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Un CDM festante… dai servizi, alle banche

Con ancora i metaboliti dei terremoti politici in vista delle amministrative primaverili con il cambio in corsa, in favore di Marchini esautorando Bertolaso, del candidato di CDX, e le contemporanee indagini su esponenti democratici in Campania e Sicilia, si è concluso un importante CDM, nel quale sono state prese decisioni rilevanti.

Il Governo, nel CDM di venerdì 29, ha presentato i nomi dei vertici delle agenzie preposte alla sicurezza nazionale, nella fattispecie sono stati rinnovati gli apici di Polizia, Finanza, Servizi e Marina. Al momento è in stand by, dopo le polemiche su Carrai, che avrebbe dovuto esserne il responsabile, il fondamentale apice dell’agenzia preposta alla Cybersecurity, entro il perimetro della quale dovrebbe ricadere la sicurezza e la privacy di tutte le informazioni top secret detenute dallo Stato Italiano. In ogni caso Marco Carrai, fidato amico di Renzi, sarà nei prossimi giorni chiamato, come consulente, a Palazzo Chigi, perché il Premier, manifestando il diritto di avere come amici eccellenti professionisti, non vuole privarsi di una sua consulenza. Oltre alla delega sulla sicurezza informatica, rimane in sospeso un’altra pedina chiave del Governo, vale a dire il ministro dello Sviluppo Economico, che succederà alla dimissionaria Guidi. La prossima settimana dovrebbe essere la volta anche di questa nomina, con voci di palazzo che pronosticherebbero che si tratterà di una figura d’industria, con tutta probabilità donna.

Le nomine ai vertici della sicurezza di Franco Gabrielli alla Polizia, Alessandro Pansa al Dis, Mario Parente all’Aisi, Giorgio Toschi alla Guardia di Finanza, varranno due anni, in quanto Renzi ha ritenuto che il nuovo Governo, dopo le elezioni del 2018, dovrà avere la possibilità di riconfermarle o meno. Vero che, come dice il Governo, si tratta di figure competenti e serie, ma è anche vero che, senza timore di essere smentiti, si tratta di uno dei più classici giri di poltrone, rispetto a professionisti che già lavoravano proprio in quel campo. Nessun rinnovamento od inserimento, magari in affiancamento, di nuove leve che avrebbero dovuto avere l’onore e l’onere di rappresentare la nuova classe dirigente, raccogliendo e facendo tesoro dell’esperienza e della contaminazione che in un affiancamento del genere avrebbero potuto maturare, dal canto loro i navigati professionisti avrebbero potuto contare in una fresca mente innovativa, tecnologica e digitale per modificare il loro approccio e punto di vista, che rischia di essere involontariamente, ma naturalmente e comprensibilmente, polarizzato e eterodiretto da anni di permanenza in ruoli similari.

Altro punto, spinosissimo, affrontato dal CDM, è il provvedimento di rimborso ai truffati dalle banche fallite, tra cui l’Etruria, la più famosa per le relazioni con la politica e Banca Marche, la più grande. Le dichiarazioni immediatamente successive alla decisione su tale misura, sono state ripetute, diffuse da tutti i media e positive, lasciando intendere che il salvataggio degli investitori fosse pressoché totale. Molto diversa invece è la realtà.

Ad essere immediatamente rimborsati, ma limitatamente all’80% del patrimonio investito e dopo l’esclusione degli interessi maturati, saranno solo coloro a basso reddito (sotto i 35 mila € lordi annui), non detentori di patrimonio immobiliare superiore ai 100 mila euro e che hanno investito prima del giugno 2014. Tutti gli altri dovranno attendere, addentrarsi in un dedalo di ricorsi e probabilmente considerare perduti gran  parte dei loro risparmi. Certamente molti hanno investito attratti da tassi decisamente allettanti, sicuramente fuori mercato, ma, per come pare si sia svolta la vicenda, è facile supporre che la maggior parte di loro fosse davvero ignara dai rischi d’investimento. Del resto se un soggetto mediamente competente in materia finanziaria venisse consigliato dal bancario di fiducia, lo stesso che magari lo ha aiutato ad ottenere il prestito sulla prima casa (che in tale vicenda precluderebbe il rimborso), difficile pensare ad un rifiuto del prodotto presentato esente da rischi.

In tutta sincerità vedo pochi squali dietro questa vicenda, se non proprio alcune banche, e vedo estrema necessità di una nuova forma di educazione finanziaria che nel nostro paese latita e ce lo ricorda l’europa stessa, così come manca una chiara e semplice informativa da parte degli istituti finanziari, che fino ad ora hanno redatto i profili di investimenti indirizzando le risposte degli intervistati a seconda del prodotto che volevano loro vendere (ovviamente senza voler generalizzare). Sicuramente su questi due aspetti ci deve essere priorità di intervento e di impegno da parte dello stesso esecutivo nel perseguire questi obiettivi.

Seppur nell’attesa del capo della cybersecurity e del nuovo ministro dello sviluppo economico e nel giubilo festante, chissà poi quanto giustificabile, per aver salvato masnade di correntisti (che sono, a conti fatti, circa 5 mila e non correntisti bensì obbligazionisti subordinati) ignari, credo che questa vicenda delle banche non sia ancora completamente conclusa.

30/04/2016
Valentino Angeletti
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La Buona Scuola: da decreto a disegno, ma per ora solo linee guida. Il Parlamento ha un’importante opportunità, comunque vada il Premier ne uscirà vincitore

L’attesa era molta e come spesso accade con le decisioni, governative nella fattispecie, che si aspettano con frenesia ed impazienza, la sua presentazione non è stata immune da polemiche.

Ci stiamo riferendo alla riforma della scuola ed all’esposizione in CdM del piano nominato appunto “La Buona Scuola”. Il principale colpo di scena è derivato dal fatto che da Decreto, esso si è trasformato all’ultimo secondo in Disegno di legge, perdendo quindi il carattere di “necessità ed urgenza” che contraddistingue tutto ciò che, invece di seguire il normale iter di confronto Parlamentare, viene decretato. Il cambio in corsa ha suscitato lo sconcerto generale, incluso quello del Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, circostanza quantomeno strana essendo l’ex esponente di Scelta Civica ed ora nel PD preposta al Dicastero MIUR direttamente interessato e che di fatto ha materialmente redatto il piano.

Stando alla realtà dei fatti nel CdM di Martedì 3 marzo non è stato presentato neppure il disegno di legge, ma solo le linee guida generali  proposte dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca affinché possano essere discusse ed approvate nel CdM del 10 marzo, dopo questo passaggio in cui l’attuale bozza dovrebbe essere licenziata essa passerà alle Camere per la discussione parlamentare.

L’elemento che ha scatenato le maggiori polemiche e preoccupazioni in particolare tra precari riguarda proprio il loro passaggio in ruolo previsto per settembre. Essendo venuto meno lo strumento del decreto, le tempistiche, proprio in conseguenza alle discussioni parlamentari che si susseguiranno, si allungano e potrebbero allungarsi anche di molto rendendo impossibile la regolarizzazione di 180’000 unità in 4 anni a partire dall’inizio del settembre venturo. Il Premier Renzi assieme al Ministro Giannini hanno subito cercato di spegnere la polemica assicurando che le risorse economiche sono presenti e che le assunzioni son una priorità fondamentale alla quale l’Esecutivo non è intenzionato a rinunciare. Lo strumento legislativo che consentirà il passaggio in ruolo dei precari verrà discusso nel CdM del 10. Di differente avviso è l’ex segretario PD Pierluigi Bersani, che alla trasmissione di Lilli Gruber Otto e Mezzo si è detto scettico sulla possibilità che il confronto parlamentare si possa concludere in tempo utile per avviare le assunzioni a settembre. Va detto però che molto dipenderà proprio dallo strumento legislativo che verrà messo in campo nel prossimo CdM.

Ufficialmente la mossa di Matteo Renzi è stata da lui stesso giustificata dicendo di volersi scrollare di dosso le accuse di essere un dittatorello che procede solo ed esclusivamente per decreto senza servirsi del confronto parlamentare. Così facendo coglie anche il suggerimento del Quirinale di limitare il ricorso alla decretazione che dovrebbe essere ampiamente giustificata e riservata a circostanze di evidente carattere di necessità ed urgenza. Questo è stato il suggerimento generale, ma rumors dai palazzi vorrebbero che proprio sul piano “Buona Scuola” il Presidente Mattarella abbia avanzato, su indicazione della corte dei conti, qualche perplessità in merito alle coperture ed alla reale presenza dei requisiti di necessità ed urgenza che avrebbero impedito il confronto parlamentare su una riforma complessiva dall’impianto piuttosto articolato (e questa complessità potrebbe a tutti gli effetti richiedere abbondanti tempi di discussione nelle due Camere).

Il ripensamento di Renzi sul decreto lascia spazio ad una riflessione. Oggettivamente non si può dargli torto quando sostiene di essere tacciato di dittatorismo se sfrutta il decreto e poi quando invece apre al confronto gli si rimproveri di voler rallentare il processo di riforma. Rimane sicuramente strano ed anche sospetto per i più maliziosi il fatto che lo stesso MIUR non fosse a conoscenza del cambio di direzione, tanto da spingere i detrattori a rincarare la dose sul suo atteggiamento autoritario nel prendere le decisioni in completa e totale autonomia. D’altronde non si scopre certo ora che a Renzi non piaccia essere contraddetto e non gradisca mettere in dubbio le proprie convinzioni, o almeno ciò è quanto lascia spesso trasparire.

L’apertura alla discussione sul tema altamente delicato della riforma dell’istruzione e della scuola, dal quale effettivamente, come sostiene peraltro il Premier, il paese è chiamato a ripartire e coltivare le sue risorse più preziose, ossia le persone con il capitale umano che mettono a disposizione della crescita individuale e di tutta la società, rimane comunque un dato di fatto e, recependo il monito del Colle, rappresenta una possibilità per il parlamento.

Di contro i dietrologi sostengono che non sia il dialogo ed il recepimento del consiglio Quirinalizio ad aver mosso Renzi, bensì la consapevolezza di un piano non completo ed esoso, senza adeguate coperture per la stabilizzazione dei precari. Conscio di ciò, ma al contempo impossibilitato a non mantenere la parola data ai precari dell’istruzione, il Presidente del Consiglio da eccellente stratega avrebbe all’ultimo secondo buttato la palla nelle mani altrui, prendendo contemporaneamente tempo. Non è nuovo alla tattica della ricerca di un avversario: i gufi; i frenatori; i sindacati; la casta; i poteri forti; le banche; gli ipertutelati del lavoro (che poi a ben vedere sarebbero i dipendenti con il vecchio contratto a tempo indeterminato). Ora è la volta del bersaglio grosso: il Parlamento. Comunque vada Renzi si è posto nella condizione vincente, in questo gli si deve riconoscere un set di marce in più. Se il Parlamento riuscirà a discutere e concludere la riforma mantenendo la stabilizzazione dei precari entro i tempi stabiliti, il Premier potrà fregiarsi del risultato conseguito sfatando le accuse di autoritarismo e potrà sempre ed in ogni momento usare questo esempio per testimoniare la sua apertura e propensione al dialogo con le Camere.
Se al contrario non fosse possibile giungere negli stretti tempi necessari a risolvere la questione dei precari, l’ex sindaco di Firenze potrà affermare che la colpa è del Parlamento che non ha a cuore il bene del paese e dei lavoratori coinvolti, ma solo il proprio tornaconto partitico e/o personale; potrà allora addurre questo esempio per giustificare l’uso del decreto, solo ed esclusivamente finalizzato a portare a compimento le riforme “scomode” e perciò osteggiate dagli avversari che compongono quella palude che lui vorrebbe bonificare come fosse un Agro Pontino. In quest’ultima ipotesi tra l’altro Renzi , oltre a mettere a tacere le accuse di autoritarismo, avrebbe l’opportunità di fortificare ulteriormente la sua posizione in vista di eventuali elezioni anticipate che potrebbero tornargli molto utili, dando per scontata una sua vittoria in assenza di avversari realisticamente all’altezza, per affrontare la questione delle riforme costituzionali che necessitano di 4 passaggi parlamentari senza subire modifiche: partita delicatissima e spinosissima qualora mancasse un adeguato supporto sia del governo che interno al PD, ambedue al momento non scontati. È perciò evidente come una maggioranza tutta Renziana possa tornargli estremamente comoda.

Anche in questa vicenda, non costituendo eccezione a tutte le altre sia passate che future, i detrattori ed i sostenitori del Premier hanno elementi per fortificare la propria posizione. Del resto se la visione di partenza è già polarizzata si è portati a credere solamente a ciò a cui si vuol credere quandanche non si abbiano sufficienti elementi di certezza ad avvalorare la propria posizione.

Quale che sia lo spirito che ha convinto il Premier ad abbandonare il decreto è oggettivo che il Parlamento è chiamato a discutere un tema chiave, uno di quelli in cui non si può essere approssimativi per la volontà di fare presto. Sulla scuola, che è sinonimo di futuro, è corretto riflettere un minuto in più, prendere un poco di tempo. Dalla formazione e dall’istruzione dipenderà gran parte dello sviluppo del nostro paese ed il sistema scolastico-universitario ha chiaro bisogno di essere modernizzato, attualizzato, reso meritocratico e collegato proattivamente a quel mondo del lavoro dal quale è diventato sempre più avulso ed estraneo. Responsabilità delle Camere è sfruttare questa opportunità per dimostrare la propria serietà spesso latitante partorendo in tempi ragionevoli, ma commisurati alla portata della riforma, un risultato davvero concreto e migliorativo sulla nostra scuola. Se sarà raggiunto l’obiettivo di una Scuola davvero Buona allora l’eventuale slittamento di qualche mese (si parla di passare da settembre a marzo) della stabilizzazione dei precari sarà un prezzo assolutamente ben pagato ed anche loro stessi ne trarranno, con appena qualche mese di ritardo, un beneficio maggiore e più duraturo.

04/03/2015
Valentino Angeletti
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Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno

Giorno dell’importante consiglio dei ministri su giustizia, sblocca italia, scuola.

La presentazione delle linee guida sulla scuola sono slittate; probabilmente non c’è stato modo di reperire le coperture per le assunzioni previste ed anticipate dal Ministro Giannini. Grande è stata l’indignazione dei professori e dei precari. Il fronte scuola doveva essere un pezzo forte della giornata ed avrebbe dovuto “sorprendere”. Il Premier giustamente punta molto sul settore istruzione, università e ricerca. Ciò è più che giusto perché la ripartenza del paese non può prescindere da un sistema di formazione che miri all’eccellenza, al rilancio dei talenti e del capitale umano, così come gli investimenti e le aziende necessitano di competenze e di un sistema di istruzione che sia più vicino alle loro oggettive esigenze. Al momento lo scollamento è notevole.
Il miglioramento del settore istruzione dovrebbe inoltre garantire più opportunità per tutti, prescindendo dal ceto sociale e basandosi su meritocrazia e competenze in modo da demolire quel meccanismo di politica ed economia relazionale che ha dominato in Italia.
Link capitale umano
Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/14
Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/14
CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO 04/05/13

Al centro del CdM rimarranno dunque lo sblocca italia che deve assolutamente essere riempito di quei contenuti necessari a far ripartire gli investimenti. Risorse quindi destinate alla ripartenza di opere ferme, alla prosecuzione o inizio di opere immediatamente cantierabili, alla ristrutturazione dell’edilizia scolastica, ma anche al settore energetico per abbattere il costo dell’elettricità. Tolti questi ed altri paletti, come fisco, burocrazia, legalità – giustizia, aleatorietà del sistema regolatorio e normativo, investitori seriamente interessati a far fruttare i loro capitali nell’industria italiana si troveranno in modo automatica e saranno sia nostrani che internazionali.
Ovviamente per far ciò ci vuole la volontà politica ed è bene che si trovi alla svelta.
Giusto per citare due esempi, qualche anno fa la British Gas ha abbandonato il progetto di costruzione di un rigassificatore nel brindisino proprio per la burocrazia e l’incertezza normativa, dopo aver già speso e perso 250 milioni di €. Analogamente i giorni scorsi una ditta di bio-componentistica e protesi statunitense ha deciso di abbandonare il piano di investimento in italia sempre per le medesime ragioni legate a giustizia, burocrazia e norme sibilline talvolta incomprensibili che non lasciano spazio alle certezze necessarie per investire.

La Giustizia è il terzo tema presente al CdM, probabilmente in questa prima fase verrà coinvolta solo quella civile, lasciando il penale ad una seconda fase. Media maliziosi dicono che sia per non disturbare troppo l’alleanza con Forza Italia e con NCD.

Nei giorni scorsi dal Ministero dell’Economia si è assistito ad una accelerata molto potente sulla privatizzazione di Eni ed Enel. Le critiche come al solito quando si parla di queste tematiche sono molte. C’è chi parla di svendita, chi di cessione di asset strategici, chi ritiene che la fase di mercato non sia corretta e via dicendo. La cessione dovrebbe interessare il 5% di Enel e poco più del 4% di Eni per fruttare complessivamente circa 5 miliardi. Le aziende sono ovviamente strategiche ed è bene che si abbia modo di valutare ed appoggiare piani industriali che puntino a rilanciare la competitività del paese e delle aziende stesse, evitando di dare carta bianca a chicchessia senza un controllo e senza voce in capitolo.
Non c’è spazio però per l’avversione a priori, ad esempio il modello public company (appoggiato da Morando) che garantirebbe comunque il controllo statale è molto apprezzato altrove e vi sono esempi di ottimi risultati.
Non esistono altresì fasi di mercato favorevoli o sfavorevoli per azioni simili, il mercato può sempre crescere e sempre calare (fino allo zero), ma esistono fasi favorevoli o sfavorevoli se incrociate con le condizioni al contorno e le necessità impellenti.
In questo momento il vero punto su cui farsi qualche domanda è che queste privatizzazioni sono state anticipate di circa un anno da quelli che erano i programmi originari perché i dati economici si sono rivelati peggiori, perché le risorse sono sempre meno, perché la spending review (che avrebbe dovuto ridurre il debito) va a rilento ed anche gli interventi sulle partecipate pubbliche risultano complessi (anche solo il loro conteggio), perché ancora siamo lontani dalla flessibilità europea ed alla politica monetaria che potrebbero essere utili ed auspicabili, perché la privatizzazione di Fincantieri ha portato ad un gettito inferiore al previsto (450 mln € VS 600 mln € stimanti) e perché, alla luce dei conti e dei bilanci, i nuovi amministratori di Poste e Finmeccanica hanno ritenuto che non sia percorribile la quotazione immediata (stesso discorso vale per Enav). Queste son le domande da farsi per inquadrare una situazione davvero complicata.

Puntando il focus sull’Ucraina e la Russia continua l’escalation delle tensioni. La Nato, ed il Ministero degli Esteri svedese confermerebbe, avrebbe prove di interventi di uomini e mezzi dell’esercito regolare Russo in Ucraina, cosa sempre smentita da Puntin. Ciò ha portato il Premier Renzi, presidente di turno dell’Unione europea, a telefonare a Putin per esprimere le rimostranze europee di fonte ad un simile gesto. Il Presidente Obama, condannando l’azione, ha avanzato la più che realistica ipotesi di inasprire ulteriormente le sanzioni, le quali indubbiamente hanno già un pesante risvolto sulla già debole economia europea che a questo punto dovrà considerare di richiedere un maggior supporto agli USA stessi anche e soprattutto in tema energetico, cosa non semplice per via delle infrastrutture necessarie, e commerciale (TTIP?).
Quando si parla di Russia ed Ucraina l’energia non può non essere un tema centrale. Da tenere a mente anche i problemi gravi in medio oriente ed in Libia con possibili conseguenze sui prezzi delle materie prime.
L’ex AD Eni, Paolo Scaroni, nel tranquillizzare di fronte elle prime tensione russo-ucraine nei mesi scorsi, asseriva che per approvvigionamento energetico l’Italia è in grado di sopportare un evento critico singolo (N) in un paese fornitore (Russia ad esempio), ma non due eventi simultanei (N+1) presso nostri fornitori principali, quindi ad esempio in Russia e Libia.
La politica del nuovo corso Eni è basata proprio al riequilibrio ed alla diversificazione degli approvvigionamenti, ad esempio dall’Africa dove sta portando avanti importanti investimenti e dove ha trovato ulteriori idrocarburi, ma ancora la dipendenza russo – libica del nostro paese è preponderante e la ritorsione energetica russa a valle di nuove sanzioni assolutamente possibile. Vero è che le scorse stagioni relativamente miti hanno consentito buoni stoccaggi, ma è anche vero che le previsioni (con tutta la aleatorietà del caso) invernali parlano di un freddo anomalo da ottobre a gennaio con possibili -15°, -18° e nevicati su tutta la penisola incluse Napoli e Roma.

IN aggiunta l’Istat (www.istat.it) continua a diramare dati su inflazione ed occupazione tutt’altro che incoraggianti.

In sostanza la complessità degli scenari è all’ordine del giorno….

28/08/2014
Valentino Angeletti
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