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Dati sul lavoro Istat: bene!!! Male??? Non si sa…..

Mentre il World Economic Forum prevede, temendo, un rallentamento dell’economia globale per il 2015 ed una lieve ripresa, ma sempre sotto le stime, per il 2016, in Italia qualche dato economico, sospinto anche dalle congiunture macroeconomiche, sembra vedersi. Certamente non tale da giustificare trionfalismi o da consentire di abbassare la guardia, ma non resta che sperate che si tratti davvero di un lento virar in un mare ancora burrascoso.

L’ultimo dato diramato dall’Istat è relativo all’occupazione. I numeri, se letti in modo sommario e non approfondito, paiono incoraggianti: la disoccupazione scende, per la prima volta dal febbraio 2013, sotto il 12% arrivando al 11.9% (sempre enorme), nell’ultimo mese di rilevazioni il numero di occupati sale di 69’000 unità, +0.3%, anche i NEET si sono ridotti dello 0,6% nel mese di agosto (meno 86’000 unità) tornando così al livello di giugno.

Fino a qui tutto bene, anzi, molto bene considerando il dato sugli inattivi (Neet appunto). Approfondendo però l’analisi, emerge subito il fatto che l’incremento avviene nel periodo estivo, dove ovviamente il numero di lavoratori stagionali cresce. Effettivamente il settore dove si è registrato il maggior incremento è quello dei servizi, del terziario, del turismo e ristorazione e ciò non sorprende.  Andando ancor più nel dettaglio si scopre che tra i giovani (15 – 24) il tasso di disoccupazione, mese su mese, tocca il 40,7%, in aumento dello 0,3%rispetto al mese precedente; rispetto invece ad agosto 2014, il tasso di occupazione dei giovani scende di 0,1 punti percentuali, cala il tasso di disoccupazione (-2,3%), ma aumentano i NEET dell’1,2%.

In questo ultimo mese sono cresciuti i lavoratori a termine, +4.1%, ( 94’000 unità nei tre mesi estivi), mente i lavoratori permanenti crescono dello 0.1% (che col Jobs Act il termine “permanente” non è più sinonimo di non licenziabile).

Renzi, il Premier, giostrandosi sapientemente tra Twitter, Facebook, TV e giornali, non nasconde gioia ed orgoglio, definendo questi dati un grande risultato di un Jobs Act che funziona, per il Premier l’Italia sta ripartendo con le riforme. In realtà, considerando la stagionalità dei lavori e la loro natura prettamente a tempo determinato (o termine), pare più che probabile che non siano derivati dagli effetti del Jobs Act (che prevede principalmente un lavoro a tempo indeterminato, a tutele crescenti, senza articolo 18) bensì ad una dinamica turistica in crescita anche per  via della rafforzamento del dollaro e della maggior tendenza degli italiani a fare le ferie entro i confini nazionali.

Anche i Ministri del Governo esternano soddisfazione. Per Poletti, al Dicastero del Lavoro, la ripresa è realtà. Ma anche questa affermazione va inserita in un contesto di rallentamento globale e di congiunture macro positive.

Per il Ministro dell’Economia Padoan si tratta del frutto di un lavoro strutturale. Pier Carlo Padoan si espone al Meeting dei Fondi Sovrani a Milano cercando di convincere della stabilità del nostro paese per attrarre investimenti.

Le opposizioni ovviamente hanno pareri opposti. Per Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, l’occupazione cresce solo con PIL oltre il 2% e non con partite di giro come il Jobs Act. Che il Jobs Act si riveli una partita di giro, ancora non possiamo affermarlo con la dovuto certezza, un dato quasi scientifico, invece, è che l’occupazione cresce con un PIL in rialzo a partire dall’1.5% (lontano dalla crescita italiana), e che i posti di lavoro non si creino con decreti o legge, ma a seguito di incrementi di potere d’acquisto, domanda e quindi offerta. L’export rimane importante, fondamentale per un paese come l’Italia, ma senza una buona dinamica di consumi e mercato interni non può esserci ripartenza strutturale e duratura.

Anche i sindacati non abbassano la guardia, e per il segretario confederale Cisl, Gianni Petteni, occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro, incentivare la staffetta generazionale per dare spazio ai giovani e implementare misure che diano davvero un sostegno strutturale alla ripresa.

Proprio sulla defiscalizzazione del lavoro, si è pronunciata anche l’UE, ritenendo questa misura ben più prioritaria e redditizia rispetto al taglio dell’IMU sulla prima casa (cosa che si è sempre detta anche in questa sede). Da Bruxelles, che si è sempre schierato per una maggior tassazione su consumi e patrimoni (quindi non agirebbe sull’IMU) ed una minor tassazione per imprese, persone e lavoro, fanno notare che l’Italia è in linea con l’Europa per quanto riguarda le tasse sugli immobili, invece non lo è, in senso peggiorativo, riguardo alle imposte sul lavoro, ancora troppo alte. Renzi si è difeso, più per motivi elettorali e propagandistici, contro questa affermazione, sostenendo a spada tratta l’abolizione dell’IMU, misura gradita agli italiani, che tanto caos ha creato nei tre esecutivi precedenti e tra i cittadini paganti totalmente disorientati, ed asserendo perentoriamente che non sarà un euro burocrate a dire se la casa va tassato o meno.

Certo l’Europa, come ha sempre fatto, da direttive e linee guida facoltative, ma poi, in fase di analisi del DEF, tra poche settimane, l’UE si pronuncerà valutando tagli, coperture, stime, e non si accontenterà di stime aleatorie, ma vorrà entrate strutturali e prevedibili. Ad esempio non si accontenterà di coprire il taglio dell’IMU con un generico “budget da rientro capitali esteri per voluntary disclousure”.

Proprio le discussioni parlamentari sull’IMU hanno portato un po’ di dibattito all’interno del PD, il quale potrebbe avere qualche conseguenza durante la votazione sulla riforma del Senato in corso in queste ore, che pare il Governo riuscirà con qualche asperità e scontro verbale a fare sua.

 

01/10/2015
Valentino Angeletti
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ISTAT aumentano i disoccupati e calano gli occupati: Non preoccupa il dato puntale, ma la condizione al contorno

Com’era assolutamente fuori luogo e senza fondamenta, gioire di giubilo quando i dati sulla disoccupazione sembravano volgere in meglio, allo stesso modo, ora che invece i dati preliminari ISTAT sullo stato occupazionale italiano sono tornati negativi, non si può cadere in disperazione per i numeri presentati. Secondo l’Istituto di Statistica a giugno gli occupati hanno fatto registrare un -0,1%, esattamente della stessa entità del calo che ha riguardato il tasso di occupazione.

I disoccupati sono aumentati di 55 mila unità (+1,7%) e la disoccupazione è arrivata, crescendo dello 0,2%, al 12.7%. (dopo il -0,2% di aprile e la variazione nulla di maggio). Ancora peggiore la situazione per i giovani, il cui tasso di disoccupazione arriva al 44.2% a fronte di un tasso di occupazione del 14.5%.  Secondo la CGIA di Mestre negli anni tra il 2008 (tasso di disoccupazione 7.1%) ed il 2015 i posti di lavoro persi in Italia sono stati 932 mila. I valori sono medie nazionali, ma se si andasse ad analizzare la situazione del Sud italia e, in questo sottoinsieme, delle donne, avremmo dati ancora peggiori, terrificanti, che non fanno altro che confermare il triste allarme lanciato dallo SVIMEZ  (agenzia per lo sviluppo del mezzogiorno), secondo il quale i Sud è a rischio di arretratezza e recessione croniche, impoverimento, invecchiamento, senza possibilità di ripresa. I dati occupazionali sono i peggiori da quando sussistono i rilevamenti, 1977, è quindi più che verosimile il monito dell’FMI, che ha stimato in 20 anni il periodo necessario per riportare i parametri macroeconomici a livello pre-crisi. Effettivamente facendo un calcolo della serva, ma non poi così lontano dalla realtà, se dal 1977, i dati del 2008 sono stati raggiunti in 31 anni con una economia che tirava e senza impedimenti nel fare investimenti, è pensabile che, essendo oggi nel 2015 allo stesso livello del 1977, ci possano volere 20 anni, in condizioni macroeconomiche decisamente più incerte di allora, per riportare i livelli a quelli del 2008.

Detto ciò, questi dati non stupiscono, e non c’è motivo di drammatizzare il dato puntuale, che era scontato si sarebbe, mese prima mese dopo, presentato. A poco vale il dato, descritto positivamente, sul calo degli inattivi, i cosiddetti neet o scoraggiati; buono che vi siano più persone in cerca di lavoro, ma è altrettanto vero che questo è un dato fisiologico del periodo estivo, dovuto alla ricerca di lavori estemporanei e stagionali, specialmente nei settori dei servizi, del turismo e del terziario, nulla di strutturale. C’è invece motivo di disperarsi considerando la situazione generale italiana, che non lascia spazio alcuno al pensiero che una ripresa possa essere davvero dietro l’angolo. Si è detto più volte in questa sede che i dati occupazionali, come quelli del PIL, sono destinati in questa fase ad oscillare, andando a volte in terreno positivo, e talvolta in quello negativo, ma con variazioni poco significative, soprattutto perché inserite in un trend di lungo periodo ancora impostato negativamente. Si ribadisce una volta in più che per avere un incremento dell’occupazione, che sia stabile e strutturale dopo il fisiologico ritardo rispetto alla ripartenza economica, serve un tasso di crescita attorno al 2%, decisamente lontano dalle previsioni relative al nostro paese secondo cui nel 2015 si dovrebbe toccare una crescita dello 0.7%, ma con tanti dubbi da parte di illustri economisti ed istituti. Un giovane verosimilmente non avrà possibilità, non tanto di fare carriera, arricchirsi e puntare alla scalata sociale, ma di poter vivere dignitosamente nel nostro paese, e si troverà di fronte al bivio, il cui esito è sempre più scontato, se emigrare (sesso con biglietto di sola andata, anche perché oltre a non essere paese per giovani l’Italia non lo è neppure per le famiglie) o meno. Inoltre le dinamiche demografiche sono in tutta l’Italia, ed in modo particolare al sud contrariamente al passato, preoccupantemente impostate verso la vetustà imponendo grossi sforzi previdenziali, depauperamento di capitale umano e competenze e una gestione corretta e proficua dell’immigrazione, ad oggi decisamente inefficiente.

Come si è già detto, senza investimenti (privati e pubblici), che sarebbero il preludio per creare occupazione e reale ripresa economica, inclusiva di esportazioni, già ora forti, consumi, e quindi maggior potere d’acquisto conferito da detassazione, ad esempio sul lavoro, sostegno ad imprese e famiglie, non v’è possibilità di iniziare a riprendersi. Purtroppo gli investimenti sono bloccati, quelli pubblici dai parametri europei che non consentono (utilizzando una politica antitetica rispetto a quella che sta funzionando in USA) di fare ulteriore deficit, mentre quelli privati dalla melma italica composta da burocrazia, normativa, legge e giustizia, corruzione e malaffare, che tolgono letteralmente la voglia agli investitori di un certo peso, italiani e non, di considerare il nostro paese semplicemente tra le opzioni competitive. Pensare, e ciò rammarica ancora di più, che investimenti pubblici infrastrutturali sarebbero molto utili quando non necessari, per aggiornare ad esempio la viabilità e la rete ferroviaria italiana. Come abbiamo potuto impietosamente assistere in questi giorni, è bastato un incendio per mandare in tilt il principale hub aeroportuale italiano, Fiumicino, con ripercussioni su tutti i voli e quando ancora le conseguenze del precedente incendio al terminal 3 che aveva ridotto la capacita dell’aeroporto Leonardo Da Vinci del 60%. Oppure, ed è il caso di Firenze, una forte pioggia, sicuramente eccezionale coi suoi 45 mm in poche ore, ha mandato in blocco, e non è giustificabile neppure per un evento di simile entità (che di fatto stanno diventando sempre più comuni, pertanto meno eccezionali), tutto il trasporto ferroviario italiano. Evidentemente investimenti infrastrutturali per il rafforzamento di questi e molti altri snodi critici per il paese, così come per il riassesto idrogeologico, porterebbero posti di lavoro e benefici tangibili per tuta la cittadinanza, giustamente sempre più indignata quanto apprende che, secondo una rilevazione della Corte dei Conti,  la pressione fiscale degli enti locali, incrementata del 22% in 3 anni, è ormai insostenibile (e se non insostenibile, non adeguata al livello pessimo dei servizi spesso offerti).

Non c’è da stupirsi dunque di questi dati, erano prevedibili e previsti. Assisteremo ad oscillazioni in più ed in meno alle prossime rilevazioni, dovremo leggere improbabili elogi al governo ed ingiustificate accuse di incapacità, purtroppo però lo scenario globale, che dobbiamo tenere sempre in considerazione, al momento non presenta segni di miglioramento e, tralasciando oscillazioni attorno allo zero, mantiene una tendenza poco incline alla ripresa economica.

01/08/2015
Valentino Angeletti
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Stime FMI gelano l’Italia, ma in realtà non dicono nulla di nuovo

La notizia non è stata ben digerita, ma non è di certo nuova. L’FMI ha certificato che con i livelli di crescita attuale e stimati per il prossimo futuro, il mercato occupazionale italiano tornerà ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni; esattamente come per il Portogallo, e ben 10 anni dopo la Spagna, seppur fosse partita da condizioni iniziali peggiori.

A poco valgono i tentativi di screditare l’osservazione del Fondo ricordando che più volte ha preso degli abbagli, oppure che una crescita del PIL non necessariamente (e ciò accade nelle economia più mature e tecnologicamente all’avanguardia) corrisponde ad un incremento dell’occupazione, esistono senza dubbio casi di Jobless recovery, ma è assolutamente verificato che al di sotto di una crescita del PIL del 2 – 2.5% difficilmente potranno crearsi i presupposti per una crescita degli occupati (intesi come nuovi posti di lavoro effettivi). In Italia le previsioni danno un PIL in crescita dell 1.5% per il 2015 e del 1.7% per il 2017, ancora insufficienti (a fronte del 3.1% stimato sia per il 2016 che per il 2017 negli States). Se si ha buona memoria, si può ricordare che altri istituti, italiani ed europei, hanno messo in guarda dal rischio di una generazione persa ad inseguire la ripresa, e l’arco di tempo indicato era proprio di circa 20 anni.

Anche qui si è più volte ribadito il medesimo concetto. Si è infatti asserito che per le condizioni economiche in cui è precipitata l’Italia e l’Europa, per le malagestioni politiche degli anni addietro che ad esempio hanno portato una crescita vertiginosa del debito senza corrispettivi ritorni sul’economia, per i tristi fenomeni ed episodi di corruzione e malaffare, dilaganti, pervasivi e persistenti (Mafia Capitale, Mose, EXPO solo per citare gli ultimi), per l’incerto e frenante il contesto normativo e burocratico che osta l’insediamento di nuovi business ed investimenti, se tutti, politica e cittadini, fossero disposti ad impegnarsi onestamente, mettersi al servizio della collettività in modo disinteressato, anche rinunciando in taluni casi a privilegi propri e consapevoli del grande sacrificio necessario, quindi se tutto andasse nel migliore dei modi possibili, sarebbe servita almeno una generazione (quella degli attuali 20-30 enni), per tornare, seppur necessariamente seguendo un modello di sviluppo economico differente, ai livelli di benessere (welfare, potere d’acquisto, lavoro, dinamiche economiche) pre-crisi.

Ieri, questa che era una evidenza già anni fa, è stata rilevata anche dall’FMI. In tutta sincerità la notizia non stupisce affatto nè sorprende, ma preoccupa. Non è accettabile un drenaggio simile di risorse e capitale umani ed una fuoriuscita senza ritorno di competenze verso i paesi nostri competitor come quella a cui stiamo assistendo.

Credo che a poco valgano le rassicurazioni di Padoan, secondo il quale il modello adottato dall’FMI non tiene conto delle riforme attuate ed in via di attuazione, che, sempre a detta dal Ministro, dovrebbero portare spinte positive al PIL ed alle dinamiche occupazionali, lo scontato esempio citato è il Jobs Act, fortemente voluto dall’FMI stesso.

Ma che tipo di lavoro si crea con il Jobs Act? Può consentire di mantenere ed incrementare negli anni la piena occupazione? Non si crede possibile senza una virata radicale del micro e macro sistema economico. L’attuale contesto, seppur per certi aspetti oggettivamente migliorato, non è tale da far pensare ad una proliferazione di Business ed investimenti. Inoltre l’FMI potrebbe anche aver considerato la notoria e cronica incapacità italica di portare rapidamente le riforme in attuazione, una volta proferito il pomposo annuncio.

Il paragone con gli USA, parimenti alla differenza con il PIL, è sconcertante. La disoccupazione USA si attesta al 5% contro l’11% abbondante di Eurolandia e ciò nonostante l’Europa possa contare su almeno tre fattore oltremodo facilitanti: i QE ed il bassissimo costo del denaro, il basso prezzo del petrolio e la svalutazione dell’Euro che dovrebbe dare vigore alle esportazioni.

Le politiche statunitensi hanno aggredito la crisi con sostanziosi invesitmenti pubblici anche se in deficit; hanno costantemente modificato la legge per innalzare il rapporto debito/PIL consentito onde evitare il baratro fiscale (Fiscal Cliff) ed il tutto nonostante Obama non abbia la maggioranza al Congresso, segno che, in ultimo e dopo negoziazioni aspre, è il bene del paese ad essere messo al centro; hanno implementato tempestive politiche di alleggerimento monetario convogliando liquidità direttamente all’economia reale, senza le inefficienze o le speculazioni degli intermediari; ed hanno posto come parametro per la prosecuzione dei QE, non l’inflazione al 2% come in UE, ma proprio il dato sulla disoccupazione, da abbattere sotto il 6%. In realtà i QE stanno proseguendo, anche se in misura minore, nonostante il raggiungimento di tale target, ma si sa, se un cavallo corre, tanto più in un contesto non roseo per l’UE, non è saggio fermarlo.

In Europa invece all’espansione sono stati preferiti austerità e rigore teutonici, impedimenti ad ogni forma di investimento pubblico per gli stati ai quali sarebbero più utili. Le azioni della BCE, influenzate dalla presenza del 17% della Bundesbank come azionista principale, sono state lente e poco reattive (fortunatamente vi era Draghi, altrimenti sarebbe stato probabilmente peggio) ed il piano di investimenti faraonico di Juncker ancora latita. Simili difficoltà si sono sommate a quelle, croniche, in essere nel contesto italiano che rendono sfavorevole ogni insediamento di business, attività produttiva o investimento. Come sappiamo i fattori limitanti sono un enorme peso fiscale su persone ed imprese, un costo del lavoro molto elevato, una produttività media molto bassa, ma soprattutto corruzione, malaffare, burocrazia, clientelismo, giustizia e legislazione lente e non chiare.

Ovvio, quasi banale, affermare che il piano di riforme deve essere accelerato e deve essere dato più peso alle misure di tipo economico, innegabilmente trascurate fino ad ora.

Detto ciò però, rimane valido il concetto iniziale, ossia che, supponendo, ed è tutt’altro che scontato, l’impegno collettivo totale di pubblico, privato, istituzioni, politica, il sacrificio disinteressato ed una ottima politica (raramente vistasi in Italia), non è realistico pensare di tornare ai livelli pre-crisi se non prima di 10 anni.

28/07/2015
Valentino Angeletti
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Un Primo Maggio dalle molte sfaccettature: Expo, Balck Bloc, Concertoni, disoccupazione. Intensi spunti e palesi contraddizioni

Quello appena trascorso è senza dubbio stato un primo di maggio decisamente particolare e ricco di intensi avvenimenti tra loro in contrapposizione.

Come di consueto abbiamo potuto assistere alle feste, ai concertoni pomeridiani e serali ed alle manifestazioni in onore del lavoro generalmente patrocinate dai sindacati che si sono svolte in tutta Italia, con la Sicilia meta della manifestazione ufficiale di CGIL, CISL e UIL, in onore del Sud sia perché il divario con il nord in tema del lavoro rimane drammatico, sia perché è il territorio, già di per se molto in difficoltà, che deve “sopportare” l’abnorme flusso migratorio, ingestibile per il nostro meridione senza adeguato supporto istituzionale nazionale, europeo e mondiale, perché quando muoiono centinaia di persone è il “mondo” intero a dover interrogarsi su un simile e problematico fenomeno. In tal senso l’accezione del primo maggio è stata proprio quella di festa di tutti i lavoratori.

Contemporaneamente però ieri è stata anche l’inaugurazione di Expo2015: “Nutrire il pianeta energie per la vita” che ha posto Milano al centro di numerosi eventi più o meno istituzionali, tra cui spiccano indubbiamente l’apertura ufficiale del Premier Renzi e la “Prima Primaverile” alla Scala dell’opera Turandot. L’intervento di Renzi è stato ovviamente un trionfo di ottimismo che lo ha portato a modificare (opinabilmente) l’inno nazionale, sostituendo “siam pronti alla morte” con “siam pronti alla vita” ed a scagliarsi contro tutti i “gufi” che gioiscono dei fallimenti italiani, che sono avvezzi al motto “non ce la faranno” e che mai avrebbero immaginato il successo di Expo2015 con 11 milioni di biglietti già venduti, che però si deve ancora capire se siano stati acquistati da agenzie o da privati. Il Premier si è poi speso in numerosi ringraziamenti, rivolti a tutti coloro i quali in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere possibile l’evento, ad iniziare dal sindaco dell’epoca della vittoria di Milano sulla turca Smirne per l’assegnazione dell’esposizione, Letizia Moratti, fino al commissario Sala, all’attuale sindaco Pisapia, al capocantiere ed a tutti gli operai, veri eroi, che soprattutto negli ultimi tempi hanno dovuto accollarsi turni massacranti. Non è stato menzionato, chissà quanto volutamente, e di certo per la persona quel è non si meriterebbe un trattamento simile, l’allora omologo di Renzi, Romano Prodi che le cronache vogliono abbia abbandonato anzi tempo la manifestazione non essendosi visto annoverare nella lista dei ringraziati (pur essendo a mio avviso uno dei principali ringraziandi, perché quando c’è da mettere l’Italia in mostra all’estero il Professore Bolognese non si risparmia ed è sempre in prima fila: fu uno dei primi ad intessere i rapporti con quella Cina a cui Renzi vorrebbe strizzare sempre di più l’occhio ed ancor maggiormente il portafoglio o con l’Africa che per renzi dovrebbe essere meta di grandi investimenti italiani).

Ora, partendo dal presupposto che è non solo giusto, ma doveroso aver criticato Expo, in preparazione da 7 anni, quando le cose non hanno seguito i programmi, quando si sono verificati scandali, quando sono emersi tangenti ed appalti taroccati, quando si sono manifestati ritardi ed aumenti di costi, è assolutamente vero che ora dobbiamo augurarci tutti, da italiani interessati al nostro paese e non alla lotta aspra del dibattito partitico distruttore, che l’Expo sia un successo, e per la nostra immagine nel mondo, e per il tema che tratta e per l’indotto che può creare, pur continuando a mantenere la giusta dose di criticismo utile a vigilare che tutto proceda in modo accettabile. Detto ciò il successo di Expo è ancora da costruirsi e speriamo che sia ampio ed oggettivo.

Quello di Renzi ha voluto essere un messaggio incoraggiante, positivo, che lascia intravedere una più che prossima e scontata rinascita dell’Italia dalle ceneri di una crisi sistemica e pervasiva, il clima che si poteva respirare in quel di Rho era senza dubbio di gran festa e di speranza in un futuro che ormai viene presentato come radioso. Forse lo è e lo è sempre stato, tra gli alti e bassi che non hanno mai compromesso un tenore di vita comunque alto, per i partecipanti alla Turandot rappresentata alla Scala, ma per molti altri il contesto è assai differente.

A ricordarcelo ci sono stati gli ingiustificabili e tremendi disordini avvenuti nel centro di Milano, tra Cadorna, Carducci, il Giambellino, dove il movimento Black Bloc metteva a ferro e fuoco la città scagliandosi contro i simboli del potere del loro problematico modo di interpretare, ma soprattutto di dissentire, una realtà che sta divenendo sempre più oggettivamente ed inaccettabilmente diseguale. A loro non vanno riservate giustificazioni di alcun tipo, sono teppisti, terroristi, violenti, mascalzoni, ma hanno vita facile a trovare supporto ed appoggio in un clima di insoddisfazione, povertà e disagio sociale come quello che si respira da anni. Questa condizione fa si che anche coloro che non avrebbero motivi di protestare o che non conoscono a pieno le “ragioni” dei blocchi neri, possano unirsi e dar man forte agli scellerati portatori di terrore, coperti da generiche motivazioni quali lotta al potere, all’etile della finanza, alla casta e via dicendo, tutti leit motive di questi anni di crisi facilmente adducibili come causa della totalità dei mali che si stanno vivendo, sentenza proferita ovviamente senza approfondirne davvero la natura ben più complessa ed eterogenea. La conseguenza di ciò è che anche “ultras da stadio” che poco hanno a che fare con i Black Bloc hanno sostenuto la violenza facendo si che numericamente i dissidenti fossero ben di più di quelli davvero riconducibili a frange ben organizzate. Gli pseudo Black Bloc non sanno neppure per quali “ideali” o meglio “motivazioni” (volutamente tra virgolette perché non ve ne sono di plausibili), i Blocchi Neri operano o in altri termini “fanno casino”. Queste persone, purtroppo temo come molti, si gettano nella bolgia senza avere ideali, che quand’anche fossero sbagliati una parvenza di rispetto potrebbero anche trasmetterla essendoci persone che rischiano botte e vita per la loro difesa. Costoro invece no, hanno il solo obiettivo di fare danni per un pomeriggio di adrenalina (visto che non c’è il calcio). Se poi gli venisse chiesto il perché, la risposta sarebbe genericamente: “la lotta contro il potere”; se gli si chiedesse chi è il potere, risponderebbero a suon di luoghi comuni, con un “banche e multinazionali” (magari con il babbo che lavora come promotore finanziario e la mamma impiegata al Carrefour); se si approfondisse chiedendo il perché ancor più nello specifico, non saprebbero rispondere, magari i più “astuti” potrebbero dire che le multinazionali inquinano e che sfruttano il lavoro dei poveri, mentre le banche sono piene di soldi quando la gente muore di fame…. Frasi fatte insomma che dimostrano totale incapacità di ragionamento e visione critica per approfondire la complessa realtà sociale. Questi facinorosi non sono degni di essere chiamati neppure Black Bloc, sono solo casinisti perdigiorno con un cervello che si può pesare tranquillamente usando bilancini da orefice. I Black Bloc, ripeto, sono delinquenti, quasi terroristi, pericolosi ed organizzati, questi invece, e, ribadisco, secondo me non pochi, forse in manifestazioni come quella di ieri addirittura più delle vere tute nere, sono tarati mentali maggiormente pericolosi dei primi perché rappresentano una parte del futuro dell’Italia che non emigrerà perché inetta e che andrà a pesare sulle spalle della società sana! Massimo rispetto sempre e comunque verso ogni opinione e forma di manifestazione, protesta e dissenso civile, massima condanna e pena esemplare per ogni tipo di violenza gratuita, ingiustificata ed ingiustificabile.

Ancora più dei fenomeni di guerriglia urbana da tutti condannati come riprovevoli vi sono dati oggettivi dell’Istat, diramati alla vigilia della festa del lavoro, che da domani dovranno far smaltire al governo la sbornia da parata trionfale e rapirne la concentrazione ancor di più della legge elettorale Italicum. Sono i dati sulla disoccupazione tornata ai massimi livelli, 13% in totale (oltre 3 milioni di persone) e 43.1% per gli under 25 (solo Grecia, Croazia e Spagna fanno peggio). Il dato sembra contraddire quello che aveva fatto esultare le istituzioni e che vedeva un netto incremento di contratti di lavoro a tempo indeterminato. La discrepanza è presto detta, mentre l’Istat si occupa di valutare la condizione reale delle persone, i dati ministeriali trattavano i contratti, quindi vi è ora la prova che la maggior parte di nuovi contratti a tempo indeterminato sono stati trasformazioni di vecchi rapporti e non nuovi posti di lavoro (se ne aveva un sospetto al limite della certezza fin da subito – Link1 – Link2), inoltre i dati Istat confermano una volta in più che il lavoro si crea con investimenti e non con leggi e decreti, che hanno il compito di aiutare, ma non possono fare quello che solo una catena produttiva fatta da potere d’acquisto (disponibilità economica che ora manca), consumi (interni ed esportazioni), creazione di domanda di lavoro dovuta alla floridità e alle potenzialità di business, è in grado di realizzare.

Oltre a questo, noto, tema da dirimere celermente ve ne è un altro che sarà complesso da districare, cioè il pronunciamento della Corte Costituzionale contro i due anni di blocco dell’adeguamento delle pensioni per emolumenti oltre 3 volte il minimo (circa 1400€ lordi al mese) voluto dal Governo Monti – Fornero. La decisione non viene dal nulla, ma c’era da immaginarsi un esito simile, non solo perché i sindacati, primo tra tutti la CISL della Furlan (allora Bonanni), lo avevano anticipato, ma perché un precedente risiede nel pronunciamento di incostituzionalità anche per il contributo di solidarietà per le pensioni oltre i 90’000 €. Se del resto non è costituzionale un contributo dai soli più facoltosi non si capisce come avrebbe potuto esserlo dai i meno abbienti. Il principio che viene seguito dalla Corte è che all’interno di un medesimo gruppo, in tal caso i pensionati, non si possono applicare tassazioni differite tra differenti soggetti, se non seguendo eguale percentuale o specifiche aliquote. In altre parole o si tassano tutti o nessuno. Inoltre il blocco delle rivalutazioni ha una ulteriore motivazione di incostituzionalità e risiede nella riduzione della disponibilità economica di una platea già molto in difficoltà e difficilmente capace al sostentamento del proprio nucleo famigliare.

Conseguenza di tal sentenza è che lo Stato si vedrà costretto a risarcire, e il Ministro del Lavoro Poletti ed il Viceministro dell’Economia Morando hanno detto che se questo è il volere della Corte Costituzionale non può non essere rispettato, circa 6 milioni di pensionati per una somma complessiva che varia dai 6 agli 11 miliardi (ancora da verificare con certezza, ma dovrebbero essere corrisposti circa 1’500€ su una pensione di 2’000€) per gli arretrati 2012-2013. Somma evidentemente ben superiore degli 1.6 ipotetici miliardi di tesoretto virtuale che sarebbe bene non impiegare in anticipo se non per ridurre il debito. In realtà potrebbe esistere una sorta di scappatoia per il governo, valida per i referendum abrogativi: se la decisione presa è tale da mettere a rischio i conti dello Stato, essa può non essere applicata. Chissà se verrà trovato un cavillo per poter applicare clausola simile anche alla sentenza della Consulta.

In questo momento reperire anche “solo” 5 miliardi risulterebbe davvero complesso e, soprattutto quando a Bruxelles verranno a conoscenza di un simile “non banale dettaglio” per i conti già traballanti del nostro paese, il rischio che si ricorra alle clausole di salvaguardia, quali aumento accise ed Iva, è concreto. La soluzione “Iva più accise” è una coppia infausta, perché andrebbe una volta in più ad inserirsi come un grosso detrito nel meccanismo già pieno di attriti del rilancio economico, basato su potere d’acquisto, consumi, richiesta di nuovo lavoro, propensioni agli investimenti, che invece avrebbe bisogno di un lubrificante dalle strabilianti specifiche tecniche.

Insomma tutti tifiamo Expo, tutti tifiamo Italia, tutti condanniamo Balck Bloc, teppistelli e violenti, ma dobbiamo essere realisti, con i piedi per terra, diffidare dai falsi entusiasmi, consci che c’è ancora tanto da fare ed i sacrifici, pur nel clima festoso, solenne e sublime della Turandot alla Scala, sono tutt’altro che finiti.

02/05/2015
Valentino Angeletti
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Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità

Certo che questo è proprio uno strano, buffo paese. Mi verrebbe da sorridere se fossi uno scrutatore esterno senza legami o vincoli e senza essere parte dei buffi meccanismi nostrani. Ciò che porta a questo stato d’animo, in un certo senso quasi atarassico, è l’incapacità che si manifesta, sempre maggiore di giorno in giorno, di saper leggere gli eventi e di avere la visione d’insieme senza perdersi nei dettagli.

Era stato così ad esempio per l’IMU, e lo è per l’Articolo 18 che uno straniero, il quale assistesse per qualche giorno ai dibattiti in tema di lavoro, sarebbe portato ad identificare come il rimedio o la causa di tutti i problemi occupazionali italiani per quanto viene caricato di esclusiva attenzione e per quanto violentemente i suoi sostenitori o detrattori lo trattano, quasi che ignorassero tutto ciò che realmente serve per creare posti di lavoro a cominciare da investimenti, mercato interno propenso a spendere e mercati esterni dinamici.

L’ultimo episodio della saga è relativo al cosiddetto bonus bebè da 80€ (80 poi è diventata una cifra mitologica… bonus IRPEF da 80€, bonus bebè da 80€, 800’000 posti di lavoro in tre anni) annunciato dal Premier durante il programma di Barbara D’Urso sulla rete MEDIASET.
Il bonus partirebbe a gennaio 2015, la platea dei beneficiari sarebbe costituita dalle neo mamme e sarebbe erogato per ogni figlio fino al raggiungimento del terzo anno di età fino al reddito ISEE di 30’000 € ed a partire dal terzo figlio con reddito fino a 90’000 € (anche se durante il programma televisivo il limite di reddito a prescindere dal numero dei figli era stato fissato a 90’000 € lordi).
Le coperture necessarie ammonterebbero a circa 500 milioni di € (ma alcuni avrebbero ipotizzato fino a 1.5 miliardi), non proprio poco in questi tempi di revisione di legge di stabilità e con le solite ristrettezze economiche con le quali far fronte.

Da inesperto ed ingenuo mi viene da pensare che volendo incentivare (giustamente) le nascite e le neo mamme sarebbe meglio investire quelle risorse per interventi più strutturali, come sostegno al welfare materno, miglioramento dell’assistenza sanitaria a loro rivolta (spesso per una ecografia presso il pubblico vi sono mesi di attesa oppure è necessario spostarsi di centinaia di Km con il risultato che alla fine ci si rivolge al privato), sostegno agli asili nido o baby-sitting, ma anche alle scuole primarie, secondarie ed università presso le quali il bebè si istruirà e che sarebbe bene tornassero ad un livello consono per consentire ai nascituri di competere nel mondo, controllo delle aziende affinché non facciano pressioni o ricatti sulla maternità, miglioramento dell’equilibrio lavoro-vita privata che nel nostro paese è ancora borbonico se paragonato a quello degli stati mittel e nord europei dove la famiglia, a dispetto della tradizione cristiana italiana, è molto più importante e valorizzata, quando invece sempre più spesso da noi si è messi di fronte al bivio: o carriera (ma neanche troppo brillante) o famiglia.
Inoltre va considerato che spesso le giovani mamme non hanno occupazione, soprattutto se del sud, e ben poco possono 80€ al mese per tre anni. Le spese dopo il terzo anno di età si moltiplicano, ed il bimbo ha più esigenze e di li a poco inizierà asilo e scuola con le conseguenti esigenze: trasporti, libri, rette, mense ecc. Infine va ricordato che il costo sanitario per l’assistenza alla maternità è a carico del pubblico, quindi ponendo l’improbabile caso di un incremento sconsiderato delle nascite la spesa necessaria sarebbe ben oltre i 500 milioni di €.
Detto ciò è ovvio che coloro che già avrebbero fatto un figlio e percepiranno, se la misura andrà in porto, il bonus è giusto che siano felici, e va sempre sottolineato che 80€ sono indubbiamente meglio che nulla ed un minimo aiuto lo apportano. Indiscutibilmente è giusto migliorare l’assistenza alla maternità e lavorare affinché il tasso di natalità aumenti, a maggior ragione nel nostro paese estremamente “vecchio”, perché in generale maggiori nascite e quindi una età media inferiore, consentono al paese di essere più dinamico, innovativo, flessibile, aperto al cambiamento, alle nuove tecnologie, al rischio d’impresa e permetterebbe di intraprendere un percorso di maggior sostenibilità per il sistema previdenziale e sanitario. Insomma, i benefici di incrementare il numero delle nascite sono innumerevoli ed è giusto sostenerli, ma serve una strategia d’insieme, strutturale e più di lungo termine.

La misura sembrerebbe, ma questa è solo una mia erronea interpretazione, quasi una pedina di scambio, non tanto (o non solo) elettorale, quanto da porre sul piatto dei diritti/unioni civili che hanno già cominciato ad animare le prime forti divergenze e che saranno un tema molto caldo nelle prossime settimane. Una misura in favore della famiglia tradizionale, gradita ai conservatori e magari alla chiesa (il bonus bebè appunto) per un incremento dei diritti e dei riconoscimenti civili per le coppie omosessuali e coppie di fatto, solo per citare due casi, richiesto dai partiti più a sinistra. Do ut des, dicebant.

Converrebbe, asserisco stupidamente, che oltre ad essere attentissimi a capire le dinamiche di questo nuovo potenziale bonus, tesserne gli elogi o le critiche, si prestasse attenzione a vicende più importanti. Ora in primo luogo vi è la legge di stabilità al vaglio presso la Commissione. Barroso, Presidente uscente, secondo dl’ANSA avrebbe richiesto di portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% allo 0.5% (8 miliardi complessivi) come da programma. E’ vero che potrebbe essere trovata la mediazione di 0.25% e che le coperture potrebbero provenire dal tesoretto di circa 3 miliardi messo come riserva di sicurezza, ma proveniente da clausole di salvaguardia mai piacevoli.
Oltre a questa richiesta (come si scrive al link a fondo pagina) altri ritocchi potrebbero essere domandati, ma non è prevista una bocciatura, in parte perché da novembre, se non si presenteranno problemi nelle lunghe procedure europee, dovrebbe insediarsi la nuova Commissione Juncker.
Gli stress test alle porte rischiano di conferire una bocciatura all’istituto MPS, non imprevedibile visto il risarcimento dei Monti bond al 9% che MPS deve allo stato italiano. In caso di giudizio negativo senza dubbio dell’istituto senese (terza banca italiana) sarebbe un problema rilevante da gestire.
I dati ISTAT hanno rilevato che dal 2008 al 2013 i disoccupati under 35 sono aumentati di oltre 2 milioni e fino ad ora non abbiamo mai assistito ad una inversione di tendenza, ovviamente si confida che le parole di Padoan che pronostica 800’000 (stimati per difetto) posti di lavoro in tre anni si verifichino, ance se senza un immediato sblocco economico tale target è di difficile raggiungimento.
Infine ancora non è stato possibile toccare con mano alcun beneficio derivante dal semestre italiano di presidenza UE, scivolato ormai alla conclusione del quarto mese, che seppur non consentisse di dettare legge a Bruxelles, ci darebbe l’opportunità di redigere l’agenda delle priorità su cui discutere e di avere una voce più autorevole nell’indirizzare le azioni.

Passando a livello Europeo (come è possibile leggere al link a fondo pagina) sembra che sia in atto un alleanza tra Berlino e Parigi nella quale la Germania garantirebbe per la Francia assicurando un immediato processo di riforme così da spingere l’Europa, nonostante un rapporto deficit/pil dei transalpini bel oltre il 3%, a non avviare la procedura di infrazione. Questa mossa può essere letta come il tentativo tedesco di arginare i dati negativi di fiducia di consumatori/imprese, export, ordinativi e produzione andando a fortificare uno dei suoi più grandi mercati di sbocco (ovviamente imponendo condizione a lei stessa favorevoli) e sfruttando la difficoltà dell’Italia secondo paese manifatturiero in Europa, forte esportatore e quindi concorrente tedesco.
Il compito della nuova Commissione e lo spirito utilizzato per la valutazione delle manovre finanziarie dovrebbero essere non i criteri aritmetici di Katainen, bensì l’intento di indirizzare fattivamente la crescita in Europa redigendo e mettendo in atto immediatamente quel piano d’investimento transnazionale basato su digitalizzazione, TLC, infrastrutture, trasporti ed energia da o d’investimento transnazionale da 300 miliardi assicurato da Juncker e puntando al contempo a livellare le differenze tra i vari stati membri (si confida nel beneplacito della Merkel).

Gli USA grazie alle riforme, alla determinazione nell’affrontare il problema occupazionale e soprattutto all’operato della FED stanno ripartendo spinti da una nuova industrializzazione e la crescita cinese nel Q3 con un +7.3% ha battuto le stime.

Come si vede, senza toccare le questioni estere, le vere matasse da sbrogliare sono altre.
Altrove le reazioni ci sono e tentano di andare nella giusta direzione pur in presenza del rischio di errore che sempre esiste, mentre l’Europa ed a maggior ragione l’Italia, nonostante l’inefficacia ormai manifesta di quanto fatto dal 2011 ad oggi, sembrano sempre bloccate, lente ed incapaci di reagire avendo una chiara visione e strategia d’insieme.

Link:

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

Priorità rimandate ed energie sprecate 11/07/13

20/10/2014
Valentino Angeletti
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Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa

Nessuna novità dall’incontro di Bruxelles tra il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e l’Estone Siim Kallas, Commissario EU ad interim per gli affari monetari (Approfondimenti: Repubblica.it, Grafico, AGI.it).

Le stime sono state sostanzialmente confermate. I principali indicatori come disoccupazione e debito si attestano rispettivamente ai valori tutt’altro che positivi, rispettivamente del 12.8% e 135.2% nel 2014 per passare nel 2015 a 12.5% e 133.9%; il PIL invece è visto in crescita dello 0,6% nel 2014 e dell’ 1,2% nel 2015, in lieve peggioramento rispetto al tasso previsto dal Governo di 0.8% nel 2014 ed 1.3% nel 2015. Invariate sono rimaste le stime sul deficit, al 2,6% nel 2014 ed al 2.2% nel 2015. L’inflazione si conferma bassa sia nell’EU (1% nel 2014 e 1,5% nel 2015) che nella zona euro (0,8% e 1,2%). 

Il vero esame per in nostro paese, cioè il pronunciamento della commissione sul DEF, che include le coperture per il decreto IRPEF ed il taglio dell’IRAP, e sul piano di spendig review, è stato rimandato al 2 giugno, dopo le elezioni europee come se fossimo in presenza di una sorta di “periodo bianco” dove si mantiene neutralità sostanzialmente su ogni fronte evitando di prendere decisioni o fare dichiarazioni di una certa rilevanza.

Il Ministro Padoan si è detto soddisfatto poiché le stime su debito (vero allarme per l’Europa) e disoccupazione erano ampiamente previste e non tengono conto degli effetti del bonus IRPEF a partire dalla busta paga di maggio (che i numeri devono ancora confermare come strutturale) e della spending review, cavallo di battaglia per questo Governo e revisione necessaria per il paese stesso. Inoltre è lievemente aumentata l’occupazione e le stime sul PIL, benché peggiorative rispetto al DEF in cui il Governo si era già definito prudenziale, lasciano trasparire una inversione di tendenza, anche se a dire il vero a livello Europeo l’Italia si colloca comunque nelle ultime posizioni.

Segnali positivi inoltre provengono sul fronte dei consumi, per la prima volta in aumento da 3 anni a questa parte, con una spesa delle famiglia in aumento dello 0.2% nel 2014, 0.5% nel 2015, 1% nel 2016. ISTAT, Censis ed anche Commissione EU sono concordi nel sostenere che gli 80 euro in busta paga si trasformeranno almeno parzialmente in consumi, in particolar modo, ed è determinante per l’efficacia della misura, se saranno strutturali. Di certo il contributo che il provvedimento da alla fiducia ed alla speranza degli italiani è di certo superiore al reale valore economico perché in molti casi pervade anche i non beneficiari che attendono le azioni in loro favore promesse dal Governo. Ovviamente il bonus IRPEF deve essere l’inizio di un lungo percorso di risanamento, qualora rimanesse una cattedrale nel destro sarebbe senza dubbio un fallimento.

Oggettivamente gli scostamenti di qualche decimale non devono indurre ad eccessivo pessimismo perché in questo momento l’importante per il nostro paese è  perseverare sulla via delle riforme, consolidare le misure fino qui adottate e proseguire con quelle in programma che nel medio lungo periodo dovrebbero essere in grado di sostenere una crescita più consistente senza la falsa illusione di un processo rapido ed indolore.

Se dal punto di vista italiano il processo riformatore deve proseguire, è indubbio che, soprattutto per poter avviare azioni in grado di avere riscontro nel breve termine, anche l’Europa deve modificare il proprio atteggiamento ed approccio ai provvedimenti economici. Evidentemente ciò potrà avvenire solo dopo le elezioni.

Le elezioni del 25 maggio ed il successivo semestre di presidenza italiano devono essere utilizzati in tal senso, per modificare le politiche europee e rendere più adatte e consone alle dinamiche flessibili e rapide che caratterizzano questa fase economica.

In particolare analizzando il nostro paese emerge che gran parte dei partiti politici, a cominciare da quelli maggiori e proseguendo con quelli più piccoli, quindi PD-PSE, M5S (dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa molto più moderato rispetto agli albori quando sosteneva l’immediata uscita), FI, NCD-PPE, Scelta EU, e persino L’altra Europa di Tsipras, convengono sull’importanza dellEuropa, ma anche sulla necessità di sostanziali modifiche non così dissimili tra loro se si leggono i macro punti principali, vale a dire; rivisitazione dei trattati e del fiscal compact; più condivisione di rischi e benefici (Eurobond ad esempio) tra i vari stati membri in modo che non vi siano Stati palesemente avvantaggiati e Stati oltremodo penalizzati; più vicinanza alle imprese ed al sistema produttivo con meccanismi a sostegno del credito fino ad ora non sufficientemente garantito dalle banche; meno dipendenza dalla finanza e rivisitazione del sistema bancario; politica monetaria della ECB che consenta l’erogazione di denaro direttamente alle imprese. Con dettagli differenti, le parti politiche, stando alle dichiarazioni, sembrerebbero disposte a trattare su questi punti con l’obiettivo di giungere ad una Europa differente, meno rigorista ed austera principalmente nei periodi di recessione e più vicina alle persone, ai lavoratori ed alle imprese, in ultima summa, meno istituzionale e burocratica e più cooperativa ed umana.

Considerando la gravità della situazione che vede l’Unione in grande difficoltà rispetto alle potenze mondiali e che, nonostante sia potenzialmente la prima economia mondiale, non riesce a competere con i livelli di crescita di Cina ed Usa, solo per fare due esempi. Sarebbe auspicabile dunque che dopo il 25 maggio in Italia ed in Europa si riesca ad adottare una linea comune e condivisa, che accompagni almeno fino ad un consolidamento stabile della ripresa economica, che allo stato attuale rimane oggettivamente fragile, con differenze grandi da paese a paese, e non in grado di reggere importanti variabili esterne come potrebbe essere la crisi Ucraina e le conseguenze energetiche, geo-politiche e militari che potrebbe avere.

Se non vi sarà la capacità di convergere con convinzione verso un obiettivo sostanzialmente condiviso, quello dell’Europa dei Popoli, allora ben poco potrà essere fatto per scongiurare un definitivo fallimento.

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05/05/2014
Valentino Angeletti
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Pelù VS Renzi

Sinceramente non provo antipatia nei confronti di Piero Pelù, però ieri avrebbe potuto avere più tatto.

Rivolgendosi a Renzi il cantante ha detto che non serve un’elemosina di 80€ al mese, ma serve lavoro.

In tutta onestà credo che sia stato mosso dalla voglia di compiacere una platea in gran parte anti Renzi e sostenitrice di una qualche ideale che rischia di diventare una benda che acceca. Forse la stessa ideologia che porta alcuni a difendere sempre e comunque i  manifestanti di piazza, inclusi coloro che in piazza fanno volutamente danni e che la piazza la rovinano e la mettono in cattiva luce. Poca differenza c’è tra questi difensori strenui e coloro che a prescindere, e sbagliando, difendono le forze dell’ordine anche quando abusano del loro potere e muovono mani e manganelli offuscando tutte le forze armate.

Se l’idea dei sostenitori di Pelù è quella di un netto cambiamento, che condivido essere necessario, bisogna comprendere che i tempi di cui si ragiona sono il medio e lungo periodo. Certo che meglio dello sgravio IRPEF sarebbe un lavoro dignitoso per tutti e magari un incremento del minimo salariale e pensionistico a 2’000€ netti al mese, ma è impossibile. Il Governo può agire in sostegno del lavoro, crearne i presupposti, ma non può generarlo dal nulla, ed in ogni caso la dinamica occupazionale è più lenta di quella economica.

Mi rendo conto che, come ho scritto più volte (Link: OraIcs Inizio di lungo percorso), 80€ per alcuni possano essere nel complesso davvero poca cosa, non sono risolutivi, lasciano esclusi altri che ne avrebbero ugual diritto (Link, dedica ai piccoli artigiani e commercianti, da me che son dipendente), però sono un tentativo che può portare buoni risultati immediati in termini di aumento di fiducia (indispensabile) e lieve miglioramento dei consumi nel breve, mai intrapreso prima (ed effettivamente il sentiment è un poco migliorato: link ).

Se poi la fiamma si spegnerà con questi 80€ lo giudicheremo giustamente un fallimento, ma nelle dichiarazioni del premier ci sono interventi per le partite iva, gli incapienti, gli artigiani ed autonomi ecc; aspettiamo e per quanto possibile cerchiamo di dare un contributo.

I piani di lungo termine di cui abbisogna l’Italia non si fanno in un giorno, sono complessi e non dipendenti solo dal Governo (tagli spesa, riforme PA, dura lotta evasione ecc), ma vanno a toccare certi gruppi interessati al conservatorismo. Renzi è partito dalla misura di più semplice e di rapida implementazione, agendo su quella fascia di persone alle quali poteva essere facilmente dato un contributo senza dover trovare complesse forme o modificare qualche articolate norma.

Taluni beneficiari potranno anche ostinarsi a dire che si tratta di un’elemosina che, potendo, non accetterebbero, altri invece (sentiti personalmente) ne vedono una grande utilità, ad esempio per coprire l’abbonamento Marradi – Faenza necessario per mandare il figlio alle superiori. Altri ancora che dicono essere state aumentate le tasse altrove, ed in parte potrebbe anche essere vero, possono stare certi sarebbero aumentate ugualmente, anche senza contributo IRPEF; i vincoli di bilancio lasciano pochi margini e per questo è importante l’azione europea del Governo.

Personalmente, da individuo pragmatico, penso matematicamente che su uno stipendio di 1’100-1’200 € 80% sono circa il 6.5-7%; chi di finanza s’intende, mi dica dove posso investire i miei risparmi ottenendo un rendimento costante e certo del genere. Sinceramente lo trovo un “gain” che batte il mercato.

Infine, ed è un dato di fatto, a parlare sono sempre persone o artisti, anche simpatici e credo in buona fede, vedi Crozza, con introiti che se non sono decisamente alti di sicuro non possono definirsi da proletario e che consentono loro di vivere le giornate senza problemi di budget. Molta differenza sussiste tra sapere che c’è gente che non arriva a fine mese ed essere tra coloro che realmente rischiano di non sbarcare il lunario.

Io dico di attendere, giudicare con elementi concreti alla mano, attenzionare i comportamenti in Europa e perdere il vizio di sentenziare a priori in modo disfattista, smettendo di agire, più o meno consapevolmente, a sostegno del conservatorismo che ci sta uccidendo (e che pare abbia fatto fuori il Governo Monti, nell’immaginario di tanti emblema dei poteri forti e del mitico Bilderberg).

02/05/2014
Valentino Angeletti
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Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione

Si è conclusa poche ore fa la visita del Cancelliere Merkel in Grecia. La prima impressione è stata di una Angela molto “accomodante”, come si usa dire per la politica monetaria, e comprensiva nei confronti del popolo greco che non ha fatto mancare manifestazioni di protesta più o meno violente in varie parti della capitale, culminate con l’ordigno piazzato a scopo dimostrativo nei presse della sede della Banca di Grecia.

La Merkel si è detta vicina al popolo greco che ha dovuto accollarsi pesanti sacrifici, in particolare a tutti coloro che hanno perso il lavoro. Ha poi rimarcato come il governo di Antonis Samaras abbia attuato diligentemente i piani di rigore dei conti e dei bilanci portando gli indicatori a migliorare più di quanto si aspettassero. In sostanza la via imboccata è corretta e dovrà portare a lavorare sulla riduzione del debito. Ad Atene ha anche incontrato una delegazione di giovani imprenditori con i quali si è confrontata su svariati temi ed ha assicurato che essi verranno supportati nel rilancio della competitività del paese, elemento fondamentale per l’Eurozona. Nella conferenza congiunta col premer Samaras i due leader hanno poi annunciato lo stanziamento di un fondo al quale contribuiranno con 100 mln di € a testa proprio a sostegno delle piccole e medie imprese e la Merkel ha sottolineato l’importate apprezzamento che ha avuto il primo collocamento post-crisi di Bond greci. Con una domanda pari a 20 volte l’offerta sono stati infatti collocati 3 miliardi di € (ritoccati rispetto ai 2.5 miliardi stimati) ad un rendimento per il titolo a 5 anni del 4.75% passando dal 6.1% del 2010, il decennale invece è passato da un interesse del 44% del 2012 al 5.75%.

Il collocamento dei Bond lascia sì intravedere fiducia, ma fa parte di un meccanismo, quello finanziario, che troppo spesso non rispecchia il reale andamento dell’economia (Link Economia-Politica-Finanza). I capitali in questa fase economica si stanno spostando dagli incerti mercati emergenti, dove insorgono problematiche tra cui l’instabilità politica e monetaria, l’altissima inflazione, le tensioni sociali interne ed il rallentamento delle locomotive come ad esempio Cina (che ha dichiarato con tutta probabilità di non riuscire a centrare i target di crescita previsti per via della diminuzione dell’ export) e Brasile (che si trova di fronte ad un bivio – Link), verso economie più mature, a rischio inferiore (nel caso greco reso ancora più basso dal regolatorio scelto), e redimendo accettabile, come appunto la Grecia inserita in una area Euro in lenta ripresa. I titoli in questione (come tutte le venture emissioni) inoltre sono stai emessi in ottemperanza alla normativa britannica, vale a dire che qualora la Grecia facesse nuovamente default o dovesse ristrutturare il proprio debito le carte del procedimento sarebbero impugnate dai tribunali londinesi che nel 100% dei casi precedenti hanno dato ragione ai detentori dei titoli, costringendo gli emittenti, il governo greco appunto, a pagare. Evidentemente si tratta di un investimento al 4.75% di remunerazione con tasso di rischio ben più basso anche in ottica speculativa; infatti tutte le grandi banche dall’Ingelse HSBC alla tedesca DB hanno fatto da dealer nella collocazione.

La generosità della Merkel può essere interpretata, dai più maliziosi, come che fosse un tour elettorale a sostegno del governo Samaras, filo-europeista, rispetto al partito di sinistra radicale Syriza di Tsipras, più euro-scettico e critico nei confronti della politica tedesca ed europea di austerità. Syriza, secondo i sondaggi, è il primo partito in Grecia ed ha come obiettivo di vincere le Europee e proporsi a negoziare in modo duro con la Germania.

Effettivamente credo che al popolo greco, con una disoccupazione al 26.4% ed un salario decurtato in questi anni del 40%, poco importi del PIL previsto in crescita nel 2015 del 2.6% e degli endorsment della Merkel la quale forse dimentica che il livello di debito greco al 164% del PIL lascia ampiamente aperte le porte di un nuovo default e forse tralascia le condizioni di compromesso che hanno portato molti greci a rinunciare alla cure mediche, al cibo di qualità fino a correre ai banchi dei supermercati ai quali è stato concesso di vendere cibo scaduto a prezzo ridotto.

Assai probabile che la Merkel si stia rendendo conto della difficile prospettiva per l’Europa e per la Germania, che sarebbe profondamente colpita nella sua economia, nel caso di una forte affermazione degli schieramenti anti-europei che stanno avanzando un po’ in tutti i paesi e che potrebbero creare gravi ed imprevedibili instabilità.

L’appoggio alla Merkel però non può e non deve venire gratuitamente, in particolare da parte di quei paesi che più hanno sofferto e pagato la crisi e che non possono accollarsi ulteriori sacrifici. Con l’austerità che si protrae ad oltranza la Germania e gli stati forti hanno goduto e godranno di benefici nel breve, ma saranno inevitabilmente trascinati essi stessi a fondo, soccombendo nella sfida globale. Questo meccanismo non pare ancora totalmente compreso dalla Germania e dai cosiddetti falchi del nord grandi influenzatori della linea politica Europea. Tra gli stati maggiormente creditori verso l’austerità vi sono Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna ed anche Francia.

Particolarmente importante, vista l’incidenza delle tre economie nel contesto europeo e mondiale, sarà un forte asse italo – franco – spagnolo facendo leva sulla presidenza italiana, sulla condivisione di vedute e programmi tra Renzi ed il nuovo Premier francese Valls e con l’appoggio di Schulz, leader del PSE e presente nella grande coalizione tedesca CDU-SPD, molto aperto nei discorsi e con le parole ad una nuova idea di Europa, più vicina alle esigenze delle persone, più alla ricerca di una vera identità unificata e meno soggetta al rigore che pure va preservato.

L’idea di Europa più flessibile, più aperta ai repentini cambiamenti degli scenari economici globali, pronta a leggere ed interpretare contesti avendo la capacità di agire proattivamente, è qui più volte stata reclamata, ed ora pare che tutte le parti politiche, a meno delle fazioni più estreme e nazionaliste, convengano su questa conclusione, forse in ritardo. In Italia a profetizzare una Europa diversa sono tutti i partiti, da quelli maggiori, PD, PDL, NCD ai quelli più piccoli del centro o simpatizzanti destra e sinistra fino a concludere con lo stesso M5S che, mantenendo toni duri e coloriti, non ha più quella propulsione anti Europa che aveva al momento delle sue prime apparizioni. Adesso si limita ad asserire, come più o meno tutti, che vanno ridiscussi i trattati, al massimo avanza l’ipotesi di un referendum nei fatti probabilmente irrealizzabile perché non previsto dalla regolamentazione ed anche qualora fosse indetto la vittoria, per quel che riguarda l’Italia, della permanenza nell’Unione è scontata.

Lato governi nazionali quindi dovranno essere portate avanti le riforme previste nei vari programmi, Renzi in primis, per rilanciare l’economia partendo dal mercato del lavoro, dalla lotta alla burocrazia, dal sostegno alle famiglie ed al credito a privati ed imprese. Su questa linea è anche il FMI, che da Washington, per bocca della Direttrice Lagarde, ha sottolineato l’importanza delle riforme affinché i flebili segnali di ripresa si possano consolidare, ma al contempo sollecita anche la BCE all’utilizzo degli strumenti non convenzionali in modo da sollecitare l’economia reale e dare l’abbrivio necessario per cercare di invertire le tendenze congiunturali che si riflettono anche nel periodo di bassa inflazione, attualmente ad un livello decisamente inferiore rispetto al target europeo del 2%. La Lagarde ha anche ricordato l’importanza di una ridistribuzione della ricchezza, che qui era già stata suggerita a Gennaio, a valle del discorso di chiusura al World Economic Forum di Davos tenuto proprio dalla Direttrice (Link articolo di Gennaio 2014).

La politica monetaria e le misure che la BCE potrebbero mettere in campo avrebbero il compito di innescare la fase di breve termine della ripresa che deve proseguire con l’effetto nel medio e lungo periodo fornito dalle riforme strutturali richieste ai vari stati membri.

In sostanza la strategia che si ritiene vincente per superare questo periodo si articolata a livello europeo con un forte asse transazionale volto a far superare l’approccio rigorista fino ad ora imposto da Germania ed assecondato da Bruxelles e col favorire l’accesso al credito tramite una regolamentazione bancaria unica; a livello nazionale con un piano mirato di riforme strutturali volto principalmente a sostenere lavoro, consumi ed imprese; sul piano monetario attraverso uno stimolo non convenzionale di QE o sostegno alle PMI tramite la cartolarizzazione dei loro debiti in modo da iniettare liquidità direttamente nel sistema economico, che non ha la pretesa di risolvere il problema ma di sostenere il sistema nel mentre si attendono i risultati strutturali del processo riformatore.

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Morando Renzi, Villa D’Este Cernobbio

11/04/2014
Valentino Angeletti
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La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Non serve approfondire ulteriormente la desolazione che i dati sul lavoro in Italia conferiscono al lettore, bastano i crudi numeri, 13% di senza lavoro che salgono al 42,3% nella fascia di età tra 15 e 24 anni, 3,3 milioni di persone in cerca di occupazione ed incapaci di trovarla, il dato è il peggiore dal 1977, ma solo perché da quell’anno iniziano le rilevazioni ISTAT, in realtà è stato stimato che per avere un valore simile si debba tornare agli anni 50.
Da Londra Renzi, dove è in visita presso istituzioni ed investitori e dove ha raccolto anche la stima di Cameron, non ha potuto soprassedere la notizia tanto da spostare il discorso ed i contenuti delle interviste dal piano di riforme proprio verso il lavoro ed il Jobs Act.
Il provvedimento “Jumpstart Our Business Startup” si propone di rendere il mondo del lavoro più flessibile, meno soggetto alla burocrazia, le assunzioni più semplici e meno onerose tramite sgravi per le imprese, di eliminare i vincoli per il rinnovo dei contratti in modo da avere continuità nella permanenza in azienda, di inserire nuove forme di apprendistato, il tutto per far fronte ad un ormai innegabile cambiamento che si è consolidato e che richiede ai lavoratori di adattarsi, di essere propensi alla riqualificazione ed al reimpiego, di essere sempre pronti ad imparare ed a cambiare attività assecondando un mondo in inarrestabile evoluzione; stessa flessibilità andrà richiesta alle aziende, alle associazioni datoriali e sindacali in modo che più della difesa degli interessi si impegnino per una collaborazione produttiva. Lavoratori (e sindacati) ed aziende non dovrebbero essere nemici, ma parte di un medesimo ingranaggio dal cui funzionamento dipende il benessere ed il prosperare di entrambi.

La flessibilità è il modello seguito nella dinamica Gran Bretagna, dove il problema dell’occupazione non sussiste, anzi spesso vi è carenza di personale, perché però la flessibilità non si trasformi in elemento ricattatorio o abusato è necessario, come accade in UK ove sono stati fatti tagli importanti nel settore pubblico impattando minimamente sui lavoratori, che l’economia sia dinamica, crei costantemente nuove opportunità di impiego, offra adeguati strumenti formativi e di riqualificazione supportati dal contributo dello Stato e rispondenti alle reali esigenze di mercato abbandonando il concetto di ammortizzatore sociale statico e neutrale, offra adeguate retribuzioni, corretti avanzamenti di carriera e prospettive e sia necessariamente basato sul merito e sulle capacità.

La dinamicità economica e quindi la creazione di posti di lavoro, come abbiamo ripetuto più volte in questa sede, non si possono creare per decreto, che pure può essere un acceleratore, ma necessitano di condizioni specifiche. Nel caso italiano ad ostacolare il nascite di opportunità lavorative è la scarsissima domanda ed il calo dei consumi che hanno ridotto le produzioni e quindi la necessità di manodopera (senza differenze particolari tra per operai, impiegati e quadri).
Le azioni volte a sostenere il mercato del lavoro devono essere concentrate sulla ripartenza dei consumi e delle produzioni.
Si deve cercare di incrementare la quota dell’export, grazie al quale molte aziende sono sopravvissute o neppure hanno sentito la crisi, ampliandola a quei settori ancora chiusi, con una filiera distributiva ridotta e bassa visibilità oltre confine, che indubbiamente sono molti nel nostro paese; si deve cercare di incrementare il potere d’acquisto agendo sulla riduzione delle tasse, sul cuneo fiscale e sgravando, come detto precedentemente le imprese, ma questo punto è estremamente complesso poiché servirebbe un incremento netto dei salari di almeno un 15% affinché si possano avere effetti realmente benefici sui consumi e come sappiamo il reperimento di risorse nelle condizioni in cui si trova l’Italia e con i vincoli europei in essere è estremamente complesso, inoltre i tagli della spesa dovranno essere concentrati principalmente sulla riduzione del debito piuttosto che su quella delle tasse; devono essere destinate risorse agli investimenti produttivi, ad infrastrutture grandi e piccole, principalmente cantierabili nell’immediato, allo sviluppo di poli e distretti tecnologici nei campi più innovativi ed attrattivi anche per i capitali esteri (energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, efficienza e risparmio energetico, energia, riqualificazione di territori e scuole, turismo, edilizia eco-compatibile, tecnologie industriali avanzate, tecnologie anti inquinamento, telecomunicazioni ed ICT, internet ed e-commerce/business), a tal scopo la possibilità di avere più tempo per rispettare in vincoli europei, che rimarrebbero immutati, (eventualità sostenuta da tempo in questa sede) avanzata velatamente all’Econfin dal Ministro Padoan, è un’ipotesi da far valutare all’EU che continua a rammentarci di proseguire con il risanamento e con la disciplina di bilancio; si deve incrementare l‘apertura a partnership ed investimenti stranieri, anche in settori totalmente o parzialmente pubblici qualora per assenza di risorse lo Stato non sia capace investire e di ingrandire i propri campioni industriali; infine, assecondando quanto già sottolineato più volte nei precedenti pezzi in questo blog, sufficienti risorse devono essere destinate ad innovazione, R&D, utilizzo intelligente in azienda delle nuove tecnologie, perché non è affatto vero che le nuove tecnologie sostituiscono il lavoratore, ma semplicemente creano la necessità di persone con competenze differenti per un loro ottimale utilizzo ed ancor prima per il loro sviluppo e produzione.
Le aziende che hanno saputo mantenere alto i livelli di innovazione e spesa in R&D sono quelle che hanno anche resistito alla crisi e questo è stato un punto che al convegno “Il Capitale Umano” di Bari ha messo d’accordo il Governatore di Bankitalia Visco, i Sindacati e Confindustria.

Oltre alle indispensabili modifiche normative che devono essere apportate al mondo del lavoro è dunque assolutamente necessario intervenire rapidamente a sostegno dell’economia in modo che, già a partire dal breve termine ma con prospettiva più lungimirante, vi sia un contesto di dinamicità ove poter applicare, valutare ed eventualmente revisionare la nuova regolamentazione; in caso contrario l’obiettivo del 10% di disoccupazione fissato dal Premier Renzi per il 2018 sarà difficilmente raggiungibile.

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01/04/2014
Valentino Angeletti
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Bacchettate Europee: una dura sfida

Bacchettate dall’Europa all’Italia, titolano molti giornali. Effettivamente i richiami al nostro paese proferiti da Olli Rehn sono pesanti ed insistenti, ma ciò non implica che siano fuori luogo. Le premesse al breve ragionamento che affronteremo sono due, la prima ed ovvia è che il Governo Renzi è sostanzialmente incolpevole per questi richiami vista la sua giovinezza, la seconda, ancora più ovvia, è che al doveroso e profondo “mea culpa” che deve fare l’Italia, o meglio la linea politica che i governi passati hanno deciso di intraprendere, si deve affiancare un altrettanto profondo “mea culpa” dell’Unione, che, dopo aver deciso di adottare fin dall’inizio un approccio ferreo, austero e dalla dubbia efficacia in periodi di forte recessione, ha perseverato non modificando la propria impostazione e rimanendo assoggettata alle richieste ed alle linee di azione tedesche principalmente, ma in generale di tutto il virtuoso nord Europa che in ultimo ha iniziato pian piano a saggiare qualche segnale di crisi. Ciò detto la situazione del nostro paese è difficilissima, il PIL è tornato ai livelli del 2000 segnando nel 2012 -2.4% e nel 2013 -1.9% contro una previsione di -1.7%. Il debito pubblico ha raggiunto il record senza precedenti del 132.6%, la disoccupazione tra il 42 ed il 43% e quella giovanile oltre il 12 e punta al 13 nell’anno in corso, con picchi rispettivamente di oltre il 50% ed il 25% a seconda delle regioni geografiche e del genere (le donne del sud sono le più svantaggiate). Numero spaventosamente da record è anche quello delle aziende che ogni anno falliscono. Vero è che lo spread è attualmente sotto 180 pti base, ma i meccanismi che regolano la finanza, nel bene e nel male sono solo marginalmente legati alla realtà economica e politica. La stabilità di un paese affinché i mercati siano positivi è necessaria ma non sufficiente quindi, è corretto compiacersi di un basso spread (in ogni caso poco più alto di quello spagnolo) e quindi di minori interessi, ma non può essere l’unico parametro (i mercati e la finanza sono in un periodo particolare: Link).

A fronte di dati macroeconomici paurosi non sono state prese le contromisure necessarie in grado di apportare qualche risultato immediato e soprattutto indirizzare il futuro verso una rotta più promettente, ma l’inviluppamento ha continuato e probabilmente continuerà ancora perché il tempo, ed in tal caso il ritardo accumulato, è un fattore imprescindibile e non recuperabile. I consumi sono costantemente in calo, il potere d’acquisto anche, la sofferenza delle famiglie, così come il numero di indigenti che rinunciano a cure mediche e risparmiano sull’alimentazione in continuo aumento. L’occupazione non ha subito miglioramenti, la burocrazia non è stata ridotta , l’evasione rappresenta un pesantissimo fardello e la pressione fiscale sul lavoro e sulle persone è superiore a quella degli stati nordici, ove il livello dei servizi ed il welfare è eccelso. Ogni necessità di copertura più o meno imprevista come la CIG (che dovrà essere ripensata affinché sia sostenibile), la scuola, la ricerca ecc hanno necessitato di coperture non presenti, tanto da ricorrere alle solite clausole di salvaguardia, come accise o aumenti su bollette. La spesa pubblica è elevatissima e non è stata ridotta nonostante i tentativi dichiarati. La strategia di alcune aziende in difficoltà è stata quella di competere sui prezzi tagliando stipendi o addirittura licenziando e ricorrendo gli ammortizzatori sociali andando così ad alimentare un circolo vizioso, preludio di deflazione della quale in contesti europei non si ha più così paura di parlare, anche se solo in termini “spettro” (Link Elettrolux).

I privilegi sono stati intaccati minimamente e la ridistribuzione della ricchezza non è avvenuta, anzi l’indici GINI continua a crescere, facendo dell’Italia uno dei paesi più diseguali in assoluto (dietro solo ad Usa ed UK) e dove il 10% della popolazione detiene il 49% della ricchezza complessiva che ammonta a circa 8’000 miliardi di Euro.

Le riforme, anche quelle più storicamente urgenti non sono state fatte e si sono trascinate, col rischio che in ultimo, agendo di fretta, si abbozzino soluzioni posticce. La tassazione non è stata spostata dal lavoro, dalle persone e dalle imprese verso i consumi ed i patrimoni, come richiesto da Bruxelles. Non siamo in grado di impiegare i fondi strutturali europei, siamo primi per procedure di infrazione, le PA non riescono a pagare tempestivamente i propri debiti, non abbiamo presentato in tempo il piano di spending review che dovrebbe essere quasi una panacea di tutti i mali e pare infine che anche l’ EXPO2015 sia in ritardo e necessiti di ulteriori fondi. Inevitabilmente tali fattori contribuiscono a far si che a Bruxelles preferiscano prendere con le molle ogni nostro proposito.

La competitività delle aziende italiane, principalmente per il costo del lavoro e dell’energia è in fondo alla classifica europea così come quella dell’innovazione essendo assenti investimenti proprio per mancanza di liquidità nelle imprese ed il poco credito che le banche concedono va a coprire le spese correnti. L’unico settore che va mediamente bene sono le esportazioni, ma non riusciamo ancora a sfruttare tutto il potenziale in termini ad esempio di turismo, arte, made in Italy, lusso, manifattura di precisione e via dicendo.

Gli ultimi Governi non possono essere esenti da colpe, non hanno saputo apportare soluzioni, anche politicamente forti ed in contrasto con alcuni partiti, privilegiando soluzioni estemporanee ed i cui effetti sarebbero svaniti quasi immediatamente. Lo stesso dicasi per i rapporti di forza che, si prenda ad esempio il caso IMU, sono stati animati più da attriti ed interessi particolari che da cooperazione per il bene del paese. Va poi sottolineato che molto dell’impegno degli Esecutivi è stato rivolto, ed in tal senso siamo stati virtuosi, a rispettare i parametri ed i vincoli imposti dall’Europa, ma precedentemente votati dagli scorsi Governi, senza cercare di rinegoziarli almeno un minimo, anche solo in termini di più tempo. Del resto non sarebbe stato semplice poiché la risposta sarebbe probabilmente stata di agire e riformare internamente e solo dopo pensare a qualche concessione.

Ieri dunque l’Europa, a dire il vero senza sorprese, ha ribadito la lentezza italiana nell’attuare le riforme e l’eccessivo squilibrio tra debito ai massimi storici e crescita del PIL ai minimi dal 2000. In questa classifica siamo ultimi assieme a Croazia e Slovenia che sono new entry in Europa e non certo un membro fondatore come invece lo è il nostro paese. Come se non bastasse la legge di stabilità per il 2014 non è stata ritenuta sufficiente. Moniti sono stati rivolti anche a Germania per l’eccessivo surplus commerciale (+6%) indice che i consumi interni sono troppo bassi rispetto alle esportazioni ed alla Francia, che vive una situazione economico e politica non semplice (forte ascesa degli anti-europeisti di Le Pen), ma con un debito ed una situazione generale pre crisi molto migliore della nostra. Hanno passato l’esame, applicando le riforme suggerite, la Grecia, il Portogallo (commissariate dalla Troika) e la Spagna (El Pais ha titolato che la nuova malata d’Europa e l’Italia); sinceramente non so quanto convenga essere promossi ma aver vissuto e vivere contesti sociali come Grecia e Portogallo dove gli stipendi e le pensioni sono state decurtate pesantemente e la gente ha già oltrepassato l’orlo della fame.

Oltre alla legge elettorale ed alle scuole il vero compito del Governo Renzi sarà quello di lavorare tantissimo in Europa, dimostrare di essere in grado di recepire le loro linee guida in modo rapido ed incisivo prendendo decisioni politiche e non di compromesso, accollandosi il rischio di scontentare qualche fazione, stringersi al PSE ed in particolare all’SPD di Schulz in modo da poter esercitare pressioni anche sulla Germania che forse sono ancora più pesanti che quelle dirette a Bruxelles. Per fare ciò deve impegnarsi di fino e sottilmente, intessere importanti rapporti oltralpe, rinnovare radicalmente la classe dirigente, innestando, a fianco dei competenti e di coloro che hanno lavorato bene, persone provenienti dalla società civile e da ogni estrazione sociale, in modo da dare il segnale che la meritocrazia esiste, ricreare i sogni e le ambizioni delle persone ormai disilluse, ricreare il concetto del self made man e di scalata sociale che è colei che anima, assieme ad una leggera disuguaglianza, la crescita. Dovrà sfruttare e convogliare quell’energia e quelle potenzialità presenti in tanti giovani e meno giovani di cui il nostro paese è pieno (si veda il nuovo CFO di Apple o il consigliere do Obama).

Il compito non è facile e nessuno fino ad ora è riuscito ha svolgerlo degnamente o perché interessato al mantenimento dello status quo o perché impotente di fronte ad un meccanismo ingessato e protezionista nei confronti delle proprie posizioni privilegiate, ma è l’unica via affinché si possa pensare seriamente di uscire dal mix di congiunture più o meno storiche che ci hanno confinato in una situazione sempre più compromessa ed alla quale non solo non siamo venuti a capo, ma non abbiamo neppure pensato ad un piano per affrontarla concretamente.

06/03/2014
Valentino Angeletti
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