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Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE

cons-1112011224357aL’ultimo consiglio europeo sotto la presidenza italiana, che si concluderà ufficialmente il 13 gennaio, è ormai alle spalle ed è già tempo di bilancio.

Dal punto di vista di Matteo Renzi, Premier italiano e presidente europeo di turno uscente, questo semestre sarebbe stato il semestre spartiacque tra austerità-stagnazione e crescita-lavoro. In realtà lo stesso Premier non pare troppo convinto di ciò, infatti anche lui stesso, abituato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno presentandolo in taluni casi come strabordante, ha definito il piano di investimento di Juncker, in realtà l’unica vera eredità di questo semestre se si esclude la formazione della nuova Commissione, come un po’ poco coraggioso e ciò detto da lui vale più di mille analisi.

Effettivamente se si pensa alle attese con cui era stato caricato da Renzi questo semestre, e immediata è l’analogia con le aspettative di cambiamento, di apertura di una stagione di riforme attuate a cadenza mensile con tanto di crono-programma, profuse in Italia, ha deluso, trascorrendo molto sotto tono e totalmente caratterizzato dal rinnovo delle commissioni, con unica vero risultato (per taluni positivo, per altri no) di aver ottenuto la Mogherini come alto rappresentate della politica estera e sicurezza europea, e dalle tensioni in politica estera, ancora in corso, che spaziano dalla crisi russo-ucraina alla situazione medio orientale, libica e del Mediterraneo, passando per la guerra sui prezzi del greggio. Curioso, ma da non sottovalutare, come l’Italia, e per posizione geografica e per interessi economico-commerciali, risulti molto penalizzata su tutti i fronti: gli scambi commerciali con la Russia sono notevoli e le sanzioni imposte indubbiamente penalizzano la nostra economia, la Libia è nostra fornitrice energetica, così come la stessa Russia il cui gas transita attraverso l’Ucraina e sappiamo bene che le forniture potrebbero essere a rischio sia per ritorsioni russe che ucraine. Ripercussioni per il nostro paese potrebbero derivare anche da una guerra sul greggio se portata all’estremo perché, a fronte di un calo dei prezzi che si sta effettivamente verificando, potrebbe esserci una ulteriore spinta verso la deflazione (come già detto in precedenza – LINK).

Anche il concetto di flessibilità sicuramente non ha raggiunto il livello che Renzi intendeva raggiungere o quanto meno aveva comunicato di voler raggiungere, perché se il termine è diventato di uso comune, quasi abusato, in realtà mai ci si è avvicinati ad una reale discussione su una flessibilità che fuoriuscisse dai trattati, nonostante una situazione economica ben più che problematica e senza segni concreti di inversione di tendenza; la flessibilità utilizzata è sempre stata, e non senza scontri, quella dei patti, insufficiente per dare quello shock al sistema che serve in questi momenti. Nemmeno pensabile quindi un avvicinamento al risultato che Renzi dichiarava di voler raggiungere, ossia recarsi a Bruxelles e “battere i pugni sul tavolo” (locuzione un tempo giornalmente proferita ed oggi scomparsa) per avere una revisione dei trattati, abbattendo in particolare “quell’anacronistico vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL” che rimane tanto anacronistico quanto attuale. La la linea tedesca ha avuto costantemente la meglio e, sia nelle azioni che nella comunicazione, il terzetto Merkel, Schauble, Weidmann non deve prendere lezioni da nessuno: è un tridente micidiale, invincibile fino ad ora.

Avevamo già avanzato dubbi sul piano Juncker (LINK), dall’ultimo Consiglio emerge la possibilità dell’applicazione della “Golden Rule” che consente lo scorporo degli investimenti per progetti di crescita (infrastrutturali, energetici, tlc, trasporti ecc) dal deficit. L’applicazione della regola aurea sarebbe ovviamente limitata alle sole quote di investimento destinate al pino di Juncker, ma anche in tal caso sì è di fronte solamente ad un intento futuro perché i dettagli saranno definiti il prossimo anno. Il piano Juncker prevede lo stanziamento da parte dell’Europa di 21 miliardi (16 dalla UE e 5 dalla BEI) per crescita che dovrebbero lievita a 315 grazie ai contributi dei singoli stati membri e soprattutto degli investimenti privati (ribadiamo che non è semplice pensare un così cospicuo moltiplicatore degli investimenti verso un terreno poco promettente come in questo momento è l’Europa a fronte della presenza di altre zone del globo che hanno ripreso a macinare punti di PIL). Lo sconto sul calcolo del deficit quindi non è stato definito, nè si sa se sia limitato agli investimenti in conto capitale o se includa anche i cofinanziamenti; in sostanza non è ancora chiaro se e quando questo principio verrà davvero applicato, per ora rimane annuncio.

Un buon risultato invece è quello della concessione del pagamento rateizzato, qualora fosse necessario, della quota che i singoli stati membri devono corrispondere al budget europeo.

Per quanto si è potuto costatare, affinché vi sia qualche possibilità che la Golden Rule sortisca effetti non nulli, essa dovrebbe essere applicata a tutti gli investimenti dei singoli stati, a prescindere da piano Juncker. Ovviamente ciò trova le opposizioni tedesche che, oltre a ribadire correttamente come vadano portate a termine ed attuate le riforme, non hanno assoluta intenzione di concedere allentamenti sui vincoli. La stessa Merkel lo ha sottolineato proprio durante il Consiglio, ribattendo a Juncker in riferimento alla possibilità di applicazione della regola d’oro al suo piano. A causa di un simile contrasto il prossimo anno quando i dettagli dovranno essere discussi e decisi, essa sarà una partita tutt’altro che facile, scontata e rapida. Il Cancelliere tedesco avrà la solita voce in capitolo e di certo influenzerà la decisione e se si verificherà che sul piano Juncker ceda qualche decimetro di terreno c’è da star certi che avrà già trattato una contropartita a suo beneficio altrove.

Sicuramente da prendere atto dell’impegno italiano nel rispetto dei vincoli, quelli che non v’è stato modo di rivedere, e questo l’Europa lo deve riconosce. Per il resto, la legge di stabilità del nostro paese è stata rimandata a Marzo con una sorta di ultimatum (LINK – LINK) che ha portato con se dichiarazioni al veleno e seguenti smentite che lasciano trasparire come la tensione sia alta, la linea non condivisa e soprattutto non chiara neppure alle più alte figure dell’istituzione europea. La sensazione è di un navigare a vista, deleterio quando si è di fronte ai problemi attuali e dove i populismi e gli anti-europeismi sguazzano e proliferano copiosi, ed effettivamente è ciò che sta pericolosamente accadendo in Europa anche per via della situazione di disagio sociale che da Grecia a Portogallo passando per talune zone della Spagna non può essere negata.

Sulla nostra ex finanziaria recentemente “fiduciata” dal Senato, il Ministro Padoan ha dichiarato che è un elemento che ci da autorevolezza in Europa, dimostrando la nostra serietà.

Difficile che la nostra autorevolezza possa incrementare se le istituzioni europee ne hanno seguito lo sviluppo, ossia la presentazione di un Maxi Emendamento composta da circa 780 modifiche tre le quale alcune anche avanzate dal Governo, proposto al Senato alle 19:00 di sera con voto alle 4:00 di mattina (Sergio Zavoli, 91 anni 22 ore consecutive in aula… io non ci avrei capito nulla dopo la metà del tempo….). Sostanzialmente i parlamentari non hanno neppure avuto il tempo materiale di leggere li Maxi Emendamento, figuriamoci di approfondirlo. Inoltre alle 4:00 di notte, in un tour de force simile, difficilmente si ha la lucidità necessaria a prendere decisioni delicate. In genere a quell’orario la probabilità che ci scappi il pastrocchio è alta. Come se non bastasse la legge sarebbe stata presentata con errori e parti incomplete tanto che anche il Governo stesso si sarebbe scusato per i ritardi. Adesso, dopo un nuovo vaglio della commissione bilancio, andrà alla Camera, il tutto per concludersi prima di Natale. Se poi i ritardi e gli emendamenti sono serviti a togliere le cosiddette mance, come ha sostenuto Renzi, ben venga, ma è difficile pensare che, tra le 780 modifiche, tolta una mancia non ne sia stata introdotta un’altra (vengono riportate quelle ai trasporti, ai giochi d’azzardo, ai porti ecc).

Infine, anche la fretta sulla riforma del lavoro e quella elettorale (differente è la discussione sull’Ilva, che pure si terrà in quei giorni, perché in per l’acciaieria vie sono le motiziavioni tecniche di mancanza di liquidità ad imporre la massima rapidità) in Parlamento nel “blitz natalizio” del 24-27-28 dicembre quando nessuno si interessa di politica e quando i banchi parlamentari rischiano di essere vuoti per le imminenti festività in corso, la spending review quasi scomparsa assieme al lavoro di Cottarelli, ben pagato poi accantonato chissà dove, e l’imminente dimissione del Presidente Napolitano, che a questo punto dovrebbe comunicare una data precisa, danno l’impressione che il clima del paese rimanga incerto ed instabile; ciò è percepito anche all’estero, come riportato da Les Echos.

Ora il semestre è alle spalle, quel che è stato fatto (poco e non solo per colpa propria) è stato fatto, adesso la politica dovrebbe certamente a continuare a lavorare (meglio) in Europa e concentrarsi sulla situazione nazionale (non solo sull’elezione al Colle per la quale i coltelli si stanno già arrotando) tutt’altro che stabile, semplice da gestire ed scarsamente orientata alla crescita ed all’attrazione di investimenti.

21/12/2014
Valentino Angeletti
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Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia.

BuBa Si apre un nuovo capitolo nella storia europea tra rigoristi e sostenitori  dell’abbandono dell’austerità, o se preferiamo tra falchi e colombe. Questa volta ad  opporsi in tenzone sono la Bundesbank (BuBa) e l’Italia, rappresentata dal Premier  Renzi e da pochi giorno presidente di turno del consiglio Europeo.

La BuBa, per bocca dell’influente presidente Jens Weidmann, avrebbe attaccato la  richiesta di “flessibilità” dell’Italia, che a dire il vero racchiude le richieste di molti altri  stati ed una volontà comune e trasversale che pervade l’Europa animata dalla  comprovata necessità di cambiare strategia economico – politica in modo da perseguire una crescita sostenibile tenendo in debita considerazione gli scenari macroeconomici e congiunturali e puntando ad evitare la ciclicità delle crisi dovute ad una eccessiva finanziarizzazione dell’economia a scapito delle attività produttive reali e concrete. Il rimprovero della BuBa riguarda la possibilità di contrarre ulteriore debito, pericoloso per uno stato come l’Italia ove il debito è estremamente pesante, che, per l’istituto tedesco, non consentirebbe crescita bensì contribuirebbe a rendere ancora più precaria la stabilità finanziaria dei paesi richiedenti. A ciò si aggiunge la scoccata, quasi personale al Premier italiano, che viene rimproverato per le tante parole, la poca concretezza e la lenta azione, riassumendo, il concetto si esprime nella frase “le riforme vanno fatte, non solo annunciate”.

La risposta piccata e dura di Renzi non è tardata ed ha sottolineato nettamente come sarebbe bene che la BuBa si occupasse del proprio mandato e non interferisse nella politica di un paese, l’Italia, fuori dal suo perimetro di competenza. Forse non era nelle intenzioni di Renzi, ma il riferimento ai bilanci ed agli pseudo aiuti di stato convogliati verso le banche territoriali tedesche (LadersBank) dai conti incerti, avvezze alla leva, troppo piccole singolarmente per rientrare negli accordi di Basilea, ma decisamente importanti se prese nella loro totalità, è immediato ed automatico.

Aspri scontri non sono nuovi, ricordiamo lo scambio di battute tra Lagarde, IMF, e Draghi, ECB, sulla politica monetaria; ovviamente, per non compromettere i rapporti internazionali, anche in questa circostanza le rettifiche e l’abbassamento dei toni da parte dei vari portavoce è stato immediato. Sia dall’Italia che dalla Germania,vuoi per bocca dei diretti interessati vuoi per tramite dei portavoce ufficiali, è stato confermato l’eccellente rapporto tra i due paesi, tra Renzi e Merkel e tra i rispettivi ministri delle finanze, Padoan e Schaeuble  in quest’ultimo caso introducendo anche l’elemento della forte amicizia personale.

Il primo appunto da fare è che non è assolutamente la prima volta che tra dichiarazioni e smentite la Buba, il ministero dell’economia e delle finanze tedesco e la Merkel si lasciano andare in un confuso ping pong di dichiarazioni che se da un lato aprono alla maggiore flessibilità ed alla possibilità di concessioni a patto di comportamenti virtuosi dando speranza per una nuova struttura europea, dall’altro ribadiscono l’assoluta inflessibilità degli accordi e l’impossibilità di violarli. Tutto ciò lascia ampio spazio alle libere interpretazione della reale volontà tedesca, ancora oggi non manifesta, facendo sospettare i più maliziosi (tipo il sottoscritto, ma in genere sbaglio….) di una furbesca e strutturata strategia per lasciare tutto inalterato beneficiando (nel breve termine, perché nel lungo le cose cambierebbero drasticamente…) della situazione oggettivamente loro favorevole.

Il secondo punto da analizzare risiede nei contenuti delle dichiarazioni della BuBa. Ancora l’Italia, pur avendo fatto progressi, non ha riconquistato quella credibilità che consente di dare garanzia sull’eventuale utilizzo delle risorse aggiuntive. Nuove procedure di infrazione europee continuano ad essere aperte, gli scandali per tangenti non cessano di minare il nostro sistema economico-industriale così come i costi delle grandi opere sono incredibilmente superiori rispetto ad altrove, Grillo, generalizzando infantilmente, esorta l’Europa a non dare fondi all’Italia poiché finirebbero diretti nelle mani di ‘ndrangheta e camorra; il processo di riforme, di taglio del debito e della spesa pubblica, e le tempistiche che lo distinguevano da un puro sogno, non seguono la tabella del “cronoprogramma”. Nonostante l’indubbio impegno e la buonissima volontà di Renzi, troppi sono gli impedimenti ed i compromessi da accettare, le burocrazie e le tecnocrazie da sconfiggere, i loro poteri da escludere (tanto che si scrisse: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14), inoltre il governo rimane sempre e comunque di compromesso e nelle posizioni apicali (politiche e burocratiche) spesso non vi sono sostenitori della discontinuità e del cambiamento, anzi vi sono i beneficiari del sistema in essere. Un sintomo di questa tendenza al conservatorismo ed alle difficoltà a 360 gradi per il Governo nel concretizzare il radicale piano di cambiamento di cui il paese ha bisogno, è riportato oggi sul giornale “La Notizia” secondo cui: “La riorma della Pubblica Amministrazione presentata dal Governo vieta di assegnare incarichi dirigenziali ai dipendenti in pensione. Lo stesso Governo ieri invece ha nominato il pensionato Ortona presidente di Arcus…”, qualora fosse confermato ogni commento sarebbe superfluo. Evidentemente è necessario il reale cambio di passo ancora assente a dispetto di alcuni appassionanti quanto sporadici sprint e scatti, troppo spesso vanificati dalla percentuale della salita. Si deve per tanto sciogliere immediatamente il nodo delle riforme istituzionali e devolvere tutte le energie al piano di riforme per la crescita seguendo anche quelle che sono le linee guida europee. Indirettamente ciò è confermato dal Ministro Padoan e dal Presidente della CdP Bassanini a margine di un convegno organizzato congiuntamente da BEI e CdP e dal rapporto dell’antitrust. La CdP ricorda la necessità per l’EU, e per l’Italia in particolare, di maggiori investimenti ovviamente privati, ma anche pubblici. Per il nostro paese gli investimenti sono preoccupantemente a livello del 95 e se è vero che i privati dovrebbero investire di più in innovazione e tecnologia di prodotto e di processo è anche vero che lo stesso dovrebbe fare il pubblico ad esempio nelle grandi e piccole infrastrutture e per innovare ed ottimizzare le PA (contribuendo ad abbassare la spesa pubblica nel medio periodo ed aumentando la qualità del servizio, riducendo i tempi per la burocrazia con vantaggio per cittadini ed imprese che dovrebbero “sprecare” meno giorni a combattere con le carte risultando più produttivi), ma questo elemento non può prescindere dal concetto di flessibilità di cui parleremo in seguito. L’antitrust invita invece ad accelerare sulle privatizzazioni ( i target previsti di 12 miliardi per il 2014 sembrano difficilmente raggiungibili) approvando il piano per la messa sul mercato di quote di Poste, a rilanciare la competitività attraverso una maggiore concorrenza a cominciare dai settori chiave di energia, elettricità, gas, assicurazioni, banche, telefonia, ed infine, confermando le cricche del sistema italiano, a risolvere il problema dell’economia di relazione che tante risorse economiche ed umane sottrae allo sviluppo del paese (viene naturale un pensiero alla non applicazione del concetto di meritocrazia e scalata sociale…Tangenti Expo 2015 …. amara conferma che per “noi” non c’è spazio – 08/05/2014).

Il terzo punto è proprio quello della flessibilità a livello europeo, tanto chiesta da tutte le colombe, in linea di massima assicurata dai falchi, ma ancora oscura ed invero mai menzionata nei documenti ufficiali che rammentano solamente come i trattati prevedano già “un certo grado di flessibilità”. Anche Barroso, presidente di Commissione Eu uscente, proprio dall’Italia ha ribadito la necessità di un’Italia forte, ma anche di rispettare gli accordi europei. Ora, il nostro paese ha bisogno di una flessibilità che esuli dai patti, nel senso che considerando le condizioni economiche, la tendenza del debito tra il 132 e 133% del PIL, i dati sullo stesso PIL costantemente rivisti al ribasso è impossibile rispettare il fiscal compact (che sostanzialmente prevede la riduzione della parte eccedente il 60% del rapporto debito/PIL di 1/20 all’anno a partire dal 2015) così come  non è pensabile raggiungere il pareggio strutturale di bilancio (nonostante la concessione di un anno in più) ed abbassare il rapporto deficit/PIL che dal 3% dovrebbe tendere all’ 1.5%. Anche solo mantenere a tempo “indeterminato” fino all’uscita dalla crisi il 3% sarebbe uno strappo decisamente consistente ai trattati europei da noi stessi sottoscritti. In tal senso si richiede più flessibilità, come è vero che in tal senso i patti non si possono rispettare e vanno rivisti ed allentati, altrimenti l’Italia, così come altri stati dell’unione, rischierebbero di far tracollare l’Europa trascinando, prima o poi, anche la Germania. Di ciò si dovrebbe discutere in Europa e di questi fattori dovrebbe costituirsi il patto di flessibilità e crescita siglato dal Consiglio EU; di fronte al rischio dello sgretolamento europeo è evidente che il prezzo di una condivisione dei debiti (solo per fare un esempio) sarebbe ben poca cosa.

Per capire come si vorrà impostare la direttrice europea e le intenzioni della Germania, sarebbe bene che al venturo Presidente di Commissione fosse esplicitamente richiesto di sottoscrivere un documento (che a ben vedere dovrebbe essere promosso dall’asse Italia – Francia) chiaro, senza possibilità di interpretazioni soggettive, ove si mettessero nero su bianco ed avessero valore vincolante le richieste, le misure ed i provvedimenti che l’Europa vorrà rapidamente e concretamente adottare per indirizzare l’uscita dalla crisi, così come indicare (non avendo potere in merito) quella che secondo Bruxelles dovrebbe essere la politica monetaria della ECB e comunque essere sempre presente nella discussione delle misure dell’istituto di Francoforte. Qualora, e spiacevolmente perché sarebbe un disattendere una votazione popolare che per quanto strana e risicata è stata pronunciata, ciò non avvenisse si potrebbe pensare che il Parlamento Europeo, nell’ultimo passo formale del processo di successione alla presidenza di Commissione, non acconsentisse all’ascesa di Juncker. Di certo sarebbe un segnale forte e non privo di rischi, ma giunti a questo punto pare che la risolutezza e la decisione siano indispensabili e non più prorogabili.

Che le due partite, quella delle riforme e del cambiamento in Italia e quella dell’abbandono dell’austerità e dei particolarismi in Europa, distinte ma all’interno di un medesimo torneo, fossero improbe lo si sapeva, così come è tremendamente complesso ottenere concessioni dalla Germania, ma la necessità di portarle a casa entrambe è di gran lunga più necessaria rispetto alla loro difficoltà ed è questo il concetto che dovrebbe muovere le riflessioni dell’Italia e dell’Unione.

05/07/2014
Valentino Angeletti
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