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L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima

La Banca d’Italia ha diramato ieri il bollettino relativo al primo trimestre 2014.
Il report dell’istituto afferma che l’inflazione, allo 0.3% a marzo, rimarrà bassa ancora a lungo, in alcune città è già in territorio negativo riflettendo la debolezza della domanda al di sotto del livello del 2007. L’occupazione non tornerà a salire prima della fine del 2014 – inizio 2015 (come abbiamo più volte detto in questa sede). Il credit crunch ha leggermente allentato la propria stretta, ma le imprese italiane per finanziarsi pagano tassi di 80 pti base più alti rispetto alle concorrenti dell’area Euro. La domanda interna rimane debolissima così come la competitività (-4% in linea con le altre imprese europee principalmente a causa della forza della moneta), solo le esportazioni fanno da traino e sono la sostanziale causa del fatturato industriale che ha fatto segnare -1.5% m/m, ma +1.2% y/y e degli ordinativi -3.1% m/m, ma +2.8% y/y. La ripresa dunque rimane fragile e debole e sarà condizionata dalla propensione al consumo di privati e dalla ripartenza delle imprese che necessitano di un processo riformatore del mercato del lavoro, di un supporto ai consumi, ma anche di un clima di fiducia e speranza nel futuro così come di una maggior capacità delle aziende di innovare, creare valore aggiunto e mantenersi competitive.

Sempre ieri, con un ora di ritardo circa è scoccata l’ora ICS. Ossia il momento immediatamente successivo al CDM in cui il premier Matteo Renzi ha presentato le coperture per le detrazioni IRPEF ed il conseguente bonus medio da 80€ per i redditi lordi tra i 9’000 € ed il 26’000 € annui. Le risorse necessarie per il 2014 di 6.9 miliardi sono stati trovate e ne sono stati identificati 14 miliardi per il 2015 a fronte dei 10 miliardi necessari, con buona pace di Padoan che ha paragonato la possibilità di avere 4 miliardi di margine aggiuntivo al sogno dell’economista.

Nel dettaglio i 6.9 miliardi deriveranno:

  1. 2.1 miliardi dalla razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi. Elemento chiave della spendig review di Cottarelli e decisamente un modello di inefficienza nostrana. Nei piani del governo ci sarebbe la riduzione dagli attuali 32’000 centri a 40 – 50.
  2. 1.8 miliardi dalla tassazione al 26% della plusvalenza per la rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dagli istituti di credito (vedi nota).
  3. 1 miliardo dal taglio delle agevolazioni alle imprese.
  4. 0.9 miliardi da misure di sobrietà.
  5. 0.6 miliardi dall’Iva derivante dal pagamento dei debiti delle PA al quale sono stati destinati altri 8 miliardi di €.
  6. 0.3 miliardi sono già stati incassati grazie alla lotta all’evasione.
  7. 0.1 miliardi con misure di innovazione.
  8. 0.1 miliardi dalla riorganizzazione delle municipalizzate che il Governo vorrebbe sfoltire da 8’000 a 1’000 in 3 anni.

Tra le misure di sobrietà vi sono i tagli alla difesa di 400 milioni, dei quali 150 per l’acquisto degli F35, la vendita delle auto blu che a regime non potranno essere più di 5 per ministero, il contributo di 150 milioni di € dalla Rai, ed il tetto di 240’000 € annui agli stipendi dei manager e dipendenti pubblici inclusi magistrati (rimangono fuori i dirigenti di camera e senato che sono soggetti ad autodichia e quindi a leggi particolari, ma che comunque potrebbero ridursi autonomamente lo stipendio).
Decisamente interessanti sono state le scelte di ridurre i contributi agevolati alle le spese postali dei partiti per inviare corrispondenza cartacea in campagna elettorale, modalità quasi vintage nell’era del digitale e dei cinguettii, e di indicare all’ente contribuente l’ammontare del contributo dovuto lasciando spazio di azione. Ciò si applica a comuni, province ed alla Rai alla quale è stato indicata come possibilità per reperire 150 milioni la vendita di Rai Way e la riorganizzazione o chiusura delle sedi regionali, ma potrebbe decidere, come sarebbe peraltro giusto, di lottare l’evasione del canone (magari riducendo leggermente l’importo complessivo) legandolo alla bolletta elettrica e puntando a recuperare il 60% dei 300 milioni annualmente evasi (Link Canone-bolletta). Questo è un approccio fuori dalla logica dei tagli lineari e che lascia libertà a specificità locali sulle quali lo Stato centrale potrebbe non avere adeguata sensibilità, fermo restando che se entro un tempo stabilito non viene presentata la modalità operativa allora sarà il governo ad agire in autonomia, in alcuni casi applicando quanto previsto dal piano Cottarelli.
In aggiunta a ciò è stato confermato anche il taglio del 10% dell’IRAP per le imprese.

Il decreto IRPEF, dunque, è positivo o no? Parlando a titolo del tutto personale ritengo che possa essere considerato un primo positivo passo. Ovviamente si poteva fare meglio, dalle province si poteva ottenere di più, si poteva intervenire anche sulle regioni (vero contro di costo), il taglio agli stipendi pubblici interessa solo le primissime fasce dirigenziali, non si ricava molto dalle municipalizzate, ovviamente è perfettibile, ovviamente è solo l’inizio di un processo che deve avere riscontri nel breve ma che deve necessariamente essere rivolto al medio e lungo periodo.

Le critiche non sono mancate, ad esempio si rimprovera che incapienti, pensionati e piccole partite IVA, oggettivamente tra le più colpite dalla crisi, siano state lasciate fuori dal bonus ed in merito a ciò effettivamente ci si augura (è necessario che lo faccia) che il Governo dia seguito alle dichiarazioni del Premier di porre rimedio nel breve a questa lacuna.

Analogamente potrebbe essere opinato che coloro che percepiscono 9’000 € lordi annui avranno uno sgravio di 39 € mensili contro gli 80 € per coloro che percepiscono tra i 19’000 ed i 24’000 €.  Altresì è comprensibile che la prima azione sia stata applicata scegliendo la via più facile e rapida da attuare.

Altre critiche accusano la natura propagandistica di certe azioni, tipo i tagli alle auto blu ed il tetto agli stipendi dei manager pubblici, i quali in sostanza contribuirebbero in misura infinitesimale al bilancio complessivo. Ciò è parzialmente vero, ma nei mesi scorsi quante volte è stato ripetuto che la politica necessita di una nuova credibilità morale ed etica, deve essere più vicina ai problemi della quotidianità, che i sacrifici dei cittadini devono venire dopo quelli della classe politica e dirigente, quante campagne contro le auto blu sono state fatte (se non erro anche qualche inchiesta di Sergio Rizzo che ne quantificava il costo complessivo in misura non proprio irrisoria)? Ora per la prima volta si inizia, ed anche questo è un percorso, a dare qualche segnale in tal senso. Chiaramente siamo ben lungi dal risolvere una situazione quasi patologica, ma ripeto è un inizio.
A coloro, in genere ben pagati, che definiscono il bonus “risibile” si ricorda che si tratta di un 7-8% su una busta paga da 1’100 € mensili, quindi non un’inezia, inoltre è assai probabile che gran parte di tale somma aggiuntiva venga rimessa in circolo per l’acquisto di bene di prima necessità dando una piccolissima spinta ai consumi.

A ben vedere, riprendendo quanto riportato da Bankitalia, in questo decreto vi sono misure per rilanciare i consumi e che infondono un minimo di ottimismo (il bonus ed i tagli di alcuni privilegi) e misure per le imprese (il taglio del 10% dell’IRAP) che, nonostante sia assolutamente da potenziare, dopo il pagamento dei debiti che alcune attività produttive hanno, potrà parzialmente essere investito in innovazione.

Oggettivamente per la prima volta l’indirizzo intrapreso va nella direzione corretta, il Ministro Padoan ha dichiarato la necessità di due fasi per rafforzare la ripresa: una di stimolo immediato ed una di riforme nel medio periodo (come qui scritto più volte anche in riferimento al percorso che dovrebbe adottare l’EU composto da stimolo monetario nel breve e processo di investimenti a supporto del lavoro e delle attività produttive nonché  riforme che puntano alla vera unificazione nel medio-lungo periodo). La direzione di questo decreto pare proprio questa. Inoltre il Ministro dell’economia si è esposto con l’Europa inviando la famosa lettera a Bruxelles (Link) dove facciamo finalmente sentire le nostre ragioni chiedendo un anno in più per il pareggio strutturale di bilancio. Ciò, mai accaduto prima d’ora, è stato possibile per una serie di elementi favorevoli esterni (macro-economici e non, fonti riferiscono di una amicizia tra Padoan ed il consigliere di Olli Rehn) ed interni derivanti anche da alcuni risultati conseguiti dai Governi Monti e Letta, ma va detto che è la prima volta.

In conclusione il decreto è l’inizio di un lungo percorso da consolidare, perfezionare e migliorare in varie parti, ma rappresenta comunque un buono scheletro a patto di continuare senza scendere a compromessi nella direzione intrapresa. Dobbiamo proseguire con il taglio della spesa e delle inefficienze, ridurre privilegi anacronistici ed esagerati, riformare la burocrazia ed il fisco, innovare ed avvalersi delle nuove tecnologie, combattere duramente l’evasione, la corruzione e l’elusione fiscale e presentare tutto ciò in modo chiaro e preciso in Europa chiedendo alcune concessioni sul fronte dello stimolo economico e dell’investimento produttivo.

Si deve lavorare in Italia ed in Europa alleandoci con i paesi nelle medesime condizioni per consolidare il percorso che con questo decreto è iniziato, senza abbassare la guardia, comprendendo, soprattutto noi giovani, che i sacrifici saranno ancora tanti e che non raggiungeremo nel giro di pochi anni le condizioni di benessere e di possibilità di spesa dei nostri padri; la politica dovrà garantire più trasparenza ed apertura coinvolgendo attivamente cittadini e persone comuni che volessero mettersi al servizio del paese e dell’EU in tal modo si potrà innescare un necessario processo di riappacificazione tra istituzioni e popolazione che incentiva la partecipazione ed argina le derive estremiste, embrioni dell’anti europeismo convinto, caratterizzate dalla critica fine a se stessa e dagli arroccamenti.

PS Nota su rivalutazione delle quote di Bankitalia (LINK Articolo con cenno Bankitalia):
si sente ancora affermare che con la rivalutazione delle quote di Bankitalia possedute da alcune banche/assicurazioni si stia drenando denaro dal pubblico agli istituti. Questo non è vero. Le quote di Bankitalia valgono complessivamente 156’000 € e verranno rivalutate raggiungendo a seguito dell’operazione un valore complessivo di 7’500’000’000 €. Viene applicato quindi un fattore moltiplicativo pari a 48’077 € il che, semplificando all’estremo, significa che se un istituto bancario ha una quota di Bankitalia da 1 €, da un giorno all’altro si troverà ad avere una quota che vale 48’077 €. A meno della tassazione sulla plusvalenza, che nel caso in esempio sarebbe calcolata come il 26% (aumentata dal decreto Ipref rispetto al precedente 12%) di 48’076 €, è evidente come sia un guadagno sostanzialmente gratuito per le banche, nonostante le lamentele per l’aumento della tassazione che peraltro non è superiore a quella applicata ai privati cittadini, ma è altrettanto evidente che non sia il cittadino ad accollarsi la spesa. L’utilità di una simile operazione per le banche risiede nel fatto che una parte del loro capitale viene pesantemente rivalutato e ciò è molto importante nell’anno degli stress test europei. Ovviamente qualora gli istituti detentori decidano di vendere le loro quote (dovranno farlo essendo stato imposto un limite massimo del 3%) e sia lo Stato a riacquistarle allora vi sarebbe un reale trasferimento di denaro dal soggetto pubblico all’istituto privato (avvantaggiati ulteriormente), ma al momento parlare di un simile passaggio non è corretto. Di sicuro sarebbe stato più conveniente per lo Stato italiano, norme permettendo, riacquistare tutte le quote in circolazione (pari a poco meno del 95% del totale) esborsando circa 148’200 € rivalutarle e rivenderle, indicendo regolare asta tra soggetti istituzionali, al nuovo prezzo leggermente diminuito in modo da rendere vantaggioso l’acquisto senza dover contribuire interessi, arrivando ad incassare, nel caso di collocamento del 95%, una somma di poco inferiore a 7’125’000’000 €, indubbiamente ben altro ordine di grandezza.

19/04/2014
Valentino Angeletti
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Una stabilità senza infamia né lode e l’opportunità cinese per l’Europa

Tutti contenti, o meglio, tutti scontenti. La legge di stabilità appena spedita a Bruxelles e che comunque dovrà essere rivista in Parlamento è il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto che dir si voglia. Non sono soddisfatti coloro che, molto pessimisticamente, pronosticavano tagli alla sanità e pesanti aumenti delle imposte e non sono accontentati neppure coloro che invece propendevano per qualche azione di maggiore incisività, principalmente sul fronte del cuneo fiscale.

I poco meno di 4 miliardi all’anno per 3 anni (per un totale di 11.6 miliardi nel triennio) non sembrano consentire quella spinta, quella rottura, necessaria al cambio di marcia. Di sicuro è stata una manovra fatta con il bilancino, con un occhio a Bruxelles ed ai parametri del debito (che ad agosto è diminuito per la prima volta dopo molto tempo di 13.9 miliardi attestandosi a 2’060 miliardi di €) e del rapporto deficit/PIL, da mantenere sotto il 3% che non ci consentono troppi margini, e con l’altro occhio che guarda a non proporre provvedimenti troppo impopolari e pesanti in un clima sociale già molto teso. Il premier Letta, da Washington pare abbia ammonito le richieste di sindacati e Confindustria dicendo che se avessero avuto proposte valide avrebbero dovuto farsi avanti, per farle valutare nelle apposite sedi.

Il saldo finale della legge di stabilità è più o meno in pari. Se da un lato il cuneo fiscale consente entrate mensili nelle tasche di alcuni cittadini fino ad un massimo di 14 € al mese, che difficilmente saranno percepite e modificheranno le abitudini al consumo, e 600 €/anno in più per le aziende, somma ugualmente insufficiente, dall’altro lato si hanno riduzioni di alcune detrazioni e viene reintrodotta l’imposta di bollo sul deposito titoli. È stata riproposto il contributo di solidarietà per le pensioni d’oro, che la Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionale, costringendo lo Stato a ridare indietro il mal torto, ma che, secondo il Sottosegretario Carlo Dell’Aringa, stavolta ha i requisiti per poter essere applicato senza contestazioni. Il gettito che prima proveniva dall’IMU è stato inglobato assieme ai servizi indivisibili come illuminazione pubblica e spazzatura, in sostanza è stato distribuito in modo leggermente differente e su una platea più ampia: pagheranno un po’ di meno di prima i possessori di prima casa, ed un po’ di più i possessori di seconde ed ulteriori abitazioni, gli “sfortunati” proprietari delle poche (rispetto al totale) case accatastate come immobili di pregio o di lusso e gli affittuari che sono andati cosi ad ampliare la platea dei paganti (una parte, variabile a seconda del comune di residenza, della vecchia IMU sarà anche a loro carico).
Gli straordinari dei dipendenti pubblici sono stati oggetto di detassazione, purtroppo però è dell’Esecutivo Monti che hanno subito un taglio quindi pochi saranno i beneficiari dello sgravio, i dipendenti pubblici e pensionati hanno inoltre subito il blocco contrattuale e dell’adeguamento salariale (totale per le pensioni sopra i 3’000 € lordi ed proporzionale, 90% – 75% – 50%, per importi inferiori). Se a tutto ciò si aggiunge l’ IVA incrementata di un punto percentuale dal 1° ottobre, quindi precedente alla legge di stabilità,allora abbiamo che il saldo diviene effettivamente negativo, senza considerare le indiscrezioni di alcuni giornali secondo i quali starebbero lavorando ad un aumento delle accise sui tabacchi.

Ovviamente vi sono anche aspetti positivi come il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, che però evidente mente non è più sostenibile ed andrebbe sostituita con forme di incentivazione per il reimpiego e riconversione dei lavoratori, con la consapevolezza che tante aziende perse in questa crisi non riapriranno più; la social card; il fondo per la non autosufficienza; la trasformazione dei contratti da tempo determinato ad indeterminato. Interessanti poi sono le misure di incentivazione alle aziende che investono in innovazione ed assumono giovani, ma da capire l’entità e le modalità di questo intervento, come il rientro di capitali dall’estero e dai paradisi fiscali, accompagnato dagli accordi con la Svizzera in materia fiscale, che non devono essere il tipico condono a vantaggio di coloro che hanno commesso un delitto odioso ed ai danni di tutta la società. Brunetta riguardo al rientro ha detto che non si può applicare una penalizzazione troppo bassa, ma neppure troppo alta poiché altrimenti i capitali “volerebbero via”…. un ragionamento simile sarebbe l’ennesima beffa per gli onesti e per tutti gli imprenditori che per il fisco sono falliti o che hanno sempre assolto i propri obblighi erariali così come per gli stipendiati che hanno visto il proprio potere d’acquisto eroso enormemente (il 25% delle famiglie italiane non arriva a fine mese e deve attingere ai risparmi, se presenti, a parenti, amici o al sociale).

La manovra ha voluto rispettare principalmente vincoli europei e non consentirà le grandi svolte che servirebbero e che abbisognerebbero di molte più risorse (circa 100 miliardi secondo la Confindustria). Per un cambio radicale di rotta non c’è dubbio che oltre all’impegno dei singoli Stati c’è bisogno di una regia europea che non si limiti all’analisi dei parametri, ma sia più lungimirante con l’appoggio degli Paesi Membri.

Se la situazione non verrà affrontata in modo differente, più sinergico e consentendo più investimenti per lo sviluppo e la crescita l’ipotesi paventata e poi smentita dall’ IMF di una “mega patrimoniale lineare” (e per questo decisamente ingiusta) potrebbe essere realmente l’ultima spiaggia in particolare per il nostro paese, dove le banche ed in parte lo Stato hanno compreso che la finanza è utile, ma rischiosa. Il sistema finanziario adottato fino ad ora, basato su molta moneta virtuale ma di fatto non esistente (il rapporto tra denaro reale e denaro virtuale, su mercati regolamentati o meno, è 1:14 cioè ogni $ reale ve ne sono 14 virtuali) funziona e si autoalimenta in modo perverso se c’è fiducia e non paura, in caso di problemi il rischio è che in molti corrano a mettere al sicuro in forme differenti i propri capitali i quali non sono sufficienti, poiché appunto virtuali, a coprire tutte le richieste; è un po’ come se un giorno più della metà delle auto italiane facessero un incidente e le assicurazioni dovessero risarcire, le RCA fallirebbero non avendo fondi sufficienti. Il timore è che per mettere una toppa a questa deriva si stia cercando capitale reale e che nel nostro paese si voglia far leva sul patrimonio privato sopra la media europea, impoverendolo ed inducendo pian piano la popolazione ad adottare un modello più anglosassone basato sull’indebitamento privato (in Italia ancora basso), sui prestiti, sulle carte di credito revolving ed amenità simili che sono state alla base delle ultime crisi finanziarie, andando pericolosamente ad alimentare di altra linfa il sistema bancario che dovrebbe essere più al servizio dell’economia e più controllato nell’operatività a coni soldi dei risparmiatori.

L’ Unione Europea in questo momento potrebbe approfittare di ciò che è successo negli USA. Lo shutdown ed il default appena scongiurato, o meglio, rimandato a gennaio, ha messo in allerta la Cina, grande creditrice degli Stati Uniti. Le autorità cinesi hanno dichiarato di essere stati spaventati dagli eventi e di non nutrire più una solida fiducia né negli USA né nel Dollaro come moneta di riferimento per gli scambi commerciali. Questa potrebbe essere una grande occasione per l’Europa di intercettare il capitale dell’estremo oriente dirottandolo nei circuiti economici europei e di fatto proponendo l’ Euro come moneta dominante.

16/10/2013
Valentino Angeletti
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Cuneo fiscale: solo un primo e piccolissimo passo

Questa settimana il Premier Letta incontrerà le parti sociali e le associazioni di categoria per discutere l’inserimento della misura per la riduzione del cuneo fiscale nella legge di stabilità che dovrà essere presentata a Bruxelles nelle prossime settimane.

L’ impegno economico totale dovrebbe attestarsi tra i 4 ed i 5 miliardi di € per consentire ai lavoratori di avere una busta paga più “pesante” come si suol dire in questi giorni e per abbassare l’ onere a carico delle aziende che investono in innovazione, ricerca ed assumono giovani disoccupati.

Attualmente le imposte medie sul lavoro arrivano a sfiorare il 50% (ai massimi in Europa), si lavora fino al 27 giugno per pagare le “tasse”, anche se questa percentuale può arrivare a quasi il 70% nei casi di piccoli artigiani e commercianti. L’abbattimento del cuneo fiscale e del costo del lavoro risulta pertanto una misura, richiesta a gran voce da più parti, fondamentale e non più rimandabile.

La finalità di questo sgravio è quella incrementare la disponibilità economica, e quindi il potere d’acquisto, contribuendo a rilanciare i consumi dei lavoratori e favorire gli investimenti delle aziende in innovazione, che significa competitività, e le assunzioni di giovani.

Alcune autorevoli stime governative quantificano l’intervento in una maggiorazione annua della busta paga di un lavoratore pari ad una somma tra i 200 ed i 300 €, probabilmente versata in unica soluzione (da definire se assieme alla tredicesima o inclusa in una mensilità prima del periodo estivo).

Che vi fosse necessità di questa operazione non v’è dubbio, ma non è pensabile che essa consenta un aumento significativo dei consumi tale da rilanciare la domanda interna, la produzione e l’occupazione. Probabilmente il denaro in più sarà impiegato per far fronte alle spese di prima necessità (cibo, medicinali, visite mediche, mutuo ecc) che sono state tagliate da molte famiglie, ex middle class, che si trovano ora oltre la soglia di povertà.

L’Italia attualmente è ai vertici di molte classifiche poco gratificanti, tra cui l’ IVA al 22% (il cui gettito è calato nei primi 8 mesi di 3,7 mld, -5.2%, a causa della riduzione dei consumi interni e delle importazioni), il costo dell’ energia e del carburante (principalmente causato da un altissimo livello di accise su cui si paga anche l’ IVA) che incidono direttamente ed indirettamente anche sul costo dei beni di consumo, assicurazione e bollo auto, interessi sui mutui ecc.
Di contro gli stipendi Italiani sono tra i più bassi del continente (vedere immagine sotto).

Stipendi medi in EU

Stipendi medi in EU

Considerando il costo della vita l’ Italia risulta più cara di Grecia, Spagna e Portogallo, ed allineata a Germania e Francia. In genere nel nostro paese sono più economici i trasporti che però garantiscono servizi di gran lunga inferiori rispetto agli altri stati europei, dove nelle grandi città il trasporto integrato consente effettivamente di fare a meno di un mezzo proprio ed il cui costo si riduce se si sfruttano abbonamenti annuali.
Affittare o acquistare una casa in una città come Berlino è molto meno dispendioso che farlo a Roma e Milano, dove i prezzi sono più alti rispetto anche a Monaco e Francoforte, le due città tedesche più care, ma che offrono retribuzioni più elevate e maggiori opportunità di lavoro.
In sostanza a Roma e Milano, contrariamente a quanto accade in Germania, una famiglia monoreddito o anche con due redditi ed uno o più figli a carico difficilmente può permettersi un tenore di vita adeguato, stessa cosa vale per un giovane (ma si classificano come giovani anche i quarantenni, che altrove sono già manager navigati) che non può provvedere autonomamente al proprio sostentamento in una delle due città sopra menzionate, salvo non abitare in condivisione, rinunciando a privacy e spesso a metter su famiglia o crearsi una propria vita indipendente.

Questi pochi dati fanno capire come un incremento di 300 € annui non potrà modificare la complessa situazione italiana, né risollevare, da solo, dalla crisi. Certamente è un primo passo, al quale ne devono seguire molti altri (lotta all’ evasione, centro unico di spesa, mercato unico dell’energia, dismissioni e gestioni degli asset statali, unione bancaria e fiscale ecc) che vanno fortificati e resi più incisive con il supporto delle istituzioni nazionali ed europee con il fine ultimo di armonizzare e creare una governance comune e delle condizioni equiparabili per tutta l’ Unione dalle quali ne trarranno beneficio anche le buste paga dei lavoratori.

07/10/2013
Valentino Angeletti
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