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Sentenza Consulta sulle pensioni: un complesso nodo da sciogliere ereditato da Governo Renzi

Lo avevamo detto immediatamente che sarebbe stato un problema ed infatti ora la questione è sul tavolo del Governo che dovrebbe decretare entro venerdì. La sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il blocco, previsto dal provvedimento “Salva Italia” del Governo Monti, dell’adeguamento all’inflazione per gli anni 2012-2013 delle pensioni oltre 3 volte il minimo, quindi circa 1’500 € lordi al mese, deve essere in qualche modo rispettata.

Al momento la somma che dovrebbe gravare sul bilancio pubblico 2015 è ancora incerta, inizialmente la maggior parte dei media la collocavano in una fascia tra i 4 ed in 9 miliardi, aumentata poi nel tempo, attestandosi secondo le ultime stime nella forbice tra i 14 ed i 19 miliardi. Il conteggio complessivo, del resto, deve tenere conto degli adeguamenti mancati per il 2012-2013, ma anche degli adeguamenti successivi che avrebbero dovuto avere una base superiore oltre che degli interessi maturati. Tale cifra ovviamente non è onorabile dal Governo italiano, il quale, sotto il controllo dell’Europa che mercoledì passerà al vaglio il dossier riguardante proprio i conti italiani e l’impatto che la sentenza della Consulta potrebbe arrecare, ha confermato il rispetto dei vincoli di bilancio concordati. Il Ministro Padoan ha affermato che pagare tutto il rimborso causerebbe uno sforamento del tetto del 3% del rapporto defiti/pil, una deviazione dal suo percorso di rientro, ed un peggioramento ulteriore del debito che dal prossimo anno dovrebbe stabilizzarsi ed iniziare a scendere.  Al Ministro fa eco anche Bruxelles che non ipotizza neppure il non rispetto dei vincoli di bilancio a cui ha legato indissolubilmente la concessione dei margini di flessibilità che non possiamo permetterci di perdere perché si sommerebbero alle quote da rimborsare come uscite o mancati incassi in un bilancio statale senza margini, se non di un tesoretto di 1.6 miliardi evidentemente insufficiente per “l’imprevisto consulta”. Le previsioni di primavera della commissione, infatti, non hanno affatto tenuto conto del rimborso alle pensioni di cui lo Stato dovrà farsi carico.

Un’atavica domanda che sorge riguarda il perché di un simile ritardo della sentenza della Corte Costituzionale, le motivazioni erano facilmente intuibili fin da subito ed un precedente già sussisteva, ossia il veto sul contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; era pertanto possibile un pronunciamento più repentino. Il Governo Renzi, incolpevole per il dissennato provvedimento di blocco della perequazione in un periodo quando avrebbero dovuto esser potenziati i consumi, si trova comunque costretto a dover a riparare una situazione altamente complessa. Un’altra questione riguarda il fatto che, e si spera che serva da lezione per il futuro, sarebbe stato meglio sottoporre al vaglio della Corte tale misura ben prima della sua entrata in vigore. All’epoca, va detto, che il Governo era sotto pressione dei mercati, con spread costantemente tra 300 e 500, e da parte dell’Europa che premeva per la rigorosa applicazione dell’austerità. Ciò ha portato, come spesso accade anche in questi ultimi periodi, ad agire d’urgenza, con rapidità, a prendere decisioni avventate senza valutarne in modo corretto ed oggettivo le ricadute. Analogo problema si è verificato con gli esodati e tutta la riforma delle pensioni. Ora l’attuale Esecutivo rischia di sterilizzare i benefici contabili goduti del blocco degli adeguamenti sui conti e fungere da fardello in un frangente in cui per le condizioni macroeconomiche al contorno si dovrebbe spingere sull’acceleratore.

L’Europa, come ricordato precedentemente, non cessa di tenere sotto controllo i nostri conti, ricordandoci che non è possibile deviare dal percorso di rientro. Questo fatto pone il Governo Renzi nella condizione di dover studiare, cosa su cui il Ministro Padoan ha detto di volersi impegnare, un modo per mantenere in ordine i conti ed al contempo rispettare la sentenza della Corte. Il peso dell’Europa nel provvedimento preso sotto il Governo Monti è stato rilevante e non v’è dubbio che abbia contribuito a creare una pressione ed una fretta tale da far percorrere al Governo la via più breve e di più rapido risultato senza approfondirne le conseguenze. Di questa sua “ingerenza” Bruxelles dovrebbe farsi parzialmente carico per non applicare una eccessiva severità nel valutare la sentenza e le proposte che il MEF di Padoan avanzerà. Non solo relativamente all’Italia, ma la richiesta di austerità europea è stata un elemento che non ha facilitato il percorso di mitigazione e contenimento della crisi economica.

Le ipotesi più probabili a cui sta pensando il Ministero di Padoan sono un rimborso scaglionato e solo per le fasce di reddito più basse. La soglia sopra il quale il rimborso non verrà effettuato è ballerina ed incerta, alcuni quotidiani la fissano a 2’000 € di pensione netti (decisamente bassa), altri (più probabile) ad otto volte il minimo (un lordo di circa 4’000€). La somma dovrebbe essere reperita in parte (minima) dal tesoretto di 1.6 mld ed in parte da tagli di spesa (che avrebbero dovuto andare a ripianare il debito e ad abbassare le tasse). Si ritiene però che, in dipendenza alla soglia ove verrà posto il limite sopra il quale non verrà conferito nessun rimborso, il rischio di una revisione al rialzo su IVA ed accise, come previsto dalle clausole di salvaguardia, sia più che concreto. Per evitare un nuovo ricorso ed un pronunciamento della Consulta il provvedimento sarà configurato in modo da rispettare i requisiti di progressività, secondo il principio costituzionale che la tassazione deve essere proporzionale al reddito (ognuno deve contribuire in base alle proprie capacità, e in ogni caso in grado di provvedere al proprio sostentamento). Allo stato attuale oltre alla progressività del rimborso, in unica soluzione una tantum, entro un certo range che si azzera sopra un limite fissato vi è il dilazionamento nel tempo ad iniziare, a giugno, dalle pensioni inferiori.

Una simile tegola è quanto di peggio in questo momento potesse abbattersi sul Governo Renzi e sui contribuenti. Essa casca proprio in periodo pre elettorale, circostanza che inevitabilmente avrà rilevanza nell’indirizzare o dettare i tempi dei provvedimenti riparatori (Renzi, in perfetto assetto da campagna elettorale, ha detto di non aver fretta e di non accettare ingerenze o imposizioni europee), inoltre sono in pista numerose riforme istituzionali molto “divisive” che comportano tensioni e scontri politici.

Il rischio è che vengano ulteriormente rimandate le riforme realmente rivolte all’economia, senza considerare il pericolo che la Consulta si pronunci contro il Governo su altri provvedimenti del tutto simili al blocco delle perequazioni delle pensioni, come il blocco degli adeguamenti salariali per i dipendenti pubblici.

Sono da attendersi altri colpi di scena e se vige il principio che un referendum (vedi quello sulla legge Fornero in merito ai pensionamenti ed agli esodati) non può essere indetto, poiché non costituzionale, qualora un suo risultato possa mettere in pericolo il bilancio dello Stato, c’è da giurare che qualcuno stia già pensando di estendere il medesimo principio anche alle decisioni della corte costituzionale.

11/05/2015
Valentino Angeletti
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Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita

Nella giornata dei due eventi formalmente afferenti alla stessa parte politica, il PD ma che di fatto ne sanciscono la divisione tra l’area governativa, moderata ed inclusiva del Premier Renzi, e quella più marcatamente di sinistra rappresentata oggi dalla CGIL e dalla minoranza del PD di Cuperlo e Civati solo per citare due nomi conosciuti, è doveroso fare un passo indietro e tornare agli accadimenti caratterizzanti il Consiglio Europeo appena concluso.

La Leopolda e la manifestazione CGIL di Piazza San Giovanni sono due eventi emblematici la situazione politica italiana, in particolare quella attualmente di Governo, ma in questo frangente conviene non perdere mai di vista l’Europa soprattutto nel periodo di revisione dei budget, delle valutazioni delle leggi di stabilità e di stress test bancari.

Come ormai sappiamo l’UE vaglierà la manovra italiana analizzando e valutando ogni scostamento rispetto ai parametri previsti negli accordi europei e chiederà chiarimenti in merito. La questione subito emersa è stata quella di una correzione sul deficit strutturale di 0.1% rispetto allo 0.5% presente negli accordi con Bruxelles. La differenza di 0.4% varrebbe circa 8 miliardi, cifra non irrisoria considerando la cronica difficoltà italiana nel reperire coperture ed alla luce dei valori di debito/PIL e deficit/PIL da dover ridurre come da ridurre dovrebbe essere la pressione fiscale. La linea del Presidente di Commissione uscente, Barroso, era probabilmente quella di richiedere il completo raggiungimento dello 0.5% ma col trascorrere delle ore pare sempre più probabile un accordo sul valore intermedio dello 0.3% (come peraltro già pronosticato, vedi link a fondo pagina) che vale attorno a 3.2 miliardi somma pressoché totalmente accotonata nel tesoretto già previsto in Legge di Stabilità (che secondo quanto riportato da La Stampa per ottenere la bollinatura della Ragioneria Generale di Stato sarebbe stata stravolta rispetto a quella presentata in Parlamento – Link Articolo).

Nonostante l’ufficialità da Barroso non sia ancora arrivata, attenderà infatti la risposta italiana alla richiesta di chiarimenti europei che giungerà a Bruxelles lunedì 27 e forse perverrà nella successiva valutazione completa da parte della Commissione, la probabile mediazione allo 0.3% in cambio di un dettagliato piano di riforme che l’Italia dovrà presentare entro fine anno, viene sbandierata coma una vittoria di tutti, anzi come una sconfitta dell’austerità. In tutta umiltà e sincerità mi terrei ben lontano da un’affermazione simile che incontra tutto il mio scetticismo. Lungi dal voler essere un gufo, anzi tutt’altro, ma l’approccio che porta alla crescita non può basarsi su concessioni di qualche decimo di punto ed il fatto che l’Europa si sia intestardita a richiedere una correzione, seppur minimale, al valore proposto non lascia presagire nulla di buono proprio adesso che c’è bisogno di un rapido cambio di direzione e quando la flessibilità necessaria ad una poderosa virata non può essere insita in patti stipulati in circostanze e congiunture macroeconomiche neppur lontanamente paragonabili a quelle in corso.

Come detto negli articoli dei giorni addietro la nazionalità Portoghese di Barroso e la sua volontà di rientrare da candidato politico in Portogallo dove non sono stati fatti sconti e la Troika ha operato per il risanamento del bilancio, unitamente alle solite pressioni tedesche affinché ogni numero venga rispettato, hanno contribuito a spingere il Presidente uscente ad mantenere una linea ancora decisamente intransigente.

Un secondo elemento che si contrappone alla volontà di cambiamento nella governance Europea è la richiesta di un conguaglio dovuto al ricalcolo Eurostat del PIL dei vari paesi a partire dal 1995. L’adozione della nuova metodologia costerebbe 2.1 miliardi alla Gran Bretagna, 340 milioni all’Italia mentre 1 miliardo andrebbe in favore della Francia e 779 milioni della Germania. Tecnicamente (ed è l’eccessiva tecnocrazia ancora imperante a preoccupare) il meccanismo non fa una piega, il PIL è stato rivisti, ha incluso anche alcune attività illegali, ha supportato (o penalizzato) i parametri di rapporto deficit/PIL e debito/PIL, ma porta la contropartita di una maggiore (minore) contribuzione, che avviene proprio in rapporto al valore assoluto del prodotto interno lordo, al bilancio europeo. In sostanza se il PIL è stato rivisto al rialzo, come nel caso italiano, dal primo ottobre abbiamo avuto un vantaggio nei rapporti deficit/PIL (quantificabile in 0.2% circa) e debito/PIL, ma al contempo avendo un prodotto interno lordo maggiore l’-Europa ci chiederà anche un contributo maggiore rispetto a quanto già versato, andando tale contribuzione proprio in relazione al valore assoluto del PIL.

Quello bisogna chiedersi è se in questo momento problematico, con gli stress test bancari alle porte, le leggi di stabilità al vaglio, una crisi più lunga e dura del previsto che morde l’UE e la rende fanalino di conda tra tutte le economie avanzate mondiali, fosse davvero il caso di aggrapparsi a questa “tecnicalità” invece di rimandarla (non cancellarla) a periodi meno foschi?

Cameron è ovviamente stato il più indignato ed ha assicurato che non pagherà assolutamente questo debito ripianato dai soldi dei contribuenti britannici. “Una Europa così non è accettabile” avrebbe asserito il premier inglese, e c’è poco da scherzare perché nel 2017 la gran Bretagna andrà alle urne per votare se rimanere o meno in Europa.

Questi elementi non sono di buon auspicio, anzi fanno intendere che il modello economico votato al rigore è ancora lungi dall’essere prevaricato, anzi continua a sussistere nelle vene tedesche ed in alcune vene europee, nonostante le necessità impellenti di intraprendere un cammino di crescita. Cammino che non può essere lanciato dalle correzioni decimali, che attingono peraltro a clausole di salvaguardia già accantonate in via precauzionale ma che sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto, e badare che l’Italia non è il solo paese ad essere in questa condizione, ma deve basarsi sul percorso di riforme richiesto da ogni istituzione, BCE, Commissione ed agenzie di rating, e su un piano di investimenti ove il privato è indispensabile ed in ottica di medio lungo periodo dovrà rappresentare la parte preponderante beneficiando dei risultati delle riforme, ma dove anche il pubblico ha un ruolo non sostituibile od omissibile. Ed il pubblico in questo periodo, nel caso italiano ma non solo, necessita di poderosi tagli di spesa, invero già ipotecati per riduzione del debito e defiscalizzazione, e di risorse da impiegare che nel caso di importanti interventi infrastrutturali potranno essere raccolte solamente sforando quegli stringenti vincoli europei fatti in tempi e condizioni differenti. Continuarenel rigore mascherato dalla locuzione “flessibilità entro i limiti dei patti” non può portare altro che allo sgretolamento europeo in conseguenza alle difficoltà dei singoli paesi che potrebbero tranquillamente sfociare in default e del sentimento anti-europeo che il comportamento vessatorio aizza e che nei casi peggiori si trasforma in xenofobia, nazionalismi, razzismi ed in generale paura del diverso.

La speranza che questi siano solo gli ultimi colpi di coda della Commissione Barroso è obbligatoria così come che la nuova Commissione Juncker esaudisca davvero le promesse pre-elettorali di focalizzarsi al di là del rigore, sulla crescita e sul lavoro impostando subito un piano di investimenti transnazionali da 300 miliardi di €, da solo non sufficiente, ma capace di dare un piccolo contributo iniziale. Coloro che spronano non sono pochi né mancano di autorevolezza, infatti a spingere, inascoltato, da tempo verso una nuova direzione vi è l’FMI con la stessa Lagarde, le agenzie di Rating, Fitch è solo l’ultima, ed ora, un po’ a sorpresa, anche la BCE il cui Governatore Draghi secondo alcune fonti avrebbe rotto i rapporti con il Governatore della BuBa Weidmann fino ad oggi vero dominatore assieme al suo Cancelliere della politica economica e monetaria di Bruxelles e Francoforte. La nuova Commissione dovrebbe insediarsi in via ufficiale il primo novembre, da lì avrà poco tempo per portare i primi risultati concreti, ma di qui a quella data ancora molti colpi di scena potrebbero succedere.

Link:
La piccola gaffe dell’epistola “segreto di Pulcinella” UE ed un umilissimo consiglio: low profile!
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso
Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino
Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

 

 

25/09/2014
Valentino Angeletti
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Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità

Certo che questo è proprio uno strano, buffo paese. Mi verrebbe da sorridere se fossi uno scrutatore esterno senza legami o vincoli e senza essere parte dei buffi meccanismi nostrani. Ciò che porta a questo stato d’animo, in un certo senso quasi atarassico, è l’incapacità che si manifesta, sempre maggiore di giorno in giorno, di saper leggere gli eventi e di avere la visione d’insieme senza perdersi nei dettagli.

Era stato così ad esempio per l’IMU, e lo è per l’Articolo 18 che uno straniero, il quale assistesse per qualche giorno ai dibattiti in tema di lavoro, sarebbe portato ad identificare come il rimedio o la causa di tutti i problemi occupazionali italiani per quanto viene caricato di esclusiva attenzione e per quanto violentemente i suoi sostenitori o detrattori lo trattano, quasi che ignorassero tutto ciò che realmente serve per creare posti di lavoro a cominciare da investimenti, mercato interno propenso a spendere e mercati esterni dinamici.

L’ultimo episodio della saga è relativo al cosiddetto bonus bebè da 80€ (80 poi è diventata una cifra mitologica… bonus IRPEF da 80€, bonus bebè da 80€, 800’000 posti di lavoro in tre anni) annunciato dal Premier durante il programma di Barbara D’Urso sulla rete MEDIASET.
Il bonus partirebbe a gennaio 2015, la platea dei beneficiari sarebbe costituita dalle neo mamme e sarebbe erogato per ogni figlio fino al raggiungimento del terzo anno di età fino al reddito ISEE di 30’000 € ed a partire dal terzo figlio con reddito fino a 90’000 € (anche se durante il programma televisivo il limite di reddito a prescindere dal numero dei figli era stato fissato a 90’000 € lordi).
Le coperture necessarie ammonterebbero a circa 500 milioni di € (ma alcuni avrebbero ipotizzato fino a 1.5 miliardi), non proprio poco in questi tempi di revisione di legge di stabilità e con le solite ristrettezze economiche con le quali far fronte.

Da inesperto ed ingenuo mi viene da pensare che volendo incentivare (giustamente) le nascite e le neo mamme sarebbe meglio investire quelle risorse per interventi più strutturali, come sostegno al welfare materno, miglioramento dell’assistenza sanitaria a loro rivolta (spesso per una ecografia presso il pubblico vi sono mesi di attesa oppure è necessario spostarsi di centinaia di Km con il risultato che alla fine ci si rivolge al privato), sostegno agli asili nido o baby-sitting, ma anche alle scuole primarie, secondarie ed università presso le quali il bebè si istruirà e che sarebbe bene tornassero ad un livello consono per consentire ai nascituri di competere nel mondo, controllo delle aziende affinché non facciano pressioni o ricatti sulla maternità, miglioramento dell’equilibrio lavoro-vita privata che nel nostro paese è ancora borbonico se paragonato a quello degli stati mittel e nord europei dove la famiglia, a dispetto della tradizione cristiana italiana, è molto più importante e valorizzata, quando invece sempre più spesso da noi si è messi di fronte al bivio: o carriera (ma neanche troppo brillante) o famiglia.
Inoltre va considerato che spesso le giovani mamme non hanno occupazione, soprattutto se del sud, e ben poco possono 80€ al mese per tre anni. Le spese dopo il terzo anno di età si moltiplicano, ed il bimbo ha più esigenze e di li a poco inizierà asilo e scuola con le conseguenti esigenze: trasporti, libri, rette, mense ecc. Infine va ricordato che il costo sanitario per l’assistenza alla maternità è a carico del pubblico, quindi ponendo l’improbabile caso di un incremento sconsiderato delle nascite la spesa necessaria sarebbe ben oltre i 500 milioni di €.
Detto ciò è ovvio che coloro che già avrebbero fatto un figlio e percepiranno, se la misura andrà in porto, il bonus è giusto che siano felici, e va sempre sottolineato che 80€ sono indubbiamente meglio che nulla ed un minimo aiuto lo apportano. Indiscutibilmente è giusto migliorare l’assistenza alla maternità e lavorare affinché il tasso di natalità aumenti, a maggior ragione nel nostro paese estremamente “vecchio”, perché in generale maggiori nascite e quindi una età media inferiore, consentono al paese di essere più dinamico, innovativo, flessibile, aperto al cambiamento, alle nuove tecnologie, al rischio d’impresa e permetterebbe di intraprendere un percorso di maggior sostenibilità per il sistema previdenziale e sanitario. Insomma, i benefici di incrementare il numero delle nascite sono innumerevoli ed è giusto sostenerli, ma serve una strategia d’insieme, strutturale e più di lungo termine.

La misura sembrerebbe, ma questa è solo una mia erronea interpretazione, quasi una pedina di scambio, non tanto (o non solo) elettorale, quanto da porre sul piatto dei diritti/unioni civili che hanno già cominciato ad animare le prime forti divergenze e che saranno un tema molto caldo nelle prossime settimane. Una misura in favore della famiglia tradizionale, gradita ai conservatori e magari alla chiesa (il bonus bebè appunto) per un incremento dei diritti e dei riconoscimenti civili per le coppie omosessuali e coppie di fatto, solo per citare due casi, richiesto dai partiti più a sinistra. Do ut des, dicebant.

Converrebbe, asserisco stupidamente, che oltre ad essere attentissimi a capire le dinamiche di questo nuovo potenziale bonus, tesserne gli elogi o le critiche, si prestasse attenzione a vicende più importanti. Ora in primo luogo vi è la legge di stabilità al vaglio presso la Commissione. Barroso, Presidente uscente, secondo dl’ANSA avrebbe richiesto di portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% allo 0.5% (8 miliardi complessivi) come da programma. E’ vero che potrebbe essere trovata la mediazione di 0.25% e che le coperture potrebbero provenire dal tesoretto di circa 3 miliardi messo come riserva di sicurezza, ma proveniente da clausole di salvaguardia mai piacevoli.
Oltre a questa richiesta (come si scrive al link a fondo pagina) altri ritocchi potrebbero essere domandati, ma non è prevista una bocciatura, in parte perché da novembre, se non si presenteranno problemi nelle lunghe procedure europee, dovrebbe insediarsi la nuova Commissione Juncker.
Gli stress test alle porte rischiano di conferire una bocciatura all’istituto MPS, non imprevedibile visto il risarcimento dei Monti bond al 9% che MPS deve allo stato italiano. In caso di giudizio negativo senza dubbio dell’istituto senese (terza banca italiana) sarebbe un problema rilevante da gestire.
I dati ISTAT hanno rilevato che dal 2008 al 2013 i disoccupati under 35 sono aumentati di oltre 2 milioni e fino ad ora non abbiamo mai assistito ad una inversione di tendenza, ovviamente si confida che le parole di Padoan che pronostica 800’000 (stimati per difetto) posti di lavoro in tre anni si verifichino, ance se senza un immediato sblocco economico tale target è di difficile raggiungimento.
Infine ancora non è stato possibile toccare con mano alcun beneficio derivante dal semestre italiano di presidenza UE, scivolato ormai alla conclusione del quarto mese, che seppur non consentisse di dettare legge a Bruxelles, ci darebbe l’opportunità di redigere l’agenda delle priorità su cui discutere e di avere una voce più autorevole nell’indirizzare le azioni.

Passando a livello Europeo (come è possibile leggere al link a fondo pagina) sembra che sia in atto un alleanza tra Berlino e Parigi nella quale la Germania garantirebbe per la Francia assicurando un immediato processo di riforme così da spingere l’Europa, nonostante un rapporto deficit/pil dei transalpini bel oltre il 3%, a non avviare la procedura di infrazione. Questa mossa può essere letta come il tentativo tedesco di arginare i dati negativi di fiducia di consumatori/imprese, export, ordinativi e produzione andando a fortificare uno dei suoi più grandi mercati di sbocco (ovviamente imponendo condizione a lei stessa favorevoli) e sfruttando la difficoltà dell’Italia secondo paese manifatturiero in Europa, forte esportatore e quindi concorrente tedesco.
Il compito della nuova Commissione e lo spirito utilizzato per la valutazione delle manovre finanziarie dovrebbero essere non i criteri aritmetici di Katainen, bensì l’intento di indirizzare fattivamente la crescita in Europa redigendo e mettendo in atto immediatamente quel piano d’investimento transnazionale basato su digitalizzazione, TLC, infrastrutture, trasporti ed energia da o d’investimento transnazionale da 300 miliardi assicurato da Juncker e puntando al contempo a livellare le differenze tra i vari stati membri (si confida nel beneplacito della Merkel).

Gli USA grazie alle riforme, alla determinazione nell’affrontare il problema occupazionale e soprattutto all’operato della FED stanno ripartendo spinti da una nuova industrializzazione e la crescita cinese nel Q3 con un +7.3% ha battuto le stime.

Come si vede, senza toccare le questioni estere, le vere matasse da sbrogliare sono altre.
Altrove le reazioni ci sono e tentano di andare nella giusta direzione pur in presenza del rischio di errore che sempre esiste, mentre l’Europa ed a maggior ragione l’Italia, nonostante l’inefficacia ormai manifesta di quanto fatto dal 2011 ad oggi, sembrano sempre bloccate, lente ed incapaci di reagire avendo una chiara visione e strategia d’insieme.

Link:

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

Priorità rimandate ed energie sprecate 11/07/13

20/10/2014
Valentino Angeletti
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UE: le parole pre-elettorali che ormai sembrano andate al vento

Ricordiamo benissimo la campagna elettorale pre-elezioni europee dello scorso 25 maggio. Anche all’epoca la condizione macroeconomica non era affatto positiva e confortante, le critiche e talvolta le autocritiche nei confronti dell’approccio economico adottato da Bruxelles ed improntato esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti sembravano condivise da tutte le principali parti politiche dal PPE al PSE passando per i Liberali.

Ad aprire ad una maggiore flessibilità parevano essere anche gli stati membri compresa la Germania, che, sempre molto timidamente, sembrava essere propensa a concedere in sede europea qualche margine di manovra in più nei bilanci dei singoli paesi per appoggiare una fase che avrebbe dovuto essere improntata alla crescita. Il nuovo (probabile) Commissario uscito dagli scrutini delle urne, il lussemburghese Juncker aveva decisamente indicato la sua volontà di orientare nuovamente l’Europa verso le tre P dei padri fondatori, ossia i valori di Protezione, Pace, Prosperità e questa era l’idea di cui tutti si facevano sostenitori.
Il bisogno di ritornare alle origini, oltre che dai dati macro economici in continuo peggioramento che la disciplina di bilancio in un momento recessivo non era riuscita ad invertire, era evidente anche a causa della sempre maggior distanza tra i popoli e l’istituzione europea che appariva più matrigna che madre, tanto da fomentare numerosi movimenti anti Europa dagli importanti e diffusi consensi, in molti gravi casi improntati verso derive xenofobe e naziste.
Sembrava essere davvero la Commissione della svolta perché sulle priorità di crescita, lavoro, investimenti e politica estera la condivisione era unanime e l’intento di Juncker di stanziare 300 miliardi di € per investimenti lasciava ben sperare. Poi vi era il semestre di presidenza italiano sul quale, stando ai discorsi, avremmo dovuto far leva pesantemente.
Ora, forse anche per le lungaggini delle prassi europee che porteranno all’insediamento stabile della nuova Commissione dall’1 novembre, la situazione non pare volgere in meglio. I dati continuano ed essere non buoni ed il clima di fiducia non è migliorato.

In Italia l’FMI ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2014 a -0.2% (sarà +0.8% nel 2015), con rapporto debito/PIL in crescita a 136.7% e deficit/PIL al limite del 3%. Al prestigioso ed italiano Ateneo Luiss, il direttore esecutivo dell’istituto di Washington, l’italiano Andrea Montanino, ha dichiarato che l’Italia non può avere un futuro radioso fin tanto che le previsioni di crescita si attesteranno attorno allo 0.5%. Effettivamente, calcoli alla mano, la ripresa della domanda di lavoro, così come il rispetto dei parametri di bilancio (Debito/PIL e Deficit/PIL in particolare) potranno migliorare solamente in presenza di almeno 1.5% di crescita e simultaneo taglio del deficit e debito, supponendo invece un debito non crescente servirebbe almeno un 2.8% costante.
In Europa vi sono esempi di stati con i parametri in miglioramento, come la Spagna (PIL +1.5% 2014, +2% 2015) che hanno saputo seguire un virtuoso processo di riforme, ancora non pienamente presente in Italia, ma non va dimenticato a che prezzo per la popolazione che continua a vivere nella disoccupazione e con salari e pensioni decisamente impoveriti (LINK).
In questa fase anche la virtuosa Germania, come avevamo già previsto in più occasioni, sta iniziando ad avere ripercussioni economiche, con un calo della produzione del 4% e gli ordinativi a -5.7% (dati relativi ad agosto) era evidente che, essendo la Germania forte esportatrice (prima manifattura) in Europa, alla lunga, con il ritardo fisiologico dovuto appunto alla sua forza, gli effetti si sarebbero ripercossi anche su di loro.
Nonostante ciò, e nonostante una Francia in difficoltà che ha dichiarato che non rispetterà il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL portandolo al 4.4% per il 2014, sembra che i propositi pre-elettorali siano stati dimenticati (LINK).

La Germania, a dispetto dei brutti dati di agosto, già da tempo si è mostrata totalmente avversa alla politica monetaria di BCE  (LINK1 – LINK2LINK3) la quale sta provando ad assumere una connotazione ulteriormente espansiva, anche se non tanto quanto la FED, attraverso l’acquisto di ABS, Covered Bond ed il piano T-LTRO. I QE a mezzo di acquisto di titoli di stato benché solo ipotizzati sono già stati bocciati in toto dalla Germania, attraverso le parole del Governatore della BuBa Weidmann, che ritiene tutte le ultime misure di Draghi eccessivamente rischiose per via della difficile quantificazione del sottostante (che comunque dovrebbe essere garantito ed a basso rischio LINK).
Le proposte di Weidmann sono le solite di sempre, ossia rigore e disciplina di bilancio e, giustamente, riforme. Addirittura il Governatore si è spinto a suggerire (esulando dalle sue funzioni) alla Commissione di bocciare la legge di stabilità francese qualora presentasse un rapporto deficit/PIL al 4.4%. In realtà quanto dice Weidmann ben poco sembra rispondere alla necessità di stabilità dei prezzi ed in particolare al bisogno di riportare l’inflazione europea attorno al 2% (attualmente a 0.3% con svariati stati, tra cui l’Italia già in deflazione).
A fare eco a Weidmann, confermando il ruolo della Germania di maggior azionista sia nella BCE che nella Commissione, vi è l’attuale Commissario per gli Affari Economici e Monetari e soprattutto futuro VP per la Crescita ed Occupazione Katainen, che nella sua audizione all’Europarlamento non si sbilancia riguardo ai 300 miliardi di investimento e si limita a recitare la solita nozione secondo la quale i paesi virtuosi dovrebbero sostenere i consumi e gli investimenti, mentre i paesi più in difficoltà dovrebbero proseguire con le riforme rispettando i vincoli europei (difficile pensarlo con un PIL in calo e senza margini per investire e per creare le condizione per attrarre capitali dall’estero nel brevissimo periodo in attesa degli effetti delle riforme che arriveranno nel medio-lungo termine), non è pensabile secondo il Finlandese impostare un crescita contraendo altro debito.
Non si dilunga in ulteriori dettagli e la sua arringa è sembrata gradita al consesso europeo, differentemente dalla posizione di Moscovici che per via del suo venturo ruolo da Commissario agli Affari Economici e Monetari e per via della sua nazionalità francese potrebbe avere difficoltà (anche se personalmente non lo credo molto probabile) a farsi confermare nel ruolo.

In sostanza, pur in mezzo ad un costante deterioramento delle condizioni economiche europee, incluse quelle tedesche, e con i grandi analisti a partire da FMI (non che siano la Bibbia o che non sbaglino previsioni, ma non vi è giustificazione per perseverare con l’approccio finora adottato ed il fondo monetario lo dice da tempo LINK) che vorrebbero spronare la BCE ad adottare misure più espansive e soprattutto QE diretti, così come spingono per una politica economica europea meno germanocentrica e più flessibile, ma non flessibile all’interno dei patti che avrebbe relativamente poco senso ed efficacia, ma, limitatamente a questa fase recessiva, concretamente più permissiva e rivolta realmente a crescita ed occupazione di qualità, rivedendo se necessario i trattati europei.
Eppure, oltre agli USA esiste, ed è più prossimo geograficamente, anche l’esempio UK al quale l’Italia dovrebbe ispirarsi molto più che a quello spagnolo.
Il Regno Unito assieme ad una politica monetaria autonoma ed equilibrata è riuscito ad investire e creare un mercato del lavoro dinamico, fare le riforme necessarie e soprattutto tagliare drasticamente la spesa senza guardare in faccia a nessuno (Regina Madre inclusa) e senza impatti negativi sul lavoro pur avendo ridotto il numero dei dipendenti pubblici. Soprattutto riguardo al taglio della spesa l’Italia dovrebbe prendere spunto perché la fondamentale spending review, un tempo generatrice di tutte le coperture, è stata recentemente ridimensionata scontrandosi costantemente con una volontà politica assente quando si tratta di agire concretamente sui veri centri di spesa  a cominciare da regioni, sanità, centrali d’acquisto, previdenza, difesa ecc. La spending review si dovrebbe attestare a 5 miliardi rispetto ai 17 previsti che da soli avrebbero quasi coperto l’intera legge di stabilità; considerando quanto per l’UE la revisione sia fondamentale è prevedibile che la Commissione non tacerà su questa rettifica in sede di discussione della legge di stabilità che essendo fatta in deficit probabilmente subirà critiche nonostante il rispetto del parametro del 3%.
In Italia come in Europa le procedure e le decisioni sono sempre estremamente lente e pastose, la burocrazia impera.
I tempi necessari per l’elezione dei giudici della consulta, le aspre discussioni sulla riforma del lavoro che lasceranno un segno forse indelebile (le oscene lotte fisiche in Parlamento lo dimostrano), il numero esagerato di emendamenti presentati ad ogni proposta di riforma, così come la superficialità con la quale talvolta si affrontano temi estremamente complessi e delicati solo per poter dichiarare di avanzare senza alcun ostacolo, in alcune occasioni a scapito del risultato che, per evitare conseguenze impreviste ed effetti nulli, pur nella fretta deve essere adeguatamente ponderato. Purtroppo l’immobilismo dei decenni precedenti ci ha costretti in una condizione in cui si deve fare presto e bene e ciò non è affatto semplice.
A livello Europeo gli scontri e le continue divergenze sulla politica economica così come le tempistiche per l’insediamento della nuova commissione stanno distogliendo da ciò che realmente serve per fronteggiare i problemi di politica estera/geopolitica in cui l’UE è pesantemente coinvolta e soprattutto per impostare il percorso di crescita che tutti reclamano ma che nessuno sembra davvero capace di indirizzare. In tal scenario si inserisce il semestre italiano europeo che quasi sotto silenzio si sta concludendo.

L’impressione di uno stolto osservatore, quale io sono, potrebbe essere quella di un contesto molto fragile, politicamente frammentato e socialmente debole, che deve stare in guardia da bassissima inflazione, scarsa capacità di innovare ed attrarre investimenti se confrontato con in competitori mondiali, sistema industriale spesso arcaico, eccessivamente esposto alle banche e non in grado di auto-finanziarsi con strumenti tipo borse e venture capital come accade in USA.

Agli occhi dello stolto di cui sopra non sembra sussistere alcun mutamento nella direzione positiva che i proclami pre-elettorali facevano sperare, anzi, come un gambero, addirittura potrebbe sembrare che le condizione di alcuni importanti stati dell’UE siano arretrate con tanto di divergenze che si fanno, se possibile, più evidenti e pericolose proprio quando il tempo per agire è sempre meno.

07/10/2014
Valentino Angeletti
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Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?

Ormai all’indomani della definizione della nuova commissione Europea (approfondimento CommEU: Link) sono in procinto di svolgersi a Milano le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, precedute dall’incontro informale dei Ministri dell’Economia Eco-Fi.

Per l’Italia che da presidente di turno ospita gli eventi, la due giorni è aperta da una nuova trance di dati non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato confermato dal Premier che ha collocato la crescita attorno allo 0% decimale più decimale meno. I Sindacati hanno certificato una diminuzione dei posti di lavoro in edilizia in 7 anni di ben il 50%, mentre la Commissione Europea ha registrato un ribasso del settore industriale italiano del 24.5% dal 2007. Lo spread, pur lontano dai devastanti valori del 2011/12 è tornato a salire oltre i 140 pti base, la ricchezza ed il potere d’acquisto degli italiani sono tornati indietro di 30 anni, in barba al concetto di prosperità e benessere alla base della nascita dell’Unione Europea, in ultimo l’ISTAT ha registrato un calo della produzione industriale di luglio dell’ 1% rispetto a giugno e dello 0.8% rispetto al trimestre precedente (Q3 vs Q2).

Dalla BCE, nonché dall’Europa stessa, proviene poi un monito allarmante, non solo per il contenuto, il quale non è nuovo a molti altri del passato, ma per quello che lascia presagire in merito alla volontà di mutamento della govenrance economica dell’area Euro. All’Italia, che è definita ancora troppo indietro nel processo riformatore, è intimato di proseguire con la massima urgenza nella disciplina di bilancio per arrivare al rispetto dei patti e dei vincoli europei (il fiscal compact). Tali vincoli riguardano in prima istanza il tasso di riduzione del debito, in continua crescita e proiettato al 137%, e il rapporto deficit/pil. Quest’ultimo rapporto sappiamo avere un paletto, al momento non negoziabile ma che necessariamente andrà rivisto o nei tempi e nell’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi, del 3%. Quando tempo addietro si parlava di flessibilità entro i patti, concetto invero accettato anche dai falchi nordici più rigoristi, si intendeva proprio la possibilità di arrivare, senza sforare, al 3% e questo era di fatto l’obiettivo dichiarato del nostro governo. La concessione comunque insufficiente, avrebbe consentito di liberare circa 6-7 miliardi di € per investimenti produttivi. Il Governo Renzi ed il Ministro Padoan, ribadendolo a più riprese, erano decisi e lo sono ancora, a non sforare il 3% ma andarlo a sfiorare per reperire quante più risorse possibili, indispensabili in una fase recessiva come quella in corso. Adesso il limite ribadito da BCE ed UE è tornato al 2.6%, smentendo la locuzione “flessibilità pur nel rispetto dei patti” (rimanendo invariato il vincolo del 2.6% non esisterebbe flessibilità, ma sarebbe solo un rispetto dei patti iniziali siglati a scenari ben diversi). Questo ritorno con fermezza la rigore ed al rispetto dei trattati (ci si immagina che ugual fermezza sarà applicata anche per il fiscal compact riguardante il rientro del debito/pil -Ridurre il debito è possinile?- che deve scendere a partire dal prossimo anno in 20 anni al 60%, e ciò, con un pil stagnante è sostanzialmente impossibile), lascia molti dubbi sulla reale inclinazione ad attuare un differente approccio economico, ultima spiaggia, riprendendo le parole di Juncker, affinchè l’Europa possa avere qualche speranza di risalire la china.

Il Ministro Padoan stesso ha risposto, nascondendo a fatica un po’ di amarezza, che quel paramento del 2.6% era riferito ad uno scenario economico europeo migliore, quando invece le condizioni si sono verificate oggettivamente più negative del previsto ed il fatto che tutta l’Europa stia fronteggiando situazioni problematiche è il segno evidente della necessità di discontinuità e cambiamento.

Si fa inoltre notare che se il dubbio sul rapporto deficit/pil al 2.6% permane nonostante l’adeguamento Eurostat sul calcolo del PIL che dovrebbe portare al rapporto in questione un beneficio dello 0.2%, significa che all’atto pratico non è stato rispettato, con le regole vigenti fino a qualche giorno fa, il 2.8%; analogamente, ipotesi tutt’altro che accantonata da BCE ed EU, se non si riuscisse a rispettare il 3% vorrebbe dire che effettivamente saremmo sopra il 3.2%.

Draghi, oltre alla nota sui conti italiani, ha ribadito la necessità europea di attrarre investimenti, che l’Italia non riesce ad attirare come potrebbe e dovrebbe. Giustamente, come qui più volte scritto, il Governatore ha sottolineato anche la necessità delle riforme, poiché ogni politica monetaria non può portare crescita e benefici strutturali di lungo periodo se non inserita in uno scenario di riforme volte a supportare l’economia. I piani su cui agire dovrebbero essere per l’intera Europa quello del regolatorio e quello della concessione di credito. Draghi riporta poi per il nostro paese l’esempio della Spagna, che come scritto (Lesson learnt spagnola, ma solo per le riforme), è possibile prendere limitatamente alla capacità attuativa delle riforme, ma non sotto altri aspetti che vedono lo stato iberico in condizioni non migliori dell’Italia, ad iniziare dall’occupazione.

Ormai è chiaro che un sistema creditizio basato quasi in toto sulle banche che mischiano finanza ed economia, non è in grado di fornire la giusta liquidità e nei giusti tempi all’economia ed alla produzione, è altresì necessaria una maggior diversificazione e differenti strumenti, tra cui certamente quelli che verranno messi in campo dalla BCE come TLTRO, ABS, eventualmente acquisto di debito sovrano, ma anche l’utilizzo di vincoli finanziari come Bankitalia, CDP, BEI, Mini-Bond, quotazioni in borsa facilitate ed incentivate, venture capital, tutti capaci di dare spinta in minor tempo. La diversificazione degli strumenti creditizi è fondamentale sia per una maggior gestione del rischio di crisi cicliche qualora il meccanismo erogante entrasse in difficoltà (esempio crisi dei mutui subprime oppure classico schema di prestiti e mutui), sia per andare incontro ad esigenze di tipologie di credito che la moderna economia presenta in mutate e plurime forme rispetto al passato, non più dunque solo ed esclusivamente puro e semplice cash.

La ripresa di concessione di credito potrebbe valere secondo il Governatore di Bankitalia Visco fino a 0.5% di PIL, un valore decisamente ottimistico, ma è appurato che la sua assenza non consente all’industria alcun tipo di investimento.

Dall’Europa, e per bocca del Commissario all’industria Nelli Feroci, vengono critiche al Governo Renzi sull’uso indiscriminato e non gradito a Bruxelles, del decreto legge senza una valutazione approfondita e chiara del suo impatto. Ad esempio sul tema del lavoro la ricerca della flessibilità, senz’altro utile, ha lasciato scoperto l’altrettanto importante aspetto dell’eccessiva rigidità dei salari, della giustizia (tema che con il processo telematico ha fatto passi avanti), dell’aspetto normativo e legislativo ermetico, ballerino, incomprensibile, dipendente da una pluralità di centri burocratici che spaventa letteralmente gli investitori, e di una fiscalità opprimente. Ciò è riportato nel paper europeo “Reindustrializzare l’Europa – rapporto competitività 2014”.

Il contesto necessita, e lo si ripete da tempo, di decisione risolute e rapide, tanto che il rischio di essere già irrecuperabilmente in ritardo è altissimo. Non vi sarà una rapida ripresa sia per lo scenario deflattivo in essere sia per il livello di disoccupazione raggiunto sia per le tensioni in politica estera che includono le sanzioni economiche alla Russia che hanno importanti ripercussioni su un gran numero di settori industriali di molti stati europei a cominciare da quello energetico, con le ritorsioni russe che parrebbe siano già in attuazione intermittente ai danni di Polonia, Slovenia ed Austria. Di ciò deve curarsi la nuova Commissione Europea cercando di lavorare in modo unitario, sinergico e sincronizzato, lasciando da parte i particolarismi ed i nazionalismi, puntando ad un nuovo approccio, quello probabilmente auspicato da Padoan, che sia resiliente e volto al perseguimento della prosperità, benessere, pace e protezione. Obiettivo non semplice se si guarda la conformazione della nuova commissione, eterogenea e con presenze che hanno mostrato nelle loro recenti parole connotazioni eccessivamente rigoriste e conservatrici, a cominciare da Katainen (per approfondimenti su commissione si rimanda al link1 – link-Katainen). Come già scritto il rischio è che non si giunga nei tempi necessari ad accordi che siano risolutivi e che il ritardo ed il compromesso continuino ad essere protagonisti indesiderati.

Scendendo a livello italiano lo scenario rischia di essere anche peggiore. In parte la colpa va attribuita ai centri di potere, alle tecnocrazie e burocrazie bloccanti, spesso con potere decisionale e di veto che tendono alla conservazione ed alla sopravvivenza ed in parte alle le tensioni che disperdono energie dagli obiettivi di crescita, lavoro, riforme. Esse sono molte e si notano internamente ai vari partiti (caso PD in Emilia Romagna, ma anche all’interno di FI la leadership di Berlusconi comincia ad essere velatamente messa in discussione), si notano quando arrivano i nodi di alcune riforme come quella del lavoro e dell’articolo 18, sono insite nella spending review che dovrebbe tagliare gli sprechi tra gli altri alle regioni ed alla sanità, ma evidentemente ogni centro di potere ritiene di essere efficiente e di non dover essere oggetto di tagli, si notano infine nelle votazioni per la Consulta e CSM giunta ormai alla nona tornata e che ha visto, se vogliamo clamorosamente, fallire il patto del Nazareno secondo cui avrebbero dovuto essere eletti Catricalà e Violante. Benché PD e FI assieme abbaino la maggioranza assoluta non sono riusciti a far valere il loro accordo e la conseguente squadra di magistrati, testimoniando come certi agglomerati tecnocratici e burocratici superino in forza gli stessi partiti, rendendo impossibile, talvolta giustamente e talvolta a torto, innovazioni o cambiamenti a loro non favorevoli. Se questo fatto si moltiplica per ogni decisione, riforma, processo e per ogni centro di potere esistente e per il numero di votazioni che la legislazione prevede prima di sancire l’entrata in attuazione di una riforma è ben chiaro che non è affatto possibile pensare di essere sufficientemente rapidi ed incisivi nelle azioni di governo. Fa pensare la nuova linea del Premier di velocizzare l’iter per concludere la legge elettorale “Italicum” dandole priorità rispetto alla riforma delle PA, sembrerebbe una presa d’atto che in una simile viscosità non sia possibile imprimere quell’accelerazione reclamata a gran tono da più voci a partire dal 2011. Forse si tratta davvero del primo passo verso un rischio importante, un ALL-IN per provare ad arrivare ad un adeguato livello di rapidità ed incisività  (Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14) finora non sufficienti.

12/09/2014
Valentino Angeletti
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Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia

Da Bruxelles non bocciano l’Italia e da augurarsi che sia realmente l’alba di una epoca caratterizzata da meno austerità.
Nonostante si ponga attenzione sull’ammontare del debito tendente al 135% e decisamente eccessivo per i parametri europei, che dovrà diminuire ed continuerà ad essere monitorato, viene riconosciuto l’impegno dell’italia nel rigore dei conti e nell’aver intrapreso un percorso di riforme. Viene concesso più tempo (un anno) per il pareggio di bilancio, si sottolinea la fondamentale importanza col proseguire serratamente il cammino delle riforme (dalla riduzione del cuneo fiscale alle privatizzazione ed al taglio della spesa), e viene rimarcato (non è la prima volta che ignoriamo questo suggerimento) di spostare la tassazione da lavoro, produzione e persone a proprietà, casa, patrimoni e consumi (che si spera in modo progressivo, altrimenti con l’IVA che già sussiste i consumi rischiano l’azzeramento).

Internamente dovremo impegnarci per rispettare il patto di stabilità, per ridurre ed ottimizzare la spesa, tagliare gli sprechi, privatizzare intelligentemente ed implementare misure per la crescita (che per consentire il rispetto del patto di stabilità senza insostenibile esborso, permettendo quindi più margini, dovrà attestarsi almeno attorno al 1.5%), consapevoli di avere, grazi al 40% ottenuto dal governo filo-europeo alle ultime elezione ed al venturo semestre di presidenza (senza però farci troppe illusione visto che il semestre in corso guidato dalla Grecia non ha portato particolari aperture di credito nei loro confronti, ma la loro situazione è ben diversa dalla nostra), più potere contrattuale soprattutto in merito all’applicazione delle golden rule al rapporto del 3% deficit/Pil.

Nulla di nuovo, anzi previsto (e qui c’è scritto, 16/04/2014): Molto Soft e low profile, ma la richiesta di allentamento si concretizza

02/06/2014
Valentino Angeletti
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Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa

Nessuna novità dall’incontro di Bruxelles tra il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e l’Estone Siim Kallas, Commissario EU ad interim per gli affari monetari (Approfondimenti: Repubblica.it, Grafico, AGI.it).

Le stime sono state sostanzialmente confermate. I principali indicatori come disoccupazione e debito si attestano rispettivamente ai valori tutt’altro che positivi, rispettivamente del 12.8% e 135.2% nel 2014 per passare nel 2015 a 12.5% e 133.9%; il PIL invece è visto in crescita dello 0,6% nel 2014 e dell’ 1,2% nel 2015, in lieve peggioramento rispetto al tasso previsto dal Governo di 0.8% nel 2014 ed 1.3% nel 2015. Invariate sono rimaste le stime sul deficit, al 2,6% nel 2014 ed al 2.2% nel 2015. L’inflazione si conferma bassa sia nell’EU (1% nel 2014 e 1,5% nel 2015) che nella zona euro (0,8% e 1,2%). 

Il vero esame per in nostro paese, cioè il pronunciamento della commissione sul DEF, che include le coperture per il decreto IRPEF ed il taglio dell’IRAP, e sul piano di spendig review, è stato rimandato al 2 giugno, dopo le elezioni europee come se fossimo in presenza di una sorta di “periodo bianco” dove si mantiene neutralità sostanzialmente su ogni fronte evitando di prendere decisioni o fare dichiarazioni di una certa rilevanza.

Il Ministro Padoan si è detto soddisfatto poiché le stime su debito (vero allarme per l’Europa) e disoccupazione erano ampiamente previste e non tengono conto degli effetti del bonus IRPEF a partire dalla busta paga di maggio (che i numeri devono ancora confermare come strutturale) e della spending review, cavallo di battaglia per questo Governo e revisione necessaria per il paese stesso. Inoltre è lievemente aumentata l’occupazione e le stime sul PIL, benché peggiorative rispetto al DEF in cui il Governo si era già definito prudenziale, lasciano trasparire una inversione di tendenza, anche se a dire il vero a livello Europeo l’Italia si colloca comunque nelle ultime posizioni.

Segnali positivi inoltre provengono sul fronte dei consumi, per la prima volta in aumento da 3 anni a questa parte, con una spesa delle famiglia in aumento dello 0.2% nel 2014, 0.5% nel 2015, 1% nel 2016. ISTAT, Censis ed anche Commissione EU sono concordi nel sostenere che gli 80 euro in busta paga si trasformeranno almeno parzialmente in consumi, in particolar modo, ed è determinante per l’efficacia della misura, se saranno strutturali. Di certo il contributo che il provvedimento da alla fiducia ed alla speranza degli italiani è di certo superiore al reale valore economico perché in molti casi pervade anche i non beneficiari che attendono le azioni in loro favore promesse dal Governo. Ovviamente il bonus IRPEF deve essere l’inizio di un lungo percorso di risanamento, qualora rimanesse una cattedrale nel destro sarebbe senza dubbio un fallimento.

Oggettivamente gli scostamenti di qualche decimale non devono indurre ad eccessivo pessimismo perché in questo momento l’importante per il nostro paese è  perseverare sulla via delle riforme, consolidare le misure fino qui adottate e proseguire con quelle in programma che nel medio lungo periodo dovrebbero essere in grado di sostenere una crescita più consistente senza la falsa illusione di un processo rapido ed indolore.

Se dal punto di vista italiano il processo riformatore deve proseguire, è indubbio che, soprattutto per poter avviare azioni in grado di avere riscontro nel breve termine, anche l’Europa deve modificare il proprio atteggiamento ed approccio ai provvedimenti economici. Evidentemente ciò potrà avvenire solo dopo le elezioni.

Le elezioni del 25 maggio ed il successivo semestre di presidenza italiano devono essere utilizzati in tal senso, per modificare le politiche europee e rendere più adatte e consone alle dinamiche flessibili e rapide che caratterizzano questa fase economica.

In particolare analizzando il nostro paese emerge che gran parte dei partiti politici, a cominciare da quelli maggiori e proseguendo con quelli più piccoli, quindi PD-PSE, M5S (dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa molto più moderato rispetto agli albori quando sosteneva l’immediata uscita), FI, NCD-PPE, Scelta EU, e persino L’altra Europa di Tsipras, convengono sull’importanza dellEuropa, ma anche sulla necessità di sostanziali modifiche non così dissimili tra loro se si leggono i macro punti principali, vale a dire; rivisitazione dei trattati e del fiscal compact; più condivisione di rischi e benefici (Eurobond ad esempio) tra i vari stati membri in modo che non vi siano Stati palesemente avvantaggiati e Stati oltremodo penalizzati; più vicinanza alle imprese ed al sistema produttivo con meccanismi a sostegno del credito fino ad ora non sufficientemente garantito dalle banche; meno dipendenza dalla finanza e rivisitazione del sistema bancario; politica monetaria della ECB che consenta l’erogazione di denaro direttamente alle imprese. Con dettagli differenti, le parti politiche, stando alle dichiarazioni, sembrerebbero disposte a trattare su questi punti con l’obiettivo di giungere ad una Europa differente, meno rigorista ed austera principalmente nei periodi di recessione e più vicina alle persone, ai lavoratori ed alle imprese, in ultima summa, meno istituzionale e burocratica e più cooperativa ed umana.

Considerando la gravità della situazione che vede l’Unione in grande difficoltà rispetto alle potenze mondiali e che, nonostante sia potenzialmente la prima economia mondiale, non riesce a competere con i livelli di crescita di Cina ed Usa, solo per fare due esempi. Sarebbe auspicabile dunque che dopo il 25 maggio in Italia ed in Europa si riesca ad adottare una linea comune e condivisa, che accompagni almeno fino ad un consolidamento stabile della ripresa economica, che allo stato attuale rimane oggettivamente fragile, con differenze grandi da paese a paese, e non in grado di reggere importanti variabili esterne come potrebbe essere la crisi Ucraina e le conseguenze energetiche, geo-politiche e militari che potrebbe avere.

Se non vi sarà la capacità di convergere con convinzione verso un obiettivo sostanzialmente condiviso, quello dell’Europa dei Popoli, allora ben poco potrà essere fatto per scongiurare un definitivo fallimento.

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05/05/2014
Valentino Angeletti
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Molto Soft e low profile, ma la richiesta di allentamento si concretizza

Dovrebbe essere già giunta o al limite ancora in viaggio la lettera che il MEF ha inviato alla commissione europea, ove si chiede di concedere all’Italia un anno in più per il raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio,vale a dire l’azzeramento del deficit, che slitterebbe dunque dal 2015 al 2016. Rimarrebbe invece confermata la tempistica per il rientro del debito.

La richiesta si inserisce all’interno del Documento di Economia e Finanza, DEF, ed era stata anticipata da colloqui privati su questa eventualità e sul DEF stesso in occasione della visita del Ministro Padoan a Washington (In occasione del viaggio a Washington si fece l’ultimo riferimento alla necessità di allentamento vincoli).
Il momento, fino ad ora rimandato, si è quindi concretizzato, l’Italia ha fatto il passo, sicuramente molto soft e low profile, di avanzare alla Commissione qualche richiesta di allentamento dei vincoli, proprio a poche settimane dall’inizio del semestre di presidenza.
La situazione risulta oggettivamente complessa: l’inflazione è ben sotto il target EU del 2% (in alcuni paesi prossima allo 0, in Svezia già negativa), il livello di disoccupazione continua ad essere molto alto (in particolare nel nostro paese), la stagnazione dei consumi si sta ripercuotendo sia in Europa che nelle economie emergenti per le quali l’export rappresenta una grande fetta di PIL.
Alla luce di ciò e nonostante i deboli ed incerti segnali positivi è chiaro che qualche azione (politica monetaria da parte della ECB ed allentamento dei vincoli da parte della EU per consentire spese produttive) debba essere intrapresa ed è altrettanto chiaro che, senza input esterni, difficilmente potrà venire direttamente da Bruxelles oltretutto alla vigilia delle elezioni.
Molto interessante sarà attendere la reazione della Commissione che non dovrebbe avere particolari obiezioni ad un simile allentamento, sempre a patto che il DEF e con esso tutte le riforme istituzionali ed economiche che il nostro paese deve affrontare siano precise, chiare nelle coperture, sostenibili e strutturali nel lungo termine in altre parole convincenti.
Ad esempio ad inizio anno tardammo a presentare il piano di spending review (Link) il quale non parve essere particolarmente apprezzato per la chiarezza relativa alla definizione dei gettiti. Una simile situazione non deve ripresentarsi, tanto più che il taglio della spesa (la cui efficacia sul 2015 è messa in discussione dalle stime di Bankitalia), gli interventi a sostegno delle famiglie e delle imprese, l’incentivazione del credito (tema centrale assieme all’occupazione del venturo semestre italiano in Europa) e pagamento dei debiti delle PA sono cardini fondamentali per rispettare i parametri di rientro del debito e puntare all’azzeramento strutturale del deficit dal 2016, ma ancor prima per rilanciare il sistema economico (senza falsi ottimismi).

A tal proposito è bene ricordare che alcuni debiti alle PA erano già stati indicati come in via di pagamento, ma nella realtà delle cose per i mille cavilli burocratici, da estirparsi assieme ad evasione e corruzione, che attanagliano il nostro paese, la somma allocata non è giunta in toto ai destinatari, anzi in buona parte si è arenata tra carte, scartoffie ed uffici. Analogamente circa la questione del credito proprio in questi giorni emergono le rimostranze delle banche, con ABI in testa, che sostengono di potersi trovare in difficoltà nell’erogazione del credito a causa dell’aumento della tassazione sulla plusvalenza legata alla rivalutazione delle quote di Bankitalia (da 12 a 24% proprio nell’anno degli stress test) che peserebbe per circa un miliardo di € complessivamente.

Questo ragionamento non può non far emergere due considerazioni, la prima è che negli anni della crisi le banche hanno ricevuto enormi quantità di denaro dall’Europa, dagli stati nazionali (in Italia 3.7 miliardi sono andati sotto forma di prestito ad MPS che attualmente si trova in gravi difficoltà ed avanza l’ipotesi di un ulteriore ADC di 5 miliardi, del resto immediatamente si disse con un tasso del 9% sarebbe stato impossibile, viste le condizioni dell’istituto da sostenere Link1Link2) e dagli azionisti sotto forma di ADC senza che dal canto loro gli istituti erogassero il corrispondente credito prediligendo l’acquisto di titoli o i depositi overnight. Il secondo punto è legato al fatto che la tassazione sui capital gain e sulle rendite finanziarie per i privati cittadini verrà innalzata dal 20 al 26% a partire da primo luglio, non si capisce il motivo per cui ciò non dovrebbe valere anche nel caso delle plusvalenze legate alle quote di Bankitalia.

Tornando al contesto europeo, la reazione della Commissione all’ epistola di Padoan potrà fornire indicazione su quale vorrà essere la linea: quella di mantenere un insensato rigore; o quella di, pur mantenendo paletti e controlli sull’efficienza della spesa e dell’impiego delle risorse, aprirsi a possibili concessioni.
Che il modello di Europa fin qui perseguito non sia stato vincete lo hanno dimostrato i fatti, lo ripetiamo fin dagli albori di questa crisi e lo dimostrano i contenuti, più o meno radicali, dei programmi di tutti i partiti, che in caso di vittoria promettono almeno un cambiamento dell’Europa che sia più vicina alla realtà e meno al rigore.

Ora sta alla Commissione ed alla ECB prenderne atto e comportarsi di conseguenza, scegliendo se divenire più malleabile nei confronti di una economia ed un mondo globalizzato che lo richiedono come requisito di sopravvivenza ovvero se continuare ad essere inflessibili allungando nei tempi ed aggravando nei modi il disagio sociale ed il rigetto verso l’istituzione Europea che ci dovrebbe rendere orgogliosi di farne parte.

15/04/2014
Valentino Angeletti
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Le prime due richieste di Renzi

Il Presidente della Commissione Europea durante il primo giorno della riunione dell’Eurogruppo, ha sottolineato l’importanza di agire rapidamente e con decisione sulle problematiche del lavoro e della crescita, aggiungendo che la via della ripresa è stata imboccata e che la situazione è in miglioramento per il continente europeo; si tratta però di un dato “medio” che non tiene conto delle condizioni particolari.

La realtà è che la situazione è estremamente eterogenea tra i vari stati membri ed a fronte di alcune locomotive che non sentono il peso della disoccupazione e della crisi come Germania e Gran Bretagna, vi sono stati, anche economicamente pesanti, in difficoltà, come Francia ed Italia dove in queste ore è entrato in vigore il piano lavoro. Ormai è consolidato che per una crescita sostenibile e duratura queste disomogeneità vadano sanate.

Sul fronte italiano sono stati apprezzati i piani di riforma del Governo, definiti da Barroso e Van Rompoy “ambiziosi”; non poteva essere attesa una reazione differente, il grosso problema non è individuare le riforme, ormai note, bensì applicarle rapidamente e fare in modo che siano efficaci. L’attuazione sarà la vera forca caudina che il Governo dovrà attraversare e sulla quale il pronunciamento della EU non farà sconti.

In merito alle richieste su possibili allentamenti dei vincoli, in particolare il tetto del 3%, Il Presidente della Commissione Barroso e quello del Consiglio Van Rompoy, hanno ribadito la necessità di rispettare i parametri e proseguire col rigore dei bilanci; del resto Renzi ha fatto loro sponda assicurando che non verranno infrante le regole e che l’Italia, non ultima della classe, rispetta gli accordi presi.

Allo stesso modo però il Primo Ministro italiano avrebbe avanzato due richieste effettivamente molto interessanti, ossia non computare nel calcolo del deficit gli investimenti in piccoli lavori infrastrutturali di immediata cantierabilità, come la messa in sicurezza delle scuole, in grado di creare indotto principalmente sul territorio ed i soldi necessari allo sblocco dei fondi strutturali Europei. Fatto 100 il valore del fondo strutturale a cui si vuole attingere infatti, lo Stato necessita di 50 per sbloccarlo. Le cifre stimate si aggirerebbero, ma sono solo previsioni, attorno ai 2 miliardi di € per il primo provvedimento ed attorno ai 20 per il secondo.

L’aver avanzato simili richieste alla commissione è stata una mossa intelligente perché fa comprendere, senza arroganza poco diplomatica in particolare al primo meeting, quale sia l’idea dell’Italia su certe tematiche. Altrettanto positivo è stato l’appoggio del PSE ed in particolare di Schulz in prima persona che ha ribadito come l’Italia ed in generale tutti gli stati membri vadano supportati e come vada intrapreso un percorso finalizzato alla realizzazione di una vera unione.

L’aria di campagna elettorale si fa vicina, ma una presa di posizione in un contesto allargato ed internazionale del PSE fa ben sperare, auspicando che Schulz si faccia forte sostenitore tanto in Europa quanto in Patria di questo punto di vista appoggiandolo concretamente.

La risposta dalla Commissione ancora non è arrivata e forse non sarà positiva su ambedue i fronti, ma è un buon inizio.

Nel frattempo l’Eurogruppo proseguirà oggi la sua seduta trattando temi delicatissimi, quali crisi Ucraina, inquinamento e meccanismo unico di risoluzione ed unione bancaria, che proprio in queste ore ha raggiunto l’obiettivo di allineare anche Austria ed Lussemburgo alle norme in tema di segreto bancario e trasmissione dei dati.

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20/03/2014
Valentino Angeletti
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Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo

Il passaggio alla Camera del Premier Renzi in merito ai provvedimenti di finanza e di bilancio prima di recarsi da “new entry” all’ Eurogruppo è stato fondamentalmente incentrato su due temi.

Il primo è la spending review di Cottarelli, che, come già detto più e più volte anche in questo blog, non risulta “vincolante” in quanto il Commissario non ha nel suo mandato alcun potere attuativo del piano proposto; esso risulta in ultima istanza una semplice lista di suggerimenti da sottoporre alla valutazione politica. Le stime prudenziali di risparmio, a questo punto dell’anno calcolate tra i 3 ed i 5 miliardi di €, potrebbero essere ulteriormente limate da oggettivi impedimenti, ma anche da opposizioni incrociate tra burocrazie, tecnocrazie e centri di potere, circostanza dalla quale avevamo già messo in guardia. Non v’è però dubbio che l’importanza della revisione della spesa, dell’ottimizzazione e razionalizzazione dei costi sia stata compresa da tutti e che l’opinione pubblica, su cui hanno gravato molti provvedimenti aggiuntivi, voglia vedere risultati tangibili su questo fronte e non sia più disposta a fare sconti accettando compromessi, proroghe o le solite eccezioni. Un fallimento, così come operazioni poco trasparenti, sarebbero una pubblicità devastante per la credibilità del Governo, sia agli occhi europei che dei cittadini, e per i conti del paese che hanno estremo bisogno di tagli strutturali non lineari.

Il secondo tema è stato nuovamente quello del tetto al 3% del rapporto deficit/PIL. Il Premier ha definito questo numero anacronistico ed in effetti balzane leggende aleggiano sulla sua nascita, ma non si è detto intenzionato a superarlo. Quello che chiederà sarà la possibilità di innalzare l’attuale rapporto, avvicinandolo al 3%.

Renzi considera come valore di partenza il 2.6% e vorrebbe poter arrivare almeno al 2.8% se non addirittura al 3%, le somme in ballo oscillano tra i 3.2 ed i 6.4 miliardi di €; a dire il vero alcuni ritengono tale dato un previsionale per fine anno già definito da Saccomanni, mentre il reale rapporto si attesterebbe proprio al 3%.

Viene dunque definito un valore “anacronistico” (come è stato ribadito più volte su questo blog), ma rimane l’intenzione di rispettarlo. Il motivo è che l’Italia in questo frangente non può permettersi di non rispettare i vincoli europei tramite una netta rottura dei patti, è necessario che sia l’Europa a consentire uno sforamento temporale applicando il principio della Golden Rule su investimenti produttivi ed acceleratori del PIL la cui crescita è indispensabile per il controllo sostenibile nel lungo termine del rapporto del quale è il denominatore.

Renzi e tutti i Paesi che hanno subito le politiche di austerità imposte dalla Commissione devono cercare di spiegare che è giunta l’ora di creare una discontinuità, di rottamare il vecchio approccio del rigore ad ogni costo, che è stato dimostrato dai fatti non essere risolutivo, anzi decisamente peggiorativo in regime recessivo.

In Grecia (fonte Ocse, 2014) il 17,9% della popolazione non può permettersi di comprare tutti i giorni il cibo di cui avrebbe bisogno; il dato è peggiore di quello di Paesi con reddito pro-capite più basso come Brasile e Cina. Tra il 2007 e il 2012 i greci hanno visto il proprio reddito ridursi in media di 4.400 € a persona confermandosi la peggiore dell’area OCSE e 4 volte peggio della media della zona Euro. Il fatto che i conti greci fossero stati stati manipolati per consentire l’ingresso nell’Euro è solo una giustificazione parziale poiché è altrettanto vero che un salvataggio più rapido sarebbe costato ai paesi membri molto meno. Va inoltre aggiunto che gli istituti di credito ellenici avranno probabilmente necessità di essere ulteriormente ricapitalizzati a causa dell’alto numero di crediti deteriorati, è la stessa ECB a dirlo.

Il Portogallo, pur avendo imboccato la via delle riforme consigliata da Bruxelles attuando tagli draconiani nel settore pubblico, non ha una situazione migliore relativamente al benessere della popolazione.

Secondo Confindustria la crescita del PIL italiano potrebbe non essere superiori allo 0.5% , peggiorativa rispetto a quella già poco consistente crescita stimata dello 0.7%. Le motivazioni addotte sono interne, a causa del persistente gap di competitività delle imprese e per la pesantezza della crisi, ed esterne, poiché lo scenario globale risulta ancora fosco e con l’aggravante della crisi Ucraina causa di importanti ripercussioni economiche (Shell ha abbandonato il consorzio che guidava assieme ad Exxon per l’estrazione di gas nel Mar Nero).

In generale la crescita prevista per l’Eurozona è inferiore a quella di tutte le grandi economie sie emergenti che mature. Ovviamente all’interno vi sono palesi differenze: paesi molto in difficoltà (come l’Italia, fanalino di coda secondo le previsioni) si affiancano a paesi che corrono come la Germania e la Gran Bretagna.

All’Eurogruppo, potendo far leva anche sul venturo semestre italiano, sul rigore dei conti mantenuto e sul processo riformatore, si deve far comprendere, e fare in modo che agisca in tal senso, che è ora di rottamare la politica del rigore e dell’austerità; che la politica economica e monetaria deve essere flessibile e dinamica ed agire proattivamente ancor prima che reagire (spesso in ritardo). Ne sono una dimostrazione le modalità operative degli USA e della FED che ,con la nuova Presidente Yellen, non ha negato la possibilità di intervenire ulteriormente sui tassi e rivedere le proprie politiche di tapering.

Partendo da questo presupposto allora sì che è possibile auspicare in una golden rule più permissiva, una parziale ridiscussione dei trattati ed una più equa suddivisione di rischi e benefici. Il futuro dell’Unione e della sua competitività risiede proprio nell’unione stessa tra gli Stati membri, tra i popoli e nella volontà di portare a termine un processo comune che distribuirà reale valore solo quanto più prossimo alla realizzazione.

Il concetto di rottamazione trova totale applicazione nella gestione della politica economica europea. La rottamazione, e vale per le persone tanto quanto per le strategie, deve avvenire non secondo criteri anagrafici, di genere, di razza e via discorrendo, ma a valle di una valutazione dei risultati, dei piani strategici futuri, del loro impatto su tutti i soggetti interessati, della stima rischi-benefici e, non in ultimo, dell’attenta valutazione se l’interruzione di un processo in corso possa portare a perdere più valore di quanto il cambiamento “ad ogni costo” ne faccia guadagnare.

Nulla deve essere fatto per forza o per propaganda, ma solo e soltanto per effettiva necessità e questa necessità nelle strategie fin qui adottate dell’Europa si manifesta pienamente.

19/03/2014
Valentino Angeletti
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