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Un CDM festante… dai servizi, alle banche

Con ancora i metaboliti dei terremoti politici in vista delle amministrative primaverili con il cambio in corsa, in favore di Marchini esautorando Bertolaso, del candidato di CDX, e le contemporanee indagini su esponenti democratici in Campania e Sicilia, si è concluso un importante CDM, nel quale sono state prese decisioni rilevanti.

Il Governo, nel CDM di venerdì 29, ha presentato i nomi dei vertici delle agenzie preposte alla sicurezza nazionale, nella fattispecie sono stati rinnovati gli apici di Polizia, Finanza, Servizi e Marina. Al momento è in stand by, dopo le polemiche su Carrai, che avrebbe dovuto esserne il responsabile, il fondamentale apice dell’agenzia preposta alla Cybersecurity, entro il perimetro della quale dovrebbe ricadere la sicurezza e la privacy di tutte le informazioni top secret detenute dallo Stato Italiano. In ogni caso Marco Carrai, fidato amico di Renzi, sarà nei prossimi giorni chiamato, come consulente, a Palazzo Chigi, perché il Premier, manifestando il diritto di avere come amici eccellenti professionisti, non vuole privarsi di una sua consulenza. Oltre alla delega sulla sicurezza informatica, rimane in sospeso un’altra pedina chiave del Governo, vale a dire il ministro dello Sviluppo Economico, che succederà alla dimissionaria Guidi. La prossima settimana dovrebbe essere la volta anche di questa nomina, con voci di palazzo che pronosticherebbero che si tratterà di una figura d’industria, con tutta probabilità donna.

Le nomine ai vertici della sicurezza di Franco Gabrielli alla Polizia, Alessandro Pansa al Dis, Mario Parente all’Aisi, Giorgio Toschi alla Guardia di Finanza, varranno due anni, in quanto Renzi ha ritenuto che il nuovo Governo, dopo le elezioni del 2018, dovrà avere la possibilità di riconfermarle o meno. Vero che, come dice il Governo, si tratta di figure competenti e serie, ma è anche vero che, senza timore di essere smentiti, si tratta di uno dei più classici giri di poltrone, rispetto a professionisti che già lavoravano proprio in quel campo. Nessun rinnovamento od inserimento, magari in affiancamento, di nuove leve che avrebbero dovuto avere l’onore e l’onere di rappresentare la nuova classe dirigente, raccogliendo e facendo tesoro dell’esperienza e della contaminazione che in un affiancamento del genere avrebbero potuto maturare, dal canto loro i navigati professionisti avrebbero potuto contare in una fresca mente innovativa, tecnologica e digitale per modificare il loro approccio e punto di vista, che rischia di essere involontariamente, ma naturalmente e comprensibilmente, polarizzato e eterodiretto da anni di permanenza in ruoli similari.

Altro punto, spinosissimo, affrontato dal CDM, è il provvedimento di rimborso ai truffati dalle banche fallite, tra cui l’Etruria, la più famosa per le relazioni con la politica e Banca Marche, la più grande. Le dichiarazioni immediatamente successive alla decisione su tale misura, sono state ripetute, diffuse da tutti i media e positive, lasciando intendere che il salvataggio degli investitori fosse pressoché totale. Molto diversa invece è la realtà.

Ad essere immediatamente rimborsati, ma limitatamente all’80% del patrimonio investito e dopo l’esclusione degli interessi maturati, saranno solo coloro a basso reddito (sotto i 35 mila € lordi annui), non detentori di patrimonio immobiliare superiore ai 100 mila euro e che hanno investito prima del giugno 2014. Tutti gli altri dovranno attendere, addentrarsi in un dedalo di ricorsi e probabilmente considerare perduti gran  parte dei loro risparmi. Certamente molti hanno investito attratti da tassi decisamente allettanti, sicuramente fuori mercato, ma, per come pare si sia svolta la vicenda, è facile supporre che la maggior parte di loro fosse davvero ignara dai rischi d’investimento. Del resto se un soggetto mediamente competente in materia finanziaria venisse consigliato dal bancario di fiducia, lo stesso che magari lo ha aiutato ad ottenere il prestito sulla prima casa (che in tale vicenda precluderebbe il rimborso), difficile pensare ad un rifiuto del prodotto presentato esente da rischi.

In tutta sincerità vedo pochi squali dietro questa vicenda, se non proprio alcune banche, e vedo estrema necessità di una nuova forma di educazione finanziaria che nel nostro paese latita e ce lo ricorda l’europa stessa, così come manca una chiara e semplice informativa da parte degli istituti finanziari, che fino ad ora hanno redatto i profili di investimenti indirizzando le risposte degli intervistati a seconda del prodotto che volevano loro vendere (ovviamente senza voler generalizzare). Sicuramente su questi due aspetti ci deve essere priorità di intervento e di impegno da parte dello stesso esecutivo nel perseguire questi obiettivi.

Seppur nell’attesa del capo della cybersecurity e del nuovo ministro dello sviluppo economico e nel giubilo festante, chissà poi quanto giustificabile, per aver salvato masnade di correntisti (che sono, a conti fatti, circa 5 mila e non correntisti bensì obbligazionisti subordinati) ignari, credo che questa vicenda delle banche non sia ancora completamente conclusa.

30/04/2016
Valentino Angeletti
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“The Interview” una differente analisi del presunto attacco hacker alla Sony

Partendo dal presupposto che la minaccia esiste e deve essere tenuta debitamente in considerazione da stati nazionali ed aziende private, che è nei fatti l’esistenza di alcuni stati che investono ingenti fette di budget in tecnologie, formazione e risorse umane per potenziare questo settore e che simili tecniche saranno senza dubbio una componente importante, ovviamente non l’unica né la principale, delle guerre e delle manovre di intelligence del futuro, a volte vi sono circostanze in cui l’enfasi sul cyber-crime,il  cyber-espionage e la cyber-war è portata all’eccesso.

Premettendo che si tratta di un’opinione totalmente personale, un’esempio sembra essere il caso del film “The Interview”, pellicola satirica natalizia “made in USA” e prodotta dalla Sony Pictures (divisione cinematografica della società Giapponese Sony e teniamo in mente questa provenienza) che ironizza sul regime nord coreano prendendo particolarmente di mira il dittatore Kim Jong-un.

Secondo alcune fonti il regime avrebbe minacciato la Sony Pictures di renderla obiettivo di attacchi Hacker qualora avesse proiettato il film. La Sony, intimorita, avrebbe desistito ritardando ad oltranza la data di proiezione del Movie. Appresa la notizia si sono spese personalmente contro la minaccia ed a sostegno della Sony personalità come George Clooney ed addirittura Obama, affermando che non poteva essere concesso che un regime minacciasse la libertà di espressione e che non era un esempio da darsi quello di cedere a regimi dittatoriali, che addirittura sarebbero riusciti ad esercitare la proprio pressione entro i confini USA.

Alcuni elementi di questa vicenda però non quadrano. Innanzi tutto conoscendo un minimo quali sono le strategie, le tecniche e le modalità operative delle squadre di hacker, azioni simili generalmente non vengono annunciate o minacciate, ma vengono eseguite, poi, trascorso un po’ di tempo, rivendicate.

Nella vicenda in questione invece la Sony prima ha parlato di minaccia, poi di attacco reale con tanto di furto dei dati di dipendenti che avrebbero chiesto alla società il risarcimento per la violazione della loro privacy.

Il pronunciarsi immediato dello stesso Presidente Obama attraverso tutti i media mondiali sembra oltremodo precipitoso ed avventato per una vicenda simile. La reazione della Sony alle parole di Barack Obama è stata quella di mettere da parte i timori rendendosi disponibile alla proiezione del film se non fosse per i gestori delle sale cinematografiche che non darebbero la loro disponibilità in quanto la minaccia oltre ad essere cybernetica sarebbe anche materiale: anche le sale sarebbero “attenzionate” da potenziali attacchi Kamikaze coreani.

Ad essere sospetta è anche la certezza della provenienza dell’attacco. Di norma un attacco è difficile da collocare geograficamente, in questo caso invece non vi sono stati dubbi sulla provenienza nord coreana, benché l’attacco fosse stato apportato da Pechino (come ovviamente non menzionare la Cina) ove effettivamente vi sono potenti team hacker governativi; il primo passo che avrebbe consentito il cosiddetto in gergo tecnico “privilede escalation” sarebbe stato il furto di password della Sony dal PC di un diplomatico o ambasciatore statunitense in Cina o Corea del Nord.

La Corea del Nord ha ovviamente respinto pesantemente le accuse, oltre che a condannare il film, asserendo (e non pare un messaggio pacifista o una scusa volta a nascondere la realtà) che attualmente le sue maggiori concentrazioni sono riservate al potenziamento sul fronte nucleare e che, pur essendo in fase di crescita, il loro “cyber-army” allo stato attuale non avrebbero le capacità per sferrare un attacco simile.

Insomma, gli ingredienti per una spy story 3.0 ci sono tutti: la componente Cyber che va molto di moda; una grande azienda multinazionale; mosse di Intelligence che spaziano da CIA ad FBI e coinvolgono il direttamente il Presidente Obama; un regime dittatoriale come la Corea Del Nord; l’eterna lotta Cina – USA; il furto delle password di un diplomatico, che a ben pensarci non si sa per quale motivo dovesse detenere password della Sony.

Il risultato fino ad ora è quello che il Christmas-Movie “The Interview”, pellicola di non grande spessore a detta di coloro che la conoscono, ha catalizzato l’interesse di tutto il mondo e se mai il Movie venisse proiettato, e la Sony dietro le dichiarazioni presidenziali si sarebbe detta disposta a farlo, gli incassi sarebbero assicurati.

C’è un altro punto però da considerare, più sottile e meno commerciale. Suona infatti strano un immediato intervento di Barak Obama tra l’altro così duro e perentorio che, pur considerando l’intervento come atto di vandalismo e non bellico, si è detto obbligato a considerare la reintroduzione della Corea del Nord nella lista nera dei paesi terroristi. Ricordiamo la sconfitta alle elezioni di mid-term del Presidente in carica che lo hanno reso una “Anatra Zoppa”: una delle critiche più forti è stata proprio quella della poca risolutezza in politica estera con il ritiro delle truppe da molte zone e con pochi risultati nella lotta al terrorismo.

Analogamente se consideriamo le recenti elezioni anticipate dallo stesso Premier Abe in Giappone, (ricordiamo la nazionalità della Sony) in cui pur con una affluenza attorno al 50% è stato riconfermato per altri 4 anni (allungando di fatto il suo mandato di due anni) con grandissima maggioranza, uno dei punti cardine del programma del leader giapponese è proprio quello di abbandonare la neutralità del’isola potenziando la politica estera attraverso l’appoggio ad Australia e soprattutto USA.

Che il film “The Interview” possa essere stato usato per lanciare un’alleanza Nippo-Statunitense contro un nemico comune, guidato da un dittatore dispotico e non curante di libertà e diritti umani, la Corea del Nord, relativamente poco potente rispetto alle prime due economie mondiali?

Per il Giappone rappresenterebbe una prima prova di forza dal basso livello di difficoltà della rinnovata politica estera; per gli USA si tratterebbe di una situazione, con le dovute proporzioni, assimilabile a quella del regime iracheno ed alle sue presunte armi di distruzione di massa che dovrebbe servire a rilanciare l’immagine forte di Obama, con la grande differenza che le “cyber-weapon” corrono su cavi e fibre transoceaniche a cavallo di bit, sono molto più eteree, ed intangibili rispetto alle armi chimiche che una volta dichiarate devono poi essere mostrate all’opinione pubblica; e per la Sony di pubblicità gratuita per il proprio prodotto (ovviamente la Sony dovrebbe essere anche risarcita per il potenziale danno di immagine con altre metodologie sicuramente nelle possibilità di USA e Giappone).

Le informazioni sulla vicenda sono poche, frammentarie, a volte contraddittorie e non certe nè verificate (come sempre quando si parla di attacchi cyber) quindi quella proposta è solo una differente analisi alla luce di quanto è possibile leggere sui vari media che ritengo fatte le dovute considerazioni (del tutto personali), verosimile.

22/12/2014
Valentino Angeletti
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La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali

In Thailandia dopo un ennesimo colpo di stato hanno istituito la corte marziale ed introdotto la censura su tutti i media; sono all’ordine del giorno episodi di violenza per le strade.
In Libia è stato sciolto il parlamento si è consumato un colpo di stato che ha portato le milizie al governo. La guerriglia e le violenze imperversano.
In Egitto ed in Siria, benché più silenziosamente a causa della minore influenza economica dei due paesi, la situazione è grave e nelle piazze gli scontri causano quotidianamente vittime.
La Cina e la Russia, in occasione della visita di Putin a Shanghai, sono in procinto di concludere un accordo da 456 miliardi di dollari secondo il quale, Mosca dovrebbe vendere a Pechino ogni anno 38 miliardi di metri cubi di metano a partire dal 2018.
Gli USA, ed in particolare il presidente Obama, prima volta nella storia, hanno multato cinque hacker cinesi per aver violato, impossessandosi di documentazione riservata, alcune aziende manifatturiere americane operanti nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e della realizzazione di pannelli solari. A detta del Presidente Americano ciò avrebbe consentito ai competitors cinesi di realizzare prodotti identici a quelli americani, ma a minor costo risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori, sul costo del lavoro e sulla progettazione. La Cina ha risposto asserendo che si trattasse di una “buffonata” ed ha sospeso l’accordo di collaborazione con gli USA relativo alla cybersecurity.
Il problema dell’immigrazione dall’Africa vero l’Europa si aggrava di giorno in giorno e la crisi libica così come la bella stagione lasciano presagire un intensificarsi dei flussi migratori.
A tutto ciò si aggiunge la crisi ucraina che ancora non ha trovato risoluzione e che le imminenti elezioni del 25 potrebbero ulteriormente esasperare.

Le ripercussione di questi eventi sul continente europeo potrebbero essere immense a cominciare da quella umanitaria dovuta all’immigrazione ed alla ferocia di certi conflitti, passando per la questione energetica potenzialmente di grande impatto per il nostro paese che, secondo l’ex AD di ENI, sarebbe in grado di resiste ad una crisi energetica in uno dei due maggiori stati fornitori, Russia e Libia, ma non a due eventi simultanei.

L’accordo Russia-Cina sul gas potrebbe potenzialmente, come in parte sta già facendo la crisi ucraina, sconvolgere definitivamente gli equilibri geo-politici ed i rapporti di forza tra le maggiori potenze mondiali, nonché modificare le rotte di approvvigionamento energetico europee ed asiatiche.

Le tensioni in campo cibernetico tra Cina ed USA potrebbero invece aprire scenari ancora non del tutto conosciuti, ma potenzialmente pericolosissimi proprio a causa della scarsa preparazione e conoscenza dell’argomento.

Tutto ciò dimostra quanto il continente Europeo dalla moneta unica, ma dalla politica frammentaria sia debole, tanto che Putin ha dichiaratamente detto che l’unico interlocutore europeo di valore rimasto è la Germania, non la commissione, né Barroso o Van Rompuy, ma la Merkel.

A prescindere dalle elezioni europee che si terranno il 25, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, in qualsiasi modo la si pensi, che i nostri piccoli stati sono veramente poca cosa rispetto agli scenari globali che ci circondano e di fronte a questi eventi le possibilità di competere contando in una autosufficienza nazionale nei fatti poco credibile è pari a zero. La stessa Europa unita e coesa potrebbe avere difficoltà, a causa del ritardo accumulato, a tornare ad essere un interlocutore autorevole e rispettato.

In Italia però nonostante tutto il “marasma” mondiale si continua a concentrarsi su una bassa campagna elettorale tirando fuori quando Hitler, quando la lupara bianca oppure urlando ai complotti, alle marce sulla capitale ed ai colpi di stato, quasi senza ragionare sul fatto che poco distante da noi questi eventi drammatici accadono realmente. Ci si illude addirittura che le nostre vicende interne possano avere una qualche influenza sullo spread e sulla finanza che indirizzerà i propri movimenti considerando contesti ben più ampi e magari giustificandoli, per i meno attenti, con i nostri fatti interni. Solo un’affermazione decisamente anti-europea alle elezioni potrebbe realmente contribuire ad influenzare la finanza.

A questo punto prima che le vicende degenerino converrebbe davvero aprire gli occhi ed ampliare la nostra visuale, ma non vorrei che ormai ci siamo abituati a guardare solo ad un palmo dal nostro naso pensando che tutti i problemi, tutte le risposte e tutte le soluzioni risiedano in quella  circonferenza dal raggio infinitesimale.

19/05/2014
Valentino Angeletti
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Report preparatorio ad evento Cybersecurity Energia 2014

Link a report Cybersecurity Energia 2014, da sito Industria Energia

Dowload: Relazione-Cyber-Security-Energia-28-2-2014-DEFINITIVA
(Sommario mio intervento da pagina 17).

Il report è il risultato di un Workshop preparatorio, organizzato da EnergiaMedia, Worl Energy Council (WEC), Anie Energia, in vista dell’evento “Cybersecurity Energia 2014” che si terrà prossimamente ove saranno coinvolti entità ministeriali, aziende ascrivibili alle infrastrutture critiche (in particolare settore energy, servizi e TLC), e fornitori di apparati e tecnologie.
L’obiettivo è portare all’attenzione il tema della Cybersecurity nel mondo Energy al giusto livello governativo poiché in Italia, contrariamente a quanto accade in Europa ed in particolare in USA, Russia e Cina (dove probabilmente sono molto più avanti di quanto si pensi), l’argomento non gode della giusta attenzione.

Nella fattispecie questo esecutivo dovrebbe instaurare segreterie e commissioni permanenti che lavorino a stretto contatto con la Commissione Europea. L’argomento, in un mondo sempre più connesso, necessità di sforzi congiunti e collaborazione. Oltre all’istituzione di commissioni nazionali, ancor prima sarebbe bene che venissero definiti chiaramente ruoli, responsabilità e compiti così come un ministero di riferimento che poi lavorerà in stretta sinergia con gli altri dicasteri. Seguendo quanto accade in Europa ed USA si potrebbe pensare, sempre presupponendo una modalità operativa altamente trasversale, al ministero dello sviluppo economico (che ha delega anche su nuove tecnologie, TLC ed energia, o a quello della difesa.

Con il piano di sicurezza cibernetica, la creazione di un CERT nazionale e l’agenda digitale il governo Monti prima e Letta poi hanno gettato primordiali basi verso una strategia che dovrà diventare integrata ed organizzata e che è compito dell’esecutivo Renzi, sempre attento al tema delle nuove tecnologie e di internet, portare avanti ed ottimizzare.

Il rischio che si corre è quello di trovarsi di fronte ad un gap incolmabile su un tema che già ora costa svariati miliardi l’anno in termini di perdite e competitività e che allo stato attuale fluttua pericolosamente nell’ombra tra mancanza di organizzazione e competenze, sia nel settore pubblico che privato, e ritrosia nel denunciare episodi subiti.

Inutile dire che Renzi ed il suo staff dovranno essere in grado di creare “competence center” di estremo valore attingendo alle migliori risorse di ogni livello sociale e dovranno coinvolgere permanentemente, e a livello nazionale e a quello europeo, aziende ed entità interessate che sono esse stesse stakeholder assieme a tutto il sistema paese.

16/03/2014
Valentino Angeletti
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2013-2023: decennio, forse l’ultimo, a stelle e strisce?

In questo momento di congiunture macroeconomiche complesse e di grande difficoltà per il vecchio continente, stando ai dati pare che ad arrancare senza aver agganciato la ripresa in maniera incisiva siano solamente alcune realtà europee, cominciando dall’Italia, la cui situazione è ben nota.

Considerando invece gli USA, che rimarranno la prima economia mondiale almeno fino al 2028 anno in cui le previsioni indicano il sorpasso cinese ai danni degli Stati Uniti immediatamente seguiti dall’India, si notano evidenze di una tendente ripresa e crescita economica le quali, nonostante oggettive difficoltà persistenti, faranno sì che anche il prossimo decennio potrà essere made in USA.

Gli Stati Uniti, partendo dalla crisi dei mutui subprime, hanno dovuto realizzare immediatamente la gravità della situazione, si sono potuti muovere, benché già in ritardo, ben prima del vecchio continente ed hanno potuto usufruire di quell’esperienza della “seconda volta” che le ha consentito di reagire e mettere in atto in modo relativamente tempestivo politiche e piani atti a fronteggiare questo secondo acuirsi della crisi ben più penetrante ed estesa di quella del 2007/2008 e che coinvolge non solo la finanza, ma tutta la società in modo ben più pervasivo e trasversale.

I fattori che hanno dato agli Stati Uniti questa possibilità sono da ricondurre in parte a situazioni parzialmente fortuite (rivoluzione energetica) ed in parte a politiche, monetarie e di investimenti, che finora stanno dando ragione alla nazione di Obama.

Partendo dalla politica monetaria della FED di Ben Bernanke, essa è stata fin da subito molto accomodate e non ha assolutamente lesinato nell’iniettare enormi quantità di denaro principalmente facendo leva sulla possibilità di coniare e stampare e su acquisti massicci di titoli di stato pari a circa 85 miliardi di dollari al mese. Questi titanici acquisti stanno gradualmente cessando, si può dire che il tapering sia iniziato e proseguirà anche quando, a partire dal prossimo anno, ai vertici della FED si insedierà Jenet Yellen. Considerando la ritrosia nell’avviare il tapering, giustificata dai possibili impatti che questo provvedimento avrebbe potuto avere sui mercati, è plausibile che i segnali di ripresa USA siano più concreti di quelli che vengono resi pubblici o che il tepring sia già stato scontato. Parallelamente ai provvedimenti monetari, che hanno avuto il merito, cosa non accaduta in Europa e per la quale probabilmente abbiamo e stiamo tuttora pagando, di alimentare non il sistema finanziario e delle banche, ma direttamente l’economia reale, forse frutto della precedente esperienza del 2007/08, sono stati avviati importanti piani di sviluppo ed investimento in grandi opere, infrastrutture pubbliche, ricerca, telecomunicazioni e viabilità in grado di creare lavoro ed al contempo garantire profitto al paese nel lungo termine. Questa “fase 2” è partita non curandosi troppo del deficit e dei parametri che invece in Europa sono considerati il sancta sanctorum, il dogma ultimo e che tengono in scacco, condannandole definitivamente qualora non venissero rivisti, economie importanti e trainanti come l’Italia. Gli USA hanno un debito di oltre 17’000 miliardi di dollari (detenuto per circa il 1’100 miliardi dalla Cina), superiore al 100% del PIL, tetto che democratici e repubblicani, dopo trattative e negoziati estenuanti ma testimoni di come quando siano le sorti dell’intero paese ed essere messe in gioco in ultima istanza gli accordi volgano a conclusione (non come in Italia), hanno deciso di innalzare onde evitare il fiscal cliff. Il rapporto deficit/PIL è di circa il 4%, oltre lo storico 3% europeo ed il PIL USA è cresciuto, battendo tutte le previsioni, del 4.1% nel Q3 2013, gli indici borsistici, sostanzialmente ai massimi storici, nell’ultimo anno sono cresciuti di circa il 38% il Nasdaq, del 26% il Dow Jones, del 29% lo S&P500 (contro un circa +16% del FTSE-MIB). Che questa politica, adottata anche dal Giappone di Abe (indice Nikkei +55% circa dal 1 gennaio 2013), avrà solo ripercussioni positive ed eviterà il ripetersi ciclico delle crisi e delle bolle, che hanno fin qui caratterizzato lo sviluppo economico mondiale, è presto per capirlo, di certo tale approccio ha sbloccato l’economia ed ha dato una scossa decisiva in un momento cruciale.

Un secondo settore in cui gli USA stanno vivendo una violenta rivoluzione è quello dell’energia, indispensabile per una economia florida e produttiva, e fattore determinante delle scelte di business development delle multinazionali (lo sappiamo bene in Italia). La possibilità di estrarre shale-gas, presente in abbondanza, in modo relativamente economico grazie alle infrastrutture estrattive già presenti ed ai giacimenti petroliferi esausti, ha consentito agli Stati Uniti di raggiungere l’autonomia energetica garantendo alle imprese locali un costo della bolletta decisamente più basso (circa 1/3) che in Europa. Al contempo l’estrazione di petrolio ed i grandi investimenti in tecnologie verdi, energie rinnovabili, tecniche di abbattimento degli inquinati (come la CCS), efficienza energetica e delle reti di trasmissione/distribuzione elettrica, che a dispetto della completa liberalizzazione e del regime concorrenziale presente, sono ancora molto deficitarie rispetto agli standard italiani, sono proseguite consentendo agli USA di diventare un paese esportatore di petrolio, meno dipendente dal carbone rispetto al passato ed emettere meno gas serra. Tutte queste circostanza da un lato danno la possibilità di perseguire in modo più concreto politiche di riduzione delle emissioni e lotta ai cambiamenti climatici (vero cavallo di battagli delle propagande di Obama, più difficoltoso da attuarsi nei fatti), dall’altro consentono di allentare, al limite rescindere, quel legame, fino a poco tempo fa inesorabile, con le economie arabe e del Medio Oriente, caratterizzate da situazioni geo-politiche complesse, ad alto rischio e che hanno assorbito negli anni grosse risorse economiche, militari e del comparto difesa statunitensi. A ciò potrebbe seguire, benché non nell’immediato, un minor dispiego militare ed un conseguente risparmio in dollari.

Ulteriori fattori non di secondo piano si possono ricercare negli accordi commerciali con l’Europa, che diventano sempre più stretti, e, dal punto di vista statunitense, favoriti da un Dollaro molto debole nei confronti dell’Euro, rispetto al quale è deprezzato del 30% circa, che agevola le loro esportazioni. Il rafforzamento di tale legame può essere anche letto come un tentativo di allontanare l’Europa dall’orbita russa, sempre più vicina, e che potrebbe raggiungere la completa indipendenza in ogni settore confidando nella collaborazione con un partner leale ed affidabile come l’Europa.
La flessibilità introdotta nel mondo del lavoro e l’abbassamento del costo della manodopera potrebbero essere viste come una sorta di precarizzazione e peggioramento, ed in parte è vero, ma, se mantenuta solamente per consentire l’uscita definitiva dalla crisi, potrebbe esser stata determinante per combattere la disoccupazione, attualmente al 6% ma che ha come obiettivo prossimo il 5%, e dare un minimo sostentamento e potere d’acquisto ad una fascia sociale altrimenti totalmente a carico della collettività.
Infine le politiche sull’immigrazione hanno consentito di attirare manovalanza poco qualificata ed a basso costo, ma anche e soprattutto i talenti e l’elite studentesca, inclusa la futura classe dirigente cinese che si forma nelle più prestigiose università americane per poi tornare in patria, testimoniando un processo organizzato e funzionale di creazione di manager e di successione alla leadership ignoto in Italia, avendo padronanza delle due lingue mondiali (cinese ed inglese) e soprattutto con una nuova prospettiva del mondo, che grazie al connubio degli approcci orientali d occidentali, intesi dalla cultura, scienza e tecnologia, alla gestione ed amministrazione aziendale, risulta davvero arricchita e pronta alla globalizzazione.
Questa elite, benché in parte destinata a tornare in patria, contribuisce in ogni caso a fare innovazione e ricerca di altissimo livello nei migliori istituti dal MIT a Stanford, Yale ed Harvard o aziende (IBM, Google, realtà della Silicon Valley) potendo confidare su un sistema meritocratico relativamente premiante, dove il tentativo è valorizzato anche in caso di un primo fallimento, e su ingenti investimenti pubblici e privati come i venture capital in sostegno alle start up. Importanti risorse sono anche destinate all’High Tech ed alla copertura totale del suolo americano con internet super veloce, Google ha iniziato il cablaggio in fibra di diverse aree, consentendo velocità di 100 volte superiori rispetto alle migliori velocità medie odierne.

Se a quanto detto si associa un regime fiscale favorevole è facile capire perché molte aziende, che delocalizzarono, stiano rientrando negli USA dando vita ad un processo inverso rispetto a quello di desertificazione industriale che sta colpendo il nostro paese, in particolar modo il sud.

Permangono tuttavia situazioni alle quali gli USA dovranno porre rimedio e che sono costate figure magre all’amministrazione Obama. La riforma sanitaria “Obama Care”, minata ulteriormente nell’immagine dalle complicanze occorse nel sito internet, è motivo di scontro sia tra repubblicani e democratici sia con le grandi compagnie assicurative e le associazioni delle multinazionali farmaceutiche; la vicenda dell’ NSA, del datagate ed in generale della sicurezza, molto sentito dai cittadini disposti a cedere parte della loro privacy per standard migliori, alla quale gli USA destineranno miliardi e miliardi di dollari, negli anni venturi incanalati in buona parte verso quello che è il controllo ed il monitoraggio di internet e della rete (cybersecurity, cyberwarfare, cyber-espionage) ed alle nuovissime tecnologie applicate in ambito militare; altro punto scottante è il rapporto con la Russia che sta vedendo l’acuirsi di tensioni forti sia a livello mediatico e propagandistico (ad esempio la rappresentante USA alle Olimpiadi invernali di Sochi sarà la ex Tennista, ma anche icona dei movimenti Gay, Billie Jean King; contemporaneamente però Putin da segni di clemenza concedendo alcune grazie e mostrando segni di apertura all’omosessualità ed all’opposizione politica) sia in termini di spiegamenti di forze belliche; l’ultimo elemento, già menzionato, sono gli accordi per evitare a febbraio il fiscal cliff che, nonostante sia impensabile non vengano raggiunti, possono creare squilibri e comportare incertezze e ripercussioni economiche.

Se gli USA sapranno affrontare intelligentemente queste “minacce” ci sono buoni presupposti affinché il prossimo decennio sia caratterizzato, assieme alla continua ascesa di potenze come Cina ed India, da un importante dominio economico a stelle e strisce.

29/12/2013
Valentino Angeletti
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