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Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche

Poco più di 25 minuti, tanto è durato l’ultimo discorso di fine anno del Presidente Napolitano. Nelle sue parole hanno trovato conferma le “imminenti” e “prossime” dimissioni sulle quali ha tenuto a precisare come esse siano previste dalla costituzione. La scelta è stata anche dovuta ad un senso di dovere nei confronti del paese poiché le sue condizione di salute non gli avrebbero più consentito di svolgere nel pieno delle sue forze e con il massimo impegno e concentrazione tutte le funzioni caratterizzanti la posizione istituzionale che ricopre, inoltre, essendo stato rieletto in condizione di emergenza e dopo un lungo e “doloroso” percorso politico, auspica il ritorno ad una elezione svolta secondo quanto sancito dalla Costituzione e possibilmente che goda del più ampio consenso tra i partiti.

Da queste sue parole emerge il fortissimo attaccamento alla Carta fondamentale e si evince un limitato riferimento alla politica, ripresa solamente in modo superficiale in seguito, nella speranza di un lavoro comune, condiviso e collaborativo, tanto in Italia quanto in Europa, svolto per il bene dei cittadini e per perseguire un crescita economica sostenibile, di prosperità, duratura e che abbracci tutti i membri della UE. Il fatto che i destinatari delle sue parole, meno politiche e più personali rispetto al discorso di insediamento del suo secondo mandato e del capodanno 2014, siano sostanzialmente i cittadini e non i politici, apostrofati in modo perentorio ed accusatorio nelle due occasioni precedenti, può star a significare, benché non detto esplicitamente, un po’ di delusione rispetto alla politica, lenta e poco fattiva nell’elaborare ed implementare il processo necessario di riforme istituzionali ed economiche, anche per colpa di circostanze macroeconomiche ed europee oltre che per i particolarismi ed i giochi di partito interni; Napolitano fa dunque appello a tutti noi cittadini per un cambiamento più ispirato e portato avanti dal basso.

Non entrano nei dettagli già sviscerati e che continueranno ad esserlo nelle più recondite pieghe sillabiche da analisti blasonati, è innegabile che Napolitano voglia infondere fiducia, evidenziare ciò che di buono è stato fatto e che lascerà in eredità al suo successore, guardare la metà colma della brocca. Rimanda infatti al processo di riforme indubbiamente avviato senza però far menzione al tempo ed all’impegno trasversale tra forze discordi (e non solo tra partiti) ancora necessari per portarlo a termine; parla di Mafia Capitale e della scandalosa ingerenza della malavita, ma mette principalmente in risalto i nomi che portano alto il labaro dell’Italia, dalla scienziata Giannotti all’astronauta Samanta Cristoforetti; si riferisce con encomio ai giovani che intraprendono esortandoli ad impegnarsi nel lavoro dopo gli studi senza cadere nell’ignavia, ma non ricorda con sufficiente enfasi il livello di disoccupazione “non voluto” dai senza lavoro e l’impossibilità di emergere nel nostro paese, il quale lascia spesso come sola opzione l’emigrazione, che sovente i giovani devono fronteggiare sbattuti nel gorgo del precariato o di stipendi e condizioni al limite dello sfruttamento, senza possibilità di sostentamento in grandi città facendo in modo che solo coloro già agiati possano accedere ad un certo livello di studi ampliando ulteriormente il divario sociale, non solo in campo economico, ma, il che è peggio, anche a livello culturale; redige un bilancio positivo del semestre italiano di presidenza europea essendo stati inseriti con più determinazione i concetti di flessibilità, di crescita, di occupazione, senza riconoscere che questa presa di coscienza è stata parzialmente imposta dall’evidenza di errori pregressi sia di Bruxelles che della BCE, dal precipitare della crisi e poiché le misure ad oggi intraprese si stanno verificando insufficienti, a cominciare dal prossimo, lento e poco convincete piano “investimenti Juncker”, a fronte di una condizione europea (ed italiana) grave e senza ulteriore tempo da spendere in prove e test di opinabile efficacia già in partenza; accusa le pericolose tendenze anti-europee e propendenti all’abbandono della moneta unica, senza poi calcare la mano in modo deciso, come fatto dal Cancelliere Merkel nel suo discorso di fine anno, su un sentimento, ormai diffusissimo e pieno di consensi nell’Unione, che porta ad una sempre maggiore chiusura rispetto alle istituzioni, rispetto ad altri popoli, rispetto al diverso, sfociando sempre più spesso in episodi di intolleranza e di xenofobia; non accenna alla crisi Greca e ad altre delicate elezione in Europa dalla Spagna al referendum Britannico sulla permanenza nell’Euro; non parla del’incapacità di risolvere la situazione dei Marò nè dei nuovi tragici flussi migratori dalla Siria attraverso l’Adriatico, che si aggiungono a quelli africani verso Lampedusa e la Sicilia, ingestibili solo dall’Italia ed anche dall’intera Europa se continua a comportarsi come fatto fino ad ora, quasi ignorando che tante vite disperate si spengono e si disperdono tra le acque, sulle carrette del mare nelle stive dei traghetti.

Senza andare oltre, ribadiamo come Napolitano abbia voluto provare ad infondere fiducia a tutti noi, ben conscio dall’alto della sua esperienza del reale stato delle cose, della giustificata stanchezza nei confronti della politica e di un sentimento diffuso e comprensibile (forse non pienamente scusabile) di apatia e rassegnazione, sicuramente non orfano, ma che ha i genitori ben definiti nei partiti (ovviamente non in tutti i componenti), nelle evidenti protezioni di Status Quo e rendite di posizione, di scontri divisivi forieri di conservazione, di inutili vessilli ideologici, di una UE distante e meccanica e via dicendo in un impietoso quanto noto elenco. La fiducia, anche nella politica, è fondamentale per la ripresa economica, la crescita, la propensione ai consumi di medio e lungo termine, per la dinamicità sociale e Napolitano ha provato a fomentarla lasciando un messaggio di speranza al suo successore ed a tutti i cittadini. Sappiamo però che la fiducia, che i sondaggi danno ulteriormente in calo, si perde con facilità ed è difficile da riconquistare, per guadagnarla servono molto impegno, dimostrazioni concrete di buona volontà e risultati ed atti tangibili.

A livello nazionale il primo test per mettere alla prova il recepimento (dubbio, perché la condivisione di circostanza per taluni discorsi spesso lascia subitamente spazio ad una sordità cronica) delle parole e degli auspici di Napolitano, saranno le elezioni Quirinalizie. Il Presidente dall’alto della sua esperienza sa che esse stanno catalizzando i movimenti di partito e già giochi di forza sono in atto, influenzando l’attività parlamentare. Forse a questo punto sarebbe doveroso da parte sue dare una dimensione temporale precisa ai concetti di “IMMINENTI” e “PROSSIME” in modo da focalizzare entro un limite ben definito la preparazione e le manovre per il Colle, definendo una data oltre la quale, con un nuovo Presidente, tutto dovrà tornare alla normalità politica ed alla piena concentrazione sul lavoro di riforma che non dovrebbe cessare, ma è in evitabile che si interrompa.

Guardando all’Europa invece le elezioni in Grecia, che per come sono nate lasciano sospettare una volontà trasversale della politica greca di dare freno all’austerità non più sostenibile, sono la prima prova. Il 25 gennaio i sondaggi danno favorito Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra Syriza, che ha nei suoi programmi non l’uscita dall’Euro, ma il rinegoziato dei trattati, una nuova discussione sul debito sovrano, aumento della spesa pubblica per investimenti e salari e la convergenza verso una Unione meno oppressiva e più vicina ed assistenziale verso i cittadini, teorie non molto differenti da quelle di molti economisti e partiti europei. Le urne, benché il FMI abbia interrotto il piano di aiuti, al momento non spaventano troppo i mercati per quattro ragioni principali:

  1. Draghi è atteso nel suo discorso di giovedì 22 gennaio; in tale occasione i broker e le piazze finanziarie confidano che i dettagli dei QE siano precisati e siano sufficientemente potenti.
  2. L’ Europa ha toccato con mano che in certe occasioni il costo per il mantenimento del rigore e dell’austerità è ben superiore rispetto a quello di un salvataggio immediato della situazione difficoltosa; si crede quindi che lo stesso errore non verrà ripetuto.
  3. La TROIKA non ha risolto la situazione ed il sentimento popolare, con il consenso a Tsipras e più duramente con gli scontri di piazza, ha prevaricato i freddi dati  ed i parametri economici in miglioramento.
  4. Il governo Tsipras probabilmente governerà in coalizione, non avrebbe quindi carta totalmente bianca.

Se le condizioni di cui sopra si verificheranno tutte e la vicenda sarà gestita da Bruxelles con trattative WIN-WIN senza diktat, ostruzionismi, arroccamenti ed inserendo elementi di flessibilità e garanzia per la sostenibilità dei conti (più tempo, proroghe o sospensioni dei trattati nel periodo di crisi ecc) i mercati, il governo Tsipras ed il popolo greco digeriranno, altrimenti potrebbe scoppiare una tempesta dovuta non al peso economico ellenico, ma al fattore “precedente che fa giurisprudenza”.

Un ruolo fondamentale lo avrà la BCE, Draghi e la Germania, con la triplice Merkel, Schauble, Weidmann, per consentire all’istituto di Francoforte la messa in atto di acquisti di titoli di stato ed a Bruxelles per alleggerire la morsa del rigore introducendo elementi di flessibilità. Pur avendo Schauble assicurato con durezza che lo contraddistingue che qualsiasi governo salirà nello stato ellenico i trattati europei non sono in discussione nè possono essere disdetti, la Merkel ha la possibilità di dar atto alle parole sui timori per le tendenze xenofobe e violente presenti nel suo discorso di fine 2014 muovendosi una volta tanto concretamente e senza mettere dinnanzi a tutto l’interesse germanico.

Non ci rimane che attendere queste imminenti, prossime e fondamentali vicende, confidando davvero nell’apertura, non solamente verbale, di un reale periodo di cambiamento la cui fase embrionale ha animato il discorso dell’ancora Presidente Napolitano ed è stata da lui ritenuta sufficiente, in decisiva concomitanza con la stanchezza fisica tipica della sua veneranda età, per stabilire che è il momento di collaborare con le istituzioni da altra sede rispetto all’Ufficio del Quirinale.

Link:
Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica? 02/12/14
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni? 09/11/14
Fine anno, tutti con Napolitano. Quindi da domani si cambia? 01/01/14

01/01/2015
Valentino Angeletti
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Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?

Pare proprio che ci siamo. Con una nota ufficiale il Quirinale ha definitivamente posto nero su bianco il fatto che il Presidente della Repubblica non ha assoluta intenzione di dimettersi prima di fine anno, il che coincide con la fine della presidenza italiana in Europa la quale ha contribuito in modo decisivo alla scelta di Napolitano di accettare un nuovo e stancante mandato che pure aveva anticipato non avrebbe portato a termine. La nota però lascia anche intendere che dopo il 31/12 le dimissioni saranno questioni di giorni.

Pensare che il Presidente, nonostante la stanchezza comprensibile perché a giugno prossimo gli anni saranno 90, perché la carica che ricopre è sempre e comunque di responsabilità e richiede estrema lucidità in ogni frangente e perché gli ultimi anni della politica italiana hanno gravato ed incrementato in modo quasi singolare il lavoro della prima Carica dello Stato, avesse potuto dimettersi prima del 31 dicembre era veramente improbabile ed azzardato. Un annuncio formale contenente anche le tempistiche potrà avvenire o attorno a metà mese con il saluto alle alte cariche dello stato oppure proprio nel discorso di auguri alla Nazione di fine anno. Alcune voci, che tra l’altro lo danno sempre più stanco (e riteniamo che proprio la stanchezza e l’alto livello di responsabilità, la lucidità necessaria giorno e notte, siano i moventi delle dimissioni anticipate benché i giorni scorsi ci sia stata una corrente giornalistica speculativa che parlava di malattie piuttosto che di timori per tempeste economiche quasi già pianificate), asseriscono che il presidente non presenzierà alla giornata della memoria del 27 gennaio dedicata alla Shoah alla quale è particolarmente legato, è pensabile quindi che la data di abbandono per un ritrito a vita privata in Via dei Serpenti possa avvenire tra il primo ed il 27 gennaio con tutta probabilità più verso la seconda metà del mese. A quel punto subentrerebbe ad interim il Presidente del Senato Grasso.

Nella nota si legge anche che la decisione sarà completamente autonoma esulando totalmente dalla dall’attività di Governo e dall’esercizio della funzione legislativa. In sostanza svincola le dimissioni dalla fase politica in atto.

Questa presa di posizione lascia aperte almeno due chiavi di lettura: la prima è indubbiamente la volontà del Presidente di non bloccare in in una sorta di bimestre bianco l’attività Parlamentare che vorrebbe invece vedere convergere rapidamente verso una fase più concreta del processo riformatore nel minor tempo possibile, né anticipare oltremodo le manovre e gli accordi per la ricerca di un successore; la seconda (che del resto avevamo già anticipato: link) riguarda la sua delusione rispetto a come si è evoluta la situazione politico economica italiana da quando accettò il secondo mandato nell’aprile 2013.

Contrariamente alle dimissioni, l’accettazione del secondo mandato aveva invece una connotazione strettamente legata alla fase politica allora in atto. Infatti Napolitano si sacrificò proprio per cercare di contribuire al processo di riforme ed alla presidenza italiana di turno in Europa, soprattutto avrebbe voluto vedere conclusa la legge elettorale e le riforme istituzionali/costituzionali, dopodiché avrebbe lasciato il Quirinale. Il suo mandato è stato totalmente politico e nonostante la Nota Qurinalzia lo sono anche le sue dimissioni e testimoniano, oltre alla stanchezza senza la quale forse avrebbe provato a resistere, che nel tempo intercorso non sono stati raggiunti i risultati attesi ed il Presidente non è nello spirito di attendere ancora. Una sconfitta della politica.

Facendo una rapida analisi molte delle riforme istituzionali che riteneva prioritarie, alcuni da anni come quella elettorale, sono ancora al palo, ostaggio dei rapporti di forza tra i partiti, degli accordi e dei negoziati che ognuno vorrebbe a proprio vantaggio col risultato del blocco. Si potrebbe pensare che questo rallentamento nel riformare le istituzioni siano state conseguenti ad una maggior attenzione al lato economo ed alle riforme più prettamente riguardanti la crescita e l’attrazione di investimenti, come la defiscalizzazione, la sburocratizzazione, il taglio del cuneo fiscale, il sostegno a famiglie ed imprese, la spending-review e via dicendo; invece no, gran parte delle riforme necessarie e note da tempo non sono state portate a complimento se non in prima lettura e comunque sempre faticosamente oggetto di scontri aspri. Nel mentre i dati economici non hanno bisogno di essere ricordati, perché anche in questa sede si possono andare a ricercare facendosi così un’idea dello stato del paese, ed anche l’ultimo dato diramato dall’ISTAT sul PIL del Q3 2014 a -0.1% non fa eccezione, andando a portare la previsione sul PIL a fine anno a -0.5%, davvero ben lontano rispetto alle stime di crescita 2014 date all’insediarsi del Governo Renzi, il 22 febbraio 2014, dallo stesso Premier e dal Ministro dell’Economia Padoan che parlavano di +0.8% definito prudenziale con l’aggiunta della locuzione “vi stupiremo”, a testimonianza che i corsi economici non si invertono a comando o per volontà divina e quand’anche venissero raddrizzati hanno tempistiche tecniche e fisiologiche per dare i frutti. Anche i dati sull’occupazione non migliorano, del resto è dimostrato che l’occupazione presenta un ritardo rispetto alla crescita ed all’aumento del PIL di circa 12-18 mesi ed inoltre necessita di un incremento stabile del prodotto interno lordo attorno ad 1.2-1.5% affinché la condizione non sia poco più che un dato provvisorio. Anche i consumi interni non riescono a riprendersi, complice il livello di tassazione cresciuto in 18 anni del 44% a fronte di un aumento degli stipendi del 19% che si azzera per effetto dell’inflazione (altro problema a livello europeo), nè il debito migliora puntando al 133.8% per il 2015.

Anche l’unione e l’unità di intenti tra i partiti e le forze politiche affinché agissero nel più ampio consenso per il bene del paese e per la rapidità dell’azione riformatrice auspicate, quasi ordinate, dal Presidente Napolitano all’atto del suo secondo mandato, non si sono verificate, anzi hanno subito una escalation sia tra differenti partiti che internamente alle medesime forze politiche (PD, M5S, FI nessuno fa eccezione) e l’elezione dei giudici della consulta ne costituiscono solo uno dei numerosi esempi. Parallelamente la situazione sociale è peggiorata, il malcontento e la sfiducia dei cittadini alla luce delle altissime aspettative poi disattese sono aumentati (vedi lotta per la casa, scontri di piazza, Tor Vergata) ed anche i rapporti Governo-Sindacati sembrano molto precari, nel peggiore dei casi irrecuperabili (CGIL-FIOM). Ciò ha comportato l’acuirsi di un pericoloso sentimento di intolleranza verso il diverso additato di essere causa dei mali che sfocia in episodi di xenofobia, nazionalismi, di anti europeismo convinto, manifestato alla urne col crescente consenso alla Lega, o meglio a Salvini che ha modificato radicalmente il Carroccio adesso molto più vicino, non a caso suo alleato, allo schema del Fronte Nazionale di Le Pen che punta all’Eliseo parigino. Il pensiero che ha comportato i voti della Lega (personificata da Salvini) è stato sostanzialmente il medesimo che ha dato la vittoria schiacciante a Renzi alle europee del maggio scorso, ossia la scoraggiamento, la sfiducia e la ricerca di un’ultima spiaggia (che a ben vedere ne presenta sempre una dopo ancora più ultima).

Passando a livello Europeo quella che doveva essere una corsa verso una UE dei popoli si è dimostrata poco più che un lento incedere barcollante. Napolitano crede nell’Europa Unita come entità di popolazioni coesa e cooperativa, non solo stretta da una moneta e qualche legge formale in cui le realtà dei vari stati nazionali sono quasi esclusivamente attente ai propri vantaggi e senza alcuna volontà di condivisione di rischi e benefici. L’austerità propugnata fino ad ora va direttamente in quel senso: divide invece di unire, porta anti-europeismi invece che sentimento di appartenenza, aumenta le disuguaglianza sociali invece che livellarle verso un benessere comune. La BCE non ha saputo agire efficacemente nonostante l’esempio USA e forse Draghi è stato limitato nel suo operato dalle pressioni di Berlino, maggiore azionista dell’istituto di Francoforte, tanto che non è riuscito ad arginare la diminuzione dell’inflazione e sostenere l’economia reale in modo diretto. Anche il piano investimenti di Juncker da 315 miliardi teorici lascia più di un dubbio perché presuppone interventi privati per una leva di 15 in una zona a bassissima crescita e con scarse possibilità di una rapida inversione di tendenza rispetto ad altre parti del mondo (Link: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo). Infine come presidente del semestre Europeo l’Italia ha lasciato ben pochi segni; tale incarico prevedeva sostanzialmente la sola possibilità di dettare le priorità dell’agenda, nessun potere decisionale, ma complice le elezioni ed il lento insediamento della nuova Commissione completato in questi giorni, è stato solamente possibile convenire sul fatto che l’Europa avrebbe dovuto concentrarsi su crescita, occupazione (giovanile in particolare),  trovare nuove vie per attrarre investimenti nei settori più strategici (infrastrutture, energia, tlc, digitale) ed abbandonare la totale austerità per un approccio più flessibile senza però darne dettagli. A ben vedere nulla di quanto non si senta ribadire da più parti (anche in questa sede) almeno dal 2011.

Alla luce di simili evidenze, tutt’altro che celate o difficili da comprendere, è facile pensare ad una delusione e voglia di staccare da parte del Presidente in carica che sicuramente non può non pensare anche all’eventualità, pur remota ma che di certo non vuole essere Lui a dover gestire, di uno scioglimento anticipato delle Camere. Di qui la decisione di concludere il semestre di presidenza, come aveva già detto nel febbraio 2013, per poi lasciare, avendo di fatto visto concluso solo l’impegno che si era dato per se stesso, vale a dire il termine del turno di presidenza, ma senza che la politica sia riuscita ad assolvere nessuno di quelli (leggi riforme) che il Presidente aveva caldamente assegnato. Sotto questo punto di vista le dimissioni in un contesto simile non possono che essere interpretate come una sconfitta della politica stessa che non è stata in grado di adempiere alla richiesta di responsabilità intimata perentoriamente dal Presidente.

La speranza nutrita da Napolitano, della quale la nota del Quirinale è testimonianza, sul non voler anticipare gli accordi e le manovre sulla sua successione per non turbare i lavori parlamentari, rischia di nascere già infranta. Manovre ed accordi sono già in atto tra i palazzi. Sherpa e teste di ponte stanno vagliando varie ipotesi: fuori usciti dal M5S in sostegno al PD che si svincolerebbe dalla minoranza interna e dal patto del Nazareno, FI e Berlusconi che vorrebbero procedere alle riforme (elettorale in primis) solo dopo la rielezione del nuovo inquilino del Quirinale così da non perdere il loro potere negoziale, il M5S che con alcuni portavoce si dice disposto a ragionare col PD su nomi comuni mentre con altri smentisce tali ipotesi, il Presidente Grasso che esprime la necessità di dover trovare fin da subito un nome che goda di ampio consenso per non essere impreparati al momento delle votazioni velocizzando così i tempi, il Premier che vorrebbe un nome importante ma al contempo di poca forza e non inviso alla politica ed all’economia (ultimo nome Muti padre) in modo da avere più potere in stile tedesco, altri preferirebbero un nome politico come le frange del PD (e Prodi sarebbe il primo della lista), altri ancora una personalità economica.

Dal mio punto d’osservazione starebbe bene qualcuno in grado di comprendere e gestire questa fase economica del calibro di Draghi, che nonostante le inespresse volontà tedesche e nordiche, difficilmente abbandonerà il delicato ruolo in BCE proprio in prossimità dell’uso di altre armi non convenzionali (forse addirittura i QE tanto odiati dalla Germania) e proprio ora che il Governatore ha dichiarato la necessità di una condivisone dei rischi sovrani all’interno dell’area euro. Alternative potrebbero essere Ignazio Visco Governatore di Bankitalia oppure Franco Bassanini presidente CdP, senza mai dimenticare Prodi la cui indiscussa esperienza e lungimiranza in campo economico, la conoscenza delle istituzioni, l’autorevolezza e la stima di cui gode in Europa e nel mondo non dovrebbero essere sacrificate a priori per la sua appartenenza politica.

Ci siamo dilettati nel fare qualche nome, ma è giusto interrompere questo gustoso esercizio perché ancora il tempo delle nomination è lontano, tanti se ne sentiranno e tanti verranno bruciati, del resto si sa che i menzionati anzitempo sono anche i primi a finir fuori dalla rosa degli effettivi candidati.

Link
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01/12/2014
Valentino Angeletti
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Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?

Presidente-Napolitano... Saluta?L’ufficialità non c’è ed è bene non dare nulla per scontato, tanto più in un paese strano come l’Italia, ma sembra ormai piuttosto probabile che il Presidente Napolitano possa lasciare il suo incarico a fine anno. La notizia rimbalza da alcune ore sui giornali lanciata dal’editorialista Stefano Folli dalla sua nuova testata, Repubblica; l’Ufficio Stampa del Quirinale in una NOTA ha sottolineato, né smentendo né confermando, come il Presidente avesse posto limiti temporali al suo operato inferiori al corso naturale dell’incarico. Le occasioni per ufficializzare la decisione potrebbero essere il saluto alle alte cariche, attorno al 20 dicembre, oppure direttamente durante il discorso di fine anno.

Il percorso che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano è stato più che travagliato e senza precedenti, quasi una supplica da parte della politica che non fu in grado di trovare un accordo condiviso su una personalità, pur essendone state presentate di autorevoli. Del resto anche l’elezione dei Giudici della Consulta ci stanno nuovamente mettendo di fronte ad una situazione, pur mantenendo le giuste proporzioni, simile.

Napolitano accettò, essendo così rieletto il 20 aprile 2013. Proferì un discorso molto duro nei confronti di tutti gli esponenti politici ed anticipò che, per via della sua avanzata età di 89 anni (90 il prossimo 29 giugno) e per l’energia necessaria a svolgere l’incarico di Presidente della Repubblica, avrebbe mantenuto il mandato per un tempo limitato. Non si sottrasse alla richiesta a causa della situazione politica caotica e per una congiuntura economica drammatica con il semestre italiano di presidenza UE non lontano, precisò, da europeista che ha visto nascere l’Unione quale lui è, che il semestre europeo sarebbe stato un momento importante per il paese e si auspicò, richiedendolo quasi esplicitamente al Governo, che da quel 20 aprile alla fine del 2014 fossero portate a termine importanti riforme costituzionali, istituzionali ed economiche. I fattori che lo hanno convinto furono dunque lo scompiglio politico, la criticità economica in Italia ed in Europa, il semestre di presidenza e la necessità di eseguire le riforme già individuate (da anni a dire il vero) nel modo più rapido e qualitativamente elevato possibile in estrema urgenza (termine leitmotiv di questi ultimi anni).

Il contesto non migliorò sotto nessun aspetto a parte qualche risultato puntuale ed il 17 febbraio 2014, cosa che probabilmente non avrebbe mai voluto, fu costretto a sciogliere le Camere e dare incarico a Renzi di formare un nuovo Governo, il seguente rispetto a quello del dimissionario Enrico Letta. Il nuovo Esecutivo, secondo della XVII Legislatura,  si insediò il 22.

Il Presidente Napolitano probabilmente già allora aveva intuito che il livello di riforme che avrebbe voluto trovare, al momento delle sue dimissioni sarebbe in realtà stato molto peggiore e forse si pose la conclusione del semestre come limite massimo del suo lavoro, del resto non poteva non essere data fiducia a Renzi, che con il suo crono-programma prometteva di rivoltare l’Italia come un calzino al ritmo del completamento di una riforma al mese.

Ora che dicembre è alle porte nuovamente la situazione è con tutta probabilità peggiore di quella che Napolitano si aspettava e sperava. L’economia stenta davvero a ripartire ed è condizione comune per tutta Europa; in UE non pare essere stata trovata quella sintonia e condivisione di approccio politico e monetario tale da riportare il cittadino al centro dell’Unione che a detta dello stesso Napolitano deve puntare a divenire unione di popoli mentre rimane incompleta area di moneta comune con tutte le distorsioni del caso, analogo si può dire per l’operato e la strategia della BCE, ripresa da più autorevoli parti per una azione più decisa e rapida. A livello interno però vi sono le maggiori delusioni, infatti è, oltre che alla fisiologica stanchezza, proprio il sentimento di delusione e rassegnazione che traspare dalle poche righe della nota stampa Quirinalizia.

A ben vedere ed al di là delle sempre bellissime e toccanti parole sull’importanza delle persone, della ricerca, dello stimolo all’innovazione, ogni riforma economica (le poche portate a termine) è stata sempre terreno di scontro, l’ultimo caso a dimostrarlo è il DL Sbloccaitalia; i dati ISTAT ed Eurosta (con la disoccupazione drammaticamente alta) ed anche la legge di stabilità han confermato la difficoltà del nostro paese che pur continua a mantenere la parola data in Europa la quale pare ancora molto sospettosa nei confronti dell’Italia; la spendig review, pilastro per reperire risorse e far comprendere all’UE le nostre buone intenzioni, e con lei tutto ciò che ne consegue dai centri unici di acquisto al taglio delle partecipate cronicamente in perdita, non è ancora stata affrontata ed il Commissario Cottarelli graditamente accompagnato all’uscio; la riforma del lavoro ha sollevato come prevedibile proteste con le parti sociali, divenute acerrime nemiche, ed il disagio della gente comune, dei disoccupati, dei precari ed esodati, dei lavoratori (tanti dei quali probabilmente ha percepito il bonus da 80€), dei pensionati, del pubblico impiego e degli autonomi sta sfiorando livelli pericolosi ed i mesi a venire saranno delicati sul fronte scioperi e manifestazioni, del resto, con quasi 5’000 € persi all’anno per i lavoratori dipendenti ed il rischio di povertà ed indigenza per un autonomo su quattro, non è possibile pensare altrimenti; le manifestazioni svoltesi hanno mostrato una tendenza violenta, talvolta xenofoba con un ritorno ad indicare il “diverso” come fonte di ogni problema dando adito all’estrema semplificazione di una situazione che forse è una delle più complesse dal 1900 in poi; in Italia l’antieuropeismo supera il 40% ed è hai massimi in Europa; le riforme istituzionali, vedi la modifica del Senato, sono state abbozzate, ma ben lungi dall’essere completate poiché dovranno passare ulteriori letture Parlamentari, saranno nuovamente terreno di scontro e passibili di modifiche e se entreranno in vigore non lo faranno nel migliore dei casi prima della seconda metà del prossimo anno; nelle province, benché “abolite”, si sono svolte elezioni di secondo livello e le gerarchie istituzionali in gran parte sono ancora in piedi; indicibili poi le 20 votazioni per l’elezione dei giudici della consulta, vicenda che ancora non ha trovato una conclusione mancando il Giudice esponente del centro destra e che ha sdegnato Napolitano stesso; infine la vituperata legge elettorale che da anni ci si prefigge di modificare, necessaria per garantire governabilità al paese e dare la possibilità al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere e rimandare ad elezione qualora necessario, ancora non c’è, tanto che attualmente si avrebbero due differenti leggi a regolare le elezioni per Camera e Senato.

La legge elettorale vorrebbe essere portata a conclusione in breve tempo e Renzi sta stringendo i tempi con conseguente scricchiolamento del patto del Nazareno con il tandem Berlusconi-Verdini e possibile avvicinamento al M5S.

Alla luce di ciò pare comprensibile che, un po’ sommessamente e senza vedere reali prospettive di miglioramento nel medio periodo, Napolitano sia spinto a lasciare, non volendo trovarsi di fronte ad una situazione che potrebbe richiedere lo scioglimento delle camere, atto che di sicuro non vuole essere lui a sancire.

Nonostante ogni parte, partito e personalità della politica sostengano, nelle dichiarazioni rilasciate al grande pubblico, che Napolitano sia la garanzia che serve e si augurino che continui a svolgere il suo mandato (e ciò dovrebbe far preoccupare il Presidente Giorgio perché i precedenti non sono confortanti), il toto nomi è già partito tra possibili donne, professori, economisti, ex Premier così come la giostra di possibili alleanze, patti segreti (PD-M5S contro FI ad esempio), tradimenti e franchi tiratori, tutto in estrema fluidità ed oscurità, ma chiaro nel dimostrare che i meccanismi i quali fin qui hanno imperato e regolato la vecchia politica sono ancora vivissimi a dispetto dell’evidente ed estremo bisogno di un minimo di collaborazione e condivisione di intenti quantomeno negli aspetti atti a garantire un corretto e regolare funzionamento delle istituzioni del paese.

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09/11/2014
Valentino Angeletti
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