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Lavoro ed investimenti, il filo che lega Coalizione Sociale di Landini e l’inchiesta “Sistema”

Il movimento di Landini, Coalizione Sociale, non è ancora nato e nemmeno si sa che obiettivi abbia.

Nonostante la fitta nebbia che ancora l’avvolge, tale iniziativa è già stata misconosciuta da tutte le forze che possono ricondursi alla sinistra eccezion fatta per SEL.
La CGIL non si è sentita di dare appoggio anche solo verbalmente a Landini e la stessa Camusso ha preso posizione contraria rincarando la dichiarazione ufficiale del portavoce nazionale del sindacato.
Il PD ha preso le distanze, e non solo quello renziano che era ovvio si sarebbe contrariato visto l’accantonamento dell’amore tra Premier e Segretario Fiom dei primi minuti al quale ora è preferita di gran lunga la partnership con Marchionne, anche nella sua componente DEM dei vari Civati, Cuperlo, Bersani, Mineo, D’Attorre, Chiti che ormai devono prendere atto di non essere più né influenti né considerati all’interno del partito del quale fanno ancora parte e che taluni di loro hanno contribuito a fondare.
Anche nell’aria DEM del PD le posizioni su come portare avanti i propri valori ed ideali politici di sinistra sono molto differenti: i più moderati facenti capo al nostalgico della ditta ormai inesistente Pierluigi Bersani vorrebbero esercitare dall’interno la loro influenza, mentre l’aria più Civatiana sarebbe anche disposta a valutare la fuoriuscita da un partito oggettivamente agli antipodi rispetto a quello di appena qualche mese fa.

Non c’è dubbio che i tempi cambiano e chi non sa capire il cambiamento ed adattarsi si farà fagocitare da esso subendolo inerme.

Incredibile e sorprendente come nella sinistra non ci sia capacità di unirsi e formare una coalizione politica degna di tale nome e che possa ambire ad un certo seguito, ovviamente a tutto vantaggio degli avversari.

La leva con la quale è stato aperto il vaso di pandora della furia landiniana è stata il lavoro. Strettamente legato al lavoro ed alle battaglie sia sindacali che industriali che della società civile più in generale sono la lotta alla corruzione, le pari opportunità nell’accesso al mondo del lavoro e la meritocrazia per consentire la scalata sociale che negli USA, alimentata dall’ambizione di crescita personale che può trovare riscontro nel sistema a stelle e strisce, è il motore trainante del PIL.
Proprio poche ora dopo la presentazione di “Coalizione Sociale” è emersa una nuova inchiesta “Sistema” riguardante ancora una volta corruzione, tangenti, turbative d’asta e grandi lavori pubblici. Non se ne sentiva di certo il bisogno poiché solo pochi mesi fa sono emersi episodi di corruzioni in merito all’EXPO 2015 su cui siamo osservati e misurati a livello mondiale e sul Mose di Venezia che ha comportato le dimissioni dell’ex sindaco Orsini ed il commissariamento della città. Proprio l’entità del problema ha spinto il Premier Renzi ad istituire un apposito Commissario Speciale anti corruzione: Raffaele Cantone.
L’indagine sistema va a toccare un’opera spesso al centro delle cronache, la TAV e nella fattispecie il tratto nella zona di Firenze. Ad essere coinvolti sono in tutta Italia circa una cinquantina tra manager pubblici, privati e membri delle istituzioni. Il protagonista indiscusso della vicenda è Ettore Incalza, un nome importante, non per il riferimento all’ellenico eroe (tra l’altro in questo periodo meno si ha a che fare col Peloponneso e meglio è), ma perché il settantenne Incalza è un personaggio noto nei palazzi romani, è colui che da decenni gestisce tutti i lavori pubblici, gli appalti e le grandi opere; è passato da governi di destra e sinistra mantenendo la sua posizione di prestigio e collocandosi in vari enti dalla cassa del mezzogiorno, all’amministrazione della TAV fino a divenire capo della Commissione del Ministero delle Infrastrutture. Evidentemente egli possiede una fitta rete di conoscenze e contatti nel mondo privato, pubblico e politico, una influenza enorme che testimonia come la burocrazia-tecnocrazia nascosta e poco presente nelle cronache e negli sguaiati dibattiti politici del quotidiano sia colei che in ultimo spinge ed indirizza le decisioni politiche. I governi restano, ma quelli che in senso spregiativo sono definiti i boiardi di stato invece rimangono e continuano imperterriti la loro azione.
Ad essere rammentati nella vicenda, non indagati, vi sono il Ministro Lupi ed il figlio Luca che avrebbe ricevuto regali e favori, oltre a Lupi, i cui rapporti con Renzi sembrano in via di rottura pur attendendo giustamente l’esito del percorso indagatorio, alcuni giornali fanno il nome di Alfano, ambedue sarebbero stati menzionati durante una telefonata intercettata. Sono poi presenti altri personaggi molto noti nell’ambito delle grandi opere pubbliche, decisamente meno alla cronaca del quotidiano. Per approfondire si rimanda all’articolo dell’agenzia ANSA (Link Ansa).

L’assenza di investimenti sia pubblici che provati rappresenta una piaga per l’Italia, in un certo senso certificata dall’Unione Europea, da Bankitalia e dalla BCE, queste vicende di corruzione e di appalti truccati inficiano la capacità di attirare capitali privati perché la corruzione è una delle peggiori piaghe che potenziali investitori vedono nel nostro paese (lo ricorda anche Nouriel Roubini dal Forum Ambrosetti) e perché i capitali pubblici investiti vengono sprecati e dirottati in mille rivoli di illegalità, col risultato che il costo medio al Km della TAV in Italia risulta, nella migliore delle ipotesi, doppio rispetto a quello di una analoga infrastruttura tedesca. Non è poi raro, come nell’indagine “Sistema” che i rincari una volta individuato il “giusto” appaltatore possano arrivare fino al 40%.

Evidentemente simili aspetti sono strettamente correlati anche al tema del lavoro, in primo luogo le ditte, le aziende e le imprese oneste non sono fin da subito della partita in quanto gli assegnatari dei lavori sono già definiti, viene dunque meno la sana e leale concorrenza e competizione, ed in secondo luogo le persone che sono chiamate a fornire prestazioni all’interno dell’immenso indotto che si crea attorno alle grandi opere non sono scelte con adeguati criteri. Anche l’indagine “Sistema” come le precedenti, mostra un reticolo di promozioni, collocamenti in posizioni più o meno prestigiose, regalie, poltrone create ad hoc o assegnate a persone specifiche andando così a collocare in caselle talvolta chiave non i più meritevoli, ma quelli “del giro” (già si scrisse in merito a ciò una sorta di sfogo: Tangenti Expo 2015 …. amara conferma che per “noi” non c’è spazio) con ulteriore spreco di soldi pubblici ed a tutto discapito dei risultati ottenibili sia nell’immediato e direttamente connessi all’opera in questione, sia nel futuro perché queste persone continueranno ad esercitare il loro potere, ed una volta entrati all’interno di una certa cerchia le trasmigrazioni tipicamente in crescendo verso posizioni sempre più delicate e ben retribuite sono quasi una naturale progressione, perseguitando così a precludere opportunità a coloro che per curriculum o meriti sul campo ne avrebbero diritto.

La corruzione e le pari opportunità nel mondo del lavoro, così come la crescita e l’escalation sociale sono valori cari tanto al sindacato quanto alle imprese e lo dovrebbero essere anche ai cittadini, per realizzare le proprie ambizioni, ed allo stato per conferire al PIL quella ulteriore spinta presente negli USA, che pur nelle contraddizione sussistenti oltre oceano, dal punto di vista delle opportunità è un sistema aperto e lontano dalla caste di illegalità oggettivamente comuni nel nostro paese.

Ciò che fa più indignare è che fatti simili non sono nuovi (scrivemmo in merito ad Expo, Mose e Mafia Capitale svariati pezzi, a fondo pagina i Link) così come non sono sconosciuti a chi è del mestiere i protagonisti che delinquono: anche nell’ambito dell’illecito i loro curriculum sono di “tutto rispetto”, anzi sono stimati e ricercati da coloro che cercano appoggi. Incalza ad esempio è sulla cresta dell’onda almeno dal 1990, e non è nuovo a vicende giudiziarie. Secondo “Il Giornale” il manager è stato processato ed assolto per 14 volte, è stato coinvolto nei lavori di Italia 90, nel G8, nel Mose, in Expo, nella costruzione del porto di Olbia e nella realizzazione dei grandi passanti autostradali come la Salerno Reggio Calabria ed il tratto Orte-Mestre. Nel 1996, Governo Prodi, con Antonio Di Pietro come Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Incalza fu cacciato, segno evidente che il suo operato era noto alla politica e che non servono ulteriori controlli e leggi se si applicano e si fanno rispettare quelle esistenti (come già scritto : I controlli su Expo 2015), salvo poi rientrare nel successivo Esecutivo Berlusconi. Da allora è sempre rimasto al suo posto fino a dicembre 2014 quando, oltre settantenne, non gli fu rinnovato il contratto dal Governo Renzi (forse per via dell’età o forse perché qualche indiscrezione sull’indagine in corso era già trapelata). Alcune voci riportano che attualmente svolga attività di consulenza per il Governo, tesi smentita dal sottosegretario Del Rio. Comunque va fatto presente che “Il Fatto Quotidiano” svariati mesi prima del dicembre 2014 aveva già fatto notare come sarebbe stato opportuno allontanare il manager dai ministeri.

È chiaro, comprensibile e triste come senza risolvere questi problemi non sia possibile lo sviluppo del sistema paese, l’attrazione di investimenti e la crescita delle persone, vero capitale umano su cui puntare per la ripresa economica e per la creazione di quel nuovo paradigma fatto di sostenibilità ambientale, umana ed economica che tutti menzionano ma ancora ben lontano dall’essere concepito.

Alcuni buoni segnali vi sono sul fronte anti corruzione, infatti è stato presentato ieri in Parlamento con discussione prevista per la prossima settimana l’Emendamento dell’Esecutivo al DDL Anticorruzione ove sono state inasprite le pene per corruzione, turbative, falso in bilancio e che il Governo dovrebbe riuscire a far passare grazie ai voti di SEL (e non dell’alleato NCD a meno di un cambio all’ultimo minuto) testimoniando come Renzi possa contare su varie maggioranze mobili.

Sul fronte lavoro invece Tito Boeri, neo amministratore dell’INPS, fa notare come nei primi 20 giorni di febbraio le richieste di decontribuzione da parte delle aziende per la trasformazione (o nuova assunzione) di contratti precari in nuovi contratti a tutele crescenti siano arrivata a toccare 76’000. Per la maggior parte è pensabile che si tratti di trasformazioni di contratti già esistenti e non nuovi posti di lavoro, ma indubbiamente (pure con le precisazioni da farsi sul Jobs Act ed il mercato del lavoro presenti ai collegamenti di seguito) per coloro che si vedono trasformare un contratto precario con tutte le sue aleatorietà in uno a tutele crescenti, protetto da più garanzie, è una buona notizia.

Link su Mose, Expo, Mafia Capitale:

  1. Expo2015, Mose e gli investimenti esteri vanno a picco…
  2. L’ Expo 2015 e la credibilità da conquistare
  3. Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P
  4. Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità
  5. Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE
  6. Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….
  7. Velleità di Landini: fuoco di paglia o controparte tale da non poter essere ignorata?
  8. La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Valentino Angeletti
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Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P

Lo scandalo Romano, altresì ribattezzato dalle indagini in corso come “Mafia Capitale”, non rappresenta altro che l’ultimo ennesimo episodio di corruzione pubblica, malaffare, collusione tra pubblico e privato, malavita invisa al potere accondiscendente. Per citare i più noti ci vogliamo limitare a ricordare gli scandali che coinvolsero l’organizzazione del G8, le intercettazione impietose a valle del terremoto de L’Aquila, l’organizzazione e gli sprechi correlati ai mondiali di nuoto, il caso Mose e quello di Expo 2015 che hanno comportato l’istituzione di un commissario speciale, Raffaele Cantone, plenipotenziario nel vigilare sui reati di corruzione nei lavori pubblici, ma dotato solamente di uno staff di 13 persone per tutto il territorio italiano. L’affair romano ed i numerosi precedenti sono triste conferma ed emblema del fatto che non siamo di fronte ad eventi sporadici, ma a qualche cosa di più grande e pervasivo, radicato, ormai diventato la modalità di agire consueta di un sistema ampio e non limitato solamente ad alcuni territori, ma che si dipana ed abbraccia con i propri tentacoli tutto il suolo italiano e senza distinzione di colore politico. Risultano infatti coinvolti, ovviamente tutti innocenti fino a prova contraria, esponenti di ogni parte politica, imprenditori e manager privati, dirigenti pubblici appoggiati e posizionati quando dalla politica di destra quando da quella di sinistra, malavitosi di grandi clan “multinazionali” (Camorra, Mafia) così come di “gang” cittadine o di quartiere, criminali legati agli ambianti di estrema destra che possono tranquillamente agire a braccetto con quelli della più estrema sinistra. Simili diversità apparentemente inconciliabili vengono superate dall’interesse per il potere e per il denaro. Questa sensazione è tristemente confermata dal magistrato, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Giancarlo De Cataldo (autore tra gli altri di “Romanzo Criminale”) il quale ha apertamente dichiarato che non stupisce una situazione simile e che, benché taciuta, era ben nota in particolare riferendosi alla presenza della mafia a Roma. De Cataldo rincara la dose confermando che il problema non è limitato alla sola capitale, ma è presente in misura differente in ogni città italiana, grande e piccola. Casi di mafia relativi allo smaltimento dei rifiuti sono noti in Lombardia ed Emilia, le regioni esempio (forse un tempo) per efficienza e correttezza delle istituzioni. La consapevolezza più o meno certa di questo substrato illegale ma “tollerato” e solo fintamente combattuto fa sì che si sia esteso e fortificato, diventando una sorta di prassi nota con la quale molti, troppi, pur con la critica, lo sdegno ed il rancore che suscita un simile sistema, sono ormai abituati a convivere quasi che fosse inespugnabile.

Ripetiamo di non riportare nulla di nuovo né originale, infatti abbiamo già scritto:

La consapevolezza di simili collusioni diffusa in una società ormai abituata e quasi arrendevole rispetto ad una così patologica situazione, rappresenta senza dubbio una concausa a quello che è il resoconto del rapporto annuale CENSIS sulla situazione sociale del paese. Riassumendo estremamente in sintesi, la fotografia che emerge è quella di un paese rassegnato, senza speranza nel futuro, cinico ed attendista, dove le diseguaglianze sociali continuano ad acuirsi, dove si sta radicando un senso di individualismo e talvolta egoismo che comporta fenomeni di intolleranza, paura e di rifiuto dell’integrazione, una società sempre più scollata, in cui le città risultano luoghi pericolosi. La politica rimane vista come un’entità lontana dai reali problemi e non in grado di affrontarli efficacemente, drammatico il fatto che questa visione sia condivisa sia dalla popolazione comune che dagli imprenditori. La differenza di benessere è tanto più accentuata tra giovani e meno giovani, sono i primi infatti ad essere i più penalizzati ed a vedere il loro capitale umano inutilizzato, tanto che l’espatrio non sembra un’opportunità bensì una necessità. Ben 8 milioni di persone, puro capitale umano, sono inutilizzate nel mondo del lavoro, principalmente tra i 15 ed i 30 anni. I consumi e gli stipendi, senza distinzione tra pubblico e privato, sono in calo, ma paradossalmente aumentano i risparmi andando a costituire ulteriori risorse e capitale “inagito” e messo da parte per la paura degli imprevisti del futuro; al contempo però la classe media si sta erodendo ed estinguendo. Il rapporto menziona esplicitamente il rischio “banlieue parisienne”.

Personalmente ritengo che i risparmi in aumento derivino dalla tendenza delle classi sociali un tempo superiori a quella media a risparmiare, essendo anch’esse intimoriti dai possibili scenari di impoverimento. Invece quella che un tempo era la classe media agiata adesso si vede costretta a far quadrare i conti di fine mese risparmiando le poche volte possibili per avere un margine di sicurezza. Di fatto l’ex classe media ha perso il proprio status quo e ritiene di poter rischiare la caduta in povertà. A pensarci bene un ragazzo universitario o appena laureto, ma anche una persona di mezza età senza lavoro per la crisi, che leggesse le condizioni del paese potrebbe ritenere, ed attualmente non a torto, che per emergere si debba far parte del sistema colluso, l’alternativa sembra risiedere esclusivamente nell’espatrio. All’estero i talenti italiani, qui non in condizioni di esprimersi, inseriti in una società meritocratica e che consente mobilità “challenging”, costituiscono un o dei driver del successo e della crescita di quei paesi e spesso riescono ad emergere, trovando un loro percorso di carriera e di vita in un bilanciamento nel nostro paese inesistente nei casi più fortunati. Come lo scandalo romano anche questa analisi del CENSIS, qui riportata in breve, non è nuova e del resto lo scorso anno era assai simile, raffigurando una società scialba, senza ambizioni e speranza, senza prospettive di miglioramento sociale, dove esistono caste sempre più impenetrabili che rendono impossibile il progresso individuale. Su questi temi già si scrisse (lista non esaustiva):

Il drenaggio di risorse economiche verso la malavita, il malaffare e la corruzione, sottratte perciò all’economia reale ed al progresso e crescita del paese (si stima che la corruzione costi oltre 60 mld all’anno) , assieme all’inattività della popolazione, classe media in particolare che dovrebbe rappresentare il motore dello sviluppo grazie tra l’altro alla possibilità di miglioramento sociale, sono, assieme alla situazione politico-economica, concause del declassamento riservato da S&P all’Italia, valutata BBB- (uno step da “not investment grade” o Junk) con outlook stabile. Oggettivamente, come è possibile attribuire fiducia ad un paese che, e per circostanze interne del quale è colpevole e per congiunture esterne che subisce passivamente, mostra un contesto simile?

Il declassamento rappresenta a tutti gli effetti una bocciatura perché S&P aveva rimandato il suo giudizio, previsto qualche mese, fa proprio per attendere sviluppi più chiari ed è irrealistico negare, a fronte del report dell’agenzia di rating, la bocciatura, quasi volendo imitare Magritte e la sua Pipa. Poi si può asserire che i rating hanno poco significato e le agenzie non sono attendibili, ed in parte è vero ma BBB- rimane un parametro utilizzato dalla finanza che volenti o nolenti ancora impera nel nostro modello economico, ed anche aggiungere che siamo equiparati a Russia, Messico, India e Romania aventi rendimenti dei loro titoli sovrani 3, 5, 10 volte superiori ai nostri, un abominio, ma tant’è.

Anche questo risultato non era imprevedibile, anzi, esercitandoci in pronostici proprio prima del pronunciamento di Moody’s, avevamo ipotizzato per ottobre il mantenimento del rating con Outlook negativo e legato a stretto giro al perseguimento del percorso di riforme, Outlook che si è verificato in queste ore seguito dalle parole in merito alla riforma del lavoro, buona, ma non in grado per S&P di creare occupazione nel breve termine (pertanto poco utile nello scenario emergenziale in essere):

Mafia Capitale, rapporto Censis e rating S&P sono quindi anelli di una medesima catena, tasselli di un domino che si abbattono l’un l’altro.

Sorprende come le situazioni, anche le peggiori, nonostante il bel parlare e gli encomiabili propositi, si ripetano seguendo indisturbati un corso quasi naturale come percorressero l’alveo di un preistorico fiume. Ricordiamoci che il passato può essere maestro, elargire insegnamenti e lezioni, ma poi ad apprendere ed applicare quanto imparato sta alle persone: governanti, manager e dirigenti apicali in primis a dare esempio ai cittadini della società civile. Se ciò non avviene sorge il sospetto che imperi l’incapacità e l’inettitudine oppure la voglia di seguire la gattopardiana teoria tanto cara alla conservazione o in ultimo che la situazione, per una delle due cause precedenti, sia giunta talmente alla deriva da non essere più, pur volendolo, recuperabile.

06/12/2014
Valentino Angeletti
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Expo2015, Mose e gli investimenti esteri vanno a picco…

Dopo lo scoppio degli scandali, solo gli ultimi a dire la verità, dell’EXPO2015 e del Mose che secondo gli esperti per somme in gioco e meccanismi implementati farebbero impallidire l’intera tangentopoli, unanimi e vigorose sono state le condanne alla corruzione.

Il Premier Renzi ha tuonato sia contro i politici, indipendentemente dal loro colore, sostenendo la possibilità del daspo a vita per coloro che venissero scoperti ad essere corrotti o corrompere, sia contro le aziende, arrivando a proporre l’impossibilità per le imprese disoneste e colluse con la malavita, di partecipare alle gare con le pubbliche amministrazioni.
A queste dichiarazioni si affiancano, solo per citare la seconda carica dello Stato, quelle del presidente del Senato Grasso che invece vorrebbe revocare il vitalizio a tutti quei politici incriminati per reati mafiosi.

Senza voler tirare in ballo il concetto di onorabilità della politica e del politico, principio che rientra nella Costituzione Italiana, secondo il quale un esponente che perdesse il requisito di onorabilità, venendo meno alla rettitudine, integrità morale ed etica, dovrebbe decadere avendo tradito il patto e la fiducia conferita dal cittadino affinché lo rappresenti nella complessa gestione della cosa pubblica per il bene collettivo, le frasi dette da Renzi, Grasso e gli altri membri dei vari partiti, non mi paiono quelle di grandi statisti o illuminati, mi sembrano piuttosto quelle di una qualsiasi persona di buon senso abituata a vivere, con tutte le difficoltà che ciò comporta nel nostro paese, nell’onestà.

Sono le stesse parole che ogni persona per bene ha sicuramente detto se non quotidianamente almeno settimanalmente, da venti anni a questa parte e non c’è nulla di strano o rivoluzionarlo in esse, tanto che la mia prima reazione all’ipotesi di daspo per i politici corrotti, avanzata da Premier all’indomani della vicenda Expo2015, è stata:
“Bene che si faccia subito, oltre al daspo anche la galera ove il caso, perché si è aspettato così tanto!”.

Va assolutamente detto che l’Italia non è tutta corrotta e collusa. Vi sono aziende e politici che operano nella più totale legalità e nella completa adempienza delle norme e della burocrazia eccessiva, macchinosa, popolata da numerosissime figure con potere di veto che amplificano la possibilità di incappare nella richiesta della “mazzetta”, ma non v’è dubbio che questa correttezza sia motivo svantaggio competitivo rispetto a competitors meno ligi.

Quando però si tirano in ballo i grandi lavori ed appalti pubblici il destino sembra scontato, ed allora sia i politici che le persone comuni paiono non sorpresi da una metodologia che ormai si è consolidata e con la quale, in maniera altrettanto colpevole, si rischia di convivere scadendo quasi nella consuetudine. Addirittura nel caso Mose pare che alcuni politici incensurati e simbolo di cultura, ad oggi già incarcerati, ancora prima di assumere la carica in questione, si fossero rivolti alle ditte impegnate nei lavori per avanzare le loro pretese, ricambiando, quando e se mai avessero coperto l’incarico, con permessi ed azioni a loro vantaggio.

Alla luce di questi ultimi fatti, grosse vetrine per l’italia, non sorprende che il nostro paese abbia perso dal 2007 al 2013 il 58% degli investimenti esteri, pur con trend leggermente in miglioramento (forse risultato delle missioni estere del 2013 dei Premier Monti e Letta e del piano Destinazione Italia).
Questi impegni economici non sono volati solo nei paesi emergenti dove si potrebbe obiettare che i diritti umani sono lesi, le condizioni di lavoro irrispettose ecc, ecc, ma anche in Francia, Germania, Spagna, USA ed UK…. non cito tutte gli stati che ci sopravanzano perché sarebbe un elenco di 64 menzioni visto che ci collochiamo al 65 esimo posto. Inutile dire che la corruzione è il primo fattore deterrente e che quindi il suo costo stimato in 100-120 mld annui potrebbe essere ampiamente sottodimensionato.
Gli altri fardelli, tutti noti come la corruzione del resto, che respingono gli investimenti ed uccidono le nostre imprese, gli artigiani e commercianti, i cittadini comuni e l’economia, sono l’eccessiva burocrazia, l’incertezza normativa e della pena, la titanica mole di leggi e norme, lo sproporzionato carico fiscale, ma anche il divario tecnologico; solo per fare un esempio, un’azienda innovativa che sfrutta le potenzialità di internet necessita di connessioni alla rete ad altissima velocità, diciamo attorno ai 30 Mbps che in Italia su gran parte del territorio non vengono garantite.
A ciò si aggiunge una grossa tendenza alla fuga di sola andata delle risorse competenti, substrato a cui le aziende tecnologiche vorrebbero attingere. Questo fenomeno è causato in primis dell’assenza di speranza nel nostro paese, da quella di opportunità lavorative, ma anche per via dei salari che non consentono per figure laureate e specialistiche che entrano nel mondo del lavoro, di vivere in modo autosufficiente in grandi città, provvedendo all’affitto (o mutuo), alle spese domestiche ed eventualmente progettando di metter su famiglia. Le condizione di vita per queste figure spesso rasentano un compromesso con la dignità (che personalmente trovo intollerabile in un paese mediamente civile… Come può un laureato che lavora non riuscire a sostentarsi autonomamente??? E badare bene che questa condizione può protrarsi per svariati anni visto che gli avanzamenti di carriera e stipendio sono praticamente inesistenti).

Tutto tremendamente già notorio ed irrisolto da anni che ora passa alla cassa a chiedere il conto.
L’agenzia di rating S&P ha mantenuto la sua valutazione sull’Italia a BBB e con outlook negativo, volendo, giustamente, attendere che le riforme proposte dal Governo e viste positivamente dai mercati e dalla comunità finanziaria, vengano attuate e portino benefici reali (così come per le misure della ECB che potranno portare i primi frutti in 9-12 mesi, i movimenti in essere son osolo finanziari), perché la credibilità del nostro sistema paese è ai minimi e le promesse non bastano più.

Sbrogliare i nodi delle riforme, della semplificazione normativa e burocratica, del fisco, della giustizia, della corruzione ed evasione è quindi necessario e deve segnare un reale ed oggettivo cambio di passo.
Dal 2010 si sente dire che il tempo è scaduto, che non ci sono più alibi e che il tempo delle riforme è arrivato, ma da allora, a dispetto della gravità della situazione, l’azione è stata lenta e non incisiva, anzi spesso ha creato ulteriori problemi a cui far fronte in mezzo alle urgenze.
Sta ora a Renzi ed a tutto l’Esecutivo, che nonostante di larghe intese dovrà necessariamente agire lontano da logiche partitiche e con il solo obiettivo di risolvere una situazione che si aggrava di ora in ora, riconquistare la fiducia persa ed ulteriormente minata da quello che, ahinoi, quotidianamente si legge e che anche all’estero notano.

08/06/2014
Valentino Angeletti
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Ridurre il debito è oggettivamente possibile?

Risulta ancora in aumento il debito italiano, grande fardello che costa le attenzioni strettissime delle istituzioni europee nonostante il diligente mantenimento del rapporto deficit/PIL al 3% . Non è ad esempio lo stesso per la Francia che ha raggiunto il 3.8% di deficit/PIL, ma con un debito che si attesta poco sopra il 92% del PIL stesso.

Lo stock di debito raggiunto dall’Italia è del 132.6% rispetto al PIL ed in termini assoluti vale circa 2’107 miliardi di €.

A costare veramente tanto è la necessità di dover pagare gli interessi sul debito stesso, i quali si attestano attorno a 90 miliardi all’anno, rifinanziati in parte a mezzo di altro debito tramite l’emissione di bond. Verissimo è che col diminuire dello spread, in questo periodo ai minimi da svariati anni, gli interessi diminuiscono, ma supponendo anche di pagare 70 miliardi di interessi, risparmiando ben 20 miliardi in un anno, il “bulk” di interessi monstre rimane.

Il vincolo del fiscal compact firmato in Europa obbliga di riportare in 20 anni il rapporto debito/PIL entro il 60%, riducendo di un ventesimo l’eccedenza rispetto al 60%. Tale meccanismo non impone automaticamente la riduzione del debito che potrebbe essere evitata (addirittura il debito potrebbe anche crescere) qualora il PIL crescesse ad un tasso superiore rispetto al debito. Anche supponendo di riuscire a mantenere il debito al livello attuale si dovrebbero registrare crescite costanti attorno a circa il 2-3% (calcolo spannometrico).  Evidentemente una crescita simile del PIL sarebbe una previsione ottimistica anche in condizioni macroeconomiche favorevoli, decisamente fuori d’ogni probabilità in quelle in essere.

Come ridurre allora l’immane stock di debito? La risposta è tremendamente difficile e lascia aperte molte questioni irrisolte nel nostro paese, che ha comunque bisogno di reperire risorse, sempre di difficilissima copertura, da distribuirsi su diversi fronti inclusa la necessità di investimenti per favorire consumi, lavoro e crescita in generale che in fasi recessive può essere innescata, perlomeno nella sua fase iniziale, solo da spesa pubblica, provenga essa da nuovo debito o da ottimizzazione delle spese già in essere.

Le privatizzazioni, in certi casi necessarie se ben fatte ed accompagnate da precisi piani industriali, servono più alla competitività, all’innovazione ed alla crescita delle aziende, ai consumatori che potranno godere di maggiore concorrenza, al mercato in generale che non alla riduzione del debito nei confronti del quale le cifre in gioco, anche supponendo che vengano in toto destinate a tal scopo, rappresentano ben poca cosa e costituiscono un provvedimento “una tantum”.

Le uniche misure che sembrano poter dare un contributo strutturale significativo stando alle stime dei loro valori complessivi sono la riduzione e l’ottimizzazione della spesa pubblica, gestione profittevole degli immobili e dei patrimoni statali, lotta all’evasione ed all’elusione fiscale e totale intolleranza nei confronti della corruzione.

Queste misure però necessitano di tempo per entrare a regime e molto impegno e determinazione, compresa la lotta alle burocrazie e tecnocrazie interessate nel caso dei tagli alla spesa pubblica, inasprimento di pene e sanzioni nei casi di reato fiscale e di corruzione e collaborazione ed armonizzazione a livello europeo per disincentivare pratiche elusive (che se sono dannose per alcuni bilanci sono la manna per altri) e per facilitare la lotta all’evasione tramite maggior trasparenza bancaria e più fluidità nella trasmissione dei dati tra i vari istituti.

Sicuramente quand’anche simile misure saranno implementate nel migliore dei modi la lotta al debito sarà ostica e non potrà comunque prescindere da un tasso di crescita del PIL decisamente superiore rispetto ai livelli attuali.

23/04/2014
Valentino Angeletti
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Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto

Da Abu Dhabi, dove si trovava in visita istituzionale, il Premier Letta ha espresso profondo ottimismo ed ha dichiarato apertamente che in Italia la crisi è ormai alle spalle e che è iniziato il periodo della ripresa. Il PIL secondo Letta crescerà dell’ 1% nel 2014 e del 2% nel 2015.
Purtroppo il tessuto economico e produttivo del paese non sente tutto questo ottimismo ed a farsene portavoce, proprio in contemporanea dalle visita in medio oriente del Premier, è il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che ha denunciato una situazione drammatica per le imprese, ancora alle prese con gli stessi problemi del 2010, 2011 che stanno comportando la chiusura di centinaia di attività ogni mese, principalmente trai piccoli artigiani e commercianti. I consumi interni sono ancora in calo così come il reddito ed il potere d’acquisto delle famiglie che continuano a privarsi di beni di prima necessità, finendo col dichiarare di essere soliti consumare cibi scaduti, o di acquistarli appositamente per gli sconti applicati (indecente in un paese civile, ed è esattamente la stessa cosa che accadde in Grecia).

Del reso non è difficile ricordare le prime pagine dei giornali,che quasi tutti, chi prima chi dopo, hanno titolato: “il tempo è scaduto”, “fate presto”, “ non c’è più tempo”. La prima testata fu proprio quella di Confindustria, il Sole 24 Ore nel 2011.
Da allora cosa è cambiato? Poco o nulla.
Sembrava che la legge elettorale dovesse essere immediatamente riscritta, ma solo ora, con lo sprint decisivo di Renzi e Berlusconi si potrebbe giungere alla modifica di tale legge, che forse non sarà la migliore, ma che potrà dare il via ad una serie di modifiche costituzionali, tra cui ablazione delle province, taglio del numero dei parlamentari e del Senato. Sul piano economico non si sono viste le riforme importanti necessarie, si confida molto nella spneding review, ma è tutto in divenire, si è parlato di rilancio della competitività anche a mezzo di riduzioni sulle bollette energetiche, ma anche in tal caso una reale politica energetica non è stata presentata, il costo del lavoro è rimasto il medesimo, la desertificazione industriale continua ad avanzare, ed anche le lotta alla disoccupazione, attraverso la youth guarantee, non ha subito svolte epocali, in compenso le entrate fiscali sono aumentate ed il pasticcio dell’IMU, così come il decreto “Salva Roma”, ha dato una immagine pessima.
La rivalutazione di Bankitalia è un processo controverso e complesso, non sarà senza dubbio un’immissione diretta di liquidità da Stato a Banche, ma queste alla lunga ne trarranno benefici e potranno affrontare meglio gli stress test europei.
Le direttive EU che parlavano di spostare la tassazione su patrimonio e consumi diminuendola su lavoro, imprese e presone non sono state seguite. Alcune vertenze aziendali sono state risolte, ma sul tavolo ne rimangono ancora tante ed importanti a cominciare da Alitalia, Telecom, Elctrolux e le domande di cassa integrazione sono in aumento costante.
I Marò sono ancora in India e ci si rende conto solo adesso che forse la “consuetudine” che persone singole detengano fino a decine di poltrone in chiaro conflitto di interessi non è così trasparente ed eticamente corretta. Grandi interventi di messa in sicurezza del paese non sono stati realizzati, benché potessero creare un notevole indotto e lavoro immediato, ed ogni volta che si registra un forte evento meteorologico il paese incappa in conseguenze drammatiche, da nord a sud che finiscono col pesare ulteriormente sul bilancio statale.

Poiché Letta si trovava in visita ufficiale per presentare il nostro meglio agli investitori e cercare capitali (ha discusso di Alitalia con Etihad e di CDP Reti –Snam – Terna con un fondo del Kuwait) ha dovuto per forza di cose mostrarsi deciso, ottimista, solido e convincete e forse il presidente Confindustria è stato indelicato a controbattere cosi fermamente.
In ogni caso è comprensibile la riflessione di Squinzi, totalmente in linea con i sindacati e con Renzi, che il governo, stabile quanto si vuole (ma poi siamo così sicuri di questa stabilità politica? Sinceramente pare che le frizioni tra i vari partiti abbiano assunto una violenza verbale ed anche fisica notevole ed il fatto che la “ghigliottina” sia stata per la prima volta applicata proprio durante il governo delle larghe intese è significativo, e le svariate dimissioni presentate o richieste?), ha senso di perseverare se e solo se agisce, altrimenti le elezioni dovrebbero considerarsi seriamente.
In modo analogo la pensa del resto Enrico letta, i risultati di questi 13 mesi però non sono stati troppo incoraggianti. Anche se il PIL 2014 dovesse crescere proprio dell’1% come dice Letta e non dello 0.5-0.6% come da stime Confindustria, si tratterebbe in ogni casi di stagnazione economica non in grado di invertire la tendenza in atto che porta la disoccupazione ad aumentare. Per far ripartire l’occupazione servirebbe un incremento almeno dell’1.5% e soprattutto un incremento di domanda, esterna, fortunatamente ancora sostenuta, ma anche interna ed un aumento dei consumi, conseguenti solo ad un aumento del potere d’acquisto. Spirale evidentemente complessa da risolvere.

L’ Europa nel suo primo rapporto sulla corruzione certifica che al nostro paese costa 60 miliardi all’anno, il 50% di tutta l’ Unione, un dato non nuovo, ma che è ancora più incisivo ed amareggiante perché proviene da uno studio ufficiale. Forse il prossimo studio certificherà il costo della burocrazia, stimato attorno a 100 mld o quello dell’evasione, dato in una forbice tra 100 e 150 mld.
Sempre Bruxelles ha avviato la procedura di infrazione, gestita dal vice commissario Antonio Tajani, contro l’Italia per la violazione della direttiva comunitaria sui ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione alle imprese fornitrici di beni e servizi. L’Italia ha 35 giorni per dimostrare di non aver infranto la direttiva europea, dopo di che partiranno le sanzioni che dovrebbero aggirarsi attorno ai 4 miliardi.
In EU la media è di 61 giorni, in Italia di 171, tra il 2009 ed il 2013 i tempi di pagamento sono aumentati in Italia (caso unico in Europa) di 8 giorni per le transazioni tra privati e di 42 giorni in quelle tra le PA e le aziende. Per far en confronto in Germania e debiti tra privati si saldano in 34 giorni e tra PA e privati in 36, in Italia servono rispettivamente 96 e 170 giorni. Tutto questo nonostante il pagamento dei debiti delle PA fosse un pilastro del governo Monti e poi di quello Letta.
L’ammontare dei debiti oscilla tra i 90 (stima Bankitalia) ed i 120 (stima CGIA di Mestre) ed a dire il vero circa 47 furono sbloccati da Monti prima e Letta poi. Di questi però solo poco meno di 5 miliardi sono realmente finiti nelle casse delle aziende, il resto è ingabbiato in pastoie burocratiche. Se il tasso di pagamento rimane costante si stima che i debiti attualmente in essere si estingueranno in 20 anni. Inoltre i debiti delle strutture sanitarie (come per l’acquisto di apparecchi biomedicali) non rientrerebbero nel computo stimato.

Quindi, è benefico andare avanti così? A questi ritmi si è sicuri di poter uscire dalla crisi in tempo, quello non più disponibile e già scaduto, utile? Anche considerando dinamiche di ripresa fisiologicamente lente e le reazioni che hanno avuto gli altri paesi, si può affermare di essere sulla buona strada?

 

03/02/2014
Valentino Angeletti
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