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Direzione PD, master plan per il mezzogiorno, riforma del Senato ed urne…

Anche se non è solito lasciar trasparire preoccupazione, ed infatti tale atteggiamento è confermato dalle parole all’ultima direzione PD che riportano di numeri certi per fare approvare le riforme, in particolare quella del Senato, al Premier Renzi non mancheranno certo pensieri e dubbi durante la pausa estiva dell’attività parlamentare.

Durante la direzione PD i temi dominanti sono stati sostanzialmente due: il faraonico piano di investimenti previsto per il sud, incentrato tutto si un “master plan” la cui presentazione è programmata a settembre; e le riforme istituzionali, principalmente quella del Senato della Repubblica, seconda Camera del sistema bicamerale italiano.

Riguardo al piano di investimenti, che includerebbe (ma è ancora tutto etereo, e lo sarà fino alla presentazione del “master plan”) la TAV fino a Bari ed in Calabria, il riassetto infrastrutturale ed investimenti in opere di ammodernamento e riqualificazioni varie. L’ammontare complessivo è incredibile, nel senso letterale del termine, sarebbero infatti previsti 100 miliardi. Evidentemente il Governo non ha, nè avrà mai, la disponibilità di questi denari. Non ne ha avuti per sistemare la questione del blocco delle pensioni, non ne ha per quella degli stipendi pubblici, solo per fare un paio di esempi, ha in programma di tagliare di 50 mld in 3 anni le tasse e contemporaneamente deve operare per scongiurare l’aumento IVA e delle accise, parte delle clausole di salvaguardia che entreranno in vigore se gli introiti erariali ed i risparmi statali si dimostrassero più scarni di quanto stimato in fase di redazione del DEF. Questi 100 miliardi dovrebbero pervenire da risorse e fondi europei bloccati e non spesi. Da qui la prima domanda sul perché, alla luce dell’arretratezza in vari settori del nostro paese, della dannata necessità di investimenti e riqualificazioni, della condizione a rischio deindustrializzazzione ed impoverimento perenne del nostro sud, non si siano spesi prima. La seconda questione è se, effettivamente, questi fondi siano ancora disponibili, in quanto di norma l’Europa tende a riprendere le risorse non spese entro un determinato periodo di tempo. Effettivamente la somma, più che ottimistica, pare essere esagerata e sproporzionata e difficilmente si ritiene possa essere davvero messa sul piatto, fermo restando che ce lo auguriamo di cuore, perché, per rimettere in sesto l’Italia, quelle sono le cifre in gioco e non qualche miliardo (che pure lo Stato italiano non può permettersi di spendere).

Il tema che però dovrebbe destare più preoccupazioni al Premier, è legato al tema della riforma del Senato della Repubblica. Sono state presentati dalle opposizioni e dalla minoranza DEM ben 513’450 emendamenti. Di questi 510’293 della lega nord, 1’075 da FI, 194 dal M5S, 63 dai Senatori PD, 17 dalla minoranza DEM. Un record, evidentemente con l’intento di bloccare l’iter legislativo e con la minaccia della Lega (Calderoli), qualora non si modifichi il testo proposto, di avere già pronti 6.5 milioni di emendamenti per impedire il percorso del testo. Il punto cardine della questione è l’elettività o meno della seconda Camera, infatti mentre il testo del Governo propone sostanzialmente un Senato nominato, le opposizioni non vogliono rinunciare all’elettività dei Senatori da parte dei cittadini. Il Premier Renzi ed i suoi sostenitori, tra cui i vicesegretari Serracchiani e Guerini e Zanda, si sono detti aperti al dialogo, al confronto con tutti ed al recepimento di alcune modifiche, fermo restando che non si debba snaturare l’impianto base; che, parafrasando dal lessico renziano, significa, come del resto è solito dire apertamente, che si discute con tutti ma poi si decide, e di norma a decidere è sempre e solo uno: il Premier.

Anche FI si è detta aperta alla discussione puntuale in tema di riforme ed all’eventuale sostegno al Governo, ma sul nodo del Senato, come dimostrano inconfutabilmente i 1’075 emendamenti se non bastassero le parole di Toti, FI non è allineata col Governo e non dovrebbe dare il proprio supporto. Una Nuova edizione del Nazareno pare, in questa fase, non verosimile.

Lega e M5S si oppongono strenuamente, asserendo che la Camera derivante dall’Italicum  sarà già popolata in maggior parte da nominati e che pertanto il Senato debba essere completamente elettivo.

Il nodo più ostico per il Governo, e per Renzi nella fattispecie, proviene però, e come al solito vista l’inesistenza di un fronte di opposizione in grado do coordinarsi per impensierire il Premier, dall’interno del PD che ha già tentato di frapporsi tra il Governo e la nomina dei vertici Rai, senza successo. Questa volta, nonostante il Prmier continui a ribadire di avere i numeri, le cose sembrerebbero essere differenti, se non altro perché è possibile una grande coalizione trasversale, tra opposizioni e frangia interna del PD, per affossare la riforma del Senato. Ovviamente ciò presuppone un dialogo trasversale, a cui il M5S deve cedere.

Allo stato attuale, stando a quanto riportato sui quotidiani, i senatori favorevoli al testo del Governo sarebbero 154, contro i 166 contrari, dei quali, e fanno la differenza, 28 della minoranza DEM  (totale 320 a cui si aggiunge il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che non vota). I numeri per il Governo sembrano quindi non esserci e non risulta sufficiente l’appoggio del gruppo Verdiniano ALA.

Qualora la Riforma del Senato venisse bloccata e non andasse definitivamente in porto è prevedibile una crisi di Governo che potrebbe portare direttamente alla urne. Il Premier stesso ha affermato in più di una occasione, che il Governo sta in piedi per andare avanti spedito sulle riforme, quando questa condizione venisse meno le urne sarebbero la diretta ed immediata conseguenza.

Le opposizioni quindi hanno, volendo, la concreta opportunità di tornare al voto nel giro di pochi mesi (forse in un election dai con le amministrative del 2016) e l’ago della bilancia potrebbero proprio essere i “dissidenti” del PD. Mandare a casa il governo e sfidarlo alle urne è la missione dichiarata del M5S, più volte ripetuta, ma coi fatti mai perseguita, neppure quando ne avrebbero avuto l’opportunità. La vera domanda però, la cui più probabile risposta tranquillizza, e non poco, Renzi, è chi sia davvero interessato ad andare immediatamente alla Urne, quindi con questa legge elettorale.

Il M5S non disdegna un “Consultellum”, ma via via che si delineava l’Italcum ed i sondaggi davano il loro responso, la nuova legge elettorale è diventata sempre più conveniente per i “Grillini” che per tale ragione potrebbero aver gioco nel non forzare troppo la mano. In ogni caso, qualora volessero mandare sotto il Governo, dovrebbero dialogare ed allearsi quantomeno con la minoranza DEM e probabilmente far fronte comune, per l’obiettivo condiviso delle elezioni, con FI.

Lato opposizioni destrorse, la riorganizzazione del CDX non è ancora avvenuta, anzi con l’uscita di Verdini FI e la scissione con Fitto, il Centro Destra si è ulteriormente indebolito in favore di quel Centro-Sinistra, col trattino in mezzo, che poco piace ai nostalgici della “ditta PD”.

Infine c’è la Minoranza DEM, di fronte al dilemma ed al quesito atavico sul dove inserirsi e sul loro destino qualora cadesse il Governo. Evidentemente, a seguito della caduta dell’Esecutivo, i dissidenti, volenti o nolenti, non potrebbero rimanere nel PD di Renzi, ed allora dovrebbero allocarsi altrove (Sel, Possiamo ecc) con un numero di posti disponibili al Senato ed alla Camera decisamente ridotti.

Tirando le somme, colui che da immediate elezioni potrebbe paradossalmente uscirne l’unico davvero rafforzato, è il solo che al momento non ha interesse esplicito ad andare alla urne, cioè Renzi.

Ora le opposizioni ed i dissidenti avranno tutta l’estate per riflettere, chissà che consiglio porteranno loro le infuocate notti agostane.

08/08/2015
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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