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Dati ISTAT in leggero miglioramento, ma piedi per terra, rimangono ancora asfittici

Parrebbero stavolta più confortanti i dati diramati dall’Istat, ma Lucrezia Reichlin, intervistata da Repubblica, frena gli entusiasmi (un Renzian-Gufo anche lei visto che sembrava dovesse essere in lizza per il Ministero dell’Economia?):
“La ripresa c’è, ma è ancora troppo debole, non sufficiente. È una condizione quasi fisiologica dopo 4 anni recessione. Inoltre è principalmente trainata dall’export”.

Aggiungiamo anche che alcune condizioni macroeconomiche come i QE ritardatari di Draghi e la guerra sui prezzi del greggio che ne hanno affossato i prezzi sono partecipi all’alleggerimento della deflazione, all’abbassamento sotto quota 100 degli spread ed al rallentamento della dinamica ribassista sul PIL.
Gioire per una previsione del PIL a +0.1% mi ricorda molto una storica puntata dei Simpson dove Homer aveva investito in azioni e sentendo le Breaking-News, alla notizia che i suoi titoli avevano messo a segno un +3.1% egli esultò entusiasmato saltando sul divano, salvo poi la precisazione del giornalista:
“Dopo un crollo del 99%”.
A quel punto la reazione di Homer fu:
“Dho!!!!”.
Ecco, anche noi, cercando di mantenere speranza, ottimismo e propensione ad altro sacrificio, non dovremmo evitare il “Dho!!!” che, pensando a quanto in basso il vortice economico degli ultimi anni ci ha trascinato, riporta alla realtà. Una realtà dura, ma che per essere risolta va affrontata “hic et nunc”.

Per qualche ora possiamo anche consolarci, effettivamente la recessione pare tecnicamente conclusa, secondo l’Istat il PIL relativo al Q1 2015 segnerà +0.1% e l’inflazione è passata da -0.6% di gennaio a -0.2% a febbraio; i prezzi dunque sono in aumento, in particolare quelli degli ortaggi, ma anche dei trasporti, ed i beni energetici hanno rallentato la loro tendenza al ribasso; adesso è indispensabile che seguano questa lieve risalita anche i salari ed il potere d’acquisto dei consumatori. Anche la fiducia di imprese e dei privati in generale, complice la positiva elezione nel nuovo presidente Mattarella che con le sue uscite in Aereo di linea, in Freccia Rossa o a piedi sembrano segnare una discontinuità (chissà quanto appositamente studiata) con tutto ciò che è identificato come “casta” e dal quale la politica non riesce a staccarsi, è lievemente in aumento, tranne che nel settore edile, primo a risentire della crisi ed ultimo ad uscirne.

Come ricordato realisticamente dall’economista delle London Business School la situazione è ancora delicata, fragile e difficile. Se abbiamo buona memoria proprio questi aggettivi sono quelli usualmente usati da Draghi e Visco per apostrofare la situazione Europea e, più nello specifico, italiana. Ciò è legato a livello nazionale principalmente alle riforme (sulla burocrazia, sulla giustizia, sulla certezza normativa, sul fisco, sul lavoro ecc) ancora lontane da portare effetti incisivi e ad un panorama internazionale tesissimo dove l’Europa si mostra impotente ed incapace di risolvere situazioni di estrema complessità ma che la vedono coinvolta direttamente.

Negli USA il PIL del Q4 2014 è stato ritoccato al ribasso al +2.2% dal +2.6% precedente, comunque migliore rispetto alle stime degli analisti del +2%. È segno evidente di una economia, principalmente grazie agli investimenti ed alla politica economica espansiva la quale ha consentito una ripresa decisissima dei consumi interni (+4.2% ultimo dato), in grado di resiste agli scossoni del panorama internazionale difficilissimo che invece l’Europa nel complesso (e l’Italia in particolare) stenta ad affrontare efficacemente ed anzi subisce impotentemente.

In sostanza, come realizzò Homer con il suo mitico “Dho!!!” prendiamo questi dati per quelli che sono: fragili, asfittici ed ancora poco significanti. È vero che potrebbero mostrare l’inizio ancora stagnante di una lenta inversione di tendenza, ma molto probabilmente subiranno nuovi peggioramenti e poi miglioramenti e di nuovo peggioramenti come in un tracciato sismico. Non ci si può illudere, ma si deve lavorare. Non si deve infondere falso ottimismo e false aspettative ad esempio dicendo che già ora si vedono gli effetti delle riforme, ancora non è così, è troppo presto, sicuramente i risultati verranno, ma è ancora prematuro illudersi. Il Ministro Poletti in persona, asserendo che è ancora prematuro lasciarsi trasportare dagli entusiasmi, ha ridimensionato i giubili di vittoria del Premier Renzi riguardo alle assunzioni di 1000 unità a Melfi negli stabilimenti FCA (che in USA è il marchio auto più difettoso, si legge su Il Fatto Quotidiano di oggi). Già troppo l’asticella è stata innalzata e le aspettative tradite. Quindi, come si è detto tante volte in questa sede, manteniamo la consapevolezza di una difficoltà immane da affrontare e da risolvere solo ed esclusivamente pagando il pegno di tanti sacrifici ancora che si spera anche la politica vorrà affrontare. Sfruttiamo senza sprecare le congiunture propizie che pure sono presenti in un momento storico estremamente delicato e difficile come quello in corso, in sostanza remiamo verso l’obiettivo comune in sincronia consapevoli che si può raggiungere solo ed esclusivamente se tutti, mettendo da parte le prese di posizioni e gli arroccamenti ideologici e partitici, miriamo alla stessa meta aprendoci al dialogo, al confronto ed alla contaminazione intellettuale interpartitica che se portata avanti in modo sano e trasparente non può far altro che facilitare la scalata verso l’irta vetta.

28/02/2015
Valentino Angeletti
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Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana:

Imperversa la deflazione 13/08/14:
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande

Riforme italiane, la lesson learnt spagnola ed allerta Moody’s 11/08/14:
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere

Discorso non innovativo e pungente di Draghi, ma con una BCE cronicamente troppo attendista 08/08/14:
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

Pil a -0.2% con le aspettative che erano altissime 06/08/14:
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?

Scontro Renzi-Sangalli 80€ 06/08/14:
Rezi-Sangalli: 80€ utili? Certo, ma il contorno non va

13/08/2014
Valentino Angeletti
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Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande

In Italia 10 città (Torino, Firenze, Roma, Trieste, Verona, Livorno) sono in deflazione, il dato nazionale annuale attesta l’inflazione a +0.1%, al quale contribuisce il calo degli energetici e quello dei beni alimentari come frutta (-10.1%), verdura (-8.8%) e cibi proteici che tra l’altro denotano una mutata e spesso malsana deriva forzata dalla ristrettezze economiche delle usanze alimentari degli italiani con possibili conseguenze sulla salute ed a tendere sul sistema sanitario nazionale.

Inflazione italia per regione luglio da Istat

 

 

Di norma studi dimostrano che se le abitudini alimentari non vengono ripristinate nel breve col passare del tempo esse si consolidando quand’anche le motivazioni che hanno portato al nuovo regime non sussistessero più.
Il calo degli energetici non è del tutto negativo, ma, sostiene l’economista Giulio Sapelli (in tal caso da tempo, ancor prima di Renzi, autodefinitosi Gufo), a causa del fatto che rispetto all’Europa il loro prezzo in Italia è maggiore per l’iper-regolamentazione dell’Authority, esso indica che in realtà il dato deflattivo italiano sarebbe ben peggiore se fosse epurato dal sovra-costo rispetto all’Europa degli energetici stessi.

Relativa agli acquisti, o meglio ai non acquisiti, è invece la preoccupante deflazione sui beni di consumo che deriva non da una sana competizione di libero mercato stimolata da ferventi consumi e dal mercato esterno ed interno, bensì dal drastico calo del potere d’acquisto dovuto alle problematiche che tutti conosciamo e che abbiamo discusso innumerevoli volte (riduzione dei salari e del potere d’acquisto, calo del lavoro per i liberi professionisti, artigiani e commercianti, disoccupazione, perdita del lavoro, ammortizzatori sociali, imprese in difficoltà che chiudono, incertezza sul futuro, impossibilità di accedere al credito, pressione fiscale stabilmente ai vertici mondiali).

La tendenza deflattiva aleggia in tutta Europa ed ha già raggiunto: Bulgaria (-2%), Grecia, (-1,5%), Cipro (-0,9%), Portogallo (-0,4%), Svezia (-0,4%), Slovacchia (-0,2%), Spagna (-0,2%) e Croazia (-0,1%) mentre galleggiano sul filo assieme all’Italia: Danimarca e Ungheria (0,2%) e Paesi Bassi (0,1%). Anche Francia e Germania ne sentono il rischio ed a livello europeo il dato si attesta allo 0.5%, notevolmente distante dal target della BCE nell’intorno sinistro del 2%.

Molto si è già scritto sulla deflazione (si riportano alcuni link a piè pagina) tanto che riparlarne porterebbe sicuramente a ripetizioni tautologiche. Rimane però la domanda di fondo:

perché l’Europa non ha attuato strategie, politiche e meccanismi di supporto ai consumi, o che consentissero agli Stati membri di supportare i propri consumi ed esportazioni, quindi abbandonando l’austerità ed il rigore di bilancio totale e ferreo quantomeno nel periodo di recessione?
Si potrà dire che la Germania o gli stati nordici hanno fatto pressione affinché non avvenisse, senza tenere in conto che (e qui lo si è ribadito svariate volte) alla lunga avrebbero risentito inevitabilmente della debolezza del continente, cosa che si sta manifestando anche in terra tedesca, rischiando così di avvitare ulteriormente la condizione generale europea che perderebbe quella locomotiva la quale nella sua colpevole tendenza particolaristica foriera di squilibri transnazionali è comunque riuscita a guidare il continente. La speranza è che questa situazione funga immediatamente da monito per la stessa Germania, per la Merkel, per Schauble e Weidmann.
Ancora, perché la BCE, pur avvertita dall’FMI, pur colma di grandi economisti, visionari e strateghi, pur con l’esempio USA, UK e Giapponese (che ha visto un brusco rallentamento del PIL, -1.7%, ma che in questa fase la politica monetaria dovrebbe essere sostituita dai primi effetti delle riforme e degli investimenti pubblici) non ha agito prima e più efficacemente per arginare la deflazione e rendere i prezzi stabili, obiettivo che tra l’altro rientra nel proprio mandato, consentendo al continente ed ai singoli stati membri di essere più competitivi?

Link su inflazione-deflazione:
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione 28/01/14
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…. 01/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti 04/04/14
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM? 08/04/14
Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione 12/04/14
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/14
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole? 09/05/14
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14

12/08/2014
Valentino Angeletti
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Riforme come quella del Senato sono importantissime; proviamo però ad inserirle in un ragionamento di respiro globale

Ormai ad ore verranno diramati dall’Istat i dati sul PIL italiano relativi al Q2. Le aspettative non sono alte, le stime sono state ritoccate da tutti gli istituti e gli analisti e difficilmente si potrà osservare un valore superiore allo 0.2-0.3%, in realtà Confindustria e molti giornali (Repubblica) già parlano di crescita zero, ossia di un PIL a 0 o addirittura a -0.1% che, dopo il +0.1% del Q1 ci getterebbe tecnicamente in recessione. In ogni caso se confermata la non crescita la proiezione per il Q4 2014 sarebbe di -0.1%, ovviamente con tutta la variabilità che può avere un dato simile. Per il 2015 invece si confermano le stime di crescita, ma, da impotenti testimoni, abbiamo potuto verificare che le rettifiche al ribasso sono ormai consuetudine, tanto da farci sorgere con un po’ di indignazione il quesito sull’utilità di tali previsioni e se possano essere utilizzate dagli addetti ai lavori per valutazioni e pianificazioni di strategie.

Questi dati si accodano a molti altri per nulla positivi come l’accesso al mercato del lavoro in particolare per i giovani, la desertificazione industriale e di risorse umane che sta colpendo in modo particolarmente drammatico il sud (a confermarlo ci sono i rapporti Svimez e CS-Confindustria), la continua difficoltà di accesso al credito per le imprese, il calo dei consumi, la tendenza alla deflazione che, come già in tempi meno sospetti riportato in queste pagine, ormai è ben più concreta di un semplice spettro con l’impoverimento economico che ne deriva, la stagnazione del mercato interno e dei consumi conseguenze di un potere d’acquisto delle famiglie in sostanza annullato, un export che tira in certi settori di nicchia ma che complessivamente non è ai livelli che dovrebbe avere un paese come l’Italia, una incapacità da parte di molte imprese e del paese stesso di creare valore aggiunto in conseguenza ad un certificato bassissimo livello di investimenti sia pubblici che privati in innovazione, infrastrutture, tecnologie. A ciò si aggiunge la macchina statale e burocratica pachidermica e spesso borbonica che assieme all’incertezza normativa, al peso fiscale, alle riforme economiche che agli occhi degli investitori “buoni” con mire industriali di medio-lungo periodo che tanto credito hanno riposto nel Premier fiorentino il quale ha posto altissima l’asticella delle aspettative, tardano ad arrivare; ben sapendo lor investitori che non sarà una partita semplice per il governo e che gli effetti non potranno essere immediati dovendo subire il fisiologico delay tra causa-effetto.

Il Governo attualmente sta lavorando con priorità sulle riforme costituzionali e delle istituzione, di certo anch’esse fondamentali per la Govenrance di un paese che non ha quella rapidità d’azione richiesta alle moderne democrazie e nelle moderne e competitive economie, ma estremamente difficili e divisive, tanto che si rischia di perdere, o dare agli investitori l’impressione di farlo, di vista l’obiettivo economico della crescita che come prima fase necessita di un intervento shock (anche qui più volte ribadito e per il quale il supporto della ECB è fondamentale).
Buoni risultati Renzi ed il suo Esecutivo li hanno ottenuti: la riforma del Senato potrebbe essere approvata in prima lettura già il 7 o l’8 agosto (ricordiamo però che sono necessarie 4 letture per una legge costituzionale); il bonus degli 80€ ha creato un clima di fiducia e dato fiato ad una certa fascia di persone, vi è però l’impossibilità di estenderlo ed una grande difficoltà nel rinnovarlo visto che sono in ballo 10 miliardi di €; i primi risultati derivanti dal processo civile telematico sono molto incoraggianti e pare abbiano snellito veramente tempi e costi. Ciò ovviamente non basta, e lo si disse fin dal varo del bonus Irpef, vista la situazione drammatica del paese.

Un esempio della ristrettezza dei margini del Governo è nella questione dei pensionamenti a quota 96, poi abolita, per circa 4000 insegnanti i quali, per un errore nel calcolo delle loro finestre di pensionamento ai tempi della Fornero, si sono trovati in un limbo lavorativo pur avendo maturato tutti i requisiti pensionistici e che ora dovranno continuare a prestare servizio. Il costo dell’intervento non è elevatissimo, circa un quarto di quanto esborserà il Portogallo per salvare Banco Spirito Santo (4.9 miliardi di €), ma come accade quando occorre reperire risorse aggiuntive, esempio classico è il periodico rifinanziamento della GIC, c’è da affrontare una complessa partita a Tetris.
Questa questione è costata anche lo scontro tra Cottarelli (in uscita alla volta del FMI?), commissario alla spending review, ed il Governo. L’abitudine di coprire spese con le stime della spending allontana la revisione della spesa dai suoi obiettivi ultimi di riduzione delle tasse e del debito. Il Premier assicura un intervento esteso, peraltro auspicabile, sulle pensione ed anche in tal caso le coperture sono identificate in tagli di spesa, un più basso livello dello spread, gettito IVA dovuto ai pagamenti delle PA; a ben vedere stime non facilmente quantificabili con precisione, pertanto difficilmente digeribili anche in Europa.

È evidente che la situazione è complessa, che in tale contesto non sarà possibile rispettare qui patti europee sottoscritti, non tanto per quanto concerne il rapporto deficit/pil, relativamente al sicuro anche grazie al nuovo calcolo europeo del PIL che entrerà in vigore da ottobre e che conteggerà le attività illegali certificate che innalzeranno il valore assoluto del prodotto interno di circa 1.7 mld € facendo “guadagnare” al rapporto deficit/pil un -0.1%, mai utile come adesso (ma quanto etico? Già grandi nomi mettevano in guardia sulla metodologia di calcolo del pil come indicatore di benessere collettivo ed economico), quanto per quel che riguarda il fiscal compact che per essere rispettato, supponendo un improbabile deficit non in aumento, richiederebbe una crescita costante tra il 2.6 ed il 3%, superfluo definirla fuori portata.
Il debito inoltre non pare affatto sotto controllo e tende al 137%, gli interessi costano annualmente tra gli 80 ed i 95 mld €, nel 2015 inizierà il rimborso dei titoli a più breve scadenza collocati nel 2011 con spread a 500 (partita che, secondo alcuni analisti potrebbe valere circa 200 mld) e le privatizzazioni risultano più difficili del previsto con Fincantieri quotata solo parzialmente (da oltre 600 mln a circa 400 mln) Poste, Enav rimandate e la vendita di asset come Grandi Stazioni e RaiWay in sospeso, tanto da ipotizzare la cessione entro l’anno di un 5% di Enel ed ENI, pezzi pregiati e più facilmente collocabili essendo già negoziabili su vari mercati azionari.

Come già citato tutto intorno all’Italia la situazione è variegata Usa, Uk, Spagna ad esempio sono relativamente ben impostati, la Germania sta rallentando, ma continua ad essere una locomotiva, il sud America vive una situazione molto complessa, con una situazione monetaria non facile ed il default dell’argentina, che sebbene non spaventi è da monitorare perché si sa che i capitali ormai viaggiano sulle fibre ottiche di internet e non è più necessario un Atlantico di mezzo a metterci al riparo da ripercussioni. La Cina viaggia sulla sua canonica percentuale di crescita attorno a 6.5% che più o meno soddisfa, mentre l’Africa, epurata del Sud Africa che già a vissuto un suo boom economico, crescerà attorno al 6-6.5% ma ovviamente partendo da una situazione decisamente arretrata.

Portando il focus sull’Europa, come citato in precedenza e come scritto i giorni scorsi, Spagna ed UK sono ben impostati, il Portogallo, del quale non va invidiata la situazione sociale al pari della Grecia, ha avuto la forza di sborsare, grazie anche ai nuovi meccanismi di salvataggio bancario elaborati dalla ECB, 4.9 mld € per il salvataggio di Banco Spirito Santo (noi ce l’avremmo fatta?), ma complessivamente l’Europa dovrebbe crescere attorno all’1%, meno del previsto.
Parlando di Europa non si può esulare dal discutere la questione esteri, una questione che risulta caldissima, con troppi fronti aperti e poca autorevolezza dell’unione nel gestirli.
Sono presenti la questione Libica, Israeliana, Irakena, se vogliamo Nigeriana, la Siria ed infine l’Ucraina. Tralasciando i drammi umanitari è innegabile che queste situazioni calde abbiano un notevole impatto economico sull’Europa per la questione energetica, per la gestione dei flussi migratori, per la maggiore difficoltà delle aziende (e di italiane ve ne sono molte) che operano in quelle zone.
Il caso dell’Ucraina è emblematico, analisti stimano che il costo delle sanzioni imposte alla Russia possano valere un ulteriore calo del PIL attorno allo 0.2-0.3% per l’area euro e dello 0.3-0.4% per la Russia (tour operators russi sono già falliti e sono stati sospesi i voli di una compagnia partner di Aeroflot) ovviamente in Europa le ripercussioni saranno eterogenee e l’Italia potrebbe essere una degli stati più penalizzati considerando gli alti rapporti commerciali con Mosca, la presenza di industrie italiane in territorio russo, la dipendenza energetica e, in riferimento alla questione libica e medio orientale, la posizione di snodo per i flussi migratori.
Di un simile indebolimento si avvantaggeranno gli USA, che potranno aumentare ulteriormente, e sfruttando anche il tema energetico, la loro influenza entro i confini europei e con quali sarebbe auspicabile riuscire a concludere almeno parzialmente i trattati TTIP, e la Cina che può fare il “doppio gioco” diventando un partner sempre più importante sia per la Russia che per l’Europa.

Fatto questo non esaustivo excursus per dare una idea della situazione globale che dobbiamo avere sempre in mente, risulta non meno che lampante che ben poca cosa sono i dissensi e le tensioni sul nostro Senato (per carità, importantissimo). Il non saper fare o il ritardare anche solo di un mese decisioni economiche critiche, potrebbero costare occasioni non più ripetibili.
Altrettanto chiaro è che il contesto richiede una forza italiana ed europea che ora manca e che va ritrovata con le vere riforme economiche e di Governace rivolte alla crescita, tanto a Roma quanto a Bruxelles. L’elenco delle azione da fare è lungo, sicuramente complesso, richiede volontà politica e reale desiderio di cambiamento e di abbandono di dogmi, privilegi, arroccamenti storici, ma fortunatamente è un elenco ben noto. A livello europeo vale la pena sottolineare come sia indispensabile un minor ricorso all’austerità ed una maggiore capacità di leggere i contesti economici adattando di conseguenza la politica economica con maggiore unione, cooperazione, integrazione e condivisione di rischi e benefici; ad esempio la revisione del fiscal compact in un momento come questo è un passo fondamentale per consentire, ad esempio all’Italia, di sviluppare un piano di investimenti che possano ripagarsi in termini di PIL, ma soprattutto di lavoro, indotto, aumento potere d’acquisto, aspettative ed opportunità per le persone, adeguamento della competitività del paese tramite il sostegno alle imprese private e tramite importanti adeguamenti infrastrutturali, energetici, tecnologici.

Il ruolo della ECB in un contesto similare entra prepotentemente sia per contrastare, cosa che ha come mandato, la deflazione con tutti quegli strumenti che dichiara di aver pronti, ma che ancora non ha deciso di utilizzare, sia per sostenere in modo immediato con misure di QE il mercato interno, l’export le attività delle imprese nei paesi in condizioni simili a quella italiana. Sarebbe la prima fase, quella shock, con impatto immediato sull’economia a valle della quale però è necessario un piano di investimenti concreto preciso e redditizio che rappresenti la fase di medio-lungo termine su cui creare la ripresa strutturale.

Un approccio europeo di cooperazione e condivisione è il solo che può rimettere l’UE in condizione di avere la possibilità di dialogare più o meno alla pari con gli altri competitori globali, i quali potrebbero anche essere in certi casi ostili, come potrebbe esserlo la Cina (ma non solo), ben venuta quando convoglia capitali finanziari e non speculativi, investe e permette la crescita ad aziende in difficoltà o in fallimento, ma che può avere mire di influenza verso una direzione a loro troppo favorevole nelle strategie, quando addirittura nelle politiche governative, andando a configgere con gli interessi dei paesi ospitanti.
Questa considerazione in Italia dobbiamo averla ben in mente anche se i vincoli di bilancio e la necessità di capitali ed investimenti esteri unita all’attrattività di molte nostre imprese, oggi ancora a buon mercato, ci rendono una preda interessante. Attualmente la soglia di pericolo è ancora lontana, nessun asset strategico è stato completamente ceduto, ma dopo l’ingresso dei cinesi al 30% in CdP-Reti, detentrice a sua volta del 30% di Snam ed a breve del 30% di Terna, al 2% in ENI, Enel, è stata la volta di Telecom, FCA, Prysmian sempre col significativo 2.001% che impone la comunicazione alla Consob, come dire che il segnale “mandarino” è stato lanciato: “l’interesse c’è, vi stiamo addosso, qui troverete capitale”, ma poi c’è da scommettere che il patto richiederà senza dubbio una contro partita. Notare i settori di investimento: Energia, Tecnologie ed Interne, Automotive, tutti settori sui quali, andando alla ricerca del primato assoluto, il paese dell’estremo oriente ha basato la sua esplosione economica.

Se le nostre vicende interne ci sembrano estremamente complesse, e non v’è dubbio che lo siano, avendo una visione più olistica di quanto si sta muovendo nel mondo è facile capire dove allocare le priorità immediate, e ciò vale tanto a Roma quanto a Bruxelles, perché pare proprio che in tutto questo fermento gli unici alla finestra, per volontà o per necessità, siamo noi europei.
È questo il ruolo che immaginiamo per l’Unione Europeo?
Se la risposta è no risulta quanto mai indispensabile darsi da fare con la massima urgenza.

Rapidità necessaria e cambiamento Europa
Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre
Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia
Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola
Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso
Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo
Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti
Dati economici che cominciano a preoccupare
Deflazione
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La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….
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ECB
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Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già
Le misure di Draghi ci sono, con un ma….
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole?

04/08/2014

Valentino Angeletti
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Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?

L’Istat ha diramato, in riferimento al quarto trimestre 2013, una serie di importanti dati per monitorare lo stato dell’economia del nostro paese. Il famoso rapporto deficit/PIl si attesta al 2.8% se non si considerano le operazioni di SWAP ed EDGING sui derivati a protezione del rischio, computate invece dall’Europa per l’avvio delle procedure di infrazione, che lo scorso anno sono valse lo 0.2% portando il rapporto al 3%. Rispetto al 2012 il rapporto deficit/PIL è diminuito dello 0.1%, segno dell’impegno dei successivi governi Monti, Letta, Renzi nel mantenimento della disciplina di bilancio e nel rispetto dei parametri europei.
A Bruxelles quindi i rigoristi o falchi possono stare tranquilli, fintanto che l’allentamento dei vincoli non verrà concordato, e prima o poi ciò dovrà avvenire, l’Italia, come confermato dal Premier, manterrà i patti.
L’altra faccia della medaglia è però rappresentata dalla diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie (-1.1%, dato più basso dall’inizio dei rilevamenti, il 1995), e dei consumi finali (-1.3% per giunta nel periodo delle festa natalizie). Ciò in parte spiega il calo dello 0.3% della pressione fiscale (comunque altissime al 51.5%).
Questi dati sembrerebbero in controtendenza con la bassa dinamica inflattiva (+0.7 nel quarto trimestre contro +2.1% del primo) e con la rilevazione secondo la quale i redditi sono aumentati dello 0.3% e la propensione al risparmio dell’ 1.4% (9.8% del totale).

Mentre da Bruxelles ed in particolare dalla ECB di Francoforte, benché con sempre meno convinzione, tendano a non considerare plausibile lo spettro deflattivo argomentando, e ciò è sostenuto da taluni anche per il nostro paese, che il rallentamento dell’inflazione non è dovuto al calo dei consumi; dati alla mano per l’Italia il discorso pare non valere.
La competizione che molte aziende hanno accettato, e perso, è stata sul ribasso dei prezzi dei prodotti, sul taglio dei salari e sul ricorso agli ammortizzatori sociali, che unitamente all’elevata pressione fiscale ed alla dilagante disoccupazione (arrivata al 17% se si considerano anche cassa integrati e scoraggiati), hanno letteralmente impoverito ed abbattuto, quando non azzerato, il potere d’acquisto, la propensione ai consumi ed il risparmio delle famiglie italiane che ha visto il principio di un processo di continua erosione.
Anche in un contesto, come il quarto trimestre 2013, ove gli acquisti avrebbero potuto sembrare vantaggiosi e dove si è registrato un lieve aumento del reddito, non sì ha assistito ad un incremento dei consumi, proprio perché il clima di fiducia tra i consumatori, complice anche la costante incertezza normativa, è venuto sensibilmente meno. La dinamica che si è innescata è quella di risparmiare, quando e se possibile, per fronteggiare imprevisti, come spese mediche o nuove imposte, oppure rimandare gli acquisti cercando di spuntare prezzi migliori. Questi modelli comportamentali non sono altro che la chiara evidenza dell’innescarsi dei tipici meccanismi che portano alla deflazione, avvallati anche dall’analisi dei dati ISTAT.

La ECB, sotto la pressione dell’ IFM e del Direttore Lagarde, pare stia elaborando un piano per arginare la diminuzione dei prezzi, indice di economie deboli. Illazioni parlano di un piano da 1000 miliardi di €, per QE da 80 miliardi al mese, superiori a quelli statunitensi attualmente in via di riduzione (disoccupazione giunta al 6.5% con target al 6%). Le misure fino ad ora adottate non hanno sortito effetti positivi principalmente perché il denaro immesso dall’Europa tramite gli istituti bancari non confluiva all’economia, ossia ad imprese e cittadini, sotto forma di credito, ma veniva investito in titoli di stato relativamente sicuri e ad alto reddito oppure depositato presso la stessa ECB.
Le proposte per ovviare a tali meccanismi, che nel processo di consolidamento dell’Unione Europea dovrebbero derivare da una regolamentazione bancaria chiara, trasparente e comune fino a convergere ad un vero e proprio sistema bancario unico, potrebbero essere ulteriori diminuzioni dei tassi (anche in negativo) o l’immissione diretta di liquidità bypassando le banche (come è avvenuto in USA).

Anche l’ipotesi avanzata da Yves Mersch, membro lussemburghese della ECB, di cartolarizzare i prestiti alle PMI per conferire loro la liquidità necessaria potrebbe rappresentare una buona soluzione di immissione diretta. Meno interventisti sono invece i rappresentanti dei paesi più stabili economicamente, come l’austriaco Nowotny, secondo il quale, prendendo la stima di crescita della Germania del 3% annuo, si assisterà ad una ripartenza di economia ed inflazione.
Evidente è la distorsione data dal prendere la Germania come esempio, il panorama europeo in realtà è ben differente.
Queste proposte saranno vagliate durante la riunione annuale dell”IFM in programma per questo fine settimana a Washington ed alla quale parteciperà il Ministro dell’Economia Padoan.

Dal punto di vista italiano è importante analizzare e valutare la proposta di cartolarizzazione dei prestiti delle PMI, che in Italia (ed in Europa) rappresentano un tessuto produttivo fondamentale e soffrono per il mancato credito e per il non pagamento dei debiti delle PA, ma ancor prima si deve fare in modo che l’allarme sul pericolo della deflazione e del conseguente perdurare della stagnazione economica, si faccia più grave perché per alcuni pilastri dell’economia europea lo è realmente e non si deve rischiare di agire in ritardo come avvenuto molto frequentemente negli ultimi anni.

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07/04/2014
Valentino Angeletti
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La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….

Solo qualche mese fa non si voleva nemmeno sentirne parlare, eppure qualche segnale già c’era (Link: primordiali segni di deflazione). Adesso la deflazione è uno spettro che fa paura in tutta Europa tanto da essere uno degli argomenti trattati nell’Ecofin dei prossimi giorni ad Atene. L”Unione sta attraversano un periodo di bassa inflazione, perché ancora di vera deflazione non si può parlare, al di sotto della soglia dell’1% definita pericolosa dal Governatore della ECB Mario Draghi ed il commissario EU agli affari economici e monetari Olli Rehn conferma la preoccupazione citando i casi di Grecia, Irlanda e Spagna, nonostante la disoccupazione abbia leggermente rallentato la sua corsa in confronto agli scorsi periodi. In Europa, dove il target per l’inflazione è stato fissato al 2%, rispetto al mese precedente i prezzi sono aumentati dello 0.5%, in Spagna, rispetto al marzo scorso invece, si ha avuto un calo dello 0.2% e la deflazione è stata certificata, in Italia l’aumento medio dei prezzi è stato dello 0.4%, in calo rispetto ai mesi scorsi in tutti i comparti a cominciare da frutta fresca e beni energetici, includendo anche quei beni di norma immuni, come le sigarette e la benzina a dispetto di un aumento delle accise. Gli analisti finanziari delle principali banche non ritengono concreto il pericolo, ma è bene percepire questi segnali e cercare di agire tempestivamente per arginare un processo che secondo altri si è già innescato in modo significativo.

Il basso aumento, o addirittura il calo dei prezzi, potrebbe apparire a prima vista un segnale positivo e lo sarebbe se a causarlo fosse la sana e leale concorrenza e se sussistessero adeguati aumenti retributivi, flessibilità nel mondo del lavoro, domanda ed offerta di prodotti e servizi. Nella circostanze attuali invece il fenomeno è dovuto alla stagnazione economica.
Nel nostro paese il potere d’acquisto delle famiglie è calato drasticamente ed è evidente che la propensione alla spesa è inferiore anche relativamente a beni di prima necessità, alimentari, medicinali, cure mediche e vengono tardati i pagamenti di mutui e bollette; per tali ragioni è facile pensare che gli 80 € circa, che finiranno nelle buste paga al di sotto dei 25’000 € lordi introdotti dagli sgravi IRPEF del Governo Renzi, si riverseranno quasi istantaneamente, in modo positivo ma ben lungi dall’essere strutturalmente risolutivo, nei consumi.
Il modello di competizione che ha dominato gli ultimi anni (e le varie vertenze aziendali ne sono una dimostrazione) è stato fondato sul ribasso dei prezzi delle produzioni, sul ribasso dei salari e del costo del lavoro, sul ricorso ad ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà con conseguente dimezzamento del potere d’acquisto dei tantissimi soggetti interessati (il ricorso alla CIG è stato da record durante questa crisi) fino al licenziamento e ciò, facendo il paio con contratti collettivi non rinnovati, con mancati adeguamenti salariali e con il blocco degli straordinari per i dipendenti pubblici e pensionati, non ha potuto far altro che deprimere i consumi interni.
Ne deriva una conseguente assenza di propensione alla spesa, in favore, nei pochi casi ove sia possibile, del risparmio a cui si aggiunge una percezione negativa dei consumatori e delle persone rispetto al futuro che porta certamente ad evitare le spese “superflue”.
Le prospettive effettivamente non sono delle migliori perché il PIL 2014 è visto in aumento per un valore che va dello 0.6% allo 0.9% a seconda delle stime, la previsione del Governo presentata da Renzi è stata collocata tra lo 0.8% e lo 0.9% peggiorando la stima nella forbice 1% – 1.1% del precedente esecutivo. Anche le più ottimistiche previsioni non sono però sufficienti ad invertire la crescita della disoccupazione, giunta complessivamente al 13% ed al 42,3% per la fascia di età 15-24 anni (massimo dal 1977 quando iniziarono le serie storiche), la quale oltre ad avere un ritardo intrinseco rispetto all’inversione di tendenza del PIL necessità di un valore di prodotto interno lordo che tipicamente si attesti attorno all’ 1.5%.

Nuovamente l’Europa non ha contribuito positivamente, è intervenuta nelle crisi in ritardo e con approcci oltremodo recessivi, portando la Grecia, il Portogallo, Cipro, ma anche l’Italia, e la Spagna a condizioni di estrema difficoltà economico e sociale (ad Atene, sede del meeting dell’Eurogruppo e dell’Econfin è sede di manifestazioni). Le misure di austerità hanno in parte aggravato il problema, ma in verità a scegliere dove applicare l’austerity è stato compito dei singoli paesi e dove, come in Italia, non è stato seguito il consiglio europeo di tassare rendite, patrimoni, consumi (in tutti i casi modo non lineare) invece che lavoro, imprese e persone fisiche si è assistito ad un eccessivo prelievo principalmente a scapito delle classi meno abbienti, artigiani e commercianti.

La Francia è per il momento più al sicuro dal basso aumento dei prezzi, ma la sconfitta di Hollande alle elezioni amministrative, l’immediato cambio di governo per riconquistare popolarità ed il suo discorso che ha messo in luce le problematiche su cui anche il paese transalpino dovrà agire, quindi taglio delle tasse, diminuzione del costo del lavoro, incremento del potere d’acquisto e dei consumi, taglio della spesa e meno rigidità nelle politiche europee, sono fattori che la accomunano in modo dichiarato all’Italia, anche se con un debito (in crescita) decisamente più basso ed un deficit superiore al 3% (attorno al 4%) per il quale hanno potuto contare su tempi di rientro superiori. Una simile circostanza fa pensare che si possa rafforzare l’asse Renzi-Shchulz-Hollande in vista delle elezioni europee con un programma di riforme delle politiche comunitarie volto ad una crescita sostenibile attenta ai conti ma anche alle difficoltà sociali dei cittadini dell’Unione, sempre più inclini a valutare proposte anti-europeiste.

Un’altra nota da fare all’Europa ed all’ECB nello specifico, è quella di aver attuato politiche monetarie certamente accomodanti, mantenuto bassi i tassi e fornito liquidità a sistemi paese, ma le iniezioni sono avvenute, ad interessi quasi nulli, sempre tramite i sistemi bancari che avrebbero dovuto immettere questi denari nell’economia produttiva, cosa che nella realtà dei fatti è avvenuta in modo quasi marginale essendo stati prediletti investimenti finanziari, acquisti di titoli di stato ad alto rendimento di paesi relativamente solidi (come l’Italia appunto) ed in certi periodi addirittura depositi over-night presso la stessa ECB. Negli USA i QE sono immessi direttamente nel sistema in modo da non avere intermediari così da essere immediatamente disponibili all’economia reale (che si tratti di consumi, investimenti infrastrutturali, lavori pubblici, sostegno alle imprese ecc).
Statuti permettendo, in attesa di giungere ad una unione bancaria vera, funzionante ed al servizio dei paesi membri e dell’Europa oltre che dei bilanci dei singoli istituti, sarebbe una soluzione migliore adottare anche nell’EU il medesimo meccanismo di immissione di liquidità direttamente nel sistema economico rispetto all’ipotesi che la ECB potrebbe metter in campo di portare i tassi a zero o addirittura in territorio negativo per stimolare il credito e disincentivare la pratica dei depositi over-night (anche se è più probabile un mantenimento dello 0.25%) .

Messe alla luce le deficienze del sistema paese Italia ed dell’Unione (notare che il fenomeno ha colpito maggiormente gli stati che hanno beneficiato di più aiuti che se, come avrebbe dovuto essere, fossero stati messi a disposizioni di persone ed imprese a mezzo di credito probabilmente ora si avrebbe un’inflazione e, cosa più importante, un potere d’acquisto superiori) è evidente che sono sempre più necessarie quelle riforme, ormai ben note, sul lavoro volte alla flessibilità ed alla creazione di nuovi impiaghi nei settori ad alto valore aggiunto ed innovativo, sugli investimenti produttivi, sul taglio delle spese e della burocrazia, sul sostegno alle imprese ed alla concorrenza, sul piano industriale nazionale di medio/lungo termine così come una modifica delle politiche europee e dell’ECB nei temi economici, monetari, finanziari, fiscali e normativi.

31/03/2014
Valentino Angeletti
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Bacchettate Europee: una dura sfida

Bacchettate dall’Europa all’Italia, titolano molti giornali. Effettivamente i richiami al nostro paese proferiti da Olli Rehn sono pesanti ed insistenti, ma ciò non implica che siano fuori luogo. Le premesse al breve ragionamento che affronteremo sono due, la prima ed ovvia è che il Governo Renzi è sostanzialmente incolpevole per questi richiami vista la sua giovinezza, la seconda, ancora più ovvia, è che al doveroso e profondo “mea culpa” che deve fare l’Italia, o meglio la linea politica che i governi passati hanno deciso di intraprendere, si deve affiancare un altrettanto profondo “mea culpa” dell’Unione, che, dopo aver deciso di adottare fin dall’inizio un approccio ferreo, austero e dalla dubbia efficacia in periodi di forte recessione, ha perseverato non modificando la propria impostazione e rimanendo assoggettata alle richieste ed alle linee di azione tedesche principalmente, ma in generale di tutto il virtuoso nord Europa che in ultimo ha iniziato pian piano a saggiare qualche segnale di crisi. Ciò detto la situazione del nostro paese è difficilissima, il PIL è tornato ai livelli del 2000 segnando nel 2012 -2.4% e nel 2013 -1.9% contro una previsione di -1.7%. Il debito pubblico ha raggiunto il record senza precedenti del 132.6%, la disoccupazione tra il 42 ed il 43% e quella giovanile oltre il 12 e punta al 13 nell’anno in corso, con picchi rispettivamente di oltre il 50% ed il 25% a seconda delle regioni geografiche e del genere (le donne del sud sono le più svantaggiate). Numero spaventosamente da record è anche quello delle aziende che ogni anno falliscono. Vero è che lo spread è attualmente sotto 180 pti base, ma i meccanismi che regolano la finanza, nel bene e nel male sono solo marginalmente legati alla realtà economica e politica. La stabilità di un paese affinché i mercati siano positivi è necessaria ma non sufficiente quindi, è corretto compiacersi di un basso spread (in ogni caso poco più alto di quello spagnolo) e quindi di minori interessi, ma non può essere l’unico parametro (i mercati e la finanza sono in un periodo particolare: Link).

A fronte di dati macroeconomici paurosi non sono state prese le contromisure necessarie in grado di apportare qualche risultato immediato e soprattutto indirizzare il futuro verso una rotta più promettente, ma l’inviluppamento ha continuato e probabilmente continuerà ancora perché il tempo, ed in tal caso il ritardo accumulato, è un fattore imprescindibile e non recuperabile. I consumi sono costantemente in calo, il potere d’acquisto anche, la sofferenza delle famiglie, così come il numero di indigenti che rinunciano a cure mediche e risparmiano sull’alimentazione in continuo aumento. L’occupazione non ha subito miglioramenti, la burocrazia non è stata ridotta , l’evasione rappresenta un pesantissimo fardello e la pressione fiscale sul lavoro e sulle persone è superiore a quella degli stati nordici, ove il livello dei servizi ed il welfare è eccelso. Ogni necessità di copertura più o meno imprevista come la CIG (che dovrà essere ripensata affinché sia sostenibile), la scuola, la ricerca ecc hanno necessitato di coperture non presenti, tanto da ricorrere alle solite clausole di salvaguardia, come accise o aumenti su bollette. La spesa pubblica è elevatissima e non è stata ridotta nonostante i tentativi dichiarati. La strategia di alcune aziende in difficoltà è stata quella di competere sui prezzi tagliando stipendi o addirittura licenziando e ricorrendo gli ammortizzatori sociali andando così ad alimentare un circolo vizioso, preludio di deflazione della quale in contesti europei non si ha più così paura di parlare, anche se solo in termini “spettro” (Link Elettrolux).

I privilegi sono stati intaccati minimamente e la ridistribuzione della ricchezza non è avvenuta, anzi l’indici GINI continua a crescere, facendo dell’Italia uno dei paesi più diseguali in assoluto (dietro solo ad Usa ed UK) e dove il 10% della popolazione detiene il 49% della ricchezza complessiva che ammonta a circa 8’000 miliardi di Euro.

Le riforme, anche quelle più storicamente urgenti non sono state fatte e si sono trascinate, col rischio che in ultimo, agendo di fretta, si abbozzino soluzioni posticce. La tassazione non è stata spostata dal lavoro, dalle persone e dalle imprese verso i consumi ed i patrimoni, come richiesto da Bruxelles. Non siamo in grado di impiegare i fondi strutturali europei, siamo primi per procedure di infrazione, le PA non riescono a pagare tempestivamente i propri debiti, non abbiamo presentato in tempo il piano di spending review che dovrebbe essere quasi una panacea di tutti i mali e pare infine che anche l’ EXPO2015 sia in ritardo e necessiti di ulteriori fondi. Inevitabilmente tali fattori contribuiscono a far si che a Bruxelles preferiscano prendere con le molle ogni nostro proposito.

La competitività delle aziende italiane, principalmente per il costo del lavoro e dell’energia è in fondo alla classifica europea così come quella dell’innovazione essendo assenti investimenti proprio per mancanza di liquidità nelle imprese ed il poco credito che le banche concedono va a coprire le spese correnti. L’unico settore che va mediamente bene sono le esportazioni, ma non riusciamo ancora a sfruttare tutto il potenziale in termini ad esempio di turismo, arte, made in Italy, lusso, manifattura di precisione e via dicendo.

Gli ultimi Governi non possono essere esenti da colpe, non hanno saputo apportare soluzioni, anche politicamente forti ed in contrasto con alcuni partiti, privilegiando soluzioni estemporanee ed i cui effetti sarebbero svaniti quasi immediatamente. Lo stesso dicasi per i rapporti di forza che, si prenda ad esempio il caso IMU, sono stati animati più da attriti ed interessi particolari che da cooperazione per il bene del paese. Va poi sottolineato che molto dell’impegno degli Esecutivi è stato rivolto, ed in tal senso siamo stati virtuosi, a rispettare i parametri ed i vincoli imposti dall’Europa, ma precedentemente votati dagli scorsi Governi, senza cercare di rinegoziarli almeno un minimo, anche solo in termini di più tempo. Del resto non sarebbe stato semplice poiché la risposta sarebbe probabilmente stata di agire e riformare internamente e solo dopo pensare a qualche concessione.

Ieri dunque l’Europa, a dire il vero senza sorprese, ha ribadito la lentezza italiana nell’attuare le riforme e l’eccessivo squilibrio tra debito ai massimi storici e crescita del PIL ai minimi dal 2000. In questa classifica siamo ultimi assieme a Croazia e Slovenia che sono new entry in Europa e non certo un membro fondatore come invece lo è il nostro paese. Come se non bastasse la legge di stabilità per il 2014 non è stata ritenuta sufficiente. Moniti sono stati rivolti anche a Germania per l’eccessivo surplus commerciale (+6%) indice che i consumi interni sono troppo bassi rispetto alle esportazioni ed alla Francia, che vive una situazione economico e politica non semplice (forte ascesa degli anti-europeisti di Le Pen), ma con un debito ed una situazione generale pre crisi molto migliore della nostra. Hanno passato l’esame, applicando le riforme suggerite, la Grecia, il Portogallo (commissariate dalla Troika) e la Spagna (El Pais ha titolato che la nuova malata d’Europa e l’Italia); sinceramente non so quanto convenga essere promossi ma aver vissuto e vivere contesti sociali come Grecia e Portogallo dove gli stipendi e le pensioni sono state decurtate pesantemente e la gente ha già oltrepassato l’orlo della fame.

Oltre alla legge elettorale ed alle scuole il vero compito del Governo Renzi sarà quello di lavorare tantissimo in Europa, dimostrare di essere in grado di recepire le loro linee guida in modo rapido ed incisivo prendendo decisioni politiche e non di compromesso, accollandosi il rischio di scontentare qualche fazione, stringersi al PSE ed in particolare all’SPD di Schulz in modo da poter esercitare pressioni anche sulla Germania che forse sono ancora più pesanti che quelle dirette a Bruxelles. Per fare ciò deve impegnarsi di fino e sottilmente, intessere importanti rapporti oltralpe, rinnovare radicalmente la classe dirigente, innestando, a fianco dei competenti e di coloro che hanno lavorato bene, persone provenienti dalla società civile e da ogni estrazione sociale, in modo da dare il segnale che la meritocrazia esiste, ricreare i sogni e le ambizioni delle persone ormai disilluse, ricreare il concetto del self made man e di scalata sociale che è colei che anima, assieme ad una leggera disuguaglianza, la crescita. Dovrà sfruttare e convogliare quell’energia e quelle potenzialità presenti in tanti giovani e meno giovani di cui il nostro paese è pieno (si veda il nuovo CFO di Apple o il consigliere do Obama).

Il compito non è facile e nessuno fino ad ora è riuscito ha svolgerlo degnamente o perché interessato al mantenimento dello status quo o perché impotente di fronte ad un meccanismo ingessato e protezionista nei confronti delle proprie posizioni privilegiate, ma è l’unica via affinché si possa pensare seriamente di uscire dal mix di congiunture più o meno storiche che ci hanno confinato in una situazione sempre più compromessa ed alla quale non solo non siamo venuti a capo, ma non abbiamo neppure pensato ad un piano per affrontarla concretamente.

06/03/2014
Valentino Angeletti
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Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche

Obama ha da poco tenuto il suo “Speech” sullo stato dell’Unione a stelle e strisce. Oltre alla grande importanza che attribuisce al clima, alla lotta al cambiamento climatico ed al tema energetico, decisamente caro all’economia statunitense, in quanto la rivoluzione energetica in atto ha consentito di abbassare il costo dell’elettricità attraendo, assieme ad alcune politiche sul lavoro, nuovi investimenti industriali ed avviando un processo di reindustrializzazione antitetico alla delocalizzazione occorsa negli anni scorsi, al centro del discorso è stato il tema dell’uguaglianza sociale.

Obama ha definito il 2014 un anno decisivo, nel quale è necessaria una svolta, l’anno dell’azione (molto simile all’anno del fare del nostrano Renzi). L’anno in corso sarà certamente molto importante per Obama poiché in autunno si terranno le elezioni di metà mandato che rinnoveranno le camere ed in vista di ciò il Presidente vuole dare un impronta chiara alle proprie azioni.

Il tema dell’uguaglianza è stato trattato con decisione, il primo passo concreto consisterà nell’aumentare il salario minimo per certe tipologie di lavoratori federali dagli attuali 7.25 $/h ai 10.10 $/h. La misura coinvolgerà inizialmente solo i nuovi contratti ed i rinnovi di contratto in essere, ma è già allo studio un meccanismo, che da noi si chiamerebbe scala mobile, per indicizzare almeno all’inflazione tutti i salari federali in prima istanza esclusi. Obama ha chiaramente definito ingiusto ed inaccettabile che un lavoratore federale non possa condurre per se ed assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa.
Ovviamente il settore privato non risentirà di tale manovra non avendo il Presidente alcun potere di azione sui salari minimi che non siano governativi, ma il messaggio lanciato anche al settore privato è stato evidente. Il provvedimento, appoggiato dai democratici ed avversato dai repubblicani, è stato motivato adducendo alcuni esempi aziendali di successo (Tescoma) che utilizzando gli incrementi salariali hanno incrementato la produzione, di fatto azzerando l’onere del rincaro. Inoltre aumentare i salari alle classi meno agiate vorrebbe dire incrementare immediatamente i loro consumi, benefici anche per le aziende.

Lo scenario in cui si inserisce l’azione sui salari è quello di un piano per combattere la disuguaglianza sociale ed in questa ottica si inseriranno interventi in favori degli immigrati ed il tentativo di rendere le cure e le assistenze mediche disponibili a tutti e con standard i qualità quanto più possibile allineati.
Per perseguire questo fine sarà probabilmente rivista la tassazione e, qualora le parti politiche non si trovassero d’accordo, Obama si è detto disposto ad applicare per decreto quanto ritiene giusto in una chiara svolta decisionista, sarà interessante capire quanto potrà realmente mantenere.

Si è sottolineato più volte come la disuguaglianza stia assumendo a livello globale dimensioni sempre più importanti e come l’eccessiva disuguaglianza sia foriera di scontri di classe, malcontento e blocco economico contrariamente ad un sano dislivello sociale che, grazie anche ad una certa mobilità e meritocrazia, rende fluida la società e consente la crescita sfruttando la volontà di miglioramento naturalmente innata nelle persone. Gli USA così come lo UK sono campioni di disuguaglianza e, proprio in concomitanza del discorso di Obama, ne hanno dato nuova conferma i dati USA sulle compravendite di immobili di lusso, vale a dire oltre il milione di dollari, che hanno raggiunto il 14% del totale, crescendo del 3%.

La disuguaglianza è fortissima ed in rapida crescita anche in Italia, dove però la tendenza è contraria rispetto alla via imboccata da Obama. Le azioni del governo sono state quelle di bloccare indicizzazioni, scatti salariali e straordinari. Il settore privato non fa eccezione, lo strumento per abbattere i costi di produzione e dei prodotti, rischiando di alimentare una pericolosa spirale deflattiva, è sempre quello di ricorrere ad abbassamenti dei salari, riduzione dell’orario di lavoro o aumento ma a parità di salario come è successo in Siemens, taglio dei premi di produttività, degli straordinari, delle festività retribuite ecc. In sostanza tutto ciò che deprime ulteriormente consumi ed economia. Per il nostro paese le azioni da affrontare rapidamente dovrebbero essere quelle di tagliare il cuneo fiscale ed abbassare il prezzo dell’energia facilitando in tal modo le nostra aziende a competerete con le concorrenti europee. Rimane in ogni caso impossibile pensare di poter essere competitivi sul prezzo di alcuni prodotti di fascia tra la bassa e la media rispetto agli stati, come Polonia ed Ungheria (non andando a disturbare la Cina o la Cambogia), dove il costo del lavoro è drasticamente più basso. La strategia dovrebbe essere quella di riconvertire le produzione manifatturiera (affiancandola ad altri settori dove potremmo primeggiare se opportunamente rafforzati) utilizzando tecniche ti ottimizzazione della catena di montaggio, della distribuzione, razionalizzazione di tutta la filiera, inserire l’innovazione sia nella produzione, ma anche nei processi (ne è stato un esempio Toyota) e poi puntare a produzioni di prima e primissima fascia ad alto valore aggiunto che gli acquirenti, pur tenendo sempre in considerazione il prezzo, valutano utilizzando come parametro primario la qualità.
Il caso Electrolux è solo l’ultimo esempio che dimostra come in Italia purtroppo i problemi vengano affrontati sempre troppo tardi con la naturale conseguenza, mossi dalla fretta e dalla necessità di trovare una soluzione immediata, di costruire soluzioni traballanti e senza aver avuto modo di valutarne gli effetti nel breve, medio e lungo termine. Il settore degli elettrodomestici o del bianco è in crisi da anni, ci sono stati i casi Merloni ed Indesit, e le vicende dei 4 stabilimenti Electrolux si conoscono da tempo, ma si è giunti in ogni caso a proposte drastiche, quasi da ultimatum.

28/01/2014
Valentino Angeletti
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Electrolux: sintomo primordiale di deflazione

Ancora conferme allarmanti da Bankitalia: tra il 2010 e il 2012 il reddito famigliare medio è sceso del 7,3%, la ricchezza ha fatto registrare -6.9%, mentre la povertà (reddito famigliare inferiore a 7’678 € all’anno) è salita del 2% toccando il 16%, metà delle famiglie italiane vive con meno di 2’000 € al mese, il 20% del totale con meno di 1’200 € al mese. Il 46,6% della ricchezza totale è nelle mani del 10% delle famiglie.
Secondo S&P l’outlook il rating italiano rimane negativo, perché permane l’incertezza sulla tenuta dei trend economici e delle politiche economiche, inoltre, in contraddizione rispetto alle previsioni del MEF, la crescita si attesterebbe allo 0.5% annui per il triennio 2014, 2015, 2016 ed il debito a fine 2014 toccherebbe il 134%.

Questi dati poco rassicuranti testimoniano come sia necessaria una ridistribuzione della ricchezza e vista l’urgenza pare che le uniche vie in grado di garantire una velocità adeguata possano essere una patrimoniale progressiva sulla fascia più ricca della popolazione, ma soprattutto una lotta serrata all’evasione ed alle truffe al fisco che oltre a sottrarre denaro alla collettività penalizzano proprio le classi più povere. Si stima che solo le truffe sull’autocertificazione ISEE siano costate lo scorso anno tra i 2 ed 3 miliardi di €. È facile immaginare che aumentando anche di 300 € mensili, quindi una cifra rilevantissima quasi utopistica, l’introito di famiglie a basso reddito questa somma non andrebbe ad alimentare conti correnti o depositi amministrati, bensì sarebbe immediatamente reimmessa nel circuito economico, alimentando i consumi dei beni di primissima necessità, principalmente alimentari, prodotti e vestiario per bambini, bollette, medicinali e visite mediche, creando una molto primordiale catena virtuosa che se correttamente e sistematicamente oleata potrebbe portare nel giro di qualche trimestre ad un lieve recupero della domanda e dei posti di lavoro.

In questo contesto si colloca la crisi dell’Electrolux, azienda del bianco da tempo in difficoltà a causa della concorrenza a basso costo principalmente da Polonia e Turchia. Secondo fonti sindacali, in contrasto con quanto sostenuto dall’azienda, il salario medio attuale potrebbe passerebbe da 1’400€ a circa 700-800 € rasentando la soglia di povertà per le famiglie che si vedessero costrette a vivere con una simile somma. Per il salvataggio del polo Italiano la casa madre svedese propone un taglio dell’80% dei 2700 euro di premio aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause e permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. Il costo orario del lavoro, ora a 24 euro, scenderebbe di 3-5 euro medi, così da ridurre il gap con il costo del lavoro in Polonia, dove gli operai di Electrolux percepiscono 7 euro l’ora. A queste condizioni, avrebbero detto gli svedesi, gli stabilimenti di Susegana, Porcia, Solaro e Forlì sopravvivrebbero, mentre se il piano fosse respinto il gruppo bloccherebbe ogni investimento nel nostro paese.

Benché nessun alto esponente della finanza e della politica economica si preoccupi in maniera manifesta della deflazione in Europa, per quel che riguarda il nostro paese il caso Electrolux ne è un primo esempio.

Quando per ridurre i prezzi dei prodotti o per avere sufficiente margine di guadagno le aziende lottano andando in ultimo a cercare di abbattere il costo del lavoro con tagli agli stipendi ed al limite licenziando od attingendo ai contratti di solidarietà, ed anche questo è accaduto in quanto in Electrolux infatti gli esuberi stimati sono incrementati di circa 400 unità, si crea la tipica spirale deflattiva: si cerca di ridurre i prezzi a tutti i costi, ma al contempo si diminuisce il potere d’acquisto dei lavoratori diminuendo stipendi o quasi lo si annulla licenziando tout court, ledendo ulteriormente la propensione al consumo già bassissima.  Pare evidente che per abbattere il costo del lavoro la via corretta sarebbe un’azione incisiva sul cuneo fiscale benefica sia all’impresa che al lavoratore stesso.
Considerando le congiunture macroeconomiche in essere e la pericolosa propensione ad accettare, pur di lavorare, condizioni veramente al ribasso, si rischia seriamente di andare incontro ad una deflazione causata non tanto dall’attesa per un ulteriore ribasso dei prezzi come sovente accade, ma dalla reale incapacità di consumare, pur volendolo.

Un deflazione derivate dal fatto che il calo dei salari e del potere di acquisto è decisamente superiore al calo dei prezzi, fenomeno che si può ampiamente ritrovare anche nel mercato degli immobili dove però si aggiunge la componente non trascurabile della difficoltà di accesso al credito.

27/01/2014
Valentino Angeletti
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