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Elezioni regionali: vince il PD assieme all’astensionismo. La democrazia non gioisce.

Un tempo per il partito di centro-sinistra/sinistra sarebbe stata una cavalcata trionfale, oggi invece una vittoria, ma a metà. Le elezioni regionali, principalmente in Emilia-Romagna ma vale anche per la Calabria,  indubbiamente suscitano perplessità per l’altissimo livello di astensionismo, che, sia chiaro, non delegittima la vittoria del PD in quanto nel sistema elettorale italiano sono i votanti che si recano alle urne a decidere chi sarà il loro rappresentante al Governo dell’entità sulla quale si è chiamati a pronunciarsi e questa consapevolezza se vogliamo rende il dato ancora più allarmante.

Un calo della partecipazione era stato ampiamente previsto, del resto si sa che le tornate regionali registrano affluenze fisiologicamente inferiori rispetto a quelle nazionali o rispetto alle occasioni in cui fossero accorpate ad altre elezioni, inoltre hanno contribuito gli scandali delle spese pazze e l’abbandono anzitempo dei precedenti presidenti di regione, ma pensare che in Emilia Romagna si sia recato alle urne appena il 37.67% (meno che in Calabria dove è stata registrata un’affluenza del 44.07%) degli aventi diritto fa trasalire chi conosce quei luoghi.

L’Emilia-Romagna è una terra dove si  mangia (o si mangiava?) davvero pane e politica e le feste dell’unità usualmente gremite così come i comizi ed i dibattiti pubblici sempre partecipatissimi ne sono riprova. In Emilia-Romagna l’esercizio del diritto di voto è realmente sentito e per le votazioni più importanti non si stenta a rasentare percentuali attorno al 90% anche in calde domeniche estive, figurarsi durante nebbiose giornate autunnali come quella in questione. Questa volta invece non è stato così, e non lo è stato nella “terra rossa” per eccellenza dove Prodi ha dichiarato che una affluenza inferiore al 50% sarebbe più che preoccupante.

Il risultato percentuale, da confrontarsi poi con in valori assoluti che evidenzieranno un calo di consensi diffuso, non lasciano adito ad interpretazioni: la coalizione di centro-sinistra sostenitrice di Stefano Bonaccini ha vinto toccando il 49.05% con un PD al 44%, anche se un tempo la percentuale sarebbe stata decisamente più bulgara, la lega con Alan Fabbri è il secondo partito con poco più del 30% doppiando Forza Italia fermo all’8%, il M5S con Giulia Gibertoni è sotto al 15%.

In Calabria le cose sono leggermente differenti, benché il candidato del Centro Sinistra Mario Oliviero abbia vinto con circa il 60% solo il 24% dei voti va direttamente al PD, i restanti vanno tutti alla lista con nome del candidato, significativo poi che il M5S sia sostanzialmente scomparso attorno al 4%.

Ai partiti ora va il compito di fare un serio esame di coscienza. Per tutti il numero in valore assoluto dei votanti è diminuito sensibilmente.

Il Centro Destra deve prendere atto di essere inconsistente e la Lega da sola non può oggettivamente pensare di avere mire a livello nazionale. Per il Carroccio questo momento, per via delle difficoltà e del disagio sociale, del suo modo aggressivo di affrontare il problema abitativo da tempo esistente ma da poco agli onori delle cronache, è particolarmente propizio puntando spesso a cavalcare la paura del diverso, innegginado al diritto che gli italiani hanno prima di ogni altro e talvolta avanzando a suon di populismi difficilmente realizzabili. Ciò spiega i consensi raggiunti e quelli che probabilmente raggiungeranno nelle regioni del nord.

Il M5S deve ammettere di aver fallito. Non ha risposto, pur avendone la possibilità, alle aspettative dei suoi elettori (l’ Emilia-Romagna rappresentava un po’ la culla del movimento) arroccandosi dietro un ostracismo fine a se stesso e dando l’impressione di non aver raggiunto alcun risultato degno di nota se non quello di opporsi a priori senza mai aprirsi ad un atteggiamento negoziale e propositivo. Inoltre i modi autoritari, a volte “epurativo” al limite del dittatoriale del “leader de facto” non sono contestati e rinnegati da molti dei sostenitori della prima ora.

Al Centro-Sinistra ed al PD però sta l’esame di coscienza più profondo. Le cause che possono aver condotto all’astensionismo sono tante, nazionali ed internazionali, politiche ed economiche, ma non il PD può fingere, nascondendosi dietro la vittoria, i tweet e l’uso preciso dei media, di non sapere che la divisione interna al partito, la violenza negli scontri coi sindacati e la disaffezione della gente siano state quelle dominanti. Il PD di Renzi, e questo il Premir deve tenerlo smpre in mente perché suo ancestrale impegno personale, si è detto intenzionato fin da subito ad essere il partito rappresentate la “gente” un partito che vuole conoscere la situazione nelle strade, nei mercati, vuole coinvolgere i cittadini attivamente nella vita politica, rompere quel divario che separa attività amministrativa da vita quotidiana, vuole far si che la politica appartenga a tutti e che tutti si sentano partecipi ed importanti nel poter contribuire ad un progetto che era quello, arduo quanto necessario ed encomiabile, di cambiare l’Italia ed un po’ esageratamente l’Europa. Ciò evidentemente non è avvenuto e non è avvenuto neppure in Emilia-Romagna dove quel sentimento di partecipazione e perversione politica in tutte le sfere della vita giornaliera già c’era, anzi la disaffezione è aumentata segno oltremodo preoccupante che la fiducia nel futuro, nella ripresa economica, in un periodo leggermente più prospero, nella reale possibilità di cambiamento ed anche nella classe politica e dirigente è ulteriormente diminuita. Chiaro è che molte persone non si sentono rappresentate dall’attuale PD ed esse sono riconducibili ai tanti operai e tanti sostenitori dei sindacati nati in quelle terre e dove hanno fatto storia (ed il ministro Poletti dovrebbe saperlo), ed ai tanti elettori di centro sinistra che non possono comprendere come si possa patteggiare in modo segreto con Forza Italia e direttamente, ad esempio, con Verdini e Berlusconi. Costoro sono in sostanza quelli afferenti ai vari Fassina, Civati e Cuperlo. Allo stesso modo questa ala del PD dovrà decidere come comportarsi: continuare a opporsi a molti dei provvedimenti avanzati del PD salvo poi, una volta alle strette, votarli; allinearsi a quelle che sono le linee generali del Partito (ormai ben chiare e che esulano dallo scontro aspro ma costruttivo verso una convergenza comune visto che alcune visioni si possono dire agli antipodi e non conciliabili); oppure ritenere di avere un seguito di elettori e sostenitori tale, come sembrerebbe dalle dichiarazioni pubbliche, da permettersi di dividersi impegnandosi a rappresentarli compiutamente dando fattezza a quello che spesso indicano come popolo di sinistra non rappresentato. Nelle condizioni in essere tale frangia non è né carne né pesce.

Questa situazione di una Destra e Centro-Destra sgretolate, di un Centro e di una Sinistra inesistenti e di un Centro-Sinistra che di fatto non rappresenta una buona fetta dei suoi vecchi elettori che si trovano in difficoltà nell’esercizio del voto (come già di scrisse: LINK1 – LINK2) è un grandissimo dramma per la Democrazia di un paese ed è una condizione che va superata anche perché il disagio sociale ed il malcontento, uniti alla sensazione di impotenze e di non rappresentanza potrebbero dare adito ad un ulteriore incremento e ad una maggior strutturazione di episodi violenti e sovversivi.

Al momento, ed è sentimento comune dimostrato dall’astensionismo, Renzi,  nonostante cinguettii pungenti e comunicativi a volte efficaci a volte meno, a volte propri a volte impropri, non è riuscito a cambiare davvero verso e marcia, non è riuscito a dare un impulso shock al sistema. Forse per cambiare il paese il PD dovrebbe chiarire se stesso scoprendo quale direzione vuole realmente intraprendere, chi vuole esserne parte condividendo le linee programmatiche e chi vuole uscirne, riplasmando, qualora ritenuto opportuno, il partito stesso. Il consenso unanime e trasversale non è nelle corde di nessun leader politico e quando si è verificato non è mai stato duraturo e spesso ha avuto esiti tragici.

23/11/2014
Valentino Angeletti
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La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista?

La Francia si trova di fronte ad un terremoto politico non indifferente proprio a pochi giorni dal consiglio straordinario sulle nomine dei commissari europei della nuova commissione Juncker. La coalizione di governo messa in pedi dal Presidente socialista Hollande e composta dal Premier liberale Manuel Valls e dal Ministro dell’Economia Arnaud Montebourgn decisamente più orientato a sinistra, non ha retto alla politica a dir loro eccessivamente rigorista ed accondiscendente all’asse Berlino-Bruxelles che fino ad ora ha dominato l’approccio economico europeo impostato sul rigore dei conti e sulla disciplina di bilancio.
Il Premier Valls dopo le nuove e pesanti accuse alla politica di rigore economico portate da Motebourgn al Governo francese ha dunque rassegnato le dimissioni dell’intero esecutivo. Hollande si è trovato di fronte ad una pesante vacanza in un momento delicatissimo per la Francia, con le nomine europee alle porte, con la politica estera in preda alle tensione russe e medio-orientali, con un partito socialista ridotto alla sfascio e con gli anti-europeismi che imperversano e che hanno portato alle ultime elezioni europee il Fronte Nazionale di marine Le Pen ad essere il primo partito. La Le Pen ha subitamente colto l’occasione per rilanciare lo scioglimento dell’assemblea nazionale e l’eventualità di nuove elezioni. Questa debolezza ed incertezza del Governo non fa bene alla Francia sia perché a livello economico anche oltralpe, pur con una politica industriale decisamente migliore dal punto di vista di impostazione strategica rispetto all’Italia, si sentono pesanti gli effetti della crisi e dell’austerità sia perché da adito ad un ulteriore rafforzamento del sentimento anti europeo il quale in fasi delicate sui terreni libici, iracheni, siriani e russo-ucraini, può sfociare in pesante intolleranza e xenofobia. Un sondaggio nazionale del resto certifica che per circa il 74% degli intervistati la religione islamica è intollerante e incompatibile con la moderna società francese.
Questo sconvolgimento politico in Francia arriva immediatamente dopo le dichiarazioni dell’Ex ministro dell’Economia che accusavano le politiche di rigore ed Hollande, colpevole di averle assecondate e di star continuando a farlo, per l’avvitarsi di questa crisi. Al contempo Montebourgn lanciava l’assist a Renzi per un eventuale alleanza in nome di maggior flessibilità, asserendo che il piano di riforme del Premier italiano rappresenta la corretta modalità operativa per gestire la crisi e che tutti gli stati dovrebbero seguire il suo esempio.
Queste dichiarazioni anti Bruxelles non devono essere piaciute a Valls, al quale Hollande ha dato incarico di formare il nuovo Governo (in cui però non sarà presente né Montbourg né Filippetti che probabilmente daranno vita ad una nuova fronda di sinistra). La mossa potrebbe essere letta proprio in chiave europea, infatti le quotazioni per il posto di commissario agli affari economici e monetari europeo (che fu di Rehn il finnico) del francese socialista Moscovici sono molto alte ed un’escalation dei rapporti tra Francia e Commissione avrebbe potuto compromettere questa opzione. Il posto economico in Europa è uno dei più prestigiosi, lo sarà sempre di più se l’obiettivo è giungere ad una unione più coesa e centralizzata rispecchiando quanto suggerito da Draghi agli stati membri di cedere in tema di riforme economiche parte della sovranità proprio all’Europa.
La linea più volta alla flessibilità presente nel governo francese sembra così smorzata e Valls nella creazione del nuovo esecutivo probabilmente cercherà l’appoggio del centro, essendo la sinistra in procinto di creare una nuova fronda di circa cento membri e la destra principalmente nelle file del Fronte Nazionale della Le Pen.

Nel frattempo il Cancelliere Merkel ed il Premier spagnolo Rajoy percorrevano il cammino di Santiago (in realtà pare solo 5 dei 150 Km) e si intrattenevano per 4 ore a cena. Tra i due capi di governo è emersa una grande sintonia sulle politiche del rigore di bilancio e sull’austerità. La Spagna del resto ha incassato molti endorsement e plausi per il cammino di riforme (allegoria di quello di Compostela?) intrapreso, benché il livello del debito sia raddoppiato dal 2008 ad oggi; il benessere sociale sia decisamente più basso rispetto a prima (lo testimoniano gli scontri e le manifestazioni di protesta per l’incontro tra i due leader di vari fronti anti austerità); i livelli di disoccupazione complessivi rasentino il 28%. Indubbiamente le riforme sono fondamentali ed in tal senso va dato atto all’azione di Madrid, ma a rafforzare questa vicinanza “pro rigore” che non fa di certo il gioco spagnolo probabilmente stanno concorrendo i 37-40 miliardi che la Spagna nel 2012 ha richiesto ed ottenuto dal fondo speciale UE per il salvataggio delle sue banche, operazione gestita dal Ministro dell’Economia De Guindos con il supporto fondamentale dell’omologo tedesco Wolfgang Schauble. Proprio De Guindos risulta essere il più probabile sostituto, alla scadenza del mandato a metà 2015, dell’olandese Jeroen Dijsselbloem alla presidenza dell’Eurogruppo, sostegno dato anche dalla stessa Germania. In tal senso quindi Madrid ha tutto l’interesse a mantenere ottimi rapporti con Berlino che la erige spesso a baluardo del processo di risanamento dei conti e del significato di implementazione delle riforme (come aveva provato a fare in Francia Montbourg con Renzi).

Quella che poteva (ed avrebbe dovuto) essere un’asse pro flessibilità capeggiata da Italia-Francia e che avrebbe potuto coinvolgere anche la stessa Spagna (oltre che Grecia e Portogallo) sembra in questo frangente essersi sgretolata, così come sembra ancora lontana la virata europea verso un rapido cambiamento di gestione economica della crisi. Al momento ogni nuovo approccio pare posto sull’altare del conservatorismo, probabilmente finalizzato all’ottenimento di qualche posizione di Commissario, con una conseguente corsa ad entrare nelle grazie più che di Bruxelles di Berlino.
A pagare ovviamente saranno l’Europa e tutti gli stati membri, perché ciò vuol dire altro tempo nel quale non si definisce chiaramente se l’Europa vuole continuare con l’impulso recessivo e deflattivo dato da eccessive politiche rigoriste in fasi di pesante crisi oppure se vuole aprirsi e discutere un nuovo modello che, pur non abbandonando il controllo dei bilanci anzi in un certo senso aumentandolo, sia principalmente rivolto alla crescita, agli investimenti economico-industriali ed alla creazione di benessere diffuso, dimostrandosi così (tardivamente) resiliente ai cambiamenti in atto. Il motto che si sentirà proferire continuerà ad essere quello della flessibilità nel rispetto dei patti e dei trattati che se non rappresenta un ossimoro poco ci manca.

Al momento i mercati sembrano essere stati immuni al ribaltone francese ed aver gradito le parole di Draghi, sempre pronto alle misure straordinarie, che ha spinto sulle riforme dei singoli stati e su una rinnovata centralità europea. A riportare un po’ di capitale finanziario (differente a quello industriale) in Europa hanno contribuito anche le parole della Yellen che ha confermato il tapering (i QE mensili sono già passati da 85 a 25 mld $/m) con lo stop definitivo degli acquisti ad ottobre (a patto che non vi siano elementi palesemente ostanti). Probabilmente quindi l’aspettativa di breve-medio periodo è una calo della liquidità in USA ed un aumento in Europa. Ciò ha comportato lo sprint di tutte le borse ed il ribasso di tutti gli spread, ma la situazione dell’economia reale è più incerta. A dimostrarlo è l’indice di fiducia delle imprese tedesche (IFO), mai basso come nell’ultima rilevazione, a testimonianza che, anche se il Governo di Berlino non pare recepire in modo ufficiale (per farlo probabilmente attenderà alcuni allarmi dai dati sull’occupazione che seguono fisiologicamente un peggioramento economico), il substrato produttivo è incerto. Questo sentiment è dovuto alle esportazione extra-UE penalizzate da una moneta decisamente troppo forte (benché sia in calo il rapporto €/$ il divario rimane ancora di un 30%); ai ritardi sul TTIP; alle crisi orientali, Russe, Ucraine ed alle relative sanzioni, e alla difficoltà, visto il basso livello di consumi sopraggiunto a causa della riduzione del potere d’acquisto, di mantenere alte le esportazioni verso i principali mercati dell’euro-zona (come in italia, Spagna, Francia, Grecia, Portogallo). Il campanello d’allarme sta già squillando e non va sottovalutato. Come si sa da tempo vanno sbloccati investimenti e creata occupazione e reddito, agendo sia sul fronte dell’offerta con sostegno alle imprese (credito, sburocratizzazione, flessibilità del lavoro, defiscalizzazione) sia su quello della domanda (maggior reddito disponibile), lavorando a livello europeo, nazionale e di banca centrale europea.

Lato italiano, oltre che cercare di porre sempre in cima all’agenda europea che come presidenti di turno dovremmo dettare temi quali flessibilità, crescita investimenti, golden rule, lavoro, occupazione, ma che, vuoi le nomine dei commissari, vuoi le priorità interne, vuoi le tensioni ucraine e medio orientali, vuoi Marenostrum-Frontex e le migrazioni, vuoi le crisi di governo altrui, non riusciamo ancora ad impostare in modo efficace, vi è la necessità di proseguire con il cammino delle riforme anche per fare in modo di ottenere pure noi qualche Commissario o Alto Rappresentante. Le quotazioni del Ministro Mogherini sembrano in crescita (anche dopo la dichiarazione del Min. degli Esteri Russo Lavrov che avrebbe confermato una non vicinanza con il Ministro degli Esteri Italiano; i due si sarebbero incontrati solo una volta) anche se è opinabile una così forte volontà di ricoprire una posizione fino ad ora di rilevanza limitata, soprattutto per quel che concerne gli aspetti economici ai quali l’Italia dovrebbe essere particolarmente interessata.
Il 29 agosto, immediatamente prima del consiglio UE del 30, vi è un importante CdM con al centro scuola, giustizia e sblocca italia, tre punti cardine per impostare una crescita sostenibile. In particolare sblocca italia dovrà essere riempito di provvedimenti realmente incisivi (il caso Alcoa riporta l’attenzione sulla questione dell’energia per le PMI che deve essere ulteriormente ridotto agendo su oneri di sistema, sistema di incentivazione, adeguamento del MIX produttivo e tecnologico, supporto con fondi europei alla dismissione/riconversione dei vecchi impianti che rappresentano solo un costo pagato in bolletta, con creazione di indotto nel breve-medio periodo). Ogni provvedimento ed ogni investimento, stando a quanto si legge, è pesantemente vincolato da margini ristrettissimi, non vi sarebbero (e sempre secondo i media lo stesso Padoan confermerebbe) risorse aggiuntive né tesoretti ed i risultati dell’ambiziosa spending review sono ancora da venire e da destinarsi alla riduzione del debito e delle tasse e non alla copertura di spese. Tale è la condizione cronica in cui versa l’Italia da almeno 5 anni e che senza operazioni titaniche e probabilmente impopolari oppure senza la flessibilità che si richiede all’Europa difficilmente potrà essere curata. Potranno essere trovate copertura col “bilancino” per determinati provvedimenti, ma diversi sono gli ordini di grandezza di budget in grado di sbloccare l’economia, l’industria, la produttività, l’innovazione e la fiducia del paese.
Con i risultati preliminari del CdM il Premier Renzi può andare al Consiglio del 30 provando a portare una prova della serietà dell’azione riformatrice di governo, che non sarà comunque accettata ad occhi chiusi dall’Europa consuetamente meticolosa nell’analisi dei dettagli. In ogni caso è troppo tardi per pensare che la flessibilità sugli investimenti produttivi, in innovazione, tecnologie, infrastrutture ecc possa attendere le prime evidenze delle riforme per essere concessa. La via che l’Europa adesso dovrebbe adottare è dare credito e controllare costantemente l’attuazione ed i benefici delle riforme e delle spese in investimento. Per il Premier italiano quindi sarà ancora più importante la fase di successiva implementazione, cercando di fare in modo che si giunga rapidamente all’attuazione e che non vengano semplicemente rimpinguate le pile dei decreti attuativi ancora da sbrigare.

Link:
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza 23/08/14
Padoan: crescita molto lontana da quanto previsto. Indiscrezioni di un non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona. 17/08/14
Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2 15/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande 13/08/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14

 

25/08/2014
Valentino Angeletti
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L’influenza ininfluente della stabilità politica sulla finanza

L’attuale incertezza della futura conformazione politica italiana non sembra stavolta influenzare negativamente i mercati.

Dopo le annunciate dimissione di Enrico Letta che si completeranno oggi con la visita del Premier a Napolitano, è luogo comune dare per fatta una successione di Matteo Renzi. In realtà potrebbe non essere così scontato che il Presidente della Repubblica accetti senza colpo ferire le dimissioni del Premier che lui stesso ha voluto per la formazione di quel governo delle larghe intese per il quale ha deciso di accettare un secondo mandato al Quirinale.
Napolitano vorrebbe che almeno fossero portate a termine legge elettorale e semestre di presidenza Europeo, quindi fino alla fine del 2014. Il Presidente potrebbe chiedere al Premier di ripensarci in virtù dei flebili, ed a dire il vero poco significativi, dati appena emessi dall’Istat che rilevano un PIL in aumento dello 0.1% nell’ultimo trimestre 2013 ed un debito in calo di 36.5 mld di € a dicembre 2013, attestandosi a 2’067.5 mld di € (siamo in attesa del pronunciamento di Moody’s sul rating italiano).
Vero è che del Governo Letta, non per colpa del Premier ma per le oggettive difficoltà, si ricordano più gli insuccessi che i successi, ad iniziare dal caso Kazako e dei Marò in India, passando per la diatriba IMU, il Salva Roma che è diventato un salva tutto, le figure misere di alcuni Ministri come la Cancellieri, lo scontro Saccomanni-Carrozza, le dimissioni di Fassina, la De Girolamo, varie dichiarazioni improprie e relative smentite (da Zanonato a Saccomanni) e poi le missioni all’estero durante le quali internamente succedeva qualsiasi cosa: era negli USA per rassicurare gli investitori quando in Italia Berlusconi abbandonava il PDL fondando FI e nel contempo cercavano cavilli per modificare le leggi OPA così da osteggiare Telefonica nell’affare Telecom, poi i problemi annosi di Alitalia, gli scontri duri con Sindacati e Confindustria sul tema del lavoro e delle vertenze aziendali, la disoccupazione in crescita e così via.

Difficoltà interne simili dovrà affrontare Renzi (che a chi gli intima attenzione poiché potrebbe bruciarsi risponde citando Frost…), assieme alla complessità nel cercare alleati e nella formazione dei gruppi parlamentari che potrebbero essere più centristi o più rivolti a sinistra, ma difficilmente assieme nella stessa entità. Anche andare al governo con NCD non sarà semplice e FI probabilmente chiederà un passaggio alle Camere.
La possibilità delle elezioni è osteggiata dalla legge elettorale proporzionale che non piace quasi a nessuno se non al M5S, anch’esso un incognita nel rapporto con Renzi.

Nulla di scontato quindi, ma nonostante il marasma i mercati sembrano non esser interessati alle vicende. Lo spread italiano si mantiene nell’intorno dei 200 pti base, BOT, BTP ed in generale i titoli di stato hanno i tassi ai minimi a testimonianza che stavolta lo sperad non è frutto di un incremento dei tassi sui BUND tedeschi, anch’essi in calo.
Una prima interpretazione potrebbe essere che Renzi e la sua intenzione di cambiare e svecchiare, di avere voce in capitolo sulle nomine delle aziende partecipate, sulla politica finanziaria, industriale, energetica ed il fatto che sia vicino a molti manager, piaccia ai mercati ed alla finanza, in realtà non è questa la causa principale.

Quando nel 2010/11 l’instabilità politica fece balzare alla stelle lo spread italiano la situazione macroeconomica generale era differente. C’erano i mercati emergenti che correvano ed offrivano altissimi rendimenti a causa dell’alto rischio legato alla loro fragilità politica ed a monete proprie altamente instabili, però l’impostazione era positiva ed attraente; in aggiunta a ciò iniziarono i QE in tutto il mondo dal Giappone agli USA, dallo UK alla Cina, tutte le banche centrali iniziarono a stampare, a parte la ECB che non può emettere liquidità direttamente.
Una massa di denaro fresco quindi si stava riversano nella finanza (e se fosse andata nell’economia reale in particolare in Europa forse avremmo una impostazione migliore) e per ottenere rendimenti alti gli investitori si rivolsero principalmente agli emergenti. Questo meccanismo ha fatto scatenare gli acquisti su tali paesi convogliando anche i capitali fin lì allocati nei mercati maturi che stavano invero traballando (all’epoca Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) verso nuove destinazioni. Il fattore dell’instabilità politica è stato dunque uno dei tanti, non l’unico né lo scatenante.

La situazione attuale è differente. Dall’inizio della crisi l’economia finanziaria è stata inondata da 27’000 miliardi di $ di liquidità fresca che cerca rendimenti. Negli emergenti ultimamente si stanno verificando le situazioni fino ad ora scongiurate facendoli preferire a mercati più sicuri, ma meno profittevoli, come le crisi politiche e monetarie ed un generale rallentamento dei loro tassi di crescita. Nello stesso tempo i mercati maturi stanno reagendo alla crisi riprendendosi più o meno lentamente ed offrendo buoni rendimenti, a basso rischio e con prospettive di crescita.

La finanza non attende le notizie per regolarsi, le utilizza per giustificare il proprio comportamento, ma sa bene dove vuole dirigersi. Se vede profitto in una direzione è semplice, nelle migliaia di notizie giornaliere, trovarne una che giustifichi l’andamento, lo stesso vale in caso contrario.

Gli investitori si stanno spostando verso mercati relativamente tranquilli ma con rendimenti non trascurabili e l’Italia, a patto di non tirare troppo la corda sfidando la volatilità dei mercati, è una destinazione plausibile e la sua stabilità politica in questa impostazione non è troppo influente, passa in secondo piano rispetto al rischio, al beneficio ed alla prospettiva.

Diverso il discorso della percezione che ha l’Europa nei confronti delle nostre istituzioni. Europa che, qualsiasi sarà il Governo venturo, dovrà essere un interlocutore primario e col quale negoziare con autorità sul parametro del 3%, sulla Golden Rule ed in prospettiva sul fiscal compact. La stessa OECD ha criticato la politica, adottata fino ad ora, di austerità che ha creato enorme disagio sociale, sentimento anti europeo ed è costata troppo alle classi medie e più disagiate di tanti paesi avvantaggiando principalmente alcune economie (Germania in primis, ma anche il sistema bancario al quale è stato destinato una buona fetta del PIL dell’eurozona) e contravvenendo a quello che avrebbe dovuto essere lo spirito Europeo che va costruito, mantenuto e tutelato.

14/02/2014
Valentino Angeletti
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Puntare sul meglio per un cambiamento inderogabile

Neanche il migliore tra tutti gli aruspici sarebbe in grado di prevedere quello che succederà alla scena politica italiana, si potrebbe andare a nuove elezioni anche nel giro di poco tempo, oppure il Premier Letta, che oggi incontrerà il Presidente Napolitano di ritorno da Napoli dove ha parlato della situazione indecente delle carceri per la quale l’Europa ci ha multato, potrebbe presentare le proprie dimissioni, ci potrebbe essere un rimpasto di governo magari con il supporto dei Senatori a vita, di qualche membro del M5S e del PdL, ambedue contravvenendo alla linea di partito e di Scelta Civica che si è sempre detta attenta ad agire per il bene del paese. Né tanto meno potrà facilmente vaticinare sulla risposta dei mercati, sull’ andamento dello spread e sulla reazione delle agenzie di rating.
Le scadenze imminenti non sono di poco conto, c’è l’approvazione della legge di stabilità da concludere entro metà ottobre per poi passarla alla commissione EU, finalizzata a presentare manovre e coperture di fine anno con l’intento di riportare il rapporto deficit/PIL sotto al 3% dal 3.1 – 3.2% attuale (a seconda delle stime). Se il governo saltasse e non venisse approvato nulla scatterebbero tutti quegli aumenti automatici (IVA ormai certa, seconda rata IMU, blocco pagamenti delle PA, blocco rifinanziamento CIG e missioni all’ estero) che paradossalmente colpirebbero duramente i contribuenti, ma potrebbero fare in un certo senso riquadrare i conti in modo apprezzato alla finanza che come è noto è imprevedibile e non scontata. È assai probabile che la situazione politica intricatissima peserà sulla direzione dei mercati, ma di certezze non ve ne sono.

In mezzo a tutti questi “forse”, che rispecchiano una situazione drammatica, c’è una certezza: la necessità di cambiamento. Un cambiamento che deve colpire la classe politica e dirigente italiana, non solo nei cosiddetti “palazzi”, ma anche nelle aziende a parziale controllo e private, nelle municipalizzate e nelle realtà locali partecipate.
Non deve avvenire quella rottamazione insensatamente basata su fattori anagrafici che sta fomentando un pericoloso e distruttivo odio generazionale; chi ha agito bene, o comunque ci ha provato, ma non è riuscito perché succube di un sistema che rende impotenti, prescindendo dall’età ha ancora molto da dare al paese e deve continuare a contribuire. Non è vero che tutta la politica o tutto il management è incapace o solamente interessato al proprio tornaconto, ci sono esempi, innumerevoli, che dimostrano il contrario e non si può permettere che vengano “buttati nel mucchio”.
A fianco di queste persone è però necessaria una nuova classe, quella del futuro, dei giovani, che dovrà già entrare nel circuito ed essere pronta alle prossime elezioni europee ed al semestre italiano che partirà a luglio 2014. In sede internazionale ci vuole la massima credibilità e competenza, non è possibile ripresentarsi con coloro che non hanno saputo gestire gli anni scorsi. Servono “vecchi” saggi mentori e giovani vogliosi e promettenti.

In Parlamento, alla Camera, in Senato vi sono ancora esponenti che si vantano di non utilizzare internet, dichiarando che il loro portaborse è un internet personalizzato. In questa era di cambiamento, di transizione c’è bisogno di gente che sappia cosa sia il digital divide, che conosca il significato di StartUp e di Crow-founding, che comprenda l’importanza della banda larga, che possa parlare di cambiamento climatico, di green economy, di energia, di mix energetico, di produzioni tipiche e biologiche e di sostenibilità aziendale. Persone che, quando si parla di rinnovare le PA, digitalizzare e sburocratizzare, non pensi che un posto di lavoro viene perso perché sostituito da uno stupido computer, animandosi di un luddismo da prima rivoluzione industriale, ma abbia chiaro che quel computer, se usato correttamente, snellirà ed ottimizzerà un processo, farà risparmiare in tempo e denaro, aumenterà l’efficienza e con la consapevolezza che dietro quel computer esiste un indotto di gestione, manutenzione, educazione digitale i quali rendono positivo il bilancio degli occupati ed in grado di creare valore.

La collaborazione generazionale è fondamentale in scenari che mutano rapidamente e per confrontarsi in modo competitivo e credibile nei consessi internazionali, le azioni di affiancamento e rinnovo devono però essere rapide perché la tendenza dei giovani, che in molti hanno perso speranza ed ottimismo, è quella di abbandonare alla volta di lidi sicuramente più favorevoli, anche senza dover percorrere migliaia di Km.

Solo con le migliori risorse, ed in Italia ce ne sarebbero da valorizzare a su cui puntare, delle generazioni passate, presenti e future che combatto insieme con voglia ed energia, ciascuno utilizzando le proprie capacità e conoscenze per un fine comune, si può raddrizzare una situazione che agli occhi dei più pare ormai compromessa irrimediabilmente.

29/09/2013
Valentino Angeletti
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Napolitano non sorprende, ribadisce!

Attorno alle 19:30, giusto in tempo per scompaginare le scalette dei telegiornali, ma alla fine neanche poi tanto, è stato diramato il comunicato del Presidente della Repubblica in merito al processo Mediaset.

Napolitano, chiamato in causa anche insistentemente da più parti benché non fosse nelle sue intenzioni pronunciarsi pubblicamente, non tradendo moderazione e pragmatismo, è stato decisamente realista senza dare adito alle tanto eclatanti quanto improbabili dichiarazioni che molti, in particolare tra le file del PDL, si attendevano.

I tre punti cardine del comunicato possono essere riassunti come segue:

  • Si deve prendere atto di ogni sentenza definitiva così come vanno rispettate le conseguenti implicazioni.
  •  Al momento non è stata presentata alcuna richiesta di grazia, qualora venisse presentata è dovere del Presidente della Repubblica valutarla  con attenzione.
  • Nella situazione attuale una crisi di governo avrebbe conseguenze drammatiche.

Non ci sono state sorprese particolari ed il “monito” del Presidente, sobrio come al solito, era oggettivamente quello che la maggior parte dell’opinione pubblica, minimamente interessata alla vicende economico politiche del paese, avrebbe proferito o comunque aveva in mente senza necessità che la più importante istituzione lo ripetesse. Evidentemente non vale lo stesso per gli esponenti politici, che tutt’ora cercano di interpretare a loro pro o comunque secondo una specifica linea di pensiero le parole del Presidente.

Se proprio si vuole analizzare quanto scritto nel comunicato stampa si evince in sostanza che la magistratura ed il potere giudiziario hanno agito e continuano ad agire in piena autonomia garantendo uguaglianza a tutti i cittadini di fronte alla legge, il Presidente della Repubblica assolverà sempre e comunque alle sue funzioni e valuterà accuratamente ogni richiesta di grazia conforme alle procedure costituzionali formalmente presentata, inclusa eventualmente quella relativa al Processo Mediaset (di sicuro non si muoverà “motu proprio”), il contesto attuale non consente di affrontare crisi di governo.

Riguardo all’ultimo punto è stato ripetuto più e più volte che i  leggeri segnali positivi che possono far pensare ad una lenta ripresa economica del paese e dell’Europa (nel secondo trimestre del 2013, battendo le previsioni degli analisti, il Pil della Germania sale dello 0.7%, quello della Francia dello 0.5% trainato da una ripresa dei consumi interni, anche il PIL della UE-27 sale dello 0.3%) vanno capitalizzati senza perdere energie, tempo e risorse umane in scontri politici intestini ai partiti o al governo, propagande elettorali ed arroccamenti ostinati, andando ad agire sinergicamente in modo rapido ed incisivo sui tanti aspetti che potrebbero contribuire alla ripresa, anch’essi ribaditi molte volte.

La concertazione della politica, mai come ora, dovrebbe essere rivolta alla soluzione dei problemi concreti, Enrico Letta non dimentica mai di ripeterlo e del resto è quello che sta abilmente ricordando anche Berlusconi, salvo che i suoi in sembrano non volerlo ascoltare perseverando nel lanciare ogni tipo di ultimatum.

Una crisi di governo adesso, con le borse ed i mercati piuttosto “tiranti” dopo settimane di buone performance e lo spread a livelli molto bassi (ai minimi da un paio di anni), complice anche l’incremento dei rendimenti dei Bund tedeschi, lascerebbe ampio margine di manovra alla speculazione e farebbe optare agli investitori, tornati a credere nei mercati azionari, per una presa di benefici scatenando così le vendite. C’è inoltre l’incognita delle agenzie di rating che sorvegliano attentamente l’Italia, sia per lo stato di avanzamento delle riforme e del debito sovrano che ha raggiunto il nuovo record di 2075.1 miliardi di euro a giugno, sia per la situazione politica, che ci è già costata un downgrade nelle scorse settimane. Al momento l’Italia è classificata per S&P BBB con outlook negativo, a soli due step da junk, spazzatura, che per il paese significherebbe grande difficoltà di rifinanziamento se non a tassi esagerati poiché molti investitori istituzionali, grandi fondi e Stati Sovrani hanno per statuto divieto di acquisto di titoli classificati “non investment grade”.

Il Presidente della Repubblica non ha sorpreso, ma di sicuro ha ribadito per l’ennesima volta i capisaldi della linea alla quel i partiti politici dovrebbero attenersi.

13/08/2013

Valentino Angeletti

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