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Digital Day a Venaria: bellissimi (e noti) progetti, aspettiamo solo che vedano i lumi

Non posso, nè voglio negare, di essere stato spesso critico nei confronti delle dichiarazioni, più di una volta permeate di una certa dose di superbia e di guascona faciloneria tipicamente fiorentina, ma in tutto ciò non mi definirei gufo, non godo affatto se l’Italia va male, anzi è proprio il contrario, se non altro perché appartengo a quella classe sociale che, se l’Italia non performa, è la prima a risentirne ed anche la prima su cui cade l’onere della riparazione. Credo però che la critica, se fatta in modo trasparente e senza doppi fini, debba essere lo sprono ed il pungolo a sentirsi sempre sotto pressione ed a migliorare, pur io sapendo che quanto scritto in queste pagine non influenzerà, nè  mai giungerà ai livelli presidenziali…. ma, in tutta sincerità, mi stimolo e mi diverto ugualmente, e questo mi basta.

Premesso umilmente ciò, e stante il fatto che non condivido le modalità comunicative e di approccio ai media, sia classici che 2.0 o 3.0 del Premier, che a mio avviso potevano essere interessanti in una prima fase, ma che ad oggi non sono state rinnovate senza saper seguire il rapido processo evolutivo degli strumenti di informazione “web-based” (ne è un esempio il recentissimo video d’esordio su Youtube, strumento già superato, ad esempio, dal “Periscope” di Twitter, del MEF con il Ministro Padoan come protagonista), devo assolutamente convenire con quanto detto dal Premier Renzi presso la Reggia di Venaria a Torino, in occasione dell’ “Italian Digital Day”.

L’ex sindaco di Firenze ha toccato un numero impressionante di punti, tutti estremamente importanti e con contenuti condivisibili. Avevo già messo in evidenza, solo qualche giorno fa, un articolo sul Sole24Ore dove si evidenziava come il gap digitale dei nostri concittadini costasse svariati punti di PIL e fosse un fattore di handicap nei confronti di paesi nostri concorrenti, che invece in tema di tecnologia e digitale hanno saputo rinnovarsi più velocemente. In Germania si parla già di Industri 4.0 ed è già prassi consolidata e collaudata in Bosch (si tratta di almeno un biennio di sperimentazioni in cui noi siamo stati fermi), ma anche in Francia, Germania, Polonia, UK, il livello di digitalizzazione è immensamente superiore al nostro, senza tirare in ballo i paesi scandinavi ove la necessità di comunicare e di avvicinare distanze incolmabili in inverno, ha reso la digitalizzazione un processo fin da subito molto più indispensabile che altrove. C’è quindi consapevolezza di un gap, che anche forze interne cercano di ostacolare, non sono rare forme di “luddismo 2.0” che tacciano il digitale, l’automazione, l’uso del PC come cause di una perdita di posti di lavoro. Fatti i debiti ragionamenti, non è così, tuttaltro. In futuro si perderanno figure dalle competenze e specializzazioni basse, come era la vecchia figura di operaio alla catena di montaggio, ma serviranno competenze ben più specifiche e che introducano valore aggiunto, pensiero ed intelletto. In tal senso la digitalizzazione è senza dubbio una opportunità, ovviamente, come in ogni cambiamento, va gestito intelligentemente il transitorio e fondamentale è intervenire a livello di scuole ed università, ad ogni livello e grado, così come è indispensabile, e non più procrastinabile, dare finalmente spazio alla meritocrazia, alla competenza, alla visione strategica ed alle menti flessibili ed eclettiche, a prescindere da conoscenze, baronie, economia di relazione, estrazione sociale, e via impietosamente dicendo, tutti driver che hanno indirizzato la classe apicale della politica italiana a discapito di coloro che sanno veramente fare le cose e sono in grado di pensare laicamente ed a tutto tondo in uno scenario globale.

Le competenze specifiche a cui mi riferisco mancano ancora nel nostro paese. Va invece meglio sul fronte della start up, che sono un fenomeno in miglioramento, se ne contano a migliaia, pur rimanendo fanalino di coda tra i paesi OCSE. Uno sforzo che dovremmo fare, ed in parte stiamo già facendo grazie ad incubatori ed acceleratori finanziati da aziende private (Enel, Eni, Telecom, Unicredit, Wind ecc) ed istituzioni pubbliche e governative, è quello di creare una forte filiera per far si che le start up abbiano supporti economici e logistici, abbiano assistenza per la redazione di business plan e possano pubblicizzarsi, grazie alle carrozzate che le dovrebbero assistere, anche all’estero, per evolversi da piccole start up ad aziende strutturate e consolidate.

Renzi poi si è soffermato sui grandi progetti governativi: Spid, pagamenti elettronici, anagrafe unica, linee guida per i siti e servizi PA e notifica e documenti (alias interoperabilità dei servizi). L’unificazione ed ottimizzazione delle banche dati sarebbe di sicuro supporto alla semplificazione del rapporto tra PA e cittadini, attraverso il PIN unico per accedere a tutti i servizi amministrativi, ma anche, come sottolineato, contro l’evasione fiscale. Questi punti sono stati confermati anche da Antonio Samaritani, presidente dell’ Agid. Peccato che, anche in tal caso, l’arretratezza rispetto al resto del mondo industrializzato sia lapalissiana e che negli ultimi anni si sia perso tempo. Tutti i progetti suddetti, già facevano parte dell’agenda digitale inserita in Destinazione Italia, ed ultimamente capitanata da Caio, passato poi a capo di Poste. In questi anni non si è fatto praticamente nulla.

Da condividere anche la visione di Renzi rispetto alla lotta al terrorismo a mezzo di strumenti tecnologici, volti ad incrementare il controllo e l’intelligence (il riferimento ai tag nei confronti dei sospetti su Facebook, Twitter o nelle immagini da video sorveglianza, sono più una finzione scenica che una concreta possibilità, ma va premiata la fantasia). Effettivamente in questo periodo l’uso più forte di tecnologia non limiterebbe la libertà, sarebbe però un incremento potenziale del livello di sicurezza. Va tenuto poi in debita considerazione, quando si fanno obiezioni sul limite tra privacy e sicurezza, che collezioni di dati e possibili controlli ed intercettazioni da parte di varie entità, siano esse governative, private, italiane o estere, per come sono conformate le architetture ICT italiane sono possibili in ogni momento, sia in modo “trasparente” per i garanti, che “segrete” anche alle autorità competenti.

Medesimo ragionamento sui Big Data: grande opportunità e tema centrale, assieme al Biotech, per la nascita di un polo di ricerca d’eccellenza mondiale “post Expo2015” presso l’aera fieristica di Rho, ma anche in tal senso la strada da fare è molta ed abbiamo la possibilità di percorrerla assieme agli altri stati UE con i quali il gap non è ancora così accentuato.

In ultimo, ma primo per importanza, va ricordato che l’elemento fondamentale, il vero strumento abilitante, per iniziare a ragionare su tutti questi punti, è l’eliminazione del Digital Divide che ancora ci strangola. Per abbatterlo in tempi brevi, c’è la concreta possibilità di sfruttare il progetto in cui è stato inserito Enel per la posa della fibra fino alle case degli italiani, sfruttando 30 milioni di contatori, un piano di sostituzione con nuovi modelli già in programma, una copertura capillare di cabine secondarie e gli incentivi governativi pari a poco più di 6 mld per l’intero progetto dei quali 3 e spiccioli proprio per l’infrastruttura. La presenza di fibra, o comunque di tecnologia che consenta connessione stabile, costante e performante in ogni condizione, diciamo che possa supportare i 100 Mbps, è indispensabile per poter basare definitivamente la propria azienda, sia essa multinazionale manifatturiera o strat up di servizi, su internet ed abbattere le distanze geografiche e temporali, con grande vantaggio in termini di produttività, bilanciamento vita privata-lavoro, tempi, costi, efficienza, efficacia.

Le cose da fare sono ben note da tempo, e non è certo con il meeting di Venaria che si sono scoperte, ma averle ricordate, rappresenta almeno l’auspicio che in questa circostanza alle parole, che anche una flebile aeere che soffia silenziosa può portar con se, seguano fatti e progetti concreti.

Link approfondimento:

La stampa
Rai News
Il Sole 24
Corriere comunicazione
Arretratezza digitale (da Blog)
Datagate: Da Internet ai Big Data (da Blog)

Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese! (da Blog)

Visione italiana e cambiamenti mondiali (da Blog)

22/11/2015
Valentino Angeletti
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Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese!

Mediaset-RaiLa mossa è stata una sorpresa, uno strano attacco portato dritto dritto, in linea retta, come nel gioco degli scacchi solo alle torri è consentito e proprio di torri stiamo parlando. La risposta dell’avversario è stata un solido arrocco, con poche possibilità di essere scardinato a meno che lo stesso difensore non lo voglia.

Le torri in questione sono quelle di Ray Way, società dell’orbita Rai detentrice delle torri di trasmissione delle emittente pubblica, privatizzata a novembre con una quotazione in borsa del 30%, che ha riscosso un buon successo ed il cui 51% per legge deve rimanere in possesso all’azionista pubblico, ossia lo Stato. Questa condizione è ben nota e lo era ovviamente anche alla più che informata Mediaset, attaccante di questa partita a scacchi economica. La società del Biscione, tramite la controllata Ei Towers, ha lanciato una OPA sul 100% di Ray Way per rilevare tutte le torri di trasmissione e tutti i contratti di affitto e di servizio, il vero tesoro di Rai Way, che gli operatori (tra cui anche telefonici) pagano per usufruire dell’infrastruttura. L’OPA è stata definita ostile, non amichevole e la posta messa in gioco è stata di 1.22 miliardi di €, equivalenti a circa 4.5 € per azione a fronte di un prezzo di mercato attuale di circa 4 €, un premio del 12.5% grossomodo. La valutazione di Ray Way al momento della quotazione è stata di circa 825 milioni, attualmente il valore si aggira attorno a 1’000 milioni e l’offerta di Ei Tower ammonta a 1’220 milioni di €, sarebbe ben pagata quindi.

Le polemiche in merito alla possibilità o meno di consentire questa operazione sono sterili. Il concetto è semplice: per legge il 51% deve rimanere in mani pubbliche, per motivazioni definite strategiche, siano esse opinabili o meno, il restante è preda del mercato e, ferme restando le regole della Consob, dell’Antitrust, della Vigilanza sulla concorrenza e sulle telecomunicazioni, ogni operazione è consentita e deve essere permessa senza veti. Stanti così le cose dunque L’OPA lanciata da Mediaset non può portarsi a compimento, c’è poco da discutere.

La domanda vera è perché Mediaset, avrebbe lanciato una OPA irrealizzabile?

Una possibile interpretazione è il lancio di un messaggio chiaro al Governo, che potrebbe suonare più o meno come segue:

“Tu, Stato Italia, necessiti di denaro ed hai promesso alla UE di privatizzare, ricavando almeno 0.7 punti di PIL per gli anni 2015-2018, su questo fronte sei piuttosto indietro, tanto che hai avviato una repentina privatizzazione-lampo di ENEL quasi come contropartita per un pronunciamento tutto sommato positivo di Bruxelles sulla legge di stabilità. Nonostante ciò rimani sempre un sorvegliato specialissimo. Io ti offro 1.22 miliardi ben pagati per Ray Way, questa somma assieme ai 2.2 miliardi previsti per Enel ti consentirebbero di incassare da privatizzazioni già entro il Q1 un buon 0.21% di PIL. Se sei interessato cambia la legge e facciamo l’accordo, prendendoti ovviamente vantaggi e tutti i rischi di polemiche del caso visto che sono una emanazione berlusconiana, , altrimenti arrivederci e grazie. Che fai, accetti?”.

Probabilmente per evitare accuse di complotto con Berlusconi o per qualche altra motivazione strategica o ancora legata alla governance Rai, visto che economicamente la proposta è assolutamente invitante, Renzi ha smorzato le polemiche sostenendo giustamente che le quote sul mercato di Ray Way sono soggette alle regole dello stesso e precisando che il 51% della società detentrice le torri di trasmissione rimarrà in mano pubblica.

La riflessione importante da fare riguarda la funzione della rete digitale e delle torri di trasmissione nello sviluppo futuro di un paese moderno. Essa rappresenta la spina dorsale per tutte le attività legate alla diffusione di contenuti e servizi multimediali via tv, cellulare, web ed internet, UMTS ecc. Rappresenta la base per lo sviluppo delle reti 4G ed oltre, in sostanza un pilastro dal quale non può prescindere lo sviluppo economico e la competitività di un paese, a maggior ragione se stiamo parlando di Italia dove il problema del digital divide, dell’accesso alla banda larga, dei servizi digitali avanzati, della copertura delle reti mobili rappresentano un oggettivo gap competitivo da risolvere. Sulle torri si basa tutto il concetto di Digital Entertainment futuro che sarà sempre meno semplice TV (che detiene ancora una buona quota di mercato nel nostro paese) e cellulare voce, e sempre più contenuti digitali on demand e personalizzati che il consumatore plasmerà sulle proprie esigenze, necessità, gusti potendo interagire con essi attivamente. La rete, intesa sia come etere che come cablaggio in fibra ottica, rappresenta quindi una autostrada fondamentale a doppio senso e sarà utilizzata non solo per intrattenimento, ma anche per la fornitura di servizi e “prodotti virtuali” specifici e importanti per la vita ed il benessere della società (servizi bancari, ospedalieri, di domotica, legati alla gestione dell’energia ed al risparmio energetico, all’automotive, alla diffusione real time di importanti informazioni, alla gestione proattiva della città ecc). In definitiva il livello strategico dell’infrastruttura digitale è altissimo e l’Italia sta già pagando una notevole arretratezza in tal senso che deve necessariamente colmare se vuole consentire alla propria economia di svilupparsi. A tal fine è evidente come la disponibilità di banda larga ed ultra-larga dovrà essere: garantita su tutto il territorio; sicura in termine di protezione dei dati; sempre disponibile con altissimi standard qualitativi; efficiente ed affidabile per integrità dei dati trasmessi.

Per raggiungere l’obiettivo di una spina dorsale digitale con i requisiti adatti a supportare lo sviluppo economico di un paese è evidente come siano necessari importanti investimenti e costanti aggiornamenti infrastrutturali per mantenere massimi i livelli degli standard tecnologici adottati.

Come vengano fatti questi investimenti è materia di discussione e le possibilità sono molteplici. Si può pensare al solo soggetto pubblico (che sia CDP, tesoro, MEF od una società ad hoc), o ad un soggetto privato, che pur rispettando le norme imposte dai vari regolatori del settore, agisca anche in regime di monopolio, ovviamente sotto adeguato controllo. La presenza di un unico operatore (statale o meno) potrebbe garantire economie ed ottimizzazioni in termini di installazioni infrastrutturali, “inquinamento” da radiazioni ed anche paesaggistico, ottimizzazione delle coperture. In alternativa si potrebbe lasciare spazio totale alla concorrenza, consentendo a più operatori, il cui numero dovrà necessariamente essere limitato alle sole aziende realmente in grado di supportare la gestione di una complessa infrastruttura come la rete digitale, di agire, permettendo, in teoria, una riduzione dei costi (cosa che in passato abbiamo scoperto non sempre essere vera) per i consumatori finali.

Potrebbe costituire un fattore limitante la concorrenza il fatto che una società (o una controllata) detentrice la rete digitale sia anche quella che distribuisce contenuti e servizi. Anche a questa situazione vi sono vari approcci applicabili, vale a dire la completa separazione seguendo il modello elettrico con Terna, oppure consentire, sotto il controllo dell’antitrust, che un diffusore di contenuti sia anche il detentore della rete, come era per il gas (Snam società Eni) o proprio per le TLC (Telecom). Questo secondo modello peraltro è diffusamente utilizzato all’estero.

Il punto chiave, senza cadere in ridondanza nel ripeterlo vista la sua importanza, è che gli investimenti sull’infrastruttura digitale vengano fatti rapidamente e siano sufficientemente ingenti, senza scadere, come purtroppo spesso accade per le grandi opere infrastrutturali italiane, in sprechi e inefficienze, appalti “dubbi” e costosi, al classico lievitare esponenziale delle spese e via dicendo. Se è lo Stato a volersi fare garante della fondamentale opera strategica di connessione della quale le torri di trasmissione sono cardini, ben venga, ma deve avere disponibilità a sborsare quanto necessario, analogo sillogismo vale se vorrà essere un soggetto privato, italiano o straniero, ad accollarsi gli onori e gli oneri di digitalizzare l’Italia.

Brutalizzando: non importa chi caccia i soldi, ma l’importante è che vengano cacciati subito, bene ed in quantità adeguata.

Valentino Angeletti
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