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Attrazione capitali esteri e Lobbying (Spunto da “Il Messaggero”)

Porto l’attenzione su un al solito eccellente Gianluca Comin, Il Messaggero 29/07/2014, pg. 28:

Una moratoria legislativa per attrarre capitali esteri

Nell’articolo il giornalista mette in luce i “blocchi” del “Sistema Italia” sovente ancora barocco, che ostacolano l’attrazione di investimenti e capitali esteri nella misura che sarebbe consona ad un paese come il nostro (almeno allo stesso livello di Spagna dove pure la legislazione non è così stabile, ne è un esempio la tassazione sulle aziende energetiche; Germania e Francia).
Un punto sollevato è la distanza tra istituzioni pubbliche e policy makers rispetto alle aziende che spesso hanno una visione molto più chiara, strategica e concreta delle difficoltà burocratiche/normative nell’intraprendere nel senso lato del termine. Difficoltà che ovviamente anche i top manager stranieri incontrano ed a causa delle quali evitano in molti casi di investire nel nostro paese.
Mi chiedo se una regolamentazione ufficiale e più trasparente dell’attività di lobbying, come avviene in EU ed in molti Stati europei e non europei (recentemente una primordiale regolamentazione è stata introdotta in Romania ad esempio) possa aiutare ad avvicinare il pubblico al privato per convergere, con la contaminazione e condivisione di esperienze e visioni, verso una macchina normativa e burocratica che invece di ostacolare incentivi, come del resto dovrebbe essere, l’approdo di attività straniere nel nostro paese.
A ciò si rivolgeva il piano Destinazione Italia, encomiabile tentativo, ricco di spunti interessanti, ma, in modo similare a quanto accaduto per l’Agenda Digitale (AD), finito un po’ nel dimenticatoio nonostante l’importanza fondamentale del pacchetto di misure, così come dell’AD d’altronde, per la competitività italiana.

Da augurarsi sicuramente la soluzione degli annosi problemi del nostro paese (anche qui più volte portati in luce e menzionati) ai quali il Governo Renzi sta cercando faticosamente di porre rimedio, ma anche una seria e trasparente regolamentazione della relazione tra industrie e governo-entità legiferanti, altresì detta lobbying, tema che l’attuale esecutivo si era proposto di affrontare, dalla quale possono di certo scaturire vantaggi per le aziende stesse, per la competitività del paese in grado così di attirare aziende estere ed essere più snello ed efficace e per i consumatori beneficiari di una maggiore concorrenza.

29/07/2014
Valentino Angeletti
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Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività

Dopo i disordini e le manifestazioni di protesta condotte dai lavoratori della fabbrica ex FIAT, ora FCA, di Termini Imerese davanti al MiSE e per le strade di Roma, durante la trattativa tra sindacati e Ministero, rappresentato dal sottosegretario De Vincenti, oggi pare che un accordo sia giunto.
Ai 1200 cassaintegrati sarebbero stati assicurati altri 6 mesi di proroga dell’ammortizzatore sociale, mentre ancora in divenire sarebbe il piano di reindustrializzazione dell’area siciliana che oltre allo stabilimento Fiat vede altre realtà dell’indotto in difficoltà, come la Lear che potrebbe revocare i cento licenziamenti in programma a patto di una proroga della cassa integrazione in deroga anche per i propri lavoratori.
Al vaglio è anche la possibilità di ricorrere all’esodo, utilizzando gli scivoli pensionistici per coloro, circa 100, che avessero raggiunto i requisiti.
Un nuovo incontro, quando forse si sapranno dettagli più precisi, è in programma per venerdì 14 febbraio.

Senza voler far ricadere colpa alcuna sulle spalle dei lavoratori che rischiano di perdere il loro posto e che si trovano in una situazione complicata, c’è da dire che lo stabilimento di Termini Imerese è fermo ed usufruisce della CIG dal 2011. In questi tre anni di crisi globale la CIG ha pesato sulle spalle dei contribuenti e probabilmente continuerà a farlo, senza che un nuovo piano industriale fosse redatto e proposto, senza dare alcuna possibilità ai lavoratori di riqualificarsi cercando poi di impiegarli in nuove mansioni, in un certo qual modo di rimetterli in gioco, un tentativo complesso in un momento in cui il lavoro scarseggia, ma doveroso se si vuol inseguire il modello di welfare ad esempio tedesco e non perdersi dietro l’illusione che tutto tornerà come prima, cosa ormai evidentemente impossibile; tante aziende chiuse, così come interi distretti e settori produttivi, non riapriranno più.

La colpa può essere parzialmente data alla FIAT, che nonostante le sovvenzioni degli anni passati, non ha saputo assicurare la sopravvivenza e la competitività delle proprie produzioni in alcuni stabilimenti, forse ha anche sbagliato, o adottato consapevolmente, strategie differenti più rivolte alla finanza e meno alla produzione, ma gran parte del problema deriva anche dall’incapacità della politica, inclusi i sindacati, di saper indirizzare e risolvere problemi e vertenze in maniera decisa, concreta e rapida in sintonia con le congiunture macroeconomiche in essere.

Alla FIAT non si può neppure rimproverare la decisione, dopo la nascita di FCA, di trasferire la sede legale in Olanda, quella finanziaria a Londra, e di quotarsi a Wall Street, mantenendo la quotazione a Piazza Affari solo per motivi storici, quasi che avesse valore affettivo.
In Olanda la legislazione è più snella e semplice che in Italia, a Londra la tassazione sui dividendi è al 10% circa quando da noi è quasi al 30%, la borsa italiana per capitalizzazione è al 23° posto nel mondo superata dal Messico, Malaysia ed Indonesia. In altri stati Europei poi il costo del lavoro è più basso anche per via della minore incidenza della tassazione.

Non c’è quindi da lamentarsi troppo, è stata, ed in tal caso anche l’Europa è colpevole, perseguita una Unione senza prima dettare regole comuni che evitassero distorsioni competitive, né cercando di imporre regole che cercassero di livellare le disuguaglianze ed arginare i particolarismi dei singoli membri.
Fintanto che l’economia ha girato ci sono state opportunità per tutti, ma quando le cose si fanno critiche è allora che chi ha le condizioni migliori è avvantaggiato e non è strano che le aziende, quelle che possono permetterselo, per sopravvivere cerchino di sfruttare tali situazioni.
In aggiunta si sta pericolosamente consentendo una concorrenza sui prezzi che ha creato una corsa al ribasso per bilanciare, senza successo, il calo del potere d’acquisto e dei consumi della middle class in via di estinzione. La pericolosità di un simile meccanismo sta nella delocalizzazione verso zone d’Europa dove il costo del lavoro è basso così come le condizione dei lavoratori, da considerare che se tutti gli stati europei divenissero eccessivamente cari ci sarà sempre una Cina, un’India, un Bangladesh, o un Vietnam da poter “colonizzare”. Altro aspetto pericoloso è la spirale deflattiva che si può innescare, poiché le sfrenata corsa al ribasso, al limite, comporta tagli di stipendi, licenziamenti, ricorso ad ammortizzatori sociali, andando a gravare sulla collettività e diminuendo ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori, che quindi saranno ancor meno propensi al consumo, innescando un meccanismo perverso.

È stata fino ad ora persa l’opportunità di sfruttare la globalizzazione, piena di vantaggi potenziali, ma anche di grandi rischi, non ultima la scissione tra finanza ed economia, in cui il mondo sta incappando costantemente. Verrebbe da citare il popolare proverbio: “si è voluta la bicicletta, ora pedalare …..”., ma la bicicletta è un rugginoso ferro vecchio e la via da percorrere un sentiero impervio e tortuoso; ce la si può fare, ma ci vorrebbero gambe buone, determinazione e forza di volontà nel perseguire l’obiettivo.

Quella di Termini Imerese è una vicenda emblematica per rappresentare tante altre realtà, dal Sulcis, alla Indesit, all’ Electolux, agli stabilimenti della pasta Agnese, alla chimica mai decollata, senza considerare tutte le realtà minori, solo per dimensione e non per importanza, che in questi anni sono state costrette ad alzare bandiera bianca. Dal rapporto SVIMEZ si certifica il rischio di desertificazione industriale, in particolare al sud, interi distretti sono scomparsi e mai torneranno ed i lavoratori non possono pensare di vivere sempre e solo con la cassa integrazione, non possono permetterselo loro perché sarebbe un’alienazione delle loro capacità, non se lo può permettere la collettività perché non ci sono risorse, non può permetterlo lo stato perché non è da paese civile, non possono permetterlo i sindacati perché non è più tempo di difendere certi meccanismi ormai insostenibili.

Gran parte di queste situazioni erano note da anni, ma non si è mai agito richiedendo e redigendo piani industriali e progettando riconversioni produttive e di riqualificazione dei lavoratori. Al contrario si è sempre ricorso a palliativi, quando la CIG, quando la disoccupazione che da elemento transitorio si è trasformata un vero ammortizzatore sociale su cui alcune aziende giocano, somministrando contratti stagionali e confidando dell’introito sociale che gli pseudo-dipendenti percepiranno nei periodi di non lavoro.
Una volta che il problema ha assunto dimensioni enormi allora si comincia a pensare che sia bene affrontarlo in modo più strutturato, ma ormai è tardi, i tempi sono stretti, le pressioni aumentano e la soluzione frettolosa, quindi non ottima, anzi spesso neppure il minore dei mali.

In questo tempo, letteralmente peso, tanti soldi pubblici sono andati perduti e non sono state create occasioni per reindustrializzare aree e riconvertire produzioni verso attività che avessero più mercato, perdendo in termini di competitività dell’intero sistema paese rispetto al resto di Europa e del mondo, molto più efficaci ed efficienti.

Del resto, purtroppo, in Italia è consuetudine agire in ritardo e quando non si può fare altrimenti, non si prevede o si anticipa in modo proattivo, ma si rimedia, mettendo in luce una cronica assenza di visione strategica ed organizzazione.
Il caso di Mastrapasqua ne è un piccolo esempio, tra i tanti.
Adesso probabilmente verrà fatta una norma che impedirà di ricoprire più cariche pubbliche o in conflitto di interessi, che dovranno essere ricoperte in esclusiva; si esulta per questa legge come se fosse un grande successo, una svolta epocale, ma da quanto tempo sussiste questa condizione di concomitanza di cariche multiple che in Mastrapasqua assume dimensioni titaniche, ma che è quasi la normalità?
Inoltre la norma di “esclusività delle cariche” verrà applicata solo agli enti ed alle società pubbliche più rilevanti e per le cariche di primissimo piano. Ci sarà quindi una soggettività nella cernita delle società e degli enti così come degli incarichi, che non è attributo delle leggi, necessariamente oggettive ed uguali per tutti (fino a che livello degli organigrammi si dovrà arrivare? E se certamente INPS ed Equitalia sono di primo piano quali sono le altre, Università, CNR, municipalizzate, CDP, Bankitalia?).

Quando Mastrapaqua divenne presidente dell’INPS nel 2008 pare avesse già oltre 40 incarichi (alcune fonti riportano 54). Se questa condizione andava bene prima perché non dovrebbe più andare bene adesso e se non è corretta ora perché non si è agito prima visto che tutti sapevano?
Ora molti, tra cui Giovannini ed anche Letta che definisce la scelta saggia ed in accordo con le norme che il governo sta introducendo, plaudono e quasi elogiano il gesto dell’ex presidente dell’INPS, ma con accuse di truffa ai danni della stessa INPS, di falso ideologico ed abuso di ufficio per la vicenda dell’ospedale Israelitico e con presunte manomissioni di esami e statini universitari che gli valsero anche un’espulsione, in qualsiasi paese non avrebbe avuto alternative. Anzi avrebbe dovuto dimettersi al primo avviso di garanzia senza permettersi di minimizzare dicendo:
“Se devo dimettermi per un avviso di garanzia, dovrebbero dimettersi più della metà dei dirigenti pubblici…”.

I casi Termini Imerese e Mastrapasqua sono solo due esempi di azioni tardive che sono costate in termini di denaro pubblico e/o competitività del paese, si aggiungono alle vicende Ilva, Alitalia, Sulcis, petrolchimico di Mestre, rigassificatore di porto Empedocle, TAV, TAP, British Gas e strategia energetica in generale, legge elettorale, abolizione delle province, tagli ai costi della politica e delle spese ecc, ecc.

In questo momento il Premier Enrico Letta è ad Abu Dhabi dove ha iniziato il suo tour tra Emirati, Quatar e Kuwait per presentare il nostro paese agli investitori, incontrerà i vertici di Etihad per un eventuale accordo su Alitalia e presenterà il piano di attrazione di investimenti “Destinazioneitalia” che verrà votato dall’Esecutivo in settimana.
Le possibilità di collaborazione ed interscambi sono molte, energia, lusso, alimentare, turismo rappresentano solo alcuni settori, ma le vicende interne sono continuamente monitorate da potenziali investitori e da anni non sono certo una buona pubblicità, tanto più che le condizioni di sistema per fare impresa in Italia sono proibitive, dal costo dell’energia alla burocrazia, dalla tassazione all’incertezza normativa, dall’instabilità politica alla lentezza nel fare le riforme, dalla corruzione ed evasione alla difficoltà di applicare pene e sanzioni, dal clientelismo all’inesistenza di meritocrazia.

Se l’Italia non cambierà, passando da un atteggiamento puramente reattivo, in risposta a situazioni degenerate e compromesse, come per il lavoro che ben poco può giovarsi della diminuzione dello 0.1% della disoccupazione secondo l’ultimo rilevamento, ed a scandali ormai manifesti, come per il caso Mastrapasqua, ad un atteggiamento proattivo che cerchi di evitare i problemi o di risolverli sul nascere, poche speranze concrete di cambiamento potranno essere realizzate, così come pochi, rispetto al potenziale, investimenti importanti vorranno insediarsi entro i nostri confini.

Nota: alcuni nomi per la successione di Antonia Mastrpasqua alla presidenza dell’INPS sarebbero Tiziano Treu, Raffelo Bonanni ed anche  (udite, udite) Elsa Fornero.

01/02/2014
Valentino Angeletti
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Tempistiche dei provvedimenti e lo scostamento da problemi pratici: la rinascita di pericolose derive

Dagli USA il presidente della ECB Mario Draghi, in visita per vari impegni istituzionali tra Washington e New York, ribadisce a gran voce l’importanza e la necessità di un’ Europa unita e sinergica dove vengano abbandonati i particolarismi e non si tema di perdere la propria sovranità nazionale. Le parole di Draghi sono senza dubbio quelle condivise dalla maggior parte delle forze politiche europee e da buona parte dei cittadini. Vi sono però elementi che stanno riportando in auge movimenti estremisti o quanto meno anti europeisti. Dopo Alba Dorata in Grecia, il partito di estrema destra norvegese, l’ UKIP britannico, a diventare uno dei primi se non il primo partito in Francia è il Fronte Nazionale di Marine Le Pen dichiaratamente di destra e dalla vocazione anti europea.

In Italia è il M5S ad essere tornato ad attirare consensi, grazie in parte alle indecisioni degli “avversari” ed in parte alla modifica della propria strategia, che da movimento di protesta lo sta trasformando in un vero e proprio partito politico alla ricerca di consensi e che strizza l’occhio ai delusi di centro destra sfruttando in modo molto preciso le ultime divisioni attorno al voto di fiducia al Governo Letta. Le posizioni del M5S in merito alla legge Bossi Fini, al tema dell’ abolizione del reato di immigrazione clandestina, al totale rifiuto rispetto all’ indulto o all’ amnistia, lasciano evincere la volontà del leader di attrarre sempre maggiori consensi attraverso idee dalla connotazione politica e che non sono più mosse dalla protesta, come in partenza, ma sembrerebbero essere frutto di un piano più mirato. A conferma di questo atteggiamento vi è anche una delle ultime esternazioni del Leader penta-stellato che a proposito della necessità di abbassare il debito, poiché a causa dell’ammontare del debito sovrano, secondo lui, lo spread dovrebbe schizzare alle stelle e se ciò non avviene è solo per l’ artificio della ECB, conferma l’ idea di rinegoziare il debito stesso (che in altre parole vorrebbe dire sostanzialmente default controllato e durante i quali a farne le spese sono sempre stati i piccoli risparmiatori), ma affianca anche l’ipotesi degli euro-bond, idea comune a molti partiti tradizionali ed in grado di raccogliere consensi anche tra i più moderati.

Questa rinvigorita corrente anti europeista deriva senza dubbio dalla percezione del cittadino comune che non si stia reagendo alla velocità giusta e che, nonostante idee interessanti e potenzialmente vincenti, non si abbia la capacità di implementarle in modo rapido ed efficace. I dati non danno torto a questa scuola di pensiero: la disoccupazione cresce costantemente, oggi l’ ILO ha trasmesso il dato dello studio sull’ occupazione mondiale secondo il quale i disoccupati nel mondo sono oggi 202 milioni, 73 dei quali sono giovani, con la crisi è cresciuto di 32 milioni numero di senza lavoro in 5 anni ed il livello pre crisi è ancora lontano. Le grandi riforme europee come l’ unione ed il controllo centralizzato delle banche e dei loro bilanci (decisamente temuto dalla grandi e piccole banche tedesche e del nord Europa a causa della loro propensione al leverage grazie agli strumenti derivati) , menzionata da Draghi anche dagli Stati Uniti, la lotta congiunta all’ evasione ed all’ elusione fiscale, il mercato dell’energia ed il problema della sovrapproduzione, l’uniformazione della tassazione, le misure a sostegno dell’occupazione, l’armonizzazione dei tassi di prestito bancario tra i vari stati membri, non decollano. A ciò si aggiunge la richiesta di rigore ed il rispetto di rigidi vincoli di bilancio (rapporto deficit/PIL e fiscal compact) e l’impossibilità della ECB di poter agire stampando moneta ed attuando una svalutazione competitiva a sostegno degli investimenti necessari per la crescita. Esiste l’ OMT ma di fatto è stato utilizzato poco, solo in casi di emergenza ed è sotto processo dopo l’accusa di incostituzionalità da parte della Bundesbank al tribunale di Karlsruhe.

Sul fronte italiano vari imprevisti di volta in volta rallentano l’ Esecutivo: il caso Mediaset; l’agibilità politica; il voto di fiducia; le lotte intestine per la leadership di partito; gli scontri su temi marginali rispetto ai problemi globali (IMU ed IVA in primis) ed ora l’ indulto/amnistia. Le manovre messe in atto non sembrano poter dare i frutti sperati ed anche ove si è agito di comune accordo, come per il cuneo fiscale (link ad articolo), è mancata l’incisività necessaria (ma ci sarebbe ancora il tempo di rimediare). Ciò che inizialmente era stato definito prioritario, come una nuova legge elettorale è ancora un miraggio. Lo spostamento della tassazione, seguendo le direttive europee ribadite negli USA da Draghi, verso i consumi ed i patrimoni, non sono state recepite. La tassazione sui consumi come l’IVA non porta, considerando i livelli italiani di tassazione, benefici, di contro rischia di essere controproducente. L’idea di nuove aliquote presentata da Letta è buona come principio, ma non se l’intenzione è quella di far passare dal 4 al 7% tutti i beni di prima necessità, tipicamente alimentari, che andranno a colpire principalmente i meno abbienti riducendone di fatto i consumi (cosa che sta accadendo sistematicamente). Secondo la costituzione e secondo l’Europa, la tassazione deve essere progressiva ed a questo punto pensare ad una patrimoniale progressiva e strutturata in modo equo (considerando l’altissimo indice GINI che affligge il nostro paese) non sarebbe una idea balzana, l’ IMF e Bruxelles hanno ribadito all’ Italia di non aver apprezzato il taglio totale sull’ IMU e che quelle entrate dovranno essere rastrellate da altre parti. Il rapporto deficit/pil del paese è costato altri 1.6 miliardi, la manovrina di fine anno, queste risorse dovrebbero provenire da dismissioni di immobili statali alla CdP (che dovrà poi provvedere a venderli sul mercato, altrimenti si tratterebbe solo del gioco delle tre carte), e da tagli ai ministeri ed alla spesa, anch’ essi menzionati da Draghi.

Detto ciò è abbastanza comprensibile che le derive anti europee prendano piede, le persone che affrontano ogni giorno le spese per il sostentamento, pagano l’ affitto o il mutuo e si devono curare, non possono attendere la soluzione ogni volta del nuovo problema istituzionale e fintamente prioritario.

A ciò si aggiunge anche il rallentamento delle economie emergenti per il calo dei consumi nei paesi industrializzati e la “bomba” dello shutdown degli Stati Uniti, che rischia veramente di essere un uragano economico a livello mondiale e testimonia che troppo spesso politica ed economia finanziaria sono scollegati dalle reali necessità dei popoli. La Cina, grande creditrice degli USA, ha già mostrato le proprie paure e l’economia globale difficilmente potrebbe sopportare un default statunitense, che probabilmente alla fine non avverrà, ma che sta costando tanto in termini di perdite economiche ed occupazionali.

Una parte della soluzione ad una situazione così complessa risiede sicuramente in una più unita, rapida ed incisiva politica europea, consentendo agli stati membri investimenti produttivi senza peccare di eccesso di rigidità a parametri numerici (l’applicazione della golden rule a certi investimenti sembra irrinunciabile), in una cessione parziale di sovranità nazionale all’ Unione. Da parte di Bruxelles poi dovrebbero essere valutate politiche monetarie ancora più accomodanti sfruttando magari il tapering degli USA, che progressivamente avverrà nei prossimi mesi e con il quale dovrà vedersela la futura presidente della Fed Yellen, per dirottare verso l’Europa nuovi capitali che probabilmente fuggiranno dagli Stati Uniti.
A livello nazionale invece la rapidità e la risolutezza nel prendere provvedimenti importanti ed incisivi (tagliare spese, incentivare l’occupazione, pensare a proposte fino ad ora sempre taciute come una piccola patrimoniale sui grandi patrimoni immobiliari e mobiliari, sostenere le aziende e la busta paga dei lavoratori), un approccio del Governo più Win-Win, ed una autorevolezza nel chiarire la nostra posizione e nel fare richieste di fronte all’ Europa si rendono necessari. Da ricordare che a luglio inizierà il semestre europeo presieduto dall’ Italia e che il prossimo anno ci saranno le elezioni europee.

Fermo restando che tanti progetti sia nazionali che europei (da Destinazione Italia all’ unione bancaria, passando per la lotta alla disoccupazione giovanile ed per una politica energetica di lungo di lungo termine e comune) sono validi e promettenti, adesso il tiranno con il quale devono fare i conti sia Europa che USA è il tempo di implementazione ed azione, necessariamente da ridurre al minimo.

12/10/2013
Valentino Angeletti
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Le contraddizioni che non sfuggono agli investitori

Il Governo ed il paese stanno attraversando l’ennesimo grave momento di fibrillazione, per usare un brutto termine tanto abusato nei mesi scorsi, che porterà il Premier a chiedere la fiducia. La causa scatenante, correlata alla votazione sulla decadenza del Senatore Berlusconi che ha stamani presentato la propria memoria difensiva, è stata la firma apposta dalla maggior parte dei parlamentari del PdL ad una lettera di dimissioni, all’ atto pratico più simboliche che reali considerando la complessità di una procedura simile, il tempo richiesto per portarla a conclusione e l’eventuale subentro dei primi non eletti. Il messaggio però è stato chiaro ed è apparso come una pugnalata alle spalle del Premier Letta che a New York aveva appena suonato la campanella di Wall Street e stava parlando con i più importanti investitori per promuovere l’Italia, dichiarando, un po’ ottimisticamente che nel nostro paese c’è stabilità politica e che in sostanza è un terreno fertile per gli investimenti; sicuramente data la crisi in corso qualche occasione interessante a buon mercato la si può trovare, ma è un dato di fatto che creare impresa è tutt’altro che semplice e profittevole, almeno per ora.

La divisione, e se si vuole, l’ingessatura nelle attuazioni del Governo, è testimoniata dall’ incapacità di evitare l’incremento dell’IVA, provvedimento tanto recessivo al nostro livello di tassazione quanto penalizzante per le classi a medio-basso reddito. Più che per la sostanza, considerando che probabilmente le coperture necessarie sarebbero derivate da un aumento delle accise sui carburanti e da anticipi IRAP e IRES quindi misure ugualmente recessive e di brevissimo respiro, il punto cruciale è il fatto che una maggioranza sostanzialmente concorde nell’ attuare un provvedimento non sia stata in grado di portarlo a termine, pertanto da martedì 1 ottobre IVA al 22% ad affliggere consumatori, produttori, artigiani, commercianti, imprese.
La decisione slittata sull’ IVA assieme ad altri provvedimenti, sarebbe rientrata all’ interno della “manovrina” che avrebbe dovuto chiarire le coperture e gli introiti da presentarsi nella legge di stabilità con scadenza metà ottobre e che andrà al vaglio della EU dalla quale continuiamo ad essere osservati.

I peggiori dati dell’IMF, rispetto a quanto fornito dall’Esecutivo, relativi al PIL 2013 -1.8%, al rapporto deficit/PIL a 3.2%, alla stima di crescita 2014 a 0.7%, assieme alla instabilità politica, incapacità di applicazione di norme ormai definite, incertezza sulla coperture, dubbi sulle scelte fiscali, IMU in primo piano ed all’entità del debito, hanno fatto ipotizzare che le agenzie di rating stiano valutando un downgrade, che se avvenisse e fosse limitato ad un solo “step”, ci porterebbe ad un gradino dal “not investment grade” ed a quel punto lo spread schizzerebbe veramente alle stelle e si innescherebbe un effetto domino che porterebbe tutte le principali aziende del paese ad essere retrocesse.
Rimanendo in campo europeo, a tutto ciò si aggiunge la procedura di infrazione aperta sul caso ILVA (che non si è stati in grado di risolvere in più di un anno e che costerà denaro sotto forma di multe), citando l’ ANSA:
“La Commissione ‘ha accertato’ che Roma non garantisce che l’Ilva rispetti le prescrizioni Ue sulle emissioni industriali, con gravi conseguenze per salute e ambiente. Roma è ritenuta “inadempiente” anche sulla norma per la responsabilità ambientale. La direttiva sulla responsabilità ambientale, sancisce infatti il principio chi ‘inquina paga’”, e permangono le vicende, di cui abbiamo già parlato, su Alitalia, Telecom (il cui AD Franco Bernabè si potrebbe dimettere e dove si vorrebbero cambiare le carte in tavola a gioco iniziato e si vorrebbe frettolosamente porre una toppa a tutto ciò che non è stato fatto negli anni scorsi), Ansaldo Energia ed STS che dimostrano la totale assenza di politiche di lungo termine e non sono certo una buona pubblicità da proporre agli investitori esteri.

Da un lato quindi c’è l’Italia che si vorrebbe proporre e che si vorrebbe migliorare con il piano “Destinazione Italia” ed il pacchetto di riforme ben noto e condiviso per il rilancio della competitività, dall’altro ci sono le vicende interne reali, sempre più particolaristiche ed a scapito del paese, totalmente incuranti delle richieste europee, della legge di stabilità da sottoporre alla commissione tra 15 giorni, della coerenza e dell’agire programmato e lungimirante. Non c’è la minima traccia della coesione necessaria a presentare un paese solido ed appetibile e con la quale si potrebbe avere quella credibilità ed autorità internazionale per confrontarsi e negoziare da pari a Bruxelles. Le vie da percorrere urgentemente sono delineate, ma agli occhi esterni sembra non esservi la determinazione per intraprenderle. Nel paese qualche esempio positivo e che nel suo piccolo cerca di contribuire esiste, ENEL ad esempio, ma non è l’unica, ha avviato un piano di assunzione di 2000 giovani diplomati, conscia che quello dell’occupazione è un problema fondamentale. Questi gesti sono ammirevoli e testimoniano la sensibilità di molte realtà nazionali, ma da sole, senza il supporto e l’impegno delle istituzioni non sono sufficienti.

28/09/2013
Valentino Angeletti
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Buoni propositi in USA già infranti in Italia

Avendo seguito in bilico tra Italia e Londra le vicende degli ultimi giorni ammetto di poter aver perso qualche passaggio, ma mi sorgono un paio di interrogativi.

Ad inizio settimana il Premier Letta ha avviato il suo “road show” nelle più importanti piazze finanziarie mondiali per presentare il “prodotto Italia”, un prodotto nel quale investire e che vorrebbe attrarre capitali stranieri; è partito dal Canada, poi New York e prossimamente Emirati Arabi. Con se aveva il programma “Destinazione Italia”, un documento redatto da una “task force” del Ministero degli Esteri, dove sono stati messi in evidenza punti da migliorare, modificare o sviluppare per rendere l’Italia più competitiva ed attrattiva. In merito a Destinazione Italia cito il giornalista Oscar Giannino che ha espresso il suo favore al programma dicendo che, se venisse messo in pratica anche solo il 5% di quanto presentato, i risultati sarebbero tangibili ed evidenti, il punto ostante è l’immobilismo che la politica attuale ha mostrato di avere e che non rende particolarmente ottimisti sull’attuazione dei programmi.

Uno dei tanti punti fondamentali e necessari (ma non sufficienti) per far prendere in considerazione l’Italia agli investitori è la certezza normativa e legislativa. Quindi leggi chiare, stabili e durature.

Nel frattempo in Italia scoppiava il caso Telecom, Telefonica, quindi un partner straniero, dall’alto debito ma dall’EBITDA superiore alla capitalizzazione di Telecom stessa, si è aggiudicata la maggioranza relativa di Telco la holding controllante Telecom, diventandone di fatto socio di maggioranza.

Questa operazione non è piaciuta sostanzialmente a nessuna parte politica, tralasciando le dichiarazioni inopportune ed imprecise risuonate da varie e prestigiose parti, si è parlato e si continua a discutere sulla possibilità di modificare la legge sull’ OPA abbassando la soglia oltre la quale dovrebbe subentrare (ad oggi al 30%), si è parlato di modificare la legge sulla Golden Share/Golden Power, già sul tavolo di discussione da più di 300 giorni, ma mai affrontata realmente (forse perché quando la si doveva discutere c’erano in ballo cessioni di aziende Finmeccanica poi non verificatesi), si è parlato di scorporare la rete imponendo un Unbundling retroattivo tra società di servizi e gestione/manutenzione della rete TLC, tutto ciò per ostacolare l’investimento di Telefonica, invece che dialogare con la controparte spagnola per redigere un reale e condiviso piano industriale e di sviluppo per Telecom.

Sempre contro l’ingresso di stranieri in Italia si stanno svolgendo scioperi in Ansaldo Energia ed Ansaldo STS, società della galassia Finmeccanica e si vorrebbe impedire ad Air France di arrivare al 50% di Alitalia prediligendo una cordata di imprenditori, l’ennesima, soluzione che in passato non si è quasi mai rivelata vincente. La CdP è sempre stata tirata in ballo come possibile salvatore patriota per via della sua disponibilità liquida, senza considerare che quella liquidità altro non è che il risparmio postale del cittadino e che, per quanto poco possa contare, a quel cittadino sono state assicurate determinate condizioni e garanzie.

Ovviamente rete TLC e viabilità aerea possono essere considerate attività strategiche e la rete di interesse per la sicurezza nazionale, ma fino ad ora sono state valorizzarle e gestite a dovere?

Inoltre con questi atteggiamenti, totalmente agli antipodi rispetto a quella sicurezza normativa richiesta da Destinazione Italia, da Confindustria, da Fulvio Conti in veste di presidente di Eurelectric alla EU e da portavoce delle 29 multinazionali più importanti durante il G20 di San Pietroburgo ed assicurata da Letta alle piazze finanziarie, come possiamo sperare che aziende, investitori o qualsivoglia entità non autolesionista punti sul nostro paese?

27/09/2013
Valentino Angeletti
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Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine

In occasione dell’aggiornamento del DEF il Premier Letta ed il Ministro Saccomanni hanno confermato il dato che in maniera non ufficiale era stato sospettato già dall’Ecofin di Vilnius, ossia il raggiungimento del 3.1% per quanto riguarda il rapporto Deficit/PIL.

Le cause dello sforamento di un decimo di punto percentuale, quantificabile circa in 1.5 miliardi di euro, sono molteplici, sicuramente l’instabilità politica menzionata da Letta, ma anche il peggioramento del dato sul PIL a -1.7%, che, essendo il denominatore del rapporto, calando contribuisce ad un innalzamento del quoziente, è stato fondamentale, come l’insufficiente taglio delle spese, che il Premier ha quantificato in 1.7 miliardi di Euro. Vi sono poi gli investimenti di 12 miliardi nel triennio in corso che ancora non hanno portato frutti benefici, i pagamenti dei debiti delle PA già in corso, le manovre su IMU, il rifinanziamento della CIG e delle missioni all’estero, che hanno avuto un certo peso.
I comuni dichiarano che potrebbero sussistere problemi nel pagare gli stipendi a partire dalla fine di settembre qualora non fosse versato dal Governo il corrispettivo dell’IMU, ed in oltre c’è il nodo IVA il cui aumento potrebbe non apportare il gettito previsto come è accaduto fino ad ora e ridurre ulteriormente i consumi interni, ma che rappresenta un ennesimo fattore importante di stabilità politica.

È evidente la complessità della situazione e lo è anche agli occhi di Bruxelles che conferma la fiducia nelle parole di Saccomanni, rassicuranti sul fatto che a fine anno l’impegno di rimanere sotto il 3% verrà rispettato e che le misure attuate porteranno, una volte a regime, il differenziale BTP-BUND a 100 punti base (ma a che prezzo?).

Il 3% però non deve essere visto come un obiettivo di fine anno, ma deve essere una costante da monitorare in ogni momento della vita politico-economica del governo. Di certo l’abbattimento delle spese ed il contenimento dei costi sono fondamentali, ma non si può prescindere dal far ripartire l’economia e quindi il PIL. La crescita economica nel nostro paese si può ottenere non puntando solamente su un fattore, come potrebbe essere l’export che pare riprendersi, ma dal rilancio dei consumi e della produzione interna e da un mix di provvedimenti che portino benefici anche nel lungo termine, altrimenti ad ogni legge di stabilità si dovrà fronteggiare il medesimo problema.

In tal ottica il progetto Destinazione Italia è fondamentale ed il testo uscito oggi sembra promettente. Vi è però un altro punto piuttosto problematico, gli investimenti, principalmente i grandi investimenti infrastrutturali, energetici e di riqualificazione edile, devono venire anche dallo Stato stesso che in questo frangente non ha coperture per affrontare spese con ritorno a lungo termine. I mercati e gli investitori osservano e questi hanno vista molto breve, ragionano in giorni a volte anche in ore o minuti, basti pensare alle oscillazioni dello spread sull’oda di rumors. Se necessario proprio per questo genere di investimenti, con ritorno sul PIL a lungo termine, è necessario negoziare con la EU e Bruxelles affinché concedano un temporaneo sforamento del rapporto Deficit/PIL, con la garanzia, e qui entra in gioco la serietà del paese e la capacità di raggiungere gli obiettivi non sempre dimostrata, che, in un tempo definito a priori, la crescita del prodotto interno lordo nel lungo periodo abbatterà il rapporto, idealmente più di quanto gli sia stato momentaneamente concesso di salire.

20/09/2013
Valentino Angeletti
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Comprensibili e giustificate ingerenze europee

Queste sono giornate d’attesa per il voto della giunta sulla decadenza, per il video messaggio, che parrebbe già da tempo circolare in multiple versioni, e per le sorti del Governo.

Anche i giorni scorsi sono stati però densi di avvenimenti importanti e di respiro internazionale. Il commissario degli affari europei Olli Rehn è stato in visita presso le Camere italiane in occasione di una delle discussioni sulla legge di stabilità (si dovrebbe fermare fino a venerdì 20 quando è previsto un CDM di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza), vale a dire quella che fino a qualche anno fa era chiamata legge finanziaria. Per molti questa “intromissione” ha già sapore di commissariamento, quasi una anticipazione della Troika. A pensarla così sono esponenti di tutte le parti politiche (M5S, PDL, PD), ad eccezione di Scelta Civica di Monti, che hanno ritenuto una invasione di perimetro, adducendo che l’ Europa non ha da insegnare nulla, anzi dovrebbe pensare agli sbagli fatti negli anni e mesi scorsi, a cominciare dalla Grecia ed al suo ingresso in Europa nonostante conti, a detta loro, notoriamente truccati.

Si potrebbe essere non totalmente d’accordo con alcune politiche Europee, in particolare con l’eccessiva austerità “ad ogni costo”, con l’assenza di flessibilità sui conti, inclusi il rapporto deficit/PIL e la procedura di infrazione, volta alla redistribuzione degli oneri dai paesi meno in difficoltà a quelli più problematici, fermo restando un controllo continuo e constante da parte delle autorità di Bruxelles, o con la decisione di attuare una politica monetaria che avrebbe potuto essere più aggressiva per rilanciare competitività, investimenti ed esportazioni.

Detto ciò è altresì innegabile che, nonostante l’impegno italiano ed i risultati ottenuti a partire dall’Esecutivo Monti e continuati con quello Letta grazie ai quali, con grandi sacrifici della popolazione, qualche voce di bilancio è stata riequilibrata, molte linee guida europee applicabili in modo relativamente semplice sono state disattese; in particolare non è avvenuto lo spostamento della tassazione dalle persone, imprese ed attività produttive, quindi il cuneo fiscale sul lavoro, alle rendite, proprietà e consumi, anzi, proprio con l’IMU la direzione intrapresa è stata quella opposta causando le osservazioni e la richiesta di chiarimenti sulle coperture da parte di Bruxelles che aveva già definito l’abolizione della tassa sulla proprietà immobiliare oltre che pericolosa per i conti anche iniqua. Proprio il taglio del cuneo fiscale è un provvedimento condiviso da ogni partito, dai sindacati e dalle stesse associazioni di categoria, ma che l’instabilità politica ed i veti incrociati su tutti i temi oggetto di discussione hanno bloccato rallentando ulteriormente il paese.

Se volessero essere mantenuti i piani, quindi abolizione completa dell’ IMU, mantenimento dell’IVA al 21% fino a dicembre, rifinanziamento delle missioni all’estero e considerando il dato sul PIL del secondo trimestre 2013 a -2.1% ed inferiore alle previsioni, entro fine anno dovrebbero essere reperiti circa 6.5 – 7 miliardi. Tali somme difficilmente potranno essere trovate solamente con tagli agli sprechi, benché si tratterebbe di solo il 2% della spesa immediatamente aggredibile di 300 miliardi su un totale di circa 850, e l’aumento dell’ IVA, o comune un incremento del livello di tassazione che è auspicabile non sia lineare ma progressivo e proporzionale alla ricchezza,  risulta quindi molto probabile al fine di rispettare il rapporto del 3% che tassativamente è stato ribadito essere intoccabile. Ci sono inoltre l’instabilità politica e le attenzioni da parte della commissione europea che spingono lo spread e gli interessi sul debito al rialzo, portandoli ai livelli della Spagna, la quale, secondo la EU, assieme ad altre nazioni come il Portogallo, ha recepito le istruzioni europee in modo migliore ed ora ne sta raccogliendo qualche beneficio.

Sicuramente gli sprechi sono un elemento chiave su cui agire per reperire risorse economiche senza appesantire ulteriormente una tassazione non più sopportabile che si piazza ai massimi livelli in Europa. Per fare un esempio il tratto di autostrada Salerno – Reggio Calabria costa al Km circa 52 milioni di euro, 4 volte la  media europea.

Alla luce di quanto detto non è insensato che Olli Rehn vanga a farci visita e si permetta in un certo qual modo di redarguirci. Non è questione se la legge di stabilità verrà fatta in Italia o a Bruxelles, il punto è farla bene in modo equilibrato e sostenibile, ed a quanto pare a Roma fino ad ora hanno avuto evidenti difficoltà che forse possono essere superate con un po’ di costruttivo pressing europeo.

Gli obiettivi da porsi nei prossimi mesi dovrebbero essere orientati all’ottenimento di condizioni più favorevoli per finanziare investimenti e crescita, confidando che la Germania e la Merkel (probabilmente rieletta) abbiano posizioni meno rigide, a rilanciare l’export, i consumi, la domanda interna e la produzione supportata da una diminuzione della tassazione sul lavoro e da una maggior concessione di credito alle imprese. Inoltre di estrema importanza è la capacità di attrarre nuovi investimenti di aziende nostrane ed estere, tanto che sul tavolo del Governo ci sarebbe già un programma di possibili dismissioni di asset statali. In tal direzione, e non si può non fargli un in bocca al lupo vista la sua complessità ed importanza, si sta muovendo il progetto “destinazione Italia” (CDM previsto per il 19 ore 9:30) patrocinato non a caso del Ministero degli Esteri (gli investimenti provenienti da altri paesi sono fondamentali per l’Italia, ed attualmente sono ostacolati dall’alto costo del lavoro, dalla burocrazia, dall’incertezza politico-normativa ed anche dalla corruzione).

Ovviamente presupposto e condizione necessaria per giungere a risultati positivi, soprattutto in campo europeo ed internazionale, sono, come ripetuto più volte, la credibilità e la stabilità politica ancora lacunosa.

17/09/2013
Valentino Angeletti
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