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Legge di stabilità: troppi ripensamenti, sintomo di inconsistenza politica ed assenza di piani a medio – lungo termine

Documento di Economia e Finanza: questo è il tema che sta catalizzando l’attenzione politica e con essa, al seguito, le polemiche, accentuate dal fatto che ancora, nonostante sembrasse che il DEF fosse già pronto, controfirmato e vidimato dall’Europa, non è stato presentato in Parlamento in via definitiva, e solo pochi politici hanno tra le mani la bozza in stato avanzato. In queste ore il testo è presso i tecnici del Quirinale e passerà, dopo la visura quirinalizia, in Senato.

I media, che mai come in queste circostanze, assai sentite dai cittadini perché le conseguenze andranno a toccare direttamente i loro portafogli, sono alla mercé del posizionamento politico e della propaganda, quindi pur filtrando parole e dichiarazioni ed andando a considerare solo i più diretti interessati che dovrebbero essere quanto di più preciso sulla scena, l’impressione che se ne ha dall’esterno è quella, non troppo positiva, della presenza di troppi ripensamenti, probabile sintomo di inconsistenza politica ed assenza di quei necessari piani di medio – lungo termine da tanto richiesti ed auspicati.

Oltre al nodo delle pensioni, che non sarà trattato neppure in questa finanziaria e rimarrà irrisolto, con buon pace di coloro che si trovano in un limbo d’incertezza ed indeterminatezza divenuto ormai ossimoricamente stabile, e non si fa riferimento solo agli esodati, ma anche a tutti coloro che, essendo giunti qualche mese prossimi al pensionamento, si sono trovati a non avere la minima idea di quando potranno ritirarsi da lavoro, nè di quanto percepiranno, pur sicuri di un importo inferiore, vi sono il tema della tassa sugli immobili, quella dell’aumento del contante da 1’000 a 3’000€ ed infine il canone Rai.

Tornando un attimo sulle pensioni, le ultime voci autorevoli, quindi dello stesso Ministro Poletti, parlavano di un possibile part time, al 50%, a cominciare da 4 anni prima della data di conseguimento dei requisiti per il ritiro dal lavoro, con assegno decurtato del 30-40% (leggermente superiore al 50% che spetterebbe matematicamente) e con contribuzione piena. Questa misura è stata criticata da molti, citiamo solo la critica più incisiva, quella del Presidente dell’INPS, Tito Boeri, secondo il quale non va assolutamente bene continuare ad agire con misure estemporanee senza modificare complessivamente un impianto ed una normativa che necessita chiaramente di cambiamenti per giungere ad una sostenibilità definitiva e costante. Il fatto che il DEF non aggredisca l’atavico problema previdenziale in questi termini e con obiettivi di lungo periodo, a detta del Professor Boeri, è una sconfitta, tanto che egli starebbe pensando di tornare al suo vecchio lavoro, riposizionandosi dietro una prestigiosa cattedra economica milanese.

In merito all’argomento dell’imposta sugli immobili, i più attenti ed i diretti interessati (statisticamente circa l’80% delle famiglie, anche se considerando la concentrazione degli immobili nelle mani di medesimi proprietari, sospetto che siano in realtà ben di meno ed in ogni caso tutte vecchie generazioni) non avranno potuto non notare che, nelle prime dichiarazioni, Renzi affermava l’abolizione sia di TASI che di IMU, ma solo sulle prime case. Poi si rendeva (o loro informavano) che l’IMU si riferisce solo alle seconde case, allora il Premier rettificava dicendo che avrebbe abolito la tassa sugli immobili per tutti, indistintamente. In un terzo tempo invece, rettificava nuovamente, escludendo dalla esenzione ville e castelli. Subentrava, come saetta a ciel limpido, una ulteriore modifica: reinserimento dell’IMU sulle seconde case, con tanto di possibilità di aumento dell’aliquota addizionale comunale fino allo 0.8 x 1000.

Muovendo verso il tema del limite al contante, anche il preciso Padoan, colto in flagranza di contraddizione, è costretto a confermare di aver cambiato radicalmente idea: prima infatti, era fervente sostenitore di limiti, ben più bassi di 1000€, in favore della diffusione dei pagamenti digitali, ora invece sostiene che il tetto a 3’000 € non faccia altro che allineare l’Italia agli altri paesi europei (non ci dilunghiamo ulteriormente perché abbiamo già toccato l’argomento: Link 1Link 2). Pur ritenendo che avere un limite al contante di 1’000 o 3’000 € non cambi nulla nè a livello di evasione e neppure di incremento dei consumi e della spesa, se non in misura impercettibile, ritengo che sia un passo indietro, ostativo rispetto alla necessaria diffusione e cultura dell’uso di carte di pagamento elettroniche, elemento che dovrebbe concorrere al processo di digitalizzazione della popolazione italiana, ancora ben lontana dagli standard degli altri paesi europei e lontanissima dagli ordinatissimi e precisi nordici.

Il senso di incertezza al quale i cittadino, ormai avvezzo, si trova di fronte, aumenta se si tocca il tema del canone Rai. La proposta di inserirlo in bolletta è stata recepita con estremo sospetto dalle utility energetiche, a mezzo delle quali bollette dovrebbe essere riscossa l’imposta sul possesso della TV (o di qualsiasi apparecchio atto a ricevere onde radiotelevisive in chiaro), per via dei molti problemi tecnici e burocratici (presenza di due componenti eterogenne, eventualità di mancato pagamento, sanzioni, seconde case, non possesso di TV, ecc) ed anche legali (una tassa all’interno di un’utenza non sarebbe permessa dal codice vigente). A schierarsi contro l’ipotesi di accorpamento è stato anche il Presidente di Assonenergia, Chicco Testa, riunendo il giudizio avverso di tutti i gestori elettrici. A prescindere da ciò, che comunque aiuterebbe a combattere l’evasione del canone, va detto che, supponendo di recuperare buona parte dell’evasione, la somma di 100 € della nuova bolletta rispetto ai precedenti 113 €, conferirebbe all’erario un’entrata complessiva ben superiore; allora sorge la domanda sul perché non si potesse abbassare ulteriormente. Alcune stime indicano 70-80€ la cifra del nuovo canone che avrebbe consentito di pareggiare le entrate del precedente. A corollario del tutto vi sono la valanga di dichiarazioni in merito alla dilazione di pagamento: inizialmente si parlava di unica rata ad inizio anno, poi due rate da 50 €, una all’inizio ed una a metà anno, poi addirittura 4 trance da 16.66 €, una per trimestre, infine pare si stia tornando vero l’ipotesi di due rate.

Renzi continua ad affermare con convinzione e supportato da ogni tipologia di media, che il Def abbassa sostanzialmente le tasse, ma anche all’interno del suo stesso partito non tutti sono d’accordo, ad iniziare da Chiamparino, il quale è arrivato a minacciare le dimissioni, per i tagli agli enti locali, province e regioni e per la diminuzione dei trasferimenti da 3 a 1 mld. Secondo il presidente della conferenza delle regioni, con questi presupposti è impossibile garantire servizi e sanità senza aumentare tasse locali. Ripensandoci Sergio Chiamparino ha ritirato, in un secondo tempo, l’ipotesi di lasciare l’incarico (quasi a non voler essere da meno della volatilità del DEF), ufficialmente per cercare di modificare il Documento di Economia e Finanza, i più maligni però dicono che il ripensamento sia figlio del piacere della poltrona.

In tutto ciò, che definir marasma è quasi bonario, il cittadino – contribuente, che può capirci?

Non avrebbe dovuto essere questa l’era delle certezze normative e contributive, anche finalizzate a favorire gli investimenti, la spesa, la fiducia?

A me non pare…. e sembra non parere neppure a Fitch, che ha confermato il rating italiano a BBB+, con outlook stabile, mettendo in guarda dal debito, previsto oltre il 120% almeno fino a fine decennio, e da una dinamica economica, sì in lieve ripresa, tanto da aver allontanato il rischio di insolvenza, ma ancora estremamente fragile ed in balia di una molteplicità di potenziali perturbazioni interne ed esterne.

Del resto tutti questi ripensamenti lasciano sospettare la totale assenza di piani strutturati e startegici di medio – lungo periodo (come sottolineato da Boeri), nonché legittima il sospetto di un carisma e spessore politico non sufficiente per affrontare una complessa fase di transizione e mutamento economico – sociale di livello globale, come quella che ci stiamo trovando ad attraversare.

24/10/2015
Valentino Angeletti
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DEF: ammiccamento al CDX con critiche bipartisan, in attesa di Bruxelles

Definita la prima versione “consolidata” della legge di stabilità o Ex Finanziaria, al secolo DEF, ovviamente divampano le contestazioni e le polemiche. Come spesso accade, anzi in questa circostanza più di altre volte, il malcontento sembra essere bipartisan, proviene dai sindacati, dal centro sinistra, dagli industriali, ma anche dal centro destra, che in ogni caso è l’unico ad aver manifestato condivisione ed approvazione rispetto ad alcuni provvedimenti, i quali senza timore di smentita, possiamo annoverare con tutta tranquillità tra quelli che furono cavalli di battaglia del precedente leader di FI, Silvio Berlusconi. Facile intuire il riferimento all’abolizione totale dell’IMU sulla prima abitazione ed all’innalzamento della soglia di uso del contante, portata da 1’000 a 3’000 euro. Nonostante ciò il governatore della Liguria, Giovanni Toti, rappresentate di FI, non ha lesinato critiche asserendo che la manovra non fa altro che dare da una parte, togliendo dall’altra, per un bilancio complessivo non certo favorevole alle tasche del cittadino.

Da parte dei Sindacati, e la minoranza Dem è sulla stessa lunghezza d’onda, arriva la delusione più profonda, innanzi tutto per i bassi aumenti ai dipendenti statali, che malapena raggiungono i 5 euro lordi al mese, ma soprattutto per l’incapacità del Governo, ancora una volta, di mettere una pezza alla riforma delle pensioni, che di fatto non rientra in questo DEF e che, secondo il Governo, verrà affrontata nel 2016, ma pare senza modifiche sostanziali dell’impianto Fornero, introducendo solo la possibilità di Part Time anticipato. Ciò non risolve il problema di tutti coloro che si sono trovati, nel giro di pochissimi mesi, dall’avere l’età pensionabile distante pochi mesi, al vedersela spostata avanti di svariati anni (5 – 7) e che adesso non sanno nè quando andranno in pensione, nè con che remunerazione. Questa condizione di incertezza getta coloro che sono alle prese con lavori più impegnativi o stancanti, sia dal punto di vista fisico che mentale, in un grande sconforto che rasenta la depressione (e parlo per testimonianze personali, non a caso), aggravata dalla potenziale decurtazione dell’assegno previdenziale (spesso già insufficiente per vivere) in caso di ritiro anticipato, ancora non possibile. Se è corretto far valere il principio di “percepire quanto versato nella vita lavorativa”, è anche vero che non si può imporre a coloro che, incolpevoli, hanno versato quello che, secondo norme di legge vigente all’atto dei versamenti, andava versato, una così profonda revisione dei regolamenti e dei meccanismi tale da ridurre le pensioni del 30 – 50% su potenziali cifre lorde di 1’000 euro o poco più. Non viene risolto neppure il problema degli esodati, anch’essi in un frustrante limbo. Sempre i sindacati poi sono assai contrari all’abolizione dell’IMU sulla prima casa, dicendo che sostanzialmente vengono agevolati i ricchi ed i detentori di ville e castelli, rispetto a coloro che hanno dimore modeste e che spesso risultavano già esenti da IMU (almeno prima della riforma in vigore attualmente). Dello stesso avviso risulta l’Ex Premier e professore in Bocconi, Mario Monti, il quale ha asserito che abolendo l’IMU è stata tolta una sorta di patrimoniale presente in tutta Europa, utile, progressiva e realmente equa nei confronti dei contribuenti, e da questa comunanza di vedute “Sindacato – Monti”, si capisce come sia impossibile in questa fase politica discernere con chiarezza chi sia e si comporti secondo principi di CSX e chi secondo quelli di CDX, di certo questa manovra assurge più a documento ascrivibile ad una forza affacciata a destra. In questa sede non si ritira quanto ribadito a più riprese sull’imposta sulla prima casa, ossia, che previa revisione del catasto, essa rimanga indispensabile ed utile ai fini del bilancio pubblico e dell’equità sociale, soprattutto in presenza, come siamo da anni, dell’incapacità politica di aggredire  una spesa pubblica eccessivamente corposa in relazione alla qualità di alcuni servizi e sbilanciata verso entità inutili (da ministeri che comunque avranno budget decurtato, fino a partecipate pubbliche, enti regionali e provinciali ecc, ecc). Altro provvedimento “divisivo” e rigettato dai sindacati, è l’aumento dell’uso del contante a 3’000 euro, dai 1’000 precedenti. Secondo le associazioni sindacali la misura non farebbe altro che agevolare l’evasione e l’elusione, opinione condivisa dal Governatore di Bankitalia e dalla minoranza Dem. A opione di chi scrive, come si disse all’articolo ivi segnalato, questa aumento avrà effetto sostanzialmente nullo, sia dal punto di vista dell’evasione che dei consumi. Le frange interne dei Democratici sono allineate alle motivazioni di critica alla manovra avanzate dai sindacati, differenti invece, all’interno della stessa frangia Dem, sono le modalità di dissenso: da un lato Alfredo D’Attorre, pronto ad uscire per raggiungere Fassina, dall’altro i soliti, inossidabili, sostenitori della Ditta che fino ad ora, per non voler essere causa di scissioni, hanno sempre accettato le condizioni dettate dal premier, si tratta di Cuperlo, Speranza, Bersani, assolutamente contrari all’impianto della manovra e disposti, a parole, a non votarla.

Sul fronte del CDX le maggiori critiche sono rivolte ai tagli agli enti comunali, pari a 600 milioni circa, ma tutto sommato, nonostante le critiche dovute più ad una presa di posizione che ad un dissenso reale, il CDX (in particolare FI) può dirsi soddisfatto. In questa legislatura ha ottenuto la rimozione dell’IMU,  l’aumento a 3’000 euro dell’uso dei contanti, l’abolizione dell’articolo 18, risultati che neppure il leader Berlusconi, nonostante li abbia fortemente cercati, non fu in grado di mettere in cascina.

Anche per Confindustria, ridimensionando una prima analisi positiva del presidente Squinzi, la manovra è poco coraggiosa: mancano i necessari investimenti in crescita, v’è un taglio del 50% degli sgravi per le assunzioni e non è presente sufficiente interesse per il sud, al quale avrebbe dovuto essere dedicato un master plan ad hoc, ma ancora sconosciuto. A fare da cassa di risonanza a questa posizione è stato il raduno dei giovani di Confindustra tenutosi a Capri.

A difesa del provvedimento di innalzamento all’uso dei contanti, proprio da Capri, si è schierato il ministro Padoan, che afferma la certezza che ciò non avrà impatti negativi sull’evasione ed a riprova di ciò porta l’esempio degli altri paesi UE, dove a detta del ministro non v’è correlazione tra limite al contante ed evasione. Andrebbe però fatta notare a Padoan la grande correlazione che c’è tra uso della moneta elettronica ed evasione e tra valore del PIL e scarso uso del contante. Il confronto sarebbe impietoso, infatti a PIL maggiori corrisponde basso uso del contante ed a frequente uso di moneta elettronica corrisponde bassa evasione. Sarebbe bene istruire gli italiani all’uso delle carte di pagamento, i quali, una vota appurata e testata la loro semplicità e comodità, probabilmente, a prescindere dai limiti ai contanti, difficilmente torneranno indietro all’uso delle banconote, come accade nei paesi più progrediti del nord Europa. Il Premier sostiene l’impianto di una manovra che dal suo punto do vista riduce le tasse, agendo con giustezza ed equità, senza dover per forza di cose essere ricondotto alla destra o alla sinistra. Come detto sopra, una maggior vicinanza al centro destra è comunque innegabile. Che siano presenti elementi positivi non può essere negato, ma l’eventuale riduzione delle tasse centrali deve essere rapportata agli aumenti che potrebbero apportare gli enti locali a seguito dei tagli presenti; come al solito potremmo essere di fronte ad una ben nota “partita di giro”.

Il DEF adesso dovrà passare le forche caudine dell’UE, che ha già bocciato la legge spagnola. Il Premier, con la sua proverbiale “spavalderia” nel parlare entro i nostri confini, dice che riproporrà la manovra tal quale, fino a che non verrà approvata, nel mentre punta ad ottenere ulteriori 0.1-0.2 punti percentuali di flessibilità per la tragedia dei migranti (che infondo, in questo frangente, hanno la loro utilità). Forse il complesso della legge di stabilità non verrà bocciato, ma è difficile pensare ad un totale silenzio da parte di Bruxelles, visto l’alto deficit presente, il basso peso degli investimenti, il taglio dell’IMU, imposta sul possesso sulla quale l’UE ha suggerito di spingere, le numerose coperture basate su stime incerte (evasione, volountary discosure etc) e non troppo care alla Commissione, la riduzione di oltre il 50% dei tagli alla spesa (spending review che passa da 17 a 10 ed ora a 5 miliardi).

Attendendo il responso dalla capitale Belga, non è difficile ipotizzare che, qualora siano evidenziati  punti di attenzione, il Premier, che comunque può vantare dati economici in lieve miglioramento, parlerà con tutt’altro vigore e tono rispetto a quanto fatto qui in Italia.

18/10/2015
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

Entro poche ore il Governo guidato da Matteo Renzi ed il MEF del Ministro Padoan dovranno porre il sigillo alla legge di stabilità per sottoporla al vaglio dell’Unione Europea. In questi ultimi frangenti il Premier era all’assemblea di Confindustria a Bergamo dove ha anticipato a grandi linee l’entità della manovra: 30 miliardi di cui 18 di taglio di tasse ed una spending review di ben 16 miliardi (“alla faccia di Cottarelli” avrebbe testualmente detto il Premier che in tono ironico forse ha voluto sottolineare la distanza tra lui e l’ex Commissario).

I dubbi sulla manovra rimangono. Ad esempio Fubini su La Repubblica fa notare che vi sarebbero 11 miliardi derivanti da aumento del deficit pubblico, che i tagli di spesa sono estremamente complessi da portare a termine a causa dei veti imposti ad ogni misura restrittiva dai soggetti interessati e che le entrate straordinarie, circa 5.5 miliardi, nella realtà dei fatti sono difficilmente quantificabili perché proverrebbero da misure quali aumento della tassazione sul gioco d’azzardo (le aziende del gioco si stanno già muovendo contro questa eventualità) oppure entrate derivanti dalla lotta all’evasione che difficilmente possono essere stimate con precisione ex ante.

Alla platea di Confindustria Renzi ha fatto notare che 18 non è l’articolo, ma sono i tagli di tasse, in particolare si avranno sgravi dell’Irap per 6.5 miliardi e la totale sgravio per i primi tre anni tramite un contributo ad hoc sulle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella bozza illustrata sembra che si voglia accontentare un po’ tutti: l’UE con la spending review, sempre l’ UE assieme a Confindustra ed ai lavoratori (ipotizzando che parte dello sgravio vada in busta paga) con il taglio del cuneo fiscale (al momento per i primi tre anni di lavoro), di nuovo Confindustria con la misura sull’Articolo 18, la Germania e l’UE per il rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit PIL, i contribuenti in generale col taglio ipotetico di 18 miliardi alle tasse.

La misura più interessante e abbastanza chiara quantomeno nel contenuto è quella relativa all’azzeramento della contribuzione per i primi tre anni nel caso di assunzione di un giovane a tempo indeterminato. L’abolizione dell’articolo 18, che avrà ancora da essere visti i venti di guerra con la CGIL di Susanna Camusso che ha ipotizzato anche uno sciopero generale e con le fronde interne al PD, e lo sgravio per i neo assunti, nell’idea del Premier dovrebbero sollevare i datori (quelli in condizioni di farlo) da ogni alibi nell’assumere giovani. Evidentemente il provvedimento vuole andare nella direzione di ridurre la disoccupazione, obiettivo verso il quale vi è totale accordo tra BCE, UE e Stati Membri.

Il problema del lavoro, estremamente complesso, come sì è detto più volte, non si risolve con una singola misura, ma con un pacchetto “olistico” rivolto seriamente e concretamente alla crescita (LINK). Quello che Renzi ha proposto va più che bene come elemento facilitante, ma deve necessariamente essere inserito in un contesto dove sia possibile e profittevole la creazione di business e l’insediamento di attività produttive, dove insomma si facciano investimenti privati e pubblici.

Se sul lato del pubblico vi sono i vincoli europei da rispettare che impediscono ogni spesa seppur produttiva e seppur con ritorno nel medio periodo e vi è una incapacità quasi delittuosa nell’usare quei soldi disponibili (ed il caso dell’alluvione di genova ne è solo l’ultima dimostrazione LINK); sul lato del privato le cose non vanno meglio. L’Italia in questi hanno non è stata in grado di attirare un sufficiente numero di investimenti e tanti sono fuggiti assieme ad aziende costrette alla chiusura; le motivazioni sono quelle ben note e contro le quali dovrebbe lottare l’Esecutivo Renzi (ma in realtà ogni Governo): burocrazia (e Genova nuovamente ne è l’ultimo tragico emblema), incertezza normativa, fisco, giustizia e via andare nell’impietoso elenco. La misura del Premier, eccellente se verrà confermata, rischia di non avere gli effetti desiderati senza tutti quegli elementi al contorno dai quali non si può prescindere e che dovrebbero portare all’aumento del potere d’acquisto, all’aumento della domanda e di conseguenza della produzione con annessa richiesta di manodopera da parte delle aziende. Su tale direttrici ci si può muovere o tramite diminuzione drastica delle tasse in modo da aumentare i consumi, ma è estremamente complesso agire su tutti i potenziali consumatori evitando che maggiori consumi per alcuni vengano compensati da riduzione degli acquisti per altri (come è accaduto fino ad ora col bonus degli 80€; e neppure il TFR potrebbe essere risolutivo, visto che il Corriere da un sondaggio rileva che 2 intervistati su 3 preferiscono il gruzzolo a fine carriera come avevamo già ipotizzato: LINK) oppure investendo e creando lavoro e questo può essere fatto dal pubblico se non vi sono vincoli ad impedirlo e dal privato, se esistono possibilità di fare affari e ciò è possibile solo abbattendo le barriere esistenti. In ambedue i casi, considerando lo scenario di bassa inflazione persistente, con il supporto di una lungimirante politica monetaria della BCE. Pertanto è evidente come la decontribuzione per tre anni dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato (che nel caso di abolizione dell’Art. 18 sarebbe  una forma contrattuale comunque più debole di quella attuale e per tanto si potrebbe supporre che debba essere meglio remunerata almeno nella fase di minori tutele) sia un aiuto, ma da sola rischi di non essere sufficientemente “shockante”.

Non va poi dimenticato il contesto vigile dell’Europa che, relativamente alla legge di stabilità, vorrà verificare le coperture per ogni taglio di spesa e di tasse, così come vorrà comprendere precisamente e non solo a sommi capi, come spesso l’italianità porta a fare, la destinazione di ogni taglio di spesa della spending review che ricordiamo deve essere destinata alla riduzione del debito ed al taglio delle tasse.

Le dichiarazioni del rispetto del 3% sono sicuramente un elemento in favore dell’impegno italiano, ma esso potrebbe non bastare perché secondo la tabella di rientro sul rapporto deficit/PIL a fine 2014 avremmo dovuto attestarci al 2.6% (già il nuovo calcolo del PIL introdotto da Eurostat ci è venuto in soccorso per uno 0.2%) e perché abbiamo già rimandato al 2017 il pareggio strutturale di bilancio. Di buon auspicio vi è il silenzio della coppia Dijsselbloem-Katainen, presidente dell’Eurogruppo il primo e commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari il secondo, rispetto agli intenti italiani, mentre è stata da loro sottolineata la condizione di difficoltà della Francia che con un rapporto deficit/PIL attorno al 4.3% andrà in procedura di infrazione.

A ribadire il fatto che l’Europa potrebbe richiedere una modifica alla legge di stabilità vi è anche Bankitalia sostenendo che molte delle misure sono difficilmente quantificabili a priori e che gli scenari futuri per i prossimi anni, ed in particolare per il 2015, presentano notevoli rischi al ribasso di tutti i parametri vuoi per le congiunture macroeconomiche assolutamente ancora non sanate, vuoi per le tensioni geopolitiche tutt’ora in corso. Le opzioni italiane qualora la UE richiedesse modifiche ed aggiustamenti potrebbero essere obbedire oppure mantenere quanto presentato ed eventualmente rischiare di incorrere nella procedura di infrazione, ma solo nella primavera 2015, guadagnando così alcuni mesi.

Complica ulteriormente la situazione una Germania ancora egemone la quale, nonostante gli ultimi dati non buoni relativi ad export, ordinativi e produzione industriale, vanta un surplus vicino al limite europeo del 6% (attorno ai 14 miliardi in valore assoluto) e che per bocca del Governatore della BUBA continua a ribadire come il rispetto del 3% sia fondamentale per la credibilità degli stati e quindi per la sostenibilità del loro debito sovrano che fu alla base della crisi finanziaria nel 2011.  Il Governatore avrebbe addirittura definito Francia ed Italia “Bambini Problematici”, prima di esternare le sue perplessità anche sul programma di acquisto di ABS della BCE (LINK). Tale atteggiamento e la circostanza di essere il maggior azionista di BCE e UE hanno fatto si che la Germania tenesse fino ad ora in scacco sia le politiche europee che quelle della BCE che pur nell’indipendenza statutaria dei loro mandati non possono non aver risentito dell’influenza tedesca. Come sostenuto dal politico tedesco Fischer, la Germania sta condannando i paesi del Sud e l’Europa tutta se non si convincerà a sostenere una maggior integrazione finanziaria ed un progetto simile agli Eurobond di condivisione dei rischi (cui abbiamo già parlato più volte). Del resto i dati deboli menzionati sopra mettono in luce il fatto che alla lunga della povertà dell’UE (maggior mercato per i prodotti tedeschi) non può non risentirne anche la Germania stessa.

Attendendo la conclusione della legge di stabilità italiana, la relativa reazione europea e sperando che Bruxelles e Berlino recepiscano la necessità di un cambio di approccio economico, il nostro paese ha la possibilità di sfruttare l’incontro Asem (Asia Europa Meeting), ed in particolare i bilaterali a margine, per raccogliere investimenti dall’estremo oriente, sempre molto attento ed interessato a i nostri settori Hih-Tech, TLC, Energia-Oil&Gas, Agricoltura, Lusso, Manifattura ad alto valore aggiunto poiché oltre alla qualità rappresentiamo un naturale punto d’ingresso al mercato europeo (ancora il più grande del mondo). L’atteggiamento italiano non dovrà essere assolutamente quello del mendicante, pur nella consapevolezza della necessità di reperire capitali e partner forti e globali, e dovrà perseguire risultati concreti senza eccessiva cessione di sovranità ed andando ben oltre la miriade di accordi e parternariati che la Cina in testa a tutti è solita stipulare con più di mezzo mondo. Dovrà quindi essere in grado di esporre un “prodotto” valido su cui investire e dovrà saper indirizzare l’investitore verso strategie di lungo termine, non toccate e fughe (che pure non sono nello stile cinese) pur senza cedere totalmente il timone di settori particolarmente delicati.

13/10/2014
Valentino Angeletti
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Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa

Nessuna novità dall’incontro di Bruxelles tra il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e l’Estone Siim Kallas, Commissario EU ad interim per gli affari monetari (Approfondimenti: Repubblica.it, Grafico, AGI.it).

Le stime sono state sostanzialmente confermate. I principali indicatori come disoccupazione e debito si attestano rispettivamente ai valori tutt’altro che positivi, rispettivamente del 12.8% e 135.2% nel 2014 per passare nel 2015 a 12.5% e 133.9%; il PIL invece è visto in crescita dello 0,6% nel 2014 e dell’ 1,2% nel 2015, in lieve peggioramento rispetto al tasso previsto dal Governo di 0.8% nel 2014 ed 1.3% nel 2015. Invariate sono rimaste le stime sul deficit, al 2,6% nel 2014 ed al 2.2% nel 2015. L’inflazione si conferma bassa sia nell’EU (1% nel 2014 e 1,5% nel 2015) che nella zona euro (0,8% e 1,2%). 

Il vero esame per in nostro paese, cioè il pronunciamento della commissione sul DEF, che include le coperture per il decreto IRPEF ed il taglio dell’IRAP, e sul piano di spendig review, è stato rimandato al 2 giugno, dopo le elezioni europee come se fossimo in presenza di una sorta di “periodo bianco” dove si mantiene neutralità sostanzialmente su ogni fronte evitando di prendere decisioni o fare dichiarazioni di una certa rilevanza.

Il Ministro Padoan si è detto soddisfatto poiché le stime su debito (vero allarme per l’Europa) e disoccupazione erano ampiamente previste e non tengono conto degli effetti del bonus IRPEF a partire dalla busta paga di maggio (che i numeri devono ancora confermare come strutturale) e della spending review, cavallo di battaglia per questo Governo e revisione necessaria per il paese stesso. Inoltre è lievemente aumentata l’occupazione e le stime sul PIL, benché peggiorative rispetto al DEF in cui il Governo si era già definito prudenziale, lasciano trasparire una inversione di tendenza, anche se a dire il vero a livello Europeo l’Italia si colloca comunque nelle ultime posizioni.

Segnali positivi inoltre provengono sul fronte dei consumi, per la prima volta in aumento da 3 anni a questa parte, con una spesa delle famiglia in aumento dello 0.2% nel 2014, 0.5% nel 2015, 1% nel 2016. ISTAT, Censis ed anche Commissione EU sono concordi nel sostenere che gli 80 euro in busta paga si trasformeranno almeno parzialmente in consumi, in particolar modo, ed è determinante per l’efficacia della misura, se saranno strutturali. Di certo il contributo che il provvedimento da alla fiducia ed alla speranza degli italiani è di certo superiore al reale valore economico perché in molti casi pervade anche i non beneficiari che attendono le azioni in loro favore promesse dal Governo. Ovviamente il bonus IRPEF deve essere l’inizio di un lungo percorso di risanamento, qualora rimanesse una cattedrale nel destro sarebbe senza dubbio un fallimento.

Oggettivamente gli scostamenti di qualche decimale non devono indurre ad eccessivo pessimismo perché in questo momento l’importante per il nostro paese è  perseverare sulla via delle riforme, consolidare le misure fino qui adottate e proseguire con quelle in programma che nel medio lungo periodo dovrebbero essere in grado di sostenere una crescita più consistente senza la falsa illusione di un processo rapido ed indolore.

Se dal punto di vista italiano il processo riformatore deve proseguire, è indubbio che, soprattutto per poter avviare azioni in grado di avere riscontro nel breve termine, anche l’Europa deve modificare il proprio atteggiamento ed approccio ai provvedimenti economici. Evidentemente ciò potrà avvenire solo dopo le elezioni.

Le elezioni del 25 maggio ed il successivo semestre di presidenza italiano devono essere utilizzati in tal senso, per modificare le politiche europee e rendere più adatte e consone alle dinamiche flessibili e rapide che caratterizzano questa fase economica.

In particolare analizzando il nostro paese emerge che gran parte dei partiti politici, a cominciare da quelli maggiori e proseguendo con quelli più piccoli, quindi PD-PSE, M5S (dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa molto più moderato rispetto agli albori quando sosteneva l’immediata uscita), FI, NCD-PPE, Scelta EU, e persino L’altra Europa di Tsipras, convengono sull’importanza dellEuropa, ma anche sulla necessità di sostanziali modifiche non così dissimili tra loro se si leggono i macro punti principali, vale a dire; rivisitazione dei trattati e del fiscal compact; più condivisione di rischi e benefici (Eurobond ad esempio) tra i vari stati membri in modo che non vi siano Stati palesemente avvantaggiati e Stati oltremodo penalizzati; più vicinanza alle imprese ed al sistema produttivo con meccanismi a sostegno del credito fino ad ora non sufficientemente garantito dalle banche; meno dipendenza dalla finanza e rivisitazione del sistema bancario; politica monetaria della ECB che consenta l’erogazione di denaro direttamente alle imprese. Con dettagli differenti, le parti politiche, stando alle dichiarazioni, sembrerebbero disposte a trattare su questi punti con l’obiettivo di giungere ad una Europa differente, meno rigorista ed austera principalmente nei periodi di recessione e più vicina alle persone, ai lavoratori ed alle imprese, in ultima summa, meno istituzionale e burocratica e più cooperativa ed umana.

Considerando la gravità della situazione che vede l’Unione in grande difficoltà rispetto alle potenze mondiali e che, nonostante sia potenzialmente la prima economia mondiale, non riesce a competere con i livelli di crescita di Cina ed Usa, solo per fare due esempi. Sarebbe auspicabile dunque che dopo il 25 maggio in Italia ed in Europa si riesca ad adottare una linea comune e condivisa, che accompagni almeno fino ad un consolidamento stabile della ripresa economica, che allo stato attuale rimane oggettivamente fragile, con differenze grandi da paese a paese, e non in grado di reggere importanti variabili esterne come potrebbe essere la crisi Ucraina e le conseguenze energetiche, geo-politiche e militari che potrebbe avere.

Se non vi sarà la capacità di convergere con convinzione verso un obiettivo sostanzialmente condiviso, quello dell’Europa dei Popoli, allora ben poco potrà essere fatto per scongiurare un definitivo fallimento.

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05/05/2014
Valentino Angeletti
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Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?

Dopo aver incontrato il suo omologo francese Michel Sapin e prima di incontrare, quello britannico George Osborne ed il Governatore della BoE nonché presidente del Financial Stability Board, Mark Carney, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha rilasciato qualche dichiarazione importante.

La prima e più scontata riguarda il fine con cui nacque l’Europa, cioè quello di garantire pace, benessere, crescita e lavoro ai cittadini. Questo obiettivo negli ultimi anni è evidentemente sfumato a causa della crisi iniziata nel 2007 in USA, ma anche per via dell’anteposizione nel reagire alla stessa di certi particolarismi di singoli stati e di singole economie più forti con una complice accondiscenda delle istituzioni europee. In tal senso l’asse Itali-Franco-Spagnola che potrebbe contrapporsi alla Germania non avrebbe senso d’essere in quanto l’ambizione del benessere e della prosperità dovrebbe essere comune e trasversale. Nella realtà dei fatti sappiamo che non è così e che un medio benessere comune va a scapito di alcuni stati che attualmente prosperano ed a vantaggio di altri che invece navigano in situazioni più complesse; quindi trovare la mediazione non è affatto semplice ed è il motivo per il quale questa crisi si è protratta oltremodo senza che misure realmente efficaci siano state prese.

Nel perimetro degli interventi necessari si annoverano l’unione bancaria, della quale fanno parte gli stress test europei, più stringenti dei precedenti, che simulano situazioni difficili e differenti da paese a paese, che tanto preoccupano le banche e che hanno dato il via ad un valzer di ADC anche per i colossi tedeschi che parevano (ma solo apparenza) inossidabili, come Deutesche Bank, prossima ad un ADC di 5 bil, somma che in realtà analisti dicono essere solo la metà di quanto realmente necessario; l’armonizzazione e trasparenza del sistema finanziario e fiscale per ridurre concorrenza ed elusione fiscale; approccio comune al problema dell’immigrazione e della valorizzazione del Mediterraneo; definizione di un piano di bond comunitari; politica economica e monetaria volta a sostenere l’economia e non la finanza la quale se orientata alla speculazione alimenta cicliche crisi e recessioni; ridistribuzione della ricchezza e dell’uguaglianza; creazione di una reale entità di riferimento riconosciuta da tutti i partner internazionali, dalla Cina agli Usa; piani comuni di innovazione, ricerca, educazione per portare ad alti livelli equiparabili in tutti gli stati lo sfruttamento delle potenzialità del capitale umano, delle tecnologie e del digitale; politica e mercato energetico e delle tlc comuni, realmente concorrenziali con costi comparabili nei singoli stati e sistemi di trasporto energia/trasmissione dati integrati e comuni.

Con questa dichiarazione Padoan ha voluto sottolineare, senza dirlo esplicitamente poiché aveva precedentemente negato una possibilità simile, che visione di intenti comune e collaborazione tra Francia ed Italia ci saranno perché le acque in cui navigano non sono cosi dissimili e tutt’altro che facili, quindi non si chiami asse o alleanza anti tedesca, ma collaborazione per fini comuni; cambia il nome ma non il fine.

Tra gli interventi elencati attenzione particolare va riservata alla politica monetaria in capo alla ECB di Mario Draghi, perché è il soggetto della seconda dichiarazione. Il Ministro avrebbe detto (e ne sono felice perché più volte qui sostenuto) che effettivamente un Euro più debole consentirebbe alle aziende italiane ed europee di essere più competitive e di poter potenziare l’export verso mercati extra-continentali.

Questa sottile stoccata fa il paio con la richiesta fatta tramite la famosa lettera a Bruxelles in cui il MEF chiede più tempo per il rientro del deficit strutturale ed ancora in attesa di risposta ufficiale (Lettera a Bruxelles) e si accoda alle richieste della Lagarde di utilizzare politiche monetarie ancora più accomodanti a sostegno dell’economia.

Evidentemente, senza voler essere troppo espliciti e poco diplomatici, in tutti i consessi economico finanziari mondiali aleggia il sentimento condiviso che sia necessaria una politica monetaria più accomodante che inietti liquidità (come qui più volte ripetuto da tempo) verso l’economia reale e verso le imprese (e qualche misura è stata presentata, vedere link a seguito) e non verso la finanza che non è stata in grado di compiere il proprio fondamentale mandato di congiunzione tra istituzioni finanziare sovranazionali ed economie dei singoli Stati o meglio ha perseguito in modo opinabile il mandato di creazione di proprio profitto. Quello che fino ad ora Draghi ha fatto in modo eccellente è utilizzare l’effetto annuncio, senza mai intervenire concretamente. L’effetto annuncio porta beneficio, ma si esaurisce ed è necessario un nuovo annuncio con cadenza che segue i bollettini periodici della ECB. Si arriva ad un punto però in cui è necessario intervenire sull’economia e lo dimostra la bassa inflazione ben sotto il 2% che è già deflazioni in alcuni stati ed in alcune zone europee e che non risparmia neppure la Germania nonostante mercati tonici (link scollamento politica e mercati).

Chiaramente non si può pensare ad un intervento scellerato né richiedere alla ECB manovre che non ha nel suo mandato (che potrebbe comunque essere modificato), ma un intervento mirato che deve fungere da prima fase di shock che rilanci investimenti nel breve termine, crei lavoro ed indotto con un controllo certosino della spesa e della destinazione di questo QE. La FED ha agito in tal modo non interessandosi troppo del deficit o del debito, che ha necessitato di un innalzamento del tetto per evitare il fiscal cliff, ma ponendo al centro il dato sulla disoccupazione con target al 6%.  Penso che l’idea delle due fasi una di spesa produttiva e per investimenti ad alto valore aggiunto ed una di riforme e creazione di lavoro ed indotto strutturale e quindi crescita duratura sia anche la mira di Padoan, del Governo Renzi e di molti altri leader europei.

Adesso i giochi sono in mano a Draghi ed alla ECB che devono decidere se e come assecondare le richieste più o meno velate.

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29/04/2014
Valentino Angeletti
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Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato

Secondo quanto diramato dall’ISTAT la fiducia dei consumatori, nonostante lo scetticismo sui dati rispetto alla situazione reale delle associazioni di categoria, ha registrato in aprile un aumento, il secondo consecutivo, toccando i massimi dal 2010 (a gennaio 2010 era 107.4) e passando in media da 101.9 a 105.4 (per approfondimenti: il fatto Quotidiano, AGI), migliorando in tutti i settori analizzati ed in tutte le aree geografiche.

La percezione dei consumatori è fondamentale per la ripresa economica perché, come per una grave malattia, la guarigione parte dalla volontà di voler guarire e dalla consapevolezza di poterlo fare. L’abbandono della speranza e la rassegnazione, anche a livello psicologico, ed in medicina è dimostrato, rallenta, quando non blocca definitivamente, la guarigione ed è lo stesso per la ripresa economica. Senza un rinnovato clima di fiducia personale che preceda segnali tangibili e forti di ripresa, il miglioramento complessivo, innescato da meccanismi individuali, collettivi, micro e macro economici, perde un attore che se non sufficiente di è certo necessario.

Vero è che timidi segnali di ripresa si stanno vedendo, ma siamo ancora ben lungi da poterne toccare gli effetti, il potere d’acquisto delle famiglie decimato di oltre il 10% dall’inizio della crisi è rimasto tale così come gli stipendi tra i più bassi in Europa, le difficoltà delle imprese dovute alla burocrazia, al costo dell’energia, all’alto livello di tassazione sono ancora le medesime, il PIL è stimato in crescita nel 2014 del 0.8% (secondo analisti invece oscillerebbe tra lo 0.5 e lo 0.7% mentre secondo il governo potrebbe attestarsi attorno all’ 1.1%, ma la scelta è stata quella della prudenza). Dati certi sulla spending review non se ne hanno così come ancora non si ha la risposta da parte di Bruxelles sul DEF e sulla possibilità di avere più tempo per rispettare i vincoli sul deficit strutturale. I debito crescerà ancora ed oltrepasserà il 134% sul PIL (Link al PIL), il quale, anche crescendo dell’1.1% non riuscirà a garantire la diminuzione della disoccupazione.

A cosa è dovuta allora la ritrovata fiducia?

Oggettivamente da diversi fattori. In primis gli 80 € in più nella busta paga di alcuni che, benché non saranno a beneficio di tutti, lasciano ben sperare, in particolare perché il Premier Renzi ha dichiarato di voler aiutare anche pensionati e partite IVA; poi vi è lo sgravio IRAP del 10% per le imprese, poca cosa, ma è un inizio.

A parte queste che sono misure oggettive ormai consolidate vi è la percezione di ciò che sta per essere fatto, anche grazie alla capacità mediatica ed all’effetto annuncio (del quale Draghi ed ECB sono maestri Link).

Per la prima volta la sensazione delle persone comuni è quella da parte del Governo di voler ridurre i privilegi a chi ha fino ad ora goduto (la vendita delle auto blu è stata una azione molto popolare nonostante si tratti di una goccia nel mare) anche nei periodi di crisi, di voler provare a tagliare drasticamente la spesa pubblica ed ottimizzarla, di voler ridurre i costi della politica e di provare a cambiare la classe politica e dirigente (anche se su questo tema il lavoro è ancora lungo). Si tratta ad ora di percezione alla quale contribuisce anche l’atteggiamento che i partiti hanno nei confronti dell’Europa: tutte le parti politiche europee da PPE al PSE, dalla lista Tsipras ai Liberali (ed anche il M5S ha adottato una linea più morbida limitandosi a voler cambiare l’Europa non necessariamente uscirne) condividono, ovviamente con differenti dettagli, l’idea di realizzare una Europa più vicina ai cittadini e meno rigorosa nei vincoli, più flessibile, in grado di reagire a periodi di altissima recessione, confermando l’inefficacia delle metodologie fino ad oggi usate (Renzi, Quirinale, riforme, Europa Link).

Al momento si tratta di sensazioni quindi, spinte anche dalla volontà del popolo di “guarire”, di riprendersi, perché alla fin fine l’uomo vuole pensare di poter risolvere i problemi, è fatto per risolverli e la rassegnazione non può essere per sempre. Il Governo Renzi ha il delicatissimo compito di dar seguito a questo sentimento con fatti che lo supportino e lo incrementino.

Le azioni principali da intraprendere, a mio modestissimo ed insignificante parere, sono la prosecuzione delle riforme istituzionali, ma anche economiche a supporto di persone, imprese e lavoro volte alla ridistribuzione (La quarta R alle tre di Davos della Lagarde) reperendo risorse dall’ottimizzazione e dal taglio della spesa in modo da rendere il paese efficiente, digitalizzato, innovativo, ricordiamo che l’Europa proprio ieri ha redarguito il nostro paese perché ancora indietro con le riforme, non in grado di innovare, di essere tecnologicamente all’avanguardia e di creare valore aggiunto sufficiente, ma questi dati non sono di dominio così comune da influenzare il sentiment del paese,.

La componente della lotta alla corruzione ed all’evasione sono importantissimi perché l’illegalità deve essere smascherata e punita e non sembrare privilegiata rispetto all’onestà (come accade per le imprese molte delle quali rischiano di soccombere allo stato se oneste), quindi la sburocratizzazione rendendo tutto più efficiente e telematico (con una necessaria educazione digitale, e quindi posti di lavoro per i giovani, della popolazione più anziana che ne l nostro paese rappresenta un a altissima percentuale) e la conseguente modifica delle pubbliche amministrazioni (a breve sul tavolo del governo), il pagamento effettivo dei debiti delle PA.

Servono poi investimenti concreti da escludere nel computo del deficit grazie ad una migliore applicazione della golden rule, come quelli destinati ad innovazione e ricerca, al riassetto idrogeologico, all’efficienza e sostenibilità energetica ed ambientale, alla conclusione delle opere cantierabili ma ad oggi bloccate, alla riqualificazione di aree, industrie ed impianti inutilizzabili, insomma il percorso deve portare ad un nuovo modello di sviluppo economico e di base produttiva (Link nuova base produttiva ; Link Manifattura).

Un ulteriore punto da sviluppare per alimentare la fiducia e fino ad ora deficitario è quello dell’inserimento nella politica di persone competenti, a prescindere da genere ed età, attingendo dalla società comune, dai talenti delle differenti generazioni che vorrebbe contribuire alla rinascita del paese perché ne sono innamorati e che non hanno voluto, benché potendolo, emigrare (Capitale sociale 1, capitale sociale 2, collaborazione generazionale).

L’Europa è un altro fattore determinante. La fiducia in questa istituzione, che rappresenta l’unica via di salvezza del continente e dei paesi membri per non essere fagocitati dalla grandi economie che corrono, è molto bassa per via delle modalità di intervento nella crisi. Oltre alla banale frase “di battere i pugni sui tavoli”, quello che dovrà essere fatto è perseguire una vera unione e si spera quindi che una volta al Parlamento Europeo vengano implementate le promesse ed i programmi, condivisi circa da tutti i partiti, a meno delle fazioni più estremiste ed anti euro che però peccano di totale divisione, volti alla cooperazione e collaborazione. Allo stesso modo è necessario che l’Europa venga percepita come una entità di valore anche nella politica estera, cosa che al momento non avviene né relativamente alle persone né relativamente agli altri grandi stati del mondo asiatico ed occidentale. La crisi in Ucraina e l’incapacità di fronteggiare efficacemente il tema dell’immigrazione nel sono una lampante dimostrazione. L’agire in modo congiunto e sinergico di certo contribuiranno a far crescere la necessaria fiducia che cittadini europei a tutti gli effetti devono avere nel confronti dell’unione, la quale dal canto suo però deve lavorare per meritarsela.

Ritornando al nostro paese, anche agli occhi esteri, lasciando perdere i mercati che sono mossi da dinamiche ben più ampie e legate alle politiche monetarie delle varie banche centrali, al flusso di capitali dalle economie emergenti verso quelle più mature (approfondimento, poltica-mercati; approfondimento Brasile; mercati emergenti) e da molto altro ancora rispetto a cui le vicende interne del nostro paese rappresentano un elemento trascurabile, vi è la percezione che, dopo il riassetto dei conti operato anche dei Governi precedenti, qualche cosa si stia muovendo, a fronte di anni ed anni di immobilismo (Ora ICS, decreto Irpef, inizio lungo percorso).

Che la direzione sia la migliore è assai difficile ed è ancora presto per trarre conclusione definitive, ma la sensazione,e sempre di sensazione si tratta, è che ci sia un’accelerata che avrebbe dovuto avvenire ben prima (come dimostrano le lamentele europee sulla lentezza delle riforme) e che comunque ora sembra iniziare.

Il processo sarà lungo come complessa è la situazione italiana ed europea, ma sperare ed essere positivi e non sempre disfattisti è il primo passo verso la guarigione. Sicuramente il Governo, le istituzione e l’Europa dovranno guadagnarsi e consolidare questo sentimento impegnandosi in un compito tutt’altro che facile.

29/04/2014
Valentino Angeletti
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Molto Soft e low profile, ma la richiesta di allentamento si concretizza

Dovrebbe essere già giunta o al limite ancora in viaggio la lettera che il MEF ha inviato alla commissione europea, ove si chiede di concedere all’Italia un anno in più per il raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio,vale a dire l’azzeramento del deficit, che slitterebbe dunque dal 2015 al 2016. Rimarrebbe invece confermata la tempistica per il rientro del debito.

La richiesta si inserisce all’interno del Documento di Economia e Finanza, DEF, ed era stata anticipata da colloqui privati su questa eventualità e sul DEF stesso in occasione della visita del Ministro Padoan a Washington (In occasione del viaggio a Washington si fece l’ultimo riferimento alla necessità di allentamento vincoli).
Il momento, fino ad ora rimandato, si è quindi concretizzato, l’Italia ha fatto il passo, sicuramente molto soft e low profile, di avanzare alla Commissione qualche richiesta di allentamento dei vincoli, proprio a poche settimane dall’inizio del semestre di presidenza.
La situazione risulta oggettivamente complessa: l’inflazione è ben sotto il target EU del 2% (in alcuni paesi prossima allo 0, in Svezia già negativa), il livello di disoccupazione continua ad essere molto alto (in particolare nel nostro paese), la stagnazione dei consumi si sta ripercuotendo sia in Europa che nelle economie emergenti per le quali l’export rappresenta una grande fetta di PIL.
Alla luce di ciò e nonostante i deboli ed incerti segnali positivi è chiaro che qualche azione (politica monetaria da parte della ECB ed allentamento dei vincoli da parte della EU per consentire spese produttive) debba essere intrapresa ed è altrettanto chiaro che, senza input esterni, difficilmente potrà venire direttamente da Bruxelles oltretutto alla vigilia delle elezioni.
Molto interessante sarà attendere la reazione della Commissione che non dovrebbe avere particolari obiezioni ad un simile allentamento, sempre a patto che il DEF e con esso tutte le riforme istituzionali ed economiche che il nostro paese deve affrontare siano precise, chiare nelle coperture, sostenibili e strutturali nel lungo termine in altre parole convincenti.
Ad esempio ad inizio anno tardammo a presentare il piano di spending review (Link) il quale non parve essere particolarmente apprezzato per la chiarezza relativa alla definizione dei gettiti. Una simile situazione non deve ripresentarsi, tanto più che il taglio della spesa (la cui efficacia sul 2015 è messa in discussione dalle stime di Bankitalia), gli interventi a sostegno delle famiglie e delle imprese, l’incentivazione del credito (tema centrale assieme all’occupazione del venturo semestre italiano in Europa) e pagamento dei debiti delle PA sono cardini fondamentali per rispettare i parametri di rientro del debito e puntare all’azzeramento strutturale del deficit dal 2016, ma ancor prima per rilanciare il sistema economico (senza falsi ottimismi).

A tal proposito è bene ricordare che alcuni debiti alle PA erano già stati indicati come in via di pagamento, ma nella realtà delle cose per i mille cavilli burocratici, da estirparsi assieme ad evasione e corruzione, che attanagliano il nostro paese, la somma allocata non è giunta in toto ai destinatari, anzi in buona parte si è arenata tra carte, scartoffie ed uffici. Analogamente circa la questione del credito proprio in questi giorni emergono le rimostranze delle banche, con ABI in testa, che sostengono di potersi trovare in difficoltà nell’erogazione del credito a causa dell’aumento della tassazione sulla plusvalenza legata alla rivalutazione delle quote di Bankitalia (da 12 a 24% proprio nell’anno degli stress test) che peserebbe per circa un miliardo di € complessivamente.

Questo ragionamento non può non far emergere due considerazioni, la prima è che negli anni della crisi le banche hanno ricevuto enormi quantità di denaro dall’Europa, dagli stati nazionali (in Italia 3.7 miliardi sono andati sotto forma di prestito ad MPS che attualmente si trova in gravi difficoltà ed avanza l’ipotesi di un ulteriore ADC di 5 miliardi, del resto immediatamente si disse con un tasso del 9% sarebbe stato impossibile, viste le condizioni dell’istituto da sostenere Link1Link2) e dagli azionisti sotto forma di ADC senza che dal canto loro gli istituti erogassero il corrispondente credito prediligendo l’acquisto di titoli o i depositi overnight. Il secondo punto è legato al fatto che la tassazione sui capital gain e sulle rendite finanziarie per i privati cittadini verrà innalzata dal 20 al 26% a partire da primo luglio, non si capisce il motivo per cui ciò non dovrebbe valere anche nel caso delle plusvalenze legate alle quote di Bankitalia.

Tornando al contesto europeo, la reazione della Commissione all’ epistola di Padoan potrà fornire indicazione su quale vorrà essere la linea: quella di mantenere un insensato rigore; o quella di, pur mantenendo paletti e controlli sull’efficienza della spesa e dell’impiego delle risorse, aprirsi a possibili concessioni.
Che il modello di Europa fin qui perseguito non sia stato vincete lo hanno dimostrato i fatti, lo ripetiamo fin dagli albori di questa crisi e lo dimostrano i contenuti, più o meno radicali, dei programmi di tutti i partiti, che in caso di vittoria promettono almeno un cambiamento dell’Europa che sia più vicina alla realtà e meno al rigore.

Ora sta alla Commissione ed alla ECB prenderne atto e comportarsi di conseguenza, scegliendo se divenire più malleabile nei confronti di una economia ed un mondo globalizzato che lo richiedono come requisito di sopravvivenza ovvero se continuare ad essere inflessibili allungando nei tempi ed aggravando nei modi il disagio sociale ed il rigetto verso l’istituzione Europea che ci dovrebbe rendere orgogliosi di farne parte.

15/04/2014
Valentino Angeletti
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Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine

In occasione dell’aggiornamento del DEF il Premier Letta ed il Ministro Saccomanni hanno confermato il dato che in maniera non ufficiale era stato sospettato già dall’Ecofin di Vilnius, ossia il raggiungimento del 3.1% per quanto riguarda il rapporto Deficit/PIL.

Le cause dello sforamento di un decimo di punto percentuale, quantificabile circa in 1.5 miliardi di euro, sono molteplici, sicuramente l’instabilità politica menzionata da Letta, ma anche il peggioramento del dato sul PIL a -1.7%, che, essendo il denominatore del rapporto, calando contribuisce ad un innalzamento del quoziente, è stato fondamentale, come l’insufficiente taglio delle spese, che il Premier ha quantificato in 1.7 miliardi di Euro. Vi sono poi gli investimenti di 12 miliardi nel triennio in corso che ancora non hanno portato frutti benefici, i pagamenti dei debiti delle PA già in corso, le manovre su IMU, il rifinanziamento della CIG e delle missioni all’estero, che hanno avuto un certo peso.
I comuni dichiarano che potrebbero sussistere problemi nel pagare gli stipendi a partire dalla fine di settembre qualora non fosse versato dal Governo il corrispettivo dell’IMU, ed in oltre c’è il nodo IVA il cui aumento potrebbe non apportare il gettito previsto come è accaduto fino ad ora e ridurre ulteriormente i consumi interni, ma che rappresenta un ennesimo fattore importante di stabilità politica.

È evidente la complessità della situazione e lo è anche agli occhi di Bruxelles che conferma la fiducia nelle parole di Saccomanni, rassicuranti sul fatto che a fine anno l’impegno di rimanere sotto il 3% verrà rispettato e che le misure attuate porteranno, una volte a regime, il differenziale BTP-BUND a 100 punti base (ma a che prezzo?).

Il 3% però non deve essere visto come un obiettivo di fine anno, ma deve essere una costante da monitorare in ogni momento della vita politico-economica del governo. Di certo l’abbattimento delle spese ed il contenimento dei costi sono fondamentali, ma non si può prescindere dal far ripartire l’economia e quindi il PIL. La crescita economica nel nostro paese si può ottenere non puntando solamente su un fattore, come potrebbe essere l’export che pare riprendersi, ma dal rilancio dei consumi e della produzione interna e da un mix di provvedimenti che portino benefici anche nel lungo termine, altrimenti ad ogni legge di stabilità si dovrà fronteggiare il medesimo problema.

In tal ottica il progetto Destinazione Italia è fondamentale ed il testo uscito oggi sembra promettente. Vi è però un altro punto piuttosto problematico, gli investimenti, principalmente i grandi investimenti infrastrutturali, energetici e di riqualificazione edile, devono venire anche dallo Stato stesso che in questo frangente non ha coperture per affrontare spese con ritorno a lungo termine. I mercati e gli investitori osservano e questi hanno vista molto breve, ragionano in giorni a volte anche in ore o minuti, basti pensare alle oscillazioni dello spread sull’oda di rumors. Se necessario proprio per questo genere di investimenti, con ritorno sul PIL a lungo termine, è necessario negoziare con la EU e Bruxelles affinché concedano un temporaneo sforamento del rapporto Deficit/PIL, con la garanzia, e qui entra in gioco la serietà del paese e la capacità di raggiungere gli obiettivi non sempre dimostrata, che, in un tempo definito a priori, la crescita del prodotto interno lordo nel lungo periodo abbatterà il rapporto, idealmente più di quanto gli sia stato momentaneamente concesso di salire.

20/09/2013
Valentino Angeletti
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