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Mi spiace sinceramente, ma sulla ricchezza degli italiani il pressapochismo di Renzi a Bersaglio Mobile non è tollerabile nell’attuale contesto sociale

Senza far trasparire alcun, seppur minimo, dubbio, negli ultimi giorni abbiamo avuto modo di sentire, dalla bocca del Ministro Padoan e, con una sicurezza quasi sconfortante, dello stesso Renzi, proprio nelle scorse ore intervistato a Bersaglio Mobile dal bravo Enrico Mentana e dalle altrettanto lodevoli Gaia Tortora ed Alessandra Sardoni, numerose manifestazioni di ottimismo sulla situazione economica italiana e sulla ricchezza (disponibilità di danari su conti bancari) dei nostri concittadini.

Il Ministro Padoan, al solito, si è mostrato più pacato, ma ha comunque tenuto a sottolineare come, pur non dovendo cadere nell’errore di abbassare la guardia, la recessione sia terminata e ciò sarebbe dimostrato dal miglior dato sul PIL dal 2011 a questa parte, vale a dire il +0.3% riferito al Q1 2015 rispetto al trimestre precedente (che scende a 0 se confrontato col medesimo periodo del 2014 -link di approfondimento-).

Decisamente meno moderato invece il Premier Renzi, che non ha nascosto il suo entusiasmo nell’affermare, su La 7 nel salotto di Mentana, che l’Italia è uscita dalla crisi, che le persone si stanno arricchendo e che quello che manca è solamente la fiducia nel futuro. A detta del Premier, la dimostrazione della sua sentenza è l’aumento dei depositi bancari che starebbe a significare che la ricchezza c’è, mentre a latitare sarebbero consumi e spesa, proprio per mancanza di fiducia da parte dei potenziali consumatori. La fiducia, come abbiamo ripetuto più e più volte, è un elemento fondamentale nel traghettare fuori dalla crisi ed è effettivamente vero che, qualora mancasse, sarebbe assente un elemento basilare per la ripresa economica ed in particolare dei consumi, soprattutto di lungo termine e dei beni durevoli.

Detto ciò però, l’affermazione del Presidente del Consiglio sembra un po’ azzardata e semplicistica, come del resto lo è quella riferita alla diminuzione del numero di cassa integrati e del calo del ricorso a questo ammortizzatore sociale da parte delle aziende. Per Renzi il dato è molto positivo, e così sarebbe se non fosse che in realtà tale diminuzione sembra sia causata non tanto dall’aumento di lavoro, che continua a non sussistere, essendo la drammatica percentuale dei disoccupati costantemente attorno al 13% con picchi del 42-43% per gli under 24, quanto dalla fine dei fondi allocati alla cassa integrazione che necessitano infatti di un rifinanziamento. Un presidente dovrebbe essere più cauto quando proferisce simili parole, perché potrebbe causare indignazione, a parte nei nemici giurati: “I Sindacati”, in coloro che sono coinvolti, loro malgrado, in questi meccanismi, siano essi lavoratori che imprese.

Tornando invece all’ottimismo riguardo all’uscita dalla crisi va detto che l’incremento dei depositi bancari che il Premier ha distribuito in modo lineare su tutta la platea degli italiani pare non essere così omogeneo, anzi pare non esserci affatto.

Gli ultimi dati diramati dall’Ocse confermano una tendenza consolidata già da molti anni e che, nonostante le belle parole, i buoni propositi e le promessi di impegni concreti delle istituzioni, si è stati incapaci di arginare: i ricchi stanno diventando sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, in altri termini si acuisce il divario sociale in modo sempre più accentuato e preoccupante, con classi sociali sempre meno valicabili, una mobilità sociale inesistente ed una classe media che sta perdendo le certezze che la facevano un motore economico, relegandola sempre più vicino alle soglie di povertà certificata e quindi sicuramente con meno capacità e volontà di spesa rispetto a periodi più rosei e certi (per approfondimenti sui rilevamenti OCSE, che smentiscono in toto l’affermazione del Premier di rimanda al link del sole 24 ore). Se il fenomeno è comune in tutta Europa, lo è ancora più marcatamente in Italia. Va detto che il problema dell’uguaglianza sociale non è nuovo, anzi sono anni che lo si addita come elemento di disaffezione nei confronti delle istituzioni, europee in particolare, dei partiti, della politica di austerità, ed ha contribuito a creare tensioni sociali notevoli, tumulti, a cominciare dalla Grecia e Spagna, i movimenti degli Idignados, di Occupy Wall Street, di partiti come Podemos, UKIP e movimenti populisti o xenofobi.

Già si scrissero vari pezzi e riflessioni in merito, riportiamo di seguito solo alcuni:

  1. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/2013
  2. Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/2014
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/2014
  4. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/2014
  5. Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama 20/01/2015

Evidentemente siamo di fronte alla dimostrazione di come ci sia stata totale incapacità (o volontà, o interesse?) di affrontare concretamente il problema della diseguaglianza. Da quelle date, da quei banali scritti segnalati, datati 2 anni circa or sono, nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata, e ciò lo ha certificato il Censis prima e l’Ocse poi. Come è possibile quindi affermare, come ha fatto con leggerezza il Premier, peraltro senza un briciolo di contraddittorio, che in Italia i soldi ci sono e che il problema è l’assenza di fiducia che non induce i benestanti depositari di buoni conti bancari a spenderli? Se soldi ci sono sono nelle mani di pochi, un 10-20% della popolazione, i soliti noti, incolpevoli se si sono arricchiti con lavoro e nella legalità, che può spendere in consumi di nicchia, che forse neppure ha ridotto esageratamente i propri consumi e le proprie abitudini non avendo forse sentito gli effetti della crisi; che compra beni particolari, le cui produzioni limitate non sono in grado di trainare economia, consumi interni, lavoro e reddito diffuso. Simili approssimazione e pressappochismo, nella condizione e nel contesto sociale che dobbiamo affrontare, non son tollerabili, mi spiace sinceramente.

Va dato atto al Premier che il Governo ha lavorato, con il Jobs Act, per cercare di combattere un elemento altamente legato alla povertà in Italia, come è possibile leggere nell’articolo del Sole 24, che è quello del lavoro atipico. Se l’efficacia sarà quella desiderata e necessaria va ancora dimostrato, in ogni caso lo sforzo in quella direzione c’è stato.

Guardando poi la situazione attorno a noi, ci si accorge che essa è tutt’altro che semplice. Il Governo, talvolta incolpevole perché ereditiero di problemi pregressi, ha dovuto affrontare la tegola della sentenza della Consulta sulle pensioni costata al momento 2’180 milioni di €, che ha risolto a mio avviso in modo parziale, perché ritengo che la Corte, a valle dei ricorsi in arrivo, dovrà pronunciarsi nuovamente. IN aggiunta a ciò ora dovrà affrontare il mattone proveniente da Bruxelles che non ha dato il via libera alla reverse charge sull’IVA, il cui pagamento avrebbe dovuto passare dai fornitori al settore della Grande Distribuzione. Il costo ammonterebbe a 728 milioni di €, che, stando alla legge di stabilità, in tale situazione dovrebbero essere ricavati dall’aumento delle accise sui carburanti, ipotesi smentita dal MEF, intenzionato a reperire le risorse mancati dalla lotta all’evasione (ma sappiamo come queste entrate aleatorie poco piacciano alla Commissione che preferisce le ben più stabili imposte sui consumi, come le accise o ancor meglio gli aumenti dell’IVA).

Estendendo lo sguardo in Europa prendiamo atto delle difficoltà persistenti. L’Eurozona cresce, ma ancora lentamente, afferma il Governatore BCE Draghi.  Una crescita non tale da sostenere una ripresa con le basi strutturali necessarie per aumentare gli investimenti e per creare nuovo lavoro. La crisi greca sembra ancora lontana da una soluzione, la stessa Merkel ha detto che la risoluzione non è ancora visibile, mentre Tsipras, come al solito, si è mostrato più ottimista dicendo che la Grecia è aperta al dialogo ed a risolvere la situazione senza però incorrere negli errori del passato. Tale affermazione vuol dire tutto e nulla, perché quelli che per Alexis Tsipras sono errori del passato, per il Bruxelles Group sono proprio i passi richiesti. L’ipotesi di un default greco, con permanenze di Atene nell’Euro, sembra ormai solo questione di tempo, evidentemente una simile circostanza, pur non comportando l’uscita, che sarebbe devastate, dalla moneta unica, contribuirà a ridurre l’autorevolezza europea, già ai minimi livelli, nei confronti degli interlocutori mondiali, come USA, Russia, Cina; inoltre è assai probabile che contribuisca ad aumentare la disaffezione dei cittadini europei che si sentono sempre meno parte di un progetto che alla luce dei fatti è incapace di portare benessere diffuso e distribuito, uguaglianza, ed è impotente di fronte ai complessi problemi, all’ordine del giorno nel mondo moderno e globalizzato, come il terrorismo, i grandi flussi migratori, le tensioni tra gli stati confinanti come Russia ed Ucraina, tutti messi in secondo piano rispetto a slanci protesi alla protezione dello status quo, in particolare da parte degli Stati più forti e potenti. Probabilmente ciò porterà conseguenze alle venture elezioni spagnole e nel referendum sulla permanenza in Europa del 2017 in UK che ha consentito la vittoria dei Conservatori (Link)

La condivisione del rischio, dei problemi, il contributo secondo il principio di cooperazione e proporzionalità, per risolvere situazioni complesse che comportano nell’immediato una spesa progressiva, commisurata alla loro potenza e ricchezza, tra i paesi membri, ma benefici e stabilità strutturale per tutta l’Unione nel lungo periodo, è utopia ancora lontana, nonostante sia un caposaldo ricordato anche da Draghi nel suo ultimo intervento (Link), e soprattutto elemento imprescindibile dalla sopravvivenza del progetto Europeo come intesero i padri fondatori.

Altro che abbondanza di soldi, ripresa già in atto e bloccata solo dalla mancanza di fiducia…

La fiducia non c’è spesso per motivate ragioni e la situazione è assolutamente assai complessa e non riassumibile con una banale parafrasi del tipo:

“Fidiamoci, speriamo e spendiamo che da domani arriva il sole…..”

23/05/2015
Valentino Angeletti
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PIL Q1 2015 +0.3%: molto bene, ma approfondendo si scopre uno scenario molto più complesso

Non è intelligente nè razionale voler ad ogni costo, in modo sospettosamente prevenuto, esibirsi nell’inutile pratica di sminuire o minimizzare qualsivoglia dato per affossare questa o quella parte politica, questo o quel personaggio, cercando letture, talvolta dietrologiche, asservite al proprio pro. I dati sono oggettivi, l’analisi può essere varia e più o meno approfondita o parziale. Non v’è dubbio che l’incremento del PIL Q1 2015 rispetto al trimestre precedente dello 0.3%, che ha sorpreso positivamente battendo di 0.1% (proprio l’ammontare del tesoretto) il consensus, va accolto con piacere, del resto è il miglior dato dal 2011. Non è molto, ma, volendo  essere estremamente pragmatici e lapalissiani, meglio più che meno.

Detto ciò non è neppure corretto non spingersi in una analisi minimamente più approfondita, prendendo per oro colato ogni comunicazione mediatica che viene dai mezzi stampa, dalla TV, dai TG o dagli utilizzatissimi social network.

Va ricordato che la crescita su base annua (y/y) per l’Italia non c’è. Essa si attesta allo 0%, il che comunque ci colloca fuori dalla recessione. Rispetto agli altri stati europei con cui usualmente ci confrontiamo, l’Italia rimane indietro, infatti la Spagna, vero termine di paragone, fa segnare +0.9% rispetto al trimestre precedente, la Francia +0.6% e la media UE 28 è del +0.4%. Magra consolazione il fatto che la Germania deluda le previsioni con lo stesso dato dell’Italia, +0.3%, perché le situazioni sono estremamente differenti. La Germania viene da un periodo di crescita che ha visto il PIL aumentare in valore assoluto e quindi, rispetto ai periodi arretrati, anche questo rallentamento della crescita rappresenta comunque un incremento di qualche “briciola” di PIL. Per l’Italia invece vale il contrario, gli ultimi anni sono stati di decrescita costante del Prodotto Interno Lordo, il che vuol dire che esso è calato come somma complessiva. Pertanto, anche se un dato simile si ritrova solo nel 2011, rispetto a quell’anno il valore nominale del PIL è più basso, così come non v’è stata crescita in termini assoluti rispetto ad un anno fa. Sembra una ovvietà quella appena spiegata, ma, quando si trattano dati differenziali, è sempre bene tenere a mente questa precisazione.

La finestra presente in questo periodo, come da tempo si sottolinea, è di quelle irripetibili, da cogliere senza ritardi perché potrebbe restringersi da un momento all’altro. I fattori concomitanti di QE, prezzo del greggio basso, Euro debole, tassi ai minimi e conseguente basso costo del denaro, creano tutti i presupposti per far galoppare l’economia, la produzione interna, gli investimenti, il credito e le esportazioni. Sul QE vi sono inoltre le rassicuranti parole del Governatore della BCE Draghi, che, dalla sede FMI di Washington, ha evidenziato come gli effetti del QE siano stati addirittura più positivi del previsto e che non c’è affatto intenzione di interromperlo. Sappiamo quanto Draghi ha dovuto lottare strenuamente con Merkel, Schauble, Weidmann e lo stormo di falchi al seguito per poter avviare tale misura e che probabilmente, se avesse potuto decidere in autonomia, avrebbe avviato l’iniezione di liquidità ben prima, così da porre tempestivamente un argine più solido al trabordare della crisi. Il Governatore ha rincarato ulteriormente la dose, affermando che è necessario che la liquidità sia rivolta in quantità maggiore verso imprese ed investimenti. Questa frase è molto forte e può trovare attuazione seguendo due strade: la prima, non banale in quanto probabilmente la BCE non ha mandato per agire in tal modo, è un cambio di strategia della Banca Centrale Europea, che, seguendo il modello statunitense della FED, potrebbe decidere di convogliare la liquidità direttamente alle imprese senza l’intermediazione bancaria, che in passato tanto ha speculato con i denari di Francoforte; la seconda via invece è in capo ai singoli Stati ed ai singoli Governi nazionali, i quali hanno il compito di attuare tutte quelle riforme, economiche ed istituzionali, necessarie a consentire lo sblocco del credito, la ripartenza degli investimenti, nazionali ed esteri, e la creazione di nuovi posti di lavoro. In parole semplici, ma efficaci, se fino ad ora il cavallo aveva fin troppa acqua ma non ha avuto voglia di bere, adesso è il momento che invece cominci a dissetarsi, e copiosamente, perché i sintomi della disidratazione sono già preoccupantemente avanzati.

Tornando al positivo dato del +0.3% di PIL, esso è trainato, finalmente, anche dal mercato interno, mentre, in modo del tutto strano visto l’Euro debole, il mercato esterno ha subito un rallentamento. I settori trainanti sono stati agricoltura ed industria, con automotive e farmaceutica sugli scudi, mentre rimangono al palo i servizi. Una ripresa di produzione interna è sicuramente un bene, ma sorge il dubbio che le imprese, contrariamente al sistema Paese nel suo complesso, stiano sfruttando in modo migliore la finestra congiunturale e gli incentivi per la trasformazione dei contratti di lavoro da precari a tempo indeterminato, con tutte le modifiche e restrizioni dovute alla riforma del Jobs Act attuata dall’attuale Esecutivo. La aziende potrebbero aver deciso di utilizzare i vantaggi, come il basso costo del denaro ed il credito a tassi minimi, per ripristinare le scorte che potrebbero essersi esaurite in questi quattro anni in cui c’è stato quasi un blocco totale delle produzioni e conseguente lento svuotamento dei magazzini. Se così fosse allora il dato sarebbe viziato da una produzione estemporanea che non rispecchia il reale futuro andamento tendenziale dei consumi, vero traino della produzione industriale e degli investimenti.

Poco dopo il dato sul PIL, è stato confermato il ritorno alla deflazione e diramato anche il livello, in valore assoluto, del debito italiano. Esso ha raggiunto il nuovo massimo storico di 2’184 miliardi. Si tratta stavolta non di un dato percentuale differenziale, ma del numero assoluto che funge da numeratore al rapporto Debito/PIL che anche per il 2015 è previsto in aumento, in coerenza con i dati appena emessi.

Infine vi è un’altra tegola non da poco: la sentenza della Consulta in merito al rimborso ai pensionati del blocco della perequazione delle pensioni al costo della vita. L’Esecutivo ed il MEF stanno cercando alacremente una soluzione che potrebbe arrivare o per decreto nei prossimi giorni, o dopo le elezioni, per ovvi non detti motivi elettorali, o ancora in autunno, in concomitanza con la nuova legge di stabilità. La soluzione che al momento pare più plausibile è quella di un rimborso parziale per le sole pensioni più basse (il limite è in discussione) e forse relativo ad un solo anno. Anche questa decisione però potrebbe non essere costituzionale perché, secondo il parere di esperti, il diritto tecnico estenderebbe, indistintamente a prescindere dall’ammontare della pensione, a tutti i pensionati coinvolti (pensione oltre 3 volte il minimo) il diritto di rimborso, inoltre dal momento che la Consulta si pronuncia, il diritto è già costituito e da applicarsi. Un rimborso totale richiederebbe risorse per circa 16-19 miliardi di €, mentre il Governo vorrebbe limitare a circa 2 miliardi l’esborso, in modo da non eccedere i parametri europei che, assieme alle riforme, Bruxelles vuole rispettati per concedere i margini di flessibilità concordati (pur rimanendo nei patti).

Dietro un buon dato, come il +0.3% di PIL, si celano in realtà una molteplicità di aspetti ed analisi da affrontarsi per non cadere in una lettura superficiale e parziale. Proprio per questo, facendo eco al presidente di Confindustria Squinzi, sia Padoan, che, contrariamente a quanto sua consuetudine, Renzi hanno mantenuto la calma, ricordando giustamente che il dato è buono ma ancora fragile ed inserito in un contesto, che abbiamo cercato di illustrare, permanentemente complesso. Inoltre il dato è probabile che in silenzio fosse già atteso dai tecnici del MEF, visto il valore del tesoretto esattamente corrispondente all’aumento inatteso.

Lo scenario rimane persistentemente incerto, ma questo, nonostante gli scontri politici e le regionali alle porte, è il momento da sfruttare assolutamente per portare a compimento le riforme economiche, applicarle ed attendere che, dopo il ritardo fisiologico a valle della loro attuazione, portino risultati all’economia reale.

Valentino Angeletti
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Varoufakis all’Eurogruppo di Riga non ha Riga(to) dritto: clima teso soluzione greca lontana. Legge elettorale: potenziale fattore di instabilità in Italia. Lo scenario europeo potrebbe risentirne.

Mario Draghi, Governatore BCE, assieme al Presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, non lasciano trasparire distensione e tranquillità

Mario Draghi, Governatore BCE, assieme al Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, non lasciano trasparire distensione e tranquillità

L’opinione che par essere condivisa da gran parte dei media, dalle istituzioni politiche ed economiche, dai Governi e dall’Unione Europea, è che il periodo di crisi stia volgendo verso una fase di inversione. Effettivamente qualche segno c’è e le congiunture macroeconomiche sembrano rimanere complessivamente favorevoli: il QE è stato avviato, il petrolio si mantiene basso, il sistema bancario pare aver raggiunto livelli di stabilità superiori rispetto agli anni più bui della recessione, l’inflazione/deflazione, pur con rilevanti differenze geografiche, pare aver allentato la morsa, il PIL, anche in tal caso con notevoli differenze tra zona e zona (USA, UK, Germania, ma anche Spagna, in gran spolvero, Italia ancora debole), dà segni positivi, il mercato del lavoro sembra timidamente ripartire anche in Italia, benché sia probabile, come accaduto per i primi due mesi del 2015, si tratti ancora di stabilizzazioni di contratti rispetto a nuove assunzioni (Link), del resto l’industria nostrana, conferma ne è il caso Indesit-Whirpool, stenta a ritrovare la fiducia massiva necessaria ad ampliare organico e ad impegnarsi in investimenti di medio-lungo termine.

Ciononostante, cercando di approfondire meglio il contesto complessivo, segni che potrebbero portare ad un qualche scossone economico, quantomeno nell’aera Euro vi sono. Taluni evidenti, altri meno.

Come avevamo già messo in guardia (LINK), la questione greca si sta dilungando in modo eccessivo, adesso, a valle dell’Eurogruppo di Riga, i nervi paiono a fior di pelle e le dichiarazioni hanno perso il carattere confortante e diplomatico delle settimane scorse. Avevamo già detto che sarebbe stato difficile se non impossibile, viste le intenzioni di Varoufakis, di giungere ad un accordo in questo Eurogruppo, e ciò ci fa sospettare che la liquidità, poca, a disposizione di Atene e reperita andando a racimolare ogni briciola disponibile (trasferimento all’ente centrale della liquidità di enti locali è misura del governo Tsipras di qualche giorno fa), possa consentire allo stato Ellenico di giungere sino a giugno sia per stipendi e pensioni che per il rimborso delle tranche di aiuti ricevute e che nei mesi di maggio-giugno ammontano complessivamente a 2.5 miliardi di Euro.

Le istituzioni ed i colleghi europei di Varoufakis pare che ormai abbiano perso i toni dialoganti, ed avrebbero, secondo Bloomberg, definito il ministro Greco come un:

“Professore perditempo, giocatore d’azzardo, in sostanza un dilettante”.

Lo stesso Draghi ha ripetuto più volte piccato che il tempo, agli sgoccili, sta scadendo e gli fa eco il ministro Schauble che, ancora più pragmatico, fa notare come il tempo avrebbe dovuto essere limitato, e l’avvicinarsi di questo termine ultimo (probabilmente da suo punto di vista già oltrepassato abbondantemente) sarà messo di fronte ai Varoufakis e Tsipras.

A snervare le istituzioni BCE, FMI, Commissione, ESM sono l’avvicinarsi dei rimborsi (entro il 12 maggio 750-770 milioni all’FMI) e le voci che vedrebbero Atene senza liquidità nel giro di due settimane, ma anche, e soprattutto, l’atteggiamento spudorato e guascone del Ministro Greco, sempre sicuro, al limite della strafottenza e come se fosse lui ad essere in una posizione di vantaggio.

La scarsità di liquidità sta spingendo Draghi e BCE a considerare scenari di Haircut sulle garanzie per rimborsi ai creditori pari al 50% – 75% fino al 90% il che renderebbe i collaterali (bond greci che ora arrivano ad interessi del 30%), usati a copertura della linea di credito di emergenza, carta stracca tanto da negare l’accesso di Atene a successive tranche di aiuti. La decisione su una simile azione potrebbe essere sul tavolo del prossimo board BCE il 6 maggio.

Chiaro che se la via fosse quella di un Haircut ed il conseguente dello stop della linea ELA saremmo di fronte ad un default pilotato, ipotesi che rimane quella più probabile sul tavolo. Molto più difficile pensare ad una uscita dello stato ellenico dall’Euro, forse vi potrebbero essere due forme di pagamento parallele, ma di fatto ciò sancirebbe la sconfitta e la reversibilità della moneta unica, evenienza che ancora viene definita impossibile. In ogni caso si tratterebbe, parafrasando Mario Draghi, di terreni altamente ignoti e, aggiungo io, assai complessi da gestire, principalmente contro le speculazioni finanziarie.

Oltre alle problematiche squisitamente tecniche, importanti ma note a priori, l’atteggiamento di Varoufakis è ciò che più disturba ed indispone i suoi colleghi. I portoghesi, finlandesi, spagnoli, irlandesi sono stufi di dover andare presso i loro parlamenti a giustificare concessioni acconsentite ad Atene e non concesse ai rispettivi paesi quando ne avrebbero avuto bisogno, viceversa non sopportano di dover giustificare manovre impopolari con i loro elettori che invece alla Grecia sono risparmiate.

In Grecia la situazione è complessa e difficile a livello sociale, e va detto che il Governo si sta impegnando a mantenere quanto detto agli elettori, confermando l’intransigenza, tipica dell’Europa con le richieste di austerity, promessa in campagna elettorale, del resto dal punto di vista di Tsipras le scelte sono poche. La banca del Pireo ha deciso di abbuonare agli indigenti alcune tipologie di debiti inferiori a 20’000 euro ed è intenzione del Governo reinserire le tredicesime sulle pensioni, tolte dal governo precedente. Questo uno dei pochi punti tecnici toccati a Riga e che ha fatto letteralmente “imbestialire” i colleghi di Varoufakis, alla pari del tergiversare sulle privatizzazioni, che in Grecia dicono di stare portando avanti perché hanno liberalizzato una licenza sulle scommesse del valore di qualche simbolico milione di Euro: intollerabile per l’UE una simile giustificazione.

Stavolta va spezzata una lancia in favore dei “falchi”, perché se è vero che Varoufalkis deve giocare la sua partita, ciò non toglie che stia giocando troppo e non abbia ancora presentato la lista di riforme chiesta e richiesta. Essa avrebbe anche potuto differire da quelle esplicitamente volute dalle istituzione, ma avrebbe dovuto essere qualche cosa di concreto e tangibile, quantificabile con relativa precisione, una base su cui intavolare una reale discussione, invece ad oggi sono stati presentati solo titoli, a volte fumosi ed al limite dello scherzo.

Il mix di tutto questo ha portato il clima di Riga all’esasperazione ed i toni del dialogo ad essere più che critici come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem.

Fin qui le tensioni sulla crisi greca che pare lontana dell’epilogo ancora piuttosto incerto, ma anche in Italia ci sono strani movimenti.

In patria il perno di tutto sono la legge elettorale Italicum e le divisioni, pesanti, che attorno ad essa si sono create (LINK). Il Governo non vorrebbe affrontare un nuovo passaggio in Senato dove avrebbe una maggioranza più risicata e sarebbe disposto a porre la fiducia alla Camera per evitare ulteriori modifiche che comporterebbero, appunto, un nuovo e più complesso passaggio presso l’altra Camera. Il Premier, contro tutti gli oppositori, dai membri dissidenti del PD, all’opposizione (FI in primis), agli alleati di maggioranza che non supportano l’Italicum, ha parlato per la prima volta di concreta possibilità di caduta del Governo e della Legislatura qualora la legge venisse modificata o, in caso di fiducia, il Governo andasse in minoranza. Mentre quindi fino ad ora lo scenario di fine legislatura era posto al 2018 adesso è più mobile. Il tentativo di Renzi di spingere sulle riforme è palese, forse sente anche lui un certo fiato sul collo e vuole portare risultati, magari anche non curandosi troppo degli eventuali effetti di una importante modifica non ponderata a sufficienza.

Vero è che il Premier può permettersi in questo frangente di fare la voce grossa visto che, in caso di elezioni, non sembrano esservi avversari tali da impensierirlo, e forse il M5S è l’unica compagine che numericamente può, nel caso di una massiva perdita di voti del “PD by Renzi”, metterlo minimamente in difficoltà, ma oltre allo scenario delle urne vi è anche la possibilità che il Presidente Mattarella formi lui stesso un nuovo Governo.

Ambedue gli scenari, ma soprattutto il secondo, sembrano fare il paio con alcune voci non ufficiali che provengono dalla City londinese, secondo le quali Renzi avrebbe stufato coloro che gli diedero credito, in quanto si attendevano misure economiche più incisive ed a questo punto del percorso renziano dati migliori. Lo 0.7%, 0.6% secondo FMI e Fitch (il quale mantiene lo scenario fragile ed il giudizio a BBB+) che se verificato cancellerebbe il tesoretto virtuale accumulato, di crescita del PIL per il 2015 non è sufficiente, così come la flessibilità in tema di lavoro non soddisfa, è una misura imposta, subita, e non ricercata ed apprezzata come in UK ed in USA. Gli effetti sul credito e sugli investimenti non ci sono ancora e sappiamo che le menti della finanza ragionano in quarti d’ora quando stanno pianificando il futuro, in decimi di secondo se sono impegnati nel trading HFT, quindi è assolutamente possibile che il vento nei confronti di Renzi nella tremenda Albione abbia invertito la sua direzione.

Evidentemente il fattore di un nuovo Governo, o per nomina o per elezioni, in un paese importante come l’Italia è un fattore di ulteriore instabilità, che se unito alla questione greca che potrebbe protrarsi o giungere a conclusioni non proprio positive, lasciano aperte numerosi ipotesi di incertezza per il futuro di medio-breve, situazione che tipicamente va prima di tutti ed in modo più incisivo a scapito dei cittadini spesso incolpevoli ed inermi.

25/04/2015
Valentino Angeletti
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Soluzione greca lontana, parti distanti, tempi stretti ed euro pochi

Tsipras-Varoufakis“Il destino della Grecia è solo nelle sue mani”. Con questa frase il Governatore della BCE Mario Draghi ha descritto la situazione greca andando a significare ed a sottolineare come, lato istituzioni Europee (Ex Troika o Bruxelles Working Group che dir si voglia), il possibile è già stato fatto.

In tal senso, dal punto d’osservazione istituzionale, è chiaro come il destino della Grecia dipenda da Atene stessa: accetti il programma di riforme richiesto dall’Europa o ne presenti uno che ne ricalchi i dettami, e le tranche di aiuti saranno consegnate nelle mani di Varoufakis; in caso contrario non pare più esserci margine di trattativa. Viceversa è evidente che il destino, forse dell’intera Europa, ma sicuramente dello scenario economico finanziario dell’immediato futuro, è strettamente legato all’evolversi della vicenda greca. La dimostrazione è stata la violenta reazione dei mercati che ha seguito gli aggiornamenti provenienti da Washington dove si teneva il summit finanziario tra i Ministri delle Finanze europei, BCE ed FMI.

Probabilmente la notizia che le piazze finanziarie, ai massimi da svariati mesi/anni e pesantemente bisognose di giustificare una massiva presa di profitti ed uno scaricamento degli oscillatori, hanno colto al volo per stornare con decisione e per innalzare in modo generalizzato il livello degli Spread, è stata quella secondo la quale nella casse di Atene rimarrebbero appena 2 miliardi per il pagamento di stipendi e pensioni, con alle porte due importanti tranche di rimborso: 2.5 miliardi di € al FMI entro maggio-giugno e 7.5 miliardi alla BCE entro luglio-agosto. La notizia, subito smentita da Atene, effettivamente pare non essere troppo fondata poiché fu proprio il Ministro ellenico Varoufakis, pur mantenendo il consueto ottimismo poco oggettivo e poco avvalorato dai fatti, a dichiarare che difficilmente la soluzione all’impasse potrà avvenire all’Eurogruppo del 24 aprile, di sicuro si dovrà attendere almeno la fine di giugno.

È dunque ipotizzabile che almeno fino alla fine di giugno Atene sia in grado di onorare i propri impegni considerata l’assoluta intransigenza di BCE ed FMI sulle riscossioni che gli spettano. Secondo la testata tedesca Spiegel alla Grecia starebbero per arrivare in soccorso la Russia, che verserebbe 5-5.5 miliardi per i diritti di passaggio del nuovo gasdotto Turkish Stream, e Pechino, interessata a prendere parte ai processi di privatizzazione, tra cui il porto del Pireo, che l’UE chiede fortemente a Tsipras, per una quota di 10 miliardi di provenienza cinese. Se queste siano illazioni senza fondamento oppur realistiche, allo stato attuale delle cose, non lo si può sapere, certo è che nell’orbita degli interessi di Mosca a Pechino, che pure con diplomazia hanno smentito ufficialmente un simile supporto economico, vi è sicuramente lo Stato ellenico.

Lo scenario rimane bloccato e senza segni che lascino presagire sviluppi immediati. La posizione delle istituzioni è nota: intransigente ed in attesa della lista delle famose riforme che vadano a sostituire quelle presentate da Tsipras e Varoufakis non soddisfacenti per la loro genericità e difficoltà nell’essere quantificate oggettivamente in termini di introiti effettivi. La Grecia invece, per bocca dei sui leader Tsipras e Varoufakis, continua a non voler mollare. Del resto le promesse fatte in sede elettorale non possono essere disdette e nel paese cominciano a riaccendersi le tensioni, in particolare tra anarchici e polizia che sono venuti i contatto anche nei giorni scorsi. Varoufakis addirittura talvolta pare cadere in un ingiustificato eccesso di sicurezza ed emanare una lontananza dalla difficile realtà sia della trattativa sia del suo paese. Fuori luogo infatti è sembrata la risposta “radioso” alla domanda su come percepisse il futuro greco fatta da alcuni giornalisti a Washington. Ci sono poi i mercati in attesa di notizie ed illazioni per giustificare i propri movimenti ed a poco servono gli ammonimenti e le messe in guardia di Draghi indirizzate a coloro che vorrebbero speculare contro l’Euro.

Sullo sfondo vi è il futuro economico, istituzionale e politico dell’Europa. Le opzioni sono limitate: o la Grecia accetta le riforme, ma al momento non pare intenzionata a scendere a compromessi visto che è stato confermato l’innalzamento dei livelli dei salari minimi ed in programma rimangono l’aumento delle pensioni ed il reinserimento della tredicesima ai salari più bassi, tutte misure draconiane di riduzione salariale e di taglio lineare inserite dal precedente governo; oppure si prospetta l’insolvibilità di Atene. Questa seconda ipotesi lascia il campo a due strade, il default con mantenimento della moneta unica ovvero l’uscita dall’Eurozona.

Le istituzioni ed il Ministro italiano dell’economia Padoan cercano di tranquillizzare, assicurando che le misure prese dall’Europa sono in grado di sopportare un eventuale default ellenico e secondo il Ministro Italiano l’Italia è al sicuro da un eventuale contagio. L’approccio votato, forse oltremisura, all’ottimismo che i leader politici sono soliti trovare in questi grandi eventi istituzionali (forse coadiuvati dalle tartine al salmone) è dimostrato dalle parole di Pier Carlo Padoan, secondo le quali il debito italiano sarebbe sotto controllo e non in crescita…. In realtà gli ultimi dati Istat indicano un nuovo massimo storico a 2169.2 mld: altro che in fase di stabilizzazione! Così come la situazione ellenica e ben lungi dall’essere sotto controllo.

Un “semplice” default probabilmente è davvero sopportabile e, pur nel segreto che cela operazioni simili, a questa via pare si stia preparando la Germania della Merkel. Differente invece il discorso di un’uscita dall’Euro che sarebbe un “precedente” tale da dare il liberi tutti a mercati e speculatori con primi target verso Italia e Spagna. Rispetto a questa seconda via stanno prendendo contromisure nella City londinese importanti istituti finanziari, ben consci che sarebbe una situazione non indolore neppure per loro che eppure all’Europa non sono legati dalla valuta comune. Ovviamente BCE ed istituzioni, con Draghi sugli scudi, cercano di rassicurare gli animi, asserendo che l’Euro è irreversibile e che anche nel malaugurato caso di “incidente GrExit” l’UE ha raggiunto un livello di solidità tale da poterlo metabolizzare. Difficile credervi, le potenze finanziarie pronte a scagliarvisi contro sono molto più forti, la reputazione europea verrebbe asfaltata più di quanto già non lo sia e le parole successive dello stesso Governatore BCE , confermando i timori e gli scenari preoccupanti riportati sopra, paiono più realistiche:

“L’incidente ci farebbe entrare in un territorio inesplorato ed ignoto”.

Mancano poche settimane e non conviene più a nessuno protrarre oltremodo questo stillicidio. Va necessariamente trovata una soluzione definitiva, alcuni non fanno altro che attendere lo sfacelo, ma molti altri, in Grecia soprattutto, stanno lottando per la sopravvivenza e contro la povertà. A questo punto un po’ di egoismo lo si può conferire anche al comportamento dei leader greci e l’Europa da par suo non può continuare una intransigenza che è stata complice di un avvitamento perverso del malessere sociale. Le soluzioni possibili non sono molte e l’uscita della Grecia dall’Euro, a mio insignificante modo di vedere, sarebbe l’inizio della fine dell’esperimento europeo. Nonostante tutto le poche vie percorribili ed in grado di offrire qualche possibilità di esito positivo paiono bloccate da ostacoli insormontabili ed i viandanti poco determinati ad operarsi per renderle nuovamente agibili.

19/04/2015
Valentino Angeletti
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RIFORME: decisive per la Grecia ed al centro dell’Eurogruppo, ma anche crocevia importante per un nuovo assetto politico italiano

E così il vero Bazooka della BCE e di Draghi, il QE, inizierà a sparare da lunedì 9 marzo con l’acquisto di 60 miliardi al mese di Bond sovrani in percentuale proporzionale alle quote di BCE detenute dai singoli stati, quasi in contemporanea si svolgerà un delicato Eurogruppo con al centro l’altro tema che attanaglia l’UE da molti mesi a questa parte, ossia la Grecia. Come sappiamo lo stato ellenico è in crisi di liquidità, gli è stato concesso un prolungamento del programma di aiuti “delle Istituzione” (Troika fino a qualche settimana fa) per arrivare fino alla fine di giugno in cambio della presentazione di un piano di riforme e di programmi da discutere a Bruxelles. Proprio in queste ore il ministro delle finanze greco Varoufakis ed il Premier Tsipras hanno inviato il loro documento alla Commissione. Esso sarà oggetto di discussione all’Eurogruppo del 9 marzo, quando sarà reso noto. Esso presenta i programmi di medio-lungo termine che ha in mente il Governo Syriza per risollevare la Grecia dallo stato in cui è tracollata, ristabilire un adeguato livello di investimenti che consentano la crescita e supportare i cittadini con un livello di welfare che possa tornare a definirsi decente. In aggiunta all’approccio di medio-lungo termine vi sono 6-7 esempi di riforme che la Grecia avrebbe intenzione di mettere in atto. Al momento esse non sono pubbliche, ma è pensabile che siano rivolete alla lotta alla corruzione (indiscrezioni parlano di incentivare turisti e viaggiatori a denunciare), ad alcuni tagli di spesa mirati, ad una blanda ristrutturazione del debito dilazionandolo in tempi maggiori. Difficilmente questi primi punti conterranno le riforme che Tsipras-Varoufakis vorrebbero fare o non fare contrapponendosi alle richieste UE, perché un accordo in tale fase, che rappresenta l’inizio vero e proprio della trattativa nel merito tecnico delle modalità di supporto alla Grecia, è indispensabile: attriti già ora procrastinerebbero una situazione greca ed europea in cui urgono interventi radicali ed immediati. Aver proposto riforme su cui Varoufakis è relativamente confidente che vi sarà condivisione in Eruogruppo, sulla cui prima reazione al piano vi sono indiscrezioni, potrebbe aver consentito all’astuto ministro greco di spingersi, puntando a dare un segnale al popolo greco di durezza e di ancoraggio alle proprie posizioni di protezione nei confronti di Atene, a dichiarare che se questo piano non verrà accettato da Bruxelles allora non vi saranno ulteriori alternative o alleggerimenti di posizione e scenari come nuove elezioni Greche oppure un referendum (sulla permanenza Euro o più probabilmente sulle misure economiche) sono ipotesi percorribili; alla BCE sono state riservate anche frecciatine, definendo il rapporto BCE-Atene formale e decisamente poco dialogante, diversamente da quanto, con un governo più conservatore, avvenne nel 2012 quando fu concesso ulteriore credito alla Grecia senza avanzare troppe pretese come contropartita: all’epoca l’istituto di Francoforte, secondo Varoufakis, è stato indubbiamente meno “disciplinato” di quanto non sia in questa fase; oppure la dichiarazione (almeno azzeccata direi), di certo non leggera, in merito ai QE che secondo il greco avrebbero dovuto essere destinati prima ai paesi dalla crescita bloccata, e non in modo direttamente proporzionale alle quote di capitale della BCE, che fanno della Germania il primo beneficiario. Evidentemente che il meccanismo fosse favorevole alla Germania è stato un obolo da pagare a Weidmann, Schauble e Merkel affinché interrompessero un veto nei confronti della politica di espansione monetaria (che a mio avviso Draghi avrebbe innescato anche prima) durato 4 anni.

Il ministro greco si mostra in ogni occasione molto astuto ed abile oratore (anche in perfetto inglese). Il momento è piuttosto delicato sia per la Grecia che per l’Europa. Atene deve cercare di portare a casa i migliori risultati possibili, che gli consentano di avviare un programma di investimenti per risollevare l’economia, il welfare, provare a rispondere alla disoccupazione dilagante, aumentare il potere d’acquisto e non farsi strozzare dalla pressione fiscale o da tagli di spesa lineari. A tal fine deve presentare un programma di riforme bilanciato e mantenere i conti in un certo ordine. Di contro anche l’Europa deve dimostrare di non ricadere nel peccato dell’austerità, concedere quanto oggettivamente necessario a consentire l’innesco di un minimo di ripresa ad iniziare dalla condizioni sociali in Grecia. Non a caso si usa il termine traghettare perché l’UE ha il dovere di comportarsi da leader, anche con un figliol prodigo, tendendo il braccio per toglier suo figlio da uno stato comatoso che senza un supporto esterno condurrebbe alla morte certa. Ovviamente ciò può avvenire se e solo se Bruxelles e le istituzioni cessano, dopo le sbandierate dichiarazioni che si susseguono almeno da inizio 2014 sull’abbandono dell’austerità, l’approccio improntato solo al rigore, magari guardando come gli USA sono usciti dalla loro crisi finanziaria. In questa trattativa è necessario un bilanciatissimo rapporto tra concessioni e richieste che da un lato non sia causa dello scoppio della tempesta sociale in Grecia ed al contempo permetta ad Atene di innescare un’inversione di tendenza che punti al miglioramento delle condizioni sociali ed alla crescita pur mantenendo un controllo, che sia realisticamente sostenibile, dei conti e dello stato delle riforme.

Arrivare all’equilibrio in questo frangente non è nè scontato nè banale, ma è indispensabile.

Come abbiamo visto le riforme sono un punto cruciale per la Grecia e per l’Europa, ma lo sono in egual misura per l’Italia. Anche il nostro paese, pur essendo in mezzo ad una congiuntura più favorevole che in passato e meno nell’occhio del ciclone, rimane un sorvegliato speciale delle istituzioni che monitorano costantemente lo stato delle riforme richieste. Dopo la pubblicazione in gazzetta ufficiale di due decreti attuativi sul Jobs Act martedì sarà la volta delle riforme istituzionali, in particolare quella del Senato e della legge elettorale (Italicum). Al momento, pur nella solita sicurezza del Premier di aver i numeri per superare questo passaggio parlamentare, lo scenario è piuttosto fluido. Preso atto di una definitiva rottura del patto del Nazareno, Berlusconi di FI ha dichiarato che voterà contro le riforme proposte, anzi imposte, secondo quello che è il punto di vista del leader di FI, da Renzi. Voto contrario è previsto anche da parte del M5S, di SEL, della Lega e della frangia interna del PD che fa capo a Fassina e Civati, mentre Bersani, più accomodante, si è detto disposto ad appoggiare Renzi a patto di inserire alcune modifiche, che in verità l’ex sindaco di Firenze non pare orientato a concedere avendo dichiarato che è sua intenzione andare dritto come un treno per raggiungere l’obiettivo di avere riforme pronte entro l’estate. Effettivamente qualora si riaprissero le discussioni questo limite temporale potrebbe non essere rispettato, ma è anche vero come ricordano minacciosi i “dissidenti” DEM, che se non vi è condivisione sulle riforme istituzionali esse rischiano di non andare in porto nè in estate nè mai. Va detto che l’obiettivo da perseguire in questo momento è avere riforme più funzionali e calibrate, pagando qualche giorno di ritardo, rispetto a soluzioni immediate, ma non ben ponderate negli effetti di medio e lungo periodo.

Alla luce dei numeri presentati e delle dichiarazioni pre voto, che in due giorni possono assolutamente cambiare radicalmente, non è facile pensare ad una pacifica approvazione, anzi quello che è prevedibile è un serrato scontro parlamentare che speriamo non dia adito a riprovevoli episodi diventati ormai consuetudine all’interno dell’Emiciclo.

Parimenti al percorso delle riforme, altrettanto fluido, forse addirittura di più, appare lo scenario politico ed i rapporti di forza che si stanno delineando per l’ennesima volta.

Cominciando dal M5S, il partito di Grillo qualche giorno fa sembrava aver iniziato un percorso che lo avrebbe portato a dialogare con il PD. Ciò indubbiamente avrebbe aperto uno scenario del tutto nuovo permettendo di creare una maggioranza parlamentare decisamente solida. A distanza di poco però è giunta la rettifica dei vertici del M5S i quali hanno precisato che la discussione con il PD sarebbe stata possibile solo ed esclusivamente su Rai e reddito di cittadinanza, nessuna apertura sulle riforme di Senato nè tanto meno legge elettorale che vedono i pentastellati già sulle barricate, proprio come SEL.

Nel PD le divisioni interne sono tutt’altro che sanate, anzi si ripropongono ogni qual volta vi sia una partita parlamentare. Le fazioni in gioco sono sempre le stesse: l’ala facente capo a Fassina, Civati, Cuperlo, Mineo, Chiti, D’Attorre più fermi sulle loro posizioni; i bersaniani più dialoganti; la maggioranza renziana che segue il premier andare dritto come un treno. Anche stavolta, tanto si è dilungata questa telenovela dalle rosse sfumature, l’esito pare quello solito e scontato: alla fine coloro che decideranno di dare le spalle al governo saranno pochi, la maggior parte rientrerà nei ranghi e, adducendo dei mai realmente provati amore per il paese e senso della responsabilità, si riallineeranno al Premier. Renzi questo lo sa bene, così può permettersi di tirare la corda e lanciare ultimatum avendo ormai prova della totale mancanza di determinazione di coloro che vorrebbero scindersi, magari accodandosi a Cofferati e coinvolgendo SEL per una sinistra in stile greco, ma che non hanno il fegato per farlo, limitandosi a poco dannosi e flebili aneliti di dissenso, molto meno incisivi nella loro totalità che un cinguettio tuonato dal Premier attraverso il suo I-Phone e neppur direttamente in faccia.

Se per quanto detto fino ad ora tutta sembra seguire un copione già visto, molto più interessante è lo scenario che si appresta a crearsi nel centro destra. Certamente la vera novità è la rottura interna alla Lega tra Salvini, che supporta il governatore leghista uscente Zaia per le regionali in Veneto, e Tosi, sindaco leghista di Verona, che vorrebbe concorrere al governatorato della regione padana. La frattura sembra imminente e l’ultimatum di Salvini a Tosi scadrà allo scoccare della mezzanotte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo (anche se qualche ora in più sarà senza dubbio concessa). Allora Tosi dovrà decidere se ridimensionare le sue velleità o proseguire in autonomia, magari cercando alleanze altrove. Proprio la partita delle alleanze è cruciale nel centrodestra. Evidentemente in questa fase non vi è alcuna possibilità che un singolo partito possa minimamente scalfire la leadership del PD, e così Berlusconi e Salvini si sono visti per analizzare la possibilità di porre le basi per una futura e rinnovata vicinanza. Salvini ha dato la sua disponibilità al dialogo a patto di non coinvolgere l’alleato dell’Esecutivo NCD (che rimane l’unico vero supporter del PD ottenendo per altro numerose vittorie in termini di linea di Governo in rapporto al suo effettivo peso politico) e di votare contro le riforme, intenzione ribadita dallo stesso Berlusconi intervenuto telefonicamente ad una convention presso la capitale pugliese. L’ipotesi di un’asse Salvini-Berlusconi escluderebbe in partenza un eventuale ricorso dello stesso Tosi a Berlusconi, utile al (ex?) leghista, meno al Cavaliere visto che il peso di Tosi è ancora tutto da verificare. Se Salvini riuscisse a redimersi dal “Leghismo nordico” della secessione e dei “terrun”, portando come prova di un nuovo interesse nazionale e non più solo padano l’eventuale scissione con Tosi, in alleanza con FI, realtà dalla struttura consolidata, potrebbe rappresentare l’archetipo verso una destra meno di centro, con Salvini, benedetto da Berlusconi, che avrebbe l’opportunità di scalzare Fitto come futuro Leader.

Ciò comporterebbe un assetto politico del tutto inedito: poche e scollate forze di sinistra, un PD dai forti contrasti interni ma che in ultima istanza, come una sorta di nuovo grande centro sotto mentite spoglie, porta avanti una linea di centro/centro-destra indirizzata parzialmente da NCD ed una destra della chiara impronta Le-Penista ed anti-EU (FI dovrà scegliere se giocare la partita in Italia assieme alla Lega abbandonando il PPE, perché Salvini potrebbe arrivare a chiederlo,  o se rimanere una emanazione del Partito Popolare Europeo).

Tutto si tiene, ma tutto è estremamente complesso, non resta che attendere il susseguirsi de giorni e con essi dell’agenda europea ed italiana per capire come fluido si convoglierà. Di certo prepariamoci ad un periodo di negoziati serrati ed intrichi più o meno alla luce del sole sia a Bruxelles che nei Palazzi Romani in vista di un’infuocata campagna elettorale per le regionali di maggio.

  1. QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…
  2. La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia
  3. Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato
  4. Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
  5. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno

08/03/2015
Valentino Angeletti
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QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…

qeIl conto alla rovescia in attesa dell’ultra menzionato QE-BCE è agli sgoccioli. Il Direttivo della Banca Centrale Europea ha infatti annunciato l’avvio del piano per lunedì 9 marzo, come da ultimi pronostici. L’entità rimane confermata a 60 miliardi al mese fino a 1140 miliardi complessivi (19 mesi), ma con possibilità di prolungamento “ad libitum” fintanto che il target di una inflazione, attualmente a zero, inferiore ma prossima al 2% non sia raggiunto. Teniamo bene a mente che inflazione e stabilità dei prezzi, ossia il mantenimento di un adeguato rapporto tra Euro ed altre valute, sono i reali obiettivi di questa manovra di espansione monetaria. Gli asset acquistati saranno titoli di stato (anche con rendimento negativo fino a -0.2%, che è il rendimento dei depositi presso l’istituto di Francoforte) ad esclusione delle emissioni di paesi con rating basso o junk, ABS e covered bond aventi rating almeno mezzanino (si escludono pertanto titoli spazzatura). Il vincolo sul rating imposto esclude dal programma la Grecia e la possibilità di acquistare bond con rendimento negativo include nel piano l’acquisto di Bund tedeschi, che rappresenteranno la maggiora parte dei titoli sovrani.

Escludere la Germania dal piano di acquisto era all’atto pratico impossibile, primo perché per vincere l’ostilità della Germania una contropartita era necessaria, sappiamo bene che a costo zero la Germania non si sposta dalle proprie posizioni; secondo perché l’ammontare degli acquisti è ripartito in modo direttamente proporzionale alle quote di BCE detenute da ciascuna banca centrale nazionale e la Germania è la maggior azionista della BCE. Risulta pertanto che, nonostante l’ostracismo tedesco e dei falchi nordici al seguito solo in ultimo vinto, i tedeschi saranno coloro che più beneficeranno di questa misura. Non ne beneficerà invece la Grecia a causa del suo rating, alla quale però la BCE ha allargato la linea di credito di emergenza fino 100 miliardi, il 68% del Pil ellenico, caso unico in Europa, tanto che questa circostanza ha spinto il Governatore Draghi a dichiarare ironicamente che la BCE è diventata una sorta di Banca Greca.

Dal mio punto di vista con gran ritardo, perché se QE doveva essere considerando le condizioni recessive ampiamente manifeste avrebbe dovuto esserlo fin da subito, il QE partirà e sono state superate, non senza pagare loro pegno, le resistenze nordiche di quattro anni.

Nonostante la Germania sarà la più grande beneficiaria del QE, anche durante il Direttivo non sono mancate le critiche da parte di esponenti tedeschi, che quantomeno avrebbero posticipato l’operazione facendo fare alla ripresa (o meglio ripresina) il proprio corso (non capisco come si possa pensare di rivedere in tempi ragionevole l’inflazione al 2% senza interventi esterni). La BCE invece si è mostrata decisamente ottimista ed ha rialzato le stime di crescita del PIL dell’Eurozona a 1.5% per il 2015 ed a 1.9% per il 2016 con una inflazione che rimarrà bassa ancora a lungo, sfiorando il target nel 2017 quando è prevista all’1.8%. Questi dati si riportano solo per completezza di informazione, ma mi auguro che abbiamo imparato a diffidare dalle previsioni, normalmente riviste più e più volte, tanto più in uno scenario delicato e fluido su molti fronti come quello in essere dove basta davvero un batter d’ala di libellula per scatenare reazioni impreviste, imprevedibili e d’ingente entità. Questo ottimismo è in parte dovuto ai risultati già messi a segno dall’annuncio del QE ancora prima che esso venga davvero implementato: l’Euro si è ribassato notevolmente nei confronti del dollaro, i mercati (come di consueto anticipatori) hanno messo a segno discreti rialzi a cominciare dai titoli bancari, i Bond di debito sovrano dell’area Euro hanno ridotto i loro spread.

Appurato ciò è altresì doveroso fare alcune considerazioni, perché c’è il rischio che l’effetto dei QE sia in realtà meno vigoroso e decisivo di quanto supposto e la liquidità immessa potrebbe non confluire all’economia reale.

Innanzi tutto va ricordato che l’obiettivo del Quantitative Easing non è far confluire liquidità alle imprese, agli investimenti, ai privati, bensì supportare inflazione ed Euro; l’equazione non è affatto immediata o semplice. Ne abbiamo avuto chiaro esempio con gli strumenti monetari messi in campo negli anni addietro e che in parte contribuiscono a farmi affermare che sarebbe stato meglio tentare (sempre di tentativo è giusto parlare) fin da subito con un QE: i prestiti erogati a tassi attorno all’1% da Francoforte alla banche sono stati utilizzati non per dare credito, ma per acquisto di Bond dai rendimenti anche 4 o 5 volte superiori rispetto all’1% dovuto alla BCE; gli ABS e il TLTRO invece sono stati accolti con freddezza dalle banche a causa degli imminenti stress test europei, dei criteri di Basilea 3, e dello stato di patrimonializzazione delle banche italiane non buono. Queste stesse cause hanno ridotto la propensione al credito da parte degli istituti bancari, assecondata dalla scarsa domanda conseguente ad un clima di generale sfiducia ed incertezza sul medio lungo termine. A ben guardare è stato più benefico l’effetto annuncio procrastinato da Draghi sulla disponibilità della BCE a mettere in campo strumenti non convenzionali che l’effetto degli strumenti stessi.

Come nelle occasioni precedenti il rischio che anche in questo caso gli intermediari, ed in particolare le banche, piene di crediti deteriorati e secondo l’UE sottocapitalizzate, non destinino sufficiente liquidità al credito per le imprese ed agli investimenti è concreto. Il motivo principale risiede nei criteri di Basilea che gli istituti devono rispettate e che conferirebbero un profilo di rischio alla concessione di credito superiore rispetto a quello conferito ad attività finanziarie e speculative (derivati inclusi). Ne risulta che nonostante una leva più bassa le banche italiane siano valutate peggio rispetto ai grandi colossi nordici (Deutsche Bank, Commerzbank, BNP, Societè General, Credi Agricole, Norges, ABN Amro, Saxo ecc ecc). Una simile distorsione potrebbe comportare che la liquidità ottenuta dalle banche cedendo asset alla BCE in cambiio di denaro sonante invece di essere prestata per investimenti e sviluppo economico reale venga reinvestita in finanza.

Abbiamo poi un Euro già molto basso, a circa 1.1 rispetto al Dollaro, e non è certo che possa ribassarsi ancora, probabilmente tenderà alla parità, difficile prevedere ribassi ulteriori.

Lo spread ha subito un notevole calo sfondando al ribasso, nel caso dei BTP, quota 100. Indubbiamente ciò comporta un buon risparmio sugli interessi sul debito sovrano, ma di contro le stime sul debito inserite nel DEF si sono rivelate ottimistiche ed in realtà il debito è superiore di circa 4 punti percentuali, il 128% previsto si è rivelato 132.2% quindi il risparmio effettivo è un po’ inferiore.

Un altro fattore importante è il prezzo del petrolio attorno ai 50 $ al barile. Tale circostanza è stata inserita dalla BCE tra i fattori trainanti la crescita economica, mentre per la BuBa ed il ministero delle finanze tedesco questo elemento sarebbe la reale causa della bassa inflazione. Opinione condivisa è comunque che nel giro di qualche mese al massimo anno il petrolio tornerà attorno ai 70 $ ed oltre, rischiando quindi di peggiorare le ultime previsioni della BCE. I prezzi attuali non sono sostenibili a lungo per molte compagnie, principalmente piccole realtà, operanti sia nello Shale che nel difficile mare del nord dove i costi estrattivi sono alti, inoltre le major hanno stoppato gli investimenti andando a comportare un rischio di approvvigionamento nel lungo termine, quando la domanda di idrocarburi tornerà a salire e ciò conferisce un gradi di incertezza in più.

In ultimo, ma non per importanza, vi è la situazione internazionale delicatissima. Le tensioni in Medio Oriente e nel Mediterraneo (Siria e Libia in primis) e la crisi Russo-Ucraina con le sanzioni Russe che penalizzano l’export italiano. Secondo le stime si ha una riduzione media dell’export verso la Russia del 5% che per molte aziende vale però il 50% del proprio giro d’affari, in sostanza si collocano sull’orlo del fallimento. Anche le variabili più lontane andrebbero tenute in debita considerazione, non di poco conto per l’UE è ad esempio il calo di 0.5% della crescita Cinese che passa dal 7.5% al 7% con rapporto deficit/pil a circa il 2%.

Il caso di successo dell’espansione monetaria statunitense può lasciare ben sperare, ma le circostanze USA sono ben differenti da quelle europee. Innanzi tutto la FED ha agito (ed ha anche esortato la BCE a farlo) per tempo non ostinandosi nel rispetto dell’austerità procrastinata in Europa, ha iniettato liquidità direttamente nell’economia e non ha lesinato di stampare moneta (cosa non nel mandato della BCE) ad oltranza. Gli USA hanno innalzato costantemente il tetto del loro debito (portandolo oltre il 100% del PIL per evitare il fiscal cliff) e non si sono mai curati troppo del rapporto deficit PIL a circa il 5%; hanno poi settato il target sulla disoccupazione, puntando al 6-6.5% (cosa non consentita in Europa visto che il lavoro è materia in capo ai singoli stati ed il target monetario della BCE è relativo ad Euro ed inflazione) e non lesinato in spesa pubblica per investimenti infrastrutturali che creassero lavoro nè per aumentare il welfare (legge sanitaria e salario minimo innalzato). Tutto ciò assieme ad un sistema dinamico, flessibile e meritocratico ha consentito di consolidare seriamente la ripresa economica.

Com’è ora possibile evincere con facilità, il risultato dei QE è tuttaltro che scontato e di certo va recepito il sempre corretto monito di Draghi a proseguire il piano di riforme necessario in tutta Europa ed in Italia in particolar modo, senza crogiolarsi troppo sulle iniezioni di liquidità. Sull’austerità cara alla Germania è interessante poi notare come la linea di credito d’emergenza alla Grecia (senza considerare gli aiuti passati) abbia raggiunto pochi giorni fa i 100 miliardi e che un salvataggio di Atene nel 2011 sarebbe costato circa 150 miliardi complessivi, evidentemente un prezzo di gran lunga inferiore, con la possibilità che la crisi avesse un corso meno drammatico.

Credo, ma non solo da ora, che in fondo convenisse agire in quel modo, abbandonando fin da subito l’austerità, salvando la Grecia ed insistendo sul percorso di riforme che già all’epoca erano evidentemente indispensabili, senza fare sconti a coloro che non le implementassero o che eventualmente sprecassero il denaro concesso. Il timore del “precedente” e la forza tedesca nel proteggere i propri interessi hanno invece avuto la meglio come sembra abbiano, in misura inferiore, anche adesso.

Il QE-Day è dunque alle porte, ma che sia anche un Beautiful-Day è ancora tutto da dimostrare.

Valentino Angeletti
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La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca

Atene-AcropoliWeidmann attacca instancabile, Schauble raccoglie i precisi assist e Frau Merkel li copre a distanza distraendo gli avversari.

Forse si tratta del solito gioco di squadra sapientemente architettato da un tridente che fino ad ora ha avuto la meglio in quasi tutte le partite, incluso il “pareggio fuori casa” del QE. Infatti con la garanzia a carico delle Banche Nazionali dell’80% tutto sommato il provvedimento monetario è stato potentemente smorzato secondo quelle che erano le assicurazioni richieste dai tedeschi, vale a dire non condividere rischi e non pagare i debiti degli altri stati (Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso).

Mentre la Merkel a Firenze loda, con le solite maniere di circostanza e gli ammiccamenti con il Premier Renzi, l’ambizione (termine usato almeno mille volte esattamente nello stesso contesto) delle riforme italiane e si dice certa che saranno funzionali alla ripresa anche grazie al supporto proprio del QE, il Governatore della BundesBank Weidmann afferma, anzi ripete per l’ennesima volta, che il QE è un grosso pericolo, un errore. A suo dire non ce ne sarebbe stato bisogno poiché la tendenza deflattiva a cui stiamo assistendo sarebbe solo ed esclusivamente legata alla dinamica dei prezzi energetici ed alle quotazioni del greggio, drogate, che risentono delle strategie arabe e parzialmente russe. Inoltre lo scenario europeo, sempre a detta di Weidmann, sarebbe già impostato verso la ripresa. La sua ricetta sarebbe dunque quella di pazientare (come se il tempo già perso non fosse sufficiente) e proseguire con le riforme che, sempre secondo il Governatore, sarebbero messe a repentaglio in Francia ed in Italia proprio dal QE, reo di spingere questi stati “notoriamente spreconi”ad agire con minor determinazione.

Nel palleggio Merkel – Weidnamm si inserisce il Ministro Schauble che va a pressare il fronte, decisivo in queste ore, Greco. Il Ministro Wolfgang avverte perentoriamente la Grecia, e direttamente Tsipras leader di Syriza, che se non verranno rispettati tutti i patti, inclusi gli impegni presi dal precedente Governo con la Troika non sarà parte del programma QE. Poco si discosta questo ammonimento dal ricatto.

L’affermazione di del Ministro delle Finanze di Berlino è la risposta ai piani che Tsipras ha presentato ai cittadini greci stremati dai tagli dei salari, dalle cancellazioni delle tredicesime, dai licenziamenti, dai tagli alla sanità che rendono addirittura i parti, l’accesso ai servizi di pronto soccorsi o ai medicinali salva vita a pagamento (pare servano 1000€ per diventare mamme). Il Leader di Syriza ha ribadito anche durante la sua azione di voto, che non ha intenzione di uscire dall’Euro, nè di non rispettare i patti con l’Europa, ma non può, in ossequio al suo popolo, sottostare all’austerità, ai piani della Troika, ed agli impegni presi con Bruxelles dal precedente governo di centro destra; ha esplicitamente detto di voler aumentare i salari, reintrodurre le tredicesime, ed aumentare la spesa pubblica per welfare ed investimenti pubblici a sostegno della creazione di posti di lavoro e sviluppo, il tutto anche grazie alla rinegoziazione di un debito al 170% circa del PIL che, considerando anche gli interessi, non consente alcun margine di manovra se non tagli e riduzioni di spesa in tutti i settori (la situazione potrebbe essere non dissimile dall’Italia con la differenza che il debito italiano sta pericolosamente tornando tutto in mano nostrana rendendo eventuali insolvibilità quasi per intero a carico dei cittadini e dello stesso stato, lo si riporta anche nell’articolo sul QE di cui al collegamento sopra).

Riguardo alla Germania è evidente che nonostante la convinzione con cui la stessa Merkel proferisce certe dichiarazioni fuori dal suo paese, la linea dei tedeschi è fissa sulla protezione dei propri interessi sempre ben tutelati finora, tanto da consentire dati occupazionali eccellenti, nonostante un peggioramento dell’export in Europa, il maggior sbocco per le merci tedesche, dovuto proprio alla crisi. Esattamente questo aspetto, ossia il fatto che con una Europa allo stremo ed incapace di consumare, alla lunga anche la Germania è destinata a sopperire alla crisi a meno di ri-orientare totalmente l’export verso l’extra-UE, dovrebbe spingere Berlino a convincersi nel sostegno delle politiche di flessibilità e condivisione di rischi e benefici sostenute anche dalla BCE e da tutti i Governi ed Istituzioni, incluso Bruxelles e la Commissione Juncker che a parole fanno buon viso all’Europa dei popoli della cooperazione e della solidarietà, un po’ quella richiesta da Tsipras, ma alla luce dei fatti sono soggette al volere dei potenti tedeschi che si fanno valere sia nel Direttivo della Banca Centrale Europea, sia a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’effetto primario dei QE di abbassare il valore dell’Euro, paradossalmente, unito ad una garanzia in capo alle singole Banche Nazionali che potrebbe essere presa con sospetto dai mercati e dagli altri stati testimoniando un sostanziale indebolimento della solidità finanziaria che potrebbe invece avere una Europa realmente unita a livello economico e finanziario per la quale Draghi a ripetuto che si deve lavorare, reca un beneficio per l’export extra UE del quale gode abbondantemente la stessa Germania.

Non cessando mai di ripetere che il processo riformatore delle istituzioni europee e dei singoli stati, Italia in prima linea, non si deve stoppare, deve anzi velocizzarsi ulteriormente facendo leva, se possibile (poiché è ancora tutto da dimostrarsi) su un QE che mira al target inflazionistico del 2% e non ad immettere liquidità direttamente nel sistema, ci vorrebbe realmente qualcuno di polso che duramente faccia notare alla Germania che sarebbe auspicabile un suo contributo diretto e fattivo alle ripresa europea, innalzando i consumi interni, investendo in infrastrutture di  tlc, digitali, strade e ponti che anche nei pressi di Berlino necessitano di un rinnovamento, di cessare di sovvenzionare le proprie imprese con sgravi sull’energia che somigliano tanto ad aiuti di stato e tornare sotto il 6% (vincolo europeo) del surplus commerciale (con è plausibile venga ulteriormente incrementato grazie ad un un euro così basso).

Questi moniti verbali, ma che poi dovrebbero trasformarsi in provvedimenti seri aventi lo scopo di spingere il Governo tedesco ad accettare la messa in comune dei rischi e benefici del far parte di una unione di economie, valori e persone, dovrebbe essere compito di Bruxelles che però ancora non ha la forza di imporsi sulla Germania. Avviene anzi che sia proprio la Germania a guidare la politica Europea. Anche Renzi non sembra sufficientemente autorevole e coraggioso…. forse con un’azione di contropiede costruita da Grecia, Italia, Francia e Spagna esiste una qualche possibilità di imporsi.
Di certo ora, come uno, come due, come tre e come quattro anni fa la visione ed i comportamenti tedeschi, che sempre forniscono pretesti ai mercati per diffidare dalla solidità dell’UE, non fanno l’interesse dell’euro-zona e nel mentre la crisi si è acuita.

Il nodo delle elezioni Greche sarà senza dubbio fondamentale, esso mette in luce due aspetti importanti che vanno modificati. Da un lato la colpevolezza di alcuni Governi nell’attuare politiche non rivolte al bene dei cittadini, nè tanto meno alla sostenibilità dei bilanci, ma propensi alla corruzione, allo spreco, al mantenimento dello status quo di certe “caste” privilegiate, alla spesa per consenso elettorale; spesa che, andando in parte in favore del popolo, pur non potendo lo stato permetterselo in quei modi, garantiva consenso elettorale, tanto da anestetizzare gli stessi popoli che hanno avuto la colpa di accettare silenti tali situazioni prive di ogni prospettiva di lungo termine, di investimenti in istruzione, crescita, innovazione, ricerca, infrastrutture digitale ecc (gli esempi USA ed anche della Germania o degli stati del Nord Europa o della Corea del Sud, ma anche di Turchia ed Israle sono sicuramente virtuosi). In tal senso Grecia, con la truffa sui bilanci per rientrare nei parametri di Maastricht, ma anche Italia sono paesi sicuramente da colpevolizzare, convenendo che ora vengono raccolti i frutti di quanto politicamente seminato.
Dall’altro lato è stato messo a nudo il totale fallimento di una economia eccessivamente basata sulla finanza, sulla preminenza del guadagno dei mercati rispetto al bene comune per i cittadini, una sostanziale segregazione tra PIL e benessere diffuso, la crescente diseguaglianza tra strati di società sempre più copiosi alla soglia della povertà e pochissimi super ricchi, così come la completa inefficacia di un modello di gestione delle crisi economiche, imposto dalla UE e dalla Troika (Commissione, BCE ed FMI), improntato solo ed esclusivamente al rispetto dei parametri europei sovente anacronistici e non più rispondenti all’evoluzione globale del moderno mondo, all’austerità, al rigore dei bilanci cieco nei confronti del reale bisogno di sviluppo dei paesi, dei popoli e del loro diritto all’essere coinvolti nelle scelte economico-sociali che la politica intraprenderà influenzando anche la loro vita.

Il cambiamento europeo quindi è richiesto su due livelli: dai singoli paesi membri per una più sana gestione dei conti e della politica interna che deve giovasi dei processi riformatori in atto; dalla gestione unitaria delle politiche eruopee improntate non più all’austerity, ma allo sviluppo reale e tangibile, che, oltre all’aspetto puramente numerico e parametrico, si imponga come target il miglioramento evidente delle condizioni sociali di coloro che vivono nell’Unione.

Se Tsipras otterrà il numero di voti sufficienti (almeno il 36%) per governare in autonomia senza compromessi e porterà a termine i suoi piani (temuti più per la natura di precedente che per l’ammontare delle somme in gioco) potrà avere l’occasione di dare il via ad un’era diversa, probabilmente migliore, visto che quella del rigore ha evidentemente fallito (Link: Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia) .

In Grecia, nelle Polis, nacquero la Politica, la Democrazia, il Diritto, la consultazione pubblica e si diffusero nel mondo. Ora la Grecia, nel suo piccolo, può rifar suoi questi valori e farli risorgere in tutta l’UE.

 

25/01/2015
Valentino Angeletti
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22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili

Confermando i più accreditati pronostici, seguendo il rigorosissimo rituale ed accompagnate da pochissime righe (comunicato ufficiale) prive delle motivazioni già ampiamente comunicate nelle settimane scorse, le dimissioni dell’ormai ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sono concretizzate. Come da Costituzione entro 15 giorni, per dare tempo ai grandi elettori di riunirsi, è stato fissato il termine per la prima votazione, calendarizzata il 29 gennaio alle ore 15; nel frattempo sarà la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso a svolgere il ruolo di supplente, mentre a guidare il Senato sarà la Vice Presidente Valeria Fedeli. Il 29 gennaio sarà quindi una data importante che ha già catalizzato l’attenzione della maggior parte dei media e di tutta l’opinione pubblica, sarà il Valzer conclusivo presso il Palazzo Schönbrunn di una stagione danzante già aperta da tempo. La rilevanza dell’evento è indubbia, si tratta a tutti gli effetti di storia che rimarrà impressa negli annali e ci auguriamo anche nei libri di Storia che vengono proposti alla scuola dell’obbligo, ma la sua collocazione è immediatamente seguente a due altre importantissime date, che di certo non verranno ricordate se non da cultori specifici, ma durante le quali si svolgeranno eventi in grado di influenzare direttamente la vita dei cittadini europei ed in un certo senso anche l’economia mondiale. Ci stiamo riferendo al 22 gennaio, quando la BCE di Mario Draghi potrebbe avviare i QE ed il 25 gennaio quando si terranno le elezioni greche.

Sul Quantitative Easing si è espresso in queste ore il membro del consiglio direttivo BCE Benoit Coeure, affermando che il 22 l’Istituto è in grado di annunciare l’inizio dei QE, a conferma quindi che non vi sono elementi ostativi tecnici, ma aggiungendo anche che non è detto che lo farà, a testimonianza di come, nonostante l’evidente necessità di stimoli sia monetari che politici (leggasi riforme Europee e dei Singoli membri), la tensione sul tema in seno al direttivo dell’istituto sia ancora alta e come le elezioni greche rechino pensieri a Francoforte.
Lo stesso Governatore Draghi, intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit ha sostanzialmente detto che il mandato della BCE è PanEuropeo e deve rivolgersi a 19 paesi, non solamente ad alcuni. In sunto quello che ha voluto trasmettere è evidente: la Banca Centrale è un organo neutrale, anche se la presenza delle banche centrali nazionali al suo interno rendono difficile il realizzarsi in toto di questo principio e se ne hanno le evidenze, e per assolvere il suo mandato, cioè la stabilità dei prezzi e un’inflazione leggermente inferiore al 2%, ha alcuni mezzi tecnici, non infiniti, ed alcune opzioni di utilizzo che potrà mettere in campo. Chiaramente in certe condizioni queste “technicality” potranno avvantaggiare taluni Stati membri piuttosto che altri, ma non v’è volontà nè di supportare nè di penalizzare nessuno, se non nell’interesse dell’intera area Euro, nè tanto meno sono gradite (e non ne avrebbero volute avere) ingerenze esterne. Il riferimento è senza dubbio principalmente rivolto alla Germania ed alla BundesBank che, con le loro pressioni, hanno probabilmente imbrigliato l’Istituto ed il Governatore causando controproducenti ritardi d’azione. Si tratta questa della prima volta in cui viene fatto esplicito riferimento a pressioni di tipo nazionalistico all’interno del Board BCE che prima d’oggi era sempre stato detto agire e decidere per votazione a maggioranza, benché l’impressione esterna fosse che i voti tedeschi (del resto rimangono i maggiori azionisti della BCE) pesassero di più di quelli di altri stati.
A dar man forte ad un possibile avvio dei QE già da fine gennaio o inizio febbraio è anche il primo pronunciamento della Corte di Giustizia Europea di Karlsruhe in merito alla obiezioni della Corte Costituzionale Tedesca sulla adeguatezza e costituzionalità del programma OMT (Outright monetary transactions) lanciato nel 2012 per proteggere il vecchio continente dagli attacchi speculativi conto i debiti sovrani e che prevede la possibilità, effettivamente poi mai applicata, da parte di Francoforte di acquistare sul mercato secondario titoli sovrani a breve termine dei singoli Stati membri per stabilizzarne gli spread (erano inoltre presenti altri vincoli da rispettare sui quali non ci soffermiamo). In sostanza l’avvocato generale della Corte di Giustizia, Cruz Villalón, riconoscendo le sue competenze tecniche, ritiene la BCE ente proposto ed adeguato all’attuazione della politica monetaria europea per il raggiungimento, entro il proprio mandato, degli obiettivi fissati. Gli unici paletti imposti all’OMT (e di fatto all’operatività della BCE perché sembrano criteri generali) sono che l’operazione rimanga entro il perimetro di politica monetaria e non rientri nella politica economica dei singoli Stati e che sussistano circostanza straordinarie atte a giustificare l’uso di strumenti non convenzionali. I QE venturi, che i mercati (ed anche Draghi), fermo restando qualche incertezza sulle tempistiche, danno ormai per scontati come testimonia in parte (il prezzo del greggio è un altro fattore di influenza) il livello dell’Euro sceso in modo considerevole nell’ultimo periodo, si differenziano in un punto sostanziale rispetto all’OMT: mentre quest’ultimo è un acquisto sul mercato secondario (quindi con istituto bancario a vendere alla BCE) di una quantità NON illimitata di titoli sovrani a breve scadenza, il QE è un acquisto diretto di Bond sul mercato primario (quindi di titoli emessi e detenuti dallo Stato il cui acquisto si riversa nelle casse statali e viene utilizzato per impieghi “pubblici” come pagamento di interessi sul debito, stipendi, pensioni, rifinanziamenti vari ecc) e potrebbe avere natura potenzialmente illimitata. Risulta evidente che un acquisto sul mercato primario di Bond potrebbe risultare intervento di politica economica e non monetaria di conseguenza addotto come motivazione dai detrattori, e non vogliamo sospettare dei tedeschi, per impugnarne la non costituzionalità causando, se non il blocco, di certo il ritardo in attesa di chiarimenti e verifiche; le circostanze straordinarie del periodo invece difficilmente potranno essere obiettate. Bisogna augurarci sinceramente che la Germania, ancora non convinta della necessità di interventi monetari espansivi e che non teme l’inflazione relegandola solamente alla guerra sui prezzi petroliferi ed al conseguente impatto su quelli energetici, segua l’intimazione di Draghi ed accetti la decisione di agire in modo che, assieme al leggero (ancora insufficiente per l’italia e di sicuro ritardato di almeno due anni tanto che gli effetti positivi potrebbero essere insignificanti rispetto alla gravità della condizione in essere) allentamento europeo sulla flessibilità per gli investimenti, si possano creare le condizioni favorevoli tali da sbloccare liquidità per il rilancio della crescita, dell’occupazione, dei salari, della domanda e dell’offerta, senza ovviamente prescindere dal processo riformatore da compiersi a livello europeo e nazionale. La Germania dovrà convincersi, mettendo da parte un dato del PIL 2014 a +1.4%, massimo dal 2011 (mentre il PIL mondiale secondo la Banca Mondiale nel 2015 sarà del 3% invece che il 3.4% della precedente stima, e l’Europa rimarrà l’anello debole del globo), ad assecondare Draghi.

Anche l’attesa sulle elezioni greche, e questa è la seconda data importante del 25 gennaio, mette preoccupazione alla BCE, perché un’eventuale vittoria (ormai certa, ma va capito in che misura) di Tsipras (Syriza) e la sua propensione alla rinegoziazione del debito pur rimanendo nel perimetro dell’Eurozona, ritenuta irreversibile dalla stessa BCE, comporterebbe conseguenze imprevedibili sui mercati, nonché uno stop definitivo degli aiuti da parte della Troika (al momento solo sospesi per un controvalore di 10 miliardi circa). La Germania, per bocca dei suoi più arcigni rigoristi, il Ministro Schauble ed il Governatore Buba Weidmann, continua a sostenere, facendolo per l’ennesima volta, che qualsiasi sarà il nuovo Governo greco, esso dovrà portare avanti quanto impostato dal precedente Esecutivo; quindi onorare il debito e proseguire con le mosse di austerity potendo così fruire del piano di aiuti altrimenti bloccato. Non è dello stesso parere Tsipras che proclama il proprio europeismo caratterizzato da un maggior indirizzamento verso il popolo ed il cittadino piuttosto che all’esclusivo rispetto dei vincoli e dei parametri di Bruxelles, e va notato senza pregiudizi che, per quanto Syriza possa essere ricondotto ad un’ala di sinistra piuttosto spinta, questa è una posizione, tralasciando le sfaccettature di dettaglio rispetto al concetto generale, condivisa dalla grandissima maggioranza dei partiti e delle formazioni d’opinione europee inclusi movimenti anti Europa dalle più disparate basi ideologiche tipicamente di stampo nazionalista. Il leader greco di Syriza oltre alla rinegoziazione del debito, che sostiene non andrà ad impattare sulla quota parte da privati ma solo su quella detenuta da entità finanziarie, vuole incrementare la spesa pubblica per riportare a livelli dignitosi i salari e migliorare il welfare che di welfare ha rimasto ben poco, soprattutto nella sanitàSappiamo quanto la Germania sia usualmente ferma e rigida sulle proprie posizioni, ma in tal caso anche Tsipras pare non essere da meno, del resto non ha molto da perdere dato che fino ad ora gli aiuti (che minacciano di interrompere) e le azioni della Troika alle quali sono connessi, ben poco hanno sortito per lo stato ellenico se non un tremendo peggioramento dello stato sociale ed un innalzamento del debito a quasi il 175% del PIL.
Sarà fondamentale, e ce lo auguriamo, che venga trovato un accordo WIN-WIN, al quali peraltro Tsipras da l’impressione di essere disposto, per ambedue le parti e per tutta l’Europa. L’eventuale imposizione di diktat ed ultimatum in ambedue i sensi potrebbe veramente far degenerare la situazione continentale sia a livello economico-finanziario che di ordine sociale già a repentaglio. Forse è per tale ragione che la BCE potrà decidere di attendere il 5 marzo per dare l’annuncio definitivo del via ai QE, approfittando anche per cercare di ammorbidire le posizioni tedesche.

Immediatamente dopo questi due avvenimenti si colloca l’inizio della votazione per il Quirinale, il 29 gennaio. Questa partita ha la sua importanza sia sull’immagine (già in chiaro scuro) dell’Italia in Europa e nel mondo, sia sull’equilibrio politico interno con potenziali riflessi sulla stabilità del Governo, già ora dalle fondamenta non marmoree, che avrebbe di sicuro ripercussioni (principalmente di tipo speculativo) sulle piazze finanziarie.
La rosa di papabili candidati è copiosamente popolata, sicuramente non mancheranno i colpi di scena ed al momento pare che una figura politica ampiamente condivisa e che si faccia da garante (arbitro dal giusto metro di intervento) neutrale delle istituzioni sia quella preferita rispetto un un profilo tecnico come avrebbe potuto essere Draghi, se non si fosse autonomamente tirato fuori dai giochi con probabile dispiacere tedesco ma secondo noi non ancora completamente fuori corsa, Visco altamente probabile nel caso di orientamento tecnico, Padoan o Bassanini. Molto dipenderà dalla tenuta del Patto del Nazareno. Le riunioni interne del PD e di FI sono già iniziate e probabilmente la strategia dominante sarà quella di proporre un candidato accettabile per entrambi che riscuota fin dalle prime tre votazioni, nelle quali è richiesta la maggioranza qualificata (2/3) dei 1009 grandi elettori, buon consenso per poi eleggerlo a partire dalla quarta o quinta, quando la soglia si ridurrà al maggioranza semplice. FI si è riunita assieme alla Lega e si suppone che abbiano stilato una lista di personalità, anche del PD, sulle quali possono scendere a compromesso con il Partito Democratico, nella speranza che uno tra quelli sia proprio il personaggio proposto dal Premier. Renzi invece dovrà vedersela con il proprio partito ove non mancano le manifeste contrapposizioni impersonificate da Fassina e Civati, Mineo e talvolta anche Bersani, benché in modo più celato, che non si sa quanto effettivo seguito abbiano all’interno dei Democratici. Civati e Mineo, forti nelle dichiarazioni, ostentano sempre sicurezza e critica nell’esprimersi sul Governo e sulla gestione Renzi del PD, salvo poi non dar seguito alle proprie obiezioni. Forse sono consapevoli, e questo è quello che viene trasmesso ad un “analista” esterno, che anche cercando di far fronte comune con SEL non riuscirebbero a drenare un seguito almeno significativo dal partito del Premier e così preferiscono giacere, pungolando verbalmente, nell’insignificanza di non essere rappresentati nè di proporsi a rappresentare quella parte di elettorato che secondo loro avrebbero. Se al contrario, questa “fronda” civatian-fassiniana (in senso buono non me ne voglian Pippo e Stefano) ritenesse di poter mettere in difficoltà il Governo e di volerlo fare, prendendo atto che rimanere nel PD vorrebbe dire, data la risolutezza decisionale di Renzi rispetto ai Sindacati ed all’ala più a Sinistra del suo partito, non aver voce in capitolo sul moti temi che ritengono fondamentali, quella delle elezioni del Presidente della Repubblica a scrutinio segreto può rappresentare un’occasione. Ovviamente oltre a SEL sarà indispensabile il supporto del M5S e di qualche centrista. Risulta invece difficile pensare che i dissidenti-franchi tiratori di FI (stimati in circa 40 contro i circa 150 del PD, ma tutto è etereo e la segretezza del voto rende questi numeri altamente variabili), che per semplicità si possono identificare con i sostenitori di Fitto, riescano a digerire un’eventuale proposta dell’asse Civati – Sel – M5s , che da quel che si comprende dovrebbe essere spiccatamente caratterizzata (Prodi in primis). Quindi, constatata l’impossibilità di essere decisivi, i “Fittiani” potrebbero propendere per allinearsi al Nazareno mantenendo il proprio (comodo) status quo.
La possibilità, forse unica, dell’asse Civati-M5S-Sel è quella di votare ben compatti un nome al quale il Premier difficilmente potrebbe opporsi a meno di non provocare una rottura definitiva all’interno del proprio partito. Quando Bersani disse che non era necessario attendere la quarta votazione in presenza di un candidato adeguato e condiviso, è possibile che si riferisse proprio a questa circostanza: un Romano Prodi (che ormai è stato nominato troppe e troppe volte per essere ancora papabile nonostante abbia tutte le caratteristiche), o simile, con ottimi numeri fin dalla prima votazione potrebbe di certo rappresentare la base della strategia Civati-Sel-M5S.

Queste elezioni presidenziali insomma sono irte e procellose, molto importati per testare la tenuta del governo, del patto del Nazareno, del PD entro il quale si presenta la possibilità per coloro che dissentono dalla gestione Renzi di farsi valere qualora ritengano di avere forza sufficiente (altrimenti il sospetto dell’interessa alla posizione rispetto alle proprie idee ed ideali potrebbe legittimamente levarsi) e per comprendere il destino delle future riforme che inevitabilmente, nonostante i tentativi di proseguire serrando i ritmi, subiranno Quirinalizi rallentamenti.
Detta questa importanza non vanno però mai perse di vista le condizioni che sussistono fuori dai nostri confini ed attualmente riconducibili alle mosse della BCE, alle elezioni greche ed allo spiraglio di flessibilità piccolo, troppo ritardato ed ancora insufficiente che ha fatto breccia nella politica economica di Bruxelles, così come, essendo un aspetto indiscutibilmente da migliorare e rendere più efficace per l’Italia, l’immagine, la credibilità e l’autorevolezza che all’estero si forgiano sulla base degli esiti, degli sviluppi e della gestione di eventi di indubbia rilevanza quale le elezioni di un Presidente della Repubblica è.

Link:
– Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea
– Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia
– Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco
– Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE
– Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni – Qurinalizie e le presidenziali in greche
– I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie
– La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca
– Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?
– Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

 

14/01/2015
Valentino Angeletti
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Un ultimo mese davvero intenso di eventi politici ed economici

L’ultimo mese è stato davvero intenso di vicende relative al panorama economico e politico Italiano ed Europeo.
In Italia la scena è stata dominata dalle dimissioni di Napolitano, ormai questione di ore, e dalla relativa successione al Quirinale; dal JobsAct e dal decreto delega fiscale con la norma del 3%. Come di consueto nel nostro paese gli strascichi di polemiche non sono mancati.

In Europa invece l’attenzione è stata rivolta alla conclusione del semestre di presidenza Italiano ed al relativo bilancio; alla politica monetaria ed ai possibili imminenti QE con le solite contrapposizioni tra rigoristi tedeschi avversi all’espansione monetaria e coloro, tra cui lo stesso Draghi, ormai convinti della necessità di iniezioni di liquidità; ma anche alle elezioni greche del 25 gennaio che vedono in vantaggio Tsipras. Le dichiarazioni della Merkel in merito alla tornata elettorale greca hanno suscitato interesse.

Degni di nota sono stati anche il caso di presunto attacco Hacker alla Sony ed gli scellerati episodi di terrorismo in Francia e Nigeria.

La drammatica cronaca francese ha tolto spazio a due notizie che in tempi normali avrebbero catalizzato l’attenzione: i dati Istat relativi al Q3 italiano e la stretta dei criteri di Basilea della BCE che metterebbe a rischio alcune istituti di credito (anche italiani).

Di seguito, dal più datato al più recente, articoli che raccontano questi ultimi 30 giorni.

PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE 14/12/2014;

I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie 16/12/2014;

Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE 21/12/2014;

“The Interview” una differente analisi del presunto attacco hacker alla Sony 22/12/2014;

Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…. 28/12/2014;

Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche 01/01/2015;

Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE 03/01/2015;

Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco 04/01/2015;

Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti…. 05/01/2015;

Lo strafalcione della norma fiscale del 3% e delle sue contraddizioni nel momento più critico possibile 06/01/2015;

Siamo TUTTI Charlie e siamo TUTTI Islamici 08/01/2015;

Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia 09/01/2015;

Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea 11/01/2015;

13/01/2015
Valentino Angeletti
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Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia

EU-GRDoveva provenire dal Semestre Italiano di Presidenza UE, poi con l’insediamento della nuova Commissione Juncker recependo il sentimento diffuso dei cittadini europei, la presa di coscienza trasversale dei vari partiti disposti ad un nuovo approccio politico, economico e monetario del quale vi è evidente necessità imminente, doveva essere un argine ai movimenti anti europeisti che sempre più stanno attecchendo nella popolazione e troppo spesso sfociano in episodi di intolleranza e grette manifestazioni di chiusura verso un pericoloso nazionalismo xenofobo, invece il cambiamento radicale di cui c’è bisogno pare non sarà guidato dalle istituzioni deputate ufficialmente a gestire la governance, aggiornandola e rendendola più consona ai tempi ed agli scenari che sono, bensì da fattori esterni.

Il Semestre Italiano, che si concluderà in modo ufficiale il 13 gennaio con il discorso del Premier Renzi, oggettivamente, nonostante gli ovvi e prevedibili tentativi di elencare con minuziosa puntualità ogni minimo elemento positivo di questi circa 175 gironi, ha lasciato ben pochi segni; in parte per causa della conformazione stessa della presidenza che ha limitate possibilità se non quella di impostare una agenda delle priorità da condividersi poi con le altre realtà istituzionali, in parte perché è stata il teatro in cui ha avuto luogo il passaggio di consegne tutt’altro che rapido e snello tra la vecchia Commissione Barroso e la nuova Commissione Juncker ed in parte perché non è riuscita ad imprimere il giusto vigore ad un nuovo concetto di flessibilità ed alla possibilità di discussione sui trattati europei. La flessibilità è rimasta quella già prevista negli accordi, nessun margine ulteriore, salvo un poco di tempo in più per eseguire i piani di rientro già definiti, tanto che le leggi di stabilità di Italia, Francia e Belgio, proprio perché rischiano di non essere conformi ai trattati subiranno una nuova verifica nel mese di marzo. Gli investimenti non sono stati incentivati adeguatamente ed ogni tipo di spesa che possa comportare crescita, eccezion fatta forse per la sola quota di contribuzione nazionale ai fondi europei, non sarà sottratta al patto di stabilità così come il piano di rientro del debito è stato confermato (giungere al 60% in 20 anni) con uno “shift” temporale di un solo anno. Il “Piano Juncker” suscita numerosi dubbi, ha come ipotesi una leva titanica di 15 volte rispetto ai 21 miliardi di € forniti da Commissione (16) e BEI (5) per arrivare così alla quota di 315 miliardi col supporto di investimenti privati esterni che difficilmente, viste le condizioni congiunturali e gli scenari di medio-breve periodo, si avventeranno a collocarsi nel vecchio continente quando altre zone del mondo a cominciare dagli USA stanno vivendo una ritrovato fermento. Il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL è rimasto, assumendo sembianze sempre più anacronistiche, termine che ad un certo punto pareva addirittura abusato ma che permane attuale, forse ora più che mai visti i risultati fin qui ottenuti. Anche il punto sull’immigrazione è rimasto costante se non addirittura deteriorato. L’atteggiamento della Commissione e soprattutto della Germania non sono mutati gran che con quest’ultima sempre meticolosamente attenta in primis a proteggere, giocando anche con una elevatissima perspicacia e strategia dialettica che si manifesta in “diabolici” quanto efficaci palleggi verbali tra Merkel, Schaeuble, Weidmann, i propri interessi mantenendo uno status quo che piano piano ed in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali si potrebbe deteriorare anche nei pressi di Berlino e Francoforte (disoccupazione ai minimi al 6.5%, ma dati della produzione industriale tedesca di novembre a sorpresa in calo dello 0.1% su ottobre rispetto ad una stima di +0.3% ed in calo dello 0.5% rispetto a novembre 2013).

Francoforte altro nodo chiave, perché qui ha sede la BCE “Governata” da Mario Draghi probabilmente sempre stretto tra l’incudine di voler attuare una politica monetaria più ispirata agli USA ed il martello della Germania, con il suo seguito di falchi nordici, che, in vece di maggiore azionista dell’Istituto Centrale, glielo ha impedito o comunque lo ha decisamente limitato. I risultati sono stati interventi lenti, in ritardo e spesso sottodimensionati al problema di una inflazione, il mantenimento del cui livello in un intorno sinistro del 2% è tra i mandati della BCE, in costante calo e di un Euro che solo ora sta tornando a livelli più realistici nei confronti del Dollaro. Draghi ha saputo giocare egregiamente con gli effetti annuncio delle sue periodiche dichiarazioni, ma col passare del tempo i mercati hanno iniziato ad attendere oltre le parole alle quali si sono armai anestetizzati, i fatti quindi le misure espansive concrete.  L’ultimo annuncio di Draghi è stato di giovedì 8 gennaio, nulla di nuovo rispetto alla consueta conferma che la BCE metterà in atto ogni misura possibile per contrastare una deflazione che molti si ostinano ancora a negare celandola dietro il calo dei prezzi del greggio, incluso l’acquisto di Bond sovrani, senza peraltro specificare l’ammontare (stando alle passate indiscrezioni dovrebbero essere 1000 mld dei quali 500 nella prima trance) e la data che potrebbe essere il 22 gennaio o, attendendo l’esito delle elezioni greche, il 5 marzo (perdendo ulteriore del giù nullo tempo che ci rimane). Anche sull’ammontare permane qualche dubbio perché 500 miliardi, se distribuiti come sembra e come eventualmente potrebbe accettare la Germania, in base alle quote della BCE detenute dai vari governi nazionali, porterebbero all’Italia una somma attorno ai 90 miliardi, inferiore a quanto, senza effetti risolutivi, fu acquistato nel 2011 (110 mld circa). I mercati sono schizzati in alto e subito (i più ingenui o maliziosi secondo noi) hanno gridato all’effetto bomba di Draghi, difficile da credere per un non nulla di nuovo o eclatante, molto più probabile che le parole di Draghi siano state usate come scusa per giustificare il rimbalzo conseguente al crollo post dichiarazione della Merkel sull’opzione di una Grecia fuori dall’Euro in un momento in cui l’attentato terroristico a Parigi avrebbe affossato anche le più solide piazze finanziarie. Come già detto i mercati non vengono influenzati dalle news, ma le usano (o le plasmano) per giustificare andamenti già, in linea di massima, definiti in riunioni notturne o della primissima mattina che si tengono in riservatissimi uffici ad altissimi piani di vitrei grattaceli, negli HQ di poche grandi banche, assicurazioni, fondi (a Parigi il CAC40 l’8 gennaio -oggi- è aumentato del 3.59%, come se immediatamente dopo l’11 settembre Wall Street fosse stata attorno alla parità….).

Le elezioni greche sopra menzionate sono un altro elemento fondamentale, forse in questo momento il vero ago della bilancia. A conferma che la necessità di cambiamento non è stata recepita in modo convito dalle istituzioni vi sono le varie dichiarazioni in merito ai piani di Tsipras, che vorrebbe rimanere nell’Euro, ma rinegoziando il debito insostenibile (ipotesi sostenuta anche dal Financial Time che vede nel debito greco qualche cosa di non più onorabile) ed aumentando la spesa pubblica per investimenti, servizi, welfare (anche la sanità è ormai quasi solo a pagamento ed il servizio sanitario non è più in grado di fornire medicinali) e per risollevare i salari dei dipendenti pubblici quasi dimezzati per rispettare i parametri imposti dalla Troika. A parte l’ipotesi di uscita della Grecia dall’Euro avanzata dalla Merkel e subito smentita da fonti governative tedesche (probabilmente un gioco congegnato per lanciare un segnale agli elettori ellenici) ed appurato che sia a detta dalla BCE che della Commissione UE l’Euro è un processo irreversibile, i moniti rivolti alla Grecia, agli elettori ed a Tsipras, leader di Syriza probabile futuro partito di governo, rimarcano con veemenza la volontà delle istituzioni europee che il venturo Governo rispetti gli impegni presi dal Governo precedente, ne porti avanti il programma già impostato e paghi ciò che deve pagare ai creditori senza venire meno ai piani di rientro concordati con la Troika, ovviamente nessuna ipotesi di revisione del debito o incremento della spesa pubblica. In questa fase di attesa degli scrutini, la Troika ha interrotto gli aiuti che riprenderanno solo una volta confermati tutti gli impegni da parte di Atene; anche l’acquisto di bond da parte della BCE potrebbe essere a rischio. Simili messaggi certamente indirizzati anche agli elettori potrebbero essere recepiti dalla classe media che ancora riesce in qualche modo a sostentarsi, difficilmente scalfiranno coloro, e sono i più, ormai senza nulla da perdere avendo stipendi dimezzati, nessuna possibilità di accedere alla sanità che non possono permettersi ed animati da profondo risentimento nei confronti di Troika, Bruxelles, BCE ed attuale Governo.

Il cambiamento forte che il Semestre Italiano, la Commissione Juncker e la BCE non hanno fino ad ora saputo indirizzare potrebbe essere impostato da Tsipras se riuscirà a trattare con Merkel, Germania, Commissione arrivando ad una soluzione di compromesso in grado di puntare davvero alla nuova Europa della crescita e della prosperità che deve essere l’obiettivo comune. Dalla sua il leader greco ha anche il fatto che questo è un anno di elezioni importati e diffuse e qualora il suo programma funzionasse, come lui stesso è convito, potrebbe rappresentare un precedente che indirizzerebbe il voto delle prossime tornate nei paesi membri, in molti casi già proiettati verso soluzioni simili a Tsipras che incarnano la diffusa e da troppo tempo necessaria, ma sin qui ignorata, richiesta proveniente dal basso  di una radicale discontinuità per il ritorno ai concetti fondanti il Progetto Europeo.

08/01/2015
Valentino Angeletti
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