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Elezioni amministrative: opportunintà per le opposizioni, campanello d’allarme per Renzi

Si è conclusa la prima tornata delle elezioni amministrative 2016, un sunto quasi ovvio, ma che è bene ribadire è che tutte le maggiori città andranno al ballottaggio.

Se il PD a Roma può “gioire” per l’accesso affatto scontato al ballottaggio, regalato dalla divisione del CDX tra i sostenitori di Fratelli d’Italia e Lega con candidata Giorgia meloni e Forza italia che ha invece spalleggiato Alfio Marchini, in tutti gli altri comuni deve analizzare attentamente il risultato.
Il passaggio al primi turno non è riuscito neppure nelle città più amiche come Torino, dove Fassino dovrà vedersela con la candidata del M5S Appendino, e Bologna, dove Merola ha incassato ed ammesso una sonora sconfitta e dovrà vedersela al ballottaggio con il candidato del CDX Bergonzoni. A Napoli il PD è addirittura fuori dai giochi del ballottaggio e De Magistris, ripudiato da Renzi, sembra avere la vittoria in tasca.

Il M5S è, senza alleanza alcuna, quasi ovunque il primo partito. L’alta astensione (superiore al 40%) qualora diminuisse al ballottaggio, non favorirà il PD, per il quale chi voleva votare ha già esercitato il suo diritto anche al primo turno. Il 19 giugno un gran peso lo avranno i “transfughi” dal CDX, Lega, FI e, nel caso di Milano, M5S. Questi partiti già ora per le amministrative hanno interpretato il voto come una battaglia contro il Governo, metterlo evidentemente sotto vorrebbe dire avere delle argomentazioni tangibili da addurre alla richiesta, per dirla alla Salvini, di mandare a casa Renzi. Si evince quindi che costoro difficilmente voteranno PD, alla luce anche del fatto che i destrorsi filo-renziani di Ala di Verdini fanno già parte delle truppe (qualcuno direbbe cammellate … e tipiche delle sinistre cooperative dei capoluoghi emiliano romagnoli, quando la sinistra arrivava all’80%) Democratiche.

In sostanza il PD e Renzi, che nonostante tutto ci ha scommesso la faccia e, seppur ritraendosi in un secondo momento, la permanenza a Palazzo Chigi, dovranno preoccuparsi e temere per i ballottaggi, ma ancora di più per il referendum confermativo di ottobre, possibile forca caudina per il Matteo fiorentino, che molti, anche del suo partito, vorrebbero tornasse in toscana.

Quello del ballottaggio di domenica 19 potrebbe quindi essere per le forze anti governative un test fondamentale per affilare le armi ed intavolare un minimo di organizzazione ed alleanze, ovviamente nella penombra dei palazzi e senza dare scalpore, in vista del referendum di ottobre sulla costituzione, mentre per il Governo un campanello d’allarme per Renzi ed il suo PD tale da indurli a studiare una qualche contromisura.

06/06/2016
Valentino Angeletti
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Primarie PD: una sconfitta mascherata da vittoria?

Il primo importante passo del PD verso le elezioni amministrative di primavera si è concluso ed ovviamente è rappresentato dalle primarie che si sono tenute nel weekend scorso in alcuni importanti comuni. Contemporaneamente si apre il lungo cammino della compagna elettorale che ci accompagnerà fino all’election day.

Sfogliando i risultati si direbbe che la vittoria della frangia governativa del PD, in altri termini dell’ “apparato” renziano, sia lampante: a Roma Giachetti ha vinto su Morassut con circa il 60% di preferenze, a Napoli si è imposta la giovane Valente battendo la vecchia guardia rappresentata da Bassolino, a Trieste l’uscente PD, il filogovernativo Cosolini, ha confermato la sua candidatura anche per la prossima tornata del capoluogo friulano. Ed infatti sono questi i dati che fanno cantare vittoria ad Orfini benché tale affermazione sia in palese contraddizione con quelli che erano gli obiettivi dichiarati prima delle primarie, ossia puntare ad una grande partecipazione e poi, qualunque fosse il vincitore, fare gruppo per sostenerlo unitamente.

Considerando Roma, che sarà la vera prova del nove per Renzi, sia per Morassut che per Giachetti, sia per Orfini che per il Premier stesso, la soglia minima da raggiungere per non considerare queste primarie un fallimento (testuali parole) era 70’000 votanti, con l’auspicio di superare i 100’000 che parteciparono all’elezione di Marino; la scorsa domenica invece, il conteggio si è fermato a poco meno di 50’000. I 25 – 30 mila voti incassati da Giachetti sono praticamente un quarto di quelli (80’000) ottenuti da (il fu) Marino.

A rincarare la dose c’è stato anche testa a testa a Napoli, dove l’affluenza non ha rappresentato un problema, ma che non sottolinea una dominanza renziana in terra partenopea, alla luce anche del seguito grillino, e soprattutto, come ogni primaria degna di tale nome, all’ombra di brogli che qualche ora fa si è abbattuta sulle primarie sotto il Vesuvio: alcuni filmati (resi pubblici da fanpage.it) proverebbero che persone sono state indirizzate al voto alla Valente, fornendo loro anche l’Euro di contributo al partito.

Tornando alla capitale, la bassissima affluenza denota in primis una disaffezione per la politica, e già ne avevamo contezza, ma anche per il PD. Le periferie, quelle che una volta rappresentavano la base dei democratici e la sede dei principali circoli, non hanno votato, o se lo hanno fatto si sono apertamente (non mancano interviste in merito) schierate per Morassut, l’unico, a detta loro, rappresentante della vera sinistra, non quella “invisa” con patto del Nazareno, con Verdini, col partito della Nazione. La borghesia bene, già di stampo democratico, ma anche quella più centrista e democristiana non disprezzante le posizioni filo centriste e destrorse più volte assunte ufficialmente dal Premier, ha probabilmente sostenuto il candidato indicato da Renzi, il radicale Giachetti.

Dai sondaggi è possibile estrapolare la conclusione che molti degli storici elettori del PD andranno a rimpinguare le file degli astensionisti o dei delusi che si rivolgeranno, come ultima ratio, al M5S. Di questo fatto, al momento verificabile per la città capitolina, ma facilmente ampliabile su scala nazionale, il PD, e Renzi primo tra tutti, dovrà tenere conto in vista di un sempre più probabile ballottaggio col movimento ispirato da ispirato da Grillo, ma anche con lo sfasciato CDX, che se si unisse in una coalizione, ipotesi decisamente rara, sarebbe il primo partito di Roma e, con tutta probabilità, d’Italia.

Ad alzare ulteriormente il livello di complessità della vittoria all’eventuale ballottaggio tra PD e M5S, contribuisce anche la situazione economica che vede una Europa nuovamente, anche se con piglio più amichevole e meno nordico, alle nostre calcagna, ricordandoci come la flessibilità che richiediamo sia già stata usata e che i parametri di deficit e debito non sono migliorati come invece avrebbero dovuto, benché vengano riconosciuti alcuni passi avanti sul fronte di riforme e lavoro. Questo fatto, unito alle irrisolta crisi migratoria, si rispecchia nel nostro paese con un pericoloso incrementare del degrado di alcune periferie cittadine e con la situazione economica di molte famiglie che non riescono a fronteggiare le spese giornaliere, incluse quelle sanitarie, spingendo così molte persona a trascurare la propria salute.
Oltre che a lavorare su riforme economiche che possano portare benefici immediati all’ex ceto medio che ha perso la vocazione democratica, il Governo Renzi deve necessariamente lavorare ad una chiara idea di partito e puntare o al ritorno alle origini cercando di recuperare consensi a sinistra, oppure, con l’obiettivo di ampliare il bacino elettorale di centro e di centro destra (i cui elettori sono sempre più spaesati) guardando al partito della nazione, come conseguenza del patto della nazione e degli accordi con ALA di Verdini. Analogamente anche la frangia del PD più orientata a sinistra dovrà decidere “cosa fare da grande”.

L’attuale situazione del Partito Democratico di “né carne né pesce” è molto probabilmente di grande vantaggio per il M5S e, cosa assai peggiore, d’incentivo all’astensione.

08/03/2016
Valentino Angeletti
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