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Mi spiace sinceramente, ma sulla ricchezza degli italiani il pressapochismo di Renzi a Bersaglio Mobile non è tollerabile nell’attuale contesto sociale

Senza far trasparire alcun, seppur minimo, dubbio, negli ultimi giorni abbiamo avuto modo di sentire, dalla bocca del Ministro Padoan e, con una sicurezza quasi sconfortante, dello stesso Renzi, proprio nelle scorse ore intervistato a Bersaglio Mobile dal bravo Enrico Mentana e dalle altrettanto lodevoli Gaia Tortora ed Alessandra Sardoni, numerose manifestazioni di ottimismo sulla situazione economica italiana e sulla ricchezza (disponibilità di danari su conti bancari) dei nostri concittadini.

Il Ministro Padoan, al solito, si è mostrato più pacato, ma ha comunque tenuto a sottolineare come, pur non dovendo cadere nell’errore di abbassare la guardia, la recessione sia terminata e ciò sarebbe dimostrato dal miglior dato sul PIL dal 2011 a questa parte, vale a dire il +0.3% riferito al Q1 2015 rispetto al trimestre precedente (che scende a 0 se confrontato col medesimo periodo del 2014 -link di approfondimento-).

Decisamente meno moderato invece il Premier Renzi, che non ha nascosto il suo entusiasmo nell’affermare, su La 7 nel salotto di Mentana, che l’Italia è uscita dalla crisi, che le persone si stanno arricchendo e che quello che manca è solamente la fiducia nel futuro. A detta del Premier, la dimostrazione della sua sentenza è l’aumento dei depositi bancari che starebbe a significare che la ricchezza c’è, mentre a latitare sarebbero consumi e spesa, proprio per mancanza di fiducia da parte dei potenziali consumatori. La fiducia, come abbiamo ripetuto più e più volte, è un elemento fondamentale nel traghettare fuori dalla crisi ed è effettivamente vero che, qualora mancasse, sarebbe assente un elemento basilare per la ripresa economica ed in particolare dei consumi, soprattutto di lungo termine e dei beni durevoli.

Detto ciò però, l’affermazione del Presidente del Consiglio sembra un po’ azzardata e semplicistica, come del resto lo è quella riferita alla diminuzione del numero di cassa integrati e del calo del ricorso a questo ammortizzatore sociale da parte delle aziende. Per Renzi il dato è molto positivo, e così sarebbe se non fosse che in realtà tale diminuzione sembra sia causata non tanto dall’aumento di lavoro, che continua a non sussistere, essendo la drammatica percentuale dei disoccupati costantemente attorno al 13% con picchi del 42-43% per gli under 24, quanto dalla fine dei fondi allocati alla cassa integrazione che necessitano infatti di un rifinanziamento. Un presidente dovrebbe essere più cauto quando proferisce simili parole, perché potrebbe causare indignazione, a parte nei nemici giurati: “I Sindacati”, in coloro che sono coinvolti, loro malgrado, in questi meccanismi, siano essi lavoratori che imprese.

Tornando invece all’ottimismo riguardo all’uscita dalla crisi va detto che l’incremento dei depositi bancari che il Premier ha distribuito in modo lineare su tutta la platea degli italiani pare non essere così omogeneo, anzi pare non esserci affatto.

Gli ultimi dati diramati dall’Ocse confermano una tendenza consolidata già da molti anni e che, nonostante le belle parole, i buoni propositi e le promessi di impegni concreti delle istituzioni, si è stati incapaci di arginare: i ricchi stanno diventando sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, in altri termini si acuisce il divario sociale in modo sempre più accentuato e preoccupante, con classi sociali sempre meno valicabili, una mobilità sociale inesistente ed una classe media che sta perdendo le certezze che la facevano un motore economico, relegandola sempre più vicino alle soglie di povertà certificata e quindi sicuramente con meno capacità e volontà di spesa rispetto a periodi più rosei e certi (per approfondimenti sui rilevamenti OCSE, che smentiscono in toto l’affermazione del Premier di rimanda al link del sole 24 ore). Se il fenomeno è comune in tutta Europa, lo è ancora più marcatamente in Italia. Va detto che il problema dell’uguaglianza sociale non è nuovo, anzi sono anni che lo si addita come elemento di disaffezione nei confronti delle istituzioni, europee in particolare, dei partiti, della politica di austerità, ed ha contribuito a creare tensioni sociali notevoli, tumulti, a cominciare dalla Grecia e Spagna, i movimenti degli Idignados, di Occupy Wall Street, di partiti come Podemos, UKIP e movimenti populisti o xenofobi.

Già si scrissero vari pezzi e riflessioni in merito, riportiamo di seguito solo alcuni:

  1. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/2013
  2. Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/2014
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/2014
  4. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/2014
  5. Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama 20/01/2015

Evidentemente siamo di fronte alla dimostrazione di come ci sia stata totale incapacità (o volontà, o interesse?) di affrontare concretamente il problema della diseguaglianza. Da quelle date, da quei banali scritti segnalati, datati 2 anni circa or sono, nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata, e ciò lo ha certificato il Censis prima e l’Ocse poi. Come è possibile quindi affermare, come ha fatto con leggerezza il Premier, peraltro senza un briciolo di contraddittorio, che in Italia i soldi ci sono e che il problema è l’assenza di fiducia che non induce i benestanti depositari di buoni conti bancari a spenderli? Se soldi ci sono sono nelle mani di pochi, un 10-20% della popolazione, i soliti noti, incolpevoli se si sono arricchiti con lavoro e nella legalità, che può spendere in consumi di nicchia, che forse neppure ha ridotto esageratamente i propri consumi e le proprie abitudini non avendo forse sentito gli effetti della crisi; che compra beni particolari, le cui produzioni limitate non sono in grado di trainare economia, consumi interni, lavoro e reddito diffuso. Simili approssimazione e pressappochismo, nella condizione e nel contesto sociale che dobbiamo affrontare, non son tollerabili, mi spiace sinceramente.

Va dato atto al Premier che il Governo ha lavorato, con il Jobs Act, per cercare di combattere un elemento altamente legato alla povertà in Italia, come è possibile leggere nell’articolo del Sole 24, che è quello del lavoro atipico. Se l’efficacia sarà quella desiderata e necessaria va ancora dimostrato, in ogni caso lo sforzo in quella direzione c’è stato.

Guardando poi la situazione attorno a noi, ci si accorge che essa è tutt’altro che semplice. Il Governo, talvolta incolpevole perché ereditiero di problemi pregressi, ha dovuto affrontare la tegola della sentenza della Consulta sulle pensioni costata al momento 2’180 milioni di €, che ha risolto a mio avviso in modo parziale, perché ritengo che la Corte, a valle dei ricorsi in arrivo, dovrà pronunciarsi nuovamente. IN aggiunta a ciò ora dovrà affrontare il mattone proveniente da Bruxelles che non ha dato il via libera alla reverse charge sull’IVA, il cui pagamento avrebbe dovuto passare dai fornitori al settore della Grande Distribuzione. Il costo ammonterebbe a 728 milioni di €, che, stando alla legge di stabilità, in tale situazione dovrebbero essere ricavati dall’aumento delle accise sui carburanti, ipotesi smentita dal MEF, intenzionato a reperire le risorse mancati dalla lotta all’evasione (ma sappiamo come queste entrate aleatorie poco piacciano alla Commissione che preferisce le ben più stabili imposte sui consumi, come le accise o ancor meglio gli aumenti dell’IVA).

Estendendo lo sguardo in Europa prendiamo atto delle difficoltà persistenti. L’Eurozona cresce, ma ancora lentamente, afferma il Governatore BCE Draghi.  Una crescita non tale da sostenere una ripresa con le basi strutturali necessarie per aumentare gli investimenti e per creare nuovo lavoro. La crisi greca sembra ancora lontana da una soluzione, la stessa Merkel ha detto che la risoluzione non è ancora visibile, mentre Tsipras, come al solito, si è mostrato più ottimista dicendo che la Grecia è aperta al dialogo ed a risolvere la situazione senza però incorrere negli errori del passato. Tale affermazione vuol dire tutto e nulla, perché quelli che per Alexis Tsipras sono errori del passato, per il Bruxelles Group sono proprio i passi richiesti. L’ipotesi di un default greco, con permanenze di Atene nell’Euro, sembra ormai solo questione di tempo, evidentemente una simile circostanza, pur non comportando l’uscita, che sarebbe devastate, dalla moneta unica, contribuirà a ridurre l’autorevolezza europea, già ai minimi livelli, nei confronti degli interlocutori mondiali, come USA, Russia, Cina; inoltre è assai probabile che contribuisca ad aumentare la disaffezione dei cittadini europei che si sentono sempre meno parte di un progetto che alla luce dei fatti è incapace di portare benessere diffuso e distribuito, uguaglianza, ed è impotente di fronte ai complessi problemi, all’ordine del giorno nel mondo moderno e globalizzato, come il terrorismo, i grandi flussi migratori, le tensioni tra gli stati confinanti come Russia ed Ucraina, tutti messi in secondo piano rispetto a slanci protesi alla protezione dello status quo, in particolare da parte degli Stati più forti e potenti. Probabilmente ciò porterà conseguenze alle venture elezioni spagnole e nel referendum sulla permanenza in Europa del 2017 in UK che ha consentito la vittoria dei Conservatori (Link)

La condivisione del rischio, dei problemi, il contributo secondo il principio di cooperazione e proporzionalità, per risolvere situazioni complesse che comportano nell’immediato una spesa progressiva, commisurata alla loro potenza e ricchezza, tra i paesi membri, ma benefici e stabilità strutturale per tutta l’Unione nel lungo periodo, è utopia ancora lontana, nonostante sia un caposaldo ricordato anche da Draghi nel suo ultimo intervento (Link), e soprattutto elemento imprescindibile dalla sopravvivenza del progetto Europeo come intesero i padri fondatori.

Altro che abbondanza di soldi, ripresa già in atto e bloccata solo dalla mancanza di fiducia…

La fiducia non c’è spesso per motivate ragioni e la situazione è assolutamente assai complessa e non riassumibile con una banale parafrasi del tipo:

“Fidiamoci, speriamo e spendiamo che da domani arriva il sole…..”

23/05/2015
Valentino Angeletti
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Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?

Pare proprio che ci siamo. Con una nota ufficiale il Quirinale ha definitivamente posto nero su bianco il fatto che il Presidente della Repubblica non ha assoluta intenzione di dimettersi prima di fine anno, il che coincide con la fine della presidenza italiana in Europa la quale ha contribuito in modo decisivo alla scelta di Napolitano di accettare un nuovo e stancante mandato che pure aveva anticipato non avrebbe portato a termine. La nota però lascia anche intendere che dopo il 31/12 le dimissioni saranno questioni di giorni.

Pensare che il Presidente, nonostante la stanchezza comprensibile perché a giugno prossimo gli anni saranno 90, perché la carica che ricopre è sempre e comunque di responsabilità e richiede estrema lucidità in ogni frangente e perché gli ultimi anni della politica italiana hanno gravato ed incrementato in modo quasi singolare il lavoro della prima Carica dello Stato, avesse potuto dimettersi prima del 31 dicembre era veramente improbabile ed azzardato. Un annuncio formale contenente anche le tempistiche potrà avvenire o attorno a metà mese con il saluto alle alte cariche dello stato oppure proprio nel discorso di auguri alla Nazione di fine anno. Alcune voci, che tra l’altro lo danno sempre più stanco (e riteniamo che proprio la stanchezza e l’alto livello di responsabilità, la lucidità necessaria giorno e notte, siano i moventi delle dimissioni anticipate benché i giorni scorsi ci sia stata una corrente giornalistica speculativa che parlava di malattie piuttosto che di timori per tempeste economiche quasi già pianificate), asseriscono che il presidente non presenzierà alla giornata della memoria del 27 gennaio dedicata alla Shoah alla quale è particolarmente legato, è pensabile quindi che la data di abbandono per un ritrito a vita privata in Via dei Serpenti possa avvenire tra il primo ed il 27 gennaio con tutta probabilità più verso la seconda metà del mese. A quel punto subentrerebbe ad interim il Presidente del Senato Grasso.

Nella nota si legge anche che la decisione sarà completamente autonoma esulando totalmente dalla dall’attività di Governo e dall’esercizio della funzione legislativa. In sostanza svincola le dimissioni dalla fase politica in atto.

Questa presa di posizione lascia aperte almeno due chiavi di lettura: la prima è indubbiamente la volontà del Presidente di non bloccare in in una sorta di bimestre bianco l’attività Parlamentare che vorrebbe invece vedere convergere rapidamente verso una fase più concreta del processo riformatore nel minor tempo possibile, né anticipare oltremodo le manovre e gli accordi per la ricerca di un successore; la seconda (che del resto avevamo già anticipato: link) riguarda la sua delusione rispetto a come si è evoluta la situazione politico economica italiana da quando accettò il secondo mandato nell’aprile 2013.

Contrariamente alle dimissioni, l’accettazione del secondo mandato aveva invece una connotazione strettamente legata alla fase politica allora in atto. Infatti Napolitano si sacrificò proprio per cercare di contribuire al processo di riforme ed alla presidenza italiana di turno in Europa, soprattutto avrebbe voluto vedere conclusa la legge elettorale e le riforme istituzionali/costituzionali, dopodiché avrebbe lasciato il Quirinale. Il suo mandato è stato totalmente politico e nonostante la Nota Qurinalzia lo sono anche le sue dimissioni e testimoniano, oltre alla stanchezza senza la quale forse avrebbe provato a resistere, che nel tempo intercorso non sono stati raggiunti i risultati attesi ed il Presidente non è nello spirito di attendere ancora. Una sconfitta della politica.

Facendo una rapida analisi molte delle riforme istituzionali che riteneva prioritarie, alcuni da anni come quella elettorale, sono ancora al palo, ostaggio dei rapporti di forza tra i partiti, degli accordi e dei negoziati che ognuno vorrebbe a proprio vantaggio col risultato del blocco. Si potrebbe pensare che questo rallentamento nel riformare le istituzioni siano state conseguenti ad una maggior attenzione al lato economo ed alle riforme più prettamente riguardanti la crescita e l’attrazione di investimenti, come la defiscalizzazione, la sburocratizzazione, il taglio del cuneo fiscale, il sostegno a famiglie ed imprese, la spending-review e via dicendo; invece no, gran parte delle riforme necessarie e note da tempo non sono state portate a complimento se non in prima lettura e comunque sempre faticosamente oggetto di scontri aspri. Nel mentre i dati economici non hanno bisogno di essere ricordati, perché anche in questa sede si possono andare a ricercare facendosi così un’idea dello stato del paese, ed anche l’ultimo dato diramato dall’ISTAT sul PIL del Q3 2014 a -0.1% non fa eccezione, andando a portare la previsione sul PIL a fine anno a -0.5%, davvero ben lontano rispetto alle stime di crescita 2014 date all’insediarsi del Governo Renzi, il 22 febbraio 2014, dallo stesso Premier e dal Ministro dell’Economia Padoan che parlavano di +0.8% definito prudenziale con l’aggiunta della locuzione “vi stupiremo”, a testimonianza che i corsi economici non si invertono a comando o per volontà divina e quand’anche venissero raddrizzati hanno tempistiche tecniche e fisiologiche per dare i frutti. Anche i dati sull’occupazione non migliorano, del resto è dimostrato che l’occupazione presenta un ritardo rispetto alla crescita ed all’aumento del PIL di circa 12-18 mesi ed inoltre necessita di un incremento stabile del prodotto interno lordo attorno ad 1.2-1.5% affinché la condizione non sia poco più che un dato provvisorio. Anche i consumi interni non riescono a riprendersi, complice il livello di tassazione cresciuto in 18 anni del 44% a fronte di un aumento degli stipendi del 19% che si azzera per effetto dell’inflazione (altro problema a livello europeo), nè il debito migliora puntando al 133.8% per il 2015.

Anche l’unione e l’unità di intenti tra i partiti e le forze politiche affinché agissero nel più ampio consenso per il bene del paese e per la rapidità dell’azione riformatrice auspicate, quasi ordinate, dal Presidente Napolitano all’atto del suo secondo mandato, non si sono verificate, anzi hanno subito una escalation sia tra differenti partiti che internamente alle medesime forze politiche (PD, M5S, FI nessuno fa eccezione) e l’elezione dei giudici della consulta ne costituiscono solo uno dei numerosi esempi. Parallelamente la situazione sociale è peggiorata, il malcontento e la sfiducia dei cittadini alla luce delle altissime aspettative poi disattese sono aumentati (vedi lotta per la casa, scontri di piazza, Tor Vergata) ed anche i rapporti Governo-Sindacati sembrano molto precari, nel peggiore dei casi irrecuperabili (CGIL-FIOM). Ciò ha comportato l’acuirsi di un pericoloso sentimento di intolleranza verso il diverso additato di essere causa dei mali che sfocia in episodi di xenofobia, nazionalismi, di anti europeismo convinto, manifestato alla urne col crescente consenso alla Lega, o meglio a Salvini che ha modificato radicalmente il Carroccio adesso molto più vicino, non a caso suo alleato, allo schema del Fronte Nazionale di Le Pen che punta all’Eliseo parigino. Il pensiero che ha comportato i voti della Lega (personificata da Salvini) è stato sostanzialmente il medesimo che ha dato la vittoria schiacciante a Renzi alle europee del maggio scorso, ossia la scoraggiamento, la sfiducia e la ricerca di un’ultima spiaggia (che a ben vedere ne presenta sempre una dopo ancora più ultima).

Passando a livello Europeo quella che doveva essere una corsa verso una UE dei popoli si è dimostrata poco più che un lento incedere barcollante. Napolitano crede nell’Europa Unita come entità di popolazioni coesa e cooperativa, non solo stretta da una moneta e qualche legge formale in cui le realtà dei vari stati nazionali sono quasi esclusivamente attente ai propri vantaggi e senza alcuna volontà di condivisione di rischi e benefici. L’austerità propugnata fino ad ora va direttamente in quel senso: divide invece di unire, porta anti-europeismi invece che sentimento di appartenenza, aumenta le disuguaglianza sociali invece che livellarle verso un benessere comune. La BCE non ha saputo agire efficacemente nonostante l’esempio USA e forse Draghi è stato limitato nel suo operato dalle pressioni di Berlino, maggiore azionista dell’istituto di Francoforte, tanto che non è riuscito ad arginare la diminuzione dell’inflazione e sostenere l’economia reale in modo diretto. Anche il piano investimenti di Juncker da 315 miliardi teorici lascia più di un dubbio perché presuppone interventi privati per una leva di 15 in una zona a bassissima crescita e con scarse possibilità di una rapida inversione di tendenza rispetto ad altre parti del mondo (Link: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo). Infine come presidente del semestre Europeo l’Italia ha lasciato ben pochi segni; tale incarico prevedeva sostanzialmente la sola possibilità di dettare le priorità dell’agenda, nessun potere decisionale, ma complice le elezioni ed il lento insediamento della nuova Commissione completato in questi giorni, è stato solamente possibile convenire sul fatto che l’Europa avrebbe dovuto concentrarsi su crescita, occupazione (giovanile in particolare),  trovare nuove vie per attrarre investimenti nei settori più strategici (infrastrutture, energia, tlc, digitale) ed abbandonare la totale austerità per un approccio più flessibile senza però darne dettagli. A ben vedere nulla di quanto non si senta ribadire da più parti (anche in questa sede) almeno dal 2011.

Alla luce di simili evidenze, tutt’altro che celate o difficili da comprendere, è facile pensare ad una delusione e voglia di staccare da parte del Presidente in carica che sicuramente non può non pensare anche all’eventualità, pur remota ma che di certo non vuole essere Lui a dover gestire, di uno scioglimento anticipato delle Camere. Di qui la decisione di concludere il semestre di presidenza, come aveva già detto nel febbraio 2013, per poi lasciare, avendo di fatto visto concluso solo l’impegno che si era dato per se stesso, vale a dire il termine del turno di presidenza, ma senza che la politica sia riuscita ad assolvere nessuno di quelli (leggi riforme) che il Presidente aveva caldamente assegnato. Sotto questo punto di vista le dimissioni in un contesto simile non possono che essere interpretate come una sconfitta della politica stessa che non è stata in grado di adempiere alla richiesta di responsabilità intimata perentoriamente dal Presidente.

La speranza nutrita da Napolitano, della quale la nota del Quirinale è testimonianza, sul non voler anticipare gli accordi e le manovre sulla sua successione per non turbare i lavori parlamentari, rischia di nascere già infranta. Manovre ed accordi sono già in atto tra i palazzi. Sherpa e teste di ponte stanno vagliando varie ipotesi: fuori usciti dal M5S in sostegno al PD che si svincolerebbe dalla minoranza interna e dal patto del Nazareno, FI e Berlusconi che vorrebbero procedere alle riforme (elettorale in primis) solo dopo la rielezione del nuovo inquilino del Quirinale così da non perdere il loro potere negoziale, il M5S che con alcuni portavoce si dice disposto a ragionare col PD su nomi comuni mentre con altri smentisce tali ipotesi, il Presidente Grasso che esprime la necessità di dover trovare fin da subito un nome che goda di ampio consenso per non essere impreparati al momento delle votazioni velocizzando così i tempi, il Premier che vorrebbe un nome importante ma al contempo di poca forza e non inviso alla politica ed all’economia (ultimo nome Muti padre) in modo da avere più potere in stile tedesco, altri preferirebbero un nome politico come le frange del PD (e Prodi sarebbe il primo della lista), altri ancora una personalità economica.

Dal mio punto d’osservazione starebbe bene qualcuno in grado di comprendere e gestire questa fase economica del calibro di Draghi, che nonostante le inespresse volontà tedesche e nordiche, difficilmente abbandonerà il delicato ruolo in BCE proprio in prossimità dell’uso di altre armi non convenzionali (forse addirittura i QE tanto odiati dalla Germania) e proprio ora che il Governatore ha dichiarato la necessità di una condivisone dei rischi sovrani all’interno dell’area euro. Alternative potrebbero essere Ignazio Visco Governatore di Bankitalia oppure Franco Bassanini presidente CdP, senza mai dimenticare Prodi la cui indiscussa esperienza e lungimiranza in campo economico, la conoscenza delle istituzioni, l’autorevolezza e la stima di cui gode in Europa e nel mondo non dovrebbero essere sacrificate a priori per la sua appartenenza politica.

Ci siamo dilettati nel fare qualche nome, ma è giusto interrompere questo gustoso esercizio perché ancora il tempo delle nomination è lontano, tanti se ne sentiranno e tanti verranno bruciati, del resto si sa che i menzionati anzitempo sono anche i primi a finir fuori dalla rosa degli effettivi candidati.

Link
Elezioni regionali: vince il PD assieme all’astensionismo. La democrazia non gioisce.
G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

01/12/2014
Valentino Angeletti
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Gestione del cambiamento e delle crisi …. capacità su cui lavorare in Europa e non solo

Nessuno può mettere più in dubbio che l’epoca che stiamo attraversando sia un epoca di cambiamento, del resto tutto scorre, “panta rei” dicevano i greci, e l’evoluzione del mondo nel suo succedersi di ere e specie viventi ne è una dimostrazione. Quello in atto però, come molti altri, è una discontinuità netta, non graduale né dolce, ma sembra essere piuttosto irruenta. Mai come adesso il termine cambiamento si può associare alla sua radice etimologica di crisi, termine che sta caratterizzando il presente.

Le crisi per come le intendiamo nella nostra modernità, vale a dire periodi di estrema difficoltà, ci pongono di fronte alla necessità di saper gestire simili eventi così da portare avanti la nostra sopravvivenza. Il paragone è volutamente estremizzato, ma a pensarci bene neppure troppo.

Fino ad oggi la nostra società, forse differenziandosi da quelle del passato che erano avvezze ad adattarsi in modo più rapido a mutate condizioni, pare dimostrare di giorno in giorno di non aver la ben che minima capacità di affrontare crisi di un certo rilievo.

La capacità di fronteggiare e gestire le crisi, crisis management, dovrebbe essere caratterizzata almeno da quattro elementi:

  1. Capacità di prevederle, almeno in parte.
  2. Gestirne l’evoluzione.
  3. Reazione ed adattamento prendendo le opportune contromisure.
  4. Mitigazione ad apprendimento.

Recentemente la nostra modernissima ed altamente tecnologica cultura ha dimostrato di avere pesanti, incolmabili, lacune in ognuno dei quattro punti presentati. Le cause di questa deficienza risiedono sicuramente nella complessità delle recenti crisi che si inseriscono in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso in cui segregare gli effetti di eventi avversi diventa sostanzialmente impossibile e l’innesco dell’effetto domino risulta essere se non immediato sicuramente molto rapido, ma risiedono anche nell’assenza di una strategia comune di intervento mirata a perseguire obiettivi condivisi e che sia definita in modo olistico in ogni suo aspetto, nell’anteposizione di interessi particolari e nazionali  ed alla tendenza al mantenimento dello status quo, di privilegi acquisiti, del potere accumulato da parte di certi gruppi di influenza che pure a livello globale ancora esistono potenti. Non si parla di cospiratori o poteri oscuri dominatori dell’intero pianeta, ma semplicemente di gruppi di persone che principalmente per la posizione che ricoprono e per la loro capacità di fare sinergia proteggendo vicendevolmente i propri interessi comuni (cosa che i singoli stati non sono capaci di fare efficacemente in modo da indirizzare un benessere più diffuso) riescono ad avere notevoli influenze su aspetti che poi si ripercuotono su un numero molto elevato di persone ed hanno impatti importanti su interi sistemi.

Una dimostrazione di incapacità nella gestione di crisi e cambiamenti, limitandoci per un attimo al perimetro italiano, è rappresentata dagli ultimi episodi alluvionali di Genova che si sono verificati. Nonostante i recenti precedenti (a 3 anni da un evento identico ed avvenimenti simili accadono con cadenza annuale) non è stato possibile prevedere e quindi diffondere tempestivamente ed in modo ottimale l’allarme né avere danni limitati testimoniando che anche la gestione durante l’evento è stata approssimativa, in certi casi tardiva e troppo dipendente dall’iniziativa di singoli gruppi di persone più o meno organizzate. Il fatto che poi vi fosse un precedente dimostra l’incapacità nelle azioni di mitigazione nonostante i fondi stanziati per interventi di abbattimento del rischio e nell’apprendimento della lezioni impartita da madre natura. Inoltre a distanza di pochi giorni dalla vicenda di Genova eventi analoghi e problemi di gestione simili si sono verificati anche in Toscana (ricalcando un evento già accaduto nelle medesime zone solo due anni fa), a Trieste ed in Emilia Romagna. Salendo di livello, il verificarsi con sempre maggior frequenza di eventi atmosferici estremi, che per il numero di volte che si ripetono non possono più essere definiti straordinari, è strettamente collegabile al cambiamento climatico in atto. Il “Climate Change” è da tutti i consessi scientifici, a cominciare dall’IPCC, indicato come un rischio globale da fronteggiare e tale tesi è accettata da tutti i governi che periodicamente indicono riunioni e conferenze senza però che vi sia una roadmap tangibile e pratica per far fonte al problema riconosciuto come grave. Nel mentre le condizioni del pianeta tendono a peggiorare, i ghiacciai a sciogliersi, le acqua ad innalzarsi, la desertificazione avanza verso il continente europeo e l’incontro tra correnti d’aria calda africana con quella fredda nordica conferisce alle precipitazioni un’energia molto superiore rispetto al passato, tale da scatenare gli episodi a cui periodicamente assistiamo, inclusi tornado ed uragani. Pur avendo previsto tutto ciò ed avendone le basi scientifiche non siamo ancora capaci di gestire gli eventi né siamo in grado di adattarci e mitigarne il rischio.

Analogo ragionamento può essere fatto per il virus Ebola. Un problema grave che rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale come ha confermato l’ONU. La vicenda dell’infermiera statunitense contagiata è emblematica. Questa persona, entrata in contatto con malato proveniente dall’Africa pur seguendo ufficialmente le procedure è caduta vittima del contagio. Recatasi poi all’ospedale di Dallas è stata dimessa e si è imbarcata su un volo di linea assieme ad altre 300 persone. Qui è evidente la presenza di errori umani. La gestione delle procedure e degli eventi in un caso molto grave e noto non sono state sufficienti e c’è da scommettere che non lo sarebbero neppure altrove. Fin tanto che non verrà scoperto un vaccino minimamente efficace, e c’è da augurarsi che le case farmaceutiche al di là dell’interesse economico ci stiano lavorando, solo le procedure e la capacità di gestione possono contenere la minaccia, quindi devono essere seguite pedissequamente.

Anche sulla gestione dei flussi migratori l’Europa, e per la sua posizione l’Italia è la prima a risentirne, è stata, principalmente perché, dietro la spinta di specifici interessi, non interessata a contribuire economicamente ad un problema che pare di dominio altrui, incapace di lavorare in modo efficace e coordinato per fronteggiare l’emergenza, né ha imparato dal passato essendo le migrazioni un annoso problema.

Che dire poi delle crisi geo-Politiche ancora insolute, e lontane dall’esserlo, con le loro ripercussioni economiche ed umanitarie che sono tutt’ora in atto in Russia-Ucraina ed in medio Oriente?  Al di là di riunioni e vertici l’Unione Europea ha sostanzialmente raggiunto risultati nulli e, quasi in contemporanea con gli incontri tra vertici di stato, gli scontri continuano violenti senza che si capisca quale strategia di intervento sia stata elaborata.

Infine veniamo all’aspetto più veniale delle crisi economiche. Siano esse finanziarie o sistemiche si ripetono quasi periodicamente segno di un sistema che non riesce a reggersi in modo equilibrato e che prima o poi deve scaricare i propri oscillatori. Nell’ultima crisi del 2011, seguente a quella del 2007 dei Mutui Subrime dalla quale pare non si sia appreso nulla, è mancata la capacità di previsione nonostante alcuni segnali già vi fossero e qualche allarme fosse stato lanciato, è mancata la capacità di gestione perché le misure messe in campo come ad esempio il salvataggio di svariate banche, la politica adottata con la Grecia e l’approccio monetario non sono servite ad evitare la spirale recessiva e l’avvitarsi degli eventi; è mancata la capacità di adattamento perché nonostante i risultati evidentemente negativi non è mai mutato l’approccio con cui si è continuato ad affrontarla contribuendo al suo aggravamento (vedi i casi di Cipro, la prosecuzione dell’austerità inflessibile, e l’attuale ricaduta greca). Adattando quanto detto ad un evento recente, l’intenzione di Katainen, Commissario UE ad interim agli affari economici e monetari, di utilizzare un metodo strettamente aritmetico per l’analisi delle leggi di bilancio proposte dagli stati membri è esattamente il migliore emblema dell’incapacità e della non volontà di adattarsi agli scenari mutevoli.

La parola d’ordine del presente e del futuro è resilienza, dobbiamo constatare che non siamo in grado di indirizzare l’ordine degli eventi, ma dobbiamo essere bravi ad evolvere in modo da adattarci nel migliore e più proficuo dei modi, se necessario anche cambiando radicalmente le nostre convinzioni ed i nostri modelli fino ad oggi ritenuti, a torto o a ragione, vincenti.

Di sicuro la capacità di gestire il rapido cambiamento e le crisi in senso lato non è una delle qualità più acute dell’Europa e della nostra società, ma di per certo conviene a tutti che si inizi subito a far fronte a questa mancanza.

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15/10/2014
Valentino Angeletti
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Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia

Che la situazione italiana sia complessa dal punto di vista politico ed economico è superfluo ripeterlo per l’ennesima volta, ma ora, nonostante la tendenza a minimizzare sui dissidi politici da parte del Governo ad iniziare da Renzi e Delrio, si è arrivati ad una svolta preoccupante.

Il Governo è stato battuto nella votazione a scrutinio segreto (qui si disse che avrebbe portato questo genere di problemi) in merito ad un emendamento presentato dalla Lega. Il caos ha regnato in Senato con le proteste animate da Lega ed M5S tanto da dover sospendere la seduta a seguito di indegni episodi di urla e spinte che sono costate una presunta lussazione alla spalla per l’esponente NCD Bianconi, trasportata in ospedale. Grasso ha dovuto minacciare addirittura l’intervento dei custodi che svolgono funzione di polizia per ripristinare l’ordine. Il voto riporta alla memoria i 101 franchi tiratori del PD che “impallinarono” Prodi alle scorse elezioni del Presidente della Repubblica e che forse hanno altamente contribuito a generare le condizione al contorno per questa situazione di stallo.
Tale episodio segue l’allarme di Cottarelli sulla Spending Review (spending review LINK-30/07/14, LINK-22/01/14, LINK-15/02/14), il cui fine ultimo avrebbe dovuto essere la riduzione del carico fiscale (ai massimi mondiali in Italia) e del debito (tendente al 137%).
Il Commissario ha fatto notare in riferimento alla coperture, individuate ex ante nella revisione della spesa, di 1.6 mld € per alcuni pensionamenti nel settore pubblico a rimedio degli effetti collaterali della Legge Fornero, che se si continua spendere basandosi sulle previsione (neanche sui dati reali) della Spending Review gli obiettivi di riduzione fiscale non potranno essere raggiunti, né tanto meno quelli di riduzione del debito. Ricordiamo che il taglio e l’ottimizzazione della spesa sono giustamente un cavallo di battaglia a partire dall’Esecutivo Monti sempre confermato nei governi seguenti e che l’Europa chiede pressantemente dati certi e numeri chiari su questo spinoso tema che costa al paese circa 800 mld annui di cui 300 mld comprimibili fin da subito. Ricordiamo anche che il Commissario non ha alcuno potere esecutivo rispetto ai report ed alle azioni che propone, l’implementazione spetta alla politica declassando il commissario a consulente e proprio questo è il nodo cruciale.

Verissimo come dice il Premier Renzi che, considerando la probabile uscita di Cottarelli, la Spending Reviw si po’ fare ugualmente. Ciò vale però solo se c’è quella volontà mancata fino ad ora e non sarà un altro commissario a procurarla, ma è richiesto che i partiti si decidano e si accordino su dove agire immediatamente.
Nessun commissario, a meno di non conferirgli potere attuativo che ridurrebbe il potere della politica su decisione della politica stessa, cosa che sinceramente non si è mai vista, potrà fare più di quanto fatto da Bondi o Cottarelli, del resto ormai i capitoli di spesa da tagliare sono ben noti (aziende municipalizzate, pubbliche, centri di costo, sanità, regioni, province, politica, alcune forme di incentivi e sovvenzioni ecc) e forse la necessità di un commissario speciale non è più giustificata, serve invece la voglia di tagliare e fin da subito il che vuol dire scontentare qualcuno. Più i risparmi, quindi le somme attualmente spese, sono ingenti più si va in alto nella catena del comando e più e difficile tagliare questo ramo infetto proprio a causa della chioma di potere ed influenza che lo ricopre.

Oltre a queste vicende al confine tra politica ed economia arrivano le questioni prettamente economiche.

L’AIBE (Associazione Italiana banche Estere) ha messo in guardia dal rischio che investitori esteri possano rallentare l’acquisto dei titoli di stato italiani.

Dopo la revisione al ribasso di tutte le stime di crescita da parte di tutti gli organi (anche l’Istat ha una prospettiva di crescita “difficile” al 0.2% da confermare a breve coi dati ufficiali); dopo gli ultimi dati Istat che certificano una disoccupazione del 12.3% (in realtà in calo di 50’000 unità, ma sempre altissima) che arriva al 43.7% per i giovani, livello più alto da quando sono iniziati i rilevamenti nel 1977; dopo una inflazione (a chi piace vedere il segno positivo si può dire che si ha +0.1%….. ma di deflazione) di -0.1% a luglio rispetto a giungo e di 0.1% rispetto a luglio 2013, anche Padoan e Renzi cominciano a lanciare allarmi.

Al MEF ed al Governo affermano che la situazione è più preoccupante del previsto, che servono sacrifici e che non si avrà quel percorso virtuoso immaginato (forse più sperato). Ciò, a loro detta, sarebbe dovuto ad un acuirsi delle congiunture macroeconomiche negative che hanno ribassato le crescite in tutta Europa. L’affermazione è vera solo in parte, perché se alcuni Stati sono effettivamente in difficoltà altri, che hanno fatto quelle azioni che avrebbe dovuto fare l’Italia (e che sono più che note), vanno meglio.
Gli UK a seguito di un piano di taglio di spesa, peraltro supportato dall’azienda con sede a Milano “Bravo”, di 11 miliardi di $ includendo tagli ai lavoratori pubblici senza gravare sull’occupazione complessiva, assieme ad un piano di defiscalizzazione per le imprese, avrà una crescita, secondo l’FMI, del 3.2% nel 2014 e del 2.7% nel 2015.
Lo stesso FMI ha posto la crescita spagnola, ove il percorso di riforme è stato iniziato ben prima che in Italia, all’ 1.2% ed 1.6% per il biennio 2014/15 e lo stesso Governo di Madrid ha rivisto al rialzo le stime ponendole sempre per il 2014/15 a 1.5%-2% dai precedenti 1.2%-1.8%.
In USA l’istituto di Washington vede un +1.7%-3%, ma è dato consolidato che la crescita statunitense nel Q2 2014, messo alle spalle il rigido inverno e nonostante la prosecuzione del tapering, sia stata +4% rispetto al Q2 2013. Non è dunque vero che tutto il mondo è paese italico (poi certo, l’Argentina è in default pilotato, in Liberia c’è l’Ebola ed anche il Botswana non se la passa meglio di noi… sono soddisfazioni se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno…).

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

Complessivamente la crisi sta risultando, incrociata con gravi vicende internazionali, più drammatica del previsto, ma ciò non giustifica affatto l’incapacità di reagire o quanto meno di provare a farlo in modo concreto, determinato e condiviso da parte del nostro paese.

La situazione va precipitando da almeno 5 anni e da almeno 3 ci ripetiamo che non c’è più tempo. Sono stati istituiti Governi di emergenza, speciali per far fronte all’eccezionalità della crisi con misure Shock in grado di lasciare un segno nel breve e pianificando interventi miranti nel medio-lungo periodo che fossero strutturali, creassero nuove opportunità di crescita e rimediassero ai cronici vizi del paese.
Dissi che il processo sarebbe stato lungo, che probabilmente avrebbe richiesto 10-15 anni e sostanzialmente una generazione, quella dei 25-30 enni senza speranza di una qualità di vita superiore a quella dei padri, constatai che esistono numerosi gli italiani (operai, artigiani, imprenditori, giovani, vecchi, donne uomini) disposti a mettersi in gioco, a patto che le alte sfere mostrassero realmente la buona volontà di cambiare le cose in meglio potendo poi utilizzare l’autorevolezza dei risultati, anche in Europa.
I dati in calo forse non faranno salire oltre il 3% il rapporto deficit/PIL, ma il contenimento sarà probabilmente artificio contabile del nuovo calcolo europeo del Prodotto Interno che calcolerà retroattivamente alcune attività illegali (scandaloso che un aiuto ci venga da questa circostanza chissà quanto fortuita) e che quindi, incrementandolo in valore assoluto, pur senza influenza sulle variazioni percentuali del PIL rispetto a se stesso m/m o y/y, va a variare favorevolmente i rapporti ed i differenziali proprio come quello con il deficit.

Le soluzioni possibili a ben vedere non sono né poche né sconosciute, anzi ormai sono ben note, proprio come i capitoli di spesa della Spending Review.
Si conoscono sia in campo economico che istituzionale, le hanno presentate economisti, giornalisti (Alesina, Giavazzi, Rizzo, Stella, Sapelli, Piga, Fubini e ne dimentico tanti), costituzionalisti, persino qui sono state snocciolate più e più volte già in tempi non sospetti e quando avrebbero potuto sortire effetti benefici se implementate, anche solo parzialmente, per tempo.
Non è tanto l’individuazione delle misure la parte difficile, lo è invece la loro attuazione perché richiede volontà politica unanime, accordi, talvolta compromessi che però in un momento di urgenza si devono trovare per il bene del paese, del resto è questo il compito dei politici: il governo ottimale della Polis.

Invece no, purtroppo è un dato di fatto che molta della classe dirigente-politica, non tutta, lungi da me generalizzare, ma sufficiente a creare quella viscosità che sfocia nella conservazione o in una troppo lenta e poco incisiva azione, composta da luminari super laureati si sia mostrata e continui a mostrarsi o incapace e cieca alla realtà proseguendo coi litigi, le inezie e le perdite di tempo, forse troppo lontana dalla crisi visto il salario su cui possono contare che la porta a non sentire quell’impellenza e quella necessità di agire all’unisono come dovrebbe in emergenza per il bene del paese e per onorare la loro missione oppure colpevolmente e vigliaccamente propensa a difendere interessi di partito, di posizione, personali che la rende indegna di essere chiamata Onorevole.

Sono molto duro perché non si può continuare a constatare che non c’è tempo e poi perderne di ulteriore; che quanto fatto fino ad ora non è sufficiente e non rimediare di conseguenza; che il processo di riforme istituzionali ed economiche è da portare a termine salvo poi, rimanendo bloccati per giorni e settimane su un singolo emendamento, rimandarne continuamente le scadenze; che la situazione è peggiore del previsto quando si sapeva benissimo che si sarebbe giunti a questo punto se non si fossero fatte azioni IMMEDIATE: il processo economico non si ferma in agosto e non viene rallentato dal dissenso sulla modifica ad una legge costituzionale (c’è chi diceva “fai male a non occuparti di economia perché anche quando non te ne accorgi l’economia si occupa di te e quando te ne accorgi in genere non è piacevole”).
Sono certo, e non vorrei peccare di presunzione o sembrare saccente, che tanti di noi, giovani e meno giovani, servirebbero meglio il Paese ma non ne hanno avuto e non ne avranno mai la possibilità semplicemente e banalmente perché non del giro giusto, ma giusto per chi? Per l’Italia? Bhà!

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31/07/2014
Valentino Angeletti
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Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola

Con leggero ritardo anche la Confcommercio ha ridotto le stime di crescita del PIL Italiano portandole dallo 0.5% allo 0.3% per il 2014, mantenendo la previsione per il 2015 allo 0.9%. La rettifica non sorprende e segue quella del FMI e del Codacons. Al momento solo il Governo pare non essere intenzionato, forse attendendo i dati ufficiali sulla crescita nel Q2, a rivedere la stima sul 2014 fissata a 0.8%, che, ricordo, fu definita pessimistica, di caso peggiore, dal Ministro Padoan solo qualche mese fa e che ora è lo stesso Premier Renzi a dichiarare difficilmente raggiungibile, pur chiosando (durante un’intervista a Friedman) che una crescita di 0.3%, 0.5%, 1% o 1.5% non farebbe alcuna differenza. L’affermazione probabilmente si riferisce al solo 2014 e vuole essere rivolta allo stato delle famiglie, come per dire che nell’immediato le famiglie non se ne renderebbero conto, rimane però imprecisa e superficiale perché quando ad ottobre si dovrà redigere il documento di economia e finanza e si dovranno verificare i parametri europei le differenze di PIL possono valere fino a 15-16 miliardi con conseguente ripercussione sui provvedimenti da adottare che inutile dire essere strettamente collegati alla pressione fiscale.

Proprio il dato sulla pressione fiscale risulta essere quello più sconvolgente, raggiungendo il primato assoluto del 53,2%, tale da superare Danimarca (51.3%) e Francia (49.5%) i cui livelli di servizi e welfare non sono neppure lontanamente paragonabili ai nostri che definire preistorici è spesso più che calzante. Il dato italiano ovviamente è un dato medio e se quindi per certe categorie di lavoratori l percentuale risulta più bassa, per altre, come artigiani e commercianti può superare il 70% (insostenibile pressoché ovunque).

L’allarme sulla pericolosità di una vessazione così elevata oltre a provenire da Confcommercio era già arrivata dal FMI che annoverava tra le cause di recessione, stagnazione dei consumi, assenza di investimenti internazionali, nazionali, pubblici e privati, proprio il regime fiscale opprimente, così come dall’Europa che consigliava caldamente di spostare la pressione fiscale da famiglie, lavoro, imprese, produzione verso rendite e consumi (aggiungo io in modo progressivo) consiglio solo parzialmente ed incompiutamente perseguito. Gli 80€ in busta paga e l’aumento delle trattenute sulle rendite sono andate in tale direzione, ma la situazione è così grave ed è stata fatta colpevolmente negli anni correre così a largo che senza ulteriori implementazioni risultano essere solo una goccia in un oceano.

In una contesto simile, ulteriore beffa, l’evasore si sente relativamente tutelato, quasi premiato, essendo, e sono parole della nuova Direttrice dell’ Agenzia delle Entrate Orlandi, sanatorie, condoni, scudi il pane quotidiano. L’evasore quindi è portato attendersi un’assoluzione. Ciò detto non è affatto incomprensibile come lo scoramento, il disagio sociale, la sensazione di impotenza fino all’astio ed all’ira possano divenire sentimenti estremamente pervasivi.

Le misure da adottare sul fronte economico sono ben note e qui più volte ribadite tanto che è un insulto ripeterle per l’ennesima volta. Molte in realtà sono già in programma come la spending review di Cottarelli (il quale non mi stancherò mai di ribadire non ha alcun potere attuativo, ma risulta essere un consulente più che un commissario) o le privatizzazioni (ci si augura fatte per conciliare la necessità di reperire risorse con quella di consentire sviluppo ed investimenti a campioni nazionali che sono fondamentali per l’industria e la crescita del paese), ma afflitte dai cornici ed italici slittamenti.

Il punto delle riforme istituzionali è altrettanto importante, una macchina statale agile, snella, efficiente è basilare perché tutta l’infrastruttura funzioni correttamente ed in tempi rapidi, e lo è parimenti per attirare investimenti e capitali esterni, per incrementare fiducia dei partner internazionali governativi e non, per avere l’autorevolezza e la credibilità necessaria a chiedere concessioni (più o meno rientranti nei patti in essere) alle istituzioni europee.

Proprio sulle riforme istituzionali si stanno vivendo momenti di grande tensione, animati da ostruzionismo, blocchi, minacce di Aventino, accuse di autoritarismo, tanto da far slittare di giorno in giorno i lavori parlamentari con la conseguente perdita di tempo preziosissimo. La determinazione di Renzi, che ha evidentemente inserito la riforma del Senato tra le priorità assolute, nel raggiungere l’obiettivo è ammirevole, anche se ciò vorrà dire arrivare fino a settembre inoltrato.

L’ostruzionismo, democraticamente impeccabile, ma drammaticamente infantile quando, come in tal caso, fine a se stesso e quando si possono leggere inverosimili emendamenti come centinaia tra quelli presentati, è più che devastante in un periodo di siffatta urgenza perché innesca una spirale di inazione di cui non c’è affatto bisogno. Esso blocca il processo riformatore della macchina statale, impedisce di allocare le opportune forze e concentrazione sulle riforme economiche, sulle questioni internazionali, sulle vicende europee incluse le nomine ed il semestre di presidenza italiano che ci dovrebbe consentire di dettare l’agenda delle priorità.

C’è da scommettere che quando sarà la volta del confronto sulle unioni civile, altro punto altamente “divisivo” che il Governo ha esplicitamente detto di voler affrontare a stretto giro, nuove fazioni, nuove prese di posizione e nuovi ostacoli sorgeranno arcigni causando il solito lavoro ad intermittenza, le solite vergognose scene nelle onorevoli aule del Parlamento e la consueta dispersione di energie e smarrimento rispetto all’obiettivo finale della ripresa economica che si è tenuti a dover perseguire.

Nel mentre il tempo scorre, il semestre europeo italiano si accorcia sempre di più, le tensioni internazionali che ci toccano geograficamente ed economicamente molto da vicino si acuiscono, ed i dati, cattivi loro, senza azioni mirate e concrete non vogliono proprio migliorare. Sembra che non tutta la politica sia capace, o ne abbia la volontà ovvero l’interesse, di quella la visione strategica e d’insieme necessaria a traghettare l’Italia verso il lungo e tortuoso sentiero del riassetto.

Questa doveva, da almeno 3 anni, essere l’epoca del cambiamento, l’era delle riforme, delle misure shock, il periodo di una collaborazione trasversale extra partitica per implementare un piano di medio-lungo termine che ridesse all’Italia, ed all’Europa, la possibilità di tornare a ricoprire un ruolo economico politico dominante nel mondo globale, invece si sta trasformando, o meglio si sta conservando, come un periodo  di scontri, di frizioni, di accuse, di arroccamenti (e qui il riferimento a tutta quella che è l’industria italiana non è casuale), di prese di posizione partitiche quando non settarie o personalistiche, di violenza verbale, di testardaggini e prese di posizione a volte al limite dell’anacronistico, tutt’altro che quella flessibilità, resilienza, proattività, apertura mentale, visione strategica e pensiero laterale che contraddistinguono tutti leader e tutte le organizzazioni vincenti nel mondo moderno.

Che fare dunque?

Questa è una domanda spinosa, semplice tanto quanto fondamentale, la risposta forse non esiste, di certo andrebbe cambiata la mentalità di taluna classe dirigente e certamente andrà preso un rischio. Per alcuni, anche autorevoli, ormai non c’è più nulla da fare ed il tracollo è mera questione di tempo, per altri sarebbero necessarie elezioni ed un governo forte non di compromesso visto che al compromesso con le larghe intese non si è finora giunti, altri ancora confidano nella discussione e nel dialogo come accade nelle democrazie vere e come sarebbe auspicabile, ma evidentemente l’Italia allo stato attuale non è una democrazia matura a tal punto da produrre confronti negoziali e tavoli di discussione propositivi che portano soluzioni e non solo critiche e muro contro muro; non è matura come non lo sono del resto certi atteggiamenti e certe personalità ai vertici della catena di comando per le quali troppo hanno pagato il paese e noi cittadini.

Quale che sia la soluzione scelta dovrà essere perseguita con determinazione e rapidità fin da subito perché stiamo continuando a perdere troppo tempo con gli eventi che si avviluppano sempre di più senza che l’Italia abbia modo di porvi un freno per puntare ad invertire la tendenza. La diretta conseguenza di un troppo lento procedere non sarà altro che il tracollo politico, istituzionale ed economico.

Link correlato: Volontà di cambiamento? 16/01/2014

 29/07/2014
Valentino Angeletti
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Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già

IMF  Il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo allarme sulla situazione  economica e politica dell’area Euro. La ripresa dell’ Eurozona, secondo l’istituto di  Washington, è in corso ma non è robusta né sufficientemente forte, inoltre,  nonostante il ritorno della fiducia degli investitori (dovuta parzialmente alla  politica adottata e parzialmente alle condizioni che hanno spinto i capitali a  migrare dagli emergenti verso le economie mature) i livelli pre crisi sono ancora  lontani, i debiti di molti paesi, tra cui l’Italia eccessivamente alti e la crescita,  disomogenea a seconda degli stati e generalmente più consistente nei paesi  economicamente solidi, più debole e lenta del previsto.

Totalmente in linea rispetto a quanto sostenuto da tempo in questa sede, l’ FMI, che pure è stato parte dell’austerità europea come membro della Troika, imputa il perdurare di tale situazione fondamentalmente a due fattori.

Uno è la politica monetaria di Francoforte non sufficientemente accomodante e proattiva, tanto che viene nuovamente suggerito alla BCE, qualora la bassa inflazione non si attenuasse, di procedere a QE tramite acquisto di bond sovrani. Questo messaggio non è nuovo e, contrariamente al passato, il Governatore Draghi pare averlo recepito, avanzando l’ipotesi di QE tramite l’acquisto di bond privati, opzione in certi casi ancora più rischiosa e facile preda di speculazione rispetto ai classici titoli sovrani.

L’altro fattore è la politica economica di Bruxelles – Strasburgo che ha fin da subito (ricordiamo l’inizio dell’escalation della crisi con la questione greca) prediletto l’austerità, appoggiata dagli stati del nord (in certi casi poi caduti in difficoltà essi stessi come nel caso dell’ Olanda) rigorosi ed evidentemente interessati a tutelare il proprio sistema, rispetto a politiche espansive nonostante il lapalissiano stato di recessione. L’eccessivo rigore nell’imposizione del rapporto deficit/Pil al 3% è oltretutto stato perseguito puntando all’abbassamento del deficit invece che all’innalzamento del PIL modalità che avrebbe consentito una maggiore crescita. Inoltre non è stata tempestivamente (anzi, anche ora non è ben chiaro se e come verrà utilizzata) applicata la golden rule agli investimenti produttivi, mirati alla crescita, al rilancio dell’occupazione ed al completamento del processo riformatore necessario in molti paesi così come nella governance europea stessa; in aggiunta neppure sul fattore tempo sono stati ad oggi concessi allentamenti (solo a Francia ed Olanda).

L’aggregazione di questi due fattori ha portato alla stagnazione più totale senza appoggiare in alcun modo, anzi ostacolando, la ripresa economica che è così diventata ancora più complessa da ottenersi e ridotta a qualche decimale, oggettivamente ininfluente a sopperire a problemi come la disoccupazione che nel nostro paese (ma in tutta la Oil Belt) ha raggiunto livelli inaccettabili.

Fin dagli albori di questo periodo recessivo pareva chiaro (e qui si disse) che la politica monetaria avrebbe dovuto prontamente iniettare liquidità nel sistema, senza passare dalle banche che hanno fatto da tappo alla trasmissione di credito, mentre i governi avrebbero dovuto investire in progetti di sviluppo, investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione, ricerca, energia, nuovi modelli economici e di business in modo da creare immediatamente uno shock economico in grado di favorire la creazione di posti di lavoro, quindi far girare moneta supportando i consumi e la produzione industriale. Questa avrebbe dovuto rappresentare la prima fase alla quale avrebbe dovuto essere affiancato il processo riformatore volto a spostare la tassazione in modo progressivo da persone e lavoro verso patrimoni, rendite e consumi; a riformare ed unificare il sistema bancario; a semplificare l’accesso al mercato del lavoro; ad armonizzare la normativa europea in modo che non vi fossero eccessivi squilibri e competizioni impari in termini di fiscalità, tassazione, costo del lavoro ecc.

Di tutto ciò, ripeto, estremamente chiaro fin da subito anche avendo sotto mano gli esempi di USA e Giappone, magari da non ricopiare pedissequamente, ma da cui prendere certamente spunto, si sente parlare solo adesso, quando ormai il fattore tempo è andato perduto. La ripresa dunque, già difficile con azione tempestive e mirate, sarà ancora più lunga del previsto ed in certe zone del continente si potrà realmente parlare di generazioni sacrificate.

Ora, a distanza di almeno due anni, sembra che l’ Europa, in tutte le sue rappresentanze politiche, abbia preso atto della necessità di agire concretamente. Se andrà in porto la suddivisione delle posizioni di Presidente della Commissione EU e la riconferma all’Europarlamento (oppure la nomina a Presidente del Consiglio EU) rispettivamente a Jucker (PPE) e Schulz (PSE) potrebbe essere il viatico di una grande coalizione tra i due maggiori partiti europei che necessariamente dovranno avere idee comuni quantomeno sul cambio di approccio rivolto alla crescita ed all’occupazione e non più alla sola austerity, così come sulla necessità di rilanciare l’immagine dell’Unione compromessa dall’applicazione di modelli economici errati che hanno portato a derive anti europee ed a nazionalismi, movimenti ciechi di fronte alla necessità di aggregazione, sinergia e cooperazione per mantenere la competitività ed la prosperità dell’Europa e dei singoli stati membri che, pur dotati di indubbi punti di forza interni, sarebbero sopraffatti dalle potenze globali con cui è per certi settori impossibile competere.

Queste discussioni da qualche tempo, guarda caso a partire dal periodo di campagna elettorale per le europee, animano i dibattiti interni ai partiti e tra le differenti fazioni e saranno il tema dell’incontro di questi giorni tra i leader dei partiti aderenti al PSE.

In Italia il Ministro dell’ Economia Padoan ha ribadito la necessità di riequilibrare il sistema fiscale facendo in modo di supportare i consumi, ma ciò inevitabilmente passa da una minor tassazione che impone una pesante rivisitazione della spesa pubblica e dalla necessità dello scorporo di alcune voci relative a riforme ed investimenti produttivi dal calcolo del deficit. A livello europeo invece presso l’Ecofin è passata un serie di misure mirate ad ostacolare l’elusione fiscale, cioè ad impedire alle grandi multinazionali di poter pagare tasse in paesi a fiscalità privilegiata differenti da quelli in cui si è realizzato il margine operativo alimentando in tal modo una perversa competizione, totalmente legale, all’interno della stessa area Euro che generalmente va a premiare i paesi più rivolti alla finanza ed alla speculazione rispetto a quelli più inclini all’industria ed alla produzione che dovrebbero essere i capisaldi per ripartire percorrendo la via di una crescita sostenibile nel lungo periodo e scongiurando le crisi alle quali i sistemi eccessivamente finanziarizzati periodicamente vanno incontro come in una sorta di “scaricamento degli oscillatori”.

Se quanto condiviso verrà realmente recepito e soprattutto implementato nel minor tempo possibile, ed a questo punto non ci sono più alibi per non farlo, allora si potrebbe pensare a scenari di medio-lungo termine meno drammatici e con qualche spazio anche per il vecchio continente europeo; in caso contrario il destino è quello di rimanere compressi tra Russia, USA, Cina e tutti i problemi di instabilità presenti sul bacino Mediterraneo.

Alcuni Link collegati:
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/2014
Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine 20/09/13
Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione 12/04/2014
Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 04/05/2013
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/2014

 

21/06/2014
Valentino Angeletti
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Il PIL dell’Eurozona non conforta

La situazione europea fotografata dai recenti dati sul PIL mette in evidenza una situazione ancora decisamente instabile e precaria per l’economia dell’ Unione.

La ripresa è a dir poco lenta ed oltretutto estremamente differenziata a seconda degli stati presi in considerazione.

PIL Italiani nel primo trimestre 2014 su base annua.

PIL Italiani nel primo trimestre 2014 su base annua.

Tra le maggiori economia l’Italia è l’unica che nel Q1 2014 rispetto al trimestre precedente fa  segnare un dato negativo (-0.1%) che scende a -0.5% se si considera l’anno. Risulta quindi  più difficoltoso il raggiungimento del target di crescita dello 0.8% (definito prudenziale)  stimato dal Governo. Unica nota non in toto negativa sono i consumi leggermente in rialzo  complici l’effetto psicologico degli 80 € in busta paga che arriveranno a maggio per alcune  categorie di lavoratori dipendenti ed il fatto che certi acquisiti di prima necessità sono stati  a lungo rimandati, ma ad un certo punto devono essere affrontati.

Al contrario la Germania consolida la propria posizione di leadership europea con un +0.8  rispetto al Q4 2013 e +2.3% anno su anno.

La Francia delude leggermente le attese confermando la stagnazione: +0.0% contro uno  stimato +0.1% su base trimestrale e +0.8% rispetto ad una stima di +0.9% su base annua.

Anche per l’Eurozona nel suo complesso le aspettativa di Eurostat sono state ridimensionate segnando una crescita di 0.2% sui tre mesi precedenti (Q4 2013) e dimezzando le stime degli analisti.

Questa situazione è la diretta conseguenza di:

  • Una politica monetaria portata avanti dalla ECB insufficiente a scuotere in modo incisivo l’Europa e soprattutto non indirizzata in modo diretto all’economia ed alla produzione reale. Draghi ha saputo sfruttare in modo più che eccellente gli effetti annuncio, adesso però anche a Francoforte sembra vogliano attuare misure più incisive, dando, e ribadendo a valle di questi ultimi dati sul PIL, giugno come scadenza per l’implementazione di misure non convenzionali.
  • Una gestione delle varie crisi nazionali da parte delle istituzioni europee lenta, statica ed improntata solo ed esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti, che, pur necessario, deve essere calato nel contesto macro-economico e sociale in evoluzione lasciando spazio a modifiche ed adattamenti in linea con i trend economici. Questo comportamento non ha fatto altro che ampliare i divari tra gli stati membri, acuendo le differenze ed avvantaggiando (in una cecità sospetta) i paesi più forti.
  • Assenza e lentezza nelle riforme della governance Europea in relazione a politica, finanzia, economia, fisco, energia atte ad uniformare l’Unione ed a renderla nel complesso più competitiva ed adatta a sopravvivere in un contesto globalizzato.
  • Per quel che riguarda il nostro paese ai punti sopra si aggiunge una cronica incapacità di riformare un sistema vecchio ed ingessato, sprecone, non innovativo, con evidente gap tecnologici e troppo spesso governato da funzionari, policy makers e dirigenti politici inadeguati ma ben inseriti nei meccanismi di conoscenze vigenti.

Il risultato di tutto ciò, unito a contingenze non imputabili all’Europa (almeno non totalmente) come la crisi Ucraina, stanno comportando una pericolosa lentezza nel risalire la china ed imboccare in modo definitivo e più o meno sincronizzato il percorso della ripresa che non può non essere un processo lungo e che necessita di impegno comune, determinazione e comunione di intenti.

Va comunque infine rimarcato come per i singoli stati, fatta salva qualche possibile (ma dubbia) eccezione, la creazione di un’economia e di una politica europea forte e condivisa sia l’unica via possibile per mantenere un ruolo non nullo nel mondo.

15/01/2014
Valentino Angeletti
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Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato

Secondo quanto diramato dall’ISTAT la fiducia dei consumatori, nonostante lo scetticismo sui dati rispetto alla situazione reale delle associazioni di categoria, ha registrato in aprile un aumento, il secondo consecutivo, toccando i massimi dal 2010 (a gennaio 2010 era 107.4) e passando in media da 101.9 a 105.4 (per approfondimenti: il fatto Quotidiano, AGI), migliorando in tutti i settori analizzati ed in tutte le aree geografiche.

La percezione dei consumatori è fondamentale per la ripresa economica perché, come per una grave malattia, la guarigione parte dalla volontà di voler guarire e dalla consapevolezza di poterlo fare. L’abbandono della speranza e la rassegnazione, anche a livello psicologico, ed in medicina è dimostrato, rallenta, quando non blocca definitivamente, la guarigione ed è lo stesso per la ripresa economica. Senza un rinnovato clima di fiducia personale che preceda segnali tangibili e forti di ripresa, il miglioramento complessivo, innescato da meccanismi individuali, collettivi, micro e macro economici, perde un attore che se non sufficiente di è certo necessario.

Vero è che timidi segnali di ripresa si stanno vedendo, ma siamo ancora ben lungi da poterne toccare gli effetti, il potere d’acquisto delle famiglie decimato di oltre il 10% dall’inizio della crisi è rimasto tale così come gli stipendi tra i più bassi in Europa, le difficoltà delle imprese dovute alla burocrazia, al costo dell’energia, all’alto livello di tassazione sono ancora le medesime, il PIL è stimato in crescita nel 2014 del 0.8% (secondo analisti invece oscillerebbe tra lo 0.5 e lo 0.7% mentre secondo il governo potrebbe attestarsi attorno all’ 1.1%, ma la scelta è stata quella della prudenza). Dati certi sulla spending review non se ne hanno così come ancora non si ha la risposta da parte di Bruxelles sul DEF e sulla possibilità di avere più tempo per rispettare i vincoli sul deficit strutturale. I debito crescerà ancora ed oltrepasserà il 134% sul PIL (Link al PIL), il quale, anche crescendo dell’1.1% non riuscirà a garantire la diminuzione della disoccupazione.

A cosa è dovuta allora la ritrovata fiducia?

Oggettivamente da diversi fattori. In primis gli 80 € in più nella busta paga di alcuni che, benché non saranno a beneficio di tutti, lasciano ben sperare, in particolare perché il Premier Renzi ha dichiarato di voler aiutare anche pensionati e partite IVA; poi vi è lo sgravio IRAP del 10% per le imprese, poca cosa, ma è un inizio.

A parte queste che sono misure oggettive ormai consolidate vi è la percezione di ciò che sta per essere fatto, anche grazie alla capacità mediatica ed all’effetto annuncio (del quale Draghi ed ECB sono maestri Link).

Per la prima volta la sensazione delle persone comuni è quella da parte del Governo di voler ridurre i privilegi a chi ha fino ad ora goduto (la vendita delle auto blu è stata una azione molto popolare nonostante si tratti di una goccia nel mare) anche nei periodi di crisi, di voler provare a tagliare drasticamente la spesa pubblica ed ottimizzarla, di voler ridurre i costi della politica e di provare a cambiare la classe politica e dirigente (anche se su questo tema il lavoro è ancora lungo). Si tratta ad ora di percezione alla quale contribuisce anche l’atteggiamento che i partiti hanno nei confronti dell’Europa: tutte le parti politiche europee da PPE al PSE, dalla lista Tsipras ai Liberali (ed anche il M5S ha adottato una linea più morbida limitandosi a voler cambiare l’Europa non necessariamente uscirne) condividono, ovviamente con differenti dettagli, l’idea di realizzare una Europa più vicina ai cittadini e meno rigorosa nei vincoli, più flessibile, in grado di reagire a periodi di altissima recessione, confermando l’inefficacia delle metodologie fino ad oggi usate (Renzi, Quirinale, riforme, Europa Link).

Al momento si tratta di sensazioni quindi, spinte anche dalla volontà del popolo di “guarire”, di riprendersi, perché alla fin fine l’uomo vuole pensare di poter risolvere i problemi, è fatto per risolverli e la rassegnazione non può essere per sempre. Il Governo Renzi ha il delicatissimo compito di dar seguito a questo sentimento con fatti che lo supportino e lo incrementino.

Le azioni principali da intraprendere, a mio modestissimo ed insignificante parere, sono la prosecuzione delle riforme istituzionali, ma anche economiche a supporto di persone, imprese e lavoro volte alla ridistribuzione (La quarta R alle tre di Davos della Lagarde) reperendo risorse dall’ottimizzazione e dal taglio della spesa in modo da rendere il paese efficiente, digitalizzato, innovativo, ricordiamo che l’Europa proprio ieri ha redarguito il nostro paese perché ancora indietro con le riforme, non in grado di innovare, di essere tecnologicamente all’avanguardia e di creare valore aggiunto sufficiente, ma questi dati non sono di dominio così comune da influenzare il sentiment del paese,.

La componente della lotta alla corruzione ed all’evasione sono importantissimi perché l’illegalità deve essere smascherata e punita e non sembrare privilegiata rispetto all’onestà (come accade per le imprese molte delle quali rischiano di soccombere allo stato se oneste), quindi la sburocratizzazione rendendo tutto più efficiente e telematico (con una necessaria educazione digitale, e quindi posti di lavoro per i giovani, della popolazione più anziana che ne l nostro paese rappresenta un a altissima percentuale) e la conseguente modifica delle pubbliche amministrazioni (a breve sul tavolo del governo), il pagamento effettivo dei debiti delle PA.

Servono poi investimenti concreti da escludere nel computo del deficit grazie ad una migliore applicazione della golden rule, come quelli destinati ad innovazione e ricerca, al riassetto idrogeologico, all’efficienza e sostenibilità energetica ed ambientale, alla conclusione delle opere cantierabili ma ad oggi bloccate, alla riqualificazione di aree, industrie ed impianti inutilizzabili, insomma il percorso deve portare ad un nuovo modello di sviluppo economico e di base produttiva (Link nuova base produttiva ; Link Manifattura).

Un ulteriore punto da sviluppare per alimentare la fiducia e fino ad ora deficitario è quello dell’inserimento nella politica di persone competenti, a prescindere da genere ed età, attingendo dalla società comune, dai talenti delle differenti generazioni che vorrebbe contribuire alla rinascita del paese perché ne sono innamorati e che non hanno voluto, benché potendolo, emigrare (Capitale sociale 1, capitale sociale 2, collaborazione generazionale).

L’Europa è un altro fattore determinante. La fiducia in questa istituzione, che rappresenta l’unica via di salvezza del continente e dei paesi membri per non essere fagocitati dalla grandi economie che corrono, è molto bassa per via delle modalità di intervento nella crisi. Oltre alla banale frase “di battere i pugni sui tavoli”, quello che dovrà essere fatto è perseguire una vera unione e si spera quindi che una volta al Parlamento Europeo vengano implementate le promesse ed i programmi, condivisi circa da tutti i partiti, a meno delle fazioni più estremiste ed anti euro che però peccano di totale divisione, volti alla cooperazione e collaborazione. Allo stesso modo è necessario che l’Europa venga percepita come una entità di valore anche nella politica estera, cosa che al momento non avviene né relativamente alle persone né relativamente agli altri grandi stati del mondo asiatico ed occidentale. La crisi in Ucraina e l’incapacità di fronteggiare efficacemente il tema dell’immigrazione nel sono una lampante dimostrazione. L’agire in modo congiunto e sinergico di certo contribuiranno a far crescere la necessaria fiducia che cittadini europei a tutti gli effetti devono avere nel confronti dell’unione, la quale dal canto suo però deve lavorare per meritarsela.

Ritornando al nostro paese, anche agli occhi esteri, lasciando perdere i mercati che sono mossi da dinamiche ben più ampie e legate alle politiche monetarie delle varie banche centrali, al flusso di capitali dalle economie emergenti verso quelle più mature (approfondimento, poltica-mercati; approfondimento Brasile; mercati emergenti) e da molto altro ancora rispetto a cui le vicende interne del nostro paese rappresentano un elemento trascurabile, vi è la percezione che, dopo il riassetto dei conti operato anche dei Governi precedenti, qualche cosa si stia muovendo, a fronte di anni ed anni di immobilismo (Ora ICS, decreto Irpef, inizio lungo percorso).

Che la direzione sia la migliore è assai difficile ed è ancora presto per trarre conclusione definitive, ma la sensazione,e sempre di sensazione si tratta, è che ci sia un’accelerata che avrebbe dovuto avvenire ben prima (come dimostrano le lamentele europee sulla lentezza delle riforme) e che comunque ora sembra iniziare.

Il processo sarà lungo come complessa è la situazione italiana ed europea, ma sperare ed essere positivi e non sempre disfattisti è il primo passo verso la guarigione. Sicuramente il Governo, le istituzione e l’Europa dovranno guadagnarsi e consolidare questo sentimento impegnandosi in un compito tutt’altro che facile.

29/04/2014
Valentino Angeletti
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I 150€ del personale scolastico: quando il patto Stato – Cittadini, Imprese è sempre in bilico

È arrivata da poche ora, al termine della riunione a Palazzo Chgi, la smentita immediatamente “Twittata” dal Premier Letta e dal Ministro Carrozza (più probabilmente dai loro staff):
“gli insegnanti non dovranno restituire i 150 euro percepiti nel 2013 derivanti dalla questione del blocco degli scatti…”.
Respiro di sollievo dunque per il corpo docenti e per il personale della scuola che stanno già subendo o hanno subito il blocco degli adeguamenti salariali, il taglio del personale, il blocco del rinnovo del contratto.

Non indagando se la somma di 150€ lordi al mese fosse dovuta o meno, anche perché secondo il Ministero dell’economia la legittimità è sancita dal “Dpr n.122” entrato in vigore il 9 novembre che ha esteso il blocco degli scatti a tutto il 2013, mentre sentendo i sindacati ed i rappresentanti del personale scolastico il provvedimento è illegittimo, emergono chiaramente due fattori.

Il primo è che l’istruzione, la ricerca, l’università, nonostante siano lo strumento con il quale costruire il futuro delle persone ma anche della società e dell’economia, nel nostro paese non sono trattati con la dovuta considerazione; come accade per molti altri mestieri altamente specialistici e complessi gli stipendi sono decisamente più bassi rispetto agli altri stati europei, fino ad essere inferiori anche del 50%, gli investimenti sono sempre insufficienti al contrario dei tagli. Non c’è dunque da stupirsi se il livello del nostro sistema scolastico (non degli studenti si badi bene), pur sfornando talenti riconosciuti ovunque ma spesso non in Italia, sia tra i più bassi del mondo “industrializzato” e se non vi sia compatibilità tra offerta formativa e richiesta di personale.
Il secondo aspetto riguarda il “patto” non scritto tra Stato e cittadini/imprese che dovrebbe creare fiducia reciproca, come accade ad esempio in Svezia dove i cittadini sanno precisamente cosa riceveranno in cambio del versamento delle imposte. In Italia questo patto è sistematicamente disdetto modificando anche retroattivamente condizioni che dovrebbero rappresentare se non una vera parola d’onore quantomeno un serio accordo. Per citare solo alcuni esempi ricordiamo la questione degli esodati scaturita a valle della riforma pensionistica che ha allungato anche di svariati anni la vita lavorativa, inclusi quei soggetti che avrebbero dovuto ritirarsi nel giro di pochi mesi, e che ha creato quella classe di persone, gli esodati, costretti in un nebbioso limbo. Un altro esempio è la Roobin Hood Tax oppure la legge sull’OPA che è stata oggetto di discussione per cercare di ostacolare Telefonica nel controllare Telco e quindi Telecom. Venendo ai casi più recenti costituiscono esempi il blocco degli adeguamenti agli stipendi degli statali e delle pensioni, il mancato pagamento dei debiti delle PA benché la richiesta delle imposte sia puntualissima ed inesorabile (si continua a confidare nel credito di imposta), ed adesso la proposta di restituzione dei 150€ che se non fosse stata subito messa nel mirino probabilmente sarebbe andata in porto, in ogni caso la figura è fatta; si apprende inoltre che la somma derivante dal prelievo sarebbe stata non di 10 miliardi, non di 1 miliardo, ma di miseri 40 milioni, dunque non è stato possibile reperire 40 milioni all’interno di uno Stato (tanto che si è proposto uno scontro verbale tra i Ministri Saccomanni e Carrozza), 40 milioni sono il fatturato di una buona media azienda, rapportato alla spesa totale italiana ne rappresentano meno dello 0.005%, in UK sono riusciti a tagliare in un paio di anni con azioni sui dipendenti pubblici oltre 13 miliardi di € senza creare problemi occupazionali e qui non si riescono a trovare 40 milioni tanto che, scongiurata la restituzione da parte del personale scolastico, la somma proverrà da tagli all’offerta formativa ed alla didattica in generale, siamo ottimisti sperando che si tratti di “ottimizzazione”, parola che va così di moda. Quando invece si cercò di toccare le pensioni d’oro la Corte Costituzionale in modo incredibilmente efficiente e rapido riuscì a farne approvare l’incostituzionalità ottenendo il rimborso per il maltolto, adesso il contributo sulle pensioni d’oro è stato reinserito vedremo se si prospetterà una nuova causa e chi l’avrà vinta.

Un comportamento simile, dove le condizioni del rapporto Stato-Società sono, per i ceti più deboli, sempre in discussione, purtroppo può in buona parte giustificare, assieme ai morsi ed ai numeri della crisi, il perché tante aziende decidano di abbandonare l’Italia, il perché non vi siano tutti quegli investimenti privati, anche esteri, che il nostro paese gestito in modo, non ottimo, ma normale attirerebbe senza troppi problemi, non sia facile per i giovani creare una propria attività, una start-up o anche una piccola bottega artigiana, ma soprattutto spiega perché ormai tante persone giovani e meno giovani hanno perso ogni fiducia , speranza ed ambizione per il loro futuro.
Se per primi sono lo Stato, le Istituzioni ed il Governo a trasmettere sfiducia non consentendo di credere fermamente e confidare ciecamente nel loro operato allora non si può pensare che la via della ripresa possa essere imboccata perché verranno sempre meno tutte quelle energie insite nelle prospettive, ambizioni, progetti personali e collettivi che sono la vera linfa di una collettività dinamica.

08/01/2014
Valentino Angeletti
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La lenta stabilità

In queste ore è stata discussa ed approvata dalla Commissione Bilancio e dal CdM la Legge di Stabilità ed i relativi emendamenti superstiti. L’iter legislativo prevede ulteriori passaggi, quindi tecnicamente non si tratta ancora di legge definitiva.
La sensazione in merito ai provvedimenti ed alle misure proposte è scialba, come scialbi sono stati definiti gli italiani dallo studio del Censis per via di una situazione economico, politico e sociale viscosa e melmosa, un pantano dal quale sembra difficile poter uscire senza un segno di rottura davvero forte e drastico, una discontinuità con il passato, passato nel quale risiede l’inizio del declino dell’economia italiana che troppi vorrebbero far coincidere con l’ingresso nell’Euro, ma che in realtà è ben più radicata, endemica e profonda. Si devono prendere i rischi, di sicuro pensanti, del caso, serve a mio avviso un “all-in” per giocarsi la partita coraggiosamente all’attacco, in questo momento il pareggio non è sufficiente e troppo spesso giocare per il pareggio porta alla sconfitta.

Indubbiamente nella legge vi sono degli aspetti interessati, come, molto italianamente non mancano, tra le pieghe dei provvedimenti, di essere dispensati fondi ad alcune sagre paesane, valorizzazione di prodotti locali, eventi folcloristici di dubbia altezza artistico culturale, qualche milione sarà destinato al fondo TFR dei parlamentari. Certamente hanno un peso non più che trascurabile ma non avrebbero motivo d’essere in condizioni normali, a maggior ragione in momenti di sangue, fatica, lacrime e sudore che per essere precisi Winston Churchill riferì e se stesso, come unica cosa che egli potesse offrire, e non propose agli altri come unica soluzione.

Passando agli aspetti un po’ più promettenti essi sembrano decisamente lenti, molto poco incisivi nell’immediato e senza quell’impalcatura strutturale in grado di indirizzare il lungo termine, del resto non va dimenticato che i margini di spesa e le risorse sono esigue. L’idea di base che ha mosso alcuni provvedimenti è senza dubbio lodevole, mi riferisco ad esempio alla possibilità di detrarre libri e testi scolastici, dal quale però rimangono fuori gli e-book verso cui stanno convergendo le scuole e gli atenei più tecnologici per ridurre i costi e le spese alle famiglie degli studenti; sono certo che l’esclusione dei libri elettronici non sia stata una cosa voluta, ma semplicemente un lacuna forse dovuta alla sostanziale visione all’indietro che caratterizza la nostra politica e talvolta anche il legislatore, spesso radicato ad un passato più lontano nei fatti di quanto lo sia nel tempo.

Il credito di imposta al 50% per investimenti in R&D è positivo, ma rimane limitato ad investimenti tra 50 mila e 2.5 milioni di €, avrebbe potuto essere esteso anche ad investimenti più ingenti per spingere le grandi imprese (che in Italia sono rimaste poche) a fare davvero R&D invertendo la tendenza che vuole che nei periodi di crisi il primo settore a subire restrizione sia proprio l’ R&D (le grandi major investono in ricerca circa il 5% del fatturato, IBM il 6%, Google il 13%, il recente accordo SPD-CDU in Germania ha come punto cardine la destinazione del 3% del PIL tedesco in innovazione e ricerca; in Italia difficilmente si arriva all’ 1%).

Molto interessante è il fondo da 100 milioni di € all’anno per grandi progetti di innovazione in modo da poter attingere ai finanziamenti della BEI per un controvalore di circa 5 volte e che, secondo stime ottimistiche, potrebbe attrarre 1 miliardo di investimenti. L’auspicio è che ciò si realizzi, ma nuovamente l’Italia è stata fanalino di coda, approfittando di questa opportunità con grande ritardo rispetto ad altri paesi.

Il supporto alla digitalizzazione delle PMI dovrebbe essere sostenuto da un voucher di 10 mila € a fondo perduto (o da una detrazione fino a 20’000€) che potrà coprire spese per hardware e software. Purtroppo chi ha un minimo di esperienza nel settore sa che con 10 mila € si acquista a malapena un server aziendale con relative licenze software quindi è difficile pensare che 10 mila € possano essere la svolta verso imprese digitalizzate ed educate a livello informatico che sappiano sfruttare internet come driver per il proprio business o il digitale come mezzo di alleggerimento di processi e procedure.

Complessivamente le bollette energetiche dovrebbero subire una riduzione di 850 milioni di €. La primissima ipotesi, considerando che il problema del costo dell’Energia è un fardello per le nostre imprese,era quella di destinare 3 miliardi al taglio delle bollette, ma le risorse molto sottili hanno portato a scendere a 600 milioni saliti ad 850. Essi saranno garantiti da una rivisitazione della tariffa bioraria che tiene in considerazione il minor costo dell’energia durante le ore diurne garantito dalle rinnovabili e da un allungamento del periodo di rimborso degli incentivi alle rinnovabili tramite l’emissione di piccoli bond già provvisti di copertura secondo il Ministro Zanonato. Questa emissione non è sicura perché dovrà passare al vaglio dell’Europa (si confida nelle coperture del Ministro) alla quale spetta stabilire se vada computata come deficit o meno, in caso positivo probabilmente verrà ostacolata altrimenti potrebbe essere possibile aumentare il controvalore delle emissioni in modo da avere qualche risorsa in più. Il risparmio principalmente sarà per le imprese, anche se non sostanziale, mentre le famiglie potranno risparmiare mediamente 20 € annui, circa il 3%. Un punto chiave su cui insistere riguardo all’energia rimane quello di ricreare un mix energetico vario ed efficace ed eliminare gli incentivi di un settore, le rinnovabili, ormai da tempo maturo che ha snaturato e viziato il mercato senza né abbassare il costo dell’energia né creare una filiera ed un indotto tale da bilanciare quello perso a causa della crisi del settore energetico che ha visto un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali (E.ON sta pian piano abbandonando l’Italia e Sorgenia versa in grosse difficoltà).

Vi sono poi tutte le misure del pacchetto “Destinazione Italia”, i cui effetti dovranno essere valutati in futuro, che si prefiggono l’obiettivo di attirare investimenti esteri anche istituendo centri di supporto normativo e fiscale per le imprese estere, facilitare il percorso peri visti e supportare gli investimenti nazionali. Di certo se il substrato, nel quale gli investimenti, siano essi esteri o locali, dovranno indirizzarsi ed insediarsi, resterà quello attuale la probabilità di successo rischia di essere messa in pericolo nonostante l’impostazione complessiva promettente.

L’emblema della lentezza dei provvedimenti è rappresentato dall’eliminazione, l’ennesima, del finanziamento pubblico ai partiti, che in realtà avrebbe dovuto essere un semplice e meno cospicuo rimborso spese visto l’esito del referendum del 2003. Questo taglio, sbandierato come una vittoria sia a destra che a sinistra, entrerà in vigore a partire dal 2017. I finanziamenti saranno ridotti al 75% nel 2014, al 50% nel 2015 ed al 25% nel 2016. In futuro sarà la contribuzione volontaria, senza inganni poiché l’inoptato rimarrà allo Stato, del 2 per mille con possibilità di deduzione fino al 70%; detraibile al 75% fino a 750€ anche l’iscrizione alle scuole politiche dei partiti (viene da pensare che ci sarà la corsa alle iscrizioni). Nel panorama italiano 3 anni sono una eternità e tutto può accadere e sconvolgersi in questo lasso di tempo. Quando è stato il momento di chiedere anticipi su IVA o IRPEF, quando l’IVA è aumentata dell’ 1%, quando le cartelle di Equitalia hanno raggiunto le imprese oppure quando sono state bloccate le rivalutazioni di stipendi o pensioni si è agito immediatamente, non si capisce perché in tal caso si debbano attendere 3 anni.

Poco sembra possa essere fatto per il cuneo fiscale e per il lavoro. Il paese è continuamente tempestato da dati negativi e da record poco invidiabili dall’inizio delle serie storiche e delle statistiche.

Secondo Bankitalia i valori delle case sono in flessione, -3.9% nel 2012 e -1.8 nei primi sei mesi del 2013, i prezzi degli immobili nel 2012 sono calati del 5.2%, record dal 95, inizio delle serie storiche. La ricchezza delle famiglie, le quali per il patrimonio immobiliare, degli anziani e per la presenza di grandi ricchezze concentrati nelle mani di pochi, rimangono mediamente ben patrimonializzate rispetto agli altri stati europei, è calata del 2.9% nel 2012 e del 9% dal 2007. I risparmi continuano in ogni caso ad essere in calo, ed i risparmi famigliari sono sistematicamente intaccati. Secondo l’ISTAT gli under 35 che né studiano né lavorano sono quasi 4 milioni ed aumenteranno anche il prossimo anno, invece uno studio della SPI-CGIL riporta che il 46% dei pensionati non arriva a fine mese ed è costretto a rimandare pagamenti o a ricorrere ad aiuti, il 24,3% arriva a fine mese magari con qualche piccola rinuncia e chi ne ha la possibilità aiuta figli, nipoti o amici. Il 37% oltre ad aver tagliato il superfluo rinunciando a ristoranti, viaggi e svaghi è costretto a rinunciare alle cure e tagliare spese alimentari. In famiglia avere un malato cronico da curare ed assistere è diventato, per impegno economico necessario, un lusso. Sinceramente, pur siano da tempo note queste condizioni, non sono in grado di capacitarmi di una tal indegna bassezza al limite della civiltà cosiddetta industrializzata e dei servizi.

La capacità della legge di stabilità di incidere in questo panorama sembra irrisoria, come lo sono le risorse a disposizione che non lasciano scampo e non possono dare nell’immediato quella svolta invocata. Per il breve termine servirebbe un intervento europeo che, contrariamente a quanto fatto fino ad ora dove a beneficiare del supporto europeo è stato principalmente il sistema bancario, destini liquidità direttamente all’economia reale e consenta la spesa per gradi investimenti che creino occupazione, lavoro e rilancino in consumi, come han fatto Obama ed Abe rispettivamente in USA ed in Giappone poco curandosi della crescita della spesa. Contemporaneamente servono riforme profonde nel mondo del lavoro, delle pensioni, degli ammortizzatori sociali e del welfare, un cambio ai vertici governativi ed aziendali mantenendo le migliori risorse di esperienza, ma contaminandole con i giovani. Servono piani di sviluppo industriale e politiche di lungo termine volte al taglio delle spese e degli sprechi, alla lotta all’evasione, alla corruzione ed alla sburocratizzazione; tre voci queste ultime che se ridotte di un 15% ciascuna metterebbero al sicuro tutti i bilanci statali.
Per capire come la situazione sia prossima alla deriva basti pensare alle difficoltà che si hanno ogni volta che devono essere trovate risorse non previste. La copertura dell’IMU è ancora in bilico, trovare i 500-700 milioni a copertura della differenza di aliquota è stato drammatico (o comico), ogni volta che si devono rifinanziare gli ammortizzatori sociali con qualche miliardo si rischia di dover ricorrere alle clausole di salvaguardia, così come è stato finora impossibile incidere significativamente sul cuneo fiscale, sul lavoro, far ripartire la rivalutazione degli stipendi degli statali o pagare completamente i debiti delle PA. Parallelamente a ciò il debito continua a crescere incessantemente raggiungendo ad ottobre il record di 2’085 miliardi, dei quali 17 si sono sommati tra settembre ed ottobre, in un solo mese; da record anche l’ammontare degli interessi che nel 2013 sfioreranno i 90 miliardi. Il PIL non riesce a ripartire, le stime per il prossimo anno vanno da quelle di S&P, 0.4% all’ 1% del Governo passando dallo 0.6-‘.7 di OCSE ed ISTAT, in ogni caso troppo basso per far ripartire l’occupazione che richiederebbe almeno una crescita dell’ 1.5%; questo fattore rischia di minare il contenimento del rapporto Deficit/PIL entro quanto previsto dal MEF di Saccomanni. Evidentemente queste voci rispetto alle risorse disponibili si collocano un ordine di grandezza più in alto. Sono estremamente curioso di leggere e capire da dove proverranno i 200 miliardi che secondo Corrado Passera possono essere iniettati nell’economia e che dettaglierà meglio il prossimo gennaio, perché senza somme di quel genere l’unica possibilità di rimetterci, con il tempo ed i tanti sacrifici ancora necessari, sui binari corretti è quello di un inversione delle politiche europee all’insegna non dell’austerità ma del sostegno concreto allo sviluppo.

14/12/2013
Valentino Angeletti
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