Archivi tag: default greco

Attendendo il piano greco un fine settimana a ritmo di Sirtaky e dall’aroma di feta

Chissà come si saranno sentiti la precisa e puntuale commissione UE e la meticolosa Merkel quando Tsipras si è presentato all’Euro Gruppo, convocato con estrema urgenza proprio per provare a dirimere la crisi greca, senza un piano di riforme da sottoporre loro.

Il leader greco, dimostrando forse un po’ di superficialità ed impreparattezza ad una situazione che sia lui che le istituzioni, avrebbero volentieri concluso prima, ha avanzato solo richieste orali, affermando che è disposto ad accettare quanto proposto mercoledì passato dalla Commissione, a meno di alcune modifiche per renderlo accettabile dal Parlamento di Atene, modifiche che ovviamente rappresentano il nodo della discordia.

Tsipras vorrebbe mantenere l’IVA agevolata per le attività turistiche e sarebbe disposto a rivedere la richiesta di taglio del 30% del debito in favore di un ricadenzamento, allungando le scadenze e limando i tassi. Le istituzioni invece vorrebbero aggiungere i tre livelli di IVA, pensionamenti da subito a 67 anni, avvio di un pesante processo di privatizzazione. Come già accaduto non sono le cifre in ballo a rappresentare un problema, la Grecia arriva al 2% del PIL europeo, ed i programmi proposti dal primo ministro ellenico e dalle istituzioni non sono distanti, la vera questione è la volontà politica di creare o meno un precedente, che in ogni caso si verrà a creare qualunque sia l’epilogo.

Tsipras ha affermato che l’andare senza piani scritti rappresentava l’inizio della trattativa, in realtà è possibile che, dopo l’avvicendamento al ministero delle finanze tra Yannis Varoufakis e Euclides Tsakalotos, un piano condiviso e sottoscritto anche dal nuovo ministro non ci sia ancora. Nonostante ciò Tsipras ha richiesto il versamento, con beneficiaria Atene, di 7 miliardi di € per consentire di arrivare a fine luglio evitando il fallimento. Se entro due giorni Atene non sarà rifornita di liquidità le banche non avranno più soldi e sarebbe il default, con conseguenze ignote sul destino della Grecia all’interno dell’area Euro; per far fronte a ciò Atene ha richiesto una estensione del programma di assistenza ELA, fermato ad 89 miliardi dalla BCE come conseguenza del mancato pagamento di 1.6 miliardi all’FMI il 30 giugno. I denari servirebbero al governo greco per pagare stipendi e pensioni e per rimborsare i circa 3 miliardi che devono alla BCE entro il 21 luglio. La proposta è stata immediatamente rifiutata dalla Merkel: “Prima i piani di riforma e poi gli aiuti” ha tuonato il cancelliere tedesco, mentre Tsipras vorrebbe gli aiuti per poter intavolare, in luglio, nuove trattative con le Istituzioni per un piano condiviso. Nel frattempo è stata paventata l’ipotesi di un prestito all’ellade di circa 3 miliardi, ossia i profitti della BCE sui titoli greci, ma questa somma è sufficiente solo per adempiere gli obblighi dello stato (stipendi e pensioni) oppure per ripagare la BCE il 21 luglio.

In sostanza l’Eurogruppo si è concluso con un nulla di fatto, la tensione continua a tagliarsi con il coltello, ancora nessuno sa come, in caso di default ellenico, procedere: far uscire la Grecia dall’Euro o dichiararla “semplicemente” insolvibile? IN ogni caso le decisione sarà in capo all’Europa che ha in mano il proprio destino.

Al momento le Istituzioni hanno chiesto ad Atene un piano entro giovedì sera, massimo venerdì mattina, da poter discutere domenica nei vertici straordinari e d’urgenza a 19 e 28. Sono stati convocati anche tutti e 28 gli stati membri proprio perché in caso di uscita della Grecia dall’Euro, ipotesi che riteniamo difficile, ma che nessuno, incluso Juncker, ancora smentisce, l’impatto sarebbe su tutta l’Europa (e non solo).

La partita è di livello globale, come tale i giocatori non sono solo gli stati europei o immediatamente limitrofi, ma anche le altre potenze mondiali. In particolare USA, Russia e parzialmente la Cina. Il default greco, e nel caso peggiore l’uscita dall’area Euro, complicano lo scenario almeno su due livelli: il primo prettamente economico, in quanto uno scossone europeo che coinciderebbe con la disgregazione di tutto il progetto per come è stato conosciuto fino ad ora, con la decadenza del principio di irreversibilità della moneta unica, e con l’ammissione di fallimento del “What ever it takes” di Mario Draghi, sarebbe potenzialmente in grado di rallentare la ripresa anche in aree geografiche molto lontane, come appunto in Usa ed in Russia; il secondo livello è invece di tipo strategico, perché, a seconda della sorte greca, essa sarà portata ad orientarsi ad est piuttosto che ad ovest.

La Cina si sta muovendo alla conquista del vecchio continente procedendo all’acquisizione di quote in importanti società (ascesa sopra il 2% di Intesa è stato l’ultimo colpo in Italia) operanti in settori strategici (energia, oil&gas, trasporti, tlc, finanza, minerario, acciaio). Ovviamente la possibilità, qualora la Grecia venisse “abbandonata” dall’Europa, di supportarla in cambio di basi o avamposti strategici, teste di ponte per il vecchio continente, è quantomai allettante, così come lo sono le privatizzazioni che le Istituzioni UE chiedono a Tsipras. Di particolar interesse risultano il porto del Pireo, tutto il settore navale e la flotta commerciale greca, che per tonnellaggio è la più grande la mondo. Al momento l’interesse Cinese alla vicenda sta un po’ scemando a causa dei crolli finanziari che stanno colpendo l’estremo oriente: perdite di borsa di ordini di grandezza superiori a tutto il problema greco, basti pensare che in un sol giorno (la settimana scorsa) sono andati bruciati denari pari all’equivalente del valore di tutta la borsa di Parigi.

Gli USA, direttamente dal Presidente Obama, hanno fatto pervenire una telefonata alla Merkel (notare, non a Bruxelles, Juncker o chicchessia, ma a Frau Merkel) per riconfermare la necessità di una permanenza greca nell’Euro. Anche l’ammorbidimento delle rigide posizioni dell’FMI, con la conseguente dichiarazione (quasi certificazione, ma più una semplice conferma) di insostenibilità del debito greco, sembrerebbe figlio dell’operato del presidente statunitense, assai preoccupato che la situazione greca comporti il rallentamento della sua economia. Gli USA temono inoltre un avvicinamento della Grecia, la cui posizione, crocevia tra Europa e Medio Oriente, è strategica, alla Russia.

Dal canto suo la Russia ha offerto, se richiesto, aiuto ad Atene, proprio per l’interesse affinché lo stato ellenico entri nella sua orbita in caso di default. Oltre alla posizione militarmente e geo-strategicamente importante, a Putin interessa l’energia, in particolare alcune concessioni esplorative/estrattive nell’Egeo, ma soprattutto il passaggio del gasdotto Turkish Stream che consentirebbe di portare Gas russo in Europa (uno dei maggiori mercati russi) evitando la complicata ed instabile tratta Ucraina, altro nervo scoperto ed ancora dolorante nella politica estera interna o prossima all’Europa. Per tale progetto infrastrutturale poco più di due miliardi di € sono già in procinto di essere bonificatati al governo ellenico.

Ora non rimane altro che attendere il il piano di riforme del governo Tsipras ed il conseguente vaglio da parte delle istituzioni durante i vertici fissati per domenica.

Un fine di settimana a ritmo di sirtaky e dall’aroma di feta.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

La trattativa Creditori, Bruxelles Group e Grecia: irrigidimento dopo gli esiti (scontati) delle elezioni spagnole e polacche?

Sull’infinita ed ormai esasperante crisi greca, il livello di tensione delle ultime dichiarazioni può essere assimilato alla figura retorica del climax discendente.

Non è passato più di qualche giorno da quando esponenti dei ministeri di Atene, tra cui lo stesso Varoufakis, dichiararono che sarebbe stato impossibile per lo stato ellenico assolvere la tranche di debito da 312 miliardi con l’FMI in scadenza il 5 giugno e lo sarebbe stato per tutto l’ammontare delle scadenze di giungo, pari a 1.6 miliardi di €. La giustificazione data dagli esponenti ministeriali è stata la più banale, quanto inappuntabile possibile: la Grecia non ha soldi. La carenza di liquidità, del resto, era ormai nota, se non in modo esplicito, sicuramente nei fatti visto che il governo centrale di Atene aveva già raschiato il fondo del barile richiedendo liquidità a tutti gli uffici e gli enti locali, nonché ai consolati ed alle ambasciate sia in territorio nazionale che in quello estero.

A questa prima dichiarazione, allarmante per i creditori ed FMI in particolare, è seguita una smorzata da parte del Ministro Varoufakis, che ha assicurato che la Grecia pagherà tutti i suoi debiti, a patto di avere liquidità sufficiente e disponibile. Tale affermazione ovviamente non contraddice la prima, se, come è ormai appurato essere, Atene non ha denaro a sufficienza per pagare il 5 giugno stipendi, pensioni, che il Governo Tsipras vuole a tutti i costi onorare, e debiti verso i creditori, ritenuti sacrificabili. Non sono caduti nel sillogismo dialettico i creditori, BCE, FMI, ESM, i quali hanno ribadito che senza un piano di riforme concreto e senza il rispetto di tutte le scadenza non saranno concessi ad Atene ulteriori aiuti (l aprossima tranche ammonterebbe a 7.2 miliardi) dei quali evidentemente Tsipras necessita con sempre maggiore urgenza.

L’ultima versione, la più edulcorata, è stata proferita sempre da Ministro Varoufakis, il quale ha assicurato il pagamento di ogni pendenza poiché di qui al 5 giugno vi sarà un accordo sulle riforme e sul rifinanziamento degli aiuti. Non sono quindi stati trovati denari, ma è solo aumentato l’ottimismo per una concreta risoluzione, almeno per quel che riguarda la scadenza più imminente.

L’ottimismo è probabilmente dovuto alle dichiarazioni di Junker, presidente della Commissione UE, che vede un’accelerata verso l’accordo, ma soprattutto all’appoggio che da Washington arriva dal segretario generale del Tesoro Jack Lew, il quale ha rassicurato che da parte statunitense ci sarà il massimo pressing sulle istituzioni europee e sui creditori affinché la situazione venga risolta quanto prima. Il motivo è presto detto: benché in Europa si cerchi di minimizzare l’impatto di un eventuale default greco e di una sua uscita dalla zona euro, grazie alle misure monetarie intraprese ed al rafforzamento avvenuto negli ultimi anni, la verità, quella con cui si confronta il Tesoro USA, è che nessuno ha chiaro che cosa potrebbe in realtà accadere, le conseguenze connesse, quantificare l’impatto sui mercati e la reazione della finanza speculativa sempre in agguato e sempre pronta ad accanirsi contro la vittima successiva rispetto alla Grecia (Italia? Spagna?).

Nonostante però questa ventata positiva ed ottimista, la determinazione statunitense e la capacità comunicativa di Varoufakis, il negoziato sulle riforme ed il compromesso “sbloccante” non sembra ad oggi dietro l’angolo.

Lato Tsipras ed Atene le proposte di riforme sarebbero rivolte ad un adeguamento dell’IVA suddividendola in tre fasce, alla istituzione di un salario minimo a 751€, livello indicato prima del memorandum con il Bruxelles Group, una stretta sui pensionamenti anticipati sotto i 65 anni di età senza però rivedere l’ammontare dell’assegno pensionistico, il mantenimento di un livello sostenibile di disavanzo primario, taglio di spesa a ministeri ed enti pubblici, lotta all’evasione ed all’uso del contate tramite uno scudo fiscale (15% circa) sui capitali da evasione e detenuti all’estero, così come una tassazione sui prelievi di bancomat (oltre 70 € è la cifra ipotizzata) per combattere l’uso del contante, misura che però riscontra opposizioni interne a Syriza. Pur non essendo in grado di rispettare quanto promesso in campagna elettorale il tentativo di Syriza è quello di cercare, per quanto possibile, di sostenere il welfare, evitando di far precipitare ulteriormente lo stato sociale del popolo greco. I tre quarti del cammino sono stati intrapresi e portati a termine dalla Grecia, l’ultimo quarto spetta alle istituzioni europee ed ai creditori, questa è la posizione di Varoufakis e Tsipras, che sono convinti si debba trovare un accordo senza ricadere negli errori del passato.

Va detto che quelli del passato si sono mostrati a tutti gli effetti degli errori che hanno esacerbato oltremodo una crisi che avrebbe potuto essere risolta fin da subito con un costo nettamente inferiore, quasi trascurabile. Il Professor Prodi, dalle colonne del Corriere, ha sostenuto che sarebbero bastati 40 miliardi se il problema fosse stato approcciato fin da subito, sicuramente la stima è al ribasso, ma pensare che la situazione potesse risolversi con 120-130 miliardi è verosimile. Adesso, dopo aver perseverato 5 anni con l’austerità, invece ne servirebbero almeno 500 ed oltre. Il nodo della questione è che quelli definiti “problemi” dai greci, sono in realtà capisaldi della politica di risanamento che vorrebbe impostare la Ex Troika.

Il Bruxelles Group infatti, oltre a non voler assolutamente concedere ritardi o rinegoziazioni dei pagamenti in corso, vorrebbe impostare il percorso del risanamento ellenico basandosi su noti principi di austerità, forse leggermente rivisti, ma non ammorbiditi in modo tale da poter risultare sopportabili nell’attuale contesto greco. In particolare privatizzazioni pesanti e diffuse, taglio dei dipendenti pubblici, quando invece la Grecia avrebbe avuto intenzione di operare riassunzione (ad esempio nell’emittente televisiva nazionale), taglio di stipendi e pensioni pubbliche, stretta sui parametri del disavanzo primario, taglio delle spese, incremento pesante dell’Iva e della tassazione sui consumi. La lotta all’evasione è anche per l’Europa una necessità, ma l’aleatorietà degli ingressi, pur un con un potenziale enorme, fanno prediligere forme più programmabili di reperimento delle risorse.

La possibilità che entro il 5 giugno venga trovato l’accordo definitivo in grado di sbloccare la seconda tranche da 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia rimane remota. Sicuramente l’influenza del tesoro Americano è notevole e lascia trasparire come, nonostante le rassicurazioni di Bruxelles sulla più stabile situazione dell’Unione rispetto al 2011, il terreno di uscita greca dall’Euro, o, ipotesi più probabile, di un nuovo default controllato di Atene, sia ombroso e senza certezza. Le reazioni potrebbero essere molto pesanti, e, in ambedue i casi, a prescindere dal reale impatto economico dell’evento, la speculazione potrebbe portare alla disgregazione del progetto europeo con pochissime e ben assestate mosse. Parimenti risoluti, sbarrando o limitando il margine negoziale greco, sembrano però i creditori, con in testa lo statunitense FMI e l’europeo ESM che per bocca del suo presidente, Klaus Regling, ha affermato che non vi saranno ulteriori aiuti alla Grecia senza il rispetto di tutte le scadenze.

In aggiunta a ciò, ad irrigidire ulteriormente le posizione del Bruxelles Group, potrebbero esservi i recenti risultati elettorali con la vittoria di Podemos in Spagna, del conservatore Duda in Polonia, dell’incalzare di movimenti di estrema destra e xenofobi dichiaratamente anti Euro ed anti sistema nella mittel-europa, dei movimenti di protesta come M5S e Lega in Italia e la riconferma di Cameron in UK, sospinto dal portare avanti l’idea di referendum di uscita dall’Euro.
Nelle ultime tornate, quella spagnola, amministrativa ma preludio alle politiche di autunno, e quella polacca, sia Podemos che l’ultranazionalista Duda, hanno posizioni non aprioristicamente contro l’unione europea, ma contro le politiche di austerità che hanno impoverito la popolazione europea ed animato il senso di disaffezioni nei confronti delle istituzioni di Bruxelles. Se tale sentimento è più che comprensibile in Spagna, che, pur con dati ed economia in crescita, ha dato i natali al movimento degli indignados, lo sarebbe meno nel caso della Polonia, economia in crescita e che ha beneficiato molto del’ingresso in Europa, se la giustificazione non fosse da ricercarsi proprio nella disaffezione nei confronti di Bruxelles, delle sue politiche e lo scemare complessivo di quello che una volta era il sogno di integrazione europea dal quale i cittadini si sarebbero attesi un benessere ed una stabilità economica, politica e sociale poi mai concretamente arrivate.
L’apertura alla Grecia potrebbe dare il la alle richieste di altri stati, iniziando da Spagna e Polonia, ed alle pretese di scaricare parte del debito sovrano. Chiaramente fintanto che l’economia è quella greca si parla di un impatto economico di livello complessivamente limitato, quando invece si iniziano a tirare in ballo la quarta e la sesta economia dell’aera Euro le dimensioni sono di tutt’altro genere.

Ciò detto pare che la questione greca si protrarrà oltre, probabilmente con soluzioni estemporanee e non definitive, e che la posizione delle istituzioni possa irrigidirsi ulteriormente facendo assumere a questa narrazione, dal punto di vista greco, i contorni di una vera e propria tragedia atenese.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Soluzione greca lontana, parti distanti, tempi stretti ed euro pochi

Tsipras-Varoufakis“Il destino della Grecia è solo nelle sue mani”. Con questa frase il Governatore della BCE Mario Draghi ha descritto la situazione greca andando a significare ed a sottolineare come, lato istituzioni Europee (Ex Troika o Bruxelles Working Group che dir si voglia), il possibile è già stato fatto.

In tal senso, dal punto d’osservazione istituzionale, è chiaro come il destino della Grecia dipenda da Atene stessa: accetti il programma di riforme richiesto dall’Europa o ne presenti uno che ne ricalchi i dettami, e le tranche di aiuti saranno consegnate nelle mani di Varoufakis; in caso contrario non pare più esserci margine di trattativa. Viceversa è evidente che il destino, forse dell’intera Europa, ma sicuramente dello scenario economico finanziario dell’immediato futuro, è strettamente legato all’evolversi della vicenda greca. La dimostrazione è stata la violenta reazione dei mercati che ha seguito gli aggiornamenti provenienti da Washington dove si teneva il summit finanziario tra i Ministri delle Finanze europei, BCE ed FMI.

Probabilmente la notizia che le piazze finanziarie, ai massimi da svariati mesi/anni e pesantemente bisognose di giustificare una massiva presa di profitti ed uno scaricamento degli oscillatori, hanno colto al volo per stornare con decisione e per innalzare in modo generalizzato il livello degli Spread, è stata quella secondo la quale nella casse di Atene rimarrebbero appena 2 miliardi per il pagamento di stipendi e pensioni, con alle porte due importanti tranche di rimborso: 2.5 miliardi di € al FMI entro maggio-giugno e 7.5 miliardi alla BCE entro luglio-agosto. La notizia, subito smentita da Atene, effettivamente pare non essere troppo fondata poiché fu proprio il Ministro ellenico Varoufakis, pur mantenendo il consueto ottimismo poco oggettivo e poco avvalorato dai fatti, a dichiarare che difficilmente la soluzione all’impasse potrà avvenire all’Eurogruppo del 24 aprile, di sicuro si dovrà attendere almeno la fine di giugno.

È dunque ipotizzabile che almeno fino alla fine di giugno Atene sia in grado di onorare i propri impegni considerata l’assoluta intransigenza di BCE ed FMI sulle riscossioni che gli spettano. Secondo la testata tedesca Spiegel alla Grecia starebbero per arrivare in soccorso la Russia, che verserebbe 5-5.5 miliardi per i diritti di passaggio del nuovo gasdotto Turkish Stream, e Pechino, interessata a prendere parte ai processi di privatizzazione, tra cui il porto del Pireo, che l’UE chiede fortemente a Tsipras, per una quota di 10 miliardi di provenienza cinese. Se queste siano illazioni senza fondamento oppur realistiche, allo stato attuale delle cose, non lo si può sapere, certo è che nell’orbita degli interessi di Mosca a Pechino, che pure con diplomazia hanno smentito ufficialmente un simile supporto economico, vi è sicuramente lo Stato ellenico.

Lo scenario rimane bloccato e senza segni che lascino presagire sviluppi immediati. La posizione delle istituzioni è nota: intransigente ed in attesa della lista delle famose riforme che vadano a sostituire quelle presentate da Tsipras e Varoufakis non soddisfacenti per la loro genericità e difficoltà nell’essere quantificate oggettivamente in termini di introiti effettivi. La Grecia invece, per bocca dei sui leader Tsipras e Varoufakis, continua a non voler mollare. Del resto le promesse fatte in sede elettorale non possono essere disdette e nel paese cominciano a riaccendersi le tensioni, in particolare tra anarchici e polizia che sono venuti i contatto anche nei giorni scorsi. Varoufakis addirittura talvolta pare cadere in un ingiustificato eccesso di sicurezza ed emanare una lontananza dalla difficile realtà sia della trattativa sia del suo paese. Fuori luogo infatti è sembrata la risposta “radioso” alla domanda su come percepisse il futuro greco fatta da alcuni giornalisti a Washington. Ci sono poi i mercati in attesa di notizie ed illazioni per giustificare i propri movimenti ed a poco servono gli ammonimenti e le messe in guardia di Draghi indirizzate a coloro che vorrebbero speculare contro l’Euro.

Sullo sfondo vi è il futuro economico, istituzionale e politico dell’Europa. Le opzioni sono limitate: o la Grecia accetta le riforme, ma al momento non pare intenzionata a scendere a compromessi visto che è stato confermato l’innalzamento dei livelli dei salari minimi ed in programma rimangono l’aumento delle pensioni ed il reinserimento della tredicesima ai salari più bassi, tutte misure draconiane di riduzione salariale e di taglio lineare inserite dal precedente governo; oppure si prospetta l’insolvibilità di Atene. Questa seconda ipotesi lascia il campo a due strade, il default con mantenimento della moneta unica ovvero l’uscita dall’Eurozona.

Le istituzioni ed il Ministro italiano dell’economia Padoan cercano di tranquillizzare, assicurando che le misure prese dall’Europa sono in grado di sopportare un eventuale default ellenico e secondo il Ministro Italiano l’Italia è al sicuro da un eventuale contagio. L’approccio votato, forse oltremisura, all’ottimismo che i leader politici sono soliti trovare in questi grandi eventi istituzionali (forse coadiuvati dalle tartine al salmone) è dimostrato dalle parole di Pier Carlo Padoan, secondo le quali il debito italiano sarebbe sotto controllo e non in crescita…. In realtà gli ultimi dati Istat indicano un nuovo massimo storico a 2169.2 mld: altro che in fase di stabilizzazione! Così come la situazione ellenica e ben lungi dall’essere sotto controllo.

Un “semplice” default probabilmente è davvero sopportabile e, pur nel segreto che cela operazioni simili, a questa via pare si stia preparando la Germania della Merkel. Differente invece il discorso di un’uscita dall’Euro che sarebbe un “precedente” tale da dare il liberi tutti a mercati e speculatori con primi target verso Italia e Spagna. Rispetto a questa seconda via stanno prendendo contromisure nella City londinese importanti istituti finanziari, ben consci che sarebbe una situazione non indolore neppure per loro che eppure all’Europa non sono legati dalla valuta comune. Ovviamente BCE ed istituzioni, con Draghi sugli scudi, cercano di rassicurare gli animi, asserendo che l’Euro è irreversibile e che anche nel malaugurato caso di “incidente GrExit” l’UE ha raggiunto un livello di solidità tale da poterlo metabolizzare. Difficile credervi, le potenze finanziarie pronte a scagliarvisi contro sono molto più forti, la reputazione europea verrebbe asfaltata più di quanto già non lo sia e le parole successive dello stesso Governatore BCE , confermando i timori e gli scenari preoccupanti riportati sopra, paiono più realistiche:

“L’incidente ci farebbe entrare in un territorio inesplorato ed ignoto”.

Mancano poche settimane e non conviene più a nessuno protrarre oltremodo questo stillicidio. Va necessariamente trovata una soluzione definitiva, alcuni non fanno altro che attendere lo sfacelo, ma molti altri, in Grecia soprattutto, stanno lottando per la sopravvivenza e contro la povertà. A questo punto un po’ di egoismo lo si può conferire anche al comportamento dei leader greci e l’Europa da par suo non può continuare una intransigenza che è stata complice di un avvitamento perverso del malessere sociale. Le soluzioni possibili non sono molte e l’uscita della Grecia dall’Euro, a mio insignificante modo di vedere, sarebbe l’inizio della fine dell’esperimento europeo. Nonostante tutto le poche vie percorribili ed in grado di offrire qualche possibilità di esito positivo paiono bloccate da ostacoli insormontabili ed i viandanti poco determinati ad operarsi per renderle nuovamente agibili.

19/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane

grexitL’impasse sulla situazione economica e del debito greco continua, i trattati si fanno incalzanti ed il prossimo incontro ufficiale sarà un Eurogruppo straordinario l’11 febbraio programmato dal Presidente Dijssemlbloem. Tsipras, forte della vittoria elettorale, forse credeva di avere più ampio potere negoziale, ma senza un concreto supporto di altri stati membri ed a seguito di un ammorbidimento delle sue posizioni di partenza è stato presto “domato” dalla Germania, dall’Eurogruppo e dalla Troika.
A monte delle elezioni Tsipras e Syriza non escludevano a priori un’uscita dall’Euro, GrExit, e sembravano piuttosto fermi nell’idea di rinegoziare il debito sul piano di un taglio degli interessi dal 40 al 60%, cosa ad Atene già avvenuta ma in modo concordato. Le attuali richieste di Tsipras e del suo ministro economico Varoufakis, che hanno dichiarato di misconoscere la Troka e di essere disposti a trattare solo con l’Unione, si sono assestate su una più canonica richiesta di dilazionamento temporale del debito il cui rimborso dovrebbe iniziare a breve termine nei confronti della Troika e solo a partire dal 2020 per quel che riguarda gli altri stati membri. L’allentamento delle richieste Greche, l’abbandono dell’ipotesi di uscita dall’Euro ed il riposizionamento verso una più generale ed invero condivisa propaganda per un’Europa diversa “meno austerità e più interessi ai cittadini”, hanno probabilmente spinto i falchi a declassare il livello di allarme per l’affare Grecia/Tsipras visto che la loro propaganda non è differente da quella di molte altre formazioni europee.

Anche le posizioni di alcuni paesi dell’Eurozona potenziali alleati ellenici si sono modificate, in particolare quella dell’Italia e di Renzi e della Frencia di Hollande. Il Premier italiano aveva sempre sostenuto una linea filo-mediterranea per rimettere il marenostrum al centro della politica e degli interessi economici europei, avrebbe dovuto divenire un HUB ENERGETICO ed uno SNODO cruciale per i COMMERCI con i sempre più fondamentali partners del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, inutile poi sottolinearne nuovamente la determinante posizione STRATEGICA geografica e militare. L’ingresso del PD all’interno del PSE poi aveva fatto presagire non senza elementi fondati derivanti da dichiarazioni pubbliche e con l’appoggio di Shultz, presidente del PSE, in Germania ed Hollande in Francia, alla possibilità di un’asse decisamente potente anti austerity dalla capacità di fuoco elevata, ben superiore a quella della sola Grecia, e che avrebbe potuto coinvolgere anche Madrid ed indubbiamente la stessa Atene sostenendo in sostanza le posizioni di Syriza. Questa possibilità invece è nelle ultime settimana venuta meno e Renzi ne è stato il principale rottamatore dichiarando senza mezzi termini alla stampa che non vi sarebbe stato alcun asse Mediterraneo in supporto alla Grecia, della stessa idea anche il presidente francese. Pare probabile che abbia prevalso più il timore di vedersi le potenze tedesche, della Troika e della Commissione UE contro che le linee di pensiero portate avanti fino a poche decine di giorni prima.

Le richieste che al momento sono state messe sul piatto da Atene sono piuttosto vaghe e senza un documento preciso. Riguardano il dilazionamento temporale nella restituzione del debito e la possibilità di un prestito ponte che dal 28 febbraio, termine ultimo entro il quale dovrà rimborsare la Troika per la trance di aiuti ed oltrepassato il quale rischierà di diventare insolvente, possa consentire al Governo Tsipras di arrivare a maggio e presentare un piano concreto sul quale discutere, perché al momento non esiste nulla di ufficiale e scritto elemento fondamentale per Troika, UE e tutti i creditori. Tsipras non può non rispettare quanto gli ha permesso di salire al governo, lo stato sociale greco è al collasso e le piazze già in fermento con altissimo pericolo per la tenuta e l’ordine sociale non lo tollererebbero.

Dall’altra sponda invece la fermezza e la rigidità, probabilmente rinvigorite dall’atteggiamento greco un po’ ammorbidito, la fanno da padrona e nessuno sembra disposto a concedere terreno. L’Eurogruppo col presidente Dijssemlbloem richiede un piano dettagliato da valutare entro il 16 febbraio e scarta l’ipotesi di un prestito ponte; la Germania mantiene anch’essa la sua proverbiale intransigenza e rimane indisposta ad ulteriori dilazionamenti, la Merkel ha dichiarato che di qui al 2020 Atene ha tutto il tempo per applicare le riforme e migliorare ulteriormente lo stato dei suoi conti (ipotesi assolutamente remota benche le condizioni sugli interessi siano favorevoli) potendo così passare a rimborsare i creditori e l’unico punto comune trovato nell’incontro tra il Ministro tedesco Schaeuble e quello ellenico Varoufakis è stato sul fatto di concordare di essere in disaccordo (bhè grasse risate in un momento cruciale per l’Europa); la Commisione UE con Juncker ribadisce la necessità che la Grecia tratti con la Troika; l’FMI pur scartando assolutamente la possibilità di un haircut sul debito rimane la più aperta al dialogo ed il Direttore esecutivo per la situazione Greca, il per noi noto Carlo Cottarelli, ha aperto alla possibilità di un nuovo programma di aiuti previa consegna da parte della Grecia di un concreto piano di riforme. Di certo la BCE e l’FMI per vari motivi tra cui anche un potenziale conflitto di interessi per l’istituto di Francoforte, non disdegnerebbero l’idea di abbandonare la Troika che diventerebbe un istituto esclusivamente europeo. Se tale circostanza si verificasse sarebbe un primo piccolo successo della Grecia nell’opera di demolizione delle istituzioni “pro-rigore” europee.

Mentre i negoziati vanno avanti il programma di aiuti ad Atene della Troika è stato bloccato, S&P ha declassato ulteriormente il rating greco, già Junk, portandolo a B- con outlook negativo motivandolo con le aumentate probabilità per l’ipotesi GrExit e con la sostanziale lontananza di una soluzione alla crisi; i titoli di stato greci, con rendimento per quelli a 10 anni stabilmente oltre il 10%, non sono più accettati come garanzia collaterale per i prestiti BCE. Un’ipotesi al vaglio per evitare la crisi di liquidità di Atene, sarebbe quella di emettere titoli a più breve scadenza oppure far erogare un prestito ponte dalla Banca Ellenica dietro aiuti sempre dell’istituto di Francoforte (un circolo vizioso).

Il ministro delle finanze italiano Padoan ha sostenuto che tra Grecia e Troika-UE non intercorre una partita tra avversari, ma piuttosto l’intento di trovare un percorso comune. Al momento i fatti lo smentiscono perché emergono tutti gli elementi classici del muro contro muro lontano da conclusioni fruttuose per ambedue le parti. Condivisibile invece è stata la dichiarazione sempre di Padoan secondo cui, smentendo quanto sostenuto da Draghi, Governatore BCE, questa crisi ha dimostrato che il processo “Euro” è in realtà reversibile.

La situazione rimane delicata, l’entità del debito greco non spaventa per l’ammontare, a spaventare sono le conseguenze di un precedente. Le posizioni rimangono piuttosto ferree, con Tsipras che non può tornare perdente in patria, mentre l’UE, sotto le pressioni tedesche, mantiene un’eccessiva rigidità nel timore di sembrare inconsistente e facile preda di “ricatti” anche di paesi per PIL secondari. In questo frangente il risultato è un clima di incertezza che non giova alla credibilità dell’Unione che ha già mostrato da tempo incapacità nel gestire crisi e nell’imparare dal passato, dalle esperienze che l’hanno già coinvolta direttamente così come dagli esempi esteri.

Negli USA ad esempio Obama si è nuovamente schierato in dichiarazioni pubbliche contro l’austerità rilanciando un piano di investimenti pubblici. Il Presidente statunitense è riuscito a creare posti di lavoro, benché ci siano opinioni critiche sul fatto che la maggior parte di essi siano precari e che quelli stabili siano in realtà ai minimi storici (obiezione della società Gallup), ma di contro la fiducia, i consumi e la produzione industriale sono in aumento così come i redditi che hanno supportato addirittura il settore edile, generalmente l’ultimo a sentire gli influssi benefici di una ripresa. Inoltre, benché dopo trattative estenuanti, l’accordo sul budget tra Repubblicani e Democratici per innalzare il tetto del debito USA viene annualmente trovato senza troppe rigidità sul rispetto di fissi parametri, segno di un approccio dinamico all’economia che fin qui si è dimostrato vincente.

Per l’UE il vero rischio quindi non sembra tanto quello di mostrarsi inconsistente e troppo permissiva, quanto quello, già avveratosi, di non dare l’impressione di una unione solida, ma semplicemente di singole economie divise ed accomunate artificialmente da un Euro che, senza le dovute riforme volte all’integrazione, non ha la forza legante necessaria. La sensazione è che l’eccesso di fermezza e di austerità sempre additato come elemento da superare ma mai abbandonato nemmeno temporaneamente, possano a breve realmente comportare una disgregazione dell’Unione e che l’elemento GrExit, riportato all’attenzione anche dal report S&P, possa esserne il via ufficiale. Se davvero l’intento è quello di continuare duri e puri sotto le pressioni dei falchi è bene che ogni Paese cominci a pensare ad un concreto e rapido piano per ridurre gli effetti e le conseguenze della frantumazione europea ed a cercare altri partner per affrontare la sfida globale.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale