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Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche

Obama ha da poco tenuto il suo “Speech” sullo stato dell’Unione a stelle e strisce. Oltre alla grande importanza che attribuisce al clima, alla lotta al cambiamento climatico ed al tema energetico, decisamente caro all’economia statunitense, in quanto la rivoluzione energetica in atto ha consentito di abbassare il costo dell’elettricità attraendo, assieme ad alcune politiche sul lavoro, nuovi investimenti industriali ed avviando un processo di reindustrializzazione antitetico alla delocalizzazione occorsa negli anni scorsi, al centro del discorso è stato il tema dell’uguaglianza sociale.

Obama ha definito il 2014 un anno decisivo, nel quale è necessaria una svolta, l’anno dell’azione (molto simile all’anno del fare del nostrano Renzi). L’anno in corso sarà certamente molto importante per Obama poiché in autunno si terranno le elezioni di metà mandato che rinnoveranno le camere ed in vista di ciò il Presidente vuole dare un impronta chiara alle proprie azioni.

Il tema dell’uguaglianza è stato trattato con decisione, il primo passo concreto consisterà nell’aumentare il salario minimo per certe tipologie di lavoratori federali dagli attuali 7.25 $/h ai 10.10 $/h. La misura coinvolgerà inizialmente solo i nuovi contratti ed i rinnovi di contratto in essere, ma è già allo studio un meccanismo, che da noi si chiamerebbe scala mobile, per indicizzare almeno all’inflazione tutti i salari federali in prima istanza esclusi. Obama ha chiaramente definito ingiusto ed inaccettabile che un lavoratore federale non possa condurre per se ed assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa.
Ovviamente il settore privato non risentirà di tale manovra non avendo il Presidente alcun potere di azione sui salari minimi che non siano governativi, ma il messaggio lanciato anche al settore privato è stato evidente. Il provvedimento, appoggiato dai democratici ed avversato dai repubblicani, è stato motivato adducendo alcuni esempi aziendali di successo (Tescoma) che utilizzando gli incrementi salariali hanno incrementato la produzione, di fatto azzerando l’onere del rincaro. Inoltre aumentare i salari alle classi meno agiate vorrebbe dire incrementare immediatamente i loro consumi, benefici anche per le aziende.

Lo scenario in cui si inserisce l’azione sui salari è quello di un piano per combattere la disuguaglianza sociale ed in questa ottica si inseriranno interventi in favori degli immigrati ed il tentativo di rendere le cure e le assistenze mediche disponibili a tutti e con standard i qualità quanto più possibile allineati.
Per perseguire questo fine sarà probabilmente rivista la tassazione e, qualora le parti politiche non si trovassero d’accordo, Obama si è detto disposto ad applicare per decreto quanto ritiene giusto in una chiara svolta decisionista, sarà interessante capire quanto potrà realmente mantenere.

Si è sottolineato più volte come la disuguaglianza stia assumendo a livello globale dimensioni sempre più importanti e come l’eccessiva disuguaglianza sia foriera di scontri di classe, malcontento e blocco economico contrariamente ad un sano dislivello sociale che, grazie anche ad una certa mobilità e meritocrazia, rende fluida la società e consente la crescita sfruttando la volontà di miglioramento naturalmente innata nelle persone. Gli USA così come lo UK sono campioni di disuguaglianza e, proprio in concomitanza del discorso di Obama, ne hanno dato nuova conferma i dati USA sulle compravendite di immobili di lusso, vale a dire oltre il milione di dollari, che hanno raggiunto il 14% del totale, crescendo del 3%.

La disuguaglianza è fortissima ed in rapida crescita anche in Italia, dove però la tendenza è contraria rispetto alla via imboccata da Obama. Le azioni del governo sono state quelle di bloccare indicizzazioni, scatti salariali e straordinari. Il settore privato non fa eccezione, lo strumento per abbattere i costi di produzione e dei prodotti, rischiando di alimentare una pericolosa spirale deflattiva, è sempre quello di ricorrere ad abbassamenti dei salari, riduzione dell’orario di lavoro o aumento ma a parità di salario come è successo in Siemens, taglio dei premi di produttività, degli straordinari, delle festività retribuite ecc. In sostanza tutto ciò che deprime ulteriormente consumi ed economia. Per il nostro paese le azioni da affrontare rapidamente dovrebbero essere quelle di tagliare il cuneo fiscale ed abbassare il prezzo dell’energia facilitando in tal modo le nostra aziende a competerete con le concorrenti europee. Rimane in ogni caso impossibile pensare di poter essere competitivi sul prezzo di alcuni prodotti di fascia tra la bassa e la media rispetto agli stati, come Polonia ed Ungheria (non andando a disturbare la Cina o la Cambogia), dove il costo del lavoro è drasticamente più basso. La strategia dovrebbe essere quella di riconvertire le produzione manifatturiera (affiancandola ad altri settori dove potremmo primeggiare se opportunamente rafforzati) utilizzando tecniche ti ottimizzazione della catena di montaggio, della distribuzione, razionalizzazione di tutta la filiera, inserire l’innovazione sia nella produzione, ma anche nei processi (ne è stato un esempio Toyota) e poi puntare a produzioni di prima e primissima fascia ad alto valore aggiunto che gli acquirenti, pur tenendo sempre in considerazione il prezzo, valutano utilizzando come parametro primario la qualità.
Il caso Electrolux è solo l’ultimo esempio che dimostra come in Italia purtroppo i problemi vengano affrontati sempre troppo tardi con la naturale conseguenza, mossi dalla fretta e dalla necessità di trovare una soluzione immediata, di costruire soluzioni traballanti e senza aver avuto modo di valutarne gli effetti nel breve, medio e lungo termine. Il settore degli elettrodomestici o del bianco è in crisi da anni, ci sono stati i casi Merloni ed Indesit, e le vicende dei 4 stabilimenti Electrolux si conoscono da tempo, ma si è giunti in ogni caso a proposte drastiche, quasi da ultimatum.

28/01/2014
Valentino Angeletti
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Electrolux: sintomo primordiale di deflazione

Ancora conferme allarmanti da Bankitalia: tra il 2010 e il 2012 il reddito famigliare medio è sceso del 7,3%, la ricchezza ha fatto registrare -6.9%, mentre la povertà (reddito famigliare inferiore a 7’678 € all’anno) è salita del 2% toccando il 16%, metà delle famiglie italiane vive con meno di 2’000 € al mese, il 20% del totale con meno di 1’200 € al mese. Il 46,6% della ricchezza totale è nelle mani del 10% delle famiglie.
Secondo S&P l’outlook il rating italiano rimane negativo, perché permane l’incertezza sulla tenuta dei trend economici e delle politiche economiche, inoltre, in contraddizione rispetto alle previsioni del MEF, la crescita si attesterebbe allo 0.5% annui per il triennio 2014, 2015, 2016 ed il debito a fine 2014 toccherebbe il 134%.

Questi dati poco rassicuranti testimoniano come sia necessaria una ridistribuzione della ricchezza e vista l’urgenza pare che le uniche vie in grado di garantire una velocità adeguata possano essere una patrimoniale progressiva sulla fascia più ricca della popolazione, ma soprattutto una lotta serrata all’evasione ed alle truffe al fisco che oltre a sottrarre denaro alla collettività penalizzano proprio le classi più povere. Si stima che solo le truffe sull’autocertificazione ISEE siano costate lo scorso anno tra i 2 ed 3 miliardi di €. È facile immaginare che aumentando anche di 300 € mensili, quindi una cifra rilevantissima quasi utopistica, l’introito di famiglie a basso reddito questa somma non andrebbe ad alimentare conti correnti o depositi amministrati, bensì sarebbe immediatamente reimmessa nel circuito economico, alimentando i consumi dei beni di primissima necessità, principalmente alimentari, prodotti e vestiario per bambini, bollette, medicinali e visite mediche, creando una molto primordiale catena virtuosa che se correttamente e sistematicamente oleata potrebbe portare nel giro di qualche trimestre ad un lieve recupero della domanda e dei posti di lavoro.

In questo contesto si colloca la crisi dell’Electrolux, azienda del bianco da tempo in difficoltà a causa della concorrenza a basso costo principalmente da Polonia e Turchia. Secondo fonti sindacali, in contrasto con quanto sostenuto dall’azienda, il salario medio attuale potrebbe passerebbe da 1’400€ a circa 700-800 € rasentando la soglia di povertà per le famiglie che si vedessero costrette a vivere con una simile somma. Per il salvataggio del polo Italiano la casa madre svedese propone un taglio dell’80% dei 2700 euro di premio aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause e permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. Il costo orario del lavoro, ora a 24 euro, scenderebbe di 3-5 euro medi, così da ridurre il gap con il costo del lavoro in Polonia, dove gli operai di Electrolux percepiscono 7 euro l’ora. A queste condizioni, avrebbero detto gli svedesi, gli stabilimenti di Susegana, Porcia, Solaro e Forlì sopravvivrebbero, mentre se il piano fosse respinto il gruppo bloccherebbe ogni investimento nel nostro paese.

Benché nessun alto esponente della finanza e della politica economica si preoccupi in maniera manifesta della deflazione in Europa, per quel che riguarda il nostro paese il caso Electrolux ne è un primo esempio.

Quando per ridurre i prezzi dei prodotti o per avere sufficiente margine di guadagno le aziende lottano andando in ultimo a cercare di abbattere il costo del lavoro con tagli agli stipendi ed al limite licenziando od attingendo ai contratti di solidarietà, ed anche questo è accaduto in quanto in Electrolux infatti gli esuberi stimati sono incrementati di circa 400 unità, si crea la tipica spirale deflattiva: si cerca di ridurre i prezzi a tutti i costi, ma al contempo si diminuisce il potere d’acquisto dei lavoratori diminuendo stipendi o quasi lo si annulla licenziando tout court, ledendo ulteriormente la propensione al consumo già bassissima.  Pare evidente che per abbattere il costo del lavoro la via corretta sarebbe un’azione incisiva sul cuneo fiscale benefica sia all’impresa che al lavoratore stesso.
Considerando le congiunture macroeconomiche in essere e la pericolosa propensione ad accettare, pur di lavorare, condizioni veramente al ribasso, si rischia seriamente di andare incontro ad una deflazione causata non tanto dall’attesa per un ulteriore ribasso dei prezzi come sovente accade, ma dalla reale incapacità di consumare, pur volendolo.

Un deflazione derivate dal fatto che il calo dei salari e del potere di acquisto è decisamente superiore al calo dei prezzi, fenomeno che si può ampiamente ritrovare anche nel mercato degli immobili dove però si aggiunge la componente non trascurabile della difficoltà di accesso al credito.

27/01/2014
Valentino Angeletti
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