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Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea

moneyA causa dei drammatici fatti di cronaca che si sono verificati in queste ultime ora l’economia è passata giustamente un po’ in secondo piano, ma proprio i giorni scorsi l’Istat ha diramato i dati relativi al terzo trimestre 2014 nel nostro paese. Per approfondire suggerisco di consultare il sito ISTAT oppure leggere i seguenti articoli che offrono una panoramiche abbastanza esauriente dei responsi dell’Istituto di Statistica.

Come ogni serie di dati la lettura lascia spazio a differenti interpretazioni e, come spesso accade, quelli emessi presentano aspetti in chiaro scuro, con alcuni elementi positivi mentre altri decisamente meno.

Da un certo punto di vista è incoraggiante l’incremento del potere d’acquisto delle famiglie, cresciuto dell’ 1,9% nel terzo trimestre del 2014 rispetto al trimestre precedente, e dell’1,5% rispetto al terzo trimestre 2013. Conseguentemente è aumentato anche il reddito disponibile delle famiglie cresciuto nel III trimestre dell’1,8% rispetto al trimestre precedente e dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo del 2013. I buoni dati però non devono trarre troppo in inganno perché le dinamiche di una inflazione (giunta a deflazione) in forte calo nell’anno 2014 in tutta Europa ed in particolare in Italia hanno comportato il calo dei prezzi dei beni di consumo contribuendo al maggior potere d’acquisto dei consumatori ed offrendo la possibilità di accantonamenti, ulteriormente favoriti dal drastico calo del prezzo del greggio il quale incide sul costo degli energetici, dei carburanti coinvolti anche nella filiera del trasporto dei prodotti finiti quindi in grado di incidere, in tal caso al ribasso, sul prezzo allo scaffale e sulla catena di produzione di certi materiali, beni e prodotti influenzandone il costo. Un contributo agli accantonamenti potrebbe derivare anche dal bonus di 80€ entrato a pieno regime, ma ritengo che essi siano stati spesi per bollette, debiti, mutui, impegni pregressi e consumi di primissima necessità. I consumi al palo segnano la generalizzata sfiducia, e questo è il rovescio della medaglia, che pur in periodi di bassi prezzi spingono i consumatori a non spendere in attesa di momenti migliori e questo è un altro elemento costituente della dinamica deflattiva che sta coinvolgendo il vecchio continente. Gli 80 € suppongo che principalmente non siano stati accantonati bensì, come detto, spesi, ma il loro impiego è stato controbilanciato in modo molto superiore dalla riduzione dei consumi di coloro che non ne hanno beneficiato, come indigenti che hanno ridotto, se possibile ulteriormente le proprie spese lesinando anche sull’irrinunciabile, ma soprattutto pensionati, partite IVA, commercianti, artigiani, e tutta quella “middle class” in erosione con un reddito annuo oltre i 26’000 € che ha ridotto drasticamente i propri consumi, essendo venute meno le convinzioni di agiatezza economica conquistate, ad un certo punto quasi scontate ed ora rimesse in discussione con grande sentimento di sfiducia e sconforto, freno indiscusso alla propensione alla spesa; anche le classi superiori e tutt’ora agiate, senza entrare nel dominio dei ricchi e milionari i cui consumi di lusso tengono, hanno certamente ridimensionato il budget dedicato alle spese per incrementare quello bancario. Il senso di sfiducia è testimoniato anche dall’assenza di interesse per gli investimenti finanziari ai quali è preferito il conto bancario classico a remunerazione nulla

Se comunque il maggior risparmio delle famiglie è un bene, difficilmente si può dire altrettanto sull’incremento della pressione fiscale che ha raggiunto il livello nel terzo trimestre del 2014 del 40,9%, 0,7 punti percentuali in più rispetto allo stesso periodo del 2013. Nei primi 9 mesi dell’anno scorso invece la pressione fiscale è calata di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2013. Le tasse hanno contribuito ad un leggero miglioramento del saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) che è risultato positivo dello 0,8% rispetto al PIL (-0,5% rispetto all’1,3% Q3 2013). Nei primi 9 mesi dell’anno il saldo primario è stato positivo e pari allo 0,9% del Pil contro l’1,4% dello stesso periodo del 2013.

Decisamente male è il rapporto Deficit/PIL: +0,2% punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2013 raggiungendo +3,5%. Nell’intero Q3 2014 il rapporto è stato del 3,7%, +0,3% punti percentuali rispetto a quello misurato nel Q3 2013. Ricordiamo l’obiettivo di fine anno di mantenere il rapporto entro il 3%, valore che riteniamo essere stato sicuramente rispettato al termine del Q4, come evidenzieranno le prossime informative Istat, grazie agli anticipi (incrementati dalle varie finanziarie) delle tasse relativi al 2015, ai minori interessi sul debito scaturiti da spread bassi, al maggior gettito fiscale, al pagamento dell’IMU (ma ahinoi non, o solo in minima parte, dal taglio della spesa pubblica). L’alto livello e l’incertezza della tassazione sono altri elementi di sfiducia e che si oppongono agli investimenti privati ed all’attrattvità del nostro paese assieme alla burocrazia. La prassi di rincorrere affannosamente negli ultimi mesi gli obiettivi senza pianificazioni di lungo termine è tipica dell’approccio economico italiano e decisamente deleteria, da cambiarsi al più presto. Essa è come lo studente che invece di uno studio approfondito, regolare, che consenta di digerire concetti e nozioni, si avventa sui libri a due giorni dall’esame con uno studio matto e disperatissimo, ma non perché animato dalla leopardiana passione per le materie, ma perché esageratamente in ritardo e disorganizzato. L’esame poi potrà anche essere superato o per fortuna o per le mal riposte capacità dello studente, ma alla lunga il metodo non paga ed infatti la Commissione Europea, avendo già degli allarmi sullo stato dei conti italiani, ha rimandato a marzo il giudizio sulla legge di stabilità con a corredo una serie di ultimatum più o meno impliciti. L’avere un saldo primario positivo è un dato di fatto ed è un merito, ma gli interessi sono presenti, vanno pagati e sono relativi ad un debito contratto negli anni addietro per una gestione dissennata dei conti pubblici che nessuno ci ha imposto di contrarre ed ora le conseguenze, delle quali si aveva già piena conoscenza sapendo che si sarebbero riversate sulle spalle delle nuove generazioni, sono sotto gli occhi di tutti.

Un elemento che caratterizza la sfiducia nel futuro innegabile in questo periodo e la propensione al risparmio è anche l’assenza di richieste di credito alle banche per mutui; il mercato immobiliare sta subendo, tralasciando gli immobili di pregio in zone centralissime delle grandi città, un continuo calo confermato negli ultimi mesi e la cui tendenza non sembra aver intenzione di invertirsi. La richiesta di credito bancario sia per privati che per aziende è scarso e considerando il dominio delle attività imprenditoriali testimonia il perseverare della tendenza a non investire che rappresenta un elemento di blocco alla ripresa economica europea. In tal direzione infatti si dovrebbero dirigere (al momento con la sola poca forza del piano Juncker) le politiche europee dietro i moniti degli istituti principali, dall’FMI alla Banca d’Italia passando dalla BCE. Il credito però rischia di essere ulteriormente stretto dalle banche a causa degli aggiornamenti della BCE. La Banca Centrale ha stretto ulteriormente i criteri di Basilea che impongono un adeguato livello di patrimonializzazione alle banche in modo di garantire la loro solidità. A 15 banche italiane sarebbe stata inviata una lettera che le avverte di dover incrementare il loro patrimonio (Core Tier), o meglio il rapporto tre il loro patrimonio e le attività di investimento con un margine di rischio (pesato), perché attualmente insufficiente. Questo incremento può avvenire in alcuni modi: attraverso aumenti di capitale che però le nostre banche non possono percorrere in quanto lo hanno già fatto pochissimo tempo fa e la risposta del mercato ad una nuova richiesta di denaro potrebbe non essere positiva (potrebbe sempre subentrare la mano statale); attraverso operazioni di M&A che ritengo animeranno i prossimi mesi; attraverso la riduzione delle attività finanziarie rischiose. L’ultima via sarà senza dubbio la più battuta, ma nasconde una importante quanto perversa insidia, ossia secondo le regole della BCE il rischio relativo ad attività prettamente finanziarie come l’uso di derivati ed hedge founds è inferiore rispetto alla concessione di credito ad aziende e privati (i classici mutui, prestiti e finanziamenti).  Ne potrebbe conseguire che per ridurre il rischio delle attività speculative in senso lato (finanza e credito), e quindi il rapporto tra patrimonio ed impieghi potenzialmente rischiosi, vengano spostate risorse dal credito alla finanza oppure direttamente chiuse e spostate ad accantonamento liquido e questo potrebbe essere fatto anche con gli eventuali QE (che dovrebbero mantenere un vincolo sul loro impiego a sostegno dell’economia) messi in atto dall’Istituto di Francoforte, annullandone così il potenziale, ma non scontato, effetto benefico.

La sicurezza bancaria ed i meccanismi di salvataggio controllato sono sicuramente elementi fondamentali per l’Unione Europea della condivisione dei rischi e benefici e della cooperazione a cui si dovrebbe puntare, vanno normalizzati ed armonizzati in tutta l’UE e non si deve permettere che istituti privati vengano salvati a carico dei contribuenti, ma ciò non può collidere con un elemento chiave per lo sviluppo e l’innovazione dell’economia e delle aziende del vecchio continente. Chiaramente questi nuovi modelli economici impongono la ricerca di credito anche in altri modi, come cartolarizzazioni e bond societari anche per piccole imprese, quotazioni in borsa facilitate e capacità di attirare venture capital da privati in modo da svincolarsi parzialmente dal credito bancario di vecchia concezione, ma questo elemento rimarrà comunque importante e le regole, che devono garantire giustamente la solidità del sistema finanziario continentale, non possono ostare palesemente con una delle principali attività degli istituti. Essi dovrebbero rivolgersi sempre più all’economia reale e meno alla finanza (la divisione delle due attività sarebbe una soluzione da valutare attentamente). Sarebbe bene quindi che la BCE riveda, se non i criteri di Basilea già in precedenza allentati in modo da risparmiare alcuni istituti tipicamente nordici e tedeschi, l’attribuzione del rischio alle varie attività finanziarie che attualmente, prediligendo la finanza speculativa a quella del credito, è ad appannaggio del sistema bancario nordico più azzardato con le leve nei propri investimenti rispetto a quello mediterraneo più orientato al credito e che comunque deve migliorarsi drasticamente nel definire prima di concedere un credito, il rischio relativo a quell’impiego, evitando i favoritismi a vecchie conoscenze che nel nostro paese hanno comportato numerosi scandali bancari.

11/01/2015
Valentino Angeletti
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Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita

Nella giornata dei due eventi formalmente afferenti alla stessa parte politica, il PD ma che di fatto ne sanciscono la divisione tra l’area governativa, moderata ed inclusiva del Premier Renzi, e quella più marcatamente di sinistra rappresentata oggi dalla CGIL e dalla minoranza del PD di Cuperlo e Civati solo per citare due nomi conosciuti, è doveroso fare un passo indietro e tornare agli accadimenti caratterizzanti il Consiglio Europeo appena concluso.

La Leopolda e la manifestazione CGIL di Piazza San Giovanni sono due eventi emblematici la situazione politica italiana, in particolare quella attualmente di Governo, ma in questo frangente conviene non perdere mai di vista l’Europa soprattutto nel periodo di revisione dei budget, delle valutazioni delle leggi di stabilità e di stress test bancari.

Come ormai sappiamo l’UE vaglierà la manovra italiana analizzando e valutando ogni scostamento rispetto ai parametri previsti negli accordi europei e chiederà chiarimenti in merito. La questione subito emersa è stata quella di una correzione sul deficit strutturale di 0.1% rispetto allo 0.5% presente negli accordi con Bruxelles. La differenza di 0.4% varrebbe circa 8 miliardi, cifra non irrisoria considerando la cronica difficoltà italiana nel reperire coperture ed alla luce dei valori di debito/PIL e deficit/PIL da dover ridurre come da ridurre dovrebbe essere la pressione fiscale. La linea del Presidente di Commissione uscente, Barroso, era probabilmente quella di richiedere il completo raggiungimento dello 0.5% ma col trascorrere delle ore pare sempre più probabile un accordo sul valore intermedio dello 0.3% (come peraltro già pronosticato, vedi link a fondo pagina) che vale attorno a 3.2 miliardi somma pressoché totalmente accotonata nel tesoretto già previsto in Legge di Stabilità (che secondo quanto riportato da La Stampa per ottenere la bollinatura della Ragioneria Generale di Stato sarebbe stata stravolta rispetto a quella presentata in Parlamento – Link Articolo).

Nonostante l’ufficialità da Barroso non sia ancora arrivata, attenderà infatti la risposta italiana alla richiesta di chiarimenti europei che giungerà a Bruxelles lunedì 27 e forse perverrà nella successiva valutazione completa da parte della Commissione, la probabile mediazione allo 0.3% in cambio di un dettagliato piano di riforme che l’Italia dovrà presentare entro fine anno, viene sbandierata coma una vittoria di tutti, anzi come una sconfitta dell’austerità. In tutta umiltà e sincerità mi terrei ben lontano da un’affermazione simile che incontra tutto il mio scetticismo. Lungi dal voler essere un gufo, anzi tutt’altro, ma l’approccio che porta alla crescita non può basarsi su concessioni di qualche decimo di punto ed il fatto che l’Europa si sia intestardita a richiedere una correzione, seppur minimale, al valore proposto non lascia presagire nulla di buono proprio adesso che c’è bisogno di un rapido cambio di direzione e quando la flessibilità necessaria ad una poderosa virata non può essere insita in patti stipulati in circostanze e congiunture macroeconomiche neppur lontanamente paragonabili a quelle in corso.

Come detto negli articoli dei giorni addietro la nazionalità Portoghese di Barroso e la sua volontà di rientrare da candidato politico in Portogallo dove non sono stati fatti sconti e la Troika ha operato per il risanamento del bilancio, unitamente alle solite pressioni tedesche affinché ogni numero venga rispettato, hanno contribuito a spingere il Presidente uscente ad mantenere una linea ancora decisamente intransigente.

Un secondo elemento che si contrappone alla volontà di cambiamento nella governance Europea è la richiesta di un conguaglio dovuto al ricalcolo Eurostat del PIL dei vari paesi a partire dal 1995. L’adozione della nuova metodologia costerebbe 2.1 miliardi alla Gran Bretagna, 340 milioni all’Italia mentre 1 miliardo andrebbe in favore della Francia e 779 milioni della Germania. Tecnicamente (ed è l’eccessiva tecnocrazia ancora imperante a preoccupare) il meccanismo non fa una piega, il PIL è stato rivisti, ha incluso anche alcune attività illegali, ha supportato (o penalizzato) i parametri di rapporto deficit/PIL e debito/PIL, ma porta la contropartita di una maggiore (minore) contribuzione, che avviene proprio in rapporto al valore assoluto del prodotto interno lordo, al bilancio europeo. In sostanza se il PIL è stato rivisto al rialzo, come nel caso italiano, dal primo ottobre abbiamo avuto un vantaggio nei rapporti deficit/PIL (quantificabile in 0.2% circa) e debito/PIL, ma al contempo avendo un prodotto interno lordo maggiore l’-Europa ci chiederà anche un contributo maggiore rispetto a quanto già versato, andando tale contribuzione proprio in relazione al valore assoluto del PIL.

Quello bisogna chiedersi è se in questo momento problematico, con gli stress test bancari alle porte, le leggi di stabilità al vaglio, una crisi più lunga e dura del previsto che morde l’UE e la rende fanalino di conda tra tutte le economie avanzate mondiali, fosse davvero il caso di aggrapparsi a questa “tecnicalità” invece di rimandarla (non cancellarla) a periodi meno foschi?

Cameron è ovviamente stato il più indignato ed ha assicurato che non pagherà assolutamente questo debito ripianato dai soldi dei contribuenti britannici. “Una Europa così non è accettabile” avrebbe asserito il premier inglese, e c’è poco da scherzare perché nel 2017 la gran Bretagna andrà alle urne per votare se rimanere o meno in Europa.

Questi elementi non sono di buon auspicio, anzi fanno intendere che il modello economico votato al rigore è ancora lungi dall’essere prevaricato, anzi continua a sussistere nelle vene tedesche ed in alcune vene europee, nonostante le necessità impellenti di intraprendere un cammino di crescita. Cammino che non può essere lanciato dalle correzioni decimali, che attingono peraltro a clausole di salvaguardia già accantonate in via precauzionale ma che sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto, e badare che l’Italia non è il solo paese ad essere in questa condizione, ma deve basarsi sul percorso di riforme richiesto da ogni istituzione, BCE, Commissione ed agenzie di rating, e su un piano di investimenti ove il privato è indispensabile ed in ottica di medio lungo periodo dovrà rappresentare la parte preponderante beneficiando dei risultati delle riforme, ma dove anche il pubblico ha un ruolo non sostituibile od omissibile. Ed il pubblico in questo periodo, nel caso italiano ma non solo, necessita di poderosi tagli di spesa, invero già ipotecati per riduzione del debito e defiscalizzazione, e di risorse da impiegare che nel caso di importanti interventi infrastrutturali potranno essere raccolte solamente sforando quegli stringenti vincoli europei fatti in tempi e condizioni differenti. Continuarenel rigore mascherato dalla locuzione “flessibilità entro i limiti dei patti” non può portare altro che allo sgretolamento europeo in conseguenza alle difficoltà dei singoli paesi che potrebbero tranquillamente sfociare in default e del sentimento anti-europeo che il comportamento vessatorio aizza e che nei casi peggiori si trasforma in xenofobia, nazionalismi, razzismi ed in generale paura del diverso.

La speranza che questi siano solo gli ultimi colpi di coda della Commissione Barroso è obbligatoria così come che la nuova Commissione Juncker esaudisca davvero le promesse pre-elettorali di focalizzarsi al di là del rigore, sulla crescita e sul lavoro impostando subito un piano di investimenti transnazionali da 300 miliardi di €, da solo non sufficiente, ma capace di dare un piccolo contributo iniziale. Coloro che spronano non sono pochi né mancano di autorevolezza, infatti a spingere, inascoltato, da tempo verso una nuova direzione vi è l’FMI con la stessa Lagarde, le agenzie di Rating, Fitch è solo l’ultima, ed ora, un po’ a sorpresa, anche la BCE il cui Governatore Draghi secondo alcune fonti avrebbe rotto i rapporti con il Governatore della BuBa Weidmann fino ad oggi vero dominatore assieme al suo Cancelliere della politica economica e monetaria di Bruxelles e Francoforte. La nuova Commissione dovrebbe insediarsi in via ufficiale il primo novembre, da lì avrà poco tempo per portare i primi risultati concreti, ma di qui a quella data ancora molti colpi di scena potrebbero succedere.

Link:
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25/09/2014
Valentino Angeletti
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