Archivi tag: Debito

UE: le parole pre-elettorali che ormai sembrano andate al vento

Ricordiamo benissimo la campagna elettorale pre-elezioni europee dello scorso 25 maggio. Anche all’epoca la condizione macroeconomica non era affatto positiva e confortante, le critiche e talvolta le autocritiche nei confronti dell’approccio economico adottato da Bruxelles ed improntato esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti sembravano condivise da tutte le principali parti politiche dal PPE al PSE passando per i Liberali.

Ad aprire ad una maggiore flessibilità parevano essere anche gli stati membri compresa la Germania, che, sempre molto timidamente, sembrava essere propensa a concedere in sede europea qualche margine di manovra in più nei bilanci dei singoli paesi per appoggiare una fase che avrebbe dovuto essere improntata alla crescita. Il nuovo (probabile) Commissario uscito dagli scrutini delle urne, il lussemburghese Juncker aveva decisamente indicato la sua volontà di orientare nuovamente l’Europa verso le tre P dei padri fondatori, ossia i valori di Protezione, Pace, Prosperità e questa era l’idea di cui tutti si facevano sostenitori.
Il bisogno di ritornare alle origini, oltre che dai dati macro economici in continuo peggioramento che la disciplina di bilancio in un momento recessivo non era riuscita ad invertire, era evidente anche a causa della sempre maggior distanza tra i popoli e l’istituzione europea che appariva più matrigna che madre, tanto da fomentare numerosi movimenti anti Europa dagli importanti e diffusi consensi, in molti gravi casi improntati verso derive xenofobe e naziste.
Sembrava essere davvero la Commissione della svolta perché sulle priorità di crescita, lavoro, investimenti e politica estera la condivisione era unanime e l’intento di Juncker di stanziare 300 miliardi di € per investimenti lasciava ben sperare. Poi vi era il semestre di presidenza italiano sul quale, stando ai discorsi, avremmo dovuto far leva pesantemente.
Ora, forse anche per le lungaggini delle prassi europee che porteranno all’insediamento stabile della nuova Commissione dall’1 novembre, la situazione non pare volgere in meglio. I dati continuano ed essere non buoni ed il clima di fiducia non è migliorato.

In Italia l’FMI ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2014 a -0.2% (sarà +0.8% nel 2015), con rapporto debito/PIL in crescita a 136.7% e deficit/PIL al limite del 3%. Al prestigioso ed italiano Ateneo Luiss, il direttore esecutivo dell’istituto di Washington, l’italiano Andrea Montanino, ha dichiarato che l’Italia non può avere un futuro radioso fin tanto che le previsioni di crescita si attesteranno attorno allo 0.5%. Effettivamente, calcoli alla mano, la ripresa della domanda di lavoro, così come il rispetto dei parametri di bilancio (Debito/PIL e Deficit/PIL in particolare) potranno migliorare solamente in presenza di almeno 1.5% di crescita e simultaneo taglio del deficit e debito, supponendo invece un debito non crescente servirebbe almeno un 2.8% costante.
In Europa vi sono esempi di stati con i parametri in miglioramento, come la Spagna (PIL +1.5% 2014, +2% 2015) che hanno saputo seguire un virtuoso processo di riforme, ancora non pienamente presente in Italia, ma non va dimenticato a che prezzo per la popolazione che continua a vivere nella disoccupazione e con salari e pensioni decisamente impoveriti (LINK).
In questa fase anche la virtuosa Germania, come avevamo già previsto in più occasioni, sta iniziando ad avere ripercussioni economiche, con un calo della produzione del 4% e gli ordinativi a -5.7% (dati relativi ad agosto) era evidente che, essendo la Germania forte esportatrice (prima manifattura) in Europa, alla lunga, con il ritardo fisiologico dovuto appunto alla sua forza, gli effetti si sarebbero ripercossi anche su di loro.
Nonostante ciò, e nonostante una Francia in difficoltà che ha dichiarato che non rispetterà il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL portandolo al 4.4% per il 2014, sembra che i propositi pre-elettorali siano stati dimenticati (LINK).

La Germania, a dispetto dei brutti dati di agosto, già da tempo si è mostrata totalmente avversa alla politica monetaria di BCE  (LINK1 – LINK2LINK3) la quale sta provando ad assumere una connotazione ulteriormente espansiva, anche se non tanto quanto la FED, attraverso l’acquisto di ABS, Covered Bond ed il piano T-LTRO. I QE a mezzo di acquisto di titoli di stato benché solo ipotizzati sono già stati bocciati in toto dalla Germania, attraverso le parole del Governatore della BuBa Weidmann, che ritiene tutte le ultime misure di Draghi eccessivamente rischiose per via della difficile quantificazione del sottostante (che comunque dovrebbe essere garantito ed a basso rischio LINK).
Le proposte di Weidmann sono le solite di sempre, ossia rigore e disciplina di bilancio e, giustamente, riforme. Addirittura il Governatore si è spinto a suggerire (esulando dalle sue funzioni) alla Commissione di bocciare la legge di stabilità francese qualora presentasse un rapporto deficit/PIL al 4.4%. In realtà quanto dice Weidmann ben poco sembra rispondere alla necessità di stabilità dei prezzi ed in particolare al bisogno di riportare l’inflazione europea attorno al 2% (attualmente a 0.3% con svariati stati, tra cui l’Italia già in deflazione).
A fare eco a Weidmann, confermando il ruolo della Germania di maggior azionista sia nella BCE che nella Commissione, vi è l’attuale Commissario per gli Affari Economici e Monetari e soprattutto futuro VP per la Crescita ed Occupazione Katainen, che nella sua audizione all’Europarlamento non si sbilancia riguardo ai 300 miliardi di investimento e si limita a recitare la solita nozione secondo la quale i paesi virtuosi dovrebbero sostenere i consumi e gli investimenti, mentre i paesi più in difficoltà dovrebbero proseguire con le riforme rispettando i vincoli europei (difficile pensarlo con un PIL in calo e senza margini per investire e per creare le condizione per attrarre capitali dall’estero nel brevissimo periodo in attesa degli effetti delle riforme che arriveranno nel medio-lungo termine), non è pensabile secondo il Finlandese impostare un crescita contraendo altro debito.
Non si dilunga in ulteriori dettagli e la sua arringa è sembrata gradita al consesso europeo, differentemente dalla posizione di Moscovici che per via del suo venturo ruolo da Commissario agli Affari Economici e Monetari e per via della sua nazionalità francese potrebbe avere difficoltà (anche se personalmente non lo credo molto probabile) a farsi confermare nel ruolo.

In sostanza, pur in mezzo ad un costante deterioramento delle condizioni economiche europee, incluse quelle tedesche, e con i grandi analisti a partire da FMI (non che siano la Bibbia o che non sbaglino previsioni, ma non vi è giustificazione per perseverare con l’approccio finora adottato ed il fondo monetario lo dice da tempo LINK) che vorrebbero spronare la BCE ad adottare misure più espansive e soprattutto QE diretti, così come spingono per una politica economica europea meno germanocentrica e più flessibile, ma non flessibile all’interno dei patti che avrebbe relativamente poco senso ed efficacia, ma, limitatamente a questa fase recessiva, concretamente più permissiva e rivolta realmente a crescita ed occupazione di qualità, rivedendo se necessario i trattati europei.
Eppure, oltre agli USA esiste, ed è più prossimo geograficamente, anche l’esempio UK al quale l’Italia dovrebbe ispirarsi molto più che a quello spagnolo.
Il Regno Unito assieme ad una politica monetaria autonoma ed equilibrata è riuscito ad investire e creare un mercato del lavoro dinamico, fare le riforme necessarie e soprattutto tagliare drasticamente la spesa senza guardare in faccia a nessuno (Regina Madre inclusa) e senza impatti negativi sul lavoro pur avendo ridotto il numero dei dipendenti pubblici. Soprattutto riguardo al taglio della spesa l’Italia dovrebbe prendere spunto perché la fondamentale spending review, un tempo generatrice di tutte le coperture, è stata recentemente ridimensionata scontrandosi costantemente con una volontà politica assente quando si tratta di agire concretamente sui veri centri di spesa  a cominciare da regioni, sanità, centrali d’acquisto, previdenza, difesa ecc. La spending review si dovrebbe attestare a 5 miliardi rispetto ai 17 previsti che da soli avrebbero quasi coperto l’intera legge di stabilità; considerando quanto per l’UE la revisione sia fondamentale è prevedibile che la Commissione non tacerà su questa rettifica in sede di discussione della legge di stabilità che essendo fatta in deficit probabilmente subirà critiche nonostante il rispetto del parametro del 3%.
In Italia come in Europa le procedure e le decisioni sono sempre estremamente lente e pastose, la burocrazia impera.
I tempi necessari per l’elezione dei giudici della consulta, le aspre discussioni sulla riforma del lavoro che lasceranno un segno forse indelebile (le oscene lotte fisiche in Parlamento lo dimostrano), il numero esagerato di emendamenti presentati ad ogni proposta di riforma, così come la superficialità con la quale talvolta si affrontano temi estremamente complessi e delicati solo per poter dichiarare di avanzare senza alcun ostacolo, in alcune occasioni a scapito del risultato che, per evitare conseguenze impreviste ed effetti nulli, pur nella fretta deve essere adeguatamente ponderato. Purtroppo l’immobilismo dei decenni precedenti ci ha costretti in una condizione in cui si deve fare presto e bene e ciò non è affatto semplice.
A livello Europeo gli scontri e le continue divergenze sulla politica economica così come le tempistiche per l’insediamento della nuova commissione stanno distogliendo da ciò che realmente serve per fronteggiare i problemi di politica estera/geopolitica in cui l’UE è pesantemente coinvolta e soprattutto per impostare il percorso di crescita che tutti reclamano ma che nessuno sembra davvero capace di indirizzare. In tal scenario si inserisce il semestre italiano europeo che quasi sotto silenzio si sta concludendo.

L’impressione di uno stolto osservatore, quale io sono, potrebbe essere quella di un contesto molto fragile, politicamente frammentato e socialmente debole, che deve stare in guardia da bassissima inflazione, scarsa capacità di innovare ed attrarre investimenti se confrontato con in competitori mondiali, sistema industriale spesso arcaico, eccessivamente esposto alle banche e non in grado di auto-finanziarsi con strumenti tipo borse e venture capital come accade in USA.

Agli occhi dello stolto di cui sopra non sembra sussistere alcun mutamento nella direzione positiva che i proclami pre-elettorali facevano sperare, anzi, come un gambero, addirittura potrebbe sembrare che le condizione di alcuni importanti stati dell’UE siano arretrate con tanto di divergenze che si fanno, se possibile, più evidenti e pericolose proprio quando il tempo per agire è sempre meno.

07/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?

Ormai all’indomani della definizione della nuova commissione Europea (approfondimento CommEU: Link) sono in procinto di svolgersi a Milano le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, precedute dall’incontro informale dei Ministri dell’Economia Eco-Fi.

Per l’Italia che da presidente di turno ospita gli eventi, la due giorni è aperta da una nuova trance di dati non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato confermato dal Premier che ha collocato la crescita attorno allo 0% decimale più decimale meno. I Sindacati hanno certificato una diminuzione dei posti di lavoro in edilizia in 7 anni di ben il 50%, mentre la Commissione Europea ha registrato un ribasso del settore industriale italiano del 24.5% dal 2007. Lo spread, pur lontano dai devastanti valori del 2011/12 è tornato a salire oltre i 140 pti base, la ricchezza ed il potere d’acquisto degli italiani sono tornati indietro di 30 anni, in barba al concetto di prosperità e benessere alla base della nascita dell’Unione Europea, in ultimo l’ISTAT ha registrato un calo della produzione industriale di luglio dell’ 1% rispetto a giugno e dello 0.8% rispetto al trimestre precedente (Q3 vs Q2).

Dalla BCE, nonché dall’Europa stessa, proviene poi un monito allarmante, non solo per il contenuto, il quale non è nuovo a molti altri del passato, ma per quello che lascia presagire in merito alla volontà di mutamento della govenrance economica dell’area Euro. All’Italia, che è definita ancora troppo indietro nel processo riformatore, è intimato di proseguire con la massima urgenza nella disciplina di bilancio per arrivare al rispetto dei patti e dei vincoli europei (il fiscal compact). Tali vincoli riguardano in prima istanza il tasso di riduzione del debito, in continua crescita e proiettato al 137%, e il rapporto deficit/pil. Quest’ultimo rapporto sappiamo avere un paletto, al momento non negoziabile ma che necessariamente andrà rivisto o nei tempi e nell’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi, del 3%. Quando tempo addietro si parlava di flessibilità entro i patti, concetto invero accettato anche dai falchi nordici più rigoristi, si intendeva proprio la possibilità di arrivare, senza sforare, al 3% e questo era di fatto l’obiettivo dichiarato del nostro governo. La concessione comunque insufficiente, avrebbe consentito di liberare circa 6-7 miliardi di € per investimenti produttivi. Il Governo Renzi ed il Ministro Padoan, ribadendolo a più riprese, erano decisi e lo sono ancora, a non sforare il 3% ma andarlo a sfiorare per reperire quante più risorse possibili, indispensabili in una fase recessiva come quella in corso. Adesso il limite ribadito da BCE ed UE è tornato al 2.6%, smentendo la locuzione “flessibilità pur nel rispetto dei patti” (rimanendo invariato il vincolo del 2.6% non esisterebbe flessibilità, ma sarebbe solo un rispetto dei patti iniziali siglati a scenari ben diversi). Questo ritorno con fermezza la rigore ed al rispetto dei trattati (ci si immagina che ugual fermezza sarà applicata anche per il fiscal compact riguardante il rientro del debito/pil -Ridurre il debito è possinile?- che deve scendere a partire dal prossimo anno in 20 anni al 60%, e ciò, con un pil stagnante è sostanzialmente impossibile), lascia molti dubbi sulla reale inclinazione ad attuare un differente approccio economico, ultima spiaggia, riprendendo le parole di Juncker, affinchè l’Europa possa avere qualche speranza di risalire la china.

Il Ministro Padoan stesso ha risposto, nascondendo a fatica un po’ di amarezza, che quel paramento del 2.6% era riferito ad uno scenario economico europeo migliore, quando invece le condizioni si sono verificate oggettivamente più negative del previsto ed il fatto che tutta l’Europa stia fronteggiando situazioni problematiche è il segno evidente della necessità di discontinuità e cambiamento.

Si fa inoltre notare che se il dubbio sul rapporto deficit/pil al 2.6% permane nonostante l’adeguamento Eurostat sul calcolo del PIL che dovrebbe portare al rapporto in questione un beneficio dello 0.2%, significa che all’atto pratico non è stato rispettato, con le regole vigenti fino a qualche giorno fa, il 2.8%; analogamente, ipotesi tutt’altro che accantonata da BCE ed EU, se non si riuscisse a rispettare il 3% vorrebbe dire che effettivamente saremmo sopra il 3.2%.

Draghi, oltre alla nota sui conti italiani, ha ribadito la necessità europea di attrarre investimenti, che l’Italia non riesce ad attirare come potrebbe e dovrebbe. Giustamente, come qui più volte scritto, il Governatore ha sottolineato anche la necessità delle riforme, poiché ogni politica monetaria non può portare crescita e benefici strutturali di lungo periodo se non inserita in uno scenario di riforme volte a supportare l’economia. I piani su cui agire dovrebbero essere per l’intera Europa quello del regolatorio e quello della concessione di credito. Draghi riporta poi per il nostro paese l’esempio della Spagna, che come scritto (Lesson learnt spagnola, ma solo per le riforme), è possibile prendere limitatamente alla capacità attuativa delle riforme, ma non sotto altri aspetti che vedono lo stato iberico in condizioni non migliori dell’Italia, ad iniziare dall’occupazione.

Ormai è chiaro che un sistema creditizio basato quasi in toto sulle banche che mischiano finanza ed economia, non è in grado di fornire la giusta liquidità e nei giusti tempi all’economia ed alla produzione, è altresì necessaria una maggior diversificazione e differenti strumenti, tra cui certamente quelli che verranno messi in campo dalla BCE come TLTRO, ABS, eventualmente acquisto di debito sovrano, ma anche l’utilizzo di vincoli finanziari come Bankitalia, CDP, BEI, Mini-Bond, quotazioni in borsa facilitate ed incentivate, venture capital, tutti capaci di dare spinta in minor tempo. La diversificazione degli strumenti creditizi è fondamentale sia per una maggior gestione del rischio di crisi cicliche qualora il meccanismo erogante entrasse in difficoltà (esempio crisi dei mutui subprime oppure classico schema di prestiti e mutui), sia per andare incontro ad esigenze di tipologie di credito che la moderna economia presenta in mutate e plurime forme rispetto al passato, non più dunque solo ed esclusivamente puro e semplice cash.

La ripresa di concessione di credito potrebbe valere secondo il Governatore di Bankitalia Visco fino a 0.5% di PIL, un valore decisamente ottimistico, ma è appurato che la sua assenza non consente all’industria alcun tipo di investimento.

Dall’Europa, e per bocca del Commissario all’industria Nelli Feroci, vengono critiche al Governo Renzi sull’uso indiscriminato e non gradito a Bruxelles, del decreto legge senza una valutazione approfondita e chiara del suo impatto. Ad esempio sul tema del lavoro la ricerca della flessibilità, senz’altro utile, ha lasciato scoperto l’altrettanto importante aspetto dell’eccessiva rigidità dei salari, della giustizia (tema che con il processo telematico ha fatto passi avanti), dell’aspetto normativo e legislativo ermetico, ballerino, incomprensibile, dipendente da una pluralità di centri burocratici che spaventa letteralmente gli investitori, e di una fiscalità opprimente. Ciò è riportato nel paper europeo “Reindustrializzare l’Europa – rapporto competitività 2014”.

Il contesto necessita, e lo si ripete da tempo, di decisione risolute e rapide, tanto che il rischio di essere già irrecuperabilmente in ritardo è altissimo. Non vi sarà una rapida ripresa sia per lo scenario deflattivo in essere sia per il livello di disoccupazione raggiunto sia per le tensioni in politica estera che includono le sanzioni economiche alla Russia che hanno importanti ripercussioni su un gran numero di settori industriali di molti stati europei a cominciare da quello energetico, con le ritorsioni russe che parrebbe siano già in attuazione intermittente ai danni di Polonia, Slovenia ed Austria. Di ciò deve curarsi la nuova Commissione Europea cercando di lavorare in modo unitario, sinergico e sincronizzato, lasciando da parte i particolarismi ed i nazionalismi, puntando ad un nuovo approccio, quello probabilmente auspicato da Padoan, che sia resiliente e volto al perseguimento della prosperità, benessere, pace e protezione. Obiettivo non semplice se si guarda la conformazione della nuova commissione, eterogenea e con presenze che hanno mostrato nelle loro recenti parole connotazioni eccessivamente rigoriste e conservatrici, a cominciare da Katainen (per approfondimenti su commissione si rimanda al link1 – link-Katainen). Come già scritto il rischio è che non si giunga nei tempi necessari ad accordi che siano risolutivi e che il ritardo ed il compromesso continuino ad essere protagonisti indesiderati.

Scendendo a livello italiano lo scenario rischia di essere anche peggiore. In parte la colpa va attribuita ai centri di potere, alle tecnocrazie e burocrazie bloccanti, spesso con potere decisionale e di veto che tendono alla conservazione ed alla sopravvivenza ed in parte alle le tensioni che disperdono energie dagli obiettivi di crescita, lavoro, riforme. Esse sono molte e si notano internamente ai vari partiti (caso PD in Emilia Romagna, ma anche all’interno di FI la leadership di Berlusconi comincia ad essere velatamente messa in discussione), si notano quando arrivano i nodi di alcune riforme come quella del lavoro e dell’articolo 18, sono insite nella spending review che dovrebbe tagliare gli sprechi tra gli altri alle regioni ed alla sanità, ma evidentemente ogni centro di potere ritiene di essere efficiente e di non dover essere oggetto di tagli, si notano infine nelle votazioni per la Consulta e CSM giunta ormai alla nona tornata e che ha visto, se vogliamo clamorosamente, fallire il patto del Nazareno secondo cui avrebbero dovuto essere eletti Catricalà e Violante. Benché PD e FI assieme abbaino la maggioranza assoluta non sono riusciti a far valere il loro accordo e la conseguente squadra di magistrati, testimoniando come certi agglomerati tecnocratici e burocratici superino in forza gli stessi partiti, rendendo impossibile, talvolta giustamente e talvolta a torto, innovazioni o cambiamenti a loro non favorevoli. Se questo fatto si moltiplica per ogni decisione, riforma, processo e per ogni centro di potere esistente e per il numero di votazioni che la legislazione prevede prima di sancire l’entrata in attuazione di una riforma è ben chiaro che non è affatto possibile pensare di essere sufficientemente rapidi ed incisivi nelle azioni di governo. Fa pensare la nuova linea del Premier di velocizzare l’iter per concludere la legge elettorale “Italicum” dandole priorità rispetto alla riforma delle PA, sembrerebbe una presa d’atto che in una simile viscosità non sia possibile imprimere quell’accelerazione reclamata a gran tono da più voci a partire dal 2011. Forse si tratta davvero del primo passo verso un rischio importante, un ALL-IN per provare ad arrivare ad un adeguato livello di rapidità ed incisività  (Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14) finora non sufficienti.

12/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

“L’Europa sta vivendo uno scenario incerto e di debolezza principalmente dovuto al rischio geo-politico che monitoriamo costantemente e del quale in questa sede siamo seriamente preoccupati. A risultare più pericolosa per l’Eurozona è la tensione con la Russia a causa dalla quale si temono ripercussioni sul mercato energetico che potrebbero portare ad un incremento dei prezzi e ridurre la capacità di approvvigionamento di certi stati.

Riguardo alle figure economiche dell’Italia esse sono rese così negative dal comprovato bassissimo livello di investimenti privati dovuto fondamentalmente all’incertezza sulle riforme, alla giustizia ed alla burocrazia. Stati che hanno portato a compimento alcune importanti riforme hanno visto miglioramenti sensibili delle proprie condizioni macro economiche. L’Italia dunque si impegni nel portare a termine quelle riforme che abbiano impatto strutturale sull’economia, ancor prima che quelle istituzionali, che agiscano sul fisco e sul mercato del lavoro in modo da tornare attraente per i capitali privati.

Inoltre dovrà essere accettato di cedere in tema di riforme strutturale sovranità all’Europa”.

A parlare non è stato un rappresentate, funzionario o commissario della Comunità europea, bensì il Governatore della BCE Mario Draghi nel suo discorso a valle della riunione con il board dell’istituto di Francoforte.

Ovviamente Draghi ha parlato anche della politica monetaria questa volta senza scaldare gli animi e senza gli effetti pirotecnici che di norma i suoi annunci causano ai mercati. Ha mantenuto i tassi invariati a 0.15%, ha confermato i target inflattivi di medio periodo della BCE prossimi al 2% sostenendo che lo scenario di breve presenta e presenterà ancora una inflazione molto bassa, ma nel medio termine l’obiettivo rimane prossimo, ma inferiore, al 2% pertanto si prevedono periodi prolungati di costo del denaro basso. Proprio il basso costo del denaro, secondo il Governatore, non rappresenta un ostacolo agli investimenti in Italia, che, riagganciandoci a quanto detto sopra, deve lavorare sulle riforme strutturali economiche. Il Governatore ha poi ribadito, come al solito, la totale disponibilità della BCE ha mettere in campo misure straordinarie non convenzionali (TLTRO sono previsti per settembre stando a quanto dichiarato nei mesi scorsi, ma misure non convenzionali erano già attese per il giugno passato), incluso l’ABS (Asset Baked Securities, che prevede l’acquisto dalle banche di titoli cartoralizzati).

I mercati non hanno reagito bene e le borse hanno riscontrato un sensibile calo. Evidentemente il rischio geopolitico ed il monito sulle riforme che allo stato attuale non soddisfano il Governatore, hanno inciso più che l’annuncio, ormai consueto, di un possibile utilizzo di strumenti non convenzionali. La due giorni con l’accoppiata dato del PIL Italiano del secondo trimestre al -0.2% e discorso di Draghi, è costata a Piazza Affari 9 miliardi di € in capitalizzazione e lo spread ha toccato i 180 pti, complice anche un abbassamento del tasso dei bund.

Prescindendo dal giudizio se simili indicazioni possano essere impartite ai singoli stati dalla BCE che come mandato ha quello della stabilità dei prezzi e di mantenere bassa l’inflazione, vi sono alcuni aspetti interessanti da analizzare.

Il Premier Renzi ha letto il messaggio della BCE come una conferma della correttezza dei suoi programmi, ossia andare avanti con le riforme. Dal discorso del Governatore però emerge chiaramente che ciò che è stato fatto in Italia fino ad ora non è sufficiente (ma Renzi in tre mesi non poteva risolvere la situazione) e soprattutto che per Draghi le riforme da perseguire con la massima urgenza sono quelle strutturali con rilevante impatto economico tale da attrarre investitori: fisco, flessibilità del mercato del lavoro, burocrazia, giustizia. Non vi è nel novero ad esempio la riforma del Senato la cui prima lettura sarà presentata venerdì 8 ed alla quale ne dovranno seguire altre tre identiche, senza alcuna modifica, affinché la riforma divenga effettiva, in termini di tempo si parla di circa un anno per completare l’iter parlamentare. Il monito quindi può essere letto come un’esortazione nel proseguire le riforme, ma anche l’indicazione severa di spostare immediatamente la priorità verso l’economia.

Significativa risulta anche l’intimazione dei singoli stati a lasciare parte della sovranità in tema di riforme all’Europa. Il fatto è positivo ed esorta la stessa Bruxelles e la nuova Commissione a porsi l’obiettivo di un’Unione più cooperativa, sinergica, coesa nella quale si condividano rischi e benefici. Questa affermazione la vorrei leggere come una non troppo indiretta frecciata alla Germania che ha sempre osteggiato, proteggendo la propria posizione dominante di stato forte e virtuoso (ma anche in un certo senso egoista) relativamente immune (o meglio ultimo a risentirne) dalla crisi. Draghi ha menzionato la sovranità rispetto alle riforme strutturali in tema economico, ma una simile cessione e condivisione del rischio potrebbe e dovrebbe, se l’intenzione è quella di creare una entità europea unita e forte senza anelli deboli che vadano a minare la stabilità di tutto il continente, avvenire anche per quel che concerne un allineamento dei rischi e delle garanzie sui debiti sovrani, anche perché per stati come l’Italia o la Grecia e non solo, il rispetto del fiscal compact europeo non è sostenibile nei modi e nei termini definiti, a maggior ragione in uno scenario congiunturale di debolezza ed instabilità anche geopolitica che si protrarrà ancora a lungo. Il concetto di bond europeo sembra vincente, è stato più volte proposto in questa sede, ed ancor prima ne parlarono Prodi e Tremonti. Ovviamente, come accaduto per il processo di unificazione bancaria e per la regolamentazione dei fallimenti controllati degli istituti di credito con vari soggetti che vanno a condividere il rischio il quale dunque viene formalmente spezzettato rispetto al totale supporto statale, la Germania ha sempre osteggiato duramente questa possibilità proprio per proteggere la solidità del proprio rischio sovrano, proseguendo la tutela di quei particolarismi locali e nazionali che in una struttura forte e coesa, con interessi e valori comuni dovrebbe cadere.

La ricetta di Draghi, azzeccata, non è nulla di nuovo (è sostanzialmente quello che già si riportava qui ed in articoli precedenti), anzi ormai da tempo la si propone come soluzione; sul lato della politica monetaria invece, anche alla luce del susseguirsi degli eventi, della spirale inflattiva, della estrema forza dell’Euro e delle tensioni geopolitiche, la BCE pare troppo conservativa e statica. Già il FMI proprio per bocca della Governatrice Lagarde aveva intimato, suscitando reazioni stizzite da Francoforte che si vide invaso il proprio campo d’azione, che sarebbe stata preferibile una politica monetaria più aggressiva ed ulteriormente accomodante. Un processo che, come quello della FED o della BoJ, fosse in grado di alimentare direttamente le imprese in modo che potessero investire in attività produttive ad alto ROE e valore aggiunto seguendo esattamente l’esempio degli USA e del Giappone. Le misure utilizzate fino ad oggi sono state ridimensionate dall’intermediario bancario che ha innegabilmente portato avanti i propri interessi di profitto. Misure straordinarie e non convenzionali erano state annunciate per giugno, potrebbero essere implementate in settembre, ma ancora non sono state messe in campo. Esse potrebbero anche non essere così efficaci come si pensa (non credo) e quindi dovrebbero essere modificate richiedendo ulteriori raffinamenti in un contesto di massima urgenza. Ovviamente un processo di iniezione o QE può fungere da shock immediato di breve termine che deve essere seguito dalla raccolta dei risultati di medio-lungo periodo forniti dal processo di riforme economiche strutturali e dal piano di sviluppo e crescita che ogni paese avrebbe dovuto mettere in campo.
A parte la soddisfazione di poter dire che i paesi che hanno fatto riforme economiche, come la Spagna o gli UK, hanno visto migliorare i loro conti ed hanno riconquistato la fiducia degli investitori, la situazione macroeconomica generale continua ad avvitarsi, i consumi interni sono diffusamente in calo ed anche l’export dei due campioni manifatturieri, Italia e Germania, ha subito un calo; la crisi russa potrebbe costare lo 0.4% di PIL Europeo ed un costo dell’energia più alto senza considerare, viste le tensioni in Medio Oriente, il rischio di approvvigionamento di energia primaria; l’inflazione continua ad essere decisamente bassa circa 0.5% le ultime rilevazioni, ben lontane dal target del 2%, la deflazione ha colpito più di un’area del continente Europeo. A ciò si aggiungono le contro-sanzioni imposte da Mosca che bloccano l’importazione di alcuni prodotti alimentari (per l’Italia il costo annuale stimato oscilla tra 800 e 1000 milioni di €) e la possibilità di interdizione dello spazio di volo russo alle compagnie aeree statunitensi ed europee potrebbe rappresentare un ulteriore problema.

Alla luce di ciò ci si continua a chiedere se non fosse stato il caso di agire già tempo fa; ed ora, viste le difficoltà dell’export, i blocchi russi di alcune importazioni, la forze dell’Euro, se non fosse stato il caso di operare in modo da indebolire leggermente la moneta europea per facilitare le sportazioni.

Draghi ha menzionato il tempo e la rapidità come fattore chiave, ricalcando quanto detto da Padoan nel giorno della comunicazione del PIL italiano, ma pare che per la BCE questa fretta non valga, nonostante la natura delle misure che ha nelle proprie corde consenta un’immediata reazione economica.
Va senz’altro ribadito che una misura tipo QE diretto (o con vincoli per le banche alla distribuzione alle imprese ed all’economia reale) alle PMI non è la panacea di tutti i mali, ma serve che gli stati e l’Europa abbiano definito ed implementato strategie di sviluppo, investimento e crescita, riforme strutturale e piani industriali validi. In sostanza i soldi possono arrivare, ma vanno fatti fruttare ed investiti in modo produttivo, sintetizzando vanno saputi utilizzare (cosa che effettivamente l’Italia non sempre ha fatto nel migliore dei modi).

Politica monetaria
Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già 21/06/14
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM? 08/04/14
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti 04/04/14
Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow 19/10/13

Deflazione
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…01/04/2014
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione 28/11/14
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/14

07/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre

L’Italia è ormai avvezza ad avere occhi attenti puntati addosso, ed in questa situazione di dati macro economici poco confortanti c’è da scommettere che gli sguardi rivolti al nostro paese sono aumentati.

Quelli dell’Europa ci controllano costantemente, monitorano preoccupati con continuità l’andamento del nostro debito, il rapporto deficit PIL, il processo di riforme. Le loro verifiche sono rigorose, nel più consono stile teutonico, non a caso i nostri osservatori più puntigliosi, pignoli, per alcuni odiosamente meticolosi mentre per altri estremamente precisi e concreti, che non ci hanno risparmiato numerose bacchettate, rimproveri, avvertimenti, sono stati Olli Rehn, finnico (a fine pagina alcuni Link),  Jeroen Dijsselbloem, olandese, Van Rompuy, belga e poi i membri dei dicasteri o delle istituzioni economiche tedesche come Schauble, Ministro delle Finanze o Wiedmann, Govenatore della BundesBank; dulcis in fundo, per non farsi mancare proprio nulla, anche il Commissario agli Affari Economici e Monetari UE ad-interim Katainen (dichiarazioni a link a fondo pagina) , forse ereditando il modus operandi dal predecessore col quale condivide la nazionalità, non ha lesinato dichiarazioni, che avrebbe dovuto tacere nel momento in cui le proferì, sulla situazione economica del nostro paese e sulla sua lotta quasi personale all’utilizzo di “escamotage” (non uso casualmente un termine francese) per aggirare i tratti europei alla ricerca di più fantasia finanziaria e libertà nei bilanci. Queste figure istituzionali con le loro squadre di tecnici, ed in tal caso un simile atteggiamento non è da mettere sotto processo, non si accontentano promesse, idee, stime immaginifiche, ma vogliono dati certi, calcoli e modelli matematici, programmi chiari che presentino azioni e conseguenze in modo dettagliato, non sono soddisfatti da una bozza generica di spending review, ma vogliono i dettagli, esigono chiarimenti sul gettito per singola voce e soprattutto chiedono con insistenza di definire precisamente l’allocazione delle risorse reperite; analogamente per ogni capitolo di spesa richiedono la provenienza delle relative coperture, così come per ogni nuovo introito statale la destinazione dell’extra gettito. Come dire, tutte queste attenzioni sono il prezzo da pagare per alcuni parametri (debito) ed alcune situazioni (occupazione-fisco) decisamente negative quasi fuori controllo derivate da decenni di incapacità nel gestirle e nel porvi rimedio e per la poca stima nei nostri confronti dovuta all’immobilismo, alla gestione di grandi opere e progetti e ad anni di estrema semplicità nel promettere seguita da parimenti facilità nel disattendere.

A ciò ci eravamo ormai abituati, anche se in tanti non senza risentimento, ma ora altri occhi, che per la verità non hanno mai smesso di osservaci, forse anche in modo più direttamente interessato, approfondito ed inclusivo dei precedenti, si stanno palesando.

Mi riferisco a quelli degli investitori internazionali. Investitori industriali ed investitori finanziari, ma non speculativi, bensì quelli buoni, intenzionati a fare investimenti di lungo termine nel paese. L’attenzione di costoro, i quali nei mesi estivi sogliono rivedere le strategie per l’autunno e l’inverno a venire e che ora si trovano un panorama particolare con tante buone opportunità fuori dall’Europa, riguarda sostanzialmente due sfere, adesso molto più intrecciate dal punto di vista di un investitore che un tempo quando spesso utilizzate a pacere per giustificare determinati movimenti:

  • L’economia.
  • La Politica.

Sul lato economico quello che osservano sono ovviamente tutti i dati, nostro malgrado non confortanti, che abbiamo imparato bene a conoscere, il PIL, l’occupazione, il debito, il deficit, il rapporto deficit/PIL, fin qui nulla di nuovo. Ora però, un altro elemento subentra, ed è quello della difficoltà con cui il nostro paese sarà in grado di ripagare il debito contratto nell’anno d’oro, 2011, dello spread ad oltre 500 (venne toccato quasi il 7% di interesse). Il prossimo anno inizieranno le prime scadenze dei titoli di stato 2011 che difficilmente avranno possibilità di essere nuovamente sottoscritti, come invece accade sovente con titoli di stato dai rendimenti inferiori, questa circostanza secondo alcune stime potrebbe costare fino a 200 miliardi di €.

In questa fase storica stiamo poi assistendo ad un intreccio tra politica ed economia senza precedenti. Le attenzioni sono indirizzate ai patti ed ai trattati europei, poiché risulta evidente che stando così le cose per l’Italia è impossibile rispettare i trattati in vigore nei tempi e nelle modalità sottoscritte a meno di non raggiungere un valore di crescita del PIL costantemente nell’intorno 2.6-3% chiaramente impossibile nel breve-medio periodo. La questione europea e dei trattati da rivedere potrebbe indirizzare le scelte degli investitori. Più ancora però, alla luce della grande fiducia e stima riposta nel Premier Renzi e nei suoi ambiziosi piani che in campo finanziario è per tutti transeunta e rapidamente variabile, è la capacità di eseguire riforme che influenzino la sfera economica in modo rapido ed incisivo. Si attenzionano dunque le riforme sia istituzionali, ma quelle che consentono di giungere ad avere una normativa ed una legislazione stabili e durature, un sistema fiscale più snello e non così penalizzante rispetto ad altri stati europei, un abbattimento drastico della burocrazia, una certezza della pena, una chiarezza nella definizione degli interlocutori e degli uffici competenti per una azienda che volesse investire in Italia, che ovviamente quelle economiche, ossia la riduzione del cuneo fiscale, dell’IRAP, le politiche per facilitare l’occupazione, il sostegno ad investimenti ed innovazione con conseguente incremento di competitività e maggior creazione di valore aggiunto, lo sblocco del credito, la revisione di alcuni meccanismi come la cassa integrazione, una maggiore vicinanza tra scuola ed impresa, più rapidità nell’abbattimento del digital divide così da consentire l’accesso immediato a tutte le imprese alla banda ultra larga ed a prezzi competitivi, un sistema di tassazione sulle rendite chiaro e stabile, lotta a corruzione ed evasione e per finire un costo dell’energia inferiore.

Purtroppo agli investitori buoni non troppo importa, contrariamente all’Europa ed alla cittadini interessati alla governabilità del paese, della riforma del Senato, della legge elettorale, delle unioni civili ecc, o meglio sono collocate ad un livello di priorità inferiore. A ben pensarci andrebbero oggettivamente lavorate in parallelo alle misure economiche e non in serie, ma purtroppo esse  risultano così impegnative, delicate e motivo di conflitto serrato da richiedere molti sforzi ed energie da parte del Governo, inevitabilmente sottratte ai temi europei, dove il semestre italiano è letto dagli investitori come un’ulteriore opportunità per il nostro paese di dettare le priorità alla Commissione, ed a quelli economici.

Va sottolineato che le riforme sono la motivazione per la quale lo Spread Spagnolo si è costantemente mantenuto inferiore a quello italiano, nonostante conti, dati di bilancio ed occupazione peggiori, attestandosi attualmente circa 20 pti più in basso rispetto al differenziale italiano.

In tal contesto di alta euforia tra gli investitori, i quali continuano a considerare interessante l’Italia che offre un favorevole rapporto rischio-profitto, ogni settimana di qui a settembre è preziosa per conquistare un piazzamento nei loro portafogli o piani industriali, perché cicli di fiducia così positivi non durano in eterno ed in genere sono seguiti da pesanti storni. Come si può vedere in figura siamo proprio in uno di quei momenti critici  in cui approfittare dell’euforia e della voglia d’acquisto che potrebbe ridursi a stretto giro, magari seguendo la riduzione di QE imposta dal tepring della FED.

 

Di opportunità in passato ne abbiamo avute molte e mai capitalizzate a dovere, è assolutamente necessario impegnarsi affinché questa non vada a rimpinguare il novero delle precedenti.

Link Olli Rehn:
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/14
IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review 22/11/13
Comprensibili e giustificate ingerenze europee 18/09/13
L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone 13/09/13
Asmussen (ECB) e Rehn (Commissario EU affari economici) un po’ ovvi??? 08/05/13
Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia 02/06/14
I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama 15/02/14

Link Katainen: Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini 20/07/14

02/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia

Da Bruxelles non bocciano l’Italia e da augurarsi che sia realmente l’alba di una epoca caratterizzata da meno austerità.
Nonostante si ponga attenzione sull’ammontare del debito tendente al 135% e decisamente eccessivo per i parametri europei, che dovrà diminuire ed continuerà ad essere monitorato, viene riconosciuto l’impegno dell’italia nel rigore dei conti e nell’aver intrapreso un percorso di riforme. Viene concesso più tempo (un anno) per il pareggio di bilancio, si sottolinea la fondamentale importanza col proseguire serratamente il cammino delle riforme (dalla riduzione del cuneo fiscale alle privatizzazione ed al taglio della spesa), e viene rimarcato (non è la prima volta che ignoriamo questo suggerimento) di spostare la tassazione da lavoro, produzione e persone a proprietà, casa, patrimoni e consumi (che si spera in modo progressivo, altrimenti con l’IVA che già sussiste i consumi rischiano l’azzeramento).

Internamente dovremo impegnarci per rispettare il patto di stabilità, per ridurre ed ottimizzare la spesa, tagliare gli sprechi, privatizzare intelligentemente ed implementare misure per la crescita (che per consentire il rispetto del patto di stabilità senza insostenibile esborso, permettendo quindi più margini, dovrà attestarsi almeno attorno al 1.5%), consapevoli di avere, grazi al 40% ottenuto dal governo filo-europeo alle ultime elezione ed al venturo semestre di presidenza (senza però farci troppe illusione visto che il semestre in corso guidato dalla Grecia non ha portato particolari aperture di credito nei loro confronti, ma la loro situazione è ben diversa dalla nostra), più potere contrattuale soprattutto in merito all’applicazione delle golden rule al rapporto del 3% deficit/Pil.

Nulla di nuovo, anzi previsto (e qui c’è scritto, 16/04/2014): Molto Soft e low profile, ma la richiesta di allentamento si concretizza

02/06/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale 

Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa

Nessuna novità dall’incontro di Bruxelles tra il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e l’Estone Siim Kallas, Commissario EU ad interim per gli affari monetari (Approfondimenti: Repubblica.it, Grafico, AGI.it).

Le stime sono state sostanzialmente confermate. I principali indicatori come disoccupazione e debito si attestano rispettivamente ai valori tutt’altro che positivi, rispettivamente del 12.8% e 135.2% nel 2014 per passare nel 2015 a 12.5% e 133.9%; il PIL invece è visto in crescita dello 0,6% nel 2014 e dell’ 1,2% nel 2015, in lieve peggioramento rispetto al tasso previsto dal Governo di 0.8% nel 2014 ed 1.3% nel 2015. Invariate sono rimaste le stime sul deficit, al 2,6% nel 2014 ed al 2.2% nel 2015. L’inflazione si conferma bassa sia nell’EU (1% nel 2014 e 1,5% nel 2015) che nella zona euro (0,8% e 1,2%). 

Il vero esame per in nostro paese, cioè il pronunciamento della commissione sul DEF, che include le coperture per il decreto IRPEF ed il taglio dell’IRAP, e sul piano di spendig review, è stato rimandato al 2 giugno, dopo le elezioni europee come se fossimo in presenza di una sorta di “periodo bianco” dove si mantiene neutralità sostanzialmente su ogni fronte evitando di prendere decisioni o fare dichiarazioni di una certa rilevanza.

Il Ministro Padoan si è detto soddisfatto poiché le stime su debito (vero allarme per l’Europa) e disoccupazione erano ampiamente previste e non tengono conto degli effetti del bonus IRPEF a partire dalla busta paga di maggio (che i numeri devono ancora confermare come strutturale) e della spending review, cavallo di battaglia per questo Governo e revisione necessaria per il paese stesso. Inoltre è lievemente aumentata l’occupazione e le stime sul PIL, benché peggiorative rispetto al DEF in cui il Governo si era già definito prudenziale, lasciano trasparire una inversione di tendenza, anche se a dire il vero a livello Europeo l’Italia si colloca comunque nelle ultime posizioni.

Segnali positivi inoltre provengono sul fronte dei consumi, per la prima volta in aumento da 3 anni a questa parte, con una spesa delle famiglia in aumento dello 0.2% nel 2014, 0.5% nel 2015, 1% nel 2016. ISTAT, Censis ed anche Commissione EU sono concordi nel sostenere che gli 80 euro in busta paga si trasformeranno almeno parzialmente in consumi, in particolar modo, ed è determinante per l’efficacia della misura, se saranno strutturali. Di certo il contributo che il provvedimento da alla fiducia ed alla speranza degli italiani è di certo superiore al reale valore economico perché in molti casi pervade anche i non beneficiari che attendono le azioni in loro favore promesse dal Governo. Ovviamente il bonus IRPEF deve essere l’inizio di un lungo percorso di risanamento, qualora rimanesse una cattedrale nel destro sarebbe senza dubbio un fallimento.

Oggettivamente gli scostamenti di qualche decimale non devono indurre ad eccessivo pessimismo perché in questo momento l’importante per il nostro paese è  perseverare sulla via delle riforme, consolidare le misure fino qui adottate e proseguire con quelle in programma che nel medio lungo periodo dovrebbero essere in grado di sostenere una crescita più consistente senza la falsa illusione di un processo rapido ed indolore.

Se dal punto di vista italiano il processo riformatore deve proseguire, è indubbio che, soprattutto per poter avviare azioni in grado di avere riscontro nel breve termine, anche l’Europa deve modificare il proprio atteggiamento ed approccio ai provvedimenti economici. Evidentemente ciò potrà avvenire solo dopo le elezioni.

Le elezioni del 25 maggio ed il successivo semestre di presidenza italiano devono essere utilizzati in tal senso, per modificare le politiche europee e rendere più adatte e consone alle dinamiche flessibili e rapide che caratterizzano questa fase economica.

In particolare analizzando il nostro paese emerge che gran parte dei partiti politici, a cominciare da quelli maggiori e proseguendo con quelli più piccoli, quindi PD-PSE, M5S (dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa molto più moderato rispetto agli albori quando sosteneva l’immediata uscita), FI, NCD-PPE, Scelta EU, e persino L’altra Europa di Tsipras, convengono sull’importanza dellEuropa, ma anche sulla necessità di sostanziali modifiche non così dissimili tra loro se si leggono i macro punti principali, vale a dire; rivisitazione dei trattati e del fiscal compact; più condivisione di rischi e benefici (Eurobond ad esempio) tra i vari stati membri in modo che non vi siano Stati palesemente avvantaggiati e Stati oltremodo penalizzati; più vicinanza alle imprese ed al sistema produttivo con meccanismi a sostegno del credito fino ad ora non sufficientemente garantito dalle banche; meno dipendenza dalla finanza e rivisitazione del sistema bancario; politica monetaria della ECB che consenta l’erogazione di denaro direttamente alle imprese. Con dettagli differenti, le parti politiche, stando alle dichiarazioni, sembrerebbero disposte a trattare su questi punti con l’obiettivo di giungere ad una Europa differente, meno rigorista ed austera principalmente nei periodi di recessione e più vicina alle persone, ai lavoratori ed alle imprese, in ultima summa, meno istituzionale e burocratica e più cooperativa ed umana.

Considerando la gravità della situazione che vede l’Unione in grande difficoltà rispetto alle potenze mondiali e che, nonostante sia potenzialmente la prima economia mondiale, non riesce a competere con i livelli di crescita di Cina ed Usa, solo per fare due esempi. Sarebbe auspicabile dunque che dopo il 25 maggio in Italia ed in Europa si riesca ad adottare una linea comune e condivisa, che accompagni almeno fino ad un consolidamento stabile della ripresa economica, che allo stato attuale rimane oggettivamente fragile, con differenze grandi da paese a paese, e non in grado di reggere importanti variabili esterne come potrebbe essere la crisi Ucraina e le conseguenze energetiche, geo-politiche e militari che potrebbe avere.

Se non vi sarà la capacità di convergere con convinzione verso un obiettivo sostanzialmente condiviso, quello dell’Europa dei Popoli, allora ben poco potrà essere fatto per scongiurare un definitivo fallimento.

Link Correlati:
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?
Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato
Renzi al Qurinale. Il processo riformatore che deve coinvolgere l’Italia e l’Europa
Ridurre il debito è oggettivamente possibile?
L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima

Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/2014

Verso l’Europa dei popoli 18/08/2013

Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo 20/03/2014

Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/2013

Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 04/05/2013

 

05/05/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale 

Ridurre il debito è oggettivamente possibile?

Risulta ancora in aumento il debito italiano, grande fardello che costa le attenzioni strettissime delle istituzioni europee nonostante il diligente mantenimento del rapporto deficit/PIL al 3% . Non è ad esempio lo stesso per la Francia che ha raggiunto il 3.8% di deficit/PIL, ma con un debito che si attesta poco sopra il 92% del PIL stesso.

Lo stock di debito raggiunto dall’Italia è del 132.6% rispetto al PIL ed in termini assoluti vale circa 2’107 miliardi di €.

A costare veramente tanto è la necessità di dover pagare gli interessi sul debito stesso, i quali si attestano attorno a 90 miliardi all’anno, rifinanziati in parte a mezzo di altro debito tramite l’emissione di bond. Verissimo è che col diminuire dello spread, in questo periodo ai minimi da svariati anni, gli interessi diminuiscono, ma supponendo anche di pagare 70 miliardi di interessi, risparmiando ben 20 miliardi in un anno, il “bulk” di interessi monstre rimane.

Il vincolo del fiscal compact firmato in Europa obbliga di riportare in 20 anni il rapporto debito/PIL entro il 60%, riducendo di un ventesimo l’eccedenza rispetto al 60%. Tale meccanismo non impone automaticamente la riduzione del debito che potrebbe essere evitata (addirittura il debito potrebbe anche crescere) qualora il PIL crescesse ad un tasso superiore rispetto al debito. Anche supponendo di riuscire a mantenere il debito al livello attuale si dovrebbero registrare crescite costanti attorno a circa il 2-3% (calcolo spannometrico).  Evidentemente una crescita simile del PIL sarebbe una previsione ottimistica anche in condizioni macroeconomiche favorevoli, decisamente fuori d’ogni probabilità in quelle in essere.

Come ridurre allora l’immane stock di debito? La risposta è tremendamente difficile e lascia aperte molte questioni irrisolte nel nostro paese, che ha comunque bisogno di reperire risorse, sempre di difficilissima copertura, da distribuirsi su diversi fronti inclusa la necessità di investimenti per favorire consumi, lavoro e crescita in generale che in fasi recessive può essere innescata, perlomeno nella sua fase iniziale, solo da spesa pubblica, provenga essa da nuovo debito o da ottimizzazione delle spese già in essere.

Le privatizzazioni, in certi casi necessarie se ben fatte ed accompagnate da precisi piani industriali, servono più alla competitività, all’innovazione ed alla crescita delle aziende, ai consumatori che potranno godere di maggiore concorrenza, al mercato in generale che non alla riduzione del debito nei confronti del quale le cifre in gioco, anche supponendo che vengano in toto destinate a tal scopo, rappresentano ben poca cosa e costituiscono un provvedimento “una tantum”.

Le uniche misure che sembrano poter dare un contributo strutturale significativo stando alle stime dei loro valori complessivi sono la riduzione e l’ottimizzazione della spesa pubblica, gestione profittevole degli immobili e dei patrimoni statali, lotta all’evasione ed all’elusione fiscale e totale intolleranza nei confronti della corruzione.

Queste misure però necessitano di tempo per entrare a regime e molto impegno e determinazione, compresa la lotta alle burocrazie e tecnocrazie interessate nel caso dei tagli alla spesa pubblica, inasprimento di pene e sanzioni nei casi di reato fiscale e di corruzione e collaborazione ed armonizzazione a livello europeo per disincentivare pratiche elusive (che se sono dannose per alcuni bilanci sono la manna per altri) e per facilitare la lotta all’evasione tramite maggior trasparenza bancaria e più fluidità nella trasmissione dei dati tra i vari istituti.

Sicuramente quand’anche simile misure saranno implementate nel migliore dei modi la lotta al debito sarà ostica e non potrà comunque prescindere da un tasso di crescita del PIL decisamente superiore rispetto ai livelli attuali.

23/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti

Due dei temi trattati all’Ecofin ed all’Eurogruppo appena conclusi sono stati la lenta crescita che contraddistingue l’Eurozona, con tutte le differenze del caso, la debolezza dell’inflazione prevista all’1% per il 2014 ed all’1.5% per il 2015, ancora non tale da provocare palesi dichiarazioni, ma, ben sotto il target del 2%, è senza dubbio un problema sul quale da tempo in privato, i vertici della Commissione Europea e della ECB stanno ponderando, e l’alto livello di disoccupazione che secondo il Governatore Draghi rischia di superare quel punto di non ritorno ipotetico oltre il quale diviene strutturale ed ingestibile.

Sul piano della politica monetaria la ECB ha deciso di non abbassare i tassi di interesse, mantenendoli allo 0.25%, ma si è detta al contempo disponibile ad utilizzare tutti i mezzi, anche non convenzionali, per scongiurare ogni rischio di deflazione e per agevolare credito e ripresa, che tradotto, non potendo la ECB coniare, sta a significare acquisto di titoli di stato e conseguente avvio del processo OMT parte dell’ESM. A tal proposito un giornale tedesco parla di un piano che starebbe simulando l’acquisto da parte della ECB di 1000 miliardi di € complessivi in titoli di stato dei paesi in difficoltà per poter immettere circa 80 miliardi di € al mese nel “sistema”. Un QE molto simile per valore a quello statunitense il quale potrebbe essere sulla via di un’ulteriore diminuzione visto che il target sulla disoccupazione al 6.5% fissato dalla FED e dalla Yellen sta per essere raggiunto (l’ultimo dato attesta la disoccupazione USA al 6.7%).

Il Ministro dell’Economia Padoan, parlando sempre dall’Econfin, dove come al solito è stato sottolineato come l’Italia deve continuare a rispettare i patti, ha voluto rassicurare le istituzioni confermando l’impegno del nostro paese, ma avanzando anche la sensata ipotesi (qui più volte ribadita) di poter avere qualche concessione in termini di tempo pur mantenendo invariate le soglie economiche imposte da Bruxelles (e dai Governi italiani controfirmate).

Due buone notizie alle quali i mercati hanno reagito immediatamente in modo positivo, ma quanto e quando realizzabili?
Le misure non convenzionali sono state spesso annunciate dall’ECB, ricordiamo il “Bazooka” di Draghi e ricordiamo, senza andare nel passato remoto, che già all’insediamento del Governo Letta la ECB dichiarò che avrebbe utilizzato qualsiasi tipo di contromisura per preservare l’Euro ed arginare la speculazione sui debiti sovrani. Da allora (e dalla sua nascita), quasi che si ritenesse sufficiente l’effetto annuncio, l’OMT  non è mai stato messo in campo, osteggiato dalla Germania che, dubitandone la costituzionalità, arrivò ad appellarsi alla corte di Karlsruhe. Gli eventuali QE, seguendo l’esempio USA e fino a che non vi sarà una reale unificazione europea nella regolamentazione e nel controllo bancario ed un sistema finalmente stabile e ripulito negli allegri bilanci (a cominciare dai colossi bancari tedeschi Commerzbank e Deutsche Bank proseguendo con le più piccole LadersBank), non dovrebbero essere fatti transitare attraverso le banche, a meno di imporre e verificare la reale concessione di credito ed impedire gli investimenti in titoli e/o i depositi overnight, ma iniettati direttamente nel sistema economico. A dispetto della forza delle parole la ECB avrebbe anche potuto scegliere di ridurre ulteriormente i tassi e portare in negativo il tasso sui depositi presso la Banca Centrale in modo da disincentivare questa pratica in favore del credito alle famiglie ed alle imprese.

Riguardo alle parole di Padoan, che a mio avviso dovrebbe seriamente considerare un’asse con la Francia, lasciano ben sperare in merito alle intenzione del Governo Renzi sull’impostazione che vorrà dare alla propria politica politica europea, ma senza l’oggettiva evidenza di riforme fino ad ora mai realizzate dai Governi precedenti, un piano chiaro di spending review e senza alleati forti a farci da spalla durante il nostro semestre di presidenza, a cominciare dal PSE di Schulz e dalla stessa Francia, è assai arduo che Germania, Olanda, Olli Rehn, Jeroen Dijsselbloem modificheranno il loro approccio, adducendo, come ormai consueto ed oggettivamente inopinabile, il livello del debito al 134% come motivazione; debito che, considerando gli altri parametri economici e di bilancio dell’Italia, è stato definito “gestibile” dalla OCSE.
Certamente due promettenti ed interessanti ipotesi: politica monetaria non convenzionale e rivendicazioni più forti in Europa. Rimane da attendere che vengano messe in pratica fattivamente.

Ti interessa anche:
Deflazione: da spettro a rischio
Electrolux, sintomo primordiale di deflazione

03/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Cosa dovrà chiedere Renzi alla Merkel?

Un weekend ed un inizio settimana decisamente impegnativi per il Premier Matteo Renzi. In queste ore si trova all’Eliseo ricevuto da Hollande, poi lunedì sarà la volta della Merkel assieme al Presidente di Confindustria Squinzi ed una ristretta delegazione di imprenditori.

Matteo dopo la presentazione del suo piano di intervento in Italia, tra la condivisione di buona parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche e le obiezioni critiche principalmente ad opera di alcune frange PD e del M5S, ha riscosso approvazione da parte della Cancelleria tedesca. Il FT invece si è mostrato più scettico sulla capacità di Renzi di trovare le adeguate copertura, a dire il vero dopo che un editoriale dei giorni scorsi spezzava più di una lancia in favore dell’ex sindaco di Firenze. E’ evidente che sia per i contenuti che per i modi di presentarsi, a volte un po’ irriverenti e guasconi, il personaggio stia attirando su di se molte attenzioni e sembri  quasi “border line”: o lo si apprezza o non ci si riesce proprio.

Questo doppio passaggio europeo di Renzi, che nel frattempo ha disdetto un viaggio in Cina presso potenziali investitori organizzato da Letta per concentrarsi (al momento giustamente) sulle vicende interne ed europee, è importantissimo.
Renzi dovrà essere in grado di attirare nell’orbita italiana la Francia di Hollande, facendole capire che la situazione dei due paesi è molto simile e solo una partenza da una miglior situazione dei francesi ha fatto si che potessero resistere meglio all’onda d’urto della crisi, ma un eventuale protrarsi di questa condizione potrebbe essere fatale ad ambedue i paesi, dove per giunta il fronte anti-europeo è molto forte (dominato in Francia da Le Pen, mentre in Italia è più trasversale e meno organizzato). Il potere contrattuale di un’asse franco-italo (spagnola) sarebbe enorme e probabilmente non passerebbe inascoltato neppure dalla Germania, da Bruxelles e dalle economia del nord, che pure hanno rallentato, a cominciare dall’Olanda.

Dopo la Francia, ove il compito è vitale per spostare un poco il baricentro europeo ma sulla carta più semplice, sarà la volta dello scoglio tedesco. Alla Merkel, e di rimbalzo all’Europa, facendo leva sul supporto francese, su quello dell’SPD di Schulz che ora dovrebbe essere messo alla prova dei fatti, e sulla presidenza italiana del prossimo semestre europeo, si dovrebbe chiedere di cambiare rotta abbandonando quella politica di austerità che tutti non ritengono sostenibile e che i fatti lo hanno dimostrato da tempo, lo dimostrarono in verità fin dall’inizio. L’esempio degli USA che con la loro politica espansiva e la rivoluzione energetica stanno uscendo dalla crisi e puntando al 6% di disoccupazione, le analisi di grandi economisti e finanzieri-speculatori come Soros e Buffet, le previsioni molto caute rispetto al continente europeo dei principali outlook economici, i fatti e le condizioni in cui sono stati ridotti alcuni stati europei, dovrebbero far venire più di un dubbio alla Commissione EU.

Il compito non è dei più facili perché sull’Italia pesa il fardello del debito, ancora in aumento a Gennaio ed ormai in prossimità del 133.6%, la lenta crescita (o meglio stagnazione) stimata da Ficth a 0.6% per il 2014, 1% per il 2015, il persistere di consumi mai così bassi e la disoccupazione che crescerà anche nel 2014 così come l’incapacità di riformare in modo rapido e risoluto degli scorsi Esecutivi, sono argomenti oggettivi che possono essere utilizzate contro Renzi. Inoltre il piano del Premier Matteo suscita in Europa più di un dubbio poiché la destinazione dei proventi della spending review dovrebbe essere l’abbattimento del debito e non il taglio delle tasse e del cuneo fiscale, così come non sembra condivisa l’ipoteso di un aumento del deficit pur rispettando il vincolo del 3%. Difficilmente, se la linea si manterrà quella attuale, ambedue le concessioni potranno avere approvazione.

Il Premier dovrà puntare su alcuni elementi non obiettabili. Il primo è che l’Italia si è oggettivamente impegnata e sacrificata per rispettare i vincoli fino ad ora imposti gravando pesantemente sui cittadini e non vorrebbe proseguire in questa direzione alimentando populismi e sentimento anti-europeo; un italiano su tre vorrebbe tornare alla lira, ma i giovani, il futuro e la nuova classe dirigente, sono in prevalenza favorevoli all’Europa, sanno, in particolare quelli più istruiti, che l’Europa è un’opportunità da cogliere ed una ricchezza, ma di contro sono convinti che a breve la politica dell’Eurozona non cambierà, facendo dell’Unione più un elemento vessatorio e tecnocratico che una reale fonte di arricchimento, cooperazione e contaminazione economico culturale per far fronte agli standard di competitività sempre più elevati che la globalizzazione ci impone. Questa linfa vitale delle nuove generazioni deve essere alimentata con speranza e prospettive.
Il secondo elemento è che senza una Unione reale ed una condivisione di rischi e benefici (ad esempio Eurobond, mercato unico dell’energia, allineamento del fisco, della tassazione, del costo del lavoro ecc) anche la Germania ne uscirà col tempo sempre più indebolita e non sarà in grado da sola a competere con economie che comunque corrono ben più di lei.
Il terzo punto, estremamente importante, è insistere sulla possibilità di sforare temporaneamente il tetto del 3%, ricordando alla Merkel che anche la Germania non è in regola avendo consumi interni troppo bassi ed una export oltre il 6% (limite imposto dall’EU) sull’import, del resto più tempo è stato concesso alla Francia ed all’Olanda. Renzi però dovrà mettere sul piatto promesse molto importanti e difficili: ridurre tutte le procedure di infrazione già in essere, o in fase di applicazione, nei confronti del nostro paese; presentare un piano di investimenti di medio termine ai quali sarà destinata la somma eccedente al 2.6% (ed in prospettiva 3%) che sia chiaramente elemento di sviluppo ed occupazione, che porti col tempo il PIL a crescere più di quanto è stato investito, un vero piano industriale e di innovazione per il sistema paese; dovrà proporre la spesa oltre il 2.6%-3% (così come quella dei fondi europei che non riusciamo ad impiegare) sia soggetta a stretto controllo da parte di organismi europei, una sorta di Troika, che monitori costantemente avanzamento del progetto e così, in modo da non ricadere nel vizio italico dello sperpero dei denari che fanno lievitare i costi di qualsiasi opera; dovrà partire celermente ad applicare tutto il piano di riforme che l’Europa avrebbe già voluto veder realizzate, dalla lotta all’evasione e corruzione alle riforme del mercato del lavoro, dall’abbassamento delle tasse su persone e lavoro alle riforme costituzionali, al pagamento tempestivo dei debiti delle PA, alla riforma e digitalizzazione della burocrazia che ingessa da anni un sistema difendendo particolarismi e centri di potere; infine puntare al taglio di spesa presentando finalmente a Bruxelles quel piano di spending review già in ritardo.
In particolare sugli ultimi due punti, non tanto Matteo, quanto l’intero paese dovrebbe “metterci umilmente la faccia”.
A valle di ciò poi l’Unione dovrà convincersi ad intraprendere con convinzione lei stessa quel percorso riformatore con l’obiettivo di giungere davvero ad una entità economico-politico-sociale unica ove regna la cooperazione e la collaborazione e che se inizialmente può sembrare più vantaggiosa per coloro che ne sono stati fin qui penalizzati e più svantaggiosa per chi più ne ha goduto, alla lunga porterà non solo benefici per tutti, ma sarà l’unica possibilità per il vecchio continente di rimanere un importante attore dello scacchiere mondiale.

Articoli correlati:

15/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Bacchettate Europee: una dura sfida

Bacchettate dall’Europa all’Italia, titolano molti giornali. Effettivamente i richiami al nostro paese proferiti da Olli Rehn sono pesanti ed insistenti, ma ciò non implica che siano fuori luogo. Le premesse al breve ragionamento che affronteremo sono due, la prima ed ovvia è che il Governo Renzi è sostanzialmente incolpevole per questi richiami vista la sua giovinezza, la seconda, ancora più ovvia, è che al doveroso e profondo “mea culpa” che deve fare l’Italia, o meglio la linea politica che i governi passati hanno deciso di intraprendere, si deve affiancare un altrettanto profondo “mea culpa” dell’Unione, che, dopo aver deciso di adottare fin dall’inizio un approccio ferreo, austero e dalla dubbia efficacia in periodi di forte recessione, ha perseverato non modificando la propria impostazione e rimanendo assoggettata alle richieste ed alle linee di azione tedesche principalmente, ma in generale di tutto il virtuoso nord Europa che in ultimo ha iniziato pian piano a saggiare qualche segnale di crisi. Ciò detto la situazione del nostro paese è difficilissima, il PIL è tornato ai livelli del 2000 segnando nel 2012 -2.4% e nel 2013 -1.9% contro una previsione di -1.7%. Il debito pubblico ha raggiunto il record senza precedenti del 132.6%, la disoccupazione tra il 42 ed il 43% e quella giovanile oltre il 12 e punta al 13 nell’anno in corso, con picchi rispettivamente di oltre il 50% ed il 25% a seconda delle regioni geografiche e del genere (le donne del sud sono le più svantaggiate). Numero spaventosamente da record è anche quello delle aziende che ogni anno falliscono. Vero è che lo spread è attualmente sotto 180 pti base, ma i meccanismi che regolano la finanza, nel bene e nel male sono solo marginalmente legati alla realtà economica e politica. La stabilità di un paese affinché i mercati siano positivi è necessaria ma non sufficiente quindi, è corretto compiacersi di un basso spread (in ogni caso poco più alto di quello spagnolo) e quindi di minori interessi, ma non può essere l’unico parametro (i mercati e la finanza sono in un periodo particolare: Link).

A fronte di dati macroeconomici paurosi non sono state prese le contromisure necessarie in grado di apportare qualche risultato immediato e soprattutto indirizzare il futuro verso una rotta più promettente, ma l’inviluppamento ha continuato e probabilmente continuerà ancora perché il tempo, ed in tal caso il ritardo accumulato, è un fattore imprescindibile e non recuperabile. I consumi sono costantemente in calo, il potere d’acquisto anche, la sofferenza delle famiglie, così come il numero di indigenti che rinunciano a cure mediche e risparmiano sull’alimentazione in continuo aumento. L’occupazione non ha subito miglioramenti, la burocrazia non è stata ridotta , l’evasione rappresenta un pesantissimo fardello e la pressione fiscale sul lavoro e sulle persone è superiore a quella degli stati nordici, ove il livello dei servizi ed il welfare è eccelso. Ogni necessità di copertura più o meno imprevista come la CIG (che dovrà essere ripensata affinché sia sostenibile), la scuola, la ricerca ecc hanno necessitato di coperture non presenti, tanto da ricorrere alle solite clausole di salvaguardia, come accise o aumenti su bollette. La spesa pubblica è elevatissima e non è stata ridotta nonostante i tentativi dichiarati. La strategia di alcune aziende in difficoltà è stata quella di competere sui prezzi tagliando stipendi o addirittura licenziando e ricorrendo gli ammortizzatori sociali andando così ad alimentare un circolo vizioso, preludio di deflazione della quale in contesti europei non si ha più così paura di parlare, anche se solo in termini “spettro” (Link Elettrolux).

I privilegi sono stati intaccati minimamente e la ridistribuzione della ricchezza non è avvenuta, anzi l’indici GINI continua a crescere, facendo dell’Italia uno dei paesi più diseguali in assoluto (dietro solo ad Usa ed UK) e dove il 10% della popolazione detiene il 49% della ricchezza complessiva che ammonta a circa 8’000 miliardi di Euro.

Le riforme, anche quelle più storicamente urgenti non sono state fatte e si sono trascinate, col rischio che in ultimo, agendo di fretta, si abbozzino soluzioni posticce. La tassazione non è stata spostata dal lavoro, dalle persone e dalle imprese verso i consumi ed i patrimoni, come richiesto da Bruxelles. Non siamo in grado di impiegare i fondi strutturali europei, siamo primi per procedure di infrazione, le PA non riescono a pagare tempestivamente i propri debiti, non abbiamo presentato in tempo il piano di spending review che dovrebbe essere quasi una panacea di tutti i mali e pare infine che anche l’ EXPO2015 sia in ritardo e necessiti di ulteriori fondi. Inevitabilmente tali fattori contribuiscono a far si che a Bruxelles preferiscano prendere con le molle ogni nostro proposito.

La competitività delle aziende italiane, principalmente per il costo del lavoro e dell’energia è in fondo alla classifica europea così come quella dell’innovazione essendo assenti investimenti proprio per mancanza di liquidità nelle imprese ed il poco credito che le banche concedono va a coprire le spese correnti. L’unico settore che va mediamente bene sono le esportazioni, ma non riusciamo ancora a sfruttare tutto il potenziale in termini ad esempio di turismo, arte, made in Italy, lusso, manifattura di precisione e via dicendo.

Gli ultimi Governi non possono essere esenti da colpe, non hanno saputo apportare soluzioni, anche politicamente forti ed in contrasto con alcuni partiti, privilegiando soluzioni estemporanee ed i cui effetti sarebbero svaniti quasi immediatamente. Lo stesso dicasi per i rapporti di forza che, si prenda ad esempio il caso IMU, sono stati animati più da attriti ed interessi particolari che da cooperazione per il bene del paese. Va poi sottolineato che molto dell’impegno degli Esecutivi è stato rivolto, ed in tal senso siamo stati virtuosi, a rispettare i parametri ed i vincoli imposti dall’Europa, ma precedentemente votati dagli scorsi Governi, senza cercare di rinegoziarli almeno un minimo, anche solo in termini di più tempo. Del resto non sarebbe stato semplice poiché la risposta sarebbe probabilmente stata di agire e riformare internamente e solo dopo pensare a qualche concessione.

Ieri dunque l’Europa, a dire il vero senza sorprese, ha ribadito la lentezza italiana nell’attuare le riforme e l’eccessivo squilibrio tra debito ai massimi storici e crescita del PIL ai minimi dal 2000. In questa classifica siamo ultimi assieme a Croazia e Slovenia che sono new entry in Europa e non certo un membro fondatore come invece lo è il nostro paese. Come se non bastasse la legge di stabilità per il 2014 non è stata ritenuta sufficiente. Moniti sono stati rivolti anche a Germania per l’eccessivo surplus commerciale (+6%) indice che i consumi interni sono troppo bassi rispetto alle esportazioni ed alla Francia, che vive una situazione economico e politica non semplice (forte ascesa degli anti-europeisti di Le Pen), ma con un debito ed una situazione generale pre crisi molto migliore della nostra. Hanno passato l’esame, applicando le riforme suggerite, la Grecia, il Portogallo (commissariate dalla Troika) e la Spagna (El Pais ha titolato che la nuova malata d’Europa e l’Italia); sinceramente non so quanto convenga essere promossi ma aver vissuto e vivere contesti sociali come Grecia e Portogallo dove gli stipendi e le pensioni sono state decurtate pesantemente e la gente ha già oltrepassato l’orlo della fame.

Oltre alla legge elettorale ed alle scuole il vero compito del Governo Renzi sarà quello di lavorare tantissimo in Europa, dimostrare di essere in grado di recepire le loro linee guida in modo rapido ed incisivo prendendo decisioni politiche e non di compromesso, accollandosi il rischio di scontentare qualche fazione, stringersi al PSE ed in particolare all’SPD di Schulz in modo da poter esercitare pressioni anche sulla Germania che forse sono ancora più pesanti che quelle dirette a Bruxelles. Per fare ciò deve impegnarsi di fino e sottilmente, intessere importanti rapporti oltralpe, rinnovare radicalmente la classe dirigente, innestando, a fianco dei competenti e di coloro che hanno lavorato bene, persone provenienti dalla società civile e da ogni estrazione sociale, in modo da dare il segnale che la meritocrazia esiste, ricreare i sogni e le ambizioni delle persone ormai disilluse, ricreare il concetto del self made man e di scalata sociale che è colei che anima, assieme ad una leggera disuguaglianza, la crescita. Dovrà sfruttare e convogliare quell’energia e quelle potenzialità presenti in tanti giovani e meno giovani di cui il nostro paese è pieno (si veda il nuovo CFO di Apple o il consigliere do Obama).

Il compito non è facile e nessuno fino ad ora è riuscito ha svolgerlo degnamente o perché interessato al mantenimento dello status quo o perché impotente di fronte ad un meccanismo ingessato e protezionista nei confronti delle proprie posizioni privilegiate, ma è l’unica via affinché si possa pensare seriamente di uscire dal mix di congiunture più o meno storiche che ci hanno confinato in una situazione sempre più compromessa ed alla quale non solo non siamo venuti a capo, ma non abbiamo neppure pensato ad un piano per affrontarla concretamente.

06/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale