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La lotta dei dati tra Governo ed istituti di statistica

Con l’ultima serie di dati del 2014 diramati dall’Istat riguardanti lo stato economico dell’Italia, l’istituto di statistica ha aperto la manopola dell’acqua gelida sulle nude spalle del Governo proprio in un momento in cui l’Esecutivo cercava di infondere la sensazione che l’inversione del trend economico negativo fosse ormai alle porte cercando tra l’altro di supportare la tesi con elementi numerici, vale a dire dati.

Il Governo aveva enumerato in 79’000 i nuovi contratti a tempo indeterminato derivanti dai primi due mesi di decontribuzione fiscale triennale per le aziende in caso di instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato (link). Dopo poco si è poi intuito e verificato che molti di essi erano trasformazioni di partite IVA, contratti precari o determinati già in essere, in seguito si è poi fatto notare come quel numero andrebbe confrontato con le cessazioni di contratto del medesimo periodo. Da ciò il risultato è stato che in gennaio e febbraio i nuovi contratti indeterminati sono stati 79’000 le cessazioni circa 40’000, dei 39’000 rimasti le trasformazioni sono state oltre il 50% andando quindi a ridurre il numero di nuovi posti di lavoro, elemento di maggiore interesse.

Effettivamente questo è avallato dai rapporti Istat che indicano una diminuzione degli occupati ed un aumento dei disoccupati e degli inattivi cioè coloro che non sono impegnati in cerca di occupazione, nonostante siano inoccupati.

La spesa pubblica secondo Ministero delle Finanze ed Istat è aumentata, portando il rapporto deficit/PIL di nuovo al limite europeo del 3% con i rischi di vedere ridurre i margini di flessibilità applicabili all’Italia e soprattutto lo scatto delle clausole di salvaguardia su IVA ed accise che sarebbero un colpo da KO ai consumi e probabilmente anche alle entrate fiscali del governo centrale ed enti territoriali, conformemente a quanto asserito dalla teoria di Laffer e dalla sua famosa curva, mai dimostrata ma sempre verificata nei fatti come una congettura matematica. Ciò va in netta contrapposizione all’obiettivo apertamente espresso dal Governo di tagliare la spesa ed i costi centrali e locali, operazione che avrebbe consentito di evitare le temibili clausole inserite nel DEF.

Le retribuzioni medie si attestano su 20’600 € per i dipendenti e 17’650 per gli imprenditori, 16’280 per i pensionati e 35’660 per i lavoratori autonomi. I livelli sono i più bassi tra i paesi “industrializzati” con un costo della vita confrontabile. Interessante è il divario tra i dipendenti e gli imprenditori in favore dei primi rispetto ai datori, il che è probabile che indichi una forte tendenza all’evasione. Le dichiarazioni dei redditi oltre 50’000 € sono il 5% del totale mentre coloro che dichiarano oltre 300’000 € sono solo 30’000. Nonostante quindi le intenzioni di redistribuzione del reddito avanzate dall’Esecutivo, tale redistribuzione (necessaria da tempo, Link) non è ancora avvenuta, anzi pare che il divario sociale stia pericolosamente aumentando andando a tendere verso una situazione in cui i super ricchi lo diventano sempre di più mentre i poveri aumentano, diventano sempre più poveri ed includono anche ex membri della classe un tempo media ed agiata ora in via di estinzione.

La pressione fiscale è salita al 48.3% con il picco oltre il 50% a fine anno. Il numero di contribuenti è diminuito di 425’000 unità di cui 334’000 lavoratori dipendenti, al contempo anche i pensionati sono diminuiti di 168’000 unità. Ciò conferma l’aumento della disoccupazione e la diminuzione dei contribuenti fa si che coloro che pagano realmente il fisco debbano accollarsi percentuali ancora superiori al 50%. Se poi si considera che l’80% della pressione fiscale ricade su dipendenti e pensionati che hanno aliquote fisse in proporzione al reddito, mediamente basso e non eludibile, ne segue che la pressione sui piccoli artigiani, partite IVA, commercianti, autonomi, imprenditori che hanno l’onesta di onorare all’erario tutto il dovuto arriva a percentuali molto superiori al 50% fino al 68-70%. Anche in tal caso il dato è in conflitto con le dichiarazioni del Governo, secondo cui, principalmente a causa degli 80€, la pressione fiscale è sensibilmente diminuita. Per l’Istat invece gli 80€ sono ascrivibili alla spesa pubblica e non una riduzione della tassazione. Inoltre anche se il bonus Irpef fosse considerato sgravio fiscale, sarebbe limitato ad una stretta platea di contribuenti, andando ad escludere nuovamente autonomi, professionisti, artigiani che rimangono coloro i quali, se onesti, pagano di più, e pure pensionati.

Ora va detto che i dati, per tutti coloro che sono abituati in qualche modo a trattarli, e siamo la maggior parte delle visto che ci confrontiamo quotidianamente con loro, da una semplice bolletta alla costatazione dell’aumento dei prezzi nel supermercato sotto casa, sono elementi incontrovertibili, oggettivi, quasi assiomatici, indiscutibili. Vi è poi la loro interpretazione che può variare. Per fare un banalissimo esempio l’aumento del costo del caffè al bar può essere imputato alla bramosia del barista oppure si può ipotizzare che il fornitore di caffè abbia aumentato il costo della materia prima e così il barista abbia optato di preservare il proprio margine accollando l’aumento sul consumatore finale. L’oggettività del dato, ossia l’aumento di prezzo della bevanda, non è in discussione, è una costate.

Quello che invece spesso accade, come in questo caso, tra il Governo e vari istituti come Istat, camere di commercio, patronati del lavoro e via dicendo, che per mestiere forniscono dati, è che si discuta la veridicità del dato stesso o delle metodologie. Cosa incomprensibile visto che si sta parlando di istituti professionali.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca diceva un saggio e vista la frequenza di letture discordanti e rilevazioni presentate in modo sospettosamente parziale sembrerebbe quasi che si voglia presentare, peraltro con eccessiva faciloneria, una situazione molto migliore di quella che è nella realtà dei fatti. Mai come ora è necessario che il Governo sia chiaro con i cittadini i quali hanno già perso la fiducia nelle istituzioni e sono ormai predisposti, non proprio a torto visti i precedenti, a pensare male. L’esecutivo non può permettersi di poter essere sospettato di voler ingannare una popolazione che finora è stata la sola a dover accollarsi il peso della crisi: questi cittadini vanno rispettati e messi di fronte alla verità, bella e brutta che sia. In caso contrario la fiducia calerà ancora e non sarà più recuperabile. Detto ciò poi l’Esecutivo non può pensare che in condizioni di pressione fiscale, occupazione, evasione simili sia possibile parlare di inizio della ripresa, siamo ancora ben lontani dalla vera ripresa nonostante congiunture macroeconomiche momentanee potenzialmente molto favorevoli. Indispensabile è dunque evitare innanzi tutto le clausole di salvaguardia, lottare l’evasione e dare il via a vere politiche per il lavoro e di redistribuzione delle ricchezze. Le vie per conseguire simili obiettivi ci sono, sono note e ripetute da tempo, sono molteplici, ma tutte necessitano di quella volontà politica fino ad ora latitante e la cui assenza ha contribuito ad aggravare lo stato di crisi già di per se drammatico per quanto il corollario globale ha imposto con violenza.

 

03/04/2015
Valentino Angeletti
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Dati ISTAT in leggero miglioramento, ma piedi per terra, rimangono ancora asfittici

Parrebbero stavolta più confortanti i dati diramati dall’Istat, ma Lucrezia Reichlin, intervistata da Repubblica, frena gli entusiasmi (un Renzian-Gufo anche lei visto che sembrava dovesse essere in lizza per il Ministero dell’Economia?):
“La ripresa c’è, ma è ancora troppo debole, non sufficiente. È una condizione quasi fisiologica dopo 4 anni recessione. Inoltre è principalmente trainata dall’export”.

Aggiungiamo anche che alcune condizioni macroeconomiche come i QE ritardatari di Draghi e la guerra sui prezzi del greggio che ne hanno affossato i prezzi sono partecipi all’alleggerimento della deflazione, all’abbassamento sotto quota 100 degli spread ed al rallentamento della dinamica ribassista sul PIL.
Gioire per una previsione del PIL a +0.1% mi ricorda molto una storica puntata dei Simpson dove Homer aveva investito in azioni e sentendo le Breaking-News, alla notizia che i suoi titoli avevano messo a segno un +3.1% egli esultò entusiasmato saltando sul divano, salvo poi la precisazione del giornalista:
“Dopo un crollo del 99%”.
A quel punto la reazione di Homer fu:
“Dho!!!!”.
Ecco, anche noi, cercando di mantenere speranza, ottimismo e propensione ad altro sacrificio, non dovremmo evitare il “Dho!!!” che, pensando a quanto in basso il vortice economico degli ultimi anni ci ha trascinato, riporta alla realtà. Una realtà dura, ma che per essere risolta va affrontata “hic et nunc”.

Per qualche ora possiamo anche consolarci, effettivamente la recessione pare tecnicamente conclusa, secondo l’Istat il PIL relativo al Q1 2015 segnerà +0.1% e l’inflazione è passata da -0.6% di gennaio a -0.2% a febbraio; i prezzi dunque sono in aumento, in particolare quelli degli ortaggi, ma anche dei trasporti, ed i beni energetici hanno rallentato la loro tendenza al ribasso; adesso è indispensabile che seguano questa lieve risalita anche i salari ed il potere d’acquisto dei consumatori. Anche la fiducia di imprese e dei privati in generale, complice la positiva elezione nel nuovo presidente Mattarella che con le sue uscite in Aereo di linea, in Freccia Rossa o a piedi sembrano segnare una discontinuità (chissà quanto appositamente studiata) con tutto ciò che è identificato come “casta” e dal quale la politica non riesce a staccarsi, è lievemente in aumento, tranne che nel settore edile, primo a risentire della crisi ed ultimo ad uscirne.

Come ricordato realisticamente dall’economista delle London Business School la situazione è ancora delicata, fragile e difficile. Se abbiamo buona memoria proprio questi aggettivi sono quelli usualmente usati da Draghi e Visco per apostrofare la situazione Europea e, più nello specifico, italiana. Ciò è legato a livello nazionale principalmente alle riforme (sulla burocrazia, sulla giustizia, sulla certezza normativa, sul fisco, sul lavoro ecc) ancora lontane da portare effetti incisivi e ad un panorama internazionale tesissimo dove l’Europa si mostra impotente ed incapace di risolvere situazioni di estrema complessità ma che la vedono coinvolta direttamente.

Negli USA il PIL del Q4 2014 è stato ritoccato al ribasso al +2.2% dal +2.6% precedente, comunque migliore rispetto alle stime degli analisti del +2%. È segno evidente di una economia, principalmente grazie agli investimenti ed alla politica economica espansiva la quale ha consentito una ripresa decisissima dei consumi interni (+4.2% ultimo dato), in grado di resiste agli scossoni del panorama internazionale difficilissimo che invece l’Europa nel complesso (e l’Italia in particolare) stenta ad affrontare efficacemente ed anzi subisce impotentemente.

In sostanza, come realizzò Homer con il suo mitico “Dho!!!” prendiamo questi dati per quelli che sono: fragili, asfittici ed ancora poco significanti. È vero che potrebbero mostrare l’inizio ancora stagnante di una lenta inversione di tendenza, ma molto probabilmente subiranno nuovi peggioramenti e poi miglioramenti e di nuovo peggioramenti come in un tracciato sismico. Non ci si può illudere, ma si deve lavorare. Non si deve infondere falso ottimismo e false aspettative ad esempio dicendo che già ora si vedono gli effetti delle riforme, ancora non è così, è troppo presto, sicuramente i risultati verranno, ma è ancora prematuro illudersi. Il Ministro Poletti in persona, asserendo che è ancora prematuro lasciarsi trasportare dagli entusiasmi, ha ridimensionato i giubili di vittoria del Premier Renzi riguardo alle assunzioni di 1000 unità a Melfi negli stabilimenti FCA (che in USA è il marchio auto più difettoso, si legge su Il Fatto Quotidiano di oggi). Già troppo l’asticella è stata innalzata e le aspettative tradite. Quindi, come si è detto tante volte in questa sede, manteniamo la consapevolezza di una difficoltà immane da affrontare e da risolvere solo ed esclusivamente pagando il pegno di tanti sacrifici ancora che si spera anche la politica vorrà affrontare. Sfruttiamo senza sprecare le congiunture propizie che pure sono presenti in un momento storico estremamente delicato e difficile come quello in corso, in sostanza remiamo verso l’obiettivo comune in sincronia consapevoli che si può raggiungere solo ed esclusivamente se tutti, mettendo da parte le prese di posizioni e gli arroccamenti ideologici e partitici, miriamo alla stessa meta aprendoci al dialogo, al confronto ed alla contaminazione intellettuale interpartitica che se portata avanti in modo sano e trasparente non può far altro che facilitare la scalata verso l’irta vetta.

28/02/2015
Valentino Angeletti
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Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia

Che la situazione italiana sia complessa dal punto di vista politico ed economico è superfluo ripeterlo per l’ennesima volta, ma ora, nonostante la tendenza a minimizzare sui dissidi politici da parte del Governo ad iniziare da Renzi e Delrio, si è arrivati ad una svolta preoccupante.

Il Governo è stato battuto nella votazione a scrutinio segreto (qui si disse che avrebbe portato questo genere di problemi) in merito ad un emendamento presentato dalla Lega. Il caos ha regnato in Senato con le proteste animate da Lega ed M5S tanto da dover sospendere la seduta a seguito di indegni episodi di urla e spinte che sono costate una presunta lussazione alla spalla per l’esponente NCD Bianconi, trasportata in ospedale. Grasso ha dovuto minacciare addirittura l’intervento dei custodi che svolgono funzione di polizia per ripristinare l’ordine. Il voto riporta alla memoria i 101 franchi tiratori del PD che “impallinarono” Prodi alle scorse elezioni del Presidente della Repubblica e che forse hanno altamente contribuito a generare le condizione al contorno per questa situazione di stallo.
Tale episodio segue l’allarme di Cottarelli sulla Spending Review (spending review LINK-30/07/14, LINK-22/01/14, LINK-15/02/14), il cui fine ultimo avrebbe dovuto essere la riduzione del carico fiscale (ai massimi mondiali in Italia) e del debito (tendente al 137%).
Il Commissario ha fatto notare in riferimento alla coperture, individuate ex ante nella revisione della spesa, di 1.6 mld € per alcuni pensionamenti nel settore pubblico a rimedio degli effetti collaterali della Legge Fornero, che se si continua spendere basandosi sulle previsione (neanche sui dati reali) della Spending Review gli obiettivi di riduzione fiscale non potranno essere raggiunti, né tanto meno quelli di riduzione del debito. Ricordiamo che il taglio e l’ottimizzazione della spesa sono giustamente un cavallo di battaglia a partire dall’Esecutivo Monti sempre confermato nei governi seguenti e che l’Europa chiede pressantemente dati certi e numeri chiari su questo spinoso tema che costa al paese circa 800 mld annui di cui 300 mld comprimibili fin da subito. Ricordiamo anche che il Commissario non ha alcuno potere esecutivo rispetto ai report ed alle azioni che propone, l’implementazione spetta alla politica declassando il commissario a consulente e proprio questo è il nodo cruciale.

Verissimo come dice il Premier Renzi che, considerando la probabile uscita di Cottarelli, la Spending Reviw si po’ fare ugualmente. Ciò vale però solo se c’è quella volontà mancata fino ad ora e non sarà un altro commissario a procurarla, ma è richiesto che i partiti si decidano e si accordino su dove agire immediatamente.
Nessun commissario, a meno di non conferirgli potere attuativo che ridurrebbe il potere della politica su decisione della politica stessa, cosa che sinceramente non si è mai vista, potrà fare più di quanto fatto da Bondi o Cottarelli, del resto ormai i capitoli di spesa da tagliare sono ben noti (aziende municipalizzate, pubbliche, centri di costo, sanità, regioni, province, politica, alcune forme di incentivi e sovvenzioni ecc) e forse la necessità di un commissario speciale non è più giustificata, serve invece la voglia di tagliare e fin da subito il che vuol dire scontentare qualcuno. Più i risparmi, quindi le somme attualmente spese, sono ingenti più si va in alto nella catena del comando e più e difficile tagliare questo ramo infetto proprio a causa della chioma di potere ed influenza che lo ricopre.

Oltre a queste vicende al confine tra politica ed economia arrivano le questioni prettamente economiche.

L’AIBE (Associazione Italiana banche Estere) ha messo in guardia dal rischio che investitori esteri possano rallentare l’acquisto dei titoli di stato italiani.

Dopo la revisione al ribasso di tutte le stime di crescita da parte di tutti gli organi (anche l’Istat ha una prospettiva di crescita “difficile” al 0.2% da confermare a breve coi dati ufficiali); dopo gli ultimi dati Istat che certificano una disoccupazione del 12.3% (in realtà in calo di 50’000 unità, ma sempre altissima) che arriva al 43.7% per i giovani, livello più alto da quando sono iniziati i rilevamenti nel 1977; dopo una inflazione (a chi piace vedere il segno positivo si può dire che si ha +0.1%….. ma di deflazione) di -0.1% a luglio rispetto a giungo e di 0.1% rispetto a luglio 2013, anche Padoan e Renzi cominciano a lanciare allarmi.

Al MEF ed al Governo affermano che la situazione è più preoccupante del previsto, che servono sacrifici e che non si avrà quel percorso virtuoso immaginato (forse più sperato). Ciò, a loro detta, sarebbe dovuto ad un acuirsi delle congiunture macroeconomiche negative che hanno ribassato le crescite in tutta Europa. L’affermazione è vera solo in parte, perché se alcuni Stati sono effettivamente in difficoltà altri, che hanno fatto quelle azioni che avrebbe dovuto fare l’Italia (e che sono più che note), vanno meglio.
Gli UK a seguito di un piano di taglio di spesa, peraltro supportato dall’azienda con sede a Milano “Bravo”, di 11 miliardi di $ includendo tagli ai lavoratori pubblici senza gravare sull’occupazione complessiva, assieme ad un piano di defiscalizzazione per le imprese, avrà una crescita, secondo l’FMI, del 3.2% nel 2014 e del 2.7% nel 2015.
Lo stesso FMI ha posto la crescita spagnola, ove il percorso di riforme è stato iniziato ben prima che in Italia, all’ 1.2% ed 1.6% per il biennio 2014/15 e lo stesso Governo di Madrid ha rivisto al rialzo le stime ponendole sempre per il 2014/15 a 1.5%-2% dai precedenti 1.2%-1.8%.
In USA l’istituto di Washington vede un +1.7%-3%, ma è dato consolidato che la crescita statunitense nel Q2 2014, messo alle spalle il rigido inverno e nonostante la prosecuzione del tapering, sia stata +4% rispetto al Q2 2013. Non è dunque vero che tutto il mondo è paese italico (poi certo, l’Argentina è in default pilotato, in Liberia c’è l’Ebola ed anche il Botswana non se la passa meglio di noi… sono soddisfazioni se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno…).

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

Complessivamente la crisi sta risultando, incrociata con gravi vicende internazionali, più drammatica del previsto, ma ciò non giustifica affatto l’incapacità di reagire o quanto meno di provare a farlo in modo concreto, determinato e condiviso da parte del nostro paese.

La situazione va precipitando da almeno 5 anni e da almeno 3 ci ripetiamo che non c’è più tempo. Sono stati istituiti Governi di emergenza, speciali per far fronte all’eccezionalità della crisi con misure Shock in grado di lasciare un segno nel breve e pianificando interventi miranti nel medio-lungo periodo che fossero strutturali, creassero nuove opportunità di crescita e rimediassero ai cronici vizi del paese.
Dissi che il processo sarebbe stato lungo, che probabilmente avrebbe richiesto 10-15 anni e sostanzialmente una generazione, quella dei 25-30 enni senza speranza di una qualità di vita superiore a quella dei padri, constatai che esistono numerosi gli italiani (operai, artigiani, imprenditori, giovani, vecchi, donne uomini) disposti a mettersi in gioco, a patto che le alte sfere mostrassero realmente la buona volontà di cambiare le cose in meglio potendo poi utilizzare l’autorevolezza dei risultati, anche in Europa.
I dati in calo forse non faranno salire oltre il 3% il rapporto deficit/PIL, ma il contenimento sarà probabilmente artificio contabile del nuovo calcolo europeo del Prodotto Interno che calcolerà retroattivamente alcune attività illegali (scandaloso che un aiuto ci venga da questa circostanza chissà quanto fortuita) e che quindi, incrementandolo in valore assoluto, pur senza influenza sulle variazioni percentuali del PIL rispetto a se stesso m/m o y/y, va a variare favorevolmente i rapporti ed i differenziali proprio come quello con il deficit.

Le soluzioni possibili a ben vedere non sono né poche né sconosciute, anzi ormai sono ben note, proprio come i capitoli di spesa della Spending Review.
Si conoscono sia in campo economico che istituzionale, le hanno presentate economisti, giornalisti (Alesina, Giavazzi, Rizzo, Stella, Sapelli, Piga, Fubini e ne dimentico tanti), costituzionalisti, persino qui sono state snocciolate più e più volte già in tempi non sospetti e quando avrebbero potuto sortire effetti benefici se implementate, anche solo parzialmente, per tempo.
Non è tanto l’individuazione delle misure la parte difficile, lo è invece la loro attuazione perché richiede volontà politica unanime, accordi, talvolta compromessi che però in un momento di urgenza si devono trovare per il bene del paese, del resto è questo il compito dei politici: il governo ottimale della Polis.

Invece no, purtroppo è un dato di fatto che molta della classe dirigente-politica, non tutta, lungi da me generalizzare, ma sufficiente a creare quella viscosità che sfocia nella conservazione o in una troppo lenta e poco incisiva azione, composta da luminari super laureati si sia mostrata e continui a mostrarsi o incapace e cieca alla realtà proseguendo coi litigi, le inezie e le perdite di tempo, forse troppo lontana dalla crisi visto il salario su cui possono contare che la porta a non sentire quell’impellenza e quella necessità di agire all’unisono come dovrebbe in emergenza per il bene del paese e per onorare la loro missione oppure colpevolmente e vigliaccamente propensa a difendere interessi di partito, di posizione, personali che la rende indegna di essere chiamata Onorevole.

Sono molto duro perché non si può continuare a constatare che non c’è tempo e poi perderne di ulteriore; che quanto fatto fino ad ora non è sufficiente e non rimediare di conseguenza; che il processo di riforme istituzionali ed economiche è da portare a termine salvo poi, rimanendo bloccati per giorni e settimane su un singolo emendamento, rimandarne continuamente le scadenze; che la situazione è peggiore del previsto quando si sapeva benissimo che si sarebbe giunti a questo punto se non si fossero fatte azioni IMMEDIATE: il processo economico non si ferma in agosto e non viene rallentato dal dissenso sulla modifica ad una legge costituzionale (c’è chi diceva “fai male a non occuparti di economia perché anche quando non te ne accorgi l’economia si occupa di te e quando te ne accorgi in genere non è piacevole”).
Sono certo, e non vorrei peccare di presunzione o sembrare saccente, che tanti di noi, giovani e meno giovani, servirebbero meglio il Paese ma non ne hanno avuto e non ne avranno mai la possibilità semplicemente e banalmente perché non del giro giusto, ma giusto per chi? Per l’Italia? Bhà!

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31/07/2014
Valentino Angeletti
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Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?

L’Istat ha diramato, in riferimento al quarto trimestre 2013, una serie di importanti dati per monitorare lo stato dell’economia del nostro paese. Il famoso rapporto deficit/PIl si attesta al 2.8% se non si considerano le operazioni di SWAP ed EDGING sui derivati a protezione del rischio, computate invece dall’Europa per l’avvio delle procedure di infrazione, che lo scorso anno sono valse lo 0.2% portando il rapporto al 3%. Rispetto al 2012 il rapporto deficit/PIL è diminuito dello 0.1%, segno dell’impegno dei successivi governi Monti, Letta, Renzi nel mantenimento della disciplina di bilancio e nel rispetto dei parametri europei.
A Bruxelles quindi i rigoristi o falchi possono stare tranquilli, fintanto che l’allentamento dei vincoli non verrà concordato, e prima o poi ciò dovrà avvenire, l’Italia, come confermato dal Premier, manterrà i patti.
L’altra faccia della medaglia è però rappresentata dalla diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie (-1.1%, dato più basso dall’inizio dei rilevamenti, il 1995), e dei consumi finali (-1.3% per giunta nel periodo delle festa natalizie). Ciò in parte spiega il calo dello 0.3% della pressione fiscale (comunque altissime al 51.5%).
Questi dati sembrerebbero in controtendenza con la bassa dinamica inflattiva (+0.7 nel quarto trimestre contro +2.1% del primo) e con la rilevazione secondo la quale i redditi sono aumentati dello 0.3% e la propensione al risparmio dell’ 1.4% (9.8% del totale).

Mentre da Bruxelles ed in particolare dalla ECB di Francoforte, benché con sempre meno convinzione, tendano a non considerare plausibile lo spettro deflattivo argomentando, e ciò è sostenuto da taluni anche per il nostro paese, che il rallentamento dell’inflazione non è dovuto al calo dei consumi; dati alla mano per l’Italia il discorso pare non valere.
La competizione che molte aziende hanno accettato, e perso, è stata sul ribasso dei prezzi dei prodotti, sul taglio dei salari e sul ricorso agli ammortizzatori sociali, che unitamente all’elevata pressione fiscale ed alla dilagante disoccupazione (arrivata al 17% se si considerano anche cassa integrati e scoraggiati), hanno letteralmente impoverito ed abbattuto, quando non azzerato, il potere d’acquisto, la propensione ai consumi ed il risparmio delle famiglie italiane che ha visto il principio di un processo di continua erosione.
Anche in un contesto, come il quarto trimestre 2013, ove gli acquisti avrebbero potuto sembrare vantaggiosi e dove si è registrato un lieve aumento del reddito, non sì ha assistito ad un incremento dei consumi, proprio perché il clima di fiducia tra i consumatori, complice anche la costante incertezza normativa, è venuto sensibilmente meno. La dinamica che si è innescata è quella di risparmiare, quando e se possibile, per fronteggiare imprevisti, come spese mediche o nuove imposte, oppure rimandare gli acquisti cercando di spuntare prezzi migliori. Questi modelli comportamentali non sono altro che la chiara evidenza dell’innescarsi dei tipici meccanismi che portano alla deflazione, avvallati anche dall’analisi dei dati ISTAT.

La ECB, sotto la pressione dell’ IFM e del Direttore Lagarde, pare stia elaborando un piano per arginare la diminuzione dei prezzi, indice di economie deboli. Illazioni parlano di un piano da 1000 miliardi di €, per QE da 80 miliardi al mese, superiori a quelli statunitensi attualmente in via di riduzione (disoccupazione giunta al 6.5% con target al 6%). Le misure fino ad ora adottate non hanno sortito effetti positivi principalmente perché il denaro immesso dall’Europa tramite gli istituti bancari non confluiva all’economia, ossia ad imprese e cittadini, sotto forma di credito, ma veniva investito in titoli di stato relativamente sicuri e ad alto reddito oppure depositato presso la stessa ECB.
Le proposte per ovviare a tali meccanismi, che nel processo di consolidamento dell’Unione Europea dovrebbero derivare da una regolamentazione bancaria chiara, trasparente e comune fino a convergere ad un vero e proprio sistema bancario unico, potrebbero essere ulteriori diminuzioni dei tassi (anche in negativo) o l’immissione diretta di liquidità bypassando le banche (come è avvenuto in USA).

Anche l’ipotesi avanzata da Yves Mersch, membro lussemburghese della ECB, di cartolarizzare i prestiti alle PMI per conferire loro la liquidità necessaria potrebbe rappresentare una buona soluzione di immissione diretta. Meno interventisti sono invece i rappresentanti dei paesi più stabili economicamente, come l’austriaco Nowotny, secondo il quale, prendendo la stima di crescita della Germania del 3% annuo, si assisterà ad una ripartenza di economia ed inflazione.
Evidente è la distorsione data dal prendere la Germania come esempio, il panorama europeo in realtà è ben differente.
Queste proposte saranno vagliate durante la riunione annuale dell”IFM in programma per questo fine settimana a Washington ed alla quale parteciperà il Ministro dell’Economia Padoan.

Dal punto di vista italiano è importante analizzare e valutare la proposta di cartolarizzazione dei prestiti delle PMI, che in Italia (ed in Europa) rappresentano un tessuto produttivo fondamentale e soffrono per il mancato credito e per il non pagamento dei debiti delle PA, ma ancor prima si deve fare in modo che l’allarme sul pericolo della deflazione e del conseguente perdurare della stagnazione economica, si faccia più grave perché per alcuni pilastri dell’economia europea lo è realmente e non si deve rischiare di agire in ritardo come avvenuto molto frequentemente negli ultimi anni.

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07/04/2014
Valentino Angeletti
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