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Corte dei Conti giudica la Legge di Stabilità

La Legge di Stabilità è stata giudicata molto severamente dalla Corte dei Conti (Link articolo AGI). I punti sollevati dalla Corte sono svariati, in particolare emerge che al gettito previsto per il periodo 2017-2020 potrebbe essere deficitario per 13.7 miliardi di €, mentre nel triennio 2014-2016 il prelievo netto salirebbe di 4.7 miliardi di € dei quali 2 nel solo 2014.  Per il triennio 2014-2016 si legge che l’imposizione complessiva ammonterebbe ad oltre 28.5 miliardi mentre gli sgravi, non sufficienti a compensare gli aumenti, si fermerebbero a 24 miliardi, ciononostante per l’anno in corso sarebbero a rischio 3 miliardi di entrate.

La natura recessiva della Legge è piuttosto chiara, come lampante è l’intento di continuare a perseguire i parametri imposti dall’Europa ove è sempre più urgente una revisione della politica fiscale e monetaria rivolta più alla crescita e meno all’austerità, più indirizzata a sostenere il lavoro e meno il settore bancario il quale per forza di cose dovrà essere unificato e dovrà essere oggetto di controllo e revisione dei bilanci troppo spesso mascherati grazie all’utilizzo di strumenti finanziari particolari e della shadow banking; i criteri di Basilea, benché rivisti all’insegna di maggior permissività, ed i venturi stress test dovrebbero essere d’aiuto, assieme al meccanismo di fallimento già disegnato.
Il Presidente della BEI, che investirà in progetti d’innovazione nel 2014 e nel 2015 circa 15.5-16.5 miliardi all’anno, Werner Hoyer, individua tre elementi principali ostanti la competitività europea: insufficienti investimenti, in particolare in settori innovativi ed in attività ad alto valore aggiunto; l’eccessiva disoccupazione, a cominciare da quella giovanile; i pochi investimenti in produttività, ricerca e sviluppo che nell’Unione si fermano all’ 1.9% del PIL, contro il 3.3% del Giappone ed il 2.8 degli USA, per colmare il GAP coi paesi più virtuosi come appunto Giappone, USA e Corea del Sud servirebbero investimenti per 140 miliardi di € all’anno.
Evidentemente investire in modo pesante in innovazione, R&D, produttività, fatto salvo il caso della Germania che nel patto SPD-CDU indica di voler destinare il 3% del PIL, è impossibile per la maggior parte degli stati europei, proprio a causa del rigore dei conti imposto e lo è maggiormente per i paesi in difficoltà che più ne avrebbero bisogno; questa situazione rappresenta una chiara contraddizione tra politica rigorista proposta da ECB e Commissione (e pure IMF) e politica di sviluppo industriale ed economico indicata dalla BEI.

Tornando all’Italia, dall’analisi della Corte dei Conti emerge che la spesa pubblica per il 2014 crescerà di circa 5 miliardi, vale a dire che, se il dato fosse confermato, circa 6 mesi del lavoro di Cottarelli sarebbero vanificati. Per il 2015-2016 la spesa dovrebbe invece diminuire, ma partendo da un dato già più alto.

L’eventuale ammanco di gettito testimonia come le rilevazioni economiche del MEF, che ha comunque smentito tutti i dati, basate su previsioni e su interventi non strutturali bensì soggetti a dinamiche di mercato e consumi (come eccessiva imposizione IVA – Link Laffer-, accise ecc) siano flebili e spesso poco attendibili (non è la prima volta che sussistono errori simili); la crescente spesa invece sottolinea e ricorda la difficoltà, quasi incapacità, di incidere sui costi complessivi della macchina dello Stato italiano e delle PA.
In poche righe la Corte dei Conti, sempre dando per consolidati i risultati dello studio, avrebbe messo nuovamente alla luce due annosi problemi del nostro paese ed avrebbe innalzato in modo drammatico il coefficiente di difficoltà del lavoro del nuovo Esecutivo che per risolvere le questioni economiche dovrebbe fin da subito essere dotato di poteri quasi sovrannaturali.

19/02/2014
Valentino Angeletti
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Garanzia artistica, accenno di dietrofront europeo, PD-Sindacati-Confindustria aggressivi … e chi più ne ha più ne metta

In questi ultimi giorni sono successi alcuni fatti piuttosto interessanti.
Andandoli rapidamente a scorrere ed analizzare iniziamo con la notizia del Financial Time, di una richiesta “monster” di risarcimento da parte della Corte dei Conti italiana nei confronti delle agenzie dei Rating, le tre grandi sorelle, S&P, Moody’s, Fitch, colpevoli, secondo la CdC, di essersi pronunciati declassando nel 2011 l’Italia senza tener in giusta considerazione il patrimonio storico, artistico e culturale del paese, universalmente riconosciuto e famigerato. La somma presunta ammonterebbe a 234 miliardi di € e l’indagine, curata dal procuratore della regione Lazio, sarebbe ancora in fase di istruttoria.

Partendo dal concetto che il patrimonio storico-artistico è un asset fondamentale per il nostro paese, purtroppo trascurato, che frutta immensamente meno di quanto potrebbe, non valorizzato come dovrebbe né ben gestito; riconoscendo senza se e senza ma che la cultura è una ricchezza inestimabile; deplorando quanto si legge in queste ore su alcuni giornali secondo i quali potrebbe venire abolito nelle classi scolastiche l’insegnamento dell’educazione artistica, dalla quale la nostra società dovrebbe ripartire e sulla quale dovrebbe puntare sempre di più, considerare questi elementi una garanzia della solvibilità di un debito sovrano sembra piuttosto inverosimile.

In un periodo in cui non sono sufficienti patrimoni immobiliari per ricevere credito dalle banche, elemento che per il nostro paese rappresenta un grave problema competitivo, ed in un momento in cui il credito è decisamente difficile da ottenere nonostante il costo del denaro basso, pensare a beni artistici a copertura dei bond statali non sembra opportuno, pur consapevoli che accostare il mondo dei bond a quello di mutui privati non è proprio corretto.
probabilmente l’idea nasce dalla vecchia e forse provocatoria richiesta della Finlandia di avere come garanzia dei propri crediti nei confronti della Grecia il Partenone.
Supponendo al limite che i beni artistici possano fungere da garanti allora si dovrebbero ricalcolare gli aiuti concessi alla Grecia e tanti altri Stati potrebbero avanzare richieste di revisione dei propri rating.
Il calcolo poi del valore di beni inestimabili è complesso ed oggettivo, quasi impossibile per definizione; se sommassimo Uffizi, Fontana Di Trevi, Fori Imperiali, Colosseo, Segesta, Valle dei Templi, tombe, catacombe ed acquedotti vari, terme romane sparse per tutta Italia, la miriade di chiese, cattedrali e battisteri fiorentini, il Maschio Angioino, le sculture ed i quadri, il Castello Sforzesco, la Reggia di Caserta ecc. ecc. ecc. probabilmente saremmo non più in debito, ma vanteremmo un credito; allora perché non aggiungere anche il patrimonio naturale, le isole, le Dolomiti, le coste, ed ancora l’agricoltura, i vigneti e gli oliveti mediterranei, le primizie dell’allevamento e via dicendo, in sostanza avremmo risolto ogni problema. Pensando poi al malaugurato caso in cui facessimo default i creditori sarebbero disposti a ricevere qualche brandello di tela preziosa? Oppure i cittadini che avessero investito in BOT invece del 2 o 3% di interessi sul capitale si accontenterebbe di qualche opera d’arte? E la tassazione sul capital gain come verrebbe gestita? Evidentemente ho esagerato, qualche opera d’arte sarebbe un interesse eccessivo, magari un paio di ingressi gratuito al museo sarebbero più adatti.

Personalmente non credo sia sostenibile l’obiezione della CdC ed infatti cose simili al mondo non si sono mai sentite, inoltre un possedimento non liquido ha un valore che potrebbe essere soggetto ad alta volatilità e se non vi è la possibilità di capitalizzarlo, cioè non si ha l’acquirente, il suo valore, benché inestimabile, sostanzialmente si azzera. Rimarrei comunque assai felice di essere smentito.

Un secondo fatto rilevante include la denuncia del presidente Napolitano di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo, dell’eccessiva austerità. Questa dichiarazione va a braccetto: con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, che ha evitato di alzare i tassi, ancora allo 0.25%, dicendosi disposto a ribassarli ulteriormente; con le dichiarazioni, sempre del presidente della ECB, che rassicurano sulla minaccia di deflazione in Europa, ma al contempo invitano a non abbassare la guardia perché la ripresa non è ancora solida (e se, in particolare nel nostro paese, consumi e prezzi continueranno a calare facendo competizione sul costo del lavoro, la deflazione non sarà un rischio remoto [link 1Link 2]) e siamo comunque in un periodo di bassa inflazione benché il target rimanga attorno al 2%; con il cambiamento di rotta da parte della ECB che ritiene possibile, qualora sussistesse una strategia di investimento, procedere all’acquisto di titoli di Stato, anche di paesi in difficoltà benché esista il meccanismo OMT (Outright Monetary Transactions) parte dell’ ESM (European Stability Mechanism); con la possibilità al vaglio dell’Europa di allungare i termini di restituzione degli aiuti da 30 a 50 anni, di abbassare di 50 pti base gli interessi su una linea di credito di circa 80 miliardi di euro e di erogare ulteriori 13-15 miliardi, che si aggiungerebbero ai 240 già ricevuti, in favore della Grecia, dove permangono difficoltà, proteste e problemi alimentari e sanitari,
Tali tendenze, se vogliamo rettifiche, alla originaria politica economica che l’Europa, assecondando i desideri tedeschi e dei paesi nordici, ha intrapreso fin dall’inizio della cresi lasciano trasparire una velata ammissione di colpevolezza, forse si sta prendendo coscienza, molto tardivamente, che l’approccio da utilizzarsi già da subito avrebbe dovuto essere molto differente rispetto alla rigidità ed inflessibilità cieca imposte, verrebbe da augurarsi anche un miglior utilizzo della golden rule su investimenti produttivi, ma il tempo stringe.

Il terzo ed ultimo fatto riguarda la segreteria del PD ed il rapporto col governo Letta. Sembrerebbe che Renzi sia deciso a rivedere la posizione del partito nei confronti del governo percepito troppo lento e poco rappresentativo delle forze politiche che gli attuali partiti incarnano. Il 20 febbraio è convocata una nuova assemblea PD ed allora, mettendo in secondo piano il Jobs Act ed il tema delle riforme, verrà discussa la relazione PD-Governo, quasi un passaggio alla fiducia. Del resto l’Esecutivo non ha altri appoggi se non quello solidissimo del presidente della Repubblica e la protezione data dalla prospettiva del semestre italiano in Europa. Oltre a Renzi, appoggiato dai grandi imprenditori italiani, fino ad ora favorevole al governo a patto che facesse riforme e si concentrasse sul bene del paese, anche i Sindacati e Confindustria sono concordi nel ritenere l’operato dell’Esecutivo, compresa la missione in medio oriente, insufficiente, lento e non incisivo e se non verrà cambiata immediatamente rotta le elezioni, o comunque una richiesta di intervento da parte di Napolitano, diverrebbero inevitabili. Il Confronto Letta-Confindustria avverrà in occasione del Consiglio Direttivo degli industriali il 19 febbraio, appena un giorno prima della Direzione del PD.
In queste settimane scarse che separano Letta dai due giorni cruciali Sindacati, Renzi e Confindustria vogliono risposte chiare. Più che occasioni di chiarimento il 19 ed il 20 febbraio potrebbero essere forche caudine per il Premier, ma del resto ormai il tempo è scaduto da tempo e, come lo era già prima, a maggior ragione adesso non è retorica dire che si deve subitamente.

06/02/2014
Valentino Angeletti
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