trova, così come “flessibilità in cambio di riforme” perché se per applicare la flessibilità si attende l’impatto positivo delle riforme le tempistiche sarebbero inevitabilmente troppo lunghe.

La nuova Commissione Europea che si insedierà in autunno (altri mesi di stand by quindi) sotto la presidenza italiana, dovrà necessariamente portare sul tavolo la questione della modifica dei trattati almeno nell’interpretazione del concetto di flessibilità ad oggi palesemente insufficiente ed oscuro. Di buon auspicio per la collaborazione tra le parti che si rende necessaria in questi frangenti potrebbe essere l’apertura di Juncker (la cui presidenza deve ancora essere confermata dall’Europarlamento) ad un commissario agli affari economici e monetari del socialista.
In Italia quello che ci chiedono, ed a ragione, è più decisione, rapidità concretezza e meno scontri e divisioni interne nell’applicare il processo riformatore che deve sì coinvolgere le istituzioni, ma anche l’aspetto prettamente economico del lavoro, della tassazione su persone ed imprese, del cuneo fiscale, del taglio alla spesa, delle privatizzazioni, dell’abbattimento del debito ecc; il nostro impegno in questi temi però non può prescindere da un altrettanto grande commitment europeo nell’implementare misure che sostengano realmente la crescita e non mirino solamente al rigore di bilancio, il che vuol dire modificare i trattati per ampliare il concetto di flessibilità.
Se ciò non avverrà dimentichiamoci pure crescita, possibilità di portare a termine riforme economiche incisive, investire in crescita, creare posti di lavoro e tutti quegli interventi necessari per impostare un percorso nel tempo virtuoso. Anzi c’è seriamente da temere l’aggravarsi di una spirale che a quel punto sarebbe irreversibile.

Link su flessibilità ed Europa:
Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia 05/07/14
Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità 28/06/14

08/07/2014
Valentino Angeletti
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