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Piano Salva Grecia: la partita di giro dei soldi. Prestiti per pagare creditori non portano sviluppo.

Il Parlamento Greco, grazie ai voti dei partiti di opposizione, in una seduta non priva di forti tensioni e violenti scontri verbali, ha approvato il pacchetto di riforme e vincoli che consentiranno ad Atene di accedere al nuovo programma di salvataggio da 82-86 miliardi in tre anni. Molti esponenti di Syriza hanno espresso voto contrario o si sono astenuti (che equivale a voto negativo) sul pacchetto di sapvataggio e le piazze sono state animate da tumulti e vere e proprie guerriglie, che ricordano, paradossalmente, i medesimi conflitti occorsi in occasione dell’inizio della crisi economica, nell’ormai lontano 2011, solo che, teoricamente, nel 2011 si stava andando incontro al “baratro di una possibile insolvenza” adesso invece ad un salvataggio, che molti vorrebbero far coincidere, senza troppa convinzione o elementi a supporto di tale tesi, alla rinascita greca. Alla luce dei fatti, non poteva essere altrimenti perché il piano approvato è ben peggiore di quello rifiutato nel referendum, e lo stesso Tsipras, una volta scaricato Varoufakis, si è piegato alle richieste europee. La sua affermazione che le condizioni non presentano alternative (“Chiunque abbia alternative me le presenti, sarò lieto di considerarle” ha detto il Premier Ellenico) e che seppur un ricatto non può non essere accettato, lasciano il tempo che trovano perché paiono riprova che tutte le trattative intavolate fino ad ora tra istituzioni ed Atene, le settimane trascorse, il referendum, ed i denari sprecati, perché nel mentre che nulla veniva deciso i parametri greci precipitavano e la liquidità si è esaurita fino alla completa chiusura delle banche, siano stati sostanzialmente inutili. Mere illusioni per il popolo ellenico, che aveva visto in un progetto ed in un concetto europeo più che condivisibile, la speranza di poter cambiare l’UE a pro della prosperità di tutta l’Unione stessa. L’accettazione del piano da parte di Tsipras ed i sui discorsi al Parlamento, volti a spingere verso la sua approvazione anche i membri di Syriza motivando che non via sono altre vie, fanno pensare che, stanti così le cose, il Premier Ellenico avrebbe potuto accettare fin da subito le condizioni UE, se non aveva intenzione concreta di andare avanti con quella che era la strategia del “fu” Varoufakis. Era chiaro che, qualora non vi fosse stata convinzione di perseverare nelle proprie posizioni anche considerando l’epilogo peggiore, i vincitori non avrebbero potuto essere che le Istituzioni con l’arma della riapertura o meno le banche Greche.

Avevamo immediatamente sollevato dubbi sull’efficacia del piano. Esso non prevedeva alcun concreto sostegno agli investimenti, base per la ripartenza economica, che alle condizioni greche attuali non possono arrivare se non sospinti dall’esterno. Nessuna menzione a strumenti per la creazione di posti di lavoro, incentivi, misure di sostegno al reddito per fare ripartire i consumi, nessun cenno al fatto che il debito sia insostenibile e che vada ristrutturato, ma solo ed esclusivamente tagli e misure vessatorie-recessive, come ad esempio l’aumento dell’IVA (pur doverosa per certe tipologie di prodotti/servizi). A seguito, anche se a dire il vero con deciso ritardo e probabilmente dietro pressione della FED e del segretario del tesoro Jack Lew, anche l’FMI si è schierato  a favore del taglio del debito o dilazionando ulteriormente i tempi ed i tassi oppure con un vero e proprio haircut stimato del 30% (del quale la Germania di Scheauble neppure vuol sentir parlare). Le motivazioni addotte dalla FED sono contenute in un report interno. Sostanzialmente è ritenuto impossibile che la Grecia possa ridurre il proprio debito, schizzato dal 127% di inizio crisi al 177% attuale con previsione di qui a due anni di sforare la soglia del 200%; inoltre i parametri imposti dall’accordo raggiunto all’Eurogruppo di disavanzo primario sono troppo stringenti, irraggiungibili se si considera un PIL che non crescerà, contrariamente invece al debito.

Ad avvalorare ulteriormente il giudizio non lusinghiero del piano arriva ora anche un articolo de lavoce.invo (Dove andrà il denaro del bailout di Atene?). In esso, l’autore Angelo Baglioni, prova a scrutare gli ermetici documenti ufficiali trovando alcune evidenze. Innanzi tutto il piano da 82-86 miliardi dovrà  servire a “restituire i debiti della Grecia e assicurare la stabilità del suo sistema finanziario”. Parafrasando: ridare i denari ai creditori e ripatrimonializzare le banche greche. I pagamenti urgenti per Atene ammontano a 7 miliardi entro il 20 luglio e 5 miliardi entro metà agosto, e questo è un dato che pare certo, i creditori però non specificati chiaramente, ma dovrebbero essere: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, e titoli a breve termine in scadenza. Uno dei vincoli dell’accordo per consentire alla Grecia di accedere al salvataggio è la collocazione di asset per 50 miliardi in un fondo da privatizzare. Gli introiti dovrebbero essere ripartiti: 25 miliardi per rimborsare al fondo europeo Esm l’esborso per ricapitalizzare le banche greche; 12,5 miliardi per ridurre il debito greco; eventuali ulteriori introiti per 12,5 miliardi saranno usati per investimenti. Significativo è che l’ordine sia quello di priorità, si può notare che gli investimenti sono all’ultimo posto. In sostanza, conclude l’articolo, del piano da 82-86 miliardi, 23,5 miliardi andranno a restituire all’Fmi e alla Bce i loro crediti; 25 miliardi per ricapitalizzare le banche greche; 35 miliardi per investimenti nell’economia della Grecia (sempre in ordine di importanza).

Da evidenziare che gli investimenti saranno l’ultimo impegno dalla strategia di salvataggio, saranno relegati nell’ultima parte dei tre anni in cui si sviluppa il piano e probabilmente saranno parte di qualche piano già elaborato, come il “piano investimenti Juncker”, latitante da mesi.

Assai difficile immaginare che con un perverso meccanismo in cui i creditori prestano soldi alla bisognosa Grecia per rimborsare in primis i crediti che loro stessi hanno maturato da precedenti esborsi, senza intaccare uno stock di debito abnorme in relazione al PIL e senza concreti programmi di investimenti e creazione di reddito diffuso si possa conferire alla Grecia un traghettatore diverso dall’infernale Caronte.

Valentino Angeletti
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L’accordo Tsipras – Eurogruppo verso l’approvazione di Atene, ma sono sempre meno a credere nella sua efficacia

Si terrà in serata, probabilmente alle 22 ora locale, la votazione del Parlamento greco in merito al piano di riforme scaturito dall’accordo di lunedì mattina tra Tsipras e le Istituzioni UE. Man mano che il tempo passa la compagine di Syriza, che aveva sostenuto il suo leader, si sta depauperando di numerosi elementi. L’ultimo in ordine cronologico è stato il vice ministro greco delle Finanze, Nantia Valavani, che ha rassegnato le proprie dimissioni con la motivazione che il piano proposto dall’Europa a Guida tedesca non ha altro scopo che umiliare e punire la Grecia.

Nonostante un sondaggio della società Kapa per il quotidiano To Vima riveli che il 70,1% dei greci vuole che il Parlamento approvi l’accordo poiché, benché duro, pare indispensabile. Il 51,5% lo ritiene addirittura positivo.

Se confermato quanto riferito da sondaggio, viene da interrogarsi sull’esito del voto referendario che si era opposto con il 60% dei votanti ad un piano più blando rispetto a quello ora proposto. Evidentemente la paura ha fatto cambiare opinione ai votanti.

Nonostante le defezioni provenienti da Syriza, che cercheranno di osteggiare le misure, c’è da attendersi che grazie ai voti dei partiti più moderati (Nea Demokratia, Pasok, To Potami) di opposizione, il programma venga approvato, anche se Tsipras ha detto di non voler decurtare stipendi e pensioni che invece, stando all’accordo, dovrebbero essere limati (il 5% dagli stipendi pubblici ad esempio); sicuramente le Istituzioni Europee non soprassederanno su questi punti cardine dei tagli imposti. Probabilmente a valle del nulla osta Parlamentare, il Governo Tsipras, mancante della maggioranza, sarà costretto a subire un rimpasto e probabilmente con pressioni (non ufficiali) da parte della UE su che figure introdurre, coronando una più completa e pervasiva cessione di sovranità al controllo esterno, in unione al rientro della Troika, previsto anch’esso dal programma di aiuti. Dopo l’approvazione di Atene il piano dovrà passare al vaglio di altri 6 parlamenti più quello UE.

A parte il palese, scontato e manifesto rigetto da parte di molti esponenti di Syriza di tutto l’operato che ha caratterizzato l’attività del Premier Ellenico, non più riconosciuto come leader, in questa ultima settimana (nonostante circa il 58% della popolazione mantenga una opinione positiva di Alexis Tsipras) anche altre voci autorevoli gettano dubbi sul programma e sulla sua efficacia, fatto salvo nel riuscitissimo intento di impartire una severa lezione alla Grecia ed a tutti coloro che si oppongono alle politiche di austerità e di asservimento alle istituzioni egemoni. L’FMI ha ipotizzato la sua esclusione dal programma di aiuti alla Grecia, non potendo lo stato ellenico assicurare adeguate garanzie. Secondo un report dell’istituto di Washington il debito greco non è sostenibile, esso era al 127% ad inizio crisi per poi impennare con rapidità impressionate al 180% ed ora punta al 200%; i parametri sul disavanzo inoltre sono ritenuti non raggiungibili alla luce del debito e delle condizioni economiche in cui versa il paese. Per ridurre quindi il rapporto debito/PIL l’unica via è quella di una pesante ristrutturazione del debito ellenico, un haircut del 30% come lo stesso FMI aveva ipotizzato, ben oltre quanto messo sul piatto dall’Europa e ben oltre quanto l’Europa si sia detta disposta a fare.

Evidentemente non c’è fiducia nel piano e neppure che le condizioni della Grecia siano recuperabili a meno di interventi drastici, come del resto avevamo già dubitato in precedenza. Una ulteriore conferma che la vicenda si protrarrà ancora a lungo e presenterà nuovamente di conto. In aggiunta a ciò si riafferma la tendenza assolutamente non cooperativa e di mutuo auto all’interno dell’Europa a 28. Gli stati che non hanno adottato la moneta unica e che pur sono partecipi all’ESM, hanno già detto (David Cameron lo ha esplicitato in varie interviste, rivelando quale idea possa avere della BrExit) di non essere disposto a pagare i debiti greci e per manutenerla nella zona Euro. Pertanto, non essendo possibili prestiti bilaterali, il salvataggio della Grecia avverrà quasi sicuramente attraverso l’ESM, ma con una forma di tutela, ancora da definirsi, per i paesi non dell’eurozona. Decisamente una nuova manifestazione di debolezza del vecchio continente.

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Valentino Angeletti
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Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit

Si è tenuto nelle scorse ore il discorso del neo premier greco Tsipras al suo Parlamento. Il leader di Syriza ha cercato di mantenere in equilibrio una situazione sempre più in bilico tra le sue controparti rappresentate dal popolo greco attanagliato da un pesantissimo disagio sociale e dai suoi creditori, vale a dire Troika, istituzioni europee ed altri stati membri. Il popolo greco è stato rassicurato dal punto di vista del mantenimento del programma che ha consentito a Tsipras di salire al Governo. Sono state quindi confermate l’erogazione gratuita dell’elettricità per le classi meno agiate, la reintroduzione della tredicesima mensilità per i redditi più bassi, l’innalzamento a 751 € del salario minimo mensile, il blocco delle privatizzazioni e la riapertura della TV di stato chiusa da qualche mese, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati (per suo dire illegittimamente), il taglio di spesa ai Ministeri, la lotta all’evasione fiscale, la maggior spesa a sostegno del welfare e degli investimenti.

Alla Commissione UE e alle istituzioni europee, dalle quali esclude la Troika esplicitamente misconosciuta, invece Alexis Tsipras ha assicurato la volontà di rimanere nell’Euro e di rispettare i patti, ma non in questo momento poiché ora è necessario più tempo per riportare le condizioni dei greci a beneficiare di un livello minimo di agio. Il punto fondamentale da dirimere però è che la Grecia rischia di essere insolvente già dal 28 febbraio e per i prossimi appuntamenti dell’ 11 (Eurogruppo straordinario ad Atene) e del 16 (riunione Eurogruppo Bruxelles) febbraio le è richiesto un piano dettagliato sul quale discutere ufficialmente. Al momento il piano latita ed i bacini di risorse economiche individuate dal governo di Atene sarebbero i tagli ad alcuni Ministeri, alla difesa e la lotta all’evasione, tutte misure difficilmente quantificabili con precisione; la domanda cruciale sulla provenienza delle risorse per onorare il programma elettorale, senza dover ricorrere ad un prestito ponte ipotesi esclusa dal presidente dell’Eurogruppo, rimane e si fa di giorno in giorno più pressante.

Tsipras poi, forse scadendo mosso dalla ricerca di consenso in un poco utile populismo, in risposta alla fermezza di Schaeuble, ha ricordato al tedesco, quasi come fosse un obbligo farlo, le riparazioni di guerra della Germania riferendosi al 50% del debito che venne abbonato nel 1953 alla Germania Federale per i danni dovuti dalla Germania Nazista.

Altra uscita poco delicata e fuori luogo in questo frangente è stata quella dell’iperattivo Ministro delle finanze greco Varoufakis il quale, in caso di fallimento della Grecia, ha indicato l’Italia come inevitabile e successiva nazione ad andare in bancarotta. Per Varoufakis il debito italiano non è sostenibile e quindi se rigore ed austerità continueranno con la Grecia e con l’Italia, secondo la sua visione è non scongiurabile il default dei due stati e dell’Unione nel suo complesso. Il ministro italiano Padoan ha risposto decisamente seccato con un Tweet asserendo che il debito italiano è solido e sostenibile, che non vi sono problemi di solvibilità e che questi affari sono fuor delle competenza di Varoufakis.

Ovvie le rassicurazioni di Pier Carlo Padoan, ed effettivamente le parole del greco paiono assolutamente fuori luogo, così come non è realistico pensare ad una non solvibilità italiana fintanto che riesce a finanziarsi a tassi di interesse decisamente bassi. Differente invece il discorso nel caso in cui si acuisca una crisi di sistema e la speculazione si abbatta sul nostro paese. Del resto domande sulla sostenibilità intesa come possibilità di ridurre il nostro debito sono legittime (Link Ridurre il debito è oggettivamente possibile?). Lo sono perché gli interessi, ripagati ricorrendo ad altro debito, divergono e le condizioni imposte dall’UE non sono oggettivamente rispettabili nel contesto macroeconomico in atto: la disoccupazione è eccessivamente alta e le dinamiche economiche non lascino presagire un’accelerazione del PIL tale da incidere sul rapporto col debito (e col deficit). Il debito è infatti previsto in aumento (attualmente a circa 133% del PIL) per l’anno in corso e dovrebbe (ma il condizionale è obbligatorio) iniziare a discendere lentamente dal 2016. Quindi la situazione debitoria è preoccupante, al limite della procedura di infrazione europea, e si comprende l’arduo lavoro che sta facendo Padoan ed il team del MEF in Europa per scongiurare questa eventualità.

Come avevamo già avanzato in questo articolo:
“Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
molti Stati si starebbero preparando per affrontare una GrExit. Tra questi vi sarebbero l’UK il cui ministro delle Finanze Osborne lo ha pubblicamente dichiarato alla BBC e gli USA. Dagli States tuonano infatti il predecessore di Bernanke alla FED, Alan Greenspan, secondo il quale l’uscita delle Grecia dall’Euro è solo questione di tempo ed il Presidente Obama che ammonisce l’UE a non proseguire con l’austerità e far ripartire gli investimenti seguendo in sostanza il suo esempio. Per Barack Obama mantenere (colpevolmente e deliberatamente) l’approccio rigido che fin qui ha prevalso nel vecchio continente causerebbe un indebolimento europeo fino ad una possibile disgregazione dell’Unione che innescherebbe una crisi economica mondiale irreversibile, difficilmente risolvibile e che pochi sarebbero in grado di affrontare provati come sono dalle crisi ancora in corso. Per evitare il crack Greco e le possibili ripercussioni in Europa e nel mondo non sembrano improbabili soccorsi esterni ad Atene a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle Europee che potrebbero provenire dalla Russia o dalla Cina, ma anche dagli stessi Stati Uniti d’America.

Per approfondimenti: Osborne annuncia che il Regno Unito si sta preparando alla Grexit

Valentino Angeletti
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Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane

grexitL’impasse sulla situazione economica e del debito greco continua, i trattati si fanno incalzanti ed il prossimo incontro ufficiale sarà un Eurogruppo straordinario l’11 febbraio programmato dal Presidente Dijssemlbloem. Tsipras, forte della vittoria elettorale, forse credeva di avere più ampio potere negoziale, ma senza un concreto supporto di altri stati membri ed a seguito di un ammorbidimento delle sue posizioni di partenza è stato presto “domato” dalla Germania, dall’Eurogruppo e dalla Troika.
A monte delle elezioni Tsipras e Syriza non escludevano a priori un’uscita dall’Euro, GrExit, e sembravano piuttosto fermi nell’idea di rinegoziare il debito sul piano di un taglio degli interessi dal 40 al 60%, cosa ad Atene già avvenuta ma in modo concordato. Le attuali richieste di Tsipras e del suo ministro economico Varoufakis, che hanno dichiarato di misconoscere la Troka e di essere disposti a trattare solo con l’Unione, si sono assestate su una più canonica richiesta di dilazionamento temporale del debito il cui rimborso dovrebbe iniziare a breve termine nei confronti della Troika e solo a partire dal 2020 per quel che riguarda gli altri stati membri. L’allentamento delle richieste Greche, l’abbandono dell’ipotesi di uscita dall’Euro ed il riposizionamento verso una più generale ed invero condivisa propaganda per un’Europa diversa “meno austerità e più interessi ai cittadini”, hanno probabilmente spinto i falchi a declassare il livello di allarme per l’affare Grecia/Tsipras visto che la loro propaganda non è differente da quella di molte altre formazioni europee.

Anche le posizioni di alcuni paesi dell’Eurozona potenziali alleati ellenici si sono modificate, in particolare quella dell’Italia e di Renzi e della Frencia di Hollande. Il Premier italiano aveva sempre sostenuto una linea filo-mediterranea per rimettere il marenostrum al centro della politica e degli interessi economici europei, avrebbe dovuto divenire un HUB ENERGETICO ed uno SNODO cruciale per i COMMERCI con i sempre più fondamentali partners del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, inutile poi sottolinearne nuovamente la determinante posizione STRATEGICA geografica e militare. L’ingresso del PD all’interno del PSE poi aveva fatto presagire non senza elementi fondati derivanti da dichiarazioni pubbliche e con l’appoggio di Shultz, presidente del PSE, in Germania ed Hollande in Francia, alla possibilità di un’asse decisamente potente anti austerity dalla capacità di fuoco elevata, ben superiore a quella della sola Grecia, e che avrebbe potuto coinvolgere anche Madrid ed indubbiamente la stessa Atene sostenendo in sostanza le posizioni di Syriza. Questa possibilità invece è nelle ultime settimana venuta meno e Renzi ne è stato il principale rottamatore dichiarando senza mezzi termini alla stampa che non vi sarebbe stato alcun asse Mediterraneo in supporto alla Grecia, della stessa idea anche il presidente francese. Pare probabile che abbia prevalso più il timore di vedersi le potenze tedesche, della Troika e della Commissione UE contro che le linee di pensiero portate avanti fino a poche decine di giorni prima.

Le richieste che al momento sono state messe sul piatto da Atene sono piuttosto vaghe e senza un documento preciso. Riguardano il dilazionamento temporale nella restituzione del debito e la possibilità di un prestito ponte che dal 28 febbraio, termine ultimo entro il quale dovrà rimborsare la Troika per la trance di aiuti ed oltrepassato il quale rischierà di diventare insolvente, possa consentire al Governo Tsipras di arrivare a maggio e presentare un piano concreto sul quale discutere, perché al momento non esiste nulla di ufficiale e scritto elemento fondamentale per Troika, UE e tutti i creditori. Tsipras non può non rispettare quanto gli ha permesso di salire al governo, lo stato sociale greco è al collasso e le piazze già in fermento con altissimo pericolo per la tenuta e l’ordine sociale non lo tollererebbero.

Dall’altra sponda invece la fermezza e la rigidità, probabilmente rinvigorite dall’atteggiamento greco un po’ ammorbidito, la fanno da padrona e nessuno sembra disposto a concedere terreno. L’Eurogruppo col presidente Dijssemlbloem richiede un piano dettagliato da valutare entro il 16 febbraio e scarta l’ipotesi di un prestito ponte; la Germania mantiene anch’essa la sua proverbiale intransigenza e rimane indisposta ad ulteriori dilazionamenti, la Merkel ha dichiarato che di qui al 2020 Atene ha tutto il tempo per applicare le riforme e migliorare ulteriormente lo stato dei suoi conti (ipotesi assolutamente remota benche le condizioni sugli interessi siano favorevoli) potendo così passare a rimborsare i creditori e l’unico punto comune trovato nell’incontro tra il Ministro tedesco Schaeuble e quello ellenico Varoufakis è stato sul fatto di concordare di essere in disaccordo (bhè grasse risate in un momento cruciale per l’Europa); la Commisione UE con Juncker ribadisce la necessità che la Grecia tratti con la Troika; l’FMI pur scartando assolutamente la possibilità di un haircut sul debito rimane la più aperta al dialogo ed il Direttore esecutivo per la situazione Greca, il per noi noto Carlo Cottarelli, ha aperto alla possibilità di un nuovo programma di aiuti previa consegna da parte della Grecia di un concreto piano di riforme. Di certo la BCE e l’FMI per vari motivi tra cui anche un potenziale conflitto di interessi per l’istituto di Francoforte, non disdegnerebbero l’idea di abbandonare la Troika che diventerebbe un istituto esclusivamente europeo. Se tale circostanza si verificasse sarebbe un primo piccolo successo della Grecia nell’opera di demolizione delle istituzioni “pro-rigore” europee.

Mentre i negoziati vanno avanti il programma di aiuti ad Atene della Troika è stato bloccato, S&P ha declassato ulteriormente il rating greco, già Junk, portandolo a B- con outlook negativo motivandolo con le aumentate probabilità per l’ipotesi GrExit e con la sostanziale lontananza di una soluzione alla crisi; i titoli di stato greci, con rendimento per quelli a 10 anni stabilmente oltre il 10%, non sono più accettati come garanzia collaterale per i prestiti BCE. Un’ipotesi al vaglio per evitare la crisi di liquidità di Atene, sarebbe quella di emettere titoli a più breve scadenza oppure far erogare un prestito ponte dalla Banca Ellenica dietro aiuti sempre dell’istituto di Francoforte (un circolo vizioso).

Il ministro delle finanze italiano Padoan ha sostenuto che tra Grecia e Troika-UE non intercorre una partita tra avversari, ma piuttosto l’intento di trovare un percorso comune. Al momento i fatti lo smentiscono perché emergono tutti gli elementi classici del muro contro muro lontano da conclusioni fruttuose per ambedue le parti. Condivisibile invece è stata la dichiarazione sempre di Padoan secondo cui, smentendo quanto sostenuto da Draghi, Governatore BCE, questa crisi ha dimostrato che il processo “Euro” è in realtà reversibile.

La situazione rimane delicata, l’entità del debito greco non spaventa per l’ammontare, a spaventare sono le conseguenze di un precedente. Le posizioni rimangono piuttosto ferree, con Tsipras che non può tornare perdente in patria, mentre l’UE, sotto le pressioni tedesche, mantiene un’eccessiva rigidità nel timore di sembrare inconsistente e facile preda di “ricatti” anche di paesi per PIL secondari. In questo frangente il risultato è un clima di incertezza che non giova alla credibilità dell’Unione che ha già mostrato da tempo incapacità nel gestire crisi e nell’imparare dal passato, dalle esperienze che l’hanno già coinvolta direttamente così come dagli esempi esteri.

Negli USA ad esempio Obama si è nuovamente schierato in dichiarazioni pubbliche contro l’austerità rilanciando un piano di investimenti pubblici. Il Presidente statunitense è riuscito a creare posti di lavoro, benché ci siano opinioni critiche sul fatto che la maggior parte di essi siano precari e che quelli stabili siano in realtà ai minimi storici (obiezione della società Gallup), ma di contro la fiducia, i consumi e la produzione industriale sono in aumento così come i redditi che hanno supportato addirittura il settore edile, generalmente l’ultimo a sentire gli influssi benefici di una ripresa. Inoltre, benché dopo trattative estenuanti, l’accordo sul budget tra Repubblicani e Democratici per innalzare il tetto del debito USA viene annualmente trovato senza troppe rigidità sul rispetto di fissi parametri, segno di un approccio dinamico all’economia che fin qui si è dimostrato vincente.

Per l’UE il vero rischio quindi non sembra tanto quello di mostrarsi inconsistente e troppo permissiva, quanto quello, già avveratosi, di non dare l’impressione di una unione solida, ma semplicemente di singole economie divise ed accomunate artificialmente da un Euro che, senza le dovute riforme volte all’integrazione, non ha la forza legante necessaria. La sensazione è che l’eccesso di fermezza e di austerità sempre additato come elemento da superare ma mai abbandonato nemmeno temporaneamente, possano a breve realmente comportare una disgregazione dell’Unione e che l’elemento GrExit, riportato all’attenzione anche dal report S&P, possa esserne il via ufficiale. Se davvero l’intento è quello di continuare duri e puri sotto le pressioni dei falchi è bene che ogni Paese cominci a pensare ad un concreto e rapido piano per ridurre gli effetti e le conseguenze della frantumazione europea ed a cercare altri partner per affrontare la sfida globale.

Valentino Angeletti
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