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Il cronico, teutonicamente imposto, ritardo di Mario Draghi, ultimo baluardo di questa Europa

All’ultimo direttivo del Board BCE, che si tiene il giovedì ogni 45 giorni, il Governatore Draghi ha proferito parole piuttosto nette in merito alle ultime vicende economico-politiche.

Innanzi tutto ha comunicato che aumenterà il tetto dell’ELA, la liquidità di emergenza per le banche greche, di 900 milioni di euro, in aggiunta agli 89 miliardi già conferiti, così da consentire i prelievi di 60 euro ai greci fino ad agosto e ridare liquidità alle banche.

In merito all’ELA, Mario Draghi ha poi precisato, con tono perentorio, che precedentemente non è stato possibile incrementarne il tetto perché lo statuto della BCE non consente l’innalzamento di una ELA nel caso non sussistano sufficienti garanzie bancarie o se uno stato e le sue banche al seguito, versano, come la Grecia nei confronti dell’FMI, in situazione di insolvenza. Sono infondate, a detta del Governatore, le accuse rivolte alla BCE di voler spingere, non consentendo la riapertura delle banche ormai prive di liquidità senza il supporto ELA, all’accettazione del piano della Commissione, respinto inutilmente con il referendum del 5 luglio. Ora, a seguito della conferma del piano da 82-86 miliardi in 3 anni, la cui prima trance da 7 è in procinto di essere erogata, approvato dal Parlamento di Atene ed anche da quello tedesco, le garanzie sono aumentate, consentendo lo sblocco dell’ELA, operazione puntualmente messa in atto da Draghi.

Mario Draghi ha inoltre riconfermato come sia nella missione della BCE l’obiettivo di preservare l’Euro e di impedire la fuoriuscita di qualsiasi paese membro dalla moneta unica. L’istituto utilizzerà ogni strumento, anche non convenzionale, per perseguire il risultato. L’eventuale decisione di eliminare un paese dalla zona Euro è una decisione prettamente politica che spetta agli stati ed alla Commissione, non ad un’entità neutrale (teoricamente neutrale, perché la trazione tedesca, col 17% delle quote, è evidente) come la Banca Centrale. Dal punto di vista della BCE e di Draghi non è contemplabile l’ipotesi di una GrExit.

Questa affermazione ricalca un po’ quella del 2011, il famoso “What ever it takes”, e si contrappone alle contemporanee dichiarazioni del solito Scheauble il quale ha riaffermato che l’uscita VOLONTARIA della Grecia dalla zona Euro per un tempo di circa 5 anni sia la soluzione migliore. Evidentemente se dovesse esserci una uscita è impensabile che essa sia a tempo, anche perché di lì a poco probabilmente imploderebbe tutta l’UE. Del resto è ormai chiara la volontà dei falchi di perseguire una Europa a due velocità, che di fatto non sarebbe più unita, né potrebbe condividere medesime politiche ed obiettivi economici.

In realtà non si ritiene che la GrExit sia stata una ipotesi realmente sul tavolo, non esistono procedure e la Costituzione europea non contempla questa evenienza; inoltre la Grecia, come la maggior parte degli stati dell’Eurozona, non sarebbe tecnicamente in grado di coniare nuova moneta.

Questo slancio di Draghi a protezione dell’Euro, appare un po’ ritardato, come furono ritardatari i QE che con tutta probabilità, se avesse potuto decidere in autonomia senza tenere in considerazione la componente tedesca del board BCE, il Governatore avrebbe erogato ben prima. Il Governatore, se avesse realmente voluto arginare una GrExit quando pareva più probabile e tranquillizzare i mercati in preda alla volatilità, avrebbe dovuto fare dichiarazioni simili a ridosso del referendum, cosa che non ha fatto. Si ritiene perché non sarebbero state gradite a tutte le istituzioni europee (ovviamente capeggiate dai falchi, ma con al seguito tutti i capi di stato, incluso Renzi) che avevano conferito al referendum il significato, totalmente infondato, di scelta tra Euro e Dracma e quindi Grexit o non Grexit.

Draghi, sempre con canonico, quasi cronico, ritardo, si è allineato all’altrettanto ritardataria FMI sospinta dal segretario Jack Lew e la FED, nel confermare la necessità di un taglio, magari a mezzo di un dilazionamento trentennale, dell’insostenibile debito Greco, che, agli occhi anche dei meno esperti, già dal 2011 era chiaro non potesse essere rimesso nei tempi e modi concordati e soprattutto con le condizione di austerità imposte, inefficaci a risollevare il PIL, denominatore nel rapporto col Debito. Ad FMI e BCE si accoda anche il Professore, ex Premier italiano, Romano Prodi, secondo il quale è necessaria una ristrutturazione del debito greco, proprio come fu fatto con la Germania negli anni addietro (ogni riferimento è puramente non casuale) e tale necessità è anche parte di quel processo che dovrebbe portare l’Europa ed essere davvero un elemento unitario.

Che il ruolo di Draghi e della BCE nel cercare di limitare la crisi sia stato e sia tutt’ora fondamentale, risulta evidente come risulta chiaro l’impegno quasi personale di Draghi “To preserve the Euro”. Meno chiaro, forse, è che Draghi si sta divincolando tra i falchi tedeschi, maggiori azionisti della BCE che fanno proseliti non dichiarati, ma fattuali, anche in Italia, e la sua volontà di tenere coesa l’Europa, con uno sforzo diplomatico e gestionale senza pari.

Speriamo che predomini il concetto di Draghi, che vinca su quello delle spinte particolaristiche, divisive e distruttive, perché Super Mario è l’ultimo e unico baluardo per questa Europa.

17/07/2015
Valentino Angeletti
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Attendendo il piano greco un fine settimana a ritmo di Sirtaky e dall’aroma di feta

Chissà come si saranno sentiti la precisa e puntuale commissione UE e la meticolosa Merkel quando Tsipras si è presentato all’Euro Gruppo, convocato con estrema urgenza proprio per provare a dirimere la crisi greca, senza un piano di riforme da sottoporre loro.

Il leader greco, dimostrando forse un po’ di superficialità ed impreparattezza ad una situazione che sia lui che le istituzioni, avrebbero volentieri concluso prima, ha avanzato solo richieste orali, affermando che è disposto ad accettare quanto proposto mercoledì passato dalla Commissione, a meno di alcune modifiche per renderlo accettabile dal Parlamento di Atene, modifiche che ovviamente rappresentano il nodo della discordia.

Tsipras vorrebbe mantenere l’IVA agevolata per le attività turistiche e sarebbe disposto a rivedere la richiesta di taglio del 30% del debito in favore di un ricadenzamento, allungando le scadenze e limando i tassi. Le istituzioni invece vorrebbero aggiungere i tre livelli di IVA, pensionamenti da subito a 67 anni, avvio di un pesante processo di privatizzazione. Come già accaduto non sono le cifre in ballo a rappresentare un problema, la Grecia arriva al 2% del PIL europeo, ed i programmi proposti dal primo ministro ellenico e dalle istituzioni non sono distanti, la vera questione è la volontà politica di creare o meno un precedente, che in ogni caso si verrà a creare qualunque sia l’epilogo.

Tsipras ha affermato che l’andare senza piani scritti rappresentava l’inizio della trattativa, in realtà è possibile che, dopo l’avvicendamento al ministero delle finanze tra Yannis Varoufakis e Euclides Tsakalotos, un piano condiviso e sottoscritto anche dal nuovo ministro non ci sia ancora. Nonostante ciò Tsipras ha richiesto il versamento, con beneficiaria Atene, di 7 miliardi di € per consentire di arrivare a fine luglio evitando il fallimento. Se entro due giorni Atene non sarà rifornita di liquidità le banche non avranno più soldi e sarebbe il default, con conseguenze ignote sul destino della Grecia all’interno dell’area Euro; per far fronte a ciò Atene ha richiesto una estensione del programma di assistenza ELA, fermato ad 89 miliardi dalla BCE come conseguenza del mancato pagamento di 1.6 miliardi all’FMI il 30 giugno. I denari servirebbero al governo greco per pagare stipendi e pensioni e per rimborsare i circa 3 miliardi che devono alla BCE entro il 21 luglio. La proposta è stata immediatamente rifiutata dalla Merkel: “Prima i piani di riforma e poi gli aiuti” ha tuonato il cancelliere tedesco, mentre Tsipras vorrebbe gli aiuti per poter intavolare, in luglio, nuove trattative con le Istituzioni per un piano condiviso. Nel frattempo è stata paventata l’ipotesi di un prestito all’ellade di circa 3 miliardi, ossia i profitti della BCE sui titoli greci, ma questa somma è sufficiente solo per adempiere gli obblighi dello stato (stipendi e pensioni) oppure per ripagare la BCE il 21 luglio.

In sostanza l’Eurogruppo si è concluso con un nulla di fatto, la tensione continua a tagliarsi con il coltello, ancora nessuno sa come, in caso di default ellenico, procedere: far uscire la Grecia dall’Euro o dichiararla “semplicemente” insolvibile? IN ogni caso le decisione sarà in capo all’Europa che ha in mano il proprio destino.

Al momento le Istituzioni hanno chiesto ad Atene un piano entro giovedì sera, massimo venerdì mattina, da poter discutere domenica nei vertici straordinari e d’urgenza a 19 e 28. Sono stati convocati anche tutti e 28 gli stati membri proprio perché in caso di uscita della Grecia dall’Euro, ipotesi che riteniamo difficile, ma che nessuno, incluso Juncker, ancora smentisce, l’impatto sarebbe su tutta l’Europa (e non solo).

La partita è di livello globale, come tale i giocatori non sono solo gli stati europei o immediatamente limitrofi, ma anche le altre potenze mondiali. In particolare USA, Russia e parzialmente la Cina. Il default greco, e nel caso peggiore l’uscita dall’area Euro, complicano lo scenario almeno su due livelli: il primo prettamente economico, in quanto uno scossone europeo che coinciderebbe con la disgregazione di tutto il progetto per come è stato conosciuto fino ad ora, con la decadenza del principio di irreversibilità della moneta unica, e con l’ammissione di fallimento del “What ever it takes” di Mario Draghi, sarebbe potenzialmente in grado di rallentare la ripresa anche in aree geografiche molto lontane, come appunto in Usa ed in Russia; il secondo livello è invece di tipo strategico, perché, a seconda della sorte greca, essa sarà portata ad orientarsi ad est piuttosto che ad ovest.

La Cina si sta muovendo alla conquista del vecchio continente procedendo all’acquisizione di quote in importanti società (ascesa sopra il 2% di Intesa è stato l’ultimo colpo in Italia) operanti in settori strategici (energia, oil&gas, trasporti, tlc, finanza, minerario, acciaio). Ovviamente la possibilità, qualora la Grecia venisse “abbandonata” dall’Europa, di supportarla in cambio di basi o avamposti strategici, teste di ponte per il vecchio continente, è quantomai allettante, così come lo sono le privatizzazioni che le Istituzioni UE chiedono a Tsipras. Di particolar interesse risultano il porto del Pireo, tutto il settore navale e la flotta commerciale greca, che per tonnellaggio è la più grande la mondo. Al momento l’interesse Cinese alla vicenda sta un po’ scemando a causa dei crolli finanziari che stanno colpendo l’estremo oriente: perdite di borsa di ordini di grandezza superiori a tutto il problema greco, basti pensare che in un sol giorno (la settimana scorsa) sono andati bruciati denari pari all’equivalente del valore di tutta la borsa di Parigi.

Gli USA, direttamente dal Presidente Obama, hanno fatto pervenire una telefonata alla Merkel (notare, non a Bruxelles, Juncker o chicchessia, ma a Frau Merkel) per riconfermare la necessità di una permanenza greca nell’Euro. Anche l’ammorbidimento delle rigide posizioni dell’FMI, con la conseguente dichiarazione (quasi certificazione, ma più una semplice conferma) di insostenibilità del debito greco, sembrerebbe figlio dell’operato del presidente statunitense, assai preoccupato che la situazione greca comporti il rallentamento della sua economia. Gli USA temono inoltre un avvicinamento della Grecia, la cui posizione, crocevia tra Europa e Medio Oriente, è strategica, alla Russia.

Dal canto suo la Russia ha offerto, se richiesto, aiuto ad Atene, proprio per l’interesse affinché lo stato ellenico entri nella sua orbita in caso di default. Oltre alla posizione militarmente e geo-strategicamente importante, a Putin interessa l’energia, in particolare alcune concessioni esplorative/estrattive nell’Egeo, ma soprattutto il passaggio del gasdotto Turkish Stream che consentirebbe di portare Gas russo in Europa (uno dei maggiori mercati russi) evitando la complicata ed instabile tratta Ucraina, altro nervo scoperto ed ancora dolorante nella politica estera interna o prossima all’Europa. Per tale progetto infrastrutturale poco più di due miliardi di € sono già in procinto di essere bonificatati al governo ellenico.

Ora non rimane altro che attendere il il piano di riforme del governo Tsipras ed il conseguente vaglio da parte delle istituzioni durante i vertici fissati per domenica.

Un fine di settimana a ritmo di sirtaky e dall’aroma di feta.

Valentino Angeletti
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Grecia: meno due all’epilogo (anche quello europeo?) ormai quasi scontato

È durato poco più di un’ora per essere rimandato ad aggiornamenti successivi, quello che doveva essere l’incontro decisivo sul futuro greco tra i leaders ellenici e i rappresentati delle istituzioni creditrici. Probabilmente un ulteriore round si terrà martedì 30, ultimo giorno utile, ma già oltre ogni scadenza tecnica, per il rimborso degli 1.6 mld dalla Grecia all’FMI. Nel frattempo oggi è in atto il direttivo BCE per cercare di capire come gestire l’eventuale (ma ormai certa) impossibilità di Atene di rimborsare i creditori e gli aiuti che tramite il programma ELA al momento sono i soli a sostenere la banche greche sull’orlo della crisi di liquidità, anche dovuta alla corsa agli sportelli bancari del popolo ellenico, per prelevare i propri risparmi e metterli al sicuro oltreconfine o, più facilmente per le persone comuni, sotto il materasso. Tra creditori ed Atene non c’è stato accordo e, come detto nei pezzi riportati precedentemente, l’impasse sulla crisi si è aggravata andando ormai ad oltrepassare, viste le tempistiche sempre più stringenti per giungere ad un accordo, ogni livello di guardia. Le posizioni tra le controparti si sono allontanate ed irrigidite. Da un lato la proposta dei creditori che avrebbero messo sul piatto 15 miliardi di euro, un prestito ponte, dicasi anche palliativo o pezza di circostanza, che avrebbe consentito ad Atene di protrarre l’agonia ancora 5 mesi scadenza entro la quale Tsipras avrebbe dovuto elaborare un piano di riforme gradito al Bruxelles Group, contrariamente a quelli proposti fino ad ora, che seppur vicini anche numericamente alle richieste europee non hanno convito i creditori in merito a pensioni, innalzamento IVA, tassazione e tagli alla spesa, in altri termini ancora troppo basso il livello di austerità. Guarda caso 5 mesi sono anche il tempo necessario per arrivare a ridosso delle elezioni in Spagna, temute in caso di concessioni alla Grecia per via delle richieste che Podemos, sulla falsariga di Tsipras, potrebbe avanzare, tanto da far diventare il Premier Rajoy quasi un falco. Per tale motivazione, se concessioni saranno acconsentite a Tsipras, i creditori non vorrebbero farlo prima delle elezioni autunnali. Le richieste di Tsipras, messo per un momento da parte il programma di riforme indigesto, pur se vicino nei numeri (come scritto in precedenza), a coloro seduti dall’altro lato del tavolo delle trattative, erano state quelle di una proroga degli aiuti e del rimborso oltre il 5 luglio, meno di una settimana quindi, domenica in cui dovrebbe tenersi un referendum popolare. Il referendum, ancora ipotetico, non riguarderebbe la permanenza nell’Euro, al quale secondo i sondaggi sarebbe favorevole il 65% del popolo ellenico, bensì se accettare o meno il piano di riforme proposto dalle istituzioni.

Nonostante si legga da più parti che la corsa agli sportelli bancari dei Greci sarebbe una sorta di voto al referendum proposto da Tsipras, quasi a voler sottintendere che la volontà di permanere nell’euro darebbe una spinta al voto favorevole al piano della Ex Troika, in realtà non è così. Anzi è vero proprio il contrario. Innanzi tutto è comprensibile, in preparazione di una, improbabile, uscita dall’euro, cercare di preservare in euro i propri capitali e ciò può essere fatto trasferendo i conti altrove e principalmente, fintanto che si deve fare una operazione simile, verso zone a bassa tassazione (Olanda, Lussemburgo, Cypro, Svizzera e perché no, Singapore ed Hong Kong), oppure mantenere biglietti euro in casa, sotto il materasso o per chi può permetterselo in cassaforte. Per coloro che avessero fatto una simile azione, paradossalmente e senza considerare i debiti privati, una uscita dall’euro potrebbe essere anche vantaggiosa, in quanto è probabile che il capitale prelevato aumenti il proprio valore da un minuto all’altro del 30% (per la precisione sarebbe la nuova moneta ellenica ad essere svalutata, secondo alcune simulazioni, del 30% circa, ma l’effetto è il medesimo).

Invero l’esito del voto pare scontato: difficilmente ci sarà l’accettazione del programma di riforme della Troika. L’austerità ha già troppo mietuto il popolo greco, i cui Governi non sono sicuramente incolpevoli, sul quale si è abbattuta la scure dell’inflessibilità cieca europea ed è comprensibile che la popolazione non voglia sentire neppur parlare di nuove tasse o tagli che fino ad ora l’UE ha imposto linearmente. L’Unione, per non creare un precedente, il quale avrebbe potuto essere letto come spirito di unione, collettivo aiuto e mutuo soccorso all’interno di una UE convergente verso una vera unione di interessi, quindi dimostrazione di forza, ha protratto una politica asfissiante, esacerbando una situazione divenuta molto più costosa ed ingestibile rispetto a quanto non fosse 2-3-4 anni or sono. All’interno del Parlamento di piazza Syntagma si sono schierati in favore del referendum Syriza ed Alba Dorata, gli estremi di sinistra e di destra dell’Emiciclo, segno evidente che il sentimento anti politiche UE è trasversale e che non vi sono più schieramenti o correnti che agiscono e si pronunciano secondo comportamenti canonici e standard. Ormai la critica all’Europa è trasversale e di ciò le istituzione e Bruxelles ne devono tenere conto, cercando anche di capire il perché, il quale evidentemente risiede, avendo accomunato parti che nulla avrebbero in comune, in una errata gestione di situazioni complesse ed emergenziali. Nonostante ciò però non pare vi sia reale volontà di cambiare spartito.

Stanti così le cose, ed in questo poco tempo che rimane difficile pensare ad uno sblocco, il 30 giugno la Grecia risulterà insolvente nei confronti dell’FMI, gli aiuti verranno interrotti ed i 7.2 miliardi spettanti ad Atene bloccati. Si andrà incontro ad un default controllato con conseguente ristrutturazione del debito che coinvolgerà principalmente BCE e Stati, con i pole position Germania (circa 60 mld), Francia (circa 50 mld), Italia (circa 40 mld). Come detto in pezzi precedenti, è difficile pensare all’uscita dall’euro della Grecia, GrExit, perché sarebbe l’ammissione troppo evidente di una sconfitta e potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino. Non parimenti ad una GrExit, ma anche un nuovo default controllato della Grecia è terreno inesplorato e periglioso. Padoan rassicura in merito alla situazione dell’Italia, ma, seppur rafforzata da alcune riforme, e soprattutto dalla politica monetaria BCE e dalla situazioni contingenti positive, nulla può contro eventuali e probabili reazioni impetuose dei mercati, che, contrariamente alle istituzione europee che solo ora stanno lavorando seriamente a scenari complessi a valle dell’epilogo greco, avevano già in precedenza simulato ogni possibilità, preparandosi a varie eventualità, in particolare quella più probabile e scontata già da tempo di una default controllato di Atene. Se default sarà, da allora in poi nulla sarà più certo, tantomeno le sorti delle successive scadenze dei rimborsi di Atene ai creditori, che di certo non saranno corrisposte in pieno.

L’esasperazione della vicenda Greca, patria, illo tempore, della moderna democrazia, creò la polis e fece del popolo il sovrano della cosa pubblica, rischia seriamente, con colpe bipartisan dei Governi Greci, esecutivo Tsipras incluso, e delle istituzioni UE, di essere l’epilogo di un esperimento di unificazione di valori, interessi, economia, politica, moneta, regole, rischi e benefici, encomiabile negli intenti, negli obiettivi, nella missione, necessario per competere nella globalizzazione sfrenata del mondo, ma male iniziato, non disinteressato, viziato da errori evidenti mai corretti e da politiche inadatte a perseguire gli obiettivi ed i risultati inizialmente nei.

Se sarà fallimento nessuno tra Stati ed Istituzione potranno dirsi incolpevoli, nonostante una popolazione europea ormai scoraggiata e diffidente nei confronti dell’attuale UE, ma profondamente convinta e pienamente consapevole, e ciò può essere motivo di speranza, di quanto sia indispensabile perseguire quel progetto europeo come fu pensato dai padri fondatori.

Per chi volesse avere una panoramica sugli ultimi sviluppi della crisi greca ecco 4 pezzi delle ultime due settimane (ma per chi volesse cercare sul blog ve ne sono molti altri):

28/06/2015
Valentino Angeletti
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Crisi Greca: i creditori cambiano approccio, non chiedono più il “solo” rispetto di vincoli e parametri, ma impongono la politica economica

Avevamo detto (Crisi Greca: Eurosummit moderatamente ottimista, ma ancora nessuna soluzione definitiva) che le posizioni tra Creditori, leggasi Brussels Group, ovvero FMI, BCE, Commissione UE, e debitrice, vale a dire Grecia, non erano troppo distanti, a dire il vero in precedenza mai erano risultate così prossime come in questo momento. I mercati, notoriamente poco lungimiranti, festeggiavano, ma avevamo anche posto l’attenzione sul fatto che in molti ed autorevoli esponenti dei creditori, tra cui il più intransigente FMI, il Ministro tedesco Schauble e di riflesso il Cancelliere Merkel, ritenevano che il lavoro da farsi fosse ancora assai lungo e di fatti una soluzione definitiva a valle dell’ultimo Eurosummit d’emergenza e delle riunioni successive (ben tre in una settimana) non c’è stata, anzi, via via, le parti sono parse allontanarsi sempre di più. Ciò evidentemente, a parte l’ottimismo diffuso, non è un buon segno per una vicenda che è stata esacerbata oltremodo ed il cui costo è lievitato in modo inconcepibile.

Le cifre in ballo non erano e continuano a non essere insormontabili, lo abbiamo riportato noi, così come il ben più competente e noto giornalista economico Federico Fubini in un pezzo su Repubblica. Stando ai freddi ed oggettivi numeri non avrebbe senso non procedere ad un accordo, magari limando ancora di poco le pretese da ambo i lati.

Adesso invece sembrano sorgere tipi di problemi differenti, che preoccupano sia Tsipras, che i creditori, coinvolgendo gli equilibri politici interni ai singoli stati. Problemi i quali, se volessimo vedere quella in cui siamo incastonati, come una vera Europa Unita, simile a colei che fu pensata dai padri fondatori, non avrebbero motivo d’essere.

Tsipras non può spingersi a concedere ciò che in campagna elettorale, nei comizi ed interrogazioni parlamentari seguenti aveva assolutamente promesso di non concedere; analogamente i creditori, in particolare FMI, non vogliono dare eccessive concessioni per non rischiare che altri paesi ne avanzino di simili (in primis Podemos in Spagna), e che dal loro punto di vista non sono state conferite ad altri stati in difficoltà benché per il Premier ellenico con altri paesi, come appunto Irlanda o Portogallo, ci fu maggior volontà di concludere positivamente il negoziato. Questa rigidità avrebbe fatto addirittura paventare a Tsipras l’ipotesi di un disegno specifico per non concludere la trattativa, oppure l’esplicita volontà di difendere interessi particolari ed affossare la Grecia, quasi che vi fosse un disegno di una spectre occulta, un progetto implementato da un Bildeberg che vorrebbe assere fatto accadere, apparendo quasi casuale.

I nodi della discordia riguardano, in linea generale, una divergenza di fondo: i creditori vorrebbero uno spostamento per il reperimento di risorse da tassazione (che nei piani di Tsipras coinvolgerebbe i ceti più ricchi) verso tagli alla spesa, tipicamente welfare e pensioni. Tsipras invece ha impostato il suo programma proprio cercando di colpire i più ricchi, preservando al contempo il welfare delle classi meno abbienti, già colpite e ormai oltre la soglia di povertà. I creditori spingono per un’Iva su tre fasce, e del 23%, livello massimo, per i ristoranti, mentre il governo Tsipras, per preservare il turismo, insiste per una aliquota del 13%. Il gruppo di lavoro di Bruselles (ex Troika o Brussels Group) respinge poi l’idea di una tassa del 12% sui profitti societari superiori a 500’000 €. Secondo la Lagarde, parlando alla rivista Challenges:

«Non si può basare un programma solo sulla promessa di nuovo gettito fiscale. È stato fatto negli ultimi cinque anni, con pochi risultati».

A dire il vero in tutti i paesi più o meno risanati, dall’Irlanda al Portogallo, ma anche in Italia, il rispetto dei vincolo e dei parametri UE è stato raggiunto a mezzo di austerità ed in particolare maggiore tassazione, accise sui carburanti, incremento dell’IVA (ricordiamo le dissertazioni fatte in questa sede sulla curva di Laffer), imposta sugli immobili. In italia ben pochi invece sono stati i tagli di cui ci sarebbe un dannato bisogno e sul quale da anni hanno lavorato commissioni su commissioni e fior di esperti, senza però ottenere risultati degni di tal nome. La Grecia invece ha fatto tagli che se applicati in Italia oscillerebbero, in proporzione, tra i 250 e 300 miliardi, ovviamente adesso ogni ulteriore taglio andrebbe a gravare su servizi essenziali, salute (per la quale in Grecia si deve già pagare), trasporti ed in generale tutto quel welfare che rende un paese davvero civile, vivibile e terreno ove può insediarsi un livello decente di crescita economica.
Sul versante pensionistico, i creditori insistono per un taglio delle pensioni più generose, anziché un aumento dei contributi come previsto dal governo Tsipras per fare quadrare i conti. Vogliono inoltre un aumento dell’età pensionabile da 62 a 67 anni fin dal 2022 e la soppressione delle pensioni anticipate che Tsipras ha concesso già a partire dal 2016.

Le posizioni e le somme non sono distanti, sicuramente la fretta esiste ed i tempi sono minimali, i 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia sono indispensabili per Atene in modo da pagare stipendi e pensioni. Per l’FMI è altrettanto indispensabile però il rimborso del debito da 1.6 miliardi entro il 30 giugno e senza il quale non è intenzionato a concedere la tranche di aiuti dovuta alla Grecia.

Analizzando questi ultimi sviluppi della vicenda greca, sembra trasparire un mutato approccio da parte delle istituzioni europee. Mentre in occasioni precedenti, al momento di vagliare i documenti di economia e finanza dei vari paesi, avevano come unico pilastro di controllo il rispetto di parametri e difficilmente, se non con consigli o messaggi più o meno velati, ma mai imposti (anche perché non ne avrebbero avuto il potere), suggerivano una misura piuttosto che un’altra. Ora l’atteggiamento è mutato, ed oltre a pretendere il rispetto dei vincoli, tendono ad imporre, e nel caso greco possono permettersi di provare a farlo essendo loro i deputati allo sblocco degli aiuti, le politiche economiche e le misure da adottare. Una cessione, o usurpazione, a seconda di dove la si guardi, di sovranità in piena regola. Da un certo punto di vista questo nuovo approccio potrebbe anche essere vantaggioso e coerente con una Unione che dovrebbe tendere ad unificare banche, norme, leggi, fisco, ecc, se non fosse che quanto imposto dai creditori alla Grecia sembrano essere misure recessive (taglio pensioni già basse, aumento IVA, aumento IVA su attività turistiche ecc e contemporanea protezione da aumento tasse di detentori di grandi patrimoni) impostate al protrarre l’austerità, bloccando di conseguenza ripresa, consumi, potere d’acquisto. Riassumendo si tratta di Misure pro cicliche a tutti gli effetti e sicuramente non funzionali alla ripresa del paese, dell’Europa, nè tanto meno a dare l’idea agli interlocutori internazionali di una UE solida e forte, sia politicamente che economicamente.

Trattasi di solo una sensazione, ma di Grecia si sentirà parlare ancora a lungo, come altrettanto a lungo, e forse di più, si dovranno gestire gli effetti della sua “epopea”.

Valentino Angeletti
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Crisi greca: Eurosummit moderatamente ottimista, ma ancora nessuna soluzione definitiva

greece-debt-crisisScaturisce, a valle dell’Eurosummit convocato d’urgenza per cercare di porre finalmente la parola fine alla crisi greca, una certa aurea di ottimismo, assente nelle simili e numerose occasioni del recente passato. Pare ci sia, per la prima volta, un livello di convergenza dei piani accettabile: quanto presentato da Tsipras è stato definito una sufficiente base di partenza per avviare le discussioni e per cercare di trovare una conclusione a questa lunga ed esasperata vicenda entro mercoledì sera od al più entro l’Eurogruppo di giovedì 25 giugno.

Le borse festeggiano, Atene ha fatto registrare un +9%, e le piazze europee sono cresciute tra il 2 ed il 3%, ma si sa, i mercati ragionano a breve e brevissimo termine e non sono termometri affidabili per comprendere la reale stabilità di un’area economica, a maggior ragione se complessa e disarticolata come quella europea. Anche la capitale ellenica ha festeggiato quasi fosse un capodanno (ma non erano anti Euro??), le sue piazze erano colme di manifestanti misti tra moderati pro euro, la maggior parte, ed esponenti di sinistra ed anarchici, felici perché (ma ciò vedremo che non è completamente vero) dal loro punto di vista il Premier ateniese avrebbe scardinato le resistenze delle Istituzioni UE-BCE-FMI.

Le linee generali del piano proposto da Tsipras vertono su tagli di spesa (tra ministeri, difesa, pensioni e stipendi elevati ecc ma non al welfare collettivo come sanità) pari al 2% del PIL, a fronte di una richiesta UE del 2.5%: sono in ballo circa 8.5 miliardi di € di differenza, una cifra non esagerata che l’UE potrebbe anche decidere di accettare. Un avanzo primario pari al 1% nel 2015, per poi passare al 2% nel 2016 ed al 3% nel 2017. Un anticipo del’età pensionabile a partire dal 2016 e non tra 10 anni come da piani Tsipras-Varoufakis iniziali e un deciso stop ai prepensionamenti (decisamente insostenibili) avviati negli anni scorsi. Un aumento dell’Iva, ma in due fasce pari al 13% e 23% con spostamento di alcuni prodotti/servizi nella fascia alta, ma non medicinali, beni di prima necessità, servizi alberghieri e turistici, elettricità che rimarrebbero in fascia bassa. L’Ue avrebbe invece chiesto 3 fasce: 3, 13 e 23% con eliminazione del fisco agevolato nelle isole turistiche, e questo risulta un importante punto di discordia tra UE e Governo Greco. Un aumento del contributo di solidarietà per i privati con reddito oltre i 30’000 € e le aziende oltre i 500’000 € di fatturato, ai cui sicuramente si opporranno i potentissimi armatori ellenici che sovente sono stati ben poco avvezzi al pagamento del fisco.

Nel frattempo la situazione della banche elleniche è complessa tanto che il fondo salvastati ELA è stato rimpinguato di 1,8 miliardi. I prelievi agli sportelli negli ultimi giorni sono ammontati alla cifra record di 1 miliardo/giorno che si aggiungono ai  30 miliardi ritirati tra ottobre 2014 ed aprile 2015 portando gli istituti di credito letteralmente sull’orlo di una crisi di liquidità. Il 65% dei crediti bancari sono in favore della UE e nel fondo salvastati i più presenti sono la Germania, la Francia e l’Italia, rispettivamente con circa 60, 50 e 40 miliardi di €, che in caso di default ellenico non verranno corrisposti in somma piena.

Come detto precedentemente, per la prima volta il piano è stato timidamente definito una buona base di discussione, ma non manca chi, e si tratta di esponenti di peso, ricordano che il lavoro da fare è ancora tanto ed il percorso lungo: saranno 48 ore intense di lavoro, in particolare per gli sherpa, che alacremente lavorano senza soluzione di continuità per preparare gli incontri ufficiali, solo la punta dell’iceberg di un articolato susseguirsi di trattative a cui coloro che compaiono nei grandi vertici non partecipano neppure. I gufi, direbbe il premier Renzi, sono il solito ed austero falco Schauble, la Lagarde, interessata in quanto creditrice alla quale deve essere corrisposta la prossima tranche di pagamento di Atene, ma anche la Merkel, che aveva già anticipato che non sarebbe stato questo Eurosummit l’occasione per arrivare ad un accordo più o meno definitivo. In realtà il Cancelliere tedesco si nota essere più aperto alla trattativa di un tempo, ma, diplomaticamente, non può contraddire il proprio ministro delle finanze, così come deve fare attenzione ai delicati equilibri di Governo interni alla grande coalizione CDU-SPD, ove presenti sentimenti discordanti sull’approccio alla situazione ellenica, non mancano infatti oppositori alla flessibilità, e le tensioni sono tali da poter mettere in pericolo la stabilità di governo.

Effettivamente di concreto ancora non v’è nulla, ma tutto va discusso e definito in modo dettagliato e stabile. Le scadenze per Atene sono stringenti, deve corrispondere 1.6 mld € entro il 30/06 all’FMI di Lagarde, e, entro il 20/07, 3.5 mld alla BCE. La Lagarde, direttrice dell’FMI, non ha lasciato dubbi, se l’istituto che presiede non venisse pagato, non c’è la disponibilità a sbloccare la trance di aiuti da 7.2 miliardi prevista dai precedenti piani di aiuti. In tal caso, dal primo luglio, Tsipras non avrebbe denari a sufficienza per pagare stipendi e pensioni, ed allora sarebbe un grosso problema, anche per la stabilità sociale del paese.

Oltre alla trance da 7.2 miliardi Atene dovrebbe ricevere altri 18 miliardi, previsti dai vecchi aiuti, entro l’aprile 2016. Altri aiuti Tsipras non ne vuole, infatti la proposta di Schauble di conferire ulteriori 35-40 miliardi non è stata approfondita, in quanto Atene non si è detta disponibile a ricevere soldi per pagare debiti, ma punta alla ristrutturazione del debito, misura assai indigesta ai creditori. Non a caso la proposta è pervenuta da Schauble, tedesco e creditore per 60 miliardi, tramite il fondo ELA, della Grecia, immediatamente prima di Francia (circa 50 mld) ed Italia (40 mld), che in caso di ristrutturazione del debito non verrebbero rimborsati in toto.

Oltre a non volere nuovi prestiti la Grecia si oppone ad ogni altra misura o taglio a stipendi o pensioni che possano accentuare ulteriormente la recessione, che nel paese ellenico si è ripresentata con veemenza nell’ultimo anno. Del resto le misure di austerità e le riforme imposte, che forse porteranno benefici nel lungo termine, hanno causato nell’immediato un blocco totale di una economia già lenta ed una riduzione imponente del PIL. L’Ue dovrebbe fare un mea culpa che difficilmente farà, l’aver protratto le misure di austerità ad oltranza ha fatto precipitare la Grecia in una spirale senza uscita, che ha portato il PIL ad appena 170 mld ed il debito a circa 320 miliardi. Ovviamente l’incidenza degli stipendi e pensioni, già tagliati in modo consistente come del resto la spesa, su un PIL così diminuito è cresciuta, ma se il PIL fosse rimasto ai livelli pre-crisi l’incidenza non sarebbe differente da quella presente in Italia.

Il rischio, in cui non si deve incappare ma probabile, è quello di una soluzione tampone, che prenderebbe la forma in un prestito ponte di 18 miliardi circa per consentire alla Grecia di avere risorse per altri 6 mesi, fino all’autunno 2015 per poi ridiscutere il tutto ed aprire un nuovo capitolo di una “tragedia” sena fine. L’ipotesi del prestito tampone potrebbe essere avvallata dalla situazione di tensione politica interna al Parlamento tedesco tra i coloro che vorrebbero dare concessioni alla Grecia e coloro che invece non vorrebbero concedere alcunché, ma soprattutto dalle preoccupazioni di Rajoy, diventato anch’egli un falco, che teme che ogni concessione alla Grecia possa essere utilizzata in campagna elettorale, in vista delle elezioni di autunno, dalla forza Podemos in rapida ascesa (notare gli esiti delle elezioni cittadine di Madrid e Barcellona).

In questo momento pensare che a fine anno si ripresentino i medesimi problemi irrisolti in 4 anni di crisi è quanto di peggio si possa prospettare. É arrivata l’ora di una soluzione che sia definitiva, l’austerità, mi ripeto per l’ennesima volta, andava utilizzata al momento di decidere chi fare entrare o meno nel progetto europeo e la Grecia, con i conti truccati di cui tutti erano a conoscenza, probabilmente non lo avrebbe meritato. Ora non è tempo dell’austerità ad oltranza, nè del timore di creare un precedente, emblema di debolezza dell’Unione, che consisterebbe, a detta dell’ex Troika, nel salvataggio di Atene. In questo frangente, la maggior dimostrazione di forza dell’Unione sarebbe quella di prendersi carico del problema greco in modo collettivo, con una cooperazione al quale ogni stato membro deve compartecipare in base alla propria dimensione economica. Un approccio solidale nel salvataggio ed al contempo rigido nel controllare che le riforme promesse ed i piani, condivisi tra Istituzioni UE e Governo di Atene, vengano messi in atto correttamente e proficuamente. Purtroppo però un approccio simile, da usarsi tanto per la questione di Atene quanto per gli altri diffusi problemi, ad iniziare da immigrazione e tensioni geo-politiche, pare ancora molto lontano dal poter essere messo in atto (per la delusione di Prodi e dei padri fondatori). Anzi, ad essere schietti, viste le tendenze ai particolarismi ed alla protezione degli interessi nazionali che ciascun Stato cerca di mantenerne mostrando egoismo, e scarsa lungimiranza o, che è peggio, disinteresse per il futuro economico europeo e del proprio Stato, non sembra neppure che vi sia intenzione di applicarlo.

22/06/2015
Valentino Angeletti
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Renzi ed UE: mala tempora currunt

Sono molte le vicende economiche e politiche, sia di livello nazionale che di stampo europeo, che negli ultimi mesi si stanno susseguendo freneticamente. Ognuna ha una sua importanza e per la propria delicatezza rappresenta senza dubbio una spina nel fianco per il Governo, non nello specifico per l’Esecutivo Renzi, lo sarebbe parimenti per ogni altro Esecutivo, ma la fase politica vede il fiorentino alla presidenza del Consiglio e pertanto egli deve subissarsi onori ed oneri della leadership.

Oggi intanto è il giorno dei ballottaggi per le comunali in diverse città. La più importante è senza dubbio Venezia, dove parte favorito dai risultati della prima tornata il candidato PD, ma della minoranza Dem, Casson. L’avversario, delle file del centrodestra, che però di dice nè di destra nè di sinistra, Brugnaro, è comunque ostico e molte autorevoli voci lo darebbero avvantaggiato per la vittoria finale. Venezia è un buon terreno per Renzi, in caso di vittoria di Casson potrebbe annoverare un successo del PD, in caso di sconfitta invece potrebbe addossare la colpa alla minoranza Dem, che secondo il Premier ha di fatto consegnato la Liguria a Toti. La partita di Venezia vede quindi Renzi dalla “parte dei bottoni”, ma sono molte altre le questioni che Renzi deve fronteggiare.

Sempre più sovente si sentono ricordare, in particolare da parte degli oppositori politici, iniziando da Brunetta e proseguendo con il M5S, le elezioni anticipate, che invece per il Premier e per il PD rimangono fissate, come da programma, nel 2018. Se fino a qualche mese fa poteva essere gioco per Renzi, privo di avversari, correre alle urne e legittimare ulteriormente la sua posizione, avendo poi modo di porre nelle posizioni di comando, attualmente coperte da “altri”, esponenti appartenenti al suo “giglio magico”, ora lo scenario è cambiato ed anticipare le urne potrebbe essere un ritorno brusco alla realtà per il PD renziano. Il cambio di scenario è da tempo evidente per logica e ad intelletti mediamente fini, ma non ancora comprovato da fatti oggettivi come potrebbero essere le elezioni politiche nazionali (seppure le regionali qualche importante segnale lo hanno dato).

Il Premier ha molti problemi da fronteggiare, non tutti dovuti a lui, al suo Esecutivo o operato. Alcuni sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle istituzione UE che richiederebbe un risarcimento danni e sicuramente ha fatto trasalire i Padri Fondatori del progetto comunitario ovunque, ora, nel loro meritato riposo, si stiano trovando, sta rischiando, e le istituzioni USA sono le prime, immediatamente seguite dalle agenzie di rating, a mettere in guardia dal concreto pericolo nonostante le rassicurazioni della BCE, di minare l’economia e la ripresa mondiale, aprendo i cancelli ad una nuova tempesta degli spead, a scenari speculativi ed a mercati tesi e volatili dominati dall’incertezza tanto odiata dai veri investitori quanto amata dagli speculatori.

Altri elementi di pericolo per Renzi sono dovuti ad un cambio delle dinamiche mondiali, di cui possiamo solo prendere atto e che dobbiamo imparare a gestire diversamente da quanto fatto fino ad ora. L’evidente riferimento è ai flussi migratori abnormi, che vedono l’Italia e la Grecia fisiologicamente in prima linea. Alle spalle c’è una Europa ancora una volta inconsistente e ed egoista i cui stati, proteggendosi dietro i trattati di Dublino, hanno ripudiato il piano Juncker di allocazione di quote per i vari pesi membri, con il contemporaneo blocco di Shengen da parte di Francia, Germania ed Austria, proprio, ironia della sorte, nell’anno dell’anniversario del trattato. Risultato di tutto ciò, sono le frontiere bloccate ed il nostro paese inerme ed incapace di gestire questo flusso umano stipato, come uomini non dovrebbero esser degni d’esserlo, i locazioni di fortuna. La soluzione, a parte la ridicola e neppur simbolica cifra di 60 milioni di euro allocata pro Italia e Grecia da parte dell’UE, dovrebbe essere una maggior cooperazione nei rimpatri ed interventi volti a contenere le migrazioni nei paesi d’origini. In realtà di disastri e di vite stroncate in mare, nel corso di questi anni se ne sono avuti a non finire, ma nulla è cambiato, anzi le cose sono addirittura peggiorate (proprio come per la crisi Greca).

Vi son o poi le question interne. Le ultime elezioni regionali hanno mostrato un PD in declino ed una immagine di Renzi in ribasso. Le vittorie in Campania e Puglia non sono state ad appannaggio di esponenti democratici renziani, anzi i vincitori sono membri della vecchia guardia che poco avevano a che spartire con Renzi fino a qualche settimana fa. In Campania poi andrà sbrogliata la questione della “impresentabilità” di De Luca e quella della legge Severino. Indubbio è che, qualunque sarà l’epilogo, avranno gioco facile gli oppositori di Renzi a trovare argomenti per cercare di screditarlo. Gli esponenti renziani, Paita e Moretti, sono invece stati sconfitti pesantemente in Liguria ed in Veneto, dove hanno vinto rispettivamente Toti, con l’alleanza di centrodestra e grazie al contributo leghista, e Zaia, esponente leghista ed uscente governatore del Veneto. L’evidenza è che, complice anche il problema dei migranti, la Lega al nord ha un gran seguito ed un centrodestra, seppur poco feroce ed incapace di organizzarsi in modo concreto per gareggiare a livello nazionale, può già, se unito e con un personaggio che lo rappresenti di carisma medio come può essere l’ “innocente” Toti, mettere in difficoltà e sottrarre consensi al Premier.

Infine vi è la vicenda romana di Mafia Capitale, vero dramma per il Governo, anche se evidentemente il reticolo di malaffare non può essere che radicato ed ereditato dagli anni addietro. Marino si è trovato in mezzo alla bufera, forse è stato incapace di fronteggiarla, ma di certo non l’ha generata. Sono molte le richieste di nuove elezioni sia nella capitale che in regione Lazio, in tal caso il problema sarebbe duplice: il PD si vedrebbe a tutti gli effetti commissariato; i sondaggi danno la popolarità del Premier, nonostante l’operazione di ripulitura del Partito Democratico e la chiusura di numerosi circoli, in caduta libera sotto al 20% con il M5S oltre il 30% e primo partito secondo i sondaggi. Riconquistare il Campidoglio per il PD sarebbe sostanzialmente impossibile in caso di prossime comunali o regionali. Per tale ragione è stato molto ben accetto l’affiancamento a Marino del commissario Gabrielli per gestire l’evento Giubileo (un affiancamento è comunque segno di fiducia nei confronti di Marino). Nonostante ciò, le ipotesi commissariamento ed eventualmente elezioni, non sono ancora del tutto scongiurate. Nel qual caso la più che probabile sconfitta del PD aprirebbe davvero i ranghi per elezioni nazionali anticipate.

A corollario di questo intrigato scenario, si collocano dati economici oscillanti e che ancora non sono significativi di una ripresa in partenza, così come la percezione della cittadinanza non è quella di essere alla porte di un periodo di rinascita economica, di maggior potere d’acquisto, di più consistenti consumi e maggior benessere. Pur nella difficoltà, le riforme economiche sono ancora lente ad essere attuate ed ancor di più a portare frutti, spesso inoltre, e ciò la “gente” lo ha inteso e compreso, sacrificate ad altre riforme di minor impatto sulla collettività e sulla ripresa economica, ma di maggior interesse per i diretti coinvolti nella politica.

Se fosse vivo un Cicerone qualunque non tarderebbe di ricordare a Renzi ed all’UE, sperando di spronarli, che “Mala tempora currunt….”

 

14/06/2015
Valentino Angeletti
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Crisi Greca: scadenza vicina, soluzione lontana. Flussi migratori ed economia: i fallimenti del progetto UE

La fine di giugno si avvicina e giovedì 18 è prevista la riunione dei Ministri delle finanze UE che metteranno al centro dei lavori soprattutto la crisi greca sulla quale gli sherpa dei paesi membri, e non solo, stanno lavorando da tempo alacremente.

Nonostante la consueta sicurezza manifestata da Tsipras, il quale ritiene che una soluzione non sia mai stata così vicina, e le tranquillizzazioni del ministro dell’economia ellenico Varoufakis, secondo il quale la Grecia non sta affatto giocando d’azzardo, come invece l’accuserebbero di fare i creditori, la conclusione di questo tira e molla esacerbato sembra ben lungi dall’essere trovata. O meglio, la conclusione per forza di cose si avvicina con l’incedere di giugno, a meno di ulteriori rinvii dei pagamenti che comunque sarebbero emblematici di una volontà dei creditori di mantenere la Grecia all’interno dell’Euro e che permetterebbero ad Atene di proseguire nel fare gioco duro e mantenere salde alcune posizioni su cui non intende cedere. A fine giugno scade il programma di aiuti alla Grecia il quale dovrebbe essere rifinanziato per un ammontare di circa 7.2 miliardi, necessari come l’ossigeno alle casse ormai a secco del paese ellenico, ma a fine giugno scade anche una pesante trance di debito da 1.6 miliardi che, dopo aver aggregato più dilazioni di pagamento come solo negli anni 70 allo Zimbabwe fu concesso, il paese di Tsipras deve corrispondere all’FMI. Senza saldo non saranno concessi aiuti, questa è la linea generale che il Brussels Group ha fino ad oggi indicato di voler seguire.

In contrapposizione all’ottimismo greco, che misto ad un po’ di sfacciataggine, non ha mai abbandonato la coppia Tsipras – Varoufakis, vi è il pragmatismo e l’evidente seccatura da parte dell’FMI, che giovedì scorso non ha disdegnato di lasciare i tavoli delle trattativi per tornare a Washington, asserendo che non era stato concluso nulla e che lo stallo era tale da non lasciare presagire soluzioni nel breve termine. Due modi differenti, quello di Tsipras e quello dell’FMI, di trattare la medesima questione, da una parte il debitore senza denari, che deve mantenere in patria il consenso in calo e non ha nulla da perdere, dall’altra il creditore, indignato per il vedere sempre più concreta l’ipotesi di non riacquisire il proprio capitale.

Il nodo delle discordie rimane sempre il piano di riforme che il Brussels Group vorrebbe imporre alla Grecia, dall’altro quello di Tsipras, che, già accusato in Grecia di essere troppo morbido e flessibile, in UE non vuole cedere su alcuni punti cardine, proprio quelli fondamentali secondo l’ex Troika.

Al centro di tutto vi è principalmente la revisione delle aliquote IVA che Tsipras sarebbe disposto a rivedere, ma in misura minore rispetto a quanto chiesto dai creditori, analogamente per l’avanzo primario, molto più lento il percorso di rientro proposto dal leader ellenico rispetto a quanto richiesto dal Brussels Group. Inoltre Atene non ha assoluta intenzione di inserire gli altri elementi da austerità richiesta dai creditori, come i tagli agli stipendi pubblici, alle pensioni, una grande riforma dell’età pensionabile con un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile a fronte di meccanismi di prepensionamenti quantomeno generosi in vigore solo fino a poco tempo fa. Sciogliere questi nodi non è affatto facile e se da un lato è comprensibile come Tsipras, senza nulla da perdere e criticato in patria possa tirare la corda, dall’altra l’indignazione dei creditori potrebbe portare a spezzare quella corda messa oltremodo in tensione dai due negoziatori.

Tra l’altro una sentenza della Corte Costituzionale ellenica imporrebbe al governo di Atene il rimborso ai pensionati di tagli non dovuti, un po’ come è accaduto in Italia, per un controvalore di 1.6 miliardi e tutto ciò contemporaneamente alla riapertura, mossa sicuramente poco gradita all’UE, dopo due anni di schermi bui, dell’emittente televisiva pubblica greca ERT.

Il tempo sicuramente stringe e, viste le richieste di trovare una rapida soluzione da parte degli USA, della FED, di Obama, considerate le tensioni sui mercati, gli spread in salita e le intimazioni delle agenzie di rating secondo cui perseverando in tal modo Atene fallirà nel girio di un anno, anche la Merkel ha allentato la morsa, deviando dalla posizione di Schauble e Bundesbank, ed andando a richiedere ad Atene nell’immediato una singola tra le riforme richieste dai creditori in cambio dell’allungamento del piano di aiuti, mediazione subito ripudiata dal Brussels Group che di fatto hanno “messo in minoranza” il Cancelliere tedesco che ormai pare sempre più muovere verso approcci a politiche monetarie accomodanti (alla buon ora), contrariamente alla linea della banca centrale tedesca che rimane ferrea ed austera.

Inutile ribadire come la vicenda sia intrigata e, nonostante le sole due settimane alla scadenza dei prestiti e per il rimborso (anche se motivi tecnici per consentire l’avvio del nuovo piano di aiuti necessitano di una decisione entro il 18), lontana dalla soluzione. Pertanto è chiaro che, tralasciando le doverose smentite del caso, ogni paese, istituto di credito, istituzione, agenzia di rating, stia simulando scenari e pianificando strategie per una uscita della Grecia dall’Euro (ipotesi che rimane complessa a mio avviso) e per un (ben più probabile) fallimento, concordato o meno, di Atene. Il debito di Atene attualmente ammonta a 320 miliardi, il 177% del PIL, ben poca cosa se si paragona agli aiuti dati durante questi anni di crisi alle banche. Scenari di uscita di Atene dall’Euro o di un default ellenico, nonostante la BCE abbia fatto sforzi per assicurare che non avranno impatto, sono a tutti gli effetti terreni ignoti, inesplorati e potenzialmente destabilizzanti per l’economia di tutto il globo. Di ciò, man mano che scorre il tempo, pare prenderne atto anche la Commissione UE ed infatti il presidente Juncker ha chiaramente detto che una GrExit getterebbe l’economia mondiale in una situazione complessa, sconosciuta e dall’impatto potenzialmente devastante.

Come abbiamo più volte detto in questa sede, l’aver esacerbato oltremodo la situazione ellenica richiedendo una austerità insostenibile per tutta l’Europa, Italia inclusa, l’aver imposto vincoli e parametri che da tempo, ancor prima di Renzi, definiamo anacronistici (come il 3% sul deficit/PIL in periodi che, gli USA insegnano, necessitano di investimenti ingenti, strategici e mirati per far ripartire l’economia). Se mai, l’austerità sarebbe stata utile al momento di fare entrare i vari paesi nel progetto europeo. All’epoca tutti sapevano, ed è anche il professor Prodi ad averlo affermato, che Atene non aveva i conti in ordine, quello era il momento di essere austeri e non questo. Invece all’epoca si fu, neppure flessibili, ma fintamente ciechi, azzardati e scellerati, ed ora si richiede un’austerità evidentemente inapplicabile ed insostenibile e ciò vale per Grecia, ma anche per Italia, Portogallo, Spagna che pure hanno valori ed indici decisamente migliori, ma per  crescita economica ed occupazionale sostenibile e strutturale nel lungo periodo servirebbe un ben altro modo di agire assieme ad un rinnovato paradigma economico. Ogni giorno che passa invece ci si può rendere conto di come non sia il progetto europea ad essere protetto, bensì gli interessi particolari, ad iniziare da quelli degli stati più forti, più presenti in percentuale nelle istituzione (Germania in BCE ad esempio), che possono permettersi quindi di dettar legge.

Chiaro è che un simile approccio, protratto e tuttora essere nonostante l’evidente inefficacia, stia conducendo alla fine del progetto europeo dei padri fondatori: l’UE della protezione, prosperità e pace (delle tre P) per tutti e dove tutti cedono un po’ sovranità per il bene condiviso, si accollano rischi comuni per un beneficio diffuso. Progetto originario sacrificato sull’altare degli egoismi, e dei nazionalismi che in un contesto globale significano, per i paesi più deboli prima e per quelli più forti poi, perire sotto i colpi della concorrenza di colossi inarrivabili, che studiano, lavorano, producono più di noi e sovente costano molto meno.

Ancor prima che nel caso greco, nelle vicende economiche come unione bancaria, energetica, mercato unico dell’energia, politica monetaria, piano di investimenti Juncker, abbozzati ma mai conclusi e ne portatori di un qualche vantaggio, la tendenza alla disgregazione si è vista nelle questioni geopolitiche come la crisi ucraina, libica, la lotta la terrorismo, e nella farraginosa gestione dei flussi migratorio.

L’immigrazione è un altro grande emblema del fallimento europeo. Solo pochi giorni dopo l’accettazione del “piano Juncker” di redistribuzione di quote di immigrati per paesi UE, al momento di ricevere i migranti, esso è stato disdetto e sciolto perché tutti gli Stati, inclusi Germania, Francia, Austria e Spagna, che pure avevano siglato l’accordo (non come UK e Danimarca per le quali sono previste clausole), si sono rifiutati di accettare le loro quote. Francia, Germania ed Austria hanno letteralmente chiuso i propri confini sospendendo Shenghen. Adesso pare che la soluzione verso la quale convergere siano i rimpatri forzati e, come di consueto soluzione tardiva ma fin da subito evidentemente l’unica davvero possibile per combattere in modo strutturale una piaga assolutamente complessa, il supporto ai paesi di partenza e di appartenenza dei migranti. Lo stanziamento in favore del problema dei migranti da parte dell’UE, dovrebbe ammontare alla cifra, quasi ridicola, di 60 milioni di Euro. Come tante volte abbiamo sentito ripetere, e stavolta è il Ministro degli Esteri Gentiloni a ribadirlo, questa soluzione non è sufficiente ma è un buon inizio, peccato che poi l’inizio, spesso e volentieri, sia coinciso con la fine stessa di un qualsivoglia provvedimento.

Se per le questioni economiche, in fondo, si tratta di, seppur difficili e drammatiche, perdite in denaro (ma anche in benessere e stato sociale dei cittadini), con i flussi migratori le perdite in gioco sono migliaia e migliaia di vite umane, ma ciò non è fino ad oggi bastato per dettare una linea ed una strategia comune a livello europeo.

Mi spiace, da europeista convito quale tutt’ora sono, doverlo ammettere, ma siamo davvero ad un passo d’infante dal tracollo e dal fallimento europeo delle tre P. Ed ancor prima che per la prima volta uno Stato, forse la Grecia che diventerebbe il capro espiatorio di una colpa non totalmente sua, abbandoni la moneta unica.

Questo blog, forse alle sue ultime battute, ha trattato temi di politica italiana ed internazionale, geopolitica, argomenti legati all’energia, economia nazionale ed internazionale e molto spesso temi europei. Riguardo a questi ultimi, è davvero deludente, per una persona che pensa che l’Europa sia l’unica soluzione per consentire la competitività dei nostri paesi che presi singolarmente sono dei piccoli Davide nella terra dei Golia, senza però possibilità alcuna di un epilogo biblico, notare costantemente che a seguire i tanti meeting, summit, conferenze convention, vertici, bi e tri laterali, forum e consessi dove si proferiscono belle parole e si propongono sensati propositi, non si dia il là ad alcun intervento concretamente risolutivo i tanti problemi, qui di volta in volta trattati e che di fatto, dall’apertura circa tre anni or sono di questo spazio virtuale infimo e senza pretesa nè velleità alcuna, sono ancora tutti lì, senza sostanziali progressi.

13/06/2015
Valentino Angeletti
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Soluzione greca lontana, parti distanti, tempi stretti ed euro pochi

Tsipras-Varoufakis“Il destino della Grecia è solo nelle sue mani”. Con questa frase il Governatore della BCE Mario Draghi ha descritto la situazione greca andando a significare ed a sottolineare come, lato istituzioni Europee (Ex Troika o Bruxelles Working Group che dir si voglia), il possibile è già stato fatto.

In tal senso, dal punto d’osservazione istituzionale, è chiaro come il destino della Grecia dipenda da Atene stessa: accetti il programma di riforme richiesto dall’Europa o ne presenti uno che ne ricalchi i dettami, e le tranche di aiuti saranno consegnate nelle mani di Varoufakis; in caso contrario non pare più esserci margine di trattativa. Viceversa è evidente che il destino, forse dell’intera Europa, ma sicuramente dello scenario economico finanziario dell’immediato futuro, è strettamente legato all’evolversi della vicenda greca. La dimostrazione è stata la violenta reazione dei mercati che ha seguito gli aggiornamenti provenienti da Washington dove si teneva il summit finanziario tra i Ministri delle Finanze europei, BCE ed FMI.

Probabilmente la notizia che le piazze finanziarie, ai massimi da svariati mesi/anni e pesantemente bisognose di giustificare una massiva presa di profitti ed uno scaricamento degli oscillatori, hanno colto al volo per stornare con decisione e per innalzare in modo generalizzato il livello degli Spread, è stata quella secondo la quale nella casse di Atene rimarrebbero appena 2 miliardi per il pagamento di stipendi e pensioni, con alle porte due importanti tranche di rimborso: 2.5 miliardi di € al FMI entro maggio-giugno e 7.5 miliardi alla BCE entro luglio-agosto. La notizia, subito smentita da Atene, effettivamente pare non essere troppo fondata poiché fu proprio il Ministro ellenico Varoufakis, pur mantenendo il consueto ottimismo poco oggettivo e poco avvalorato dai fatti, a dichiarare che difficilmente la soluzione all’impasse potrà avvenire all’Eurogruppo del 24 aprile, di sicuro si dovrà attendere almeno la fine di giugno.

È dunque ipotizzabile che almeno fino alla fine di giugno Atene sia in grado di onorare i propri impegni considerata l’assoluta intransigenza di BCE ed FMI sulle riscossioni che gli spettano. Secondo la testata tedesca Spiegel alla Grecia starebbero per arrivare in soccorso la Russia, che verserebbe 5-5.5 miliardi per i diritti di passaggio del nuovo gasdotto Turkish Stream, e Pechino, interessata a prendere parte ai processi di privatizzazione, tra cui il porto del Pireo, che l’UE chiede fortemente a Tsipras, per una quota di 10 miliardi di provenienza cinese. Se queste siano illazioni senza fondamento oppur realistiche, allo stato attuale delle cose, non lo si può sapere, certo è che nell’orbita degli interessi di Mosca a Pechino, che pure con diplomazia hanno smentito ufficialmente un simile supporto economico, vi è sicuramente lo Stato ellenico.

Lo scenario rimane bloccato e senza segni che lascino presagire sviluppi immediati. La posizione delle istituzioni è nota: intransigente ed in attesa della lista delle famose riforme che vadano a sostituire quelle presentate da Tsipras e Varoufakis non soddisfacenti per la loro genericità e difficoltà nell’essere quantificate oggettivamente in termini di introiti effettivi. La Grecia invece, per bocca dei sui leader Tsipras e Varoufakis, continua a non voler mollare. Del resto le promesse fatte in sede elettorale non possono essere disdette e nel paese cominciano a riaccendersi le tensioni, in particolare tra anarchici e polizia che sono venuti i contatto anche nei giorni scorsi. Varoufakis addirittura talvolta pare cadere in un ingiustificato eccesso di sicurezza ed emanare una lontananza dalla difficile realtà sia della trattativa sia del suo paese. Fuori luogo infatti è sembrata la risposta “radioso” alla domanda su come percepisse il futuro greco fatta da alcuni giornalisti a Washington. Ci sono poi i mercati in attesa di notizie ed illazioni per giustificare i propri movimenti ed a poco servono gli ammonimenti e le messe in guardia di Draghi indirizzate a coloro che vorrebbero speculare contro l’Euro.

Sullo sfondo vi è il futuro economico, istituzionale e politico dell’Europa. Le opzioni sono limitate: o la Grecia accetta le riforme, ma al momento non pare intenzionata a scendere a compromessi visto che è stato confermato l’innalzamento dei livelli dei salari minimi ed in programma rimangono l’aumento delle pensioni ed il reinserimento della tredicesima ai salari più bassi, tutte misure draconiane di riduzione salariale e di taglio lineare inserite dal precedente governo; oppure si prospetta l’insolvibilità di Atene. Questa seconda ipotesi lascia il campo a due strade, il default con mantenimento della moneta unica ovvero l’uscita dall’Eurozona.

Le istituzioni ed il Ministro italiano dell’economia Padoan cercano di tranquillizzare, assicurando che le misure prese dall’Europa sono in grado di sopportare un eventuale default ellenico e secondo il Ministro Italiano l’Italia è al sicuro da un eventuale contagio. L’approccio votato, forse oltremisura, all’ottimismo che i leader politici sono soliti trovare in questi grandi eventi istituzionali (forse coadiuvati dalle tartine al salmone) è dimostrato dalle parole di Pier Carlo Padoan, secondo le quali il debito italiano sarebbe sotto controllo e non in crescita…. In realtà gli ultimi dati Istat indicano un nuovo massimo storico a 2169.2 mld: altro che in fase di stabilizzazione! Così come la situazione ellenica e ben lungi dall’essere sotto controllo.

Un “semplice” default probabilmente è davvero sopportabile e, pur nel segreto che cela operazioni simili, a questa via pare si stia preparando la Germania della Merkel. Differente invece il discorso di un’uscita dall’Euro che sarebbe un “precedente” tale da dare il liberi tutti a mercati e speculatori con primi target verso Italia e Spagna. Rispetto a questa seconda via stanno prendendo contromisure nella City londinese importanti istituti finanziari, ben consci che sarebbe una situazione non indolore neppure per loro che eppure all’Europa non sono legati dalla valuta comune. Ovviamente BCE ed istituzioni, con Draghi sugli scudi, cercano di rassicurare gli animi, asserendo che l’Euro è irreversibile e che anche nel malaugurato caso di “incidente GrExit” l’UE ha raggiunto un livello di solidità tale da poterlo metabolizzare. Difficile credervi, le potenze finanziarie pronte a scagliarvisi contro sono molto più forti, la reputazione europea verrebbe asfaltata più di quanto già non lo sia e le parole successive dello stesso Governatore BCE , confermando i timori e gli scenari preoccupanti riportati sopra, paiono più realistiche:

“L’incidente ci farebbe entrare in un territorio inesplorato ed ignoto”.

Mancano poche settimane e non conviene più a nessuno protrarre oltremodo questo stillicidio. Va necessariamente trovata una soluzione definitiva, alcuni non fanno altro che attendere lo sfacelo, ma molti altri, in Grecia soprattutto, stanno lottando per la sopravvivenza e contro la povertà. A questo punto un po’ di egoismo lo si può conferire anche al comportamento dei leader greci e l’Europa da par suo non può continuare una intransigenza che è stata complice di un avvitamento perverso del malessere sociale. Le soluzioni possibili non sono molte e l’uscita della Grecia dall’Euro, a mio insignificante modo di vedere, sarebbe l’inizio della fine dell’esperimento europeo. Nonostante tutto le poche vie percorribili ed in grado di offrire qualche possibilità di esito positivo paiono bloccate da ostacoli insormontabili ed i viandanti poco determinati ad operarsi per renderle nuovamente agibili.

19/04/2015
Valentino Angeletti
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Direttrici che non portano alla crescita ed all’aumento dei livelli di benessere

La condizione economica attuale è complessa, difficile e probabilmente per la sua evoluzione, volendo considerare come punto iniziale la crisi statunitense dei mutui subprime, estesa poi nel continente europeo mutando da principalmente finanziaria a riguardante i debiti sovrani, interi Stati fino ad assumere connotazioni sistemiche, unica nella storia. Simili frasi sembrerebbero ormai retoriche per quante volte sono state ripetute. L’azione politica però non pare comprenderlo. Mai come in questo momento servirebbero visione, azione comune, focalizzazione verso gli obiettivi di ritorno al benessere collettivo, di collaborazione e di cooperazione, mettendo per un  attimo da parte lo scontro tra i partiti e tra gli interessi delle nazioni che in contesti “normali” possono essere, nei limiti del bene della Res Pubblica, accettabili. Così dovrebbe essere sia a livello europeo che nazionale. Ciò a cui stiamo assistendo su ambedue i livelli invece è un comportamento quasi diametralmente opposto, con dichiarazioni che danno il senso dell’urgenza di alcune azioni, ma fatti che smentiscono quanto detto pochi istanti prima; così è sia un Europa che in Italia.

Non mancano giorni in cui si nota che la soluzione della crisi è ancora lontana pur negli alti e bassi dell’ evoluzione di un qualsivoglia scenario. In Europa ad esempio sono prepotentemente tornati a manifestarsi il problema dell’immigrazione, dei rapporti con gli stati limitrofi, le varie crisi socio – economico – umanitarie che vanno dalla Russia alla Libia arrivando fino al centro Africa. Ancora più l’inviluppo della crisi greca che può essere ascritto ad emblema della non cooperazione politica a Bruxelles. Già si è detto che il salvataggio greco iniziale sarebbe costato ben meno del protrarre oltremodo ed inconcepibilmente uno stillicidio, peraltro senza avere un piano ben definito a priori, ma agendo all’evenienza fino ad arrivare a questi giorni, dove si sente parlare sempre più insistentemente del default, più o meno pilotato e concordato, di Atene. Il debito greco non è più onorabile dalla penisola ellenica, tale è l’opinione condivisa da tanti economisti. Molto probabile che questa evenienza, pur smentita dal Governatore Draghi, sia assai concreta. Ne parlano da mesi nella City londinese e JP-Morgan (come altri istituti) ha da tempo iniziato a proporre ai suoi clienti piani per affrontare una GrExit. La stessa Germania si sta preparando ad un default greco ma senza uscita dalla moneta unica che comporterebbe la prosecuzione di una corsa agli sportelli bancari, già comunque in corso per mantenere in Euro il proprio capitale, e forse la deflagrazione del tentativo di unione.

Modi di agire simili, anche qualora la Grecia si salvasse, confermano la totale lontananza dai concetti di Prosperità, Progresso e Protezione che dovrebbero essere alla base dell’unione, senza spingersi in sentimenti più romantici come collaborazione, spirito di appartenenza ad una stessa comunità, solidarietà e condivisione dei rischi e dei benefici.

Analogo ragionamento può essere fatto per l’Italia. Anche gli ultimi dati confermano, nonostante tassi di interesse mai bassi come ora, un prezzo del petrolio al momento ancora più che vantaggioso, mutui potenzialmente a buon mercato e prezzi delle case decisamente diminuiti, una situazione che mantiene alti livelli di complessità.

Il debito pubblico ha fatto segnare un nuovo record sfondando quota 2169 miliardi con crescenti spese centrali e spese locali in diminuzione, la disoccupazione tende a migliorare leggermente, ma attestandosi comunque a fine anno ad un inaccettabile 12.6% con aumento dei disoccupati di lungo termine, ossia coloro che più difficilmente potranno trovare impiego, magari depauperando un patrimonio d’esperienza e di conoscenze che potrebbe sicuramente ancora risultare d’utilità. Il credito in Italia rimane difficile, tra i più difficili in europa, non in grado di supportare il mercato immobiliare (affossato anche dall’incertezza normativa sulla tassazione) nè di appoggiare gli investimenti che latitano. Gli investimenti necessari in Italia sono molti e fondamentali, ovviamente dovranno essere razionali e lungimiranti, ma servono e servono sia quelli per piccole opere come la riqualificazione del territorio, delle scuole, la riconversione energetica e lo spostamento verso un modello economico più sostenibile sul quale Renzi dice di puntare con convinzione, sia quelli per grandi opere e, come i crolli nelle scuole ed i periodici disastri dovuti al maltempo sono la dimostrazione del bisogno dei primi, i grandi crolli infrastrutturali (ultimamente ponti e viadotti) fanno da testimoni della necessità dei secondi.

Nel paese invece la politica è tutta catalizzata su alcuni temi: la legge elettorale Italicum che ha comportato una profonda spaccatura nel PD e le dimissioni dell’ex capogruppo Speranza (uno dei pochi che si è dimesso per dissenso politico e non per indagini o scandali), il dissenso da parte del M5S e di FI che assieme alla minoranza DEM hanno scritto lettere separate ma dallo stesso contenuto (l’ipotesi fiducia sulla legge elettorale sarebbe un attentato alla democrazia) al presidente Mattarella; le regionali con le difficoltà del PD in Liguria, aumentate a seguito delle indagini sulla candidata Paita per i dissesti idrogeologici essendo lei all’epoca assessore competente in materia, e con quelle di FI in Puglia. Infine a non tarderanno troppo le discussioni sull’impiego del tesoretto da 1.6 mld €, potenziale goloso benefit elettorale.

Il tesoretto come già riportato (LINK) è una numero previsionale derivante da un miglioramento della stima del rapporto deficit/PIL di 0.1%. Le previsioni iniziali sul PIL 2015 del Governo erano di +0.6% e sono state aggiornate nell’ultimo DEF a 0.7% (ma sempre di previsione di tratta). L’intenzione del Governo pare quella di spendere la somma quando ha ancora fattezze virtuali. Il rischio che sì corre è che, avesse ad esempio ragione il Fondo Monetario con la sua stima di crescita riferita all’Italia portata a 0.5% (in miglioramento), il paese si troverebbe nella condizione in cui mancherebbe di 1.6 mld più 1.6 mld derivanti dalla differenza di 0.2% tra lo 0.7% stimato e lo 0.5% reale, più altri 1.6 mld dovuti alla spesa in deficit già effettuata.

Come al solito prenderò un abbaglio, ma la sensazione è che, seguendo le direttrici impostate da UE ed Italia, difficilmente si potrà impostare un percorso virtuoso per incrementare, senza sperare di tornare ai livelli precedenti, il nostro grado di benessere. Questo è un presentimento che spero vivamente provenga da uno di quei piccoli gufi che saranno a breve smentiti.

Valentino Angeletti
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Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit

Si è tenuto nelle scorse ore il discorso del neo premier greco Tsipras al suo Parlamento. Il leader di Syriza ha cercato di mantenere in equilibrio una situazione sempre più in bilico tra le sue controparti rappresentate dal popolo greco attanagliato da un pesantissimo disagio sociale e dai suoi creditori, vale a dire Troika, istituzioni europee ed altri stati membri. Il popolo greco è stato rassicurato dal punto di vista del mantenimento del programma che ha consentito a Tsipras di salire al Governo. Sono state quindi confermate l’erogazione gratuita dell’elettricità per le classi meno agiate, la reintroduzione della tredicesima mensilità per i redditi più bassi, l’innalzamento a 751 € del salario minimo mensile, il blocco delle privatizzazioni e la riapertura della TV di stato chiusa da qualche mese, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati (per suo dire illegittimamente), il taglio di spesa ai Ministeri, la lotta all’evasione fiscale, la maggior spesa a sostegno del welfare e degli investimenti.

Alla Commissione UE e alle istituzioni europee, dalle quali esclude la Troika esplicitamente misconosciuta, invece Alexis Tsipras ha assicurato la volontà di rimanere nell’Euro e di rispettare i patti, ma non in questo momento poiché ora è necessario più tempo per riportare le condizioni dei greci a beneficiare di un livello minimo di agio. Il punto fondamentale da dirimere però è che la Grecia rischia di essere insolvente già dal 28 febbraio e per i prossimi appuntamenti dell’ 11 (Eurogruppo straordinario ad Atene) e del 16 (riunione Eurogruppo Bruxelles) febbraio le è richiesto un piano dettagliato sul quale discutere ufficialmente. Al momento il piano latita ed i bacini di risorse economiche individuate dal governo di Atene sarebbero i tagli ad alcuni Ministeri, alla difesa e la lotta all’evasione, tutte misure difficilmente quantificabili con precisione; la domanda cruciale sulla provenienza delle risorse per onorare il programma elettorale, senza dover ricorrere ad un prestito ponte ipotesi esclusa dal presidente dell’Eurogruppo, rimane e si fa di giorno in giorno più pressante.

Tsipras poi, forse scadendo mosso dalla ricerca di consenso in un poco utile populismo, in risposta alla fermezza di Schaeuble, ha ricordato al tedesco, quasi come fosse un obbligo farlo, le riparazioni di guerra della Germania riferendosi al 50% del debito che venne abbonato nel 1953 alla Germania Federale per i danni dovuti dalla Germania Nazista.

Altra uscita poco delicata e fuori luogo in questo frangente è stata quella dell’iperattivo Ministro delle finanze greco Varoufakis il quale, in caso di fallimento della Grecia, ha indicato l’Italia come inevitabile e successiva nazione ad andare in bancarotta. Per Varoufakis il debito italiano non è sostenibile e quindi se rigore ed austerità continueranno con la Grecia e con l’Italia, secondo la sua visione è non scongiurabile il default dei due stati e dell’Unione nel suo complesso. Il ministro italiano Padoan ha risposto decisamente seccato con un Tweet asserendo che il debito italiano è solido e sostenibile, che non vi sono problemi di solvibilità e che questi affari sono fuor delle competenza di Varoufakis.

Ovvie le rassicurazioni di Pier Carlo Padoan, ed effettivamente le parole del greco paiono assolutamente fuori luogo, così come non è realistico pensare ad una non solvibilità italiana fintanto che riesce a finanziarsi a tassi di interesse decisamente bassi. Differente invece il discorso nel caso in cui si acuisca una crisi di sistema e la speculazione si abbatta sul nostro paese. Del resto domande sulla sostenibilità intesa come possibilità di ridurre il nostro debito sono legittime (Link Ridurre il debito è oggettivamente possibile?). Lo sono perché gli interessi, ripagati ricorrendo ad altro debito, divergono e le condizioni imposte dall’UE non sono oggettivamente rispettabili nel contesto macroeconomico in atto: la disoccupazione è eccessivamente alta e le dinamiche economiche non lascino presagire un’accelerazione del PIL tale da incidere sul rapporto col debito (e col deficit). Il debito è infatti previsto in aumento (attualmente a circa 133% del PIL) per l’anno in corso e dovrebbe (ma il condizionale è obbligatorio) iniziare a discendere lentamente dal 2016. Quindi la situazione debitoria è preoccupante, al limite della procedura di infrazione europea, e si comprende l’arduo lavoro che sta facendo Padoan ed il team del MEF in Europa per scongiurare questa eventualità.

Come avevamo già avanzato in questo articolo:
“Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
molti Stati si starebbero preparando per affrontare una GrExit. Tra questi vi sarebbero l’UK il cui ministro delle Finanze Osborne lo ha pubblicamente dichiarato alla BBC e gli USA. Dagli States tuonano infatti il predecessore di Bernanke alla FED, Alan Greenspan, secondo il quale l’uscita delle Grecia dall’Euro è solo questione di tempo ed il Presidente Obama che ammonisce l’UE a non proseguire con l’austerità e far ripartire gli investimenti seguendo in sostanza il suo esempio. Per Barack Obama mantenere (colpevolmente e deliberatamente) l’approccio rigido che fin qui ha prevalso nel vecchio continente causerebbe un indebolimento europeo fino ad una possibile disgregazione dell’Unione che innescherebbe una crisi economica mondiale irreversibile, difficilmente risolvibile e che pochi sarebbero in grado di affrontare provati come sono dalle crisi ancora in corso. Per evitare il crack Greco e le possibili ripercussioni in Europa e nel mondo non sembrano improbabili soccorsi esterni ad Atene a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle Europee che potrebbero provenire dalla Russia o dalla Cina, ma anche dagli stessi Stati Uniti d’America.

Per approfondimenti: Osborne annuncia che il Regno Unito si sta preparando alla Grexit

Valentino Angeletti
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